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	<title>La tecnica &#8211; Giornalemotori</title>
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		<title>comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 14:10:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo dell’auto si muove inesorabilmente verso l’elettrificazione. In questo scenario, il vero ponte tecnologico tra la propulsione tradizionale endotermica e la trazione puramente elettrica è rappresentato dall’ibridazione. Un sistema propulsivo di tipo ibrido, in cui la componente termica e quella elettrica collaborano attraverso una raffinata gestione elettronica, costituisce la soluzione ideale per un passaggio [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il mondo dell’auto si muove inesorabilmente verso l’elettrificazione. In questo scenario, il vero ponte tecnologico tra la propulsione tradizionale endotermica e la trazione puramente elettrica è rappresentato dall’ibridazione. Un sistema propulsivo di tipo ibrido, in cui la componente termica e quella elettrica collaborano attraverso una raffinata gestione elettronica, costituisce la soluzione ideale per un passaggio graduale alla mobilità del futuro. In questa panoramica vogliamo mettere a confronto tecnico i principali competitor sul piano della tecnologia Full Hybrid (HEV), analizzando le soluzioni ingegneristiche giapponesi, coreane ed europee, senza trascurare le proposte agguerrite e arrembanti dei costruttori cinesi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/07/6d26a4a3fcac4fc095bc6bac16f624e9tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzAwMjE4NDE1ODc2-1024x683.png" alt="6d26a4a3fcac4fc095bc6bac16f624e9tplv tnf8g33v4j watermark v2 MzAwMjE4NDE1ODc2" class="wp-image-176232" title="comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 1" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/6d26a4a3fcac4fc095bc6bac16f624e9tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzAwMjE4NDE1ODc2-1024x683.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/6d26a4a3fcac4fc095bc6bac16f624e9tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzAwMjE4NDE1ODc2-768x512.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/6d26a4a3fcac4fc095bc6bac16f624e9tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzAwMjE4NDE1ODc2-300x200.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/6d26a4a3fcac4fc095bc6bac16f624e9tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzAwMjE4NDE1ODc2-696x464.png 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/6d26a4a3fcac4fc095bc6bac16f624e9tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzAwMjE4NDE1ODc2.png 1536w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 14</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Le architetture dei competitor: Oriente e Occidente a confronto</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La nostra analisi tecnica parte dal colosso cinese <strong>Chery</strong> (che motorizza i brand Omoda e Jaecoo) con il sistema <strong>SHS-H (Super Hybrid System)</strong>, basato su una trasmissione DHT a 3 rapporti accoppiata a un 1.5 turbo-benzina. È uno schema serie-parallelo a prevalenza elettrica, in cui due motori elettrici integrati nel cambio lavorano a stretto contatto con il termico per abbassare i giri di quest&#8217;ultimo a velocità medio-basse, a fronte di una maggiore complessità di calibrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema <strong>Dongfeng Mach DH-i</strong> è tra i più complessi sul mercato, fondendo il Power Split (stile Toyota) con un cambio DHT a 4 rapporti per ottimizzare l&#8217;efficienza meccanica diretta dell&#8217;endotermico a qualsiasi velocità, soprattutto nei transitori autostradali. Si tratta di un sistema che si pone il compito di funzionare tanto in seriale, quando in parallelo, e alternando il modo misto a seconda della ncessità dando la prevalenza alla trazione elettrica o allungare con l&#8217;endotermico. Ma come tutte le cose troppo complesse, come vedremo ha i suoi limiti di funzionamento. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>Geely</strong>, con le tecnologie <strong>NordThor Hi-F / Leishen DHT Pro</strong>, adotta un sistema misto serie-parallelo con trasmissione planetaria DHT a 3 marce. La sua gestione permette di innestare la trazione termica diretta già intorno ai 20 km/h nel tentativo di garantire al motore endotermico di funzionare più spesso ma nel punto di massima efficienza.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/07/662cdbe83ea84c4fbafa71b7328b6a20tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzI4OTU4ODg1Mzgw-1024x683.png" alt="662cdbe83ea84c4fbafa71b7328b6a20tplv tnf8g33v4j watermark v2 MzI4OTU4ODg1Mzgw" class="wp-image-176233" title="comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 2" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/662cdbe83ea84c4fbafa71b7328b6a20tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzI4OTU4ODg1Mzgw-1024x683.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/662cdbe83ea84c4fbafa71b7328b6a20tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzI4OTU4ODg1Mzgw-768x512.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/662cdbe83ea84c4fbafa71b7328b6a20tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzI4OTU4ODg1Mzgw-300x200.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/662cdbe83ea84c4fbafa71b7328b6a20tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzI4OTU4ODg1Mzgw-696x464.png 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/662cdbe83ea84c4fbafa71b7328b6a20tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzI4OTU4ODg1Mzgw.png 1536w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 15</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte giapponese, l&#8217;<strong>e:HEV</strong> di <strong>Honda</strong> si presenta come un ibrido in serie a prevalenza elettrica di raffinata ingegneria: la trazione è elettrica per l&#8217;80% delle situazioni urbane e interurbane, con il motore endotermico che si accende per fungere da generatore ma nel suo punto di maggiore efficienza. Ad alta velocità una frizione a bagno d&#8217;olio collega direttamente l&#8217;endotermico alle ruote tramite un rapporto fisso (overdrive) solo a velocità stabilizzate. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I coreani di <strong>Hyundai e Kia</strong> scelgono invece il sistema <strong>Smartstream TMED</strong>, un ibrido parallelo puro di scuola europea, in cui un singolo motore elettrico sincrono è inserito in un cambio automatico tradizionale a 6 rapporti al posto del convertitore di coppia. Un sistema che non necessita di variare il proprio stile di guida rispetto al passato. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nissan</strong> propone l&#8217;<strong>e-Power</strong>, un ibrido in serie puro al 100%: le ruote sono collegate esclusivamente al motore elettrico di trazione tramite un riduttore a rapporto fisso, mentre il termico funge unicamente da generatore di corrente. In sostanza è una vettura elettrica con un generatore di energia, una derivazione più semplice dei sistemi extender.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/07/78eff65dad8b4d53bfc43fae8cc25084tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzI4NDUwMzIwNjQ0-1024x683.png" alt="78eff65dad8b4d53bfc43fae8cc25084tplv tnf8g33v4j watermark v2 MzI4NDUwMzIwNjQ0" class="wp-image-176234" title="comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 3" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/78eff65dad8b4d53bfc43fae8cc25084tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzI4NDUwMzIwNjQ0-1024x683.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/78eff65dad8b4d53bfc43fae8cc25084tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzI4NDUwMzIwNjQ0-768x512.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/78eff65dad8b4d53bfc43fae8cc25084tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzI4NDUwMzIwNjQ0-300x200.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/78eff65dad8b4d53bfc43fae8cc25084tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzI4NDUwMzIwNjQ0-696x464.png 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/78eff65dad8b4d53bfc43fae8cc25084tplv-tnf8g33v4j-watermark-v2_MzI4NDUwMzIwNjQ0.png 1536w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 16</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">A rappresentare l&#8217;Europa <strong>Renault</strong> con il sistema <strong>E-Tech</strong>, basato su un cambio automatico &#8220;Multi-mode&#8221; privo di frizione e sincronizzatori meccanici, in cui gli innesti (4 marce per il termico, 2 per l&#8217;elettrico) sono gestiti da un motorino elettrico secondario (HSG) ad innesti a denti dritti (<em>dog clutch</em>), offrendo fino a 15 combinazioni di funzionamento. Vederlo smontato, ci si accorge del potenziale dell&#8217;ingegno europeo, ma anche della miopia commerciale quando poi di deve fare i conti con i costi delle buone idee. </p>



<p class="wp-block-paragraph">A chiudere la panoramica è il sistema <strong>SAIC Hybrid Plus</strong> di <strong>MG</strong>, un misto serie-parallelo con cambio a 3 rapporti che sfrutta un potente motore elettrico principale per privilegiare la marcia cittadina, accoppiando il termico solo alle alte andature per evitare l&#8217;effetto slittamento. Un sistema che limita il potenziale dei colleghi cinesi per scelte che lo rendono il più economico ma anche difficile da gestire. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sullo sfondo rimane il pioniere indiscusso: il sistema <strong>HSD (Hybrid Synergy Drive) di Toyota</strong> giunto alla 5ª generazione, un collaudatissimo schema Power Split a rotismo epicicloidale (e-CVT) privo di frizioni e marce fisiche, oggi ulteriormente miniaturizzato e alleggerito. Toyota anno dopo anno, continua a reggere gli attacchi della concorrenza migliorando il suo sistema anche quando sembra che sia arrivato al suo limite. </p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="640" height="640" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/07/dongfeng-motore-mach-1-5t-hybrid-1.jpg" alt="dongfeng motore mach 1 5t hybrid 1" class="wp-image-176236" style="width:1031px;height:auto" title="comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 4" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/dongfeng-motore-mach-1-5t-hybrid-1.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/dongfeng-motore-mach-1-5t-hybrid-1-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/dongfeng-motore-mach-1-5t-hybrid-1-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption>comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 17</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Sotto il cofano: L&#8217;analisi dei motori endotermici</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Valutando il rendimento termico, la raffinatezza del ciclo di combustione (Atkinson/Miller) e l&#8217;ottimizzazione per il funzionamento ibrido, le unità migliori in assoluto risultano quelle di <strong>Dongfeng</strong> e <strong>Geely</strong>. I loro 1.5 Turbo dedicati raggiungono rendimenti termici certificati superiori al 45% (45.5% per Dongfeng) grazie a rapporti di compressione geometrici elevatissimi, iniezioni ad alta pressione e cicli Miller esasperati. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Al secondo posto si colloca il propulsore <strong>Toyota Dynamic Force</strong> 1.5 litri tre cilindri, piuttosto ruvido nel suo funzionamento e gli eccellenti (1.8/2.0 litri). Entrambi ottengono un funzionamento a un ciclo Atkinson non in modo canonico ma attraverso la logica di apertura differenziata delle valvole garantendo un rendimento del 41%. Un motore granitico, privo di cinghia servizi e progettato per avviarsi senza vibrazioni. Della serie meno efficienza me indistruttibile. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il podio è completato dai motori <strong>Honda</strong> nella versione 1.5 litri aspirato ma soprattutto con l&#8217;eccellente 2.0 litri entrambi ad iniezione diretta, che sfruttano, come Toyota, l&#8217;evoluzione del sistema VTEC per l&#8217;alzata variabile delle valvole, lavorando quasi sempre come un gruppo elettrogeno a rendimento costante (oltre il 40%).</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="716" height="432" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/07/Nissan_Altima_VC_Turbo_engine___Photo_06.jpg" alt="Nissan Altima VC Turbo engine Photo 06" class="wp-image-176237" style="width:1012px;height:auto" title="comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 5" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/Nissan_Altima_VC_Turbo_engine___Photo_06.jpg 716w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/Nissan_Altima_VC_Turbo_engine___Photo_06-300x181.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/Nissan_Altima_VC_Turbo_engine___Photo_06-696x420.jpg 696w" sizes="(max-width: 716px) 100vw, 716px" /><figcaption>comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 18</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Un vero gioiello tecnologico, invece, è il 1.5 tre cilindri di <strong>Nissan</strong>, l&#8217;unico propulsore al mondo a rapporto di compressione variabile (VCR) in grado di funzionare con un vero ciclo Atkinson. La sua biella, infatti, cambiando la geometria è in grado di far oscillare il rapporto di compressione da un valore di 8.0 (per le massime prestazioni) a 13.5 (per la massima efficienza a carico parziale); la sua complessità costruttiva e l&#8217;utilizzo limitato alla sola generazione di corrente ne frenano tuttavia il potenziale dinamico. In ogni caso, la particolare soluzione adottata per il manovelismo azzera quasi completamente le vibrazioni e la ruvidità di funzionamento tipica dei tre cilindri migliorando anche l&#8217;affidabilità complessiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I propulsori di <strong>Chery</strong> e <strong>MG</strong> (rispettivamente 1.5 turbo per Chery e aspirato per MG) offrono rendimenti solo discreti, legati alle trasmissioni multi-marcia per rendere al meglio, ma con una logica di utilizzo della trasmissione che non aiuta molto allo scopo. Il nuovo 1.8 aspirato di <strong>Renault</strong> è un&#8217;unità collaudata e robusta, mentre per le versioni più potenti del sistema e-Tech c&#8217;è un tre cilindri Turbo 1.2 litri che è all&#8217;antitesi rispetto per esempio al tre cilindri di Nissan ed anche rispetto ad un propulsore tradizionale come il tre cilindri Toyota. In sostanza in Renault usano propulsori di concezione tradizionale e con un rendimento inferiore ai concorrenti asiatici vanificando la bontà del progetto e-Tech.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiude la coppia <strong>Hyundai/Kia</strong>, che, come in Renault, utilizza un motore tradizionale sia per il 1.6 litri aspirato riservato alle vetture medio piccole che il 1.6 Turbo riservato alle medio-grandi. In entrambi i casi viene sviluppato al suo massimo potenziale la la tecnologia CVVD (variazione continua della durata delle valvole). Questa scelta consente di ottenere un&#8217;architettura flessibile prestata anche alle vetture puramente termiche, mostrando così qualche limite di specializzazione rispetto ai rivali giapponesi e ai nuovi turbo cinesi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/07/80a5fe24cc1448749d99b696578085b0tplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2730_1536-1024x576.png" alt="80a5fe24cc1448749d99b696578085b0tplv tnf8g33v4j ai watermark resize 2730 1536" class="wp-image-176238" title="comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 6" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/80a5fe24cc1448749d99b696578085b0tplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2730_1536-1024x576.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/80a5fe24cc1448749d99b696578085b0tplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2730_1536-768x432.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/80a5fe24cc1448749d99b696578085b0tplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2730_1536-1536x864.png 1536w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/80a5fe24cc1448749d99b696578085b0tplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2730_1536-2048x1152.png 2048w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/80a5fe24cc1448749d99b696578085b0tplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2730_1536-300x169.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/80a5fe24cc1448749d99b696578085b0tplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2730_1536-696x392.png 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/80a5fe24cc1448749d99b696578085b0tplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2730_1536-1920x1080.png 1920w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/80a5fe24cc1448749d99b696578085b0tplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2730_1536-scaled.png 2000w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 19</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading"> I motori elettrici: Densità di potenza e spinta</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Essendo di fatto una vettura elettrica con gruppo elettrogeno, il primato del motore elettrico di trazione spetta a <strong>Nissan</strong>: l&#8217;unità del sistema e-Force eroga ben 150 kW (204 CV) e oltre 330 Nm di coppia, garantendo la fluidità tipica di un&#8217;elettrica pura (BEV) senza avvertibili cali di spinta in allungo. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Honda</strong> segue da vicino sviluppando in proprio unità sincrone a magneti permanenti estremamente compatte e reattive da 122cv per la jazz ai 130cv per la HR-V fino ai 184 CV e 315 Nm. Sebbene paghino una leggera flessione della coppia alle alte velocità, ma la loro compattezza e leggerezza ma soprattutto la ridotta inerzia delle componenti interne assicura una reattività maggiore rispetto allo stesso propulsore elettrico di Nissan.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> Anche <strong>MG</strong> propone un unico motore elettrico generoso da 136 CV, ideale per dare brio alle vetture di segmento B ma meno incisivo al salire di peso e categoria. Il trio cinese <strong>Geely/Dongfeng/Chery</strong> si affida a unità elettriche integrate nelle trasmissioni DHT dall&#8217;elevata densità di potenza, la cui efficacia dinamica rimane tuttavia legata alla complessità dei flussi energetici di sistema. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/07/64883d5faaa04aa9b0b990d6ec08796dtplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-1024x683.png" alt="64883d5faaa04aa9b0b990d6ec08796dtplv tnf8g33v4j ai watermark resize 2508 1672" class="wp-image-176239" title="comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 7" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/64883d5faaa04aa9b0b990d6ec08796dtplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-1024x683.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/64883d5faaa04aa9b0b990d6ec08796dtplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-768x512.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/64883d5faaa04aa9b0b990d6ec08796dtplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-1536x1024.png 1536w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/64883d5faaa04aa9b0b990d6ec08796dtplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-2048x1365.png 2048w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/64883d5faaa04aa9b0b990d6ec08796dtplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-300x200.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/64883d5faaa04aa9b0b990d6ec08796dtplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-696x464.png 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/64883d5faaa04aa9b0b990d6ec08796dtplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-1920x1280.png 1920w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/64883d5faaa04aa9b0b990d6ec08796dtplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-scaled.png 2000w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 20</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Toyota</strong>, pur avendo potenziato e alleggerito i propri motori MG2 nella 5ª generazione dell&#8217;HSD, mantiene la trazione elettrica vincolata alla logica del rotismo epicicloidale che limita l&#8217;efficienza del motore elettrico nello sfruttamento delle sue caratteristiche di coppia e potenza. In ogni caso in Toyota stanno progressivamente aumentando la potenza della macchina elettrica spostando il funzionamento del sistema verso un misto serie/parallelo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In coda troviamo prima <strong>Renault</strong>, il cui motore elettrico principale pur se piccolo per potenza erogata è al quanto reattivo. Purtroppo la sua spinta viene frammentata nonostante nella trasmissione ci siano due marce dedicate e la possibilità di usare altre combinazioni per funzionare in parallelo con il motore endotermico. Le logiche d&#8217;innesto del cambio Multi-mode ne penalizzano l&#8217;efficienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> Il gruppo <strong>Hyundai/Kia</strong>, adotta un&#8217;unità singola da soli 65 e 69cv integrata nel cambio: una potenza limitata che riduce la possibilità di marcia in EV sotto carico e sconta la mancanza di efficienza per le dissipazioni meccaniche della trasmissione a 6 marce, mentre funzionerebbe meglio se vincolato ad un rapporto unico. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/07/9d9b824aa1a649bea427abbd7020ee8ctplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-1024x683.png" alt="9d9b824aa1a649bea427abbd7020ee8ctplv tnf8g33v4j ai watermark resize 2508 1672" class="wp-image-176240" title="comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 8" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/9d9b824aa1a649bea427abbd7020ee8ctplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-1024x683.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/9d9b824aa1a649bea427abbd7020ee8ctplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-768x512.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/9d9b824aa1a649bea427abbd7020ee8ctplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-1536x1024.png 1536w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/9d9b824aa1a649bea427abbd7020ee8ctplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-2048x1365.png 2048w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/9d9b824aa1a649bea427abbd7020ee8ctplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-300x200.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/9d9b824aa1a649bea427abbd7020ee8ctplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-696x464.png 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/9d9b824aa1a649bea427abbd7020ee8ctplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-1920x1280.png 1920w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/9d9b824aa1a649bea427abbd7020ee8ctplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-scaled.png 2000w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 21</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">I generatori: Convertire l&#8217;energia termica in corrente</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Nella conversione dell&#8217;energia cinetica del motore termico in elettricità, è ancora la <strong>Nissan</strong> primeggiare grazie a un suo generatore ampiamente sovradimensionato, indispensabile per sostenere i massimi carichi di trazione del suo schema in serie. <strong>Honda</strong> si colloca subito dietro con un motogeneratore coassiale collegato direttamente sull&#8217;albero del motore elettrico di trazione ed al motore endotermico. Questa soluzione è capace di un&#8217;eccellente costanza di generazione pur con una potenza massima inferiore a quella di Nissan. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema HSD di <strong>Toyota</strong> possiede un&#8217;ottima unità MG1 che, oltre a ricaricare la batteria, varia dinamicamente il rapporto virtuale dell&#8217;e-CVT. Il sistema d quinta generazione beneficia anche di un nuovo inverter aggiornato che riduce le perdite di conversione. Il trio cinese <strong>Dongfeng/Geely/Chery</strong> utilizza generatori integrati nelle trasmissioni DHT dall&#8217;efficienza discreta. Soprattuto sono condizionati da regimi di funzionamento non sempre ottimali a causa delle logiche del cambio multi-rapporto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>MG</strong> risente, invece, nel generare l&#8217;energia necessaria, della minore potenza del suo motore termico aspirato durante i picchi di richiesta energetica. In casa <strong>Renault</strong>, la complessità meccanica delega la sincronizzazione del cambio e la generazione di energia a un piccolo motorino d&#8217;avviamento HSG, non riesce a eguagliare la costanza dei rivali, nemmeno del generatore Toyota che pure deve sovraintendere ad due funzioni. Fanalino di coda sono ancora una volta <strong>Hyundai/Kia</strong>. In effetti il sistema coreano è privo di un vero generatore ma sono dotati di un solo di un piccolo HSG azionato a cinghia per i transitori minimi, lasciando al motore di trazione principale il gravoso compito della ricarica.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/07/4bda1c07b34141feb29379dd31a8179btplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-1024x683.png" alt="4bda1c07b34141feb29379dd31a8179btplv tnf8g33v4j ai watermark resize 2508 1672" class="wp-image-176241" title="comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 9" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/4bda1c07b34141feb29379dd31a8179btplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-1024x683.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/4bda1c07b34141feb29379dd31a8179btplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-768x512.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/4bda1c07b34141feb29379dd31a8179btplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-1536x1024.png 1536w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/4bda1c07b34141feb29379dd31a8179btplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-2048x1365.png 2048w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/4bda1c07b34141feb29379dd31a8179btplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-300x200.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/4bda1c07b34141feb29379dd31a8179btplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-696x464.png 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/4bda1c07b34141feb29379dd31a8179btplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-scaled.png 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 22</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">L&#8217;accumulo di energia: Capacità e gestione della batteria</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La batteria più capiente del lotto è quella di <strong>Nissan</strong> con i suoi 1,97 kWh; tuttavia, per via della natura in serie del sistema, questo accumulatore lavora costantemente sotto stress come &#8220;polmone&#8221; di transito, sebbene l&#8217;ultima evoluzione e-Power ne abbia ridotto il surriscaldamento sulle lunghe salite. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>MG</strong> propone un&#8217;eccellente batteria da 1,83 kWh a 350V, che consente fasi di veleggiamento in EV estremamente prolungate. Anche il trio <strong>Chery/Geely/Dongfeng</strong> adotta accumulatori generosi tra 1,6 e 1,8 kWh derivati dalle rispettive divisioni PHEV/BEV, capaci di garantire elevatissimi tassi di scarica (C-rate). </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Hyundai/Kia</strong> si affidano a un&#8217;unità ai polimeri di litio da 1,49 kWh ben integrata sotto i sedili posteriori, agevolando lo spazio nel bagagliaio. <strong>Renault</strong> si difende bene con un elemento da 1,2 kWh a 230V molto rapido nei cicli di carica e scarica. I tecnici <strong>Honda</strong>, forti dell&#8217;efficienza dell&#8217;e:HEV, utilizzano, invece, un accumulatore compatto e leggero da soli 1,05 kWh a 72 celle, la cui eccellente gestione software compensa la ridotta autonomia in modalità EV puro. Chiude <strong>Toyota</strong> con un&#8217;unità da 1,0 kWh passata finalmente agli ioni di litio nella 5ª generazione, un componente leggerissimo e ad altissima frequenza di micro-cicli, ma coperto da garanzie ai vertici del mercato</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/07/8f3a63bbf6804594ac5ad42ec31c97catplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-1024x683.png" alt="8f3a63bbf6804594ac5ad42ec31c97catplv tnf8g33v4j ai watermark resize 2508 1672" class="wp-image-176242" title="comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 10" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/8f3a63bbf6804594ac5ad42ec31c97catplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-1024x683.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/8f3a63bbf6804594ac5ad42ec31c97catplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-768x512.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/8f3a63bbf6804594ac5ad42ec31c97catplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-1536x1024.png 1536w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/8f3a63bbf6804594ac5ad42ec31c97catplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-2048x1365.png 2048w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/8f3a63bbf6804594ac5ad42ec31c97catplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-300x200.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/8f3a63bbf6804594ac5ad42ec31c97catplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-696x464.png 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/8f3a63bbf6804594ac5ad42ec31c97catplv-tnf8g33v4j-ai-watermark-resize_2508_1672-scaled.png 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 23</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Frenata rigenerativa e trasmissione: Il feeling di guida</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La modulabilità del pedale del freno vede eccellere <strong>Nissan</strong> grazie al potente sistema rigenerativo ereditato dalle proprie BEV e alla modalità <em>e-Pedal</em> per la guida a un solo pedale. <strong>Honda</strong> si distingue per la presenza di palette al volante che regolano la rigenerazione su più livelli con transizioni impercettibili tra frenata elettrica e idraulica. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In casa <strong>Toyota</strong>, il recupero è costante e vigoroso, anche se nelle discese più ripide richiede l&#8217;avviamento del termico in cut-off (funzione &#8220;B&#8221;) per supportare l&#8217;azione frenante, quindi il grosso del recupero per l sistema Toyota avviene mediante il pedale del freno. Il trio cinese <strong>Geely/Dongfeng/Chery</strong> offre buone performance di rallentamento, ma la selezione dei livelli è di rigenerativa è relegato nei sottomenu dell&#8217;infotainment o ai selettori di guida rendendo difficile la gestione manuale. Inoltre, risente talvolta delle scalate del cambio DHT. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>MG</strong> palesa lievi discrepanze di taratura nella transizione sul pedale del freno, mentre <strong>Hyundai/Kia</strong> consentono una buona gestione tramite palette, pur con la linearità disturbata dai passaggi di marcia del cambio a 6 rapporti. <strong>Renault</strong>, infine, offre un freno motore vigoroso in modalità &#8220;B&#8221;, ma il software del cambio a innesti frontali genera talvolta piccoli sussulti o vuoti di decelerazione durante le scalate di sincronizzazione dell&#8217;HSG.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="354" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/07/11-1-1024x354.jpg" alt="11 1" class="wp-image-176243" title="comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 11" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/11-1-1024x354.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/11-1-768x265.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/11-1-1536x531.jpg 1536w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/11-1-2048x708.jpg 2048w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/11-1-300x104.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/11-1-696x241.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/11-1-scaled.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 24</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La vera differenza sta nella trasmissione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto il profilo della trasmissione, il sistema <strong>e:HEV di Honda</strong> è un capolavoro di minimalismo: l&#8217;assenza di marce fisiche azzera gli attriti di trascinamento e garantisce un&#8217;efficienza meccanica prossima al 97%. Il collaudatissimo <strong>HSD di Toyota</strong> risponde con un&#8217;affidabilità leggendaria priva di organi soggetti a usura, pur mantenendo alle forti accelerazioni il tipico effetto di trascinamento acustico (effetto scooter). </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nissan</strong> si affida a un semplice e fluido riduttore mono-marcia come ogni auto elettrica classica. <strong>Hyundai/Kia</strong> offrono il feeling più tradizionale grazie al cambio automatico reale a 6 marce, gradito agli automobilisti più conservatori ma penalizzato da maggiori attriti interni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le trasmissioni DHT a 3 marce di <strong>Chery/MG</strong> e o 4 marce di <strong>Geely/Dongfeng</strong> riducono la sfasatura acustica e tengono bassi i giri motore, ma introducono una notevole complessità meccanica ed evidenti passaggi di rapporto nei transitori veloci. Elementi la cui affidabilità dovrà essere comprovata nel tempo rispetto a Toyota per esempio. In coda si colloca la trasmissione <strong>E-Tech di Renault</strong>: il cambio Multi-mode senza frizione, pur geniale sulla carta, mostra nell&#8217;uso reale evidenti limiti di fluidità, con incertezze e strattonamenti nei kick-down o a batteria scarica.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="709" height="1024" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/07/Dongfeng-MACH-engine-1-709x1024.webp" alt="Dongfeng MACH engine 1" class="wp-image-176244" title="comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 12" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/Dongfeng-MACH-engine-1-709x1024.webp 709w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/Dongfeng-MACH-engine-1-768x1110.webp 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/Dongfeng-MACH-engine-1-300x434.webp 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/Dongfeng-MACH-engine-1-696x1006.webp 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/Dongfeng-MACH-engine-1.webp 1004w" sizes="(max-width: 709px) 100vw, 709px" /><figcaption>comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 25</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Prestazioni ed efficienza reale: Il verdetto della pompa</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano delle prestazioni pure, i costruttori cinesi hanno puntato sulla forza bruta: le configurazioni di <strong>Geely, Dongfeng e Chery</strong> superano agevolmente i 200 CV (fino a 240 CV per Geely), azzerando i ritardi di risposta grazie ai cambi DHT e staccando i migliori tempi sullo 0-100 km/h, pur pagando qualcosa in termini di consumi quando si spreme la meccanica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> <strong>MG</strong>, infatti, risponde con ben 195 CV combinati, un valore record per il suo segmento di riferimento delle compatte cittadine. <strong>Honda</strong> (da 122 a 184 CV) offre la risposta al pedale più reattiva tra le giapponesi grazie alla trazione prevalentemente elettrica, simulando passaggi di marcia virtuali in modo impeccabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> I sistemi <strong>Hyundai/Kia</strong> offrono un&#8217;erogazione corposa (fino a 235 CV) e un feeling molto dinamico. In sostanza le coreane si guidano nel modo tradizionale, senza cambio di stile. <strong>Toyota</strong> predilige una progressione fluida e costante, priva di velleità sportive, nonostante la potenza sulla carta non manca, ma il comportamento del sistema ne limita la percezione prestazionale. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nissan</strong> assicura uno spunto da fermo eccezionale, ma accusa cali di spinta in autostrada o sulle lunghe salite quando la batteria si scarica e la potenza dipende unicamente dal generatore termico. <strong>Renault</strong>, infine, sconta la lentezza di risposta del cambio Multi-mode nei kick-down autostradali.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="500" height="375" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/07/hybrid-synergy-drive-11-638-e1494234281687-1.jpg" alt="hybrid synergy drive 11 638 e1494234281687 1" class="wp-image-176245" style="width:1052px;height:auto" title="comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 13" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/hybrid-synergy-drive-11-638-e1494234281687-1.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/hybrid-synergy-drive-11-638-e1494234281687-1-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/07/hybrid-synergy-drive-11-638-e1494234281687-1-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption>comparativa: La sfida delle tecnologie Full Hybrid (HEV) sotto la lente tecnica 26</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">I consumi e l&#8217;efficienza </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel bilancio di efficienza reale, il sistema <strong>Toyota HSD</strong> si conferma il re indiscusso: in città permette di viaggiare fino all&#8217;80% del tempo a motore spento superando i 25 km/l, mantenendo consumi ridotti anche alle alte velocità autostradali. <strong>Honda</strong> segue a brevissima distanza con eccellenti riscontri urbani e costanza di rendimento, pagando solo qualcosa in autostrada a causa del rapporto fisso, ma dimostrandosi il sistema me meno risente delle differenze di stile di guida. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Renault</strong> si difende bene grazie alla sofisticata gestione elettrica in città, ma vede salire i consumi nei tratti veloci, un risultato che dimostra come il progetto Renault sia competitivo sulla carta ma non esprime il suo potenziale, come un allievo che potrebbe fare di più ma è svogliato. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema parallelo di <strong>Hyundai/Kia</strong> eccelle nei percorsi extraurbani grazie ai rapporti lunghi della trasmissione, ma soffre nei tipici stop-and-go cittadini, ma è anche quello che assicura ad un automobilista soncseratore di poter guidare senza cambiare il suo stile di guida. <strong>MG</strong> sfrutta al meglio la sua generosa batteria da 1,83 kWh nei contesti urbani, mostrando però il fianco alle andature autostradali a causa della minore efficienza del termico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiudono il gruppo i sistemi cinesi di <strong>Chery, Geely e Dongfeng</strong>, Le prestazioni non sono gratis, c&#8217;è sempre un prezzo da pagare al cronometro. I consumi, infatti, risentono inevitabilmente sia della logica che premia la risposta all&#8217;acceleratore che degli attriti delle trasmissioni DHT multi-rapporto. Il sistema <strong>e-Power di Nissan</strong>, la cui doppia conversione energetica ad alta velocità costante fa ottenere record assoluti in città dove la parte elettrica mostra tutto il suo potenziale, ma i consumi salgono ai livelli di un&#8217;auto termica tradizionale alle velocità più alte. </p>



