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Casey Stoner, due titoli e due mondi diversi: perché il Mondiale Ducati fu il più duro

Casey Stoner appartiene a una ristrettissima élite di piloti capaci di vincere il Mondiale 500cc/MotoGP con più di un costruttore. Ma se i numeri raccontano due titoli iridati, con Ducati nel 2007 e con Honda nel 2011, è lo stesso campione australiano a chiarire come dietro quelle vittorie si nascondano storie profondamente diverse.

Il primo trionfo, quello con Ducati, resta uno dei più sorprendenti della storia della MotoGP. Al debutto sulla Desmosedici nel 2007, Stoner lasciò il paddock senza parole: dieci vittorie, 14 podi in 18 gare e il primo titolo mondiale per la casa di Borgo Panigale. Un successo costruito quasi in solitaria, se si considera che il miglior altro pilota Ducati, Loris Capirossi, chiuse settimo in classifica con meno della metà dei punti del compagno di marca.

«Il titolo più difficile? Senza dubbio quello con Ducati», ha raccontato Stoner durante una recente visita nel paddock MotoGP. «La moto era incredibilmente difficile da guidare. Ogni weekend era una battaglia, era complicatissimo farla funzionare nella finestra giusta. È stato molto stressante».

Un successo arrivato anche nonostante problemi tecnici e un contesto in rapido cambiamento. Con l’inizio dell’era delle 800cc, Ducati colse inizialmente di sorpresa i costruttori giapponesi, ma il vantaggio si assottigliò rapidamente. Nel 2008 Stoner fu comunque vicecampione alle spalle di Valentino Rossi, con sei vittorie, mentre nel 2009 e 2010 il bottino scese rispettivamente a quattro e tre successi, anche a causa di problemi fisici.

Eppure, anche negli anni più difficili, il confronto interno parlava chiaro: nei quattro anni in rosso, Stoner ottenne 23 vittorie contro una sola del resto dello schieramento Ducati. Un dato che sottolinea quanto fosse centrale il suo talento in quel progetto. Nel 2011, l’addio a Borgo Panigale e il passaggio in Honda segnarono l’inizio di una nuova fase.

Con la RC213V, Stoner trovò subito una moto competitiva e un ambiente più stabile. Il risultato fu un dominio immediato: dieci vittorie e il secondo titolo MotoGP, conquistato con apparente facilità. «Con Honda, in quella stagione, tutto è filato liscio», ha spiegato l’australiano. «Abbiamo commesso qualche errore, ma il campionato è andato via in modo molto regolare».

Eppure, paradossalmente, è proprio il titolo Honda quello che Stoner indica come il più significativo dal punto di vista personale. «Probabilmente quello con Honda», ha ammesso. «Perché per tanto tempo abbiamo ricevuto critiche. Solo quando sono passato in Honda la gente ha capito davvero cosa stavamo facendo con Ducati».

Secondo Stoner, il riconoscimento del lavoro svolto con la Desmosedici arrivò solo a posteriori, quando altri piloti cambiarono costruttore e il confronto diretto divenne evidente. «Io e il mio team non abbiamo mai ricevuto il giusto credito fino a quel momento. Con Honda, invece, è stato subito più facile essere competitivi».

Dopo aver aggiunto altre cinque vittorie nel 2012, stagione condizionata dagli infortuni, Casey Stoner decise di ritirarsi a soli 27 anni. Un addio precoce, che ha contribuito a rendere ancora più leggendaria una carriera breve ma straordinaria, divisa tra due mondi opposti e un talento capace di fare la differenza come pochi altri nella storia della MotoGP.

Alessio Mazzocco
Alessio Mazzoccohttps://www.giornalemotori.com
Appassionato di fotografia e di motori

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