Il campionato di F1 2018 è finito, il 2019 è ancora lontano, ed allora perchè non andare a dare un occhiata a quello che l’archivio storico della massima categoria del motorismo ci offre. Non il classico “si stava meglio quando si stava peggio“, polemiche che alimentano un certo astio circa la F1 moderna ed il suo spettacolo. Questa carrellata vuole essere un informativa per chi oggi è giovane e non conosce la storia, magari distorta da racconti leggendari. Un’occasione per rivivere bei momenti storici. Lo scopo della redazione parlare di campionati mondiali del passato analizzando, le vicende, le battaglie, le politiche, i regolamenti, fino ai rapporti umani tra piloti ed i team, magari rapportandoli a ciò che succede oggi sui campi di gara. Magari ci si rende conto che la Formula 1, non era così tanto diversa.
Iniziamo dal mondiale del 1964. Diciamo subito che la vittoria è andata al pilota considerato l’eroe dei due mondi. John Surtees, infatti, è stato l’unico pilota fino ad oggi, a compiere l’impresa di vincere il mondiale sia con Moto che con Auro. Per come vediamo oggi le cose, perchè si verifichi la stessa situazione, devono dare, a qualcuno, una Mecedes W09 con almeno altri 100cv in più. Un po’ come come succede al Rally di Monza! Surtees, quindi, porta alla vittoria per due volte la Ferrari F158. La scuderia di Maranello, grazie all’apporto della promessa italiana Lorenzo Bandini vince solo 3 delle dieci gare in cui si articolava il mondiale e si aggiudica la coppa costruttori.
La Cronaca
Il campionato del mondo 1964 vede ai nastri di partenza una monoposto originale, tutta bianca, è la prima Formula 1 giapponese, la sconosciuta Honda condotta da Ron Bucknum. Per i colori italiani il 64′ non inizia nel migliore dei modi. La Ferrari è lontana dai fasti del 1962, nonostante siano passati solo due anni. La monoposto è completamente nuova, si è deciso di abbandonare il V6 Dino per investire tutto in un nuovo ed inedito V8 con angolo di 180°. Una scelta veramente azzardata, soprattutto dal punto di vista economico. Da li a poco, infatti, il regolamento sarebbe cambiato adottando la cilindrata di 3.0 litri al posto dei 1.5 litri. Spendere quattrini per un motore che doveva durare solo un anno così diverso dal solito, era una cosa che sembrava folle, ma se si pensiamo, in linea con il carattere passionale del “gia Vecchio Commendator Ferrari!” . Il team Maranello si presenta ai nastri di partenza non da favorita, relegata dagli esperti al ruolo di out-sider. Lo sviluppo della monoposto ed alcune vicende favorevoli cambieranno il corso del campionato.
Il ruolo di favorito spetta a Jim Clark. Un vero fuoriclasse. Oggi si direbbe, un predestinato, pronto per superare il record di Fangio. Clark è già campione del mondo in carica, esprime un talento talmente evidente che nessuno pensa sia possibile batterlo nel 1964. Per la prima si corre a Montecarlo. Sulle strade del principato c’è un solo re. Graham Hill, infatti, comincia a costruire la sua leggenda. Vince per la seconda vittoria consecutiva a Monaco e mette un tassello per quello che sarà un evento unico, la triplice corona, con la 24h di Le Mans e la 500 Miglia di Indianapolis. Giusto per capirci, Fernando Alonso, oggi, sta provando invano ad eguagliare questo risultato. Per Hill quella monegasca dovrebbe essere solo una parentesi, infatti già alla gara successiva, il Gp di Olanda, Clark rimette le cose apposto.
Sul vecchio tracciato di Zandvoort, il campione britannico, dimostra una superiorità imbarazzante, doppiare praticamente tutti. Il portacolori della Lotus, diventa Rettore della Guida, vincendo per la seconda volta all’università delle corse sul vecchio tracciato di Spa-Francorchamps. Intanto sta emergendo un nuovo team nato nel 1962, quello di Black Jack Brabham. Una crescita costante che culmina con la prima vittoria proprio nel 64′. Il problema è che la vittoria fu appannaggio del pilota sbagliato. A vincere il Gp di Francia fu il compagno di Brabham, Dan Gurnery. Un’evento che ferì in modo irreparabile l’ego del campione australiano. Immaginatevi lo stato mentale di Black Jack. Investe soldi, sputa l’anima per far diventare competitiva la sua macchina per poi vedere vincere l’altro! Il mondiale va avanti. A Brads Hatch tutto sembra tornare alla normalità con la bella vittoria di Clark.