<h3 class="wp-block-heading">Classifica finale e considerazioni</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La classifica finale non tiene conto della posizione commerciale dei vari brand o del design estetico delle vetture, ma unicamente della raffinatezza ingegneristica, dell&#8217;efficienza reale e della dinamica di guida espressa dai singoli sistemi di propulsione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I costruttori giapponesi (Toyota e Honda) mantengono salda la leadership grazie a una superiore integrazione software e a un minimalismo meccanico orientato alla massima efficienza ed affidabilità. I colossi cinesi (Geely e Dongfeng) spingono forte sulla tecnologia motoristica pura, mentre le soluzioni europee (Renault) e coreane (Hyundai/Kia) propongono strade alternative affascinanti , ma che semplici e ottimizzate al massimo. Entrambe, comunque, non prive di compromessi in termini di fluidità o di efficienza nei contesti d&#8217;uso più gravosi.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Classifica e comparativa dei sistemi Full Hybrid (HEV)</h3>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><thead><tr><th>Pos.</th><th>Costruttore / Sistema</th><th>Architettura</th><th>Pregi principali</th><th>Difetti principali</th></tr></thead><tbody><tr><td><strong>1</strong></td><td><strong>Toyota HSD</strong> (5ª Gen)</td><td>Parallelo / Serie (Power Split)</td><td>Efficienza globale impareggiabile, affidabilità leggendaria</td><td>Effetto scooter ad alte richieste di carico</td></tr><tr><td><strong>2</strong></td><td><strong>Honda e:HEV</strong></td><td>Serie / Quasi puro (Rapporto fisso)</td><td>Trasmissione geniale, fluidità di marcia eccezionale</td><td>Consumo autostradale perfettibile</td></tr><tr><td><strong>3</strong></td><td><strong>Geely / Dongfeng</strong> (DHT)</td><td>Serie / Parallelo (Multi-marcia)</td><td>Rendimento termico d&#8217;eccellenza, risposta rapida</td><td>Elevatissima complessità costruttiva</td></tr><tr><td><strong>4</strong></td><td><strong>SAIC / MG Hybrid +</strong></td><td>Serie / Parallelo (3 marce)</td><td>Ottimo rapporto prezzo/prestazioni, batteria generosa</td><td>Calibrazione della frenata rigenerativa</td></tr><tr><td><strong>5</strong></td><td><strong>Nissan e-Power</strong></td><td>Serie puro (100% elettrico alle ruote)</td><td>Feeling di guida da BEV, frenata rigenerativa potente</td><td>Consumi elevati alle alte velocità autostradali</td></tr><tr><td><strong>6</strong></td><td><strong>Chery SHS-H</strong> (Omoda/Jaecoo)</td><td>Serie / Parallelo (3 marce)</td><td>Potenza di sistema elevata, costi competitivi</td><td>Consumi sensibili allo stile di guida</td></tr><tr><td><strong>7</strong></td><td><strong>Hyundai / Kia TMED</strong></td><td>Parallelo puro (6 marce)</td><td>Feeling di guida tradizionale, efficienza extraurbana</td><td>Consumo in ambito strettamente urbano</td></tr><tr><td><strong>8</strong></td><td><strong>Renault E-Tech</strong></td><td>Parallelo / Serie (Multi-mode)</td><td>Schema meccanico ingegnoso, ottimi consumi urbani</td><td>Fluidità di funzionamento e lentezza nei kick-down</td></tr></tbody></table></figure>



