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Bandini1966NürburgringA passare per quei luoghi oggi, è difficile immaginarlo. Lo sguardo indugia piuttosto sui panfili e sugli yacht ormeggiati, e la fantasia corre verso il jet-set internazionale, verso un’esistenza dorata di cui noi comuni mortali possiamo solo leggere sulle pagine patinate dei settimanali. Sì, è difficile immaginarlo, ma in un ormai lontano pomeriggio di primavera il lungomare di Montecarlo è stato testimone dello spaventoso incidente che ha provocato la morte di uno dei piloti più amati della Formula Uno, l’italiano Lorenzo Bandini. Il 7 maggio 1967 è un giorno particolare per il principato monegasco, l’unico dell’anno in cui il piccolissimo stato mediterraneo è davvero al centro dell’attenzione di mezzo mondo: la domenica del Grand Prix.

Anche per Lorenzo Bandini, prima guida della Ferrari, è un giorno particolare. Lorenzo era nato in Libia il 21 dicembre 1935, quando ancora la Libia era una colonia Italiana e da sempre ha vissuto una vita caratterizzata da alti e bassi: la guerra gli porta via il padre e l’albergo di famiglia a Ravenna. Si rimbocca le maniche il giovane Lorenzo, lavorando in una officina meccanica a Reggio Emilia. Poi la svolta, il trasferimento a Milano dove lavora nell’officina di Goliardo Freddi. E sarà grazie a lui se Lorenzo inizia a muoversi nel mondo delle corse. Inizia come tutti nelle categorie minori poi, nel 1961, l’esordio in F1 e dalla stagione successiva diventa pilota Ferrari.

Il 7 maggio 1967 è la quarta volta che Bandini corre a Montecarlo. Dopo tre podi, tutti gli chiedono e si aspettano una vittoria. Tutti, compreso il Grande Capo, il mitico Drake, ansioso di portare un altro titolo mondiale a Maranello. Lorenzo sente la responsabilità. Viene da due trionfi, ad inizio febbraio nella 24 ore di Daytona, e a fine aprile nella Mille Miglia di Monza, in entrambi i casi in coppia con il neozelandese Chris Amon. Davvero, dopo qualche stagione da comprimario, potrebbe essere questo il suo anno. Sono di sicuro anche questi i pensieri che gli passano per la testa quando, pochi istanti prima del via, viene fotografato in primo piano, il casco già indossato, un fazzoletto sulla bocca per ripararsi dalla polvere e lo sguardo perso chissà dove. All’81° passaggio davanti ai box, i meccanici e la moglie Margherita lo vedono staccare entrambe le mani dal volante, in un gesto di rabbiosa impotenza. È l’ultimo ricordo che resta di un giovane modesto e gentile, amato dai suoi collaboratori ed entrato nel cuore di tutti gli sportivi italiani, di un pilota serio e meticoloso pronto per i vertici della Formula Uno. All’uscita del tunnel, c’è una chicane, destinata a rallentare le auto. Bandini vi sopraggiunge velocissimo, troppo veloce. L’urto contro una bitta per l’ormeggio dei natanti è inevitabile. L’auto prende fuoco immediatamente, una gomma si stacca. Le balle di fieno sistemate per attutire eventuali urti alimentano le fiamme, e l’incendio divampa altissimo. A centinaia di chilometri di distanza, Enzo Ferrari, davanti al televisore, sente immediatamente che quel rogo sta distruggendo una sua vettura, e che dentro quella vettura c’è il suo pupillo Lorenzo Bandini. È la prima morte in diretta televisiva: tante altre, purtroppo, seguiranno.

 

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