Venerdì 2 agosto. Una mattina serenissima e fresca accoglie l’equipaggio di Panduma al posto di frontiera di Tashanta. Dopo tanti mesi di attesa, di lunga programmazione, di sogni, ecco che la Panda sta per entrare finalmente in Mongolia. La coda è ordinata e non ci sono troppi veicoli ad aspettare. Subito Fabri e Salvo vengono circondati dalla solita folla di curiosi. Chi vuole scattare una foto, chi chiede informazioni sul viaggio, chi offre frutta secca o altro cibo.
La gente è molto accogliente e calorosa. Alcuni autisti ci camion uzbeki e kazaki si prodigano subito a dare informazioni sulle condizioni delle strade. Chiedono il percorso, hanno qualche perplessità sulla piccola Panda, ma tutto sommato dicono che non ci saranno problemi. Conoscono le strade e le piste a memoria e le loro informazioni si riveleranno preziose e corrette.
Dopo 2 ore al posto di frontiere russo e i doverosi controlli, la Panda attraversa i 25 chilometri di terra di nessuno che portano alla dogana mongola. Non c’è nulla qua, nessuna infrastruttura, nessun veicolo, solo la panda che percorre questo magnifico ed isolato altopiano. La frontiera Mongola si rivela ordinata, moderna, accogliente (a parte una “mancia” pare obbligata per far passare i mezzi nella fossa lava gomme). L’unico intoppo è la lunga collezione di timbri necessari per vidimare tutti i documenti. Si passa in 3 ore, ma con già l’indispensabile assicurazione auto fatta prima di entrare in territorio mongolo.

La prima sosta è d’obbligo per il cambio delle ruote con il treno di tassellati portati da casa. Dopo 10.500 km il consumo è buono, solo una leggera anomalia sull’anteriore destro dovuto ad un piccolo problema ad un giunto del braccetto. Su una piazzola, sotto un cielo blu addobbato di nuvola bianchissime, si fa il cambio e poi via, verso la prima grande salita sterrata. Davanti alla Panda si erige una ripidissima altura, con una lunga strada che senza curve l’affronta a muso duro. La polvere è tanta e mano a mano che si avanza si devono scalare tutti i rapporti. Si sale i prima, a 15 all’ora, di più non si può.
In cima si apre un panorama meraviglioso. Un immenso altopiano a perdita d’occhio, con laghi e montagne coloratissime che si tuffano nell’acqua. Non c’è vegetazione. In lontananza nuvole basse che regalano scrosci di pioggia. A far da cornice montagne altissime con nevai e ghiacciai. Salvo e Fabri restano estasiati. Non sanno bene a che altezza di trovano, ma dopo qualche decina di chilometro di pista ritrovano l’asfalto, perfetto, con l’indicazione per il Passo Buram. La Panda sale ad oltre 2.700 metri. I panorami restano splendidi e ci si ferma spesso per qualche foto.

Il tempo perso alle frontiere più quello necessario per il cambio gomme non permette di rispettare la tabella di marcia, che prevedeva di arrivare alla cittadina di Hovd in serata. Si decide per il campeggio libero in questa prima notte in Mongolia. Dopo il Passo Buram si lascia la strada principale e si segue una traccia sulle colline che dovrebbe portare, in 16 chilometri, ad un ghiacciaio. Il fondo è duro, compatto. La Panda arrampica senza fatica fino a trovare un buon punto per il campeggio. Non c’è niente e nessuno. Sulle colline di fianco solo cavalli e cammelli. Si pianta la tenda e ci si organizza per la cena, sicuri di una notte che regalerà un incredibile cielo stellato.
La mattina dopo si raggiunge Hovd e si fanno i rifornimenti di tutto ciò che servirà per attraversare questo magnifico paese. La gente è ospitale, i bambini curiosi, i panorami mozzafiato. Tutto perfetto. Le ruote della Panda vedono scivolare sotto di esse svariati tipi di fondo. Dall’asfalto perfetto e nuovissimo (ci è stato raccontato che durante la pandemia numerose imprese cinesi si sono prodigate ad asfaltare molte delle piste esistenti), agli sterrati compatti, a vecchi nastri d’asfalto ricchi di buche pericolosissime. Spesso conviene lasciare la strada asfaltata e correre a lato della stessa, su un terreno duro e compatto che permette di mantenere una velocità più elevata.
Il deserto mongolo cambia spessissimo. Dalle immense praterie verdi dove mandrie di cavalli allo stato brado corrono in libertà, a distese di pietra dove qualche cammello cerca sterpaglie di cui cibarsi. La Mongolia conferma quanto per anni sognato sui libri fotografici degli altri avventurosi. Le distanze tra i pochi centri abitati sono considerevoli e spesso i segnali i segnali sui telefoni non aiutano. Per fortuna ci sono le mappe cartacee, dove con diligenza sono stati segnati distributori, ospedali e banche per il prelievo dei contanti. In Mongolia si possono tornare ad usare le carte di credito, ma leggi nazionali incentivano l’uso di moneta locale. Conviene quindi sempre avere del contante a disposizione, utile anche negli hotel, come quello dove i Panduma pernottano ad Altaj.

