Morto un Papa se ne fa un altro, chiusa una porta si apre un portone, morto il Re viva il Re, e seguendo i social, finalmente se ne va il Tabaccaio per fare spazio all’illustre Ingegnere. Mattia Binotto Ingnere sostituisce alla direzione sportiva di Ferrari Maurizio Arrivabene. Vorremmo raccontare di un normale avvicendamento, con Arrivabene che lascia la Rossa vincente, ma come sanno tutti la stagione 2018 è stata una delle più anomale della storia Ferrari, un campioanto del mondo dove i due piloti si sono piazzati rispettivamente la secondo ed al terzo posto e nonostante si sia stabilito il record di punti comunque non si è riusciti a portare a casa almeno il titolo costruttori che in tutta onestà analizzando a mente fredda era chiaramente alla portata di una macchina vincente come era la SF71h. Non voglio discutere delle capacità di Binotto, anzi giusto per chiarire elenco qualcuno dei punti salienti della sua carriera a Maranello. Binotto si laurea in Ingegneria Meccanica presso il Politecnico di Losanna nel 1994, e dopo aver conseguito un master in Ingegneria dell’Autoveicolo presso il DIEF il Dipartimento di Ingegneria intitolato ad “Enzo Ferrari” Entra a Maranello.
Nel 1995 parte dalla della squadra test come ingegnere motorista, poi viene promosso sempre ricoprendo lo stesso ruolo nel reparto corse dal 1997 al 2003. Da li passa alla progettazione Motori nel 2004, reparto di cui diviene capo compreso lo sviluppo della tecnologia Kers nel 2009. Nel 2013 fa un passo indietro assumendo il ruolo di Vice-direttore del reparto motore ed elettronica, poi nel 2014 Sergio Marchionne lo rimette a capo della sezione motori, e sempre sotto la direzione del defunto CEO diventa Capo di tutta la sezione tecnica 2016 sostituendo Allison. Scalata che si completa con l’avvicendamento di questi giorni.
Quindi dopo una fulgida carriera, fatta un passetto alla volta, uno scalino dopo l’altro come una saggia formichina dopo 23 anni, Binotto comanda il reparto corse. Giusto per fare qualche paragone scomodo cosa che in queste ore è stata fatta e sarà ancora fatta, il giovane Ing Forghieri non aveva fatto a tempo ad appendere la sua laurea al muro che era direttore assoluto dello stesso reparto, e dopo 23 anni aveva vinto 7 titoli costruttori e 4 piloti. Si può dire che era un epoca diversa che Enzo Ferrari era l’unico folle ad epurare tutto il reparto per affidarlo al giovanotto delle belle speranze e vincere la sua scommessa.
Ma anche facendo qualche paragone più recente posso dire che il massacrato, ingiustamente aggiungerei, Stefano Domencali epurato da Montezemolo, prima che esso stesso fosse epurato a sua volta da Marchionne, chi non ricorda la mitica frase della Gestione alla Carlona, pur essendo lauerato solo in economia a commercio di mondiali in 23 anni ne ha portati a casa due costruttori, ed oggi è il presidente della migliore Lamborghini di sempre e non è un Ingegnere!
In sostanza Mattia Binotto ha resistito negli anni alle rivoluzioni, post Todt, post Montezemolo, anni in cui gente come Aldo Costa, Tomnazis, Luca Marmorini responsabile motori priprio nel 2014, fino ad Allison hanno pagato in proprio per errori collettivi, gente che ha vinto o è andata a vincere altrove, e la lista sarebbe molto più lunga.