<h3 class="wp-block-heading"></h3>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Cosa influenza la durata degli ammortizzatori dell&#8217;auto e come prolungarla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 15:46:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il sistema di sospensioni di un veicolo moderno rappresenta uno dei pilastri fondamentali non solo per quanto concerne il comfort di marcia dei passeggeri, ma soprattutto per garantire i massimi livelli di sicurezza attiva durante la guida in qualsiasi condizione atmosferica e stradale.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2026/06/18/cosa-influenza-la-durata-degli-ammortizzatori-dellauto-e-come-prolungarla/">Cosa influenza la durata degli ammortizzatori dell&#8217;auto e come prolungarla</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il sistema di sospensioni di un veicolo moderno rappresenta uno dei pilastri fondamentali non solo per quanto concerne il comfort di marcia dei passeggeri, ma soprattutto per garantire i massimi livelli di sicurezza attiva durante la guida in qualsiasi condizione atmosferica e stradale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">All&#8217;interno di questo complesso meccanismo cinematico, gli ammortizzatori svolgono il ruolo cruciale di smorzare le oscillazioni generate dalle molle a seguito delle asperità del terreno, mantenendo le ruote costantemente a contatto con la superficie dell&#8217;asfalto. Un&#8217;auto priva di un adeguato controllo dello smorzamento tenderebbe a rimbalzare in modo incontrollato dopo ogni buca, compromettendo gravemente la stabilità direzionale, l&#8217;efficacia della frenata e la precisione millimetrica degli inserimenti in curva. Nonostante la loro importanza vitale, questi componenti idraulici o a gas vengono spesso trascurati dagli automobilisti, in quanto il loro deterioramento avviene in modo estremamente progressivo e impercettibile, portando chi guida ad abituarsi gradualmente a un comportamento dinamico del mezzo che diventa giorno dopo giorno sempre più pericoloso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli studi tecnici condotti dai principali consorzi di sicurezza automobilistica a livello europeo rivelano dati statistici piuttosto allarmanti riguardo allo stato manutentivo del parco circolante, evidenziando che circa il trentadue percento dei veicoli con più di sette anni di anzianità viaggia consuetudinariamente con almeno un ammortizzatore gravemente scarico o inefficiente. Questa negligenza si traduce direttamente in un aumento esponenziale degli spazi di arresto in caso di frenata d&#8217;emergenza, con incrementi dello spazio di frenata che possono superare i 2,6 metri a una velocità di soli ottanta chilometri orari su fondo stradale asciutto, e che raddoppiano drammaticamente in presenza di asfalto bagnato o viscido. Inoltre, l&#8217;inefficienza cronica del sistema di smorzamento accelera l&#8217;usura precoce degli pneumatici di oltre il venticinque percento a causa del continuo saltellamento della ruota, alterando i corretti angoli di convergenza e campanatura e costringendo i sistemi elettronici di ausilio alla guida, come l&#8217;ABS e l&#8217;ESP, a lavorare in condizioni di perenne anomalia funzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendere coscienza di queste dinamiche e analizzare i fattori di stress che accorciano la vita delle sospensioni permette di pianificare gli interventi di officina prima che la situazione diventi critica, rendendo inevitabile la necessità di&nbsp;<a href="https://www.auto-doc.it/pezzi-di-ricambio/ammortizzatore-10221" target="_blank" rel="noopener">cambiare ammortizzatori auto</a>&nbsp;per ripristinare le condizioni di fabbrica. Sostituire questi elementi in coppia sullo stesso asse è un requisito tecnico tassativo per non sbilanciare l&#8217;assetto della vettura, poiché installare un componente nuovo accanto a uno parzialmente usurato creerebbe una disparità di risposta idraulica estremamente pericolosa durante i trasferimenti di carico laterali o nelle manovre di schivata improvvisa. La scelta di ricambi di qualità equivalente o superiore all&#8217;originale, abbinata a una corretta calibrazione geometrica, rappresenta l&#8217;unico investimento sensato per salvaguardare il valore commerciale del veicolo e, cosa ben più importante, per proteggere la vita di chi si trova a bordo durante i lunghi trasferimenti autostradali o nei tragitti urbani quotidiani.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I fattori meccanici e ambientali che determinano il ciclo vitale dei componenti idraulici</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La longevità strutturale di un ammortizzatore non può essere definita da una scadenza temporale fissa o da un chilometraggio universale, poiché essa dipende in larga misura da una fitta rete di variabili collegate sia all&#8217;architettura costruttiva del mezzo sia al contesto geografico in cui si muove. All&#8217;interno del cilindro sigillato dell&#8217;ammortizzatore si muove un pistone che spinge l&#8217;olio attraverso minuscoli fori calibrati, trasformando l&#8217;energia cinetica delle oscillazioni in energia termica che deve essere successivamente dissipata verso l&#8217;esterno. Questo ciclo continuo di compressione ed estensione sottopone il fluido idraulico e le valvole interne a pressioni elevatissime, che determinano un surriscaldamento locale in grado di alterare nel tempo la viscosità originaria dell&#8217;olio, diminuendo la capacità smorzante. Nelle regioni caratterizzate da climi invernali rigidi, l&#8217;azione corrosiva del sale sparso sulle strade per prevenire il ghiaccio aggredisce chimicamente lo stelo cromato dell&#8217;ammortizzatore e le guarnizioni di tenuta in gomma, accelerando la comparsa di micro-fessurazioni che causano l&#8217;inevitabile trafilamento del gas o del liquido interno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre alle condizioni atmosferiche estreme, la presenza sistematica di detriti stradali, polvere sottile, fango e umidità stagnante crea una miscela abrasiva micidiale che si deposita sullo stelo dell&#8217;ammortizzatore, agendo come una vera e propria carta vetrata ogni volta che la sospensione compie la sua corsa utile. Se i soffietti di protezione in plastica o i tamponi di fine corsa si rompono a causa dell&#8217;invecchiamento dei materiali, lo stelo rimane totalmente esposto a questa contaminazione, compromettendo la tenuta del paraolio principale in pochissimi chilometri di utilizzo. Nei contesti urbani moderni, caratterizzati da una manutenzione stradale spesso carente, l&#8217;impatto ripetuto a velocità non adeguata contro tombini sporgenti, pavimentazioni in pavé sconnesse e dossi artificiali rallentatori fuori norma genera picchi di pressione idraulica istantanei talmente violenti da poter piegare lo stelo metallico o danneggiare irreparabilmente i pacchi lamellari delle valvole interne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">●&nbsp;La guida costante su strade sterrate o caratterizzate da un manto asfalto fortemente degradato raddoppia il numero di oscillazioni al minuto del pistone, accelerando il decadimento termico del fluido idraulico interno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">●&nbsp;L&#8217;esposizione prolungata a tassi di umidità salina tipici delle zone costiere innesca processi di ossidazione localizzata sul corpo esterno dell&#8217;ammortizzatore, indebolendo i punti di saldatura dei supporti di montaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">●&nbsp;L&#8217;accumulo di fango secco attorno alla base della cartuccia impedisce il corretto scambio termico con l&#8217;aria esterna, provocando il surriscaldamento dell&#8217;olio e la perdita temporanea del potere frenante della sospensione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">●&nbsp;Il danneggiamento precoce dei silent block, ovvero i boccole in gomma che collegano l&#8217;ammortizzatore al telaio, introduce giochi meccanici anomali che modificano la direzione delle forze di carico assiali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Comportamenti alla guida e abitudini di carico che stressano la struttura delle sospensioni</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il modo in який un automobilista interagisce con i comandi della propria vettura e gestisce gli spazi interni influisce in modo diretto e tangibile sulla velocità di usura di tutto il comparto sospensioni, inclusi i bracci oscillanti e i cuscinetti dei mozzi ruota. Una guida caratterizzata da accelerazioni repentine e frenate violente all&#8217;ultimo secondo provoca continui ed esasperati trasferimenti di carico longitudinali, costringendo gli ammortizzatori anteriori a comprimersi fino al limite strutturale in fase di decelerazione e quelli posteriori a estendersi violentemente in fase di ripresa. Questo stress asimmetrico continuo logora i componenti in modo disomogeneo, compromettendo l&#8217;equilibrio dinamico del telaio e riducendo l&#8217;efficacia dei sistemi di controllo elettronico della stabilità che faticano a calcolare le reali forze di aderenza disponibili sulle singole ruote.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un capitolo a parte merita la gestione del peso totale del veicolo, un fattore che molti conducenti tendono a sottovalutare lasciando all&#8217;interno del bagagliaio oggetti pesanti, attrezzature da lavoro o accessori inutilizzati per intere settimane. Viaggiare costantemente in prossimità della massa massima ammissibile, o peggio ancora superare tali limiti in occasione di traslochi o viaggi estivi, costringe le molle a rimanere permanentemente schiacciate e riduce la corsa utile residua dell&#8217;ammortizzatore. In questa condizione geometrica alterata, l&#8217;ammortizzatore si trova a lavorare stabilmente nella sua zona terminale, dove le valvole sono sottoposte a sforzi meccanici superiori rispetto a quelli calcolati in fase di progettazione, con il rischio concreto di raggiungere frequentemente il fondo corsa meccanico, un evento che distrugge istantaneamente le tenute interne e deforma i piattelli di supporto fissati alla scocca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">1.&nbsp;Affrontare i dossi artificiali di rallentamento o i cordoli autostradali mantenendo il pedale del freno premuto blocca parzialmente la geometria della sospensione, scaricando l&#8217;energia dell&#8217;impatto direttamente sulle valvole interne dell&#8217;ammortizzatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">2.&nbsp;Parcheggiare sistematicamente la vettura lasciando due ruote sollevate sopra un marciapiede alto genera una sollecitazione torsionale statica permanente che deforma i componenti elastici e i silent block della sospensione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">3.&nbsp;Affrontare le curve ad alta velocità con un carico posizionato esclusivamente su un lato del veicolo satura la capacità di smorzamento dell&#8217;ammortizzatore esterno, innescando fenomeni di surriscaldamento localizzato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">4.&nbsp;L&#8217;utilizzo di cerchi in lega di diametro maggiorato abbinati a pneumatici con spalla estremamente ribassata riduce la capacità di assorbimento iniziale della gomma, trasferendo l&#8217;interezza delle micro-sollecitazioni ad alta frequenza direttamente alla cartuccia idraulica.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I sintomi premonitori che indicano la necessità di una sostituzione immediata</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Saper interpretare i messaggi che l&#8217;automobile invia attraverso il proprio comportamento dinamico è una competenza fondamentale per prevenire situazioni di grave pericolo stradale e per intervenire prima che il danno si estenda ad altri organi meccanici. Uno dei primi segnali macroscopici di un sistema di smorzamento ormai giunto alla fine del suo ciclo operativo è il cosiddetto effetto barca, ovvero la tendenza della vettura a manifestare un rollio laterale vistoso e prolungato durante i cambi di direzione e un beccheggio accentuato in fase di accelerazione o frenata. Se, affrontando una sequenza di curve a velocità moderata, si avverte la sensazione che il corpo vettura continui a oscillare anche dopo che lo sterzo è stato riallineato in posizione rettilinea, significa che i fluidi interni non sono più in grado di frenare i movimenti naturali delle molle elicoidali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;altra anomalia visiva di immediata riscontrabilità riguarda il comportamento degli pneumatici, i quali iniziano a mostrare un&#8217;usura del battistrada del tutto irregolare, caratterizzata da macchie o aree saltuarie prive di gomma alternate a zone perfettamente integre, una condizione definita in gergo tecnico usura a scalino o a dente di sega. Questo fenomeno è causato dal fatto che la ruota, non essendo più tenuta premuta saldamente contro l&#8217;asfalto dall&#8217;azione dell&#8217;ammortizzatore, compie migliaia di microscopici rimbalzi ogni chilometro, perdendo contatto con la strada e riprendendolo subito dopo con un violento effetto di trascinamento abrasivo. Inoltre, la comparsa di macchie d&#8217;olio fresche o di depositi di sporco unto lungo il corpo cilindrico dell&#8217;ammortizzatore rappresenta la prova visiva inconfutabile del cedimento strutturale delle guarnizioni di tenuta paraolio, una condizione che rende il componente totalmente inefficiente nel giro di poche ore di funzionamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prestando attenzione all&#8217;acustica dell&#8217;abitacolo, è possibile avvertire rumori sordi, battiti metallici o scricchiolii fastidiosi provenienti dai passaruota ogni volta che si percorre una strada leggermente sconnessa o si affronta una rampa di accesso a un parcheggio. Questi rumori sono spesso causati dalla totale distruzione dei supporti superiori dell&#8217;ammortizzatore, noti anche come supporti strutturali o cuscinetti mcpherson, i quali contengono elementi in gomma e sfere metalliche progettati per consentire la rotazione della sospensione insieme allo sterzo. Quando questi cuscinetti si bloccano o prendono gioco a causa dell&#8217;usura, l&#8217;ammortizzatore non lavora più secondo l&#8217;asse geometrico corretto, trasmettendo vibrazioni parassite direttamente alla scocca portante dell&#8217;auto e alterando la precisione millimetrica della risposta dello sterzo, che diventa vago, impreciso e soggetto a fastidiosi fenomeni di acquaplaning anche a velocità ridotte.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Strategie manutentive e controlli periodici per massimizzare l&#8217;efficienza delle sospensioni</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per prolungare in modo significativo la vita utile degli ammortizzatori e mantenere inalterati gli standard di sicurezza originari della vettura, è necessario adottare un approccio ispettivo rigoroso e programmatico, che non si limiti alla semplice sostituzione dei pezzi quando questi si rompono definitivamente. I tecnici specializzati consigliano di effettuare un controllo visivo approfondito del comparto sospensioni ogni ventimila chilometri di percorrenza, preferibilmente in concomitanza con il cambio stagionale degli pneumatici o durante le operazioni di manutenzione ordinaria sul ponte elevatore. Durante queste ispezioni, è fondamentale verificare l&#8217;integrità assoluta dei componenti accessori, come i soffietti parapolvere in gomma e i tamponi di fine corsa in poliuretano, la cui sostituzione tempestiva dal costo irrisorio può evitare la distruzione precoce della ben più costosa cartuccia idraulica principale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un ruolo determinante nella preservazione degli ammortizzatori è svolto dalla corretta manutenzione dell&#8217;intero sistema di sterzo e della geometria delle ruote, poiché un disallineamento anche minimo dei valori di convergenza costringe la sospensione a lavorare in una posizione costantemente flessa, generando forze laterali anomale che usurano precocemente le guide interne del pistone e lo stelo. Mantenere la pressione di gonfiaggio degli pneumatici rigorosamente entro i valori raccomandati dal costruttore consente alla spalla della gomma di assorbire la prima quota di micro-sollecitazioni ad alta frequenza derivanti dalle rugosità dell&#8217;asfalto, alleggerendo il carico di lavoro continuo che grava sulle valvole interne dell&#8217;ammortizzatore. Inoltre, durante le sessioni di lavaggio della vettura, specialmente al termine della stagione invernale, è un&#8217;ottima abitudine utilizzare un getto d&#8217;acqua ad alta pressione all&#8217;interno dei passaruota per rimuovere gli accumuli di sale, fango e detriti abrasivi che si depositano attorno alle tenute, preservando la finitura specchiata dello stelo da possibili graffiature.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non bisogna dimenticare che la durata complessiva del sistema di smorzamento è strettamente legata alla salute delle molle elicoidali con cui lavora in simbiosi simbiotica all&#8217;interno del montante della sospensione. Con il passare degli anni e dei chilometri, le molle tendono a cedere strutturalmente a causa della fatica del metallo, perdendo parte della loro altezza originaria e diminuendo la capacità di sostenere il peso statico del veicolo. Una molla snervata costringe l&#8217;ammortizzatore a lavorare con una corsa utile ridotta e in una posizione geometrica di pre-compressione che ne accelera il degrado termico e strutturale. Pertanto, la valutazione dello stato di salute delle sospensioni deve sempre includere la misurazione dell&#8217;altezza da terra del corpo vettura nei quattro punti cardinali, per escludere cedimenti elastici che vanificherebbero l&#8217;efficacia di qualsiasi ammortizzatore nuovo appena installato.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;impatto dei componenti usurati sulla sicurezza di marcia e sugli altri organi meccanici</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Posticipare sistematicamente la sostituzione degli ammortizzatori scarichi non rappresenta soltanto un grave azzardo per la sicurezza stradale, ma innesca un effetto domino distruttivo che danneggia precocemente una moltitudine di altri componenti meccanici ed elettronici del veicolo, incrementando a dismisura i costi finali dei futuri interventi di ripristino. Il continuo saltellamento della ruota non frenata genera sollecitazioni vibrazionali ad alta intensità che si propagano lungo i bracci oscillanti, accelerando lo snervamento dei silent block, il deterioramento dei giunti sferici dello sterzo e la comparsa di giochi millimetrici nei cuscinetti dei mozzi, che iniziano a manifestare rumorosità e surriscaldamenti anomali. Inoltre, le vibrazioni non smorzate si trasmettono attraverso i semiassi direttamente alla scatola del cambio e ai supporti del motore, riducendo l&#8217;efficacia isolante delle parti in gomma e provocando fastidiosi tremolii all&#8217;interno della plancia e del volante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista della dinamica di marcia, l&#8217;inefficienza degli ammortizzatori altera radicalmente il comportamento dei sistemi elettronici di sicurezza attiva, i quali sono stati calibrati in fabbrica presupponendo che lo pneumatico mantenga una pressione di contatto costante e uniforme sulla superficie stradale. In caso di frenata d&#8217;emergenza su fondo sconnesso, la ruota priva di smorzamento tende a staccarsi ripetutamente dall&#8217;asfalto, inducendo la centralina dell&#8217;ABS a interpretare erroneamente questi micro-bloccaggi aerei come una perdita totale di aderenza, riducendo di conseguenza la pressione idraulica nel circuito frenante e allungando lo spazio di arresto in modo drammatico. Allo stesso modo, il sistema di controllo della stabilità ESP non riesce a contrastare efficacemente i fenomeni di sovrasterzo o sottosterzo se i trasferimenti di carico laterali avvengono in modo repentino e non frenato, mettendo il conducente nell&#8217;impossibilità di mantenere la traiettoria desiderata durante le manovre di schivata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prevenzione e la cura meticolosa dell&#8217;assetto rappresentano quindi le fondamenta su cui poggia l&#8217;intera affidabilità stradale di un&#8217;automobile moderna, indipendentemente dalla sua potenza motoristica o dal suo valore di listino. Comprendere l&#8217;intima correlazione che lega un piccolo paraolio in gomma all&#8217;interno di un cilindro idraulico con la capacità del veicolo di arrestarsi in tempo utile davanti a un ostacolo improvviso è il primo passo verso una cultura della manutenzione consapevole e responsabile. Dedicare le giuste risorse al controllo periodico e alla sostituzione tempestiva degli elementi filtranti ed elastici del telaio permette di godere appieno delle doti dinamiche progettate dagli ingegneri, garantendo al contempo che ogni viaggio possa svolgersi nel segno del massimo comfort visivo, acustico e dinamico sulle tormentate strade del nostro territorio.</p>
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		<title>Come funzionano i sistemi ADAS e perché i freni restano fondamentali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 20:23:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Molti automobilisti si affidano ciecamente ai sistemi elettronici di bordo, ma senza freni in buono stato anche l&#8217;ADAS più avanzato non può salvarti. Ecco cosa fa davvero questa tecnologia e dove finiscono i suoi limiti. I sistemi ADAS (Advanced Driver Assistance Systems, ovvero sistemi avanzati di assistenza alla guida) sono oggi presenti su quasi tutte [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Molti automobilisti si affidano ciecamente ai sistemi elettronici di bordo, ma senza freni in buono stato anche l&#8217;ADAS più avanzato non può salvarti. Ecco cosa fa davvero questa tecnologia e dove finiscono i suoi limiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I sistemi ADAS (<em>Advanced Driver Assistance Systems</em>, ovvero sistemi avanzati di assistenza alla guida) sono oggi presenti su quasi tutte le auto di nuova generazione. Si tratta di un insieme di tecnologie elettroniche progettate per ridurre il rischio di incidenti, supportare il conducente in situazioni critiche e, in certi casi, intervenire in modo autonomo sul veicolo. Dal luglio 2024, il regolamento europeo GSR2 (Regolamento UE 2019/2144) obbliga tutti i costruttori a installare specifici sistemi ADAS su ogni nuova auto venduta nell&#8217;Unione Europea un passo concreto verso l&#8217;obiettivo dichiarato di salvare 25.000 vite e prevenire 140.000 ferimenti gravi sulle strade europee. Il cruise control adattivo, il mantenimento della corsia, il monitoraggio degli angoli ciechi e la frenata automatica d&#8217;emergenza sono tra le funzioni più diffuse sulle vetture vendute in Italia e in Europa. Queste tecnologie lavorano in sinergia radar, telecamere e sensori a ultrasuoni raccolgono dati in tempo reale, elaborati da centraline che decidono se e come intervenire.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="625" height="347" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/03/image.png" alt="image" class="wp-image-170528" title="Come funzionano i sistemi ADAS e perché i freni restano fondamentali 27" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/03/image.png 625w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/03/image-300x167.png 300w" sizes="(max-width: 625px) 100vw, 625px" /><figcaption>Come funzionano i sistemi ADAS e perché i freni restano fondamentali 29</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Infografica:</strong> <em>Regolamento GSR2.&nbsp; Le fasi: Luglio 2022 → 2024 → 2026</em> <em>(inserire immagine: timeline GSR2)</em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Quali sistemi ADAS trovi sulle auto di oggi</strong></h2>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="625" height="347" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/03/image-1.png" alt="image 1" class="wp-image-170529" title="Come funzionano i sistemi ADAS e perché i freni restano fondamentali 28" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/03/image-1.png 625w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/03/image-1-300x167.png 300w" sizes="(max-width: 625px) 100vw, 625px" /><figcaption>Come funzionano i sistemi ADAS e perché i freni restano fondamentali 30</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;<strong>Infografica:</strong> <em>Come funziona la frenata automatica AEB — 4 fasi in meno di 3 secondi</em> <em>(inserire immagine: infografica AEB 4 blocchi)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cruise control adattivo (ACC) mantiene automaticamente la distanza di sicurezza dal veicolo che precede, accelerando o decelerando senza che il guidatore debba toccare i pedali. È particolarmente utile in autostrada o nel traffico lento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Lane Keeping Assist (LKA) monitora le linee della carreggiata tramite telecamere frontali. Se il veicolo tende a uscire dalla corsia senza che sia stato attivato l&#8217;indicatore di direzione, il sistema corregge lo sterzo o avvisa il conducente con una vibrazione sul volante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Blind Spot Monitoring (BSM) utilizza sensori radar posizionati nella parte posteriore del veicolo per rilevare auto o moto negli angoli ciechi. Un segnale luminoso sullo specchietto avverte il guidatore prima che tenti un sorpasso o un cambio di corsia rischioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La frenata automatica d&#8217;emergenza (AEB, Autonomous Emergency Braking) è probabilmente il sistema più importante dal punto di vista della sicurezza attiva. Quando i sensori rilevano un ostacolo imminente e il conducente non reagisce in tempo, il sistema interviene autonomamente sui freni per ridurre la velocità o evitare del tutto l&#8217;impatto.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Perché l&#8217;ADAS non funziona senza freni in buono stato</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Qui sta il punto che molti sottovalutano: i sistemi ADAS non sono indipendenti dall&#8217;hardware del veicolo. La frenata automatica d&#8217;emergenza, per esempio, agisce direttamente sul circuito idraulico dei freni. Questo significa che se i dischi sono consumati, deformati o le pastiglie hanno raggiunto lo spessore minimo, la risposta frenante sarà comunque insufficiente — anche se è il computer a premere il &#8220;pedale&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, la tecnologia può anticipare la reazione umana, ma non può compensare componenti usurate. Un sistema AEB che comanda la frenata su dischi rigati o pastiglie esaurite otterrà distanze di arresto molto più lunghe rispetto a quelle calcolate dal sistema in condizioni ottimali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>«La scelta dipende dal tipo di veicolo, dallo stile di guida e dal budget. Dischi freno difettosi possono essere riconosciuti da vibrazioni, rumori o graffi visibili sulla superficie. Queste parti d&#8217;usura devono essere sostituite quando si raggiunge lo spessore minimo.» </em>&#8211;&nbsp; <a href="https://www.auto-doc.it/info/migliori-dischi-freno" target="_blank" rel="noopener">Gli esperti di AUTODOC hanno confrontato i dischi dei freni</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">AUTODOC, uno dei principali marketplace europei di ricambi auto, sottolinea come la manutenzione del sistema frenante non sia mai una voce secondaria, soprattutto su veicoli equipaggiati con sistemi ADAS. Le vibrazioni al pedale del freno, i rumori metallici durante la frenata o i graffi visibili sui dischi sono segnali che non vanno ignorati e che possono compromettere l&#8217;efficacia di tutti i sistemi elettronici di assistenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Cosa fare per mantenere l&#8217;ADAS efficace nel tempo</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;ADAS non è autopilota. Ogni sistema ha margini di funzionamento precisi: condizioni atmosferiche avverse, segnaletica danneggiata o sensori sporchi possono ridurne l&#8217;affidabilità. Il conducente rimane responsabile della guida in ogni momento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco le buone pratiche da seguire:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Controllare regolarmente lo spessore di dischi e pastiglie, soprattutto su auto con AEB e ACC attivi.</li>



<li>Non trascurare i segnali di usura: vibrazioni, rumori, allungamento della distanza di frenata sono spie chiare.</li>



<li>Aggiornare il software dei sistemi ADAS quando il costruttore rilascia aggiornamenti, per garantire il corretto funzionamento dei sensori.</li>



<li>Non coprire o sporcare telecamere e radar: sono gli &#8220;occhi&#8221; dell&#8217;ADAS.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">In definitiva, i sistemi ADAS rappresentano un salto reale nella sicurezza stradale attiva. Ma funzionano al massimo solo quando il veicolo è in perfette condizioni meccaniche. Investire nella manutenzione dei freni non è mai un costo superfluo — è la base su cui ogni tecnologia di assistenza costruisce la sua efficacia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fonti</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://www.auto-doc.it/pezzi-di-ricambio/sistema-frenante" target="_blank" rel="noopener">Maggiori informazioni sui freni delle auto su auto-doc.it</a></li>