Il terzo giorno nella terra di Gengis Khan porta l’equipaggio a Bajanhongor. Per arrivarci ancora strade e piste che tagliano l’immenso nulla mongolo. La sera si abbatte una tempesta fortissima, con temporale e pioggia che causerà non pochi problemi sulle strade del giorno successivo. La metà è Arvajheer. Una città che se cercata sulle mappe, pare essere il centro esatto della Mongolia.
Per arrivarci ancora deserti ed una discesa all’interno di un canyon al fondo del quale si possono vedere gli effetti delle piogge della notte precedente. La Panda però non si arresta. Ci si ferma solo per far volare qualche volta il drone, per prepararsi un caffè in mezzo al nulla e per rimanere a bocca aperta di fronte agli sconfinati spazi mongoli.
Ad Arvajheer c’è un appuntamento importante. Bisogna fare una consegna preziosa. Sulla Panda viaggia una scatola piena di occhiali da vista per bambini. Sono il dono preziosissimo di uno sponsor da consegnare presso la Missione delle Suore della Consolata che opera nella piccola città. Ma prima la Panda si merita un cambio olio. Grazie all’intervento di Padre Dido, responsabile della struttura religiosa, la Panda entra in una pittoresca officina per l’unica cura (olio e filtro) che sarà necessaria per l’intero viaggio.
Il resto della giornata passa nella struttura religiosa, ospiti dei Padri e delle Sorelle che si occupano della missione. Qua c’è una scuola materna, una elementare, un servizio docce calde per gli abitanti della città, una scuola di cucito per insegnare un mestiere alle donne e un centro di recupero/ascolto per alcolisti uomini (uno dei grandi problemi di questa nazione). Gli occhiali vengono consegnati e il viaggio può continuare, destinazione Ulan Bator, la capitale. Ma prima sosta nel Deserto del Mini Gobi.

Il vero deserto così come lo immaginiamo, fatto di dune di sabbia finissima e cammelli, lo incontriamo lungo la strada. Si tratta di una sottile lingua di sabbia che si infila tra le colline rocciose e desertiche che portano verso la capitale. Una breve sosta e qualche chilometro di vera sabbia per poi lasciare questo posto (a dire il vero troppo turistico) per scegliersi una nuova collina isolata come posto per il campeggio libero. Nella notte una nuova tempesta. Il vento è fortissimo e la piccola tenda viene scossa da una parte e dall’altra, ma tutto per fortuna va per il verso giusto.
Si entra in capitale. Ulan Bator (Ulaanbaatar in mongolo) è una metropoli immensa. Dei 3 milioni e mezzo di mongoli, oltre 1 milione e 700 mila vivono nella capitale. Questo si traduce in un traffico incredibile ed in un tasso di inquinamento a livelli folli. In inverno, dove la temperatura scende anche a meno 30 gradi, l’aria spesso è irrespirabile a causa dei fumi provocati dai fuochi accesi per scaldare le yurte che affollano le immense periferie.
Per la seconda volta in terra Mongola i Panduma sono ospiti in una struttura religiosa: la casa madre dei Missionari della Consolata. Per percorrere 3 km vengono impiegati quasi 4 ore, ma l’appuntamento preso con la nostra Ambasciatrice Giovanna Piccarreta viene rispettato. L’Ambasciata accoglie Salvo e Fabri con tutti gli onori, facendoli sentire finalmente a casa dopo 1 mese di viaggio.
È tempo però di riprendere la strada, questa volta direzione nord, attraverso una Mongolia più verde e più votata anche all’agricoltura. Una lunga e nuova autostrada fa guadagnare velocemente strada, anche se poi si torna alle più modeste strade secondarie. Destinazione Kjachta, posto di frontiera che segnerà il secondo ingresso in Russia. La frontiera riserverà non poche emozioni al team Panduma, così come le comunicazioni che diventeranno estremamente difficili in questa seconda parte del viaggio.
Nella prossima puntata: “LA VERA SIBERIA FINO ALLA MITICA VLADIVOSTOK”
Credito fotografico ©Fabrizio Carrubba







































