Al Mondial de l’Auto di Parigi, lo stand Alfa Romeo ha recitato letteralmente la parte del leone. I riflettori erano puntati sulla nuova, spettacolare concept del Biscione. Presentata in pompa magna in una spettacolare vernice Liquid Ink Red che sfuma al nero, con proporzioni da coupé 2+2 bassa e una linea scultorea, ha un nome evocativo, massima espressione del citazionismo: Cuorerosso. Una concept da salone, lunga 4,70 metri, che promette di incarnare il nuovo linguaggio stilistico delle Alfa di domani. Peccato che all’Alfa serva urgentemente un adesso!
In ogni caso, sotto la superficie lucida della carrozzeria e dietro i proclami circa la massima espressione di una “Bellezza Necessaria”, la sensazione che si respira non è quella di una rinascita, ma quella dell’ennesimo, malinconico esercizio di maquillage nostalgico usato per coprire lo smarrimento strategico e tecnologico di un brand che continua ad aggrapparsi alla sua storia.

La Sindrome del Concept da Salone: Parole al Vento e Piattaforme Condivise
In effetti la Cuorerosso assolve esattamente il suo compito da concept, cioè ammaliare. Elementi come lo scudetto integrato nella carrozzeria (ci perdonino in Alfa Romeo, ma il trilobo non mi va giù in nessun modo), la coda tronca, la soluzione delle porte controvento (già vista ma sempre d’effetto) e l’immancabile profusione di riferimenti (uno su tutti alla mitica 33 Stradale) svolgono appieno il loro lavoro di lasciare a bocca aperta tutti gli addetti ai lavori e i partecipanti alla manifestazione parigina. Ma l’automobilismo non vive solo di “wow”, ma anche di concretezza tecnica; non di rendering, concependo un guscio allestito per avere l’approvazione della stampa, in primis.
Purtroppo, il vero dramma della Alfa Romeo contemporanea sta nel divario abissale tra ciò che viene mostrato nei saloni e la realtà dei concessionari. Due numeri alla mano, la meccanica sotto la veste bellissima della Cuorerosso è un ipotetico 2.9 V6 Nettuno, ma con tecnologia Full Hybrid. Peccato che non ci siano specifiche tecniche su che schema meccanico venga usato per la parte elettrica, quanto sia partecipe alla potenza di sistema, né su che tipo di batteria e collocazione adotti. In ogni caso basta questa dicitura tecnica per creare una suggestione da applauso facile, se non fosse per il fatto che lo stesso management di Alfa Romeo ammetta a denti stretti che si tratta solo di un’ipotesi teorica, senza alcun “disco verde” produttivo.
In sostanza, mentre si tocca lo spettacolare sterzo basato sulla tecnologia steer-by-wire e il display con effetto sovrapposizione e grafica che riprende il magma incandescente, a pochi metri dalla concept c’è una gamma reale che soffre di denutrizione tecnologica. I progetti e i programmi riguardanti le eredi di Giulia e Stelvio vengono continuamente congelati, oppure rimodulati, lasciando i modelli attuali a invecchiare senza aggiornamenti, accompagnandoli verso la fine del 2027 come si fa con un malato terminale.
Un’indecisione nelle scelte che è il peggiore dei mali: prima un’assurda e inappropriata virata cieca verso il 100% elettrico, un miracolo da compiersi entro il 2027; poi la repentina retromarcia sulla piattaforma “multi-energy” senza, comunque, un’idea di come conservare il DNA del Biscione. L’impressione è quella di un management che non guida il marchio verso una propria destinazione, ma rincorre affannosamente le oscillazioni di mercato, con il Gruppo Stellantis, che per inciso non ha certo la capacità reattiva dei cinesi!