<li><a href="https://scaimotor.it/blog/sistemi-adas/" target="_blank" rel="noopener">Sistemi ADAS: cosa sono e come migliorano la sicurezza alla guida — Scai Motor</a></li>



<li>Regolamento UE 2019/2144 (GSR2) — Commissione Europea</li>
</ul>
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		<title>Amperaggio batteria auto: quale scegliere in base al motore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2026 00:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Batteria auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La batteria scarica resta uno dei guasti più frequenti che lasciano gli automobilisti a piedi, spesso proprio nei momenti meno opportuni come una mattina d&#8217;inverno o prima di un appuntamento importante. Scegliere l&#8217;amperaggio corretto non è un dettaglio tecnico riservato ai meccanici, ma una decisione che determina l&#8217;affidabilità quotidiana della tua vettura e la durata [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La batteria scarica resta uno dei guasti più frequenti che lasciano gli automobilisti a piedi, spesso proprio nei momenti meno opportuni come una mattina d&#8217;inverno o prima di un appuntamento importante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scegliere l&#8217;<strong>amperaggio corretto</strong> non è un dettaglio tecnico riservato ai meccanici, ma una decisione che determina l&#8217;affidabilità quotidiana della tua vettura e la durata dell&#8217;investimento. In questa guida scoprirai come individuare il valore giusto in base al tipo di motore, evitando errori comuni che potrebbero costarti caro.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Cosa indica l&#8217;amperaggio di una batteria auto e perché è importante</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;<strong>amperaggio della batteria auto</strong>, espresso in <strong>Ampere-ora (Ah)</strong>, rappresenta la capacità di immagazzinare energia elettrica e rilasciarla nel tempo per alimentare tutti i componenti del veicolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per farti un&#8217;idea concreta, una batteria da <strong>70 Ah</strong> può teoricamente erogare 70 ampere per un&#8217;ora, oppure 7 ampere per dieci ore, funzionando come un vero e proprio serbatoio di elettricità invisibile sotto il cofano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo valore determina quante volte puoi tentare l&#8217;avviamento, quanto a lungo puoi lasciare accesi i fari a motore spento e con quanta sicurezza affronterai le temperature rigide invernali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Differenza tra Ampere-ora (Ah) e corrente di spunto (CCA)</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Molti automobilisti confondono gli <strong>Ah</strong> con la <strong>corrente di spunto (CCA &#8211; Cold Cranking Amps)</strong>, ma si tratta di due parametri completamente diversi che rispondono a esigenze distinte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli Ampere-ora indicano la capacità complessiva della batteria, mentre i CCA misurano quanti ampere la batteria riesce a erogare per 30 secondi a -18°C mantenendo una tensione minima di 7,2 volt, quindi la potenza disponibile per far girare il motorino d&#8217;avviamento nelle condizioni più difficili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esiste una regola pratica utile da ricordare: la <strong>corrente di spunto</strong> è solitamente circa 8 volte superiore al valore in Ah, quindi una batteria da 60 Ah offre indicativamente 480A di spunto, mentre una da 100 Ah arriva a circa 800A.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Quale amperaggio scegliere in base al tipo di motore</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">I <strong>motori benzina</strong> di piccola e media cilindrata si trovano generalmente a loro agio con batterie da <strong>50-60 Ah</strong>, mentre le motorizzazioni più generose richiedono almeno <a href="https://www.norauto.it/c/50414-batteria-70ah.html" target="_blank" rel="noopener">batterie da 70 ampere</a>, che rappresenta oggi lo standard più diffuso nel parco auto italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La situazione cambia radicalmente con i <strong>motori diesel</strong>: un 1.6 turbodiesel necessita già di 60-70 Ah per vincere la resistenza meccanica della compressione elevata, i 2.0 litri common-rail pretendono 70-80 Ah come minimo, e i turbodiesel oltre i 2.5 litri non scendono sotto gli 80-95 Ah con punte di 110 Ah per i propulsori da lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto riguarda le <strong>motorizzazioni ibride</strong>, i sistemi mild-hybrid richiedono 60-70 Ah con tecnologia EFB o AGM, mentre i full-hybrid utilizzano batterie dedicate superiori ai 70 Ah; nelle <strong>auto elettriche pure</strong> la batteria da 12V ha un ruolo diverso e le tecnologie più avanzate come le <strong>batterie al grafene</strong> stanno aprendo nuove frontiere in termini di densità energetica e tempi di ricarica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo ultimo caso, ti consigliamo anche di dare un’occhiata alla nostra guida sulla <a href="https://www.giornalemotori.com/2023/08/02/manutenzione-delle-auto-elettriche-5-punti-fondamentali/">manutenzione delle auto elettriche</a>, dove troverai anche alcuni spunti interessanti in merito alla gestione della batteria.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Quando conviene installare una batteria con amperaggio superiore</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se utilizzi l&#8217;auto prevalentemente per <strong>tragitti brevi in città</strong>, con frequenti accensioni e spegnimenti che non permettono all&#8217;alternatore di ricaricare completamente la batteria, optare per un amperaggio superiore a quello di serie può rivelarsi una scelta intelligente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso discorso vale per i veicoli dotati di <strong>sistemi Start&amp;Stop</strong> e ricchi di accessori elettronici come navigatori, telecamere, sensori di parcheggio e sistemi di infotainment che drenano energia anche a motore spento durante le soste ai semafori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è però un&#8217;avvertenza fondamentale: puoi tranquillamente montare una batteria con <strong>Ah leggermente superiori</strong> (ad esempio 77 Ah invece di 70 Ah se il costruttore lo consente), ma non devi mai installare una batteria con <strong>voltaggio diverso</strong> da quello previsto, che nelle auto moderne è sempre 12V.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Come verificare l&#8217;amperaggio corretto per la tua auto</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il metodo più affidabile per conoscere l&#8217;amperaggio giusto è consultare il <strong>libretto di uso e manutenzione</strong> nella sezione dedicata alle specifiche elettriche, dove il costruttore indica con precisione la capacità richiesta e spesso anche eventuali valori alternativi ammessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il manuale non è disponibile, puoi leggere direttamente l&#8217;<strong>etichetta sulla batteria attualmente installata</strong>: una scritta come &#8220;12V/70Ah/640A&#8221; ti fornisce in sequenza il voltaggio, la capacità in Ampere-ora e la corrente di spunto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In alternativa, rivolgiti al tuo meccanico di fiducia oppure utilizza i configuratori online dei principali produttori di batterie, dove inserendo marca, modello e anno della vettura otterrai l&#8217;indicazione precisa delle batterie compatibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scegliere la <strong>batteria con l&#8217;amperaggio corretto</strong> significa garantire avviamenti affidabili in ogni condizione climatica e prolungare la vita dell&#8217;intero impianto elettrico del veicolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricorda che investire qualche euro in più per una batteria di qualità superiore, magari con tecnologia <strong>AGM o EFB</strong> se possiedi un&#8217;auto con Start&amp;Stop, si traduce in maggiore durata e minori preoccupazioni nel tempo. Ora che conosci i criteri fondamentali per la scelta, verifica i dati della tua auto e assicurati di non farti trovare impreparato al prossimo cambio batteria.</p>
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		<title>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Jan 2026 15:16:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle auto moderne, il raffreddamento avviene prevalentemente attraverso la circolazione di un liquido dedicato. Il sistema sfrutta un circuito chiuso in cui scorre una miscela di acqua e additivi concepiti per assorbire il calore generato dal motore. La circolazione è gestita da una pompa e regolata da un termostato, mentre l&#8217;abbassamento della temperatura del fluido [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Nelle auto moderne, il raffreddamento avviene prevalentemente attraverso la circolazione di un liquido dedicato. Il sistema sfrutta un <strong>circuito chiuso</strong> in cui scorre una miscela di acqua e additivi concepiti per assorbire il calore generato dal motore. La circolazione è gestita da una pompa e regolata da un termostato, mentre l&#8217;abbassamento della temperatura del fluido è affidato al radiatore e all&#8217;azione di una ventola.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="945" height="655" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/01/Sistema_di_raffreddamento_Volkswagen_UP.png" alt="Sistema di raffreddamento Volkswagen UP" class="wp-image-168268" title="Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 31" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/Sistema_di_raffreddamento_Volkswagen_UP.png 945w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/Sistema_di_raffreddamento_Volkswagen_UP-768x532.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/Sistema_di_raffreddamento_Volkswagen_UP-300x208.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/Sistema_di_raffreddamento_Volkswagen_UP-696x482.png 696w" sizes="(max-width: 945px) 100vw, 945px" /><figcaption>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 45</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">L&#8217;evoluzione nelle auto moderne e ibride</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle vetture attuali dotate di tecnologia ibrida, il calore viene dissipato tramite radiatori che spesso gestiscono <strong>due circuiti separati</strong>. Esiste un tracciato specifico per il motore endotermico e uno dedicato al raffreddamento della turbina o dei pacchi batteria, dove presenti. Questo sdoppiamento permette di ottimizzare le diverse temperature d&#8217;esercizio richieste dai vari componenti.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Efficienza e riduzione delle emissioni</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il controllo e l&#8217;ottimizzazione della temperatura non servono solo a garantire la durata del motore, ma migliorano sensibilmente l&#8217;efficienza. Nelle auto di ultima generazione, la gestione termica è fondamentale durante la fase di <strong>warm-up</strong> (riscaldamento), necessaria per ridurre le emissioni inquinanti nel minor tempo possibile. La centralina utilizza sensori e pompe elettriche per un controllo preciso e costante, essenziale soprattutto nei veicoli ibridi ed elettrici.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="600" height="400" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/01/liquido-di-raffredamento.jpg" alt="liquido di raffredamento" class="wp-image-168269" style="width:888px;height:auto" title="Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 32" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/liquido-di-raffredamento.jpg 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/liquido-di-raffredamento-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 46</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Il liquido refrigerante: composizione e proprietà</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il liquido refrigerante è composto da una miscela di acqua distillata e antigelo con proprietà anticorrosive. È essenziale per trasferire il calore, prevenire il congelamento nei mesi invernali e resistere all&#8217;ebollizione (che avviene a temperature più elevate rispetto alla semplice acqua). La sua funzione principale è proteggere l&#8217;integrità del sistema mantenendo costante la temperatura di esercizio.</p>



<h3 class="wp-block-heading">La pompa dell&#8217;acqua: meccanica vs elettrica</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La pompa dell&#8217;acqua è l&#8217;elemento che spinge il liquido attraverso il blocco motore e il radiatore. Sebbene esistano ancora pompe di tipo meccanico (mosse dalla cinghia di distribuzione), si stanno diffondendo sempre più le <strong>pompe elettriche</strong>. Queste ultime garantiscono un controllo più preciso e una portata variabile, assorbendo meno energia e contribuendo alla riduzione dei consumi complessivi dell&#8217;auto.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="720" height="720" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/01/S70c4808ea4ce455c925760a781c00276H.jpg_720x720q75.jpg_.avif" alt="" class="wp-image-168270" style="width:872px;height:auto" title="Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 33" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/S70c4808ea4ce455c925760a781c00276H.jpg_720x720q75.jpg_.avif 720w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/S70c4808ea4ce455c925760a781c00276H.jpg_720x720q75.jpg_-150x150.avif 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/S70c4808ea4ce455c925760a781c00276H.jpg_720x720q75.jpg_-300x300.avif 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/S70c4808ea4ce455c925760a781c00276H.jpg_720x720q75.jpg_-696x696.avif 696w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 47</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Il termostato e la gestione elettronica</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il termostato è una valvola che regola il flusso del liquido: resta chiusa per permettere al motore di scaldarsi velocemente e si apre per inviare il fluido al radiatore solo al raggiungimento della temperatura ottimale. Nei sistemi moderni, il termostato è spesso gestito elettronicamente per superare rapidamente la fase di riscaldamento, riducendo la produzione di gas inquinanti tipica dei primi minuti di funzionamento.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il radiatore e l&#8217;aerodinamica attiva</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il radiatore è uno scambiatore di calore ad alette posizionato frontalmente per sfruttare l&#8217;aria esterna. Il suo tappo sigillante controlla anche gli eccessi di sovrappressione, convogliando il liquido in eccesso verso la vaschetta di recupero. Per migliorare l&#8217;efficienza aerodinamica, molte auto moderne utilizzano <strong>condotti e paratie mobili</strong> (shutter) che si chiudono per trattenere il calore nel vano motore o si aprono per aumentare il flusso d&#8217;aria solo quando strettamente necessario.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="663" height="429" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/01/z1.png" alt="z1" class="wp-image-168271" style="width:912px;height:auto" title="Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 34" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/z1.png 663w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/z1-300x194.png 300w" sizes="(max-width: 663px) 100vw, 663px" /><figcaption>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 48</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">La ventola di raffreddamento</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La ventola consente di smaltire il calore quando il flusso d&#8217;aria naturale è insufficiente, ad esempio durante le soste o a basse velocità. Azionata elettricamente o meccanicamente, forza l&#8217;aria attraverso le alette del radiatore garantendo lo scambio termico anche quando le paratie aerodinamiche sono chiuse o il veicolo è fermo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il vaso di espansione</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Quando la temperatura e la pressione interna al sistema aumentano, il liquido subisce una variazione di volume. Il <strong>vaso di espansione</strong> è il contenitore che accoglie il liquido in eccesso espulso attraverso la valvola del tappo sigillante, compensando le variazioni volumetriche e mantenendo il sistema in equilibrio senza perdite.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="650" height="366" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/01/limpianto-di-raffreddamento-del-motore.jpg" alt="limpianto di raffreddamento del motore" class="wp-image-168272" style="width:912px;height:auto" title="Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 35" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/limpianto-di-raffreddamento-del-motore.jpg 650w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/limpianto-di-raffreddamento-del-motore-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /><figcaption>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 49</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Sensori e centralina: il cervello termico</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il sensore di temperatura è un componente critico che comunica costantemente con la centralina (ECU). Monitorando i dati in tempo reale, la centralina decide quando aprire la valvola termostatica o attivare la ventola (spesso dotata di più velocità di rotazione) per gestire le fasi più critiche della dissipazione del calore.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Riepilogo del ciclo di funzionamento</h3>



<p class="wp-block-paragraph">In sintesi, il liquido assorbe il calore dal motore e viene spinto dalla pompa verso il termostato. Se il motore è freddo, il liquido continua a circolare solo all&#8217;interno del blocco; se è caldo, la valvola si apre e il fluido scorre nel radiatore. Qui viene raffreddato dall&#8217;aria (naturale o forzata dalla ventola) prima di tornare al motore per ricominciare il ciclo di protezione delle parti in movimento.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="640" height="480" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/01/6372917-orig.jpg" alt="6372917 orig" class="wp-image-168273" style="width:885px;height:auto" title="Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 36" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/6372917-orig.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/6372917-orig-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/6372917-orig-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 50</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Gestione dei componenti critici e pompe EWP</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle auto di ultima generazione, l&#8217;uso di pompe elettriche (<strong>EWP &#8211; Electric Water Pump</strong>) permette un flusso indipendente dai giri del motore. Questo è fondamentale per i motori turbo: la pompa può continuare a girare anche dopo lo spegnimento dell&#8217;auto (fase di <em>after-run</em>), evitando che il calore residuo danneggi la turbina dopo un utilizzo intenso, come un lungo tragitto autostradale.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Raffreddamento misto e gestione termica globale</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Esistono sistemi a raffreddamento misto che combinano l&#8217;azione del liquido refrigerante con quella dell&#8217;olio lubrificante e dell&#8217;aria per proteggere parti specifiche come la testata e il blocco cilindri. La gestione termica totale è regolata dalla centralina per mantenere il <strong>powertrain</strong> alla temperatura ideale, garantendo la massima efficienza ambientale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/01/origin-1024x576.jpg" alt="origin" class="wp-image-168274" title="Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 37" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/origin-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/origin-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/origin-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/origin-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/origin.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 51</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">La scomparsa degli indicatori di temperatura</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Paradossalmente, l&#8217;estrema precisione dei sistemi moderni ha portato molti costruttori a eliminare l&#8217;indicatore della temperatura dal cruscotto, sostituendolo con una semplice spia luminosa (blu per motore freddo, rossa per surriscaldamento). Questo approccio, tuttavia, può risultare rischioso per il conducente, poiché la segnalazione di un problema spesso avviene quando il surriscaldamento è già in fase critica.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Gestione e manutenzione delle auto moderne </h3>



<p class="wp-block-paragraph">Da decenni l&#8217;acqua del rubinetto è stata bandita dai sistemi di raffreddamento, inclusi quelli delle auto storiche e da collezione. Nei sistemi moderni, specialmente negli ibridi, la manutenzione è diventata una questione di <strong>chimica applicata</strong>. È fondamentale utilizzare esclusivamente il liquido specifico indicato dal costruttore, poiché contiene additivi progettati per proteggere le guarnizioni e prevenire la <strong>corrosione galvanica</strong>, particolarmente pericolosa nei circuiti che passano in prossimità dei pacchi batteria.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="275" height="183" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/01/images-1.jpg" alt="images 1" class="wp-image-168275" style="width:888px;height:auto" title="Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 38"><figcaption>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 52</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Il decadimento chimico: test di densità e pH</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il controllo del liquido refrigerante non riguarda più solo il livello. Il fluido subisce un decadimento chimico: con il tempo tende a diventare acido, iniziando a corrodere i componenti interni dall&#8217;interno. Per questo motivo, durante ogni tagliando, un tecnico specializzato deve testare non solo il punto di congelamento, ma anche il <strong>valore del pH</strong>. Un livello costante non garantisce, da solo, che il liquido sia ancora efficace.</p>



<h3 class="wp-block-heading">L&#8217;operazione di &#8220;Flushing&#8221;: il lavaggio del circuito</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni 5-6 anni è necessario effettuare il lavaggio completo del circuito, operazione nota come <strong>Flushing</strong>. Questo processo elimina i depositi che possono ostruire i micro-condotti dei radiatori moderni, dello scambiatore del turbo o del sistema di raffreddamento batterie. Questi componenti sono estremamente sensibili, specialmente nei motori attuali dove il monoblocco è spesso in alluminio anziché in ghisa.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="798" height="525" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/01/002_mp_tw_customresolution.jpg" alt="002 mp tw customresolution" class="wp-image-168276" style="width:912px;height:auto" title="Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 39" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/002_mp_tw_customresolution.jpg 798w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/002_mp_tw_customresolution-768x505.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/002_mp_tw_customresolution-300x197.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/002_mp_tw_customresolution-696x458.jpg 696w" sizes="(max-width: 798px) 100vw, 798px" /><figcaption>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 53</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Monitorare la Pompa Elettrica: segnali e comportamenti</h3>



<p class="wp-block-paragraph">A differenza delle pompe meccaniche, che avvisano con perdite visibili o rumori metallici di cuscinetti, la <strong>pompa elettrica</strong> richiede un&#8217;osservazione più attenta. Un segnale chiave è il comportamento della ventola dopo lo spegnimento: le pompe elettriche continuano a far circolare il liquido per raffreddare turbo o batterie a motore spento. Se, dopo una guida intensa, avvertite la ventola girare alla massima velocità per un tempo insolitamente lungo, o al contrario notate un silenzio assoluto dove prima sentivate un ronzio, potrebbe esserci un errore di comunicazione con la centralina.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Diagnostica digitale e indicatori di temperatura</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Se la vettura è dotata di un indicatore di temperatura digitale, prestate attenzione a oscillazioni irregolari: se la temperatura sale e scende senza stabilizzarsi al centro della scala, la pompa potrebbe avere un guasto elettronico intermittente. Tuttavia, molti guasti non attivano immediatamente la spia rossa; per questo è fondamentale richiedere una <strong>scansione dei codici errore</strong> della centralina durante ogni cambio olio o manutenzione ordinaria.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="944" height="239" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/01/3.3_2.f7ef362f.jpg" alt="3.3 2.f7ef362f" class="wp-image-168277" title="Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 40" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/3.3_2.f7ef362f.jpg 944w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/3.3_2.f7ef362f-768x194.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/3.3_2.f7ef362f-300x76.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/3.3_2.f7ef362f-696x176.jpg 696w" sizes="(max-width: 944px) 100vw, 944px" /><figcaption>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 54</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Segnali acustici e cavitazione</h3>



<p class="wp-block-paragraph">È possibile identificare anomalie anche a orecchio. Con il motore al minimo, o in modalità solo elettrica per le ibride, un ronzio troppo acuto o un rumore simile a piccoli sassi che scorrono in un tubo possono indicare che la pompa sta lavorando sotto sforzo o che è presente aria nel circuito (fenomeno della cavitazione).</p>



