In questa serie di articoli, vogliamo portare i lettori dentro la 24H Le Mans, parlando delle auto che ne sono state protagoniste. Non solo le più famose, ma anche quelle che apparentemente non hanno avuto un grandissimo seguito ma che per tecnica, e storia non hanno nulla da invidiare a chi ha vinto ed è rimasto nei cuori degli appassionati. Abbiamo già trattato le meteore della legenda https://www.giornalemotori.com/2013/06/21/le-mans-90ans-le-case-che-ne-hanno-fatto-la-storia-le-meteore-parte-2/.
Nei primi anni 80 dello scorso secolo, La Jaguar grazie alla mente visionaria di due dei suoi collaboratori più attivi, Bob Tullio coordinatore del Group 44 con sede negli USA, e Tom Walkinshaw che curava le attività sportive e produttive in Europa tramite la sua TWR volle affrontare l’avventura agonistica nel campionato sportscar. Fu proprio Tom Walkinshaw a pensare seriamente che il V12 della casa inglese potesse essere perfetto per il nuovo regolamento del mondiale sport che avrebbe dato vita alla generazione dei Gruppo C. Ne abbiamo parlato diffusamente nelle passate edizioni dell’epopea stupenda di questa tipologia di vetture https://www.giornalemotori.com/2012/06/17/24h-le-mans-la-storia-della-gara-gli-anni-80-e-la-nascita-dello-spettacolo-dei-gruppi-c/.
L’obiettivo era di mettere nel mirino l’armata invincibile delle Porsche. Per facilitare il compito alla progettazione delle vetture furono date due specifiche di realizzazione, una chiamata XJR per il campionato IMSA GTP, e XJR per il campionato WSC ( World Sportscar Championship). La vettura di cui vogliamo parlare in questa trattazione è la Jaguar XJR-6 WSC del 1985-1986, la genesi che lanciò nella legenda la Jaguar a Le Mans anni dopo. In effetti i più attenti potrebbero pensare che la vera capostipide fu la precedente XJR-5 progettata due anni prima. Il telaio in alluminio, e il motore V12 su specifiche IMSA avevano dato ottimi risultati nelle gare americane. Con quella configurazione non si poteva andare oltre qualche vittoria di classe ma la vittoria assoluta era fuori portata. Quindi la vera innovazione che diede slancio al programma Jaguar nel Gruppo C fino alla conquista di Le Mans fu proprio la XJR-6. A progettare la nuova macchina fu chiamato Tony Southgate, un progettista navigato ed esperto che aveva già lavorato per il progetto della Ford C100. Il primo intervento fu quello di usare il carbonio per il telaio al posto dell’alluminio, inoltre si concentrò su un accurato sviluppo aerodinamico curando ogni dettaglio della XJR-6 votato all’efficienza essenziale sui lunghi rettilinei di Le Mans.
Grande attenzione fu data al fondo vettura per una massima aderenza con uno sfruttamento dell’effetto suolo dovuto al fondo piatto mediante uno studio dettagliato nelle galleria del vento. Un esempio che fu imitato dalla tutte le vetture non solo Jaguar ma anche la concorrenza negli anni a venire. Per il sistema di iniezione ci fu un accordo con la Zytek per assicurarsi il migliore sviluppo difficile per costi ed esperienza per i tecnici inglesi che fino alla stagione 1983 continuavano ad usare i carburatori sulla XJR-5. Il V12 con questo sviluppo tecnico erogava già 650cv in partenza per una cilindrata complessiva di 6,2 litri a 7000 giri/min. Un motore con monoblocco e teste in alluminio, con alesaggio di 92.0 mm per una corsa di 78.0 mm. Laa distribuzione di due sole valvole per cilindro con un solo albero a camme in testa era segno di un’architettura forse non modernissima ma che puntava tutto sull’affidabilità, di certo questa conformazione non aiutava i consumi e l’effficienza di combustione. Il v12 di 6.219 Cm3, aspirato, sviluppava nella sua massima evoluzione con l’iniezione elettronica, 660cv ad un regime di 7000 giri al minuto. Una potenza complessiva di 106cv/ litro. Non un mostro di tecnologia, molto più simile per architettura ad un V8 americano che ad un sofisticato V12 Europeo, ma il suo sound era e resta tutt’ora da pelle d’oca.
Anche il comparto sospensioni fu completamente riprogettato adottando un sistema a quadrilatero sia all’ anteriore che al posteriore con doppi bracci e sistema push road per gli ammortizzatori. I bracci e i leveraggi della sospensione erano in magnesio e titanio per alleggerire le masse non sospese il più possibile. Aspetto importate fu la cura per il confort del pilota che aveva di serie il servosterzo. Infine la XJR-6 fu tra le prime a ruote coperte ad usare freni in carbonio. Il V12 Jaguar aveva tanta di quella coppia da spingere un cambio con sole 5 marce sul lunghissimo rettilinei del Hunadiere. La XJR-6 in configurazione da gara pesava solo 900kg, per un rapporto peso potenza di 0,73cv per ogni kg di massa. La XJR-6 debuttò nel mondiale sport verso la fine del 1985 con tre vetture sulla linea di partenza. Uno dei talloni di Achille che però subito venne fuori fin dal debutto della stagione 1986, fu proprio il consumo smodato V12. Il motore inglese per sua stessa natura nonostante il lavoro sulla iniezione della Zytek e la cura sull’efficienza aerodinamica non poteva erogare tutta la potenza di cui disponeva per non superare i limiti di consumo che prevedeva il regolamento. Infatti già all’epoca c’era una particolare attenzione ai consumi, con metodi e modi diversi da oggi ovviamente. Abbiamo ampiamente trattato nelle sezioni tecniche il tema. https://www.giornalemotori.com/2014/04/12/toyota-ts040-analisi-tecnica/. Nonostante queste difficoltà la vittoria della 1000km di Silverstone dava l’impressione che questa vettura potesse essere protagonista alla 24h di Le Mans. Purtroppo nessuna delle tre auto iscritte da Jaguar alla 24H terminò la corsa con una disfatta inaspettata.
Questa che potrebbe essere una mazzata da abbattere il più testardo dei costruttori, diede ancora più spinta a Tom Walkinshaw che diede fiducia ai suoi progettisti istituendo un intero programma che aveva il compito di risolvere e di mostrare il vero potenziale solo parzialmente visto con la XJR-6 fino al compimento della missione che portò alla Le Mans del 1988 con la XJR-9 vettura che tutti gli appassionati conoscono e che speriamo abbiamo fatto capire il percorso che l’ha portata alla vittoria che le ha dato notorietà nella storia.
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Daniele Amore

