Si può vincere in auto senza mai guidare una Ferrari? Si può diventare due volte Campioni del Mondo di Formula 1 ignorando, addirittura beffando la gloria di Maranello? Normalmente non si può: tutti i grandi del volante prima o poi sono andati in processione dal Drake, per guidare la rossa nelle varie categorie. Tutti, meno uno: era un giovane scozzese di Kilmany, Fifeshire, media statura, bruno negli occhi e nei capelli lisci, l’espressione decisa di chi sa cosa vuole.

Il suo nome nome era Jim Clark, era nato il 4 marzo 1936, perse la vita il 7 aprile 1968 a Hockenheim durante una gara tedesca di Formula 2. Il ricordo di questo pilota sta forse svanendo nella mente dei tifosi ma di certo non si perde nell’ammirata considerazione di chi lo vide guidare, seguendo le corse degli anni 60.

Velocista puro, aggressivo nell’ambito di una classe innata, capace di tirare fuori il massimo dalla macchina quando valida, Clark va giudicato quale il miglior pilota di quell’epoca ed uno dei migliori in assoluto di tutti i tempi. Ci si chiede quali altri traguardi avrebbe potuto raggiungere se la sorte non gli avesse preparato la tragica trappola germanica, in una corsa che nulla avrebbe aggiunto alla sua fama. Una fama dovuta anche allo stretto, indissolubile sodalizio con Colin Chapman, il mago inglese della Lotus, il quale prediligeva il pilota scozzese e, come un sarto cuce un vestito su misura, gli disegnava addosso monoposto praticamente imbattibili, come le Lotus 25 e Lotus 33 dei titoli mondiali.

Ormai ingiallite, esistono bellissime fotografie di Clark accanto a lanose pecore al pascolo: la sua in effetti è una famiglia di origine contadina e pastorale, che trasferendosi nell’immediato dopoguerra a Durns nel Berwickshire, al confine scozzese, acquista una fattoria e vorrebbe che Jim, crescendo, se ne occupasse. Invece lui già da ragazzino è contagiato dal morbo dei motori ed a nove anni guida la Austin Seven del padre ed a dieci una Alvis Speed Twnty.

Si legge nei libroni che lo spirito agonistico gli sia scoppiato in petto assistendo ad una gara dominata da Nino Farina su una ignota Thinwall Special: sta di fatto che il ragazzino comincia a partecipare a piccole gare sulla sua Sunbeam con qualche soddisfazione, tanto che nel giugno 1956 un amico abbiente e dall’occhio lungo, Ian Scott-Watson, gli offre di guidare la sua DKW Sonderklass nelle gare minori, utili per fare esperienza. Contemporaneamente Jimmy si procura una Porsche e con questa le cose si fanno serie, perché arrivano due vittorie, due secondi ed un terzo posto.

A questo punto, 1958, clark respinge le pressioni dei genitori perché rinunci alle corse, abbandona le pecore (ma tornerà periodicamente per rilassarsi) e punta al professionismo, accettando di guidare una Jaguar D della scuderia Border Reivers: 12 vittorie su 20 gare. Usa pure una Lotus Elise di Scott-Watson a Brands Hatch, dove si fa notare da Chapman anch’egli in gara. Nel 1959 il ragazzo si aggiudica 12 gare nazionali su una Lister-Jaguar della Border; a fine anno debutta in monoposto, una Gemini Formula Junior. Nel 1960 firma per Reg Parnell che gli offre un’Aston Martin, ma lo sviluppo della macchina è troppo lento, lui rompe il contratto e passa dalla parte di Chapman che gli offre le Lotus Formula 2 e Junior.

È la svolta nella sua carriera. La conferma del suo talento cristallino arriva subito, con nove primi e tre secondi posti nei primi mesi della sua collaborazione col costrutore britannico. Questi si rende subito conto che Jimmy per quanto giovane è già maturo per la F1 ed infatti lo fa debuttare il 19 giugno 1960 in Olanda, a Zandvoort: è undicesimo in qualifica ma le Ferrari di Ginther, Phil Hill e von Trips gli stanno dietro, si ritirerà per guasto al cambio dopo 43 giri mentre era quarto.