<h3 class="wp-block-heading">La regola d&#8217;oro per turbo e ibridi: il &#8220;Cool-down&#8221;</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;avvertenza fondamentale per la longevità: dopo un tratto autostradale o una salita impegnativa, <strong>non spegnete mai il motore immediatamente</strong>. Anche se il sistema è dotato di pompe elettriche, lasciare il motore al minimo per 30-60 secondi permette alle temperature di stabilizzarsi in modo naturale, riducendo drasticamente lo stress termico sui componenti elettronici e sull&#8217;alberino del turbo.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="640" height="383" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/01/6527707149-436f543339-z.jpg" alt="6527707149 436f543339 z" class="wp-image-168278" style="width:912px;height:auto" title="Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 41" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/6527707149-436f543339-z.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/6527707149-436f543339-z-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 55</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Le conseguenze del surriscaldamento moderno</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, un surriscaldamento non significa solo &#8220;bruciare la guarnizione della testata&#8221;. I danni collaterali possono includere la cottura dei cablaggi ad alta tensione nelle ibride, il degrado accelerato e definitivo delle celle della batteria o la rottura per shock termico del turbocompressore.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Una serie di consigli per un controllo dell&#8217;efficienza del sistema: Vaso di Espansione</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Verificate che il livello del liquido sia compreso tra le tacche <strong>MIN</strong> e <strong>MAX</strong> riportate sul serbatoio semitrasparente. Se notate che il livello scende costantemente tra un controllo e l&#8217;altro, è presente una micro-perdita che richiede un&#8217;ispezione in officina: il semplice rabbocco non risolve il problema.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/01/wgti7yazukkb1-768x1024.jpg" alt="wgti7yazukkb1" class="wp-image-168279" title="Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 42" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/wgti7yazukkb1-768x1024.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/wgti7yazukkb1-300x400.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/wgti7yazukkb1-696x928.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/wgti7yazukkb1.jpg 1440w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 56</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Analisi visiva del liquido</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il colore deve essere vivido (rosa, blu o verde fluo a seconda delle specifiche). Se il liquido appare <strong>marrone, torbido</strong> o presenta tracce simili a <strong>maionese</strong> (schiuma biancastra), significa che c&#8217;è una contaminazione con l&#8217;olio lubrificante o una forte acidità. È un grave campanello d&#8217;allarme. Ispezione di giunzioni e tubazioni</p>



<p class="wp-block-paragraph">Seguite visivamente i tubi di gomma dal radiatore al motore. Cercate incrostazioni o polverine colorate in corrispondenza delle fascette stringitubo: indicano perdite che evaporano col calore, segnali premonitori di una rottura imminente. Al tatto, i tubi devono essere flessibili ma sodi; se scricchiolano o risultano appiccicosi, la gomma sta cedendo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/01/pulire-il-radiatore-dellauto-1024x683.jpg" alt="pulire il radiatore dellauto" class="wp-image-168280" title="Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 43" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/pulire-il-radiatore-dellauto-1024x683.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/pulire-il-radiatore-dellauto-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/pulire-il-radiatore-dellauto-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/pulire-il-radiatore-dellauto-696x464.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/pulire-il-radiatore-dellauto.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 57</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Manutenzione della massa radiante e paratie</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Assicuratevi che le prese d&#8217;aria e le paratie mobili siano libere da foglie, fango o insetti. Un radiatore intasato esternamente costringe la ventola e la pompa elettrica a lavorare fino al triplo dello sforzo normale, riducendone drasticamente la vita utile.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Perdite a terra e analisi olfattiva</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Verificate l&#8217;eventuale presenza di macchie viscide sotto l&#8217;auto dopo il parcheggio (da non confondere con l&#8217;acqua incolore della condensa del clima). Infine, usate l&#8217;olfatto: se a motore caldo sentite un <strong>odore dolciastro</strong> simile a zucchero filato o caramello, il glicole sta evaporando da una micro-perdita nel sistema.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="650" height="450" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2026/01/TURN_00012.jpg" alt="TURN 00012" class="wp-image-168281" style="width:866px;height:auto" title="Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 44" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/TURN_00012.jpg 650w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2026/01/TURN_00012-300x208.jpg 300w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /><figcaption>Sistema di raffreddamento, Principi generali composizione funzionamento 58</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Specifiche per veicoli ibridi</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Molte auto ibride dispongono di <strong>due vaschette di espansione</strong> separate. È fondamentale controllare entrambi i circuiti (quello termico e quello dedicato alle batterie/inverter), poiché operano in modo indipendente ma sono ugualmente vitali per la salute della vettura.</p>
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		<title>L&#8217;Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Dec 2025 07:59:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Storicamente, l&#8217;industria automobilistica ha risposto alla necessità di sviluppare veicoli &#8220;all-terrain&#8221; capaci di operare su ogni superficie. L&#8217;obiettivo non è solo l&#8217;accesso a percorsi impervi, ma anche l&#8217;incremento della sicurezza attiva in condizioni critiche come pioggia, ghiaccio e neve. I sistemi a quattro ruote motrici (identificati dalle sigle 4&#215;4, 4WD o AWD) garantiscono la motricità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Storicamente, l&#8217;industria automobilistica ha risposto alla necessità di sviluppare veicoli &#8220;all-terrain&#8221; capaci di operare su ogni superficie. L&#8217;obiettivo non è solo l&#8217;accesso a percorsi impervi, ma anche l&#8217;incremento della sicurezza attiva in condizioni critiche come pioggia, ghiaccio e neve. I sistemi a quattro ruote motrici (identificati dalle sigle 4&#215;4, 4WD o AWD) garantiscono la motricità necessaria, sebbene utilizzino architetture tecniche profondamente diverse tra loro.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il Ruolo Centrale del Differenziale</h3>



<p class="wp-block-paragraph">In un sistema di trazione integrale, l&#8217;elemento cardine è il <strong>differenziale centrale</strong>. Mentre ogni assale possiede un proprio differenziale dedicato per ripartire la coppia tra le ruote dello stesso asse, il differenziale centrale assolve il compito di distribuire la forza motrice tra l&#8217;asse anteriore e quello posteriore. Questo componente permette ai due assi di ruotare a velocità differenti, una condizione indispensabile per evitare tensioni meccaniche durante la percorrenza di una curva su fondi ad alta aderenza.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/12/31-1024x683.jpg" alt="31" class="wp-image-167852" title="L&#039;Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 59" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/31-1024x683.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/31-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/31-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/31-696x464.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/31.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>L'Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 67</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Sistemi a Inserimento Meccanico e Collegamento Rigido</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Le soluzioni primordiali prevedevano un collegamento meccanico diretto tramite lo scorrimento di un manicotto. Questa configurazione è tipica delle vetture con motore anteriore longitudinale e trazione posteriore prevalente. In questo schema, a valle del cambio, viene installato un ripartitore che rinvia il moto all&#8217;assale anteriore. Attraverso una leva manuale o un attuatore elettroidraulico, il manicotto vincola rigidamente i due assali. Sebbene garantisca la massima trazione su fondi non asfaltati, questo sistema non permette una differenziazione di velocità tra gli assi, rendendolo inadatto all&#8217;uso su asfalto asciutto. È la tecnologia robusta che ha reso celebri le Jeep nate per scopi militari e i fuoristrada &#8220;puri&#8221;.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="723" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/12/Immagine-WhatsApp-2025-12-21-ore-09.43.25_e118046b-1024x723.jpg" alt="Immagine WhatsApp 2025 12 21 ore 09.43.25 e118046b" class="wp-image-167853" title="L&#039;Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 60" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/Immagine-WhatsApp-2025-12-21-ore-09.43.25_e118046b-1024x723.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/Immagine-WhatsApp-2025-12-21-ore-09.43.25_e118046b-768x542.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/Immagine-WhatsApp-2025-12-21-ore-09.43.25_e118046b-300x212.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/Immagine-WhatsApp-2025-12-21-ore-09.43.25_e118046b-696x491.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/Immagine-WhatsApp-2025-12-21-ore-09.43.25_e118046b.jpg 1880w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>L'Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 68</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Il Cuore dell&#8217;Ingegneria Meccanica: Il Differenziale Torsen</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i sistemi di gestione della coppia più raffinati spicca il <strong>Torsen</strong> (termine derivato da <em>Torque Sensing</em>, ovvero sensibile alla coppia). A differenza dei differenziali tradizionali, il Torsen sfrutta il principio della vite senza fine per distribuire la potenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando una ruota o un asse perde aderenza, l&#8217;attrito interno tra gli ingranaggi elicoidali impedisce alla coppia di incrementare verso la ruota che slitta. Il sistema così concepito è intrinsecamente autobloccante. Il Torsen, quindi nasce come elemento totalmente meccanico e istantaneo; non attende lo slittamento per intervenire, ma ripartisce la coppia continuamente in base alla resistenza offerta dal terreno. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo sistema garantisce una fluidità di marcia migliore e una sensazione di maggiore connessione con la strada. Questo sistema nacque per necessità di essere competitivi nel mondo dei rally debuttando sulle Audi &#8220;Quattro&#8221; a motore longitudinale, poi diventato un vero marchio di fabbrica della casa degli anelli fino al giorno d&#8217;oggi </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="575" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/12/torsen_differential__large-1024x575.jpg" alt="torsen differential large" class="wp-image-167855" title="L&#039;Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 61" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/torsen_differential__large-1024x575.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/torsen_differential__large-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/torsen_differential__large-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/torsen_differential__large-696x391.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/torsen_differential__large.jpg 1180w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>L'Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 69</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">L&#8217;Innovazione Subaru: Symmetrical AWD</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La spinta definitiva all&#8217;evoluzione della trazione integrale è arrivata dalle competizioni nei primi anni &#8217;80, ma è Subaru ad aver definito una filosofia costruttiva unica: la <strong>Symmetrical AWD</strong>. L&#8217;obiettivo dei tecnici giapponesi era ottenere una distribuzione della coppia perfettamente simmetrica e un bilanciamento dei pesi ottimale. Attraverso complessi schemi di ingranaggi planetari e satellitari disposti longitudinalmente, Subaru ha reso i due assali interdipendenti in modo costante. Evoluzioni successive, come sulla Subaru SVX del 1991, hanno introdotto leggere asimmetrie nel numero di denti degli ingranaggi per privilegiare la trazione sull&#8217;asse posteriore, mantenendo però la proverbiale stabilità del sistema.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="328" height="154" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/12/images-1.jpeg" alt="images 1" class="wp-image-167854" style="width:859px;height:auto" title="L&#039;Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 62" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/images-1.jpeg 328w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/images-1-300x141.jpeg 300w" sizes="(max-width: 328px) 100vw, 328px" /><figcaption>L'Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 70</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Sistemi a Gestione Viscosa e Controllo Attivo</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Per variare la ripartizione della coppia tra i due assi in modo continuo e più dolce, vengono utilizzati elementi viscosi che attraverso la presenza di pacchi frizione lamellari immersi in un fluido siliconico traferiscono la coppia. Il sistema <strong>Ferguson</strong> o in genere chiamato giunto viscoso sfrutta la resistenza del fluido per trasmettere il moto. In varianti più evolute, come il sistema <strong>ATTESA</strong> di Nissan o il <strong>DCCD</strong> di Subaru, l&#8217;elettronica interviene che un comando elettro meccanico interviene su questi pacchi frizione tramite attuatori variandone la capacità di trasmettere coppia. Nel caso di Subaru, permette al conducente di variare manualmente o la percentuale di coppia tra gli assi, passando da una guida votata al comfort a una configurazione prettamente sportiva con prevalenza posteriore.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="600" height="564" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/12/w600_m1_yichecar_41b6efaec8694fd89d4909ab115c99d5.jpeg.webp" alt="w600 m1 yichecar 41b6efaec8694fd89d4909ab115c99d5.jpeg" class="wp-image-167856" style="width:912px;height:auto" title="L&#039;Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 63" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/w600_m1_yichecar_41b6efaec8694fd89d4909ab115c99d5.jpeg.webp 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/w600_m1_yichecar_41b6efaec8694fd89d4909ab115c99d5.jpeg-300x282.webp 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>L'Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 71</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">La Nuova Frontiera: Trazione Elettrica e Torque Vectoring</h3>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;ultima frontiera è l&#8217;eliminazione del collegamento meccanico (albero di trasmissione) tra i due assi, sostituito da unità elettriche indipendenti. Questa tecnologia introduce il concetto avanzato di <strong>Torque Vectoring</strong> (vettorizzazione della coppia).  Costruttori come Toyota e Lexus utilizzano questa soluzione per attivare la trazione integrale solo quando necessario (ad esempio in partenza o su fondi scivolosi), riducendo drasticamente i consumi rispetto ai sistemi AWD permanenti.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="735" height="426" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/12/capture1565722777114.png" alt="capture1565722777114" class="wp-image-167859" style="width:912px;height:auto" title="L&#039;Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 64" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/capture1565722777114.png 735w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/capture1565722777114-300x174.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/capture1565722777114-696x403.png 696w" sizes="(max-width: 735px) 100vw, 735px" /><figcaption>L'Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 72</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Un esempio di come questa soluzioni si adatti anche alle alte prestazioni è la soluzione usata da Honda per la NSX o in modo più semplice dalla Ferrari con la 296 GTB. Nel primo coso vengono utilizzati due motori elettrici posti sull&#8217;asse anteriore erogando livelli di coppia differenti tra la ruota destra e quella sinistra in tempo reale. Mentre nel caso di Ferrari il motore elettrico agisce su un differenziale tradizionale per gestire la differenza di coppia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel caso della NS-X durante una svolta, il sistema invia più coppia alla ruota esterna e può applicare una coppia frenante (recupero energetico) a quella interna. Questo crea un &#8220;momento di imbardata&#8221; che aiuta l&#8217;auto a curvare con una rapidità e una precisione impossibili per un sistema meccanico tradizionale.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/12/unnamed.jpg" alt="unnamed" class="wp-image-167857" title="L&#039;Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 65" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/unnamed.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/unnamed-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/unnamed-768x768.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/unnamed-300x300.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/unnamed-696x696.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>L'Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 73</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Confronto Tecnico: Torsen vs. Torque Vectoring Elettrico</h3>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><thead><tr><td>Caratteristica</td><td>Differenziale Torsen</td><td>Torque Vectoring Elettrico (es. su un assale)</td></tr></thead><tbody><tr><td><strong>Principio di Funz.</strong></td><td>Meccanico, attrito tra ingranaggi elicoidali</td><td>Elettrico, motori indipendenti per ogni ruota</td></tr><tr><td><strong>Velocità di Risposta</strong></td><td>Istantanea, passiva (reagisce alla coppia)</td><td>Rapidissima, attiva (prevede e agisce)</td></tr><tr><td><strong>Controllo Coppia</strong></td><td>Ripartizione fissa basata sul <em>Torque Bias Ratio</em></td><td>Completamente variabile e indipendente per ogni ruota</td></tr><tr><td><strong>Peso e Ingombro</strong></td><td>Moderato, componente robusto nell&#8217;architettura</td><td>Potenzialmente inferiore (meno componenti meccanici)</td></tr><tr><td><strong>Flessibilità Dinamica</strong></td><td>Aumenta la trazione, migliora la stabilità</td><td>Estremamente elevata, modifica attivamente la traiettoria</td></tr><tr><td><strong>Efficienza Energetica</strong></td><td>Discreto (perdite per attrito interno)</td><td>Eccellente (gestione on-demand, recupero energetico)</td></tr><tr><td><strong>Complessità</strong></td><td>Alta precisione meccanica, no elettronica di controllo</td><td>Motori elettrici, elettronica di potenza, software avanzato</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>Torsen</strong>, in sostanza, Eccelle nella robustezza e nell&#8217;affidabilità. Offre un feeling di guida molto diretto e prevedibile, essendo sempre &#8220;attivo&#8221; nella sua ripartizione. Il suo limite è l&#8217;incapacità di generare attivamente un momento di imbardata, potendo solo ridistribuire la coppia già presente. Alcuni costruttori, come Europei, Audi con la trazione Quattro, oppure Mercedes con la trasmissione 4Matic attraverso una frizione Haldex più semplice nel suo funzionamento  adottano ancora sistemi di trasmissione meccanici. Anche i Giapponesi come Honda, Mazda, Subaru con AWD e Suzuki 4wd con PTU di controllo usano la trazione meccanica per la gestione della trazione sulle ruote, imitati anche dalla coppia coreana di Kia/Hyundai. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/12/nissan-presenta-la-trazione-integrale-elettrica-e-4orce-1024x1024.webp" alt="nissan presenta la trazione integrale elettrica e 4orce" class="wp-image-167860" title="L&#039;Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 66" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/nissan-presenta-la-trazione-integrale-elettrica-e-4orce-1024x1024.webp 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/nissan-presenta-la-trazione-integrale-elettrica-e-4orce-150x150.webp 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/nissan-presenta-la-trazione-integrale-elettrica-e-4orce-768x768.webp 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/nissan-presenta-la-trazione-integrale-elettrica-e-4orce-300x300.webp 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/nissan-presenta-la-trazione-integrale-elettrica-e-4orce-696x696.webp 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/12/nissan-presenta-la-trazione-integrale-elettrica-e-4orce.webp 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>L'Evoluzione dei Sistemi di Trazione Integrale: Dalla Meccanica al Torque Vectoring 74</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>Torque Vectoring Elettrico</strong>, di contro, rappresenta la massima evoluzione in termini di dinamica veicolo. Consente un controllo chirurgico della trazione, migliorando non solo l&#8217;aderenza ma anche la manovrabilità e l&#8217;agilità, soprattutto in curva. Il suo vantaggio è la capacità di generare coppia o applicare frenata su singole ruote, manipolando attivamente il comportamento del veicolo. Le case automobilistiche, come Toyota, Nissan, Mitsubishi usano ormai un motore elettrico posto sull&#8217;asse posteriore per la gestione della trazione. Anche costruttori europei come Volvo e americani come Jeep usano per la trazione integrale interi sistemi di trazione elettrica per l&#8217;assale posteriore. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il futuro è sempre più elettrificato, quindi il futuro della trazione integrale passa per la gestione della potenza derivante dai motori elettrici sui due assali in modo varabile e gestita elettronicamente. Ad aggi anche un costruttore estremamente conservatore come Subaru adottando due motori elettrici di uguale potenza per i due assali riesce a garantire la perfetta trazione simmetrica per ogni ruota anche abbracciando la mobilità elettrica. </p>
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		<title>Dietro la velocità: I materiali che fanno la differenza in pista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 00:19:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Formula 1, la MotoGP, la Formula E e le gare di Endurance sono molto più che semplici competizioni di velocità. Sono laboratori estremi in cui l&#8217;ingegneria dei materiali e la logistica di precisione si fondono per strappare millisecondi al cronometro e garantire l&#8217;affidabilità sotto sforzi inimmaginabili. Dietro i ruggenti motori e le aerodinamiche affilate, [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La Formula 1, la MotoGP, la Formula E e le gare di Endurance sono molto più che semplici competizioni di velocità. Sono laboratori estremi in cui l&#8217;ingegneria dei materiali e la logistica di precisione si fondono per strappare millisecondi al cronometro e garantire l&#8217;affidabilità sotto sforzi inimmaginabili. Dietro i ruggenti motori e le aerodinamiche affilate, c&#8217;è una &#8220;danza invisibile&#8221; di componenti che determina il successo: la gestione del peso, la resistenza al calore e, in ultima analisi, l&#8217;efficienza complessiva.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>La fibra di carbonio: Il re indiscusso</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quando si parla di alta velocità, è impossibile non menzionare la fibra di carbonio. Dalle scocche delle monoposto di F1 ai telai delle moto da Gran Premio, questo materiale offre un rapporto resistenza-peso semplicemente ineguagliabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua diffusione non è casuale. Un telaio in carbonio è incredibilmente rigido, il che è vitale per mantenere la geometria delle sospensioni costante, garantendo al pilota un <em>feeling</em> preciso. Allo stesso tempo, la sua leggerezza contribuisce in modo significativo a raggiungere il peso minimo regolamentare, permettendo ai team di posizionare la zavorra in modo strategico per ottimizzare il bilanciamento. Questo equilibrio, tuttavia, non si limita solo alla struttura principale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Dalla pista alla strada: I materiali che cambiano le regole del gioco</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le innovazioni sviluppate nelle competizioni d&#8217;élite non rimangono confinate ai <em>paddock</em>. Il trasferimento tecnologico è una delle ragioni principali per cui le case automobilistiche investono miliardi nello sport motoristico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basti pensare ai freni carbo-ceramici, nati per resistere alle temperature estreme della F1 e dell&#8217;Endurance, e ora disponibili su molte <em>supercar</em> e persino su alcune auto di serie ad alte prestazioni. Questi materiali garantiscono una potenza frenante costante e una resistenza al <em>fading</em> (l&#8217;affaticamento da calore) impensabile con i tradizionali dischi in acciaio. Anche l&#8217;evoluzione delle leghe metalliche per i motori, capaci di resistere a pressioni e temperature sempre maggiori, ha un impatto diretto sulla durabilità e sull&#8217;efficienza dei propulsori stradali moderni, incluse le nuove frontiere dell&#8217;ibrido e dell&#8217;elettrico.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Precisione al millimetro: L&#8217;importanza della catena logistica e produttiva</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto sofisticati siano i materiali, la loro integrità e performance dipendono interamente dalla precisione del processo produttivo che li ha generati. Nel mondo delle corse, dove un difetto di un millimetro può causare un ritiro, la gestione della produzione è un&#8217;arte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa necessità di precisione non riguarda solo la lavorazione finale, ma l&#8217;intero percorso del componente, dalla materia prima all&#8217;assemblaggio. La movimentazione di pezzi delicati, la gestione dei flussi produttivi in ambienti puliti e il controllo qualità richiedono sistemi che garantiscano zero errori. Ad esempio, per comprendere meglio come viene mantenuta l&#8217;integrità dei materiali e l&#8217;efficienza nelle linee di produzione che lavorano componenti così sensibili (come le batterie della Formula E o le parti in titanio della MotoGP), è utile consultare risorse specializzate nell&#8217;ottimizzazione del trasporto interno e dell&#8217;automazione. Aziende leader nel settore della movimentazione industriale offrono approfondimenti critici su come i flussi di lavoro sono gestiti per massimizzare la velocità e minimizzare i danni. Per chi desidera approfondire l&#8217;efficienza logistica e i sistemi che supportano la produzione di alta precisione, si consiglia la lettura degli studi e dei casi studio disponibili su <a href="https://www.montiimpianti.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong>montiimpianti.it</strong></a>, realtà specializzata nella vendita di nastri trasportatori.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><a></a><strong>Il futuro è leggero e sostenibile</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Guardando avanti, le competizioni continuano a guidare l&#8217;innovazione verso due direzioni chiave: maggiore leggerezza e maggiore sostenibilità. La Formula E e le gare <em>hybrid</em> stanno spingendo l&#8217;uso di materiali riciclati e processi produttivi a basso impatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I ricercatori stanno esplorando resine termoplastiche che possono essere riciclate più facilmente rispetto alle attuali resine termoindurenti utilizzate nella fibra di carbonio tradizionale. Inoltre, la miniaturizzazione e l&#8217;ottimizzazione dei sistemi di raffreddamento delle batterie, basati su materiali compositi avanzati, rappresentano la nuova frontiera per aumentare l&#8217;autonomia e la sicurezza dei veicoli elettrici, sia in pista che su strada.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In conclusione, la vera competizione non si svolge solo tra i piloti, ma anche tra gli ingegneri dei materiali, i chimici e gli esperti di produzione. La loro &#8220;danza invisibile&#8221; di innovazione è ciò che alimenta non solo l&#8217;alta velocità, ma l&#8217;intero futuro della mobilità.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><a></a><strong>&nbsp;</strong></h3>
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		<title>Best Engine: Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+, quando potenza e efficienza si incontrano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2025 16:03:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nuova Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+ rappresenta la perfetta sintesi tra la raffinatezza del classico sei cilindri in linea a benzina e l&#8217;efficienza di un sistema ibrido plug-in ad alte prestazioni. Sotto il cofano lavora il classico motore turbo da 3,0 litri siglato M256M da 449 CV, affiancato da un motore elettrico integrato da 163 [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La nuova Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+ rappresenta la perfetta sintesi tra la raffinatezza del classico sei cilindri in linea a benzina e l&#8217;efficienza di un sistema ibrido plug-in ad alte prestazioni. Sotto il cofano lavora il classico motore turbo da 3,0 litri siglato M256M da 449 CV, affiancato da un motore elettrico integrato da 163 CV. La potenza combinata raggiunge i 585 CV e 750 Nm di coppia, con punte temporanee fino a 612 CV in modalità overboost per sprint e sorpassi fulminei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La trazione è gestita dal cambio automatico AMG SPEEDSHIFT TCT a 9 rapporti e distribuita su tutte le ruote dal sistema 4MATIC+ completamente variabile. La batteria da 28,6 kWh garantisce un&#8217;autonomia elettrica fino a 90-100 km (WLTP), consentendo di viaggiare a zero emissioni fino a 140 km/h. Le prestazioni restano da vera AMG: 0-100 km/h in 3,8 secondi e velocità massima di 250 km/h, estendibile a 280 km/h con il pacchetto AMG Driver&#8217;s Package opzionale.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="300" height="168" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/11/images-2.jpg" alt="images 2" class="wp-image-166866" title="Best Engine: Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+, quando potenza e efficienza si incontrano 75"><figcaption>Best Engine: Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+, quando potenza e efficienza si incontrano 80</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Piattaforma tecnica MRA II e componenti AMG</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La piattaforma tecnica è la MRA II (Modular Rear Architecture), sviluppata per modelli a trazione posteriore elettrificati. La E53 si arricchisce di componenti AMG come trasmissione rinforzata, sospensioni pneumatiche sportive e ruote posteriori sterzanti di serie per un&#8217;agilità superiore.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="930" height="600" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/11/M256-Engine-Mercedes.jpg" alt="M256 Engine Mercedes" class="wp-image-166867" title="Best Engine: Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+, quando potenza e efficienza si incontrano 76" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/M256-Engine-Mercedes.jpg 930w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/M256-Engine-Mercedes-768x495.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/M256-Engine-Mercedes-300x194.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/M256-Engine-Mercedes-696x449.jpg 696w" sizes="(max-width: 930px) 100vw, 930px" /><figcaption>Best Engine: Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+, quando potenza e efficienza si incontrano 81</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Motore termico M256M: sei cilindri da 449 CV</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nello specifico, il motore benzina che compone il sistema è l&#8217;M256M da 2.999 cm³, sei cilindri in linea ricavato con un alesaggio di 83 mm e una corsa da 92,4 mm per una potenza complessiva di 449 CV disponibili da 5.800 a 6.100 giri/min e 560 Nm disponibili già dai 2.200 giri, rimanendo costanti fino a 5.000 giri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La potenza specifica è di 149,7 CV/litro, con rapporto di compressione piuttosto alto da 10,5:1, distribuzione a quattro valvole per cilindro con doppio albero a camme in testa e sistema di variazione di fase Camtronic, con iniezione diretta e sovralimentazione Twinscroll con intercooler. Il sistema antinquinamento è gestito dalla funzione start&amp;stop e dalla presenza di un filtro antiparticolato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="569" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/11/5-1024x569.jpg" alt="5" class="wp-image-166868" title="Best Engine: Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+, quando potenza e efficienza si incontrano 77" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/5-1024x569.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/5-768x427.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/5-300x167.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/5-696x387.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/5.jpg 1075w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+, quando potenza e efficienza si incontrano 82</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Unità elettrica: 163 CV in configurazione P2</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La parte elettrica è composta da un motore elettrico inserito nella trasmissione tra volano e cambio secondo uno schema meccanico P2. Si tratta di un motore sincrono a magneti permanenti che occupa lo spazio prima riservato al classico convertitore di coppia. La potenza è di 163 CV e 480 Nm di coppia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La potenza di sistema è pari a 585 CV con 750 Nm di coppia, con la possibilità di erogare 612 CV con funzione boost attivata. La batteria è composta da un elemento da 28,6 kWh lordi per un uso effettivo da 21,2 kWh e un&#8217;alimentazione a 400 V. La composizione delle celle è agli ioni di litio, posizionata sotto il bagagliaio in posizione posteriore. La potenza di recupero in passivo con frenata rigenerativa è di 120 kW per una percorrenza media in EV che va dai 93 ai 101 km con un consumo medio che va da 24,1 a 25,9 kWh/100 km, utilizzabile fino a 140 km/h.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="936" height="616" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/11/image-240.jpg" alt="image 240" class="wp-image-166869" title="Best Engine: Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+, quando potenza e efficienza si incontrano 78" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/image-240.jpg 936w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/image-240-768x505.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/image-240-300x197.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/image-240-696x458.jpg 696w" sizes="(max-width: 936px) 100vw, 936px" /><figcaption>Best Engine: Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+, quando potenza e efficienza si incontrano 83</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Peso, prestazioni e consumi ottimizzati</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il peso complessivo dell&#8217;auto consente un rapporto peso-potenza da 4 kg/CV e 3,1 kg/Nm. Le prestazioni dichiarano uno 0-100 km/h in 4,0 secondi e 250 km/h limitati, che possono passare a 270 km/h con pacchetto apposito. I valori di consumo dichiarati per il ciclo di omologazione WLTP sono di 0,8 litri/100 km a batteria piena e con prevalenza del percorso urbano. Tale valore passa a circa 7 litri/100 km per un uso autostradale secondo la velocità massima imposta dal codice a 130 km/h e un interessante valore di 5,0 litri per un uso combinato dell&#8217;auto. Un valore di consumo tenuto basso dalla possibilità di gestione decisa dai tecnici AMG che non azzera la capacità della batteria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conservare una parte dell&#8217;energia, accendendo in anticipo il motore benzina, consente di gestire la potenza in ogni condizione, ma soprattutto di sfruttare una parte minima di energia per funzionare come una vettura full hybrid nelle condizioni di minore capacità.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1005" height="217" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/11/Mercedes-AMG-E-53-HYBRID-2_0.png" alt="Mercedes AMG E 53 HYBRID 2 0" class="wp-image-166870" title="Best Engine: Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+, quando potenza e efficienza si incontrano 79" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/Mercedes-AMG-E-53-HYBRID-2_0.png 1005w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/Mercedes-AMG-E-53-HYBRID-2_0-768x166.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/Mercedes-AMG-E-53-HYBRID-2_0-300x65.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/Mercedes-AMG-E-53-HYBRID-2_0-696x150.png 696w" sizes="(max-width: 1005px) 100vw, 1005px" /><figcaption>Best Engine: Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+, quando potenza e efficienza si incontrano 84</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">AMG DYNAMIC SELECT: modalità di guida personalizzabili</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+ offre un&#8217;ampia gamma di modalità di guida tramite il sistema AMG DYNAMIC SELECT, che comprende sia le impostazioni AMG convenzionali sia modalità specifiche per i modelli ibridi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attraverso il volante Performance AMG, alcuni pulsanti aggiuntivi consentono di influenzare direttamente l&#8217;esperienza di guida. Queste manopole con piccoli pulsanti a display sono completamente regolabili, potendo decidere quali funzioni attivare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A seconda dell&#8217;equipaggiamento, è possibile scegliere le impostazioni dell&#8217;ESP, la rigidità dell&#8217;assetto AMG Ride Control, il cambio manuale o la regolazione dell&#8217;AMG Real Performance Sound. Anche le viste della telecamera e i programmi di guida di AMG DYNAMICS sono accessibili tramite il volante.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Modalità di guida elettrica e gestione intelligente della batteria</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La guida in elettrico garantisce un&#8217;autonomia fino a oltre 100 km; in caso di forte accelerazione o bassa tensione della batteria, il motore a combustione si accende automaticamente. La funzione Battery Hold preserva la carica della batteria e l&#8217;uso del motore elettrico è ridotto al minimo e ottimizzato; ideale per preservare l&#8217;autonomia elettrica in un secondo momento, ad esempio per la guida in città.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Rigenerazione dell&#8217;energia: quattro livelli personalizzabili</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La rigenerazione dell&#8217;energia frenante prevede quattro modalità di recupero regolabili. Queste consentono di decidere quanta energia viene recuperata non appena si rilascia l&#8217;acceleratore. Le modalità sono facilmente selezionabili tramite i paddle dietro al volante, in modo da poter passare rapidamente dalla frenata massima alla guida in folle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le modalità selezionabili sono:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>D-</strong>: forte recupero, decelerazione marcata al rilascio dell&#8217;acceleratore, ideale nel traffico cittadino o su percorsi tortuosi; spesso è possibile guidare quasi con un solo pedale</li>