Al Gp di Gran Bretagna, però, c’è un debutto storico, la prima monoposto a trazione integrale.La BRM P67, fu una monoposto troppo anticipo con i tempi. Era talmente lenta ed inaffidabile, che non sopravvisse alle prove libere. Questa monoposto, però, dimostra come un tempo il regolamento del campionato fosse decisamente più open e variegato. Altro altro che forellini nei cerchi! Il Gp di Germania segna la svolta del mondiale. Durante le prove libere perde la vita il gentlemen driver olandese, Carel de Beaufort. Una cosa che oggi farebbe venire i brividi al pensiero, ma all’epoca si poteva correre anche con il titolo di pilota amatoriale. La stessa pratica, oggi, avviene nella gare di durata tipo Le Mans, ed è messa fortemente in discussione. Il pilota olandese fu ammesso a guidare una obsoleta Porsche F1, sul tracciato più pericoloso della storia delle corse, il Nurburgring dove perse la vita!
In Germania finalmente ecco spuntare la Ferrari che con John Surtees vince davanti a Clark. La Ferrari imbroccò la via giusta per affrontare una seconda parte di campionato in modo competitivo capitalizzando i piazzamenti fatti nelle prime gare .Seguì la vittoria di Bandini in Austria. L’italiano fu uno dei pochi a sopravvivere all’ecatombe tecnica di gran parte dello schieramento, confermando non solo le prestazioni ma anche l’affidabilità della 158 F1. La terza vittoria di fila arrivò a Monza con Surtess. La vittoria casalinga consentì alla Ferrari di prendere il comando delle due classifiche mondiale. Il campionato si avviava verso un finale spettacolare in vista della trasferta americana per i GP degli USA e del Messico. Surtees aveva solo tre punti di vantaggio su di un regolarissimo Graham Hill, terzo Clark. Proprio la vittoria dell’inossidabile Hill negli USA rimanda tutto al Gp del Messico. La Ferrari si trovava nella difficile condizione di lottare contro due avversari Hill e Clark. La logica portò il team a concentrare le forze su Surtees. Questo portò al sacrificio di Lorenzo Bandini. Così come a Monza 2018, Bottas si sacrifico per aiutare Hamilton, la Ferrari mise Bandini a stoppare Hill, tenendolo di proposito lontano da Surtees.
Tutto andava a meraviglia, la strategia stava funzionando, se non fosse per la gara strepitosa di Clark. Il britannico era sul punto di vincere la gara ed aggiudicarsi il mondiale 1964. Tra Clark e Surtees infatti si era piazzato un terzo incomodo, Gurney. Ciò che salvò il pilota della Ferrari fu l’affidabilità del motore Climax della Lotus. Così come era accaduto per buona parte della stagione la verde monoposto britannica appiedò Clark nel momento di raccogliere il trofeo. Proprio l’ago della bilancia che stava regalando il titolo a Clark, Gurney, raccoglie il testimone e vince con la Brabham. Inutile dire che dopo la seconda affermazione stagionale del compagno, Black Jack andò su tutte le furie! A Surtees bastò il piazzamento per conquistare il suo primo ed unico campionato del mondo di F1. Lorenzo Bandini, terzo, contribuì a vincere la coppa costruttori, la quinta per il team di Maranello.
