San Paolo, Brasile. Il cielo è plumbeo, il traffico caotico, gli autobus scaricano fumo e centinaia di passeggeri lungo la Marginal Pinheiros. Il primo maggio 1994 è lontano nel tempo, ma non nella memoria. Al cimitero di Morumbi il verde fa da contrasto con il cemento delle costruzioni che lo circondano. Quasi al centro della collina, si erge un albero e sotto ci sono moltissimi mazzi di fiori colorati, sotto ai fiori una lapide di ottone di una trentina di centimetri per lato e una iscrizione: niente mi può separare dall’amore di DIO. Tutto qua, di Ayrton Senna Da Silva non c’è rimasto altro da quel giorno di Imola. Solo il dolore di chi lo ha amato e conosciuto. Nel quartiere Santana, estremo nordi di San Paolo c’è un edificio alto e grigio, dove Milton Da Silva continua ad aspettare, guardando la finestra e la moltitudine di case. Milton è il papà di Ayrton Senna, che per correre aveva adottato il cognome della madre, Neide Senna, e lo seguiva sempre quando correva in F1, specie nei primi tempi, ma la salute non gli permise di essergli vicino nelle ultime due stagioni. Durante i gran premi, Milton andava sempre a un tavolo nel motorhome della Minardi: “solo qui sanno fare la pasta come si deve” diceva. Spesso quel piatto di pasta lo portava al figlio, che lo mangiava chiuso nel box, lontano da occhi indiscreti. Milton Da Silva se ne stava in disparte nei box, non assillava mai il figlio. Era una presenza discreta ma costante. Ayrton lo sapeva e ne era contento. Specie nei primi anni di carriera, quelli trascorsi alla Mclare a sfidarsi con Alain Prost. “um giorno, quando Ayrton deciderà di smettere di correre, abbiamo già deciso: l’ultima stagione la farà con la Minardi. E’ una promessa che ci siamo fatti e quando lo diremo a Giancarlo Minardi gli verrà un colpo. Perché per ripagarlo di tutti questi piatti di pasta, gli dobbiamo almeno una stagione gratis “. Non scherzava papà Milton, diceva sul serio. Ma quel giorno purtroppo non è mai arrivato. L’anno dopo la scomparsa di Ayrton, papà Milton era a Goiania, due ore d’aereo da San Paolo, in una fazenda senza TV, senza radio, solo con tutto lo spazio davanti a sé. Con l’unica compagnia del silenzio della campagna dell’entroterra brasiliano e un lontano eco di motori. Quelli di quando Ayrton correva sulle piste di tutto il mondo.

Ayrton-Senna-primo-piano-436x291Erano i tempi in cui Ayrton Senna cominciava a mettersi in luce in F1. Dapprima con la modesta Tolman, dopo un test quasi segreto con la Williams con la quale ci fu un mezzo accordo dopo che anche Brabham e Mclaren fecero fare un test a Senna. Fu a Montecarlo, nel 1984, che Ayrton mostrò cosa vuol dire pilotare sul bagnato. Peccato che la corsa fu interrotta al 29° giro e la vittoria assegnata a Prost, il rivale di sempre. Ma quel giorno Ayrton Senna fece capire al mondo di avere la pasta del campione. La bandiera a scacchi fu, per lui ma anche per chi seguì quella cavalcata incredibile un atto di ingiustizia per una vittoria rubata. Quando passò l’anno seguente alla Lotus Senna dovette aspettare ancora una volta la pioggia: accadde in Portogallo, sul circuito di Estoril, a pochi chilometri della nuova casa che Ayrton aveva acquistato come base in Europa. Montecarlo 1984, Estoril 1985: la leggenda dell’uomo della pioggia si diffuse presto il F1, anche se per vincere la seconda gara Ayrton dovette aspettare fino al GP del Belgio dello stesso anno. E non fu un caso, perché la pista di Spa, con le continue variazioni climatiche, era una specie di lotteria. Senna però si mette in luce sulle piste più veloci, come Zeltweg, dove arriva ancora secondo e Monza, terzo, per non dire di tracciati tecnici come quello inglese dove coglie ancora un secondo posto. Nel 1985 uno dei rivali è Michele Alboreto e il ferrarista si sta giocando il mondiale contro Alain Prost. Durante le prove del GP d’Austria, poco prima della staccata della chicane in fondo al rettilineo, Micheke rende un “favore” a Senna, che nelle gare precedenti lo aveva ostacolato. La Ferrari chiude la traiettoria, Ayrton frena ed evita l’impatto ma non evita di rompere il musetto. Ai box nessuna polemica, nessuna accusa. Michele ha mandato un messaggio, Ayrton lo ha capito. Fra campioni si parla anche cosi, senza mettere in mezzo la stampa… Nella stagione 1986 Senna conquista altre due vittorie, a Jerez e a Detroit.