Dall’Ingegneria di Razza al Retrò di Marketing
La Cuorerosso è l’ennesimo tributo alla storia del Biscione, ma chi conosce la sua storia sa che l’anima Alfa Romeo non si è mai fondata su uno stemma illuminato o sulla pelle del sedile coordinata. Alfa Romeo era l’eccellenza telaistica, un’architettura sospensiva raffinata e motori capaci di fare scuola al mondo. La piattaforma Giorgio, base di Giulia e Stelvio, dimostra (proprio perché alla base della concept esposta) che, pur con tutte le sue pecche, più commerciali che tecniche, ha un potenziale notevole: un vero capolavoro di ingegneria pura che forma la base di auto votate alla dinamica di guida senza compromessi. Eppure, tale progetto si è fermato senza un’evoluzione che lo abbia traghettato verso un’elettrificazione maggiore o una tecnologia di bordo più moderna, senza snaturare il suo concetto base.
Oggi, infatti, l’identità tecnica del brand rischia di essere annacquata in una standardizzazione industriale di gruppo. La base comune dell’attuale gamma Stellantis può essere sufficiente per rilanciare la Lancia Gamma o la Fiat con la Grizzly, ma appare assolutamente insufficiente per il carattere e il DNA Alfa Romeo. Purtroppo, quando le vetture di serie nascono su piattaforme condivise pensate per ridurre i costi, condividendo organi meccanici, nascono crossover tecnici dove non basta il richiamo al “Cuore Sportivo” e dove un bel vestito suona solo come uno slogan pubblicitario vuoto di contenuti.
Il rischio è che la Cuorerosso rappresenti la classica “foglia di fico”: un bell’esercizio di stile per essere virale sui social, mentre nei piani industriali all’orizzonte si paventano B-SUV ed e-Crossover pensati per fare volume, basati su piattaforme inadeguate e prive di quella specificità tecnica che serve ad alimentare il mito di Arese.

Lo Smarrimento della Missione
In definitiva, la Cuorerosso vorrebbe essere una rassicurante pacca sulla spalla agli Alfisti, come a dire che “Alfa è ancora questa”. In realtà, ne mostra senza veli solo la contraddizione più profonda. Se per emozionare c’è bisogno di citare la 33 Stradale, il cannocchiale degli anni ’60 o la coda tronca della Giulia GTA, significa che il brand fa fatica a definire cos’è la sportività italiana nel presente, ma, cosa ancora più triste, nel futuro!
Alfa Romeo non aveva bisogno di un’altra show-car da ammirare sotto i fari di Parigi. Ha bisogno di piattaforme dedicate con trazione dalla parte giusta del telaio e un bilanciamento dei pesi da vera vettura sportiva, anche utilizzando sistemi ibridi (che siano full hybrid o plug-in), con sistemi ADAS efficienti e infotainment che accompagnino la modernità alla sportività. Per fare questo servono scelte industriali chiare, stabili e non continuamente riscritte a ogni cambio di vento.
Serve partire dalla piattaforma presente sullo scaffale tecnologico di Stellantis, che deve però essere solo la base per una serie di modelli capaci di trasmettere quella superiorità dinamica che nessun display può sostituire. Questo deve essere protagonista esaltando ciò che viene guidato dal driver, così com’era una strumentazione completa di indicatori della Veglia-Borletti sparsi per l’auto: troppi a volte, ma tutti utili!
Fino a quando la passione rimarrà relegata alle concept car da Salone, facendo uscire il genio della lampada ogni volta che si strofina per togliere la polvere per il salone di turno, le concessionarie dovranno ancora fare i conti con una realtà fatta di prodotti riadattati per fare numeri di bilancio. La Cuorerosso può essere l’inizio di una nuova era e può trasformarsi da ennesimo manifesto di una grande storia a qualcosa che non ha paura di guardare al futuro. Guardare avanti senza la rete di protezione del passato; non importa se ci siano benzina o elettroni, l’importante è rimanere Alfa Romeo non solo nell’immagine ma nella sostanza, indicando la via agli altri costruttori senza seguire le mode.