I primi successi in F1 sono in GP non valevoli per il titolo, Pau, Rand, Natal, Sud Africa, tra il 1960 e 1961 (in quest’anno a Monza la tragica collisione con von Trips), mentre il 1962 porta il primo colpo iridato con il Belgio, al volante della famosa, innovativa Lotus 25 con telaio monoscocca, nella quale Clark guida praticamente sdraiato. Prima della fine dell’anno Jimmy si impone anche in Inghilterra, USA e Messico ed in gare minori, perché da vero professionista non si tira indietro, se non è F1.

Il 1963 consacra l’imbattibilità del binomio Clark-Lotus: sette successi in corse ufficiali, nove in altre corse, Jimmy Campione del Mondo grazie alla Lotus 25, con 73 punti totali (54 validi) contro i 29 di Graham Hill e Ginther su BRM; debutta ad Indianapolis ed è clamorosamente secondo. Nel 1964 vince in Belgio ed Olanda sempre su Lotus 25, ed in Inghilterra sulla nuova Lotus 33. Il 1965 è un’altra grande stagione per Clark e la sua scuderia motorizzata Climax: 14 le vittorie totali di cui iridate quelle di Sud Africa, Belgio, Francia, Inghilterra, Olanda e Germania, più la 500 miglia di Indianapolis, primo inglese a riuscirci, in effetti un successo questo del tutto inusuale per un pilota europeo, per di più con una sola esperienza del celebre catino.

Jim Clark è Campione del Mondo per la seconda volta con 14 punti di vantaggio su Graham Hill. In sordina la sua stagione 1966, caratterizzata dall’avvento dei motori 3 litri e dominata da Jack Brabham sulla Brabham-Repco, ma Clark in chiusura riesce a vincere il Gran Premio degli USA a Watkins Glen su una Lotus spinta dal grosso 16 cilindri BRM, unico successo di questo motore plurifrazionato. Nel 1967 scende in campo il 3 litri 8V Ford-Cosworth, la Lotus lo monta sulla 49 dall’Olanda e subito Clark vince, tanto per lanciare un messaggio a Graham Hill che lo aveva affiancato in squadra, non senza le inevitabili polemiche dei due galletti nello stesso pollaio.

All’inizio dell’anno per motivi fiscali lo scozzese si era trasferito all’estero, Parigi, Svizzera, Bermuda, e la sua lontananza dalla fabbrica aveva inciso sullo sviluppo della nuova monoposto, agevolando la conquista del titolo da parte di Denis Hulme su Brabham-Repco. Jimmy però nel 1968 comincia vincendo in Sud Africa, successo iridato numero 25 battendo il record di Fangio, poi, con un intervallo di quattro mesi e mezzo sul successivo appuntamento mondiale, come al solito si dedica alle gare minori, programmate con la scuderia.

Ed eccoci ad Hockenheim, Formula 2, Lotus 48, sesto giro: la macchina esce da una leggera curva destra a circa 200 all’ora, il pilota ne perde il controllo, vola fuori pista, si schianta contro gli alberi; Jim muore praticamente sul colpo, anche se lo portano all’ospedale di Heidelberg. Sono le 12:43 del 7 aprile 1968, una nuvola nera oscura il mondo dell’automobilismo sportivo per la perdita del suo grande campione. Furono fatte tutte le solite ipotesi sulle cause dell’incidente, errore, malore, guasto, alla fine prevalse quella dell’afflosciamento di una gomma ma il mistero non è mai stato del tutto chiarito. John Surtees ricorda che dopo un precedente brutto fuoripista, a chi gli diceva che era stata sfortuna, Jim Clark aveva risposto: “non mi parlate di sfortuna, io non ci credo. Devo aver fatto qualcosa di sbagliato, vedrò che non succeda più.” Serio. Onesto.

Aveva avuto per molto tempo una compagna, Sally Stokes, ma non era sposato. Era un uomo schivo, educato, tranquillo, tanto che qualcuno si chiedeva se non fosse capitato solo incidentalmente nel folle Circus della F1. Ma in macchina era tutt’altro, ed i risultati parlano chiaro: due titoli mondiali, 25 vittorie in GP iridati più altre diciotto in gare F1 non titolate; 11 vittorie in corse di F2 e 7 in F3; una vittoria a Indianapolis 500; 10 affermazioni in gare per GT e Sport; 18 nel Turismo; 16 in Coppa Tasmania per un campionato australe conquistato da Jim Clark tre volte. E la serie sarebbe continuata chissà quanto, aveva solo 32 anni…Ignoto poeta scrisse per lui: “…a velocità impensabile/ passavi/ come il tuo vento/ di scozia/ coll’impeto fiero del dominatore”.

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