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Il conflitto tra il budget cap ed i miliardi che circolano in Formula 1

La Formula 1 ha un solo carburante, il denaro. Non c’è da fare facile e futile retorica, la massima formula del motorsport si basa solo esclusivamente su questa linfa vitale. Chi parla di sportività, di valori, riferiti alla F1, o è troppo giovane da capire certe logiche o ha la memoria corta. Nel primo caso gli tocca agli appassionarti più esperti spiegare come funzionano davvero le cose in Formula 1.

Il budget cap, ovvero un tetto di spesa per i team è soluzione paventata da anni, tanti anni. Tutte le volte che se ne parlava poi puntualmente naufragava. In effetti, parlare di tetto di spesa in Formula 1 è come imporre un limite di puntata ad un pokerista incallito di Las Vegas!

La verità, è che quando c’è crisi economica ed il prodotto vende di meno quello che si vende deve avere un maggior margine di guadagno per non perdere profitto. Quindi un tetto di spesa ha più lo scopo di tenere bassi i costi per non perdere terreno in termini di guadagno netto che benevolenza nei confronti dei team.

Basta vedere la mappa economica dei protagonisti che oggi sono in Formula 1 per rendersi conto di come il denaro non sia un problema. Ci sono I ricchi provenienti dai paesi economicamente emergenti come la Carlos Sims e la Claro che sponsorizza Sergio Perez. Un gruppo che racchiude anche colossi della telefonia come Telmex, tra i primi 30 uomini più ricchi al mondo.

Eppure nonostante una sponsorizzazione che avrebbe fatto la felicità di tutto il paddock, o quasi, Perez ha fatto fatica a trovare spazio alla RedBull in primo momento. Questo perchè il patron del tram è un certo Dietrich Mateschitz amministratore dell’omonima azienda Red Bull produttrice di bevande ha un potere economico superiore da potersi permettere di fare a meno di una sponsorizzazione simile. Si tratta di un personaggio che compra un team in difficoltà per poi vincere quattro titoli mondiali.

Anche i piloti al giorno d’oggi non se la passano poi tanto male. Si parla tanto di un tetto di ingaggio, ma a voler guardare bene Lewis Hamilton che di mondiali ne ha vinto ben sette guadagna circa 55 milioni di dollari. Con sponsorizzazioni ed attività collaterali si parla di un massimo pari a 500 milioni di dollari all’attivo ad oggi. Giusto per citare i record, Schumaecher nel suo periodo di corse ha maturato qualcosa come 800 milioni di dollari. Bisogna però dire che il tedesco aveva il volano dettato da mito Ferrari. Schumacher non ha mai nascosto il fatto che guadagnasse più perdendo con la Ferrari che vincendo con due mondiali con la Benetton-Renault.

Questo ,giusto per capire quanto potrebbe guadagnare Hamilton se corresse son la Ferrari anche nelle condizioni disastrose in cui oggi si trova il team di Maranello. In ogni caso è opinione personale che chi corre in macchina e corre il rischio di lasciarci la pelle ha il diritto di chiedere quello che vuole ad un team. Il caso Grosjean dimostra che nonostante tutto quest’attività è sempre e comunque pericolosa.

Gli appassionati applaudono al ritorno della piste leggendarie come Imola, soprattutto in soccorso alla Libery media mentre i paesi emergenti si sono dileguati nel momento della difficoltà maggiore. Ma c’è poco da stare sereni. Il Dio denaro non lo fermano, ne le questioni di principio ne conosce gratitudine e riconoscimento. I nuovi organizzatori hanno abbastanza potenza economica da poter imporre un calendario diverso a scapito delle piste storiche nonostante il lodevole impegno nel 2020.  

Di recente è la notizia di un secondo Gp negli USA si correrà sull’ennesimo tracciato creato apposta all’interno dei possedimenti del magnate di turno. Ci sono governi come quello del Bahrain direttamente impegnati nella gestione dell’evento letteralmente inamovibili. Basta solo pensare alla questione Montecarlo. Una pista anacronistica, criticata da tutti, ma guai a metterci le mani o pensare anche solo minimamente di toglierla dal calendario senza creare un incidente diplomatico ed una rovina per tutti al livello economico.

Liberty Media del resto non è un ente benefico. Non produce spettacolo per la semplice gioia degli spettatori. Produce uno show che deve far si che la felicità di chi lo guarda porti tanta ricchezza. L’interesse sempre crescente delle piattaforme di intrattenimento moderne, che sfruttano al massimo l’interattività della rete, porterà una valanga di denaro che cambierà i rapporti di forza tra chi corre e chi deve mostrare lo show. 

Sono addirittura cambiati i piloti paganti. Quelli che da sempre pagano il team, tanto di tasca propria qunto con sponsorizzazioni. Oggi ci sono casi in cui il papà danaroso non compra il sedile, compra tutta la macchina, intesa come intero team. Sono sotto gli occhi di tutti i casi Stroll e Mazepin. Non ultimo papà Latifi ha investito ingenti somme nel team McLaren per non sperare di inserire il figliolo in uno dei team più prestigiosi.

Già il Vecchio Bernie Ecclestone aveva intuito agli albori degli anni 70 il potenziale economico del baraccone che rappresenta la Formula 1. Un complesso economico che non conosce freni nella sua crescita, in grado di attirare sempre capitali indipendentemente dal periodo o dalle crisi economiche. La storia della F1 ha visto protagonisti le grandi lobby del tabacco, aziende frutto della bolla economica dei folli anni 80, passando per l’avvento di Silicon Valley, fino alle grandi aziende finanziarie che oggi mostrano i loro loghi orgogliosamente sulle fiancate delle monoposto, e continuerà a macinare denaro cambiando la fonte di sostentamento di volta in volta adattandosi alla situazione.

Una potenza economica che non arresterebbe la sua crescita generando sempre comunque profitti. Quindi avere per i team un tetto di spesa, rappresenta più un modo politicamente corretto di apparire al grande pubblico in difficoltà nella pandemia e ciò che sarà il post pandemia che una reale necessità. Se un team dovesse fallire, anche blasonato, sarebbe rilevato o sostituito senza grossi problemi.

Ma le corse, quelle vere, quelle pure, fatte di ricerca spasmodica di ogni espediente tecnico per essere sempre più veloce, anche per un solo millesimo, vengono messe in disparte. Oggi I team devono calcolare cosa aggiornare, come aggiornarlo, come gestire il denaro per fare gli sviluppi, per non togliere risorse per la stagione successiva.

Il 2022 sarà oggetto di un cambiamento impegnativo, quindi logico che i team non avranno denaro per sviluppare le monoposto 2021. Il risultato sarà un mondiale a due velocità. Chi ha lavorato bene in inverno viaggerà di rendita e lotterà per il mondiale. Chi annaspa alle spalle dei primi, non avrà spazio per riprendersi. Il risultato sarà un mondiale che rischia di appiattirsi dal punto di vista della competitività già dalla metà stagione. Una stagione che potrebbe diventare lunga come “Via con vento!” con le sue 23 gare se Verstappen molla!

La seconda parte del campionato 2021, mostrerà quasi sicuramente come la scelta di mettere un tetto alla gestione del budget si possa trasformare in un boomerang contro lo spettacolo. Il danno maggiore lo potrebbero avere i tifosi, quelli che hanno come solo motore la passione.

Daniele Amore

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