IL campione
John Surtees, per quanto legato indissolubilmente alla scuderia di Maranello, non ha mai goduto di una grande felicità all’interno del team. La Ferrari è sempre stato un team dove le beghe interne hanno creato problemi nella gestione dei piloti e nei rapporti che essi instauravano con una parte di esso. Con il cambio delle regole il mondiale del 1964 non fu bissato. I pessimi rapporti all’interno del team portarono Surtees a lasciare Maranello. Il campione britannico rimase comunque in F1 fino al 1970 ma senza mai bissare il suo titolo iridato. Fondò un suo team, con un eccellente staff tecnico ma non raccolse grandi risultati per la gestione economica che lo portò al fallimento. Surtees, come team principal, provò a dare ad un’altro centauro la possibilità di cimentarsi con la Formula 1, Make Hailwood, ma i risultati furono deludenti, del resto non aveva una Ferrari 158 F1
La Monoposto
La Ferrari 158 F1 segui la strada del team vincenti nelle stagioni precedenti. Il telaio si ispirava a quanto fatto dalla Lotus adottando la monoscocca a tubi di acciaio con pannelli rivettati in alluminio. La rigidezza aumentò riducendo il peso in modo considerevole. Un cruccio tanto caro rivali britannici. Un ottimo bilanciamento dei pesi fu ottenuto utilizzando la disposizione dei serbatoi di benzina lateralmente al pilota, in posizione avanzata.
Il poveretto si trovava a bordo di un sigaro di acciaio ed alluminio completamente circondato da benzina con una sfoglia di lamiera a separare se stesso dal carburante. La 158 F1 era praticamente cucita addosso al pilota risultando anche più stretta della rivale Lotus. Su questa monoposto si fece un eccellente lavoro sullo sviluppo delle geometrie delle sospensioni. Non essendo ancora l’era dello sviluppo aerodinamico, una buona tenuta meccanica ed una buona motricità facevano la differenza. I freni posteriori erano collocati all’uscita del differenziale internamente alla monoposto. Uno schema simile a quello usato per il ponte De Dion.
Il peso delle masse non sospese fu ridotto ulteriormente adottando cerchi da 15 pollici in materiale ultraleggero in lega di magnesio. Il motore era un V8 con un angolo atipico per l’epoca di 180°. Il propulsore fu modificato nel corso della stagione aumentando il rapporto tra alesaggio e corsa per aumentare i giri massimi a 11000 complessivi. La cilindrata era di 1489 cm³ e la potenza 210 CV. Per la prima volta si utilizzò l’iniezione al posto dei carburatori.
Il rapporto peso potenza era di 2,22 Kg/cv. Un valore che potrebbe sembrare poco, ma eccellente considerato il contesto di monoposto tutte meccaniche con la gestione della potenza affidata alla sola sensibilità del pilota. Una nota di colore. Le Ferrari di Formula 1 non sono state sempre rosse. Per la trasferta americana infatti la Ferrari corse con i colori della NART, la scuderia americana gestita da Luigi Chinetti, importatore delle vetture di Maranello per il mercato locale. La NART aveva i suoi colori bianco e azzurro, e sopportava le spese di gestione della trasferta. Al Vecchio Ferrari non dispiaceva che le monoposto non fossero Rosse.
Conclusioni
A guardare la storia del mondiale 1964, si ritrovano molti elementi attuali. Hamilton ha conquistato la vittoria con una prima fase della stagione dove ha dovuto essere costante e raccogliere i frutti anche di piazzamenti. Poi nella seconda parte della stagione, complice l’evoluzione della sua monoposto ha dato la mazzata che lo ha portato al titolo. A 54 anni di distanza un predestinato come Jim Clark è stato messa sotto scacco dal team gestito in modo impeccabile da un giovane promettente ingegnere, Mauro Forghieri. La sua forza fu quella di trovare l’equilibrio giusto. Adottare un buon telaio, abbinarlo ad un motore potente ed affidabile, ma soprattutto con una gestione piloti eccellente. Senza nulla togliere a Surtees bastava che la vittoria al Gp di Germania fosse andata a Bandini che oggi staremmo raccontando la storia di un pilota italiano campione del mondo. La leggensa celebrerà Jim Clark come uno dei più grandi campioni in assoluto, un talento cristallino, che non è bastato per impedire a Sartees e la Ferrari di vincere il mondiale del 1964. Una una lezione per la Ferrari di oggi alla luce di quanto successo nel 2018! Per la cronaca, questo mondiale fu anche quello che inaugurò quella che in redazione chiamiamo Era AQSVAP – ( Anche Quest’Anno si Vince l’Anno Prossimo) la prima di queste iniziate nel 1965 finì nel 1974!
Daniele Amore