<li><strong>D</strong>: recupero normale, equilibrato tra produzione di energia e comfort, piacevole per l&#8217;uso quotidiano</li>



<li><strong>D+</strong>: nessun recupero, l&#8217;auto rotola quasi liberamente (&#8220;veleggia&#8221;), ideale per lunghi viaggi in autostrada</li>



<li><strong>D AUTO</strong>: modalità intelligente che regola automaticamente l&#8217;intensità dell&#8217;energia frenante in base alla situazione del traffico, al percorso e alla modalità di guida selezionata</li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading">ECO Assistant: intelligenza artificiale per l&#8217;efficienza</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;ECO Assistant analizza costantemente il percorso pianificato. Questo permette al sistema di adattare in modo ottimale lo stile di guida al percorso, risparmiando carburante e recuperando energia. L&#8217;assistente riconosce un veicolo che precede e calcola la velocità ideale in base a distanza, velocità e pendenza per sfruttare al massimo l&#8217;efficienza nei consumi e il recupero di energia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ricarica rapida AC e DC: una rarità nel segmento</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per sfruttare al massimo la guida e la potenza di una AMG E53, avere la carica iniziale è sempre preferibile. Vettura unica nel suo genere per un ibrido plug-in in questo segmento, la Mercedes-AMG E53 Hybrid 4MATIC+ supporta non solo la ricarica rapida in corrente alternata (AC), ma anche in corrente continua (DC).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una soluzione che migliora notevolmente la fruibilità della modalità di guida elettrica. La ricarica in corrente continua consente di ricaricare la capiente batteria da 28,6 kWh in breve tempo, rendendo possibile una ricarica rapida anche in viaggio di tipo autostradale o per l&#8217;uso in pista se è disponibile una colonnina DC.</p>
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		<item>
		<title>Analisi Tecnica: Ferrari F80, L&#8217;Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2025/11/07/analisi-tecnica-ferrari-f80-lhypercar-da-1200-cv-per-gli-80-anni-del-cavallino/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=analisi-tecnica-ferrari-f80-lhypercar-da-1200-cv-per-gli-80-anni-del-cavallino</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Nov 2025 17:01:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Ferrari F80 è l&#8217;hypercar del Cavallino Rampante che celebra gli 80 anni di vita del brand modenese. Una tradizione cominciata negli anni &#8217;80 del secolo scorso con la nascita della prima Ferrari 288 GTO. Da quel lontano 1984, si sono susseguite la mitica F40, la F50, poi la Enzo e infine LaFerrari. L&#8217;ultima arrivata [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2025/11/07/analisi-tecnica-ferrari-f80-lhypercar-da-1200-cv-per-gli-80-anni-del-cavallino/">Analisi Tecnica: Ferrari F80, L&#8217;Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La Ferrari F80 è l&#8217;hypercar del Cavallino Rampante che celebra gli 80 anni di vita del brand modenese. Una tradizione cominciata negli anni &#8217;80 del secolo scorso con la nascita della prima Ferrari 288 GTO. Da quel lontano 1984, si sono susseguite la mitica <a href="https://www.giornalemotori.com/2022/08/12/ferrari-f40-competizione-una-regina-senza-il-suo-regno/" data-type="post" data-id="116670">F40</a>, la F50, poi la <a href="https://www.giornalemotori.com/2024/08/14/enzo-ferrari-36-anni-fa-la-fine-del-mito-e-linizio-della-leggenda/" data-type="post" data-id="139646">Enzo </a>e infine LaFerrari.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> L&#8217;ultima arrivata rappresenta lo stato dell&#8217;arte della tecnologia del Cavallino per una produzione limitata a 799 esemplari a un costo di 3,5 milioni di euro. Se avete intenzione di andare a Maranello sventolando un assegno con questa cifra, sappiate che sono state tutte vendute a clienti già selezionati accuratamente dallo staff commerciale di Ferrari.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/11/670d2bef4cfd1f0079c40dae-ferrari-f80-powertrain-2024-focus-1-desk-1024x576.avif" alt="670d2bef4cfd1f0079c40dae ferrari f80 powertrain 2024 focus 1 desk" class="wp-image-165937" title="Analisi Tecnica: Ferrari F80, L&#039;Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 85" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/670d2bef4cfd1f0079c40dae-ferrari-f80-powertrain-2024-focus-1-desk-1024x576.avif 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/670d2bef4cfd1f0079c40dae-ferrari-f80-powertrain-2024-focus-1-desk-768x432.avif 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/670d2bef4cfd1f0079c40dae-ferrari-f80-powertrain-2024-focus-1-desk-300x169.avif 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/670d2bef4cfd1f0079c40dae-ferrari-f80-powertrain-2024-focus-1-desk-696x392.avif 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/670d2bef4cfd1f0079c40dae-ferrari-f80-powertrain-2024-focus-1-desk.avif 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Ferrari F80, L'Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 93</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Il Sistema Ibrido Derivato dalle corse</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per questa edizione della sua hypercar, la Ferrari ha deciso di attingere al mondo delle corse con un occhio particolare più alle gare di durata del WEC che alla F1. La F80 è una vettura che adotta uno schema ibrido di tipo parallelo puro P2/P4. Il motore benzina è derivato dal V6 bi-turbo, un propulsore ultima evoluzione rispetto alla SF90 Stradale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sull&#8217;assale posteriore, inserito tra motore e cambio, si trova un motore elettrico con sistema di recupero energetico. Nella zona anteriore si trovano la batteria e due motori elettrici che azionano in modo differenziato l&#8217;assale anteriore. In questo modo la F80 è sia una trazione integrale, sia una vettura che può vantare l&#8217;azione dei due motori elettrici singoli, utilizzati sia per la marcia in modalità elettrica che per la gestione del torque vectoring e della massima tenuta di strada.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/11/670fc3516eba150012b0f054-ferrari-f80-engine-focus-2-1024x1024.avif" alt="670fc3516eba150012b0f054 ferrari f80 engine focus 2" class="wp-image-165938" title="Analisi Tecnica: Ferrari F80, L&#039;Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 86" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/670fc3516eba150012b0f054-ferrari-f80-engine-focus-2-1024x1024.avif 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/670fc3516eba150012b0f054-ferrari-f80-engine-focus-2-150x150.avif 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/670fc3516eba150012b0f054-ferrari-f80-engine-focus-2-768x768.avif 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/670fc3516eba150012b0f054-ferrari-f80-engine-focus-2-300x300.avif 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/670fc3516eba150012b0f054-ferrari-f80-engine-focus-2-696x696.avif 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/670fc3516eba150012b0f054-ferrari-f80-engine-focus-2.avif 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Ferrari F80, L'Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 94</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Il V6 Bi-Turbo da 300 CV/Litro</h2>



<p class="wp-block-paragraph">In particolare, il propulsore benzina F136CF è l&#8217;ultima evoluzione del V6 Bi-Turbo con angolo tra le bancate di 120° da 3.0 litri, in grado di erogare 900cv e 850Nm di coppia raggiungendo la ragguardevole potenza specifica di 300 CV/litro. La doppia sovralimentazione è stata ottenuta utilizzando due turbocompressori ibridi con la girante di compressione collegata a un motore elettrico a 48V per fornire spinta quando i gas di scarico non hanno ancora raggiunto l&#8217;energia sufficiente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa soluzione consente di azzerare il ritardo di risposta del turbo, potendo sfruttare appieno tutti i vantaggi della sovralimentazione su tutto l&#8217;arco dei giri come se fosse un motore aspirato di almeno il doppio, se non il triplo della cilindrata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La disposizione dei due turbocompressori nella zona alta del motore, all&#8217;interno della bancata, ha permesso di accorciare la lunghezza dei condotti di scarico che alimentano la girante della zona calda.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="781" height="990" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/11/Ferrari-F80-F250-engine-MGU-K.webp" alt="Ferrari F80 F250 engine MGU K" class="wp-image-165939" title="Analisi Tecnica: Ferrari F80, L&#039;Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 87" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/Ferrari-F80-F250-engine-MGU-K.webp 781w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/Ferrari-F80-F250-engine-MGU-K-768x974.webp 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/Ferrari-F80-F250-engine-MGU-K-300x380.webp 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/Ferrari-F80-F250-engine-MGU-K-696x882.webp 696w" sizes="(max-width: 781px) 100vw, 781px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Ferrari F80, L'Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 95</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La Tecnologia del Turbo Ibrido Elettrico</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un turbo ibrido elettrico (noto anche come e-turbo o turboelettrico) combina un turbocompressore tradizionale con un motore-generatore elettrico integrato sull&#8217;albero del turbo. Questo sistema viene utilizzato per migliorare la risposta, l&#8217;efficienza e la gestione energetica del motore termico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I vantaggi sono nell&#8217;eliminazione del turbo lag: il motore elettrico integrato, infatti, accelera la turbina istantaneamente, fornendo pressione di sovralimentazione immediata e ottenendo una risposta più pronta dell&#8217;acceleratore, soprattutto ai bassi regimi. Inoltre, si ottiene un recupero di energia quando non serve compressione, ad esempio in rilascio o in veleggiamento, funzionando da generatore e recuperando parte dell&#8217;energia dei gas di scarico immagazzinandola nella batteria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si ottiene, in questo modo, una maggiore potenza e coppia su tutto il range di giri, erogando una pressione costante a qualsiasi regime e riducendo di fatto le dimensioni del turbo, ottenendo la spinta di un turbo grande con la reattività di uno piccolo. Le prestazioni sono sempre elevate, ma le curve di coppia sono più piatte nell&#8217;erogazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/11/109-Garrett-basic-e-Turbo-system-layout-1024x576.jpg" alt="109 Garrett basic e Turbo system layout" class="wp-image-165940" title="Analisi Tecnica: Ferrari F80, L&#039;Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 88" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/109-Garrett-basic-e-Turbo-system-layout-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/109-Garrett-basic-e-Turbo-system-layout-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/109-Garrett-basic-e-Turbo-system-layout-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/109-Garrett-basic-e-Turbo-system-layout-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/109-Garrett-basic-e-Turbo-system-layout.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Ferrari F80, L'Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 96</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Emissioni e Efficienza</h2>



