Quando Juan Manuel Fangio lasciò la Ferrari per passare alla Maserati, anche la supremazia traslocò dalla casa di Maranello a quella dei nemici giurati di Modena. Il Fangio del 1957 fu il miglior Fangio mai visto. E se c’è mai stata una gara nella quale l’argentino, ormai quarantaseienne, abbia toccato i suoi limiti estremi (dove essi fossero realmente, non lo sapeva nemmeno lui), fu sicuramente il Gran Premio di Germania del 1957 al Nurburgring. Fangio pilotava la Maserati 250F: un motore 6 cilindri, che sviluppava 270 Cv a 7800 giri/min, spingeva la monoposto che era stata alleggerita fino a 630kg.
Già durante le prove Fangio dimostrò a tutti che teneva bene in pugno sia il circuito più difficile del mondo, sia i suoi avversari. Col tempo di 9:25,6 si assicurò la pole position. Accanto a lui nella prima fila c’erano Hawthorne su Ferrari (9:28,4), Bhera su Maserati (9:30,5) e Collins su Ferrari (9:34,7), in seconda fila Schell su Maserati e Moss con la Vanwall. Il direttore delle corse Maserati, Ugolini, aveva ideato piano di partire con metà carburante necessario e fare il pieno solo al cambio gomme. In Ferrari invece scelsero di non effettuare soste: strategie e tattiche degli anni 50 che anche oggi possono determinare l’esito di un Gran Premio. Le Ferrari di Hawthorne e Collins erano in testa. Nel suo secondo giro, Hawthorne stabilì un niovo primato assoluto in gara con 9:37,9, subito stracciato da Fangio in 9:34,6 che alla fine del giro sorpassò Collins nell’uscita del tornante della Sudkehre. Nel tratto verso Adenaut, l’argentino si avventò sul leader della corsa. Hawthorne su sorpassato prima da Fangio e poco dopo anche da Collind.
Dopo un terzo giro in 9:33,4 le due Ferrari erano sparite dagli specchietti di Fangio. Ottavo giro: con 9:30,8 l’argentino riesce a distanziare gli inseguitori di ben 28 secondi. Nel dodicesimo giro si assicura con un tempo di 9:29,5 un cuscino di 31 secondi per la sosta ai box. Ma stranamente i meccanici Maserati agirono come addormentati durante il cambio delle gomme ed il rifornimento: mentre ancora stavano martellando con le loro mazzuole di rame per sbloccare i dadi centrali delle ruote, le due Ferrari passarono rombanti davanti allo sguardo amaro di Fangio. Quando finalmente riprese la corsa, aveva accumulato un minuto di distacco. Al quattordicesimo giro Collins conservava ancora un vantaggio di 48 secondi. Hawthorne sorpassò Collins, e al 17° passaggio, quando la Maserati si era già un pò alleggerita, Fangio partì all’attacco. “Ho provato a guidare con una marcia più alta nelle curve”, avrebbe dichiarato a fine gara. Ma non solo: l’argentino integrò zolle erbose e strisce sabbiose nella sua linea ideale, ritardava tutte le frenate oltre i limiti e accelerava sempre prima. Nelle combinazioni di curve faceva serpeggiare la Maserati con brutali colpi di acceleratore, sbandava e slittava dappertutto, e sui dossi si staccava dal suolo. Al 19° giro il distacco dalla coppia di ferraristi in testa, si era ridotto a solo 13 secondi. Con un incredibile 9:17,4 si portò fino a 3 secondi. Prima passò Collins che però lo riprese subito. Ma Fangio stava correndo la gara della sua vita, e gli mostrò definitivamente il tubo di scarico. Dopo 22 giri passò il traguardo con 3,6 secondi davanti ad Hawthorne. In quell’anno Fangio divenne per la quinta volta Campione del Mondo, un record rimasto imbattuto per decenni e infranto solamente dal tedesco Schumacher nel 2003.
