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Il Gran Premio del Giappone ha riportato nuovamente a galla alcune tematiche spinose della Formula 1 attuale, frutto di regolamenti stilati alla membro di segugio e di un approccio sbagliato al mondo delle competizioni.

Innanzitutto il fattore pioggia. Una volta, quando Giove Pluvio decideva di presenziare ad un Gran Premio, era divertimento assicurato. Era l’occasione per vedere i veri manici del volante, per assistere a gare imprevedibili e a manovre spettacolari. Donington 1993, Spa 1998, Spagna 1996, Monaco 1984 sono alcune delle gare che si sono svolte in condizioni da bagnato estremo, con visibilità ridotta ai minimi termini, ma che si sono corse senza Safety Car di mezzo, senza piloti che tiravano in ballo la sicurezza lamentandosi con la direzione gara (sicurezza che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante e reso la F1 una categoria praticamente a rischio zero). Si abbassava la visiera, si ingranava la prima e vinceva il migliore.

Ad oggi invece è impossibile correre sul bagnato e appena la pista si allaga ecco schierata la Safety Car a dettare il ritmo in pista aspettando che la pioggia smetta e che la traiettoria si asciughi. I problemi sono nati da quando è stato introdotto il parco chiuso, la regola che vieta ai team di toccare le auto tra qualifiche e gara. Questa regola congela anche l’assetto della vettura impedendo ai tecnici di assettare correttamente la monoposto in caso di pioggia. Lo sanno anche i sassi che una monoposto di F1 col setup da asciutto è praticamente inguidabile sul bagnato e diventa assai pericoloso farlo. Tutti, ma evidentemente in FIA no. Eppure basterebbe una piccola modifica alle regole esistenti per risolvere il problema.

Già, le regole…quel regolamento talmente scritto bene che ad ogni episodio controverso si applicano delle sanzioni a random. A parità di infrazione c’è chi becca una reprimenda, chi 5 secondi di penalità, chi invece non becca nulla. Dipende dalla situazione e dipende dal pilota coinvolto. Prendiamo l’esempio di Perez a Singapore e di quanto accaduto a Suzuka con Verstappen e Leclerc.

Nello scorso Gran Premio Perez non aveva mantenuto la distanza di 10 vetture tra lui e safety car, facendola allontanare troppo. Il messicano si era arrampicato sugli specchi dicendo che non era in grado di stare dietro alla vettura di sicurezza… Una monoposto di F1 con 1000 cavalli e dal peso di 700 kg non sarebbe stata in grado di rimanere dietro ad una vettura stradale da 600 cavalli? Una scusa ridicola, che non sta ne in cielo ne in terra, perché sappiamo benissimo la differenza di prestazioni tra una monoposto di F1 e una vettura stradale e in molti casi i piloti che seguono la safety car si sono lamentati della cosa opposta, ovvero della scarsa velocità della vettura di sicurezza. Chiedete a Mylander se quando viene spedito in pista con la Safety Car, esce a passeggio o deve tirare come un dannato…

Il comportamento di Perez andava punito immediatamente e non dopo la gara, rifilando una penalità che non ha intaccato la classifica finale. Si fossero svegliati prima il vincitore poteva cambiare, ma forse era quello che la FIA non voleva.

E torniamo in Giappone, durante le qualifiche. Nelle Q3 Verstappen perde il controllo della vettura mentre stava scaldando le gomme quando alle sue spalle arrivava Norris, costringendo l’inglese ad una escursione sull’erba. Il regolamento sportivo della F1 è abbastanza chiaro su come ci si deve comportare in pista e l’articolo 33.4 recita questo:
“In nessun momento una macchina può essere guidata inutilmente lentamente, in modo irregolare o in un modo che potrebbe essere considerato pericoloso per gli altri piloti o per qualsiasi altra persona”

Mettersi a scaldare le gomme all’uscita di una curva veloce mentre sta arrivando un altro pilota non è un comportamento pericoloso? Evidentemente per i Commissari non era pericoloso.. ci mancherebbe altro. Se poi Norris avesse colpito Verstappen, la penalità l’avrebbe presa l’inglese e non l’olandese. Ed anche qui, come a Singapore, i commissari ci hanno impiegato ore e ascoltato i piloti prima di emettere il verdetto che non ha cambiato nulla.

E arriviamo alla penalità di Leclerc rimediata in gara. Il monegasco taglia l’ultima chicane all’ultimo giro e scattano 5 secondi di penalità rifilati in tempo zero. I commissari non si sono presi il tempo per analizzare telemetria, per ascoltare i piloti coinvolti, per vedere più volte i filmati dell’accaduto. Niente di tutto questo. Una celerità nel giudizio che ci lascia semplicemente sbigottiti. Come direbbe Genè “Wow Carlo, mai visto niente di simile”.

A Suzuka invece non hanno perso tempo e tanto per gettare caos nel caos, si è deciso su due piedi che il punteggio assegnato fosse pieno e non dimezzato. Il regolamento stabilisce che il punteggio si dimezza quando la gara non supera il 75% della distanza totale, come successo a Suzuka e grazie alla penalità a Leclerc, Verstappen ha conquistato il secondo sigillo iridato. Titolo più che meritato, visto il Mondiale gettato al vento dalla Ferrari, ma non toglie che le decisioni della FIA e dei commissari ci lasciano storditi, così come accaduto lo scorso anno ad Abu Dhabi.

Ormai la credibilità e la serietà del binomio F1/FIA è ai minimi storici e serve un cambio di registro, soprattutto dall’organo di governo, per dare credibilità alla categoria che ormai, come serietà, viene surclassata da altri campionati meno blasonati.

Ci deve essere un metro di giudizio uguale per tutti, le regole devono essere uguali per tutti i team così come le penalità, quando invece in questi anni abbiamo assistito ad abominevoli decisioni, vedi la “lieve” irregolarità della Mercedes con i cerchi forati o il DAS considerato illegale ma solo dalla stagione successiva così come le tante volte che la FIA ha deciso di cambiare le normative tecniche a stagione in corso.

Di questo passo è anche inutile allargare il calendario sempre di più se la qualità e la serietà del prodotto venduto non sono dei migliori. Serve un cambio di tendenza immediato altrimenti si rischia di far stancare il pubblico con questi teatrini domenicali.

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