Ma in Brasile è esplosa la rivalità con Nelson Piquet. I due hanno concluso ai primi due posti il GP del Brasile. Il più feroce, alla fine, sarà proprio Nelson che lancerà delle accuse alla virilità del rivale paulista, facendo delle battute con i giornalisti. Senna non replicherà mai. Un conto sono le schermaglie in pista, un altro le questioni personali. E lui, per carattere ed educazione, il rivale cercherà sempre di batterlo in pista, o colpendolo psicologicamente con i giornalisti, ma sempre prendendo spunto dalle prestazioni in gara. Come fece per anni nei confronti di Alain Prost. I due si ritrovarono alla Mclaren nella stagione 1988. I rapporti all’inizio furono buoni, anche se Ayrton imparò presto cosa volesse dire fare la messa a punto di una monoposto. Nei primi tempi Senna non prestava molta attenzione ai brefing tecnici. Prost, invece, anche grazie a un carattere dubbioso, rivedeva sempre tutto. Voleva confrontare tutti i dati e rivedere da capo le soluzioni scelte. Nei primi tempi Prost faceva l’assetto, Senna lo copiava e andava più forte. Fino a quando il francese non decise di smetterla e chiese alla squadra di non passare più le informazioni al compagno di scuderia. In quei mesi Senna imparò che per essere perfetti e completi bisognava dedicarsi alia tecnica. I briefing diventavano sempre più lunghi, anche Senna voleva sapere tutto, rivedere i dati, confrontarli. Divenne pignolo, attento, esigente. E migliorò ancora. Ma per battere Prost bisognava unculcargli il dubbio. Con la stampa Ayrton faceva battute sul modo di guidare del “Professore” che sul bagnato veniva definito “O cauteloso”, il prudente. C’era una specie di irrisione nei confronti del compagno di squadra, ma anche tanto rispetto. Solo che per batterlo, Ayrton non poteva vantarlo pubblicamente, ma sottolineare le debolezze tecniche su un assetto, una curva o in certe condizioni di gara, come il bagnato. Il suo carattere chiuso, il suo misticismo, raggiunsero il massimo dopo la conquista del primo mondiale nel 1988. A Monza Ayrton aveva subito una sconfitta incredibile: era stato buttato fuori dal doppiato Schlesser a pochi giri dalla fine. La Ferrari fece una doppietta a meno di un mese dalla scomparsa del suo fondatore, deceduto il 15 agosto. Senna disse laconicamente: “Qualcuno da lassù ha voluto che le cose andassero in questo modo”. A Suzuka, un mese dopo, quando il primo mondiale era stato conquistato, Senna cominciò a far trapelare la sua enorme fede in Dio, il suo misticismo. “A un certo punto ho cominciato ad andare sempre più forte a ogni giro, credevo fosse impossibile e invece il giro dopo andavo ancora meglio. Fino a quando ho avuto in Ayrton-Senna-436x291mente solo Dio e tutto il resto non c’era più attorno a me” disse confidandosi una volta. Nel 1989 la lotta è ancora con Prost, ma i rapporti si guastano. A Imola il brasiliano passa nonostante un accordo che chiedeva di mantenere le posizioni della prima curva. Il clima in squadra, alla McLaren, si fece sempre più arroventato fino all’appuntamento giapponese di Suzuka, a fine anno, quando Prost chiuse ancora la porta in faccia ad Ayrton bloccando il suo tentativo di sorpasso alla chicane. Il francese vinse il Mondiale, Senna se la prese col mondo intero, a cominciare dalla federazione (presieduta dal francese Jean Marie Balestre) che secondo il brasiliano non era sopra le parti. Nel 1990 i due grandi rivali sono su sponde opposte. Prost alla Ferrari, Senna alla McLaren. E l’anno dei grandi duelli, delle schermaglie e delle ripicche. La Ferrari non vince il mondiale dal 1979. A Suzuka Prost parte meglio, la Ferrari è più veloce della McLaren, ma Senna non perdona. Tampona il francese e vince il terzo titolo mondiale. Ha lavato l’offesa dell’anno prima. Lo confesserà qualche tempo dopo, quando volle a tutti i costi correre con la Williams, squadra con la quale nel 1993 Prost ha vinto il quarto e ultimo titolo mondiale.

Nei rapporti coi colleghi Ayrton non ha avuto grosse amicizie, a esclusione di Gerhard Berger, l’unico col quale si confidava anche se compagno di squadra. Alla storia sono passate le scaramucce e gli incidenti con Mansell, ma anche con un giovane Schumacher, la lite con Irvine, la rivalità sfiorata con Damon Hill: non c’era un avversario da battere in pista, ma un nemico da abbattere.

E poi il sogno di sempre, mai ammesso ma sempre covato: la Ferrari. Senna confiderà di aver avuto un contatto con il Cavallino a fine 1990. Jean Todt, anni dopo, ammette che Senna aveva avuto un altro incontro per passare alia Ferrari. Ma la storia a Maranello avrebbe dovuto seguire il quarto titolo mondiale con la Williams, proprio come aveva fatto Alain Prost. A Imola, primo maggio 1994, Alain fa il telecronista. Senna gli manda un saluto via radio: “Ehi, Alain, mi manchi”. Sette giri dopo Ayrton Senna mancherà a tutto il mondo, fermando la sua storia contro il muro della curva del Tamburello

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2 COMMENTS

  1. Manta hai ragione, e mi ricordo benissimo quel giorno maledetto che si portò via Ayrton….e poche ore prima Ratzenberger.
    Un grande, per me Senna è un folosofo della velocità.
    Ha spiegato le emozioni e cosa prova un pilota, un grandissimo

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