<p class="wp-block-paragraph">In un&#8217;era in cui anche le hypercar devono sottostare a norme sempre più severe, migliora il controllo termico con emissioni ridotte, gestendo meglio le temperature di scarico e combustione. L&#8217;ottimizzazione del flusso d&#8217;aria, infatti, riduce la formazione di NOₓ e particolato, migliorando le emissioni complessive. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tale scelta tecnica si abbina in modo naturale al sistema full hybrid della F80, migliorando anche l&#8217;autonomia in modalità elettrica dell&#8217;auto. L&#8217;ottimizzazione intelligente del motore, infatti, permette di regolare dinamicamente la pressione di sovralimentazione, sfruttando al meglio il recupero energetico e migliorando anche l&#8217;affidabilità.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="423" height="390" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/11/macchina-a-fusso-assiale-magneti-permanenti-brushless-pm.png" alt="macchina a fusso assiale magneti permanenti brushless pm" class="wp-image-165941" title="Analisi Tecnica: Ferrari F80, L&#039;Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 89" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/macchina-a-fusso-assiale-magneti-permanenti-brushless-pm.png 423w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/macchina-a-fusso-assiale-magneti-permanenti-brushless-pm-300x277.png 300w" sizes="(max-width: 423px) 100vw, 423px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Ferrari F80, L'Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 97</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Il Motore Elettrico a Flusso Assiale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tra il motore benzina e la trasmissione è collocato, secondo uno schema parallelo P2, l&#8217;unità elettrica che eroga soli 81 CV e 45 Nm in assistenza di coppia e potenza, mentre riesce a generare 95 CV di potenza rigenerativa nelle fasi passive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di un propulsore elettrico a flusso assiale, il cui flusso magnetico si sviluppa parallelamente all&#8217;asse di rotazione, a differenza dei motori a flusso radiale dove il flusso è perpendicolare all&#8217;asse. Questa architettura conferisce al motore una serie di vantaggi notevoli:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Alta densità di potenza</strong>: fornisce più potenza a parità di massa o volume rispetto a un motore a flusso radiale. Ciò deriva dalla maggiore area attiva del disco e da una coppia per unità di massa molto elevata.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Elevata coppia a bassa velocità</strong>: la sua geometria composta da dischi di grande diametro genera una coppia elevata anche a bassi regimi, riducendo o eliminando la necessità di un cambio di velocità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Design compatto e piatto</strong>: essendo molto sottile, dalla forma a disco, è ideale quando lo spazio è limitato come nel caso della F80.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Maggiore efficienza energetica</strong>: riduce le perdite grazie al flusso magnetico più diretto e alla ridotta lunghezza del percorso di corrente, raggiungendo un&#8217;efficienza del 98%.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Raffreddamento efficiente</strong>: grazie alla forma piatta, consente un raffreddamento più uniforme su entrambe le facce del motore, migliorando la gestione termica e mantenendo prestazioni elevate anche in funzionamento continuo o in ambienti difficili come la pista.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Integrazione semplificata</strong>: può essere montato direttamente sull&#8217;albero, riducendo gli ingranaggi, le perdite meccaniche e la complessità complessiva. Fa un minor uso di materiali costosi come il rame e l&#8217;acciaio grazie alla struttura più compatta e all&#8217;uso di dischi sottili.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="480" height="480" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/11/Ferrari-F80-F250-front-axle.jpg" alt="Ferrari F80 F250 front" class="wp-image-165943" title="Analisi Tecnica: Ferrari F80, L&#039;Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 90" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/Ferrari-F80-F250-front-axle.jpg 480w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/Ferrari-F80-F250-front-axle-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/Ferrari-F80-F250-front-axle-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Ferrari F80, L'Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 98</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Trasmissione e Trazione Integrale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La trasmissione è un cambio a doppia frizione DCT a otto rapporti con gestione elettronica delle cambiate e delle modalità di funzionamento. I motori elettrici posti sull&#8217;assale anteriore hanno una potenza di 142 CV e 121 Nm di coppia, con la possibilità di aggiungere potenza al sistema, gestire la trazione integrale e, con la gestione separata della potenza, fungere anche da torque vectoring.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel complesso, le tre unità elettriche forniscono al motore benzina, in parallelo, circa 300 CV. Una potenza aggiuntiva che dipende dal livello di batteria, ma la F80 ha una modalità di guida estrema in cui il motore benzina e i motori elettrici, nel fornire la massima prestazione, si assicurano di avere sempre potenza dalla batteria per evitare di perdere i 300 CV aggiuntivi.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="757" height="1024" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/11/Ferrari-F80-F250-engine-motore-757x1024-1.webp" alt="Ferrari F80 F250 engine motore 757x1024 1" class="wp-image-165944" title="Analisi Tecnica: Ferrari F80, L&#039;Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 91" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/Ferrari-F80-F250-engine-motore-757x1024-1.webp 757w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/Ferrari-F80-F250-engine-motore-757x1024-1-300x406.webp 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/Ferrari-F80-F250-engine-motore-757x1024-1-696x941.webp 696w" sizes="(max-width: 757px) 100vw, 757px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Ferrari F80, L'Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 99</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Batteria e Prestazioni</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La batteria ha una capacità limitata di 2,28 kWh, alimentata da una potenza di 242 kW con architettura a 800 Volt. La potenza di sistema raggiunge i 1.200 CV per un&#8217;accelerazione da 0 a 100 km/h in 2,15 secondi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/11/6710ad7bbd9b53001088098c-ferrari-f80-suspension-focus-2-1-1024x576.avif" alt="6710ad7bbd9b53001088098c ferrari f80 suspension focus 2 1" class="wp-image-165946" title="Analisi Tecnica: Ferrari F80, L&#039;Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 92" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/6710ad7bbd9b53001088098c-ferrari-f80-suspension-focus-2-1-1024x576.avif 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/6710ad7bbd9b53001088098c-ferrari-f80-suspension-focus-2-1-768x432.avif 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/6710ad7bbd9b53001088098c-ferrari-f80-suspension-focus-2-1-300x169.avif 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/6710ad7bbd9b53001088098c-ferrari-f80-suspension-focus-2-1-696x392.avif 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/11/6710ad7bbd9b53001088098c-ferrari-f80-suspension-focus-2-1.avif 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Ferrari F80, L'Hypercar da 1200 CV per gli 80 Anni del Cavallino 100</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Le Sospensioni Adattive Active</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La dinamica di guida si affida a un sistema di sospensioni adattive, molto simile a uno schema già visto in passato sulle Citroën Pallas e al Magic Body di Mercedes. Il sistema si compone di una pompa idraulica e un serbatoio dove viene gestita la quantità di aria e olio per il controllo dell&#8217;escursione dell&#8217;ammortizzatore. Nel caso della soluzione scelta da Ferrari, anche il telaio su cui sono collegati i doppi bracci dello schema a quadrilatero push-rod ha un&#8217;altezza variabile coordinata dall&#8217;escursione dell&#8217;ammortizzatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In dettaglio, all&#8217;interno dell&#8217;ammortizzatore c&#8217;è un pistone che scorre su una madrevite a circolazione di sfere. L&#8217;escursione mette in rotazione un gruppo di ingranaggi che, collegato a un secondo elemento con un rapporto di trasmissione definito, provoca la variazione in altezza dell&#8217;intero quadrilatero in modo diretto rispetto alla posizione dell&#8217;ammortizzatore che ne determina il controllo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ovviamente in Ferrari, pur avendo la necessità di assicurare il comfort minimo per una Hypercar da usare in modo quotidiano e una variazione continua della taratura in base alle condizioni dinamiche, soprattutto in pista, il sistema garantisce una risposta rapida e un assetto che consente un controllo anche delle geometrie, come la variazione del camber per ogni singola ruota in funzione della sollecitazione in curva. </p>
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		<title>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 08:04:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel panorama dei SUV premium di medio-grandi dimensioni, la transizione verso la mobilità elettrificata ha portato alla nascita di una nuova generazione di ibride plug-in (PHEV) sempre più evolute. Sei modelli rappresentano oggi il vertice tecnologico del segmento: Audi Q5 55 TFSI e quattro, BMW X3 xDrive30e, Lexus NX 450h+ AWD, Mercedes-Benz GLC 300e 4MATIC [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Nel panorama dei SUV premium di medio-grandi dimensioni, la transizione verso la mobilità elettrificata ha portato alla nascita di una nuova generazione di ibride plug-in (PHEV) sempre più evolute. Sei modelli rappresentano oggi il vertice tecnologico del segmento: <strong>Audi Q5 55 TFSI e quattro</strong>, <strong>BMW X3 xDrive30e</strong>, <strong>Lexus NX 450h+ AWD</strong>, <strong>Mercedes-Benz GLC 300e 4MATIC</strong> e <strong>Volvo XC60 T8 Recharge</strong>. Ognuna adotta un’architettura ibrida differente, con soluzioni meccaniche ed elettroniche peculiari che influenzano direttamente efficienza, prestazioni, comfort e comportamento dinamico.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="850" height="433" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/P2-P3-and-P4-parallel-hybrid-architectures.png" alt="P2 P3 and P4 parallel hybrid architectures" class="wp-image-164359" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 101" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/P2-P3-and-P4-parallel-hybrid-architectures.png 850w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/P2-P3-and-P4-parallel-hybrid-architectures-768x391.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/P2-P3-and-P4-parallel-hybrid-architectures-300x153.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/P2-P3-and-P4-parallel-hybrid-architectures-696x355.png 696w" sizes="(max-width: 850px) 100vw, 850px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 116</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Architetture ibride: tre filosofie a confronto</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Le sei protagoniste si dividono in tre principali configurazioni ibride. Le tedesche, <strong>Audi, BMW e Mercedes</strong>, impiegano tutte uno <strong>schema ibrido parallelo di tipo P2</strong>, dove il motore elettrico è collocato tra propulsore termico e trasmissione automatica. Questa soluzione permette di mantenere la <strong>trazione integrale meccanica tradizionale</strong>, con sistemi differenti per ciascuna: <strong>quattro permanente con differenziale Torsen</strong> per Audi, <strong>xDrive elettronico on-demand</strong> per BMW e <strong>4MATIC con giunto variabile</strong> per Mercedes.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lexus NX 450h+</strong> e <strong>Volvo XC60 T8 Recharge</strong>, invece, adottano architetture più complesse che integrano un <strong>secondo motore elettrico posteriore indipendente</strong> (schema P4), capace di fornire trazione integrale elettrica senza albero di trasmissione. La Lexus impiega l’evoluto sistema <strong>Hybrid Synergy Drive di quarta generazione</strong>, una combinazione serie-parallelo che ottimizza la sinergia tra motore a ciclo Atkinson e propulsione elettrica. La Volvo, dal canto suo, adotta una configurazione <strong>P2+P4 “Twin Engine”</strong>, unica nel suo genere, con motore elettrico anteriore integrato nel cambio e secondo motore posteriore indipendente.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="735" height="544" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/Hybrid-drivetrain-P2-architecture.png" alt="Hybrid drivetrain P2 architecture" class="wp-image-164360" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 102" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Hybrid-drivetrain-P2-architecture.png 735w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Hybrid-drivetrain-P2-architecture-300x222.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Hybrid-drivetrain-P2-architecture-485x360.png 485w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Hybrid-drivetrain-P2-architecture-696x515.png 696w" sizes="(max-width: 735px) 100vw, 735px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 117</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Propulsori termici: efficienza prima di tutto</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Con la batteria scarica e in autostrada, l’efficienza del motore a combustione torna a essere il parametro dominante. Tra i cinque propulsori analizzati, spicca nettamente quello della <strong>Lexus NX 450h+</strong>, il 2.5 litri A25A-FXS a ciclo Atkinson della famiglia Dynamic Force. Un quattro cilindri aspirato da 185 CV e 228 Nm, caratterizzato da rapporto di compressione 14:1, fasatura variabile VVT-iE e iniezione diretta D-4S. Con un rendimento termico record del <strong>41%</strong>, rappresenta lo stato dell’arte dell’efficienza. La sua erogazione è progressiva e lineare, ma manca della brillantezza dei motori turbo rivali, pur assicurando il migliore consumi a 130km/h</p>



<p class="wp-block-paragraph">Segue il <strong>Mercedes M264 2.0 Turbo EQ Power</strong>, un quattro cilindri di ultima generazione con ciclo Miller, turbocompressore a wastegate elettronica e iniezione diretta di quarta generazione. Con 204 CV e 320 Nm, raggiunge un’efficienza termica del <strong>38%</strong>. Il sistema CAMTRONIC a fasatura variabile e la gestione termica intelligente garantiscono tempi di warm-up ridotti e perfetta integrazione con il motore elettrico.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="863" height="863" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/engine_001.jpg" alt="engine 001" class="wp-image-164361" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 103" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/engine_001.jpg 863w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/engine_001-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/engine_001-768x768.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/engine_001-300x300.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/engine_001-696x696.jpg 696w" sizes="(max-width: 863px) 100vw, 863px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 118</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il terzo gradino spetta al <strong>2.0 TFSI dell’Audi Q5</strong>, un quattro cilindri turbo a ciclo Miller da 252 CV e 370 Nm. Pur con un rendimento leggermente inferiore (circa 35%), il motore Audi si distingue per fluidità, risposta pronta e tecnologia affidabile. Il sistema di disattivazione dei cilindri COD consente di migliorare i consumi in crociera, mantenendo un’elevata piacevolezza di guida.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le unità di <strong>BMW X3 xDrive30e</strong> e <strong>Volvo XC60 T8 Recharge</strong> condividono l’impostazione turbo, ma con differenze sostanziali: la BMW privilegia la compattezza e l’equilibrio dinamico a scapito dell’autonomia elettrica, mentre la Volvo abbina al 2.0 turbo aggiunge un compressore volumetrico, garantendo coppia piena a tutti i regimi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/silnik-m264-1-1024x768.jpg" alt="silnik m264 1" class="wp-image-164362" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 104" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/silnik-m264-1-1024x768.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/silnik-m264-1-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/silnik-m264-1-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/silnik-m264-1-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/silnik-m264-1-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/silnik-m264-1.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 119</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Propulsione elettrica: potenza e gestione dell’energia</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte elettrico emergono differenze marcate. Il sistema <strong>Twin Engine</strong> della <strong>Volvo XC60 T8 Recharge</strong> è il più complesso e potente: un motore/generatore anteriore da 65 CV funge da starter-generator, mentre al posteriore lavora un potente motore sincrono a magneti permanenti da <strong>145 CV e 309 Nm</strong>, con <strong>torque vectoring elettronico</strong>. Il risultato è una potenza combinata di <strong>455 CV e 709 Nm</strong>, record assoluto della categoria. In modalità EV la trazione è affidata al solo assale posteriore, con velocità massima di 140 km/h e rendimento elettrico del 93%. L’auto può variare la distribuzione della coppia in curva, migliorando trazione e agilità, ma paga complessità e peso elevati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>Mercedes GLC 300e</strong>, invece, punta su un approccio più razionale: un unico motore sincrono a magneti permanenti ad alta densità integrato nel cambio 9G-TRONIC, capace di <strong>150 CV e 440 Nm</strong>. È il propulsore elettrico più efficiente del gruppo, con rendimento del <strong>95%</strong> e recupero energetico fino a 0,4 g di decelerazione. Il sistema prevede tre livelli di rigenerazione selezionabili e una gestione predittiva dell’energia basata sui dati del navigatore. Un elemento distintivo è il <strong>pedale acceleratore aptico</strong>, che fornisce un feedback tattile al guidatore per ottimizzare l’efficienza.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1024" height="577" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/image-79-1024x577-1.jpg" alt="image 79 1024x577 1" class="wp-image-164363" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 105" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/image-79-1024x577-1.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/image-79-1024x577-1-768x433.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/image-79-1024x577-1-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/image-79-1024x577-1-696x392.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 120</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema elettrico della <strong>Lexus NX 450h+</strong> si distingue per l’affidabilità: un motore anteriore a valle del cambio e un’unità posteriore indipendente per la trazione AWD. L’erogazione è fluida e la risposta e inficiata dal classico effetto scooter. Inoltre, l’efficienza complessiva è penalizzata dal raffreddamento ad aria e dall’assenza di pre-condizionamento termico della batteria.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Batterie: capacità, gestione termica e autonomia reale</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Le differenze tra i SUV si amplificano osservando le specifiche dei pacchi batteria. La <strong>Mercedes GLC 300e</strong> vanta la batteria più grande e tecnologicamente avanzata: <strong>31,2 kWh lordi (25,4 netti)</strong>, con celle NCM 811 ad alta densità (142 Wh/kg) e tensione di 400 V. Il sistema di raffreddamento a liquido attivo e la gestione termica predittiva garantiscono prestazioni costanti e durata elevata. L’autonomia reale si attesta intorno ai <strong>75 km</strong>, con punte di 88 km nel ciclo WLTP.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="640" height="480" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/sddefault.jpg" alt="sddefault" class="wp-image-164364" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 106" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/sddefault.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/sddefault-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/sddefault-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 121</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Segue la <strong>Lexus NX 450h+</strong> con batteria da <strong>18,1 kWh lordi (14,5 netti)</strong>, celle NCM Panasonic e raffreddamento ad aria forzata. Pur meno evoluta sotto il profilo tecnico, offre un vantaggio fondamentale: <strong>garanzia di 10 anni o 240.000 km</strong> e degrado stimato al 3% annuo. L’autonomia reale è di circa <strong>64 km</strong>, più che sufficiente per l’uso quotidiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>Volvo XC60 T8</strong> adotta una batteria da <strong>18,8 kWh netti</strong>, posizionata centralmente sotto il pianale e raffreddata a liquido. L’autonomia dichiarata è di 70 km reali, ma la gestione energetica non raggiunge la raffinatezza della Mercedes.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="768" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/03-4-768x576-1.jpg" alt="03 4 768x576 1" class="wp-image-164365" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 107" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/03-4-768x576-1.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/03-4-768x576-1-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/03-4-768x576-1-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/03-4-768x576-1-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 122</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>BMW X3 xDrive30e</strong> chiude il gruppo con la batteria più piccola: <strong>12 kWh lordi (10 netti)</strong>, raffreddamento passivo e autonomia reale di soli <strong>38 km</strong>. Il vantaggio è il peso contenuto (110 kg) e il costo ridotto, ma la capacità limitata ne penalizza l’efficienza e la fruibilità come vera plug-in. Di fatti la BMW è l&#8217;unica del lotto considerabile come una mild hybrid plug in per le limitate prestazioni in EV ed in Hybrid Auto. </p>



