La domanda che ho volutamente mettere in risalto nel titolo di questo breve articolo, di questa breve riflessione più che altro, non è casuale. Non è la prima volta, infatti, che si combatte questa battaglia per mantenere vivo il ricordo di personaggi della Storia, dello sport o di qualsivoglia branca. Anzi, a volte viene proprio cancellato. Eppure, non tutti, fortunatamente, dimenticano facilmente. Vi vorrei invitare a partire, con me, da un aneddoto personale. Premetto che questo articolo non sarà una storia delle gesta di Bettega, Toivonen e Cresto, ma sarà un flusso di coscienza che, credo, molti di voi, cari lettori, avranno condiviso con il sottoscritto. Ma torniamo a noi.
Silenzio
Ero molto piccolo, avrò avuto probabilmente 6 anni, quando, spostando con mio papà una mensola in garage, è caduto da chissà dove, un quadretto. Chiamarlo quadretto è un eufemismo, diciamo che si trattava più di un pezzo di cartone, decorato con carta stagnola ai lati per dare un senso di “argentato”. Al centro campeggiava un’auto che un piccolo appassionato di motori come me conosceva benissimo: una Lancia Delta S4. Molti di voi saranno scettici nel credere a questa affermazione ma, dando fiducia sulla mia parola, un amante del motorsport conosce il suo primo Gran Turismo non appena riesce a mettere a fuoco i primi ricordi. E su Gran Turismo 4 la S4 c’era eccome.
Chiesi al mio babbo di chi fosse quell’auto che, ricordo, staccava di poco tutte e 4 le ruote da terra. La foto era ingiallita e rovinata in quanto era un ritaglio da un foglio di giornale. Lui la raccolse e, facendo probabilmente finta di non sentirmi, la mise da parte. Chi mi conosce sa quanto io sappia essere ficcanaso e logorroico ma, in maniera direttamente proporzionale, più io chiedevo più mio papà diventava silenzioso. Un fatto insolito ma lasciai perdere accostando il tutto nel giro di pochi minuti.
Le foto raccontano più storie delle parole
Quella Lancia Delta, con il numero 4 sulla portiera, la rividi ancora in un lungometraggio realizzato dalla Gazzetta dello Sport. Ricordo si trattava di una raccolta di DVD narranti la storia di tutti quegli eroi delle quattro ruote, da Carlos Sainz a Colin McRea passando per Makinen e molti altri. Non ricordo come si chiamasse quella cassetta sui famigerati Gruppi B (od era, forse, sulla Lancia ?). Rimembro, però, ancora quelle immagini di quel Rally di Corsica 1986. L’auto bianca che esce dal tornante, che si tuffa quasi perdendosi tra gli alberi dell’isola francese. D’un tratto la fine. Un’esplosione devastante. Non ho mai pianto di fronte ad un documentario ma quella volta le lacrime scesero come avessi visto la morte di un caro, di un amico. Non so davvero spiegarmi il perché.
Henri Toivonen, il freddo finlandese e Sergio Cresto erano periti arsi vivi all’interno della loro Lancia Delta S4. Toivonen e Cresto avevano moltissimo da dare al mondo dei rally, quell’auto è diventata l’icona delle corse ma anche di quanto il motorsport sia dannatamente schifoso nel momento in cui succedono queste cose. Solo poco tempo dopo, venni alla conoscenza della storia di Attilio Bettega. Il veloce pilota italiano perse la vita un anno esatto prima di Toivonen e Cresto, sempre in Corsica, sempre su una Lancia (la 037 in quel caso), sempre con il numero 4 sulla portiera.
Esiste forse il destino ?
Forse, in quel momento, capii molte cose. Il silenzio di mio papà, la disperazione che vissi a vedere quelle immagini accadute più di 10 anni prima della mia nascita. In quel momento ci si rende conto di quanto si possa essere piccoli di fronte a quello che io chiamo Destino, voi chiamatelo come volete. E’ stato un errore di Bettega, Toivonen e Cresto ? E’ stato, come ho sentito dire, un complotto per eliminare Lancia dai rally ? E’ stata colpa dei tecnici che hanno tolto gli estintori da quel mostro da 800 cv (forse 1000, forse 600) per farlo andare più veloce ? Non lo so e tanto meno non mi interessa.
Quello che è certo è che il ricordo di quei tre ragazzi: di Bettega, Toivonen e Cresto non si cancellerà mai. Come quella foto sbiadita e rovinata ma conservata, ancora gelosamente, all’interno del cassetto personale di mio papà.