A questo punto qualcuno si starà chiedendo che c’entra tutta sta manfrina con il mondiale perso nel 2018. Per chi era distrato o ha la memoria molto corta, rischiando di passare per gombloddisti, resta il legittimo sospetto che la sostituzione attuale parta da lontano. Dopo la scomparsa del CEO carismatico, in Ferrari si è aperta la classica lotta interna per il potere. Una cosa logica, come l’acqua che tende a riempire il vuoto dopo il passaggio di una barca, solo che in questo caso a farne le spese è stato il mondiale 2018. Fin da subito si è sentito il vuoto politico ed umano lasciato da Marchionne. Del resto come recita una nota pellica di Hollywood “e’ cosi che si gioca nelle grandi squadre, vedi un varco ti ci infili e via fino alle meta!” ed il varco era quello lasciato dalla scomaparsa di Marchionne. Non a caso la Mercedes indica alla Fia di sorvegliare le batterie della Ferrari, a Maranello obbediscono con un secondo sensore, la macchina rallenta. Arrivabene subbissato di critiche, va ai microfoni di Sky e davanti a Carlo Vanzini, dichiara che la Fia era a conoscenza della situazione batterie approvando fin da febbraio, se non prima, e che se qualcuno ha indicato ai tecnici federali qualche dettaglio che avevano trascurato circa i vantaggi di tale soluzione, poteva essere stata cantata solo da chi era a conoscenza del progetto indicando qualche mela marcia interna alla Federazione, ma volendo pensare a male poteva anche essere interna al team la mela marcia, non sarebbe ne il primo ne l’ultimo caso in F1.
Sta di fatto che le coste sono precipitate, lo stesso Vettel potrebbe essersi trovato in mezzo ad una situazione di conflitto che ne ha minato la fiducia nei suoi stessi tecnici. Pensate ad un pilota che sa che se vuole vincere il mondiale deve contare solo sulle sue spalle, si difende in modo scomposto vedi Monza, ed attacca peggio vedi Giappone. Il fuoco di paglia del Belgio, sembra quasi un modo da parte della direzione tecnica di far capire al muretto box che senza il motore non si vince. Poi arriva il disastro Giappone. Le facce di Arrivabene e Clear al muretto mentre le macchine escono con le gomme da bagnato sull’asciutto sono ancora vivide nella mente di chi scrive e degli appassionati attenti, con i piloti che chiedono quasi increduli se fosse la decisione giusta mentre perdevano la possibilità di stabilire la pole position.
Ancora una volta lo sfogo del DS nel dire che in Ferrari manca un Tecnico Pistaiolo, considerato che la dirigeva Binotto l’area tecnica, non vediamo a chi si altro si potesse riferire. Infine le dichiarazioni di fine stagione, quando asseriva che alla Ferrari manca uno staff che è abituato a sentire la pressione della vittoria, come se si trattasse di un piccolo team che non è abituato a vincere, almeno che non si riferisse a qualcuno che ha sempre vissuto la sua carriera ventennale lontano dai box.
Solo nel finale c’è stato una sorta di confluenza verso l’obiettivo mondiale quando ormai era troppo tardi. Un campionato perso con una macchina vincente che non poteva vedere se non sul banco degli imputati chi la baracca la dirige, Maurizio Arrivabene ed ecco la naturale sostituzione con Binotto. Situazioni già viste in Ferrari come quando il titolo lo perse Alboreto per le stesse beghe interne nel 1985, ma potremmi citare altri esempi.
Questa sostituzione non sarebbe male, anzi se uno perde è giusto che se ne vada, il problema vero è che come tutte le rivoluzioni, la cosa porta con se inevitabili epurazioni. Alcuni sono andati via spontaneamente verso altre opportunità come la Sauber ma resta un team da rimettere in piedi con nuove regole. La speranza è che lo staff tecnico che si appresta a dirigere Binotto abbia già lavorato sulla monoposto 2019 mentre c’era il caos nella passata stagione interpretando al meglio le nuove regole. Non vorremmo vedere un lavoro di crescita buttato alle ortiche, per aspettare i frutti dell’ennesima rifondazione. Dall’ultima avvenuta nel 2014 si era diventati competitivi nel 2018, mentre gli altri vanno avanti, corrono dritti verso la meta!
Daniele Amore
