Gli ordini di scuderia sono sempre esistiti da quando è nata la Formula 1. Da qualche tempo specie dopo l’evoluzione dei media che hanno portato gli appassionati dentro le monoposto assieme ai piloti sono costantemente alla ribalta. Come non dimenticare dell’episodio Schumacher-Barrichello al Gp di Austria dove il brasiliano in netta protesta fece passare il tedesco solo all’ultima curva. Dopo quell’episodio si decise sull’onda della protesta popolare che non ci dovessero più essere ordini di scuderia espliciti per i piloti da parte dei team.
Da quell’episodio, come tutte le cose che si fanno in formula 1, buttata una cattiva abitudine a calci dalla porta si trova sempre il modo di farla rientrare dalla finestra. Oggi le scuderie avvertono i piloti che il compagno è più veloce, segno inequivocabile che deve passare, oppure con la scusante delle Pirelli che non vanno, che non si deve forzare il ritmo, cosa che blocca di fatto le posizioni. Potremmo fare una miriade di esempi di come le scuderie prendono letteralmente per i fondelli gli appassionati.
Ma nel 2013 il caso che ha fatto più scalpore è stato quello che ha visto protagonisti di due piloti della Redbull al Gp di Sepang ad inizio stagione. In quell’occasione l’accoppiata Ferrari/Alonso fece si che dopo un solo giro la corsa fosse completamente nelle mani della RedBull senza che nessun avversario potesse dargli fastidio. Dopo il pit stop Vettel si trovò nella condizione di essere secondo alle spalle di Webber.
Dal muretto box vogliono evitare che si possa rovinare una bellissima doppietta e danno un indicazione in codice “MULTI 21” Quello che a tutti, ma proprio tutti, anche chi non ha mai guardato una corsa appare evidente come un ordine di scuderia per tenere le posizioni invariate, a Vettel non deve essere stato chiaro. Il tedesco non se ne frega nulla e attacca Webber. Il povero australiano tranquillo rimane sorpreso, tenta di resistere, ma non c’è nulla da fare dopo mezzo giro a fare ruotate perde il duello.
Quello che ne segue dopo è un grottesco teatrino che vede sul podio un Webber molto contrariato, un Vettel quasi incredulo come un bambino che fa una marachella dalle conseguenze ciclopiche. Adrian Newey che incavolato se la prende con il tedesco. In effetti non si può dire ad un pilota che rischia la pelle in pista di perdere di proposito per il bene della scuderia. O meglio, gli è lo si può consigliare ma poi sta al suo ego da corridore decidere cosa è meglio per se stesso.
D’altro canto una squadra deve anche cercare di portare a casa due titoli e quindi nella logica di chi gestisce, un pilota che non sta alle decisioni della scuderia non è mai una cosa buona. Del resto Mark Webber ha sempre messo a disposizione della sua squadra la sua professionalità per portare a casa i due titoli e meritava solo per questo quella vittoria.
Se chiedete ad uno che di mondiali ne ha vinti quattro come Alain Prost, la motivazione per cui ha perso il titolo del 1990, il pilota francese non dirà che lo ha perso perchè il suo acerrimo rivale Ayrton Senna lo buttò fuori di proposito alla prima curva di Suzuka. Quella è una cosa che fa parte delle corse, ma piuttosto dirà che il mondiale del 1990 fu perso perchè il suo compagno di scuderia Nigel Mansell all’Estoril decise, con due Ferrari in pole position, di stringere e usare la Ferrari di Prost come sponsor per il muretto alla destra, lasciando via libera alle due Mclaren.
Un atteggiamento che costò la vittoria al 4 volte campione del mondo francese e che Prost ha sempre accusato alla scuderia di Maranello. L’allora direttore sportivo Cesare Fiorio incapace di dare un ordine chiaro all’inglese che era già ampiamente fuori dai giochi per il titolo. In definitiva gli ordini di scuderia servono o no? Discutere della questione è un po come discutere del sesso degli angeli. Noi possiamo dire che a rigore di logica se uno dei due piloti non è più in lizza per il titolo distanziato dal compagno in modo importante dire che deve mettersi al servizio dell’altro è una cosa normale e imperativa.
Lo stesso Schumacher in Malesia 1999, al rientro per l’infortunio si mise a disposizione di Irvine dimostrando grandissima professionalità. Ma nella condizione che c’era in Malesia 2013 solo dopo poche corse con ancora un mondiale da correre, dare quell’ordine non aveva nessun senso. La brutta figura che ne è seguita è la naturale conclusione di un brutto esempio di sportività ancora una volta venuto dalla RedBull.
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Daniele Amore


Dare quell’ordine dopo pochissime gare dall’inizio vuol dire che tu scuderia hai già deciso chi è che dovrà vincere il mondiale quell’anno nel box