Il format attuale della MotoGP si conferma tra i più impegnativi dell’intero panorama motoristico. Con due sessioni di prove libere al venerdì – di cui la seconda decisiva per l’accesso diretto alla Q2 – il destino di un pilota si gioca spesso già nelle prime ore del weekend. Chi resta fuori dalla top 10 è costretto a passare dalla Q1, la cosiddetta “giungla”, con solo due posti disponibili per accedere alla lotta per la pole position.
Un sistema che rende il venerdì pomeriggio cruciale e che, di fatto, può compromettere l’intero fine settimana. Le qualifiche determinano infatti la griglia sia della sprint del sabato sia del Gran Premio della domenica. Non sorprende, quindi, che dall’introduzione della sprint nel 2023 la griglia completa sia diventata una rarità: nessun round con tutti i titolari presenti nel 2023 e appena due su 22 nella stagione successiva.
A incidere è anche il regolamento sulle sostituzioni. I team non possono rimpiazzare immediatamente un pilota infortunato, ma devono intervenire solo in caso di assenze prolungate. Questo porta spesso a schierare collaudatori: piloti esperti nello sviluppo della moto, ma non sempre pronti per il ritmo gara.
Negli ultimi anni il ruolo dei test rider è diventato sempre più centrale. Non solo per lo sviluppo tecnico, ma anche come possibili sostituti. KTM può contare su Pol Espargaro, Yamaha su Augusto Fernandez, mentre Honda dispone di Aleix Espargaro e Takaaki Nakagami. Tuttavia, tra impegni nei test e condizioni fisiche, queste soluzioni non sempre garantiscono competitività.
Per questo motivo, MotoGP Sports Entertainment starebbe valutando un cambiamento radicale: introdurre piloti di riserva permanenti per ciascun costruttore. L’idea è semplice quanto ambiziosa: avere un pilota sempre presente nel paddock, pronto a subentrare in qualsiasi momento durante il weekend.
Un modello già adottato con successo in Formula 1, dove quasi tutti i team dispongono di uno o più reserve driver coinvolti anche in simulatore, test ed eventi promozionali. Ma trasferire questo sistema nel Motomondiale presenta ostacoli significativi.
Il primo è il livello richiesto. Come sottolineato da Davide Tardozzi, team manager Ducati, non è scontato trovare un numero sufficiente di piloti fuori dalla griglia con capacità adeguate alla MotoGP. E gli esempi recenti lo dimostrano: Michele Pirro e Lorenzo Savadori, pur fondamentali nello sviluppo, faticano a ottenere risultati in gara.
Il secondo limite è tecnico: a differenza della Formula 1, la MotoGP non dispone di simulatori avanzati. L’unico modo per preparare un pilota è fargli accumulare chilometri in pista, un’operazione complessa da organizzare in tempi rapidi.
Nonostante ciò, la proposta potrebbe aprire nuove prospettive, soprattutto per i giovani. Seguendo il modello della Formula 1, i costruttori potrebbero ingaggiare talenti della Moto2 come piloti di riserva, integrandoli gradualmente nel mondo MotoGP attraverso test e partecipazioni controllate ai weekend di gara.
Una rivoluzione che richiederebbe anche una revisione del format attuale, magari riducendo il peso del venerdì e creando spazi per far girare nuovi piloti. Alcuni esperimenti, come i test concessi a Celestino Vietti e Izan Guevara, hanno già mostrato il potenziale di questa strada, anche se finora si è trattato di iniziative isolate.
In un contesto segnato da sempre più assenze e da un calendario serrato, l’introduzione di piloti di riserva permanenti potrebbe rappresentare una svolta. Non solo per garantire continuità alla griglia, ma anche per favorire la crescita delle nuove generazioni.
La MotoGP è chiamata a evolversi. E questa potrebbe essere una delle riforme più importanti per il suo futuro.
