michele-alboretoDicono che pochi istanti prima di morire, tutto il film della tua vita scorra davanti agli occhi. Chissà cosa avrà visto Alboreto quel maledetto 25 aprile 2001 al Lausitzring, pochi istanti prima di abbandonarci per sempre. Di sicuro un film lungo, iniziato nel lontano 1971 nella scuderia Salvati: pochi soldi, ma tanta passione e un sogno da coronare ovvero quello di diventare un pilota, magari della Ferrari. “Devo approfittare di ogni occasione, perchè non so se ci sarà una seconda possibilità“, diceva spesso Alboreto e così fece per tutta la sua carriera: iniziò con un test su una Formula Italia e subito dimostrò le sue doti velocistiche anche se con un mezzo inferiore. Pian piano il nome di Alboreto iniziò a farsi sentire nel mondo delle corse e in poco tempo si ritrovò in F3, dove il ragazzino dimostrò di avere i numeri per fare il professionista. Dalla F3 alla F1 il passo è breve, ma soprattutto possibile grazie ad un nome, il Conte Zanon, che aiutò il giovane Alboreto ad approdare nella Tyrrell, nel 1981 al Gran Premio di San Marino. Era fatta, Michele era arrivato nell’olimpo dell’automobilismo e tre stagioni dopo il sogno tanto atteso, chiamato Ferrari, si realizzò. Con la Ferrari corse 5 stagioni, rimediando più delusioni che sorrisi. Con la morte di Enzo Ferrari e l’arrivo del suo “nemico” Barnard, Michele capisce che è meglio cambiare aria. Il ritorno alla Tyrrell è ancora più amaro e concluso anzitempo a causa di un cambio di sponsor dei tabacchi. Seguono begli sprazzi, soprattutto con la Footwork e l’Arrows.
Ma il sedile per vincere in F1 non tornerà mai più. L’incidente di Ayrton Senna lo scuote, soprattutto perchè Michele aveva visto il brasiliano il sabato della morte di Ratzenberger, turbato e quasi cosciente della fine in arrivo. In tribunale, da vero uomo, lo difende sino in fondo dalle menzogne di chi avrebbe detto qualunque cosa, pur di avere una monoposto vincente.
Ma Michele Alboreto non abbandona la corse. Dal campionato turismo tedesco alla Irl e Indianapolis, finisce con l’approdare alle Sport. Delle corse sugli ovali dice che “gareggiare là è come andare in guerra in Vietnam”, cosciente che ormai ha rischiato abbastanza per non andare oltre.
La vittoria a Le Mans è il coronamento di un sogno, cullato sin dai tempi in cui aveva visto Steve McQueen al cinema su una Porsche nel celebre lungometraggio sulla 24 ore. Si sentiva sicuro sulle Sport, così sicuro che il pensiero di smettere non lo sfiorava nemmeno, anche se sua moglie Nadia glielo implorava.
Il 23 Aprile del 2001 era a Monza a disputare una gara con le Lamborghini: in testa ha tanti progetti, tra cui quello di riportare un italiano sulla Ferrari F1.
“Ciao ragazzi, ci vediamo venerdi”. Morirà due giorni dopo al Lausitzring, lasciando un vuoto incolmabile nel mondo dello sport e nel cuore di tutti i suoi tifosi.