<h3 class="wp-block-heading">Ricarica e gestione energetica intelligente</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Mercedes si conferma leader anche nella gestione della ricarica. La <strong>GLC 300e</strong> è dotata di caricatore <strong>trifase da 11 kW</strong>, capace di ricaricare completamente la batteria in meno di 3 ore. Il sistema “Mercedes me Charge” offre accesso a oltre 400.000 colonnine in Europa con funzioni di <strong>Plug &amp; Charge</strong>, gestione predittiva del percorso e pre-condizionamento termico. È possibile ottimizzare i tempi di ricarica in base alle tariffe e persino integrare l’impianto fotovoltaico domestico.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="300" height="168" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/images.jpeg" alt="images" class="wp-image-164366" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 108"><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 123</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>Volvo XC60 T8</strong> si colloca subito dietro con una potenza di ricarica di <strong>6,4 kW monofase</strong>, completando la ricarica in circa 3 ore. Offre funzioni di programmazione tramite app e pre-condizionamento abitacolo, ma non dispone di aggiornamenti OTA né di gestione predittiva basata su GPS. La <strong>Lexus NX 450h+</strong> e la <strong>BMW X3</strong> dispongono di caricatori più lenti (3,7–7,4 kW) e di sistemi di gestione meno sofisticati, pur garantendo tempi adeguati per un utilizzo domestico quotidiano.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Prestazioni dinamiche e comportamento su strada</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano prestazionale, la <strong>Volvo XC60 T8 Recharge</strong> domina il confronto con <strong>455 CV e 709 Nm</strong>, 0–100 km/h in <strong>4,6 secondi</strong> e velocità autolimitata a 180 km/h. Nonostante i 2.199 kg, vanta un rapporto peso/potenza di <strong>4,9 kg/CV</strong>, valore da sportiva. La presenza del torque vectoring elettrico posteriore assicura agilità e trazione ottimali, ma la massa importante penalizza leggermente la risposta nei cambi di direzione rapidi.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="800" height="533" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/Volvo-XC60-T8-Black-Edition-Auto-Class-Magazine-_018-800x533-1.jpg" alt="Volvo XC60 T8 Black Edition Auto Class Magazine 018 800x533 1" class="wp-image-164367" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 109" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Volvo-XC60-T8-Black-Edition-Auto-Class-Magazine-_018-800x533-1.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Volvo-XC60-T8-Black-Edition-Auto-Class-Magazine-_018-800x533-1-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Volvo-XC60-T8-Black-Edition-Auto-Class-Magazine-_018-800x533-1-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Volvo-XC60-T8-Black-Edition-Auto-Class-Magazine-_018-800x533-1-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 124</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Segue l’<strong>Audi Q5 55 TFSI e</strong>, che con 367 CV e 500 Nm garantisce uno 0–100 in <strong>5,5 secondi</strong> e 230 km/h di velocità massima. L’erogazione del sistema ibrido P2 è equilibrata e prevedibile, con una gestione elettronica raffinata della trazione quattro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>Mercedes GLC 300e</strong>, pur con potenza complessiva di “soli” <strong>313 CV e 550 Nm</strong>, offre un comportamento dinamico sicuro, grande fluidità di marcia e un bilanciamento tra comfort ed efficienza difficilmente eguagliabile.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/GLC-1024x576.jpg" alt="GLC" class="wp-image-164368" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 110" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/GLC-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/GLC-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/GLC-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/GLC-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/GLC.jpg 1902w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 125</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>BMW X3 xDrive30e</strong>, con 292 CV e 420 Nm, è la più leggera del lotto (1.990 kg) e mantiene un comportamento stradale tipicamente BMW, preciso e reattivo. Tuttavia, le prestazioni pure (0–100 in 6,3 s) la pongono dietro le rivali più potenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>Lexus NX 450h+</strong>, con i suoi 295 CV combinati, privilegia la fluidità piuttosto che la sportività. Il cambio e-CVT penalizza la risposta in accelerazione, ma assicura un’ottima progressività e comfort acustico.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/2025-lexus-electrified-plug-in-asset-1920x1080-00-1024x576.jpeg" alt="2025 lexus electrified plug in asset 1920x1080 00" class="wp-image-164369" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 111" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/2025-lexus-electrified-plug-in-asset-1920x1080-00-1024x576.jpeg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/2025-lexus-electrified-plug-in-asset-1920x1080-00-768x432.jpeg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/2025-lexus-electrified-plug-in-asset-1920x1080-00-300x169.jpeg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/2025-lexus-electrified-plug-in-asset-1920x1080-00-696x392.jpeg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/2025-lexus-electrified-plug-in-asset-1920x1080-00.jpeg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 126</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Consumi ed efficienza complessiva</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte dei consumi, la <strong>Mercedes GLC 300e</strong> emerge come la più equilibrata. In ambito urbano, con batteria carica, registra valori intorno a <strong>1,5 l/100 km</strong>, mentre con batteria scarica in autostrada si attesta sui <strong>7,5 l/100 km</strong>, per una media ponderata di circa <strong>4,5 l/100 km</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>Lexus NX 450h+</strong> si dimostra sorprendentemente efficiente in autostrada, con consumi di <strong>5,0 l/100 km</strong>, merito dell’ottimizzazione termica e del motore Atkinson ad alto rendimento. La <strong>Volvo XC60 T8</strong>, pur essendo la più potente, mantiene consumi accettabili (circa <strong>5,8 l/100 km</strong> medi), giustificati dal livello prestazionale e dal peso superiore ai 2.200 kg. La <strong>BMW X3</strong> è penalizzata dall’autonomia ridotta, che costringe il motore termico a lavorare più spesso, portando i consumi medi sopra i <strong>6,0 l/100 km</strong> medio. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/mercedes-glc-diesel-mild-hybrid-2022-la-prova-consumi-1024x576.jpg" alt="mercedes glc diesel mild hybrid 2022 la prova consumi" class="wp-image-164370" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 112" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/mercedes-glc-diesel-mild-hybrid-2022-la-prova-consumi-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/mercedes-glc-diesel-mild-hybrid-2022-la-prova-consumi-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/mercedes-glc-diesel-mild-hybrid-2022-la-prova-consumi-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/mercedes-glc-diesel-mild-hybrid-2022-la-prova-consumi-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/mercedes-glc-diesel-mild-hybrid-2022-la-prova-consumi.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 127</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Rapporto prezzo/tecnologia e valore complessivo</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il confronto economico ribalta alcune gerarchie. La <strong>Lexus NX 450h+</strong> emerge come la proposta più razionale grazie a un listino completo e privo di costosi optional. A ciò si aggiunge la garanzia decennale e un valore residuo superiore alla media, che riducono il costo di possesso nel lungo periodo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>BMW X3 xDrive30e</strong>, pur tecnologicamente più semplice, resta appetibile per prezzo d’ingresso e piacere di guida, anche se la sua architettura la avvicina più a un mild-hybrid evoluto che a un PHEV di ultima generazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1024" height="448" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/g45_phev_stage_dsk_fb.webp" alt="g45 phev stage dsk fb" class="wp-image-164371" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 113" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/g45_phev_stage_dsk_fb.webp 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/g45_phev_stage_dsk_fb-768x336.webp 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/g45_phev_stage_dsk_fb-300x131.webp 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/g45_phev_stage_dsk_fb-696x305.webp 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 128</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>Mercedes GLC 300e</strong>, con un prezzo superiore di circa 6.000 euro rispetto a Audi e BMW, giustifica il sovrapprezzo con una dotazione tecnica d’eccellenza, ma richiede una percorrenza annua elevata per ammortizzare la spesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>Volvo XC60 T8</strong> offre il miglior rapporto <strong>€/CV</strong> del confronto: circa <strong>147 €/CV</strong>, valore paragonabile a vetture sportive, con prestazioni da gran turismo e costi inferiori rispetto alle tedesche equivalenti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/Volvo-XC60-Recharge-T8-AWD-Plug-In-Ultimate-Dark-5-1024x576.webp" alt="Volvo XC60 Recharge T8 AWD Plug In Ultimate Dark 5" class="wp-image-164372" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 114" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Volvo-XC60-Recharge-T8-AWD-Plug-In-Ultimate-Dark-5-1024x576.webp 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Volvo-XC60-Recharge-T8-AWD-Plug-In-Ultimate-Dark-5-768x432.webp 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Volvo-XC60-Recharge-T8-AWD-Plug-In-Ultimate-Dark-5-300x169.webp 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Volvo-XC60-Recharge-T8-AWD-Plug-In-Ultimate-Dark-5-696x392.webp 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Volvo-XC60-Recharge-T8-AWD-Plug-In-Ultimate-Dark-5.webp 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 129</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Verdetto finale</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Dall’analisi complessiva, la <strong>Mercedes-Benz GLC 300e 4MATIC</strong> si impone come la <strong>migliore sintesi tecnica del 2025</strong> nel segmento PHEV premium medio-grande. Batteria da 31,2 kWh, motore elettrico ad altissima efficienza, funzioni predittive e consumi contenuti la rendono il riferimento assoluto, nonostante peso e prezzo elevati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al secondo posto la <strong>Volvo XC60 T8 Recharge</strong>, apprezzata per la potenza di 455 CV, la trazione integrale elettrica evoluta e il piacere di guida unico. Il sistema Twin Engine, pur complesso, rappresenta una soluzione affascinante e prestazionale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/Immagine-WhatsApp-2025-10-14-ore-19.47.11_f7abc97a-1-1024x768.jpg" alt="Immagine WhatsApp 2025 10 14 ore 19.47.11 f7abc97a 1" class="wp-image-164374" title="Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 115" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Immagine-WhatsApp-2025-10-14-ore-19.47.11_f7abc97a-1-1024x768.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Immagine-WhatsApp-2025-10-14-ore-19.47.11_f7abc97a-1-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Immagine-WhatsApp-2025-10-14-ore-19.47.11_f7abc97a-1-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Immagine-WhatsApp-2025-10-14-ore-19.47.11_f7abc97a-1-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Immagine-WhatsApp-2025-10-14-ore-19.47.11_f7abc97a-1-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/Immagine-WhatsApp-2025-10-14-ore-19.47.11_f7abc97a-1.jpg 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Analisi Tecnica: Confronto dei sistemi ibridi Plug-in SUV alto di gamma 130</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Chiude il podio la <strong>Lexus NX 450h+</strong>, campionessa di efficienza e affidabilità. Il motore Atkinson, la garanzia decennale e i costi di gestione contenuti ne fanno la scelta più razionale per chi punta alla durata e al valore nel tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Audi Q5 e BMW X3 restano valide alternative, ma leggermente superate per efficienza o contenuto tecnologico. In un mercato dove l’evoluzione dell’ibrido plug-in corre veloce, questi sei SUV testimoniano quanto la convergenza tra efficienza energetica, connettività e comfort abbia ormai raggiunto livelli altissimi segnando il confine sempre più sottile tra l’ibrido del presente e l’elettrico del futuro.</p>
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		<title>Best Engine: il nuovo propulsore elettrico Nissan “3 in 1”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Oct 2025 15:46:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nissan ha messo a punto un nuovo propulsore elettrico che promette di migliorare il piacere di guida dei veicoli a zero emissioni. Il costruttore giapponese vanta una lunga tradizione di innovazione nel settore della mobilità elettrica. Già nel 2010 fu pioniere con la presentazione della LEAF, il primo veicolo elettrico al mondo destinato al mercato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Nissan ha messo a punto un nuovo propulsore elettrico che promette di migliorare il piacere di guida dei veicoli a zero emissioni. Il costruttore giapponese vanta una lunga tradizione di innovazione nel settore della mobilità elettrica. Già nel 2010 fu pioniere con la presentazione della <strong>LEAF</strong>, il primo veicolo elettrico al mondo destinato al mercato di massa. Quel progetto ha rappresentato la base per lo sviluppo di una nuova generazione di veicoli elettrici Nissan e ha ispirato anche molti concorrenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei principali vantaggi dei propulsori elettrici è la loro <strong>versatilità</strong>: possono essere adattati a un’ampia gamma di veicoli, dalle citycar ai SUV. Inoltre, la <strong>reattività immediata</strong> tipica dell’alimentazione elettrica garantisce un’esperienza di guida emozionante e un controllo superiore del veicolo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/3in1_02-1024x576.jpg" alt="3in1 02" class="wp-image-163933" title="Best Engine: il nuovo propulsore elettrico Nissan “3 in 1” 131" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_02-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_02-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_02-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_02-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_02.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: il nuovo propulsore elettrico Nissan “3 in 1” 137</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il debutto del sistema “3 in 1”</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>LEAF di terza generazione</strong> introduce un sistema di propulsione completamente nuovo, chiamato <strong>“3 in 1”</strong>. Questo innovativo gruppo motopropulsore integra in un unico modulo <strong>tre componenti fondamentali</strong>: il <strong>motore elettrico</strong>, l’<strong>inverter</strong>, e il <strong>riduttore</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La combinazione compatta di questi elementi consente di ottenere <strong>maggiori prestazioni</strong>, <strong>silenziosità</strong> e <strong>fluidità di funzionamento</strong>. Allo stesso tempo, migliora l’efficienza energetica, riducendo i costi di produzione e di gestione per il proprietario del veicolo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/3in1_04-1024x576.jpg" alt="3in1 04" class="wp-image-163934" title="Best Engine: il nuovo propulsore elettrico Nissan “3 in 1” 132" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_04-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_04-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_04-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_04-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_04.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: il nuovo propulsore elettrico Nissan “3 in 1” 138</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Rigidità e comfort migliorati</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Integrare tre elementi chiave in un solo componente garantisce una <strong>struttura più rigida</strong>, riducendo rumorosità e vibrazioni. Grazie al nuovo motore elettrico e all’inverter di ultima generazione, il sistema offre un’<strong>accelerazione più potente e progressiva</strong>, accompagnata da un <strong>consumo energetico inferiore</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La maggiore rigidità del modulo ha consentito agli ingegneri di <strong>riprogettare il sistema di ancoraggio al telaio</strong>, adottando una <strong>staffa di montaggio più compatta</strong> ma capace di sopportare meglio le sollecitazioni.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/3in1_06-1024x576.jpg" alt="3in1 06" class="wp-image-163935" title="Best Engine: il nuovo propulsore elettrico Nissan “3 in 1” 133" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_06-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_06-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_06-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_06-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_06.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: il nuovo propulsore elettrico Nissan “3 in 1” 139</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tecnologia anti-vibrazioni e silenziosità</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per ridurre ulteriormente le vibrazioni, Nissan ha adottato un <strong>rotore skew a sei stadi</strong> con cave leggermente sfalsate, che elimina le oscillazioni generate dalle forze magnetiche. Inoltre, la <strong>struttura press-fit</strong> della cassa interna contribuisce a diminuire le vibrazioni residue, migliorando il comfort acustico e la qualità di marcia complessiva.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/videoframe_4733-1024x576.jpg" alt="videoframe 4733" class="wp-image-163936" title="Best Engine: il nuovo propulsore elettrico Nissan “3 in 1” 134" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/videoframe_4733-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/videoframe_4733-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/videoframe_4733-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/videoframe_4733-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/videoframe_4733.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: il nuovo propulsore elettrico Nissan “3 in 1” 140</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Efficienza e potenza in un formato compatto</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’aumento delle prestazioni è stato ottenuto concentrandosi sull’<strong>ottimizzazione del flusso di corrente elettrica</strong> e sulla riduzione delle perdite. Per farlo, gli ingegneri hanno introdotto una <strong>bobina a filo piatto</strong>, che consente di far passare una maggiore quantità di corrente in uno spazio più compatto all’interno del motore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’inverter, invece, adotta un <strong>modulo di potenza con raffreddamento a doppia faccia</strong>, una soluzione che migliora l’efficienza soprattutto ad alte velocità. Il risultato è una <strong>propulsione reattiva, fluida e raffinata</strong>, progettata per massimizzare sia le prestazioni sia la durata del sistema.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/3in1_07-1024x576.jpg" alt="3in1 07" class="wp-image-163938" title="Best Engine: il nuovo propulsore elettrico Nissan “3 in 1” 135" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_07-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_07-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_07-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_07-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_07.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: il nuovo propulsore elettrico Nissan “3 in 1” 141</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conclusione: la nuova era della mobilità elettrica Nissan</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Con il sistema <strong>“3 in 1”</strong>, Nissan segna un passo avanti decisivo nella tecnologia dei veicoli elettrici.<br>L’unione di potenza, efficienza e comfort rende questo propulsore un riferimento nel panorama EV, confermando la filosofia del marchio: <strong>rendere la mobilità elettrica più emozionante e accessibile per tutti</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="800" height="500" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/10/3in1_03-1-1.jpg" alt="3in1 03 1 1" class="wp-image-163940" title="Best Engine: il nuovo propulsore elettrico Nissan “3 in 1” 136" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_03-1-1.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_03-1-1-768x480.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_03-1-1-300x188.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/10/3in1_03-1-1-696x435.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>Best Engine: il nuovo propulsore elettrico Nissan “3 in 1” 142</figcaption></figure>
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		<title>Ruggine: un nemico storico delle automobili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2025 18:39:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Corrosione per pitting nei motori: rischi, test e strategie di prevenzione Nelle auto la ruggine non riguarda solo la carrozzeria, nei motori la corrosione assume forme ancora più insidiose e complesse, capaci di minare la resistenza dei materiali e compromettere l’affidabilità del veicolo. La più temuta è la corrosione per pitting, una forma localizzata che [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Corrosione per pitting nei motori: rischi, test e strategie di prevenzione</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle auto la <strong>ruggine</strong> non riguarda solo la carrozzeria, nei <strong>motori </strong>la corrosione assume forme ancora più insidiose e complesse, capaci di minare la resistenza dei materiali e compromettere l’affidabilità del veicolo. La più temuta è la <strong>corrosione per pitting</strong>, una forma localizzata che scava micro-cavità profonde nel metallo, invisibili a occhio nudo nelle fasi iniziali ma capaci di provocare cedimenti improvvisi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio per la sua pericolosità, il settore automotive ha sviluppato <strong>normative specifiche</strong> per la corrosione per pitting e <a href="https://www.labsanmarco.it/it/servizi/prove-di-resistenza-alla-corrosione-dei-metalli" target="_blank" rel="noopener">prove di laboratorio standardizzate</a> che consentono di valutare la resistenza dei materiali e dei trattamenti protettivi in condizioni accelerate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Corrosione per pitting: meccanismo e caratteristiche</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>pitting</strong> si sviluppa quando la superficie metallica, pur protetta da un sottile <strong>film passivante</strong>, subisce una <strong>rottura localizzata</strong>. È in quel punto che il metallo diventa vulnerabile: spesso basta la presenza di <strong>cloruri</strong> o un <strong>difetto microscopico</strong> per innescare una reazione ossidativa molto rapida, capace di scavare progressivamente una <strong>cavità profonda</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò che rende questa forma di corrosione particolarmente pericolosa nei motori è la sua <strong>localizzazione estrema</strong>, perché agisce in zone ristrette e difficilmente individuabili con semplici controlli visivi. Una volta avviato, il processo si caratterizza per una <strong>propagazione accelerata</strong>, tende ad autoalimentarsi e avanza senza dare segnali immediati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A complicare le cose c’è la sua <strong>difficile prevedibilità</strong>: la velocità con cui il pitting cresce dipende da una combinazione di <strong>fattori ambientali</strong>, come umidità e cloruri, e da <strong>variabili metallurgiche</strong> legate alla composizione delle leghe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In ambito automobilistico, il rischio è amplificato dall’azione simultanea di <strong>stress meccanici</strong> e <strong>cicli termici</strong> che sottopongono i materiali del motore a condizioni particolarmente gravose.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Zone critiche del motore soggette a pitting</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Non tutte le parti del motore hanno la stessa vulnerabilità. Le aree più esposte sono quelle in contatto con fluidi o soggette a elevate temperature:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>camicie dei cilindri e pistoni</strong>, dove la presenza di residui e condensa può generare micro-perforazioni;</li>



<li><strong>circuiti di raffreddamento</strong>, incluse pompe e radiatori, che accumulano cloruri e impurità nell’acqua;</li>



<li><strong>testate e collettori di scarico</strong>, sottoposti a sbalzi termici estremi;</li>



<li><strong>sistemi di iniezione e turbine</strong>, in cui la precisione dei componenti rende qualsiasi cavitazione o corrosione un rischio immediato.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">La conseguenza diretta sono <strong>perdite di compressione, cali di efficienza, surriscaldamenti</strong> e nei casi peggiori la <strong>rottura catastrofica del propulsore</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><br>Sicurezza e prestazioni a rischio</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il legame tra <strong>corrosione</strong> e <strong>sicurezza stradale</strong> è diretto, questo perché un motore compromesso dal pitting non solo perde efficienza, ma espone al rischio di guasti improvvisi. Una crepa in un collettore, un foro in un tubo del circuito di raffreddamento o la corrosione di un componente dell’iniezione possono causare cali di potenza, surriscaldamenti o, nei casi peggiori, la rottura improvvisa del propulsore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il conducente questo significa minore affidabilità e maggiori costi di manutenzione, mentre per l’industria automobilistica è una sfida costante che riguarda sia la qualità percepita sia la sicurezza dei veicoli.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Normative e standard di prova per la corrosione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per affrontare il problema in modo scientifico, il settore automotive utilizza una serie di <strong>norme internazionali</strong> che regolano i metodi di test della resistenza alla corrosione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le più diffuse includono:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>ISO 9227</strong> – Prova in nebbia salina neutra (NSS): standard di riferimento per valutare la resistenza alla corrosione in ambienti salini;</li>



<li><a href="https://store.astm.org/g0048-11r20e01.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>ASTM G48</strong></a> – Test per valutare il pitting in acciai inossidabili esposti a soluzioni contenenti cloruri;</li>



<li><strong>ASTM G46</strong> – Linee guida per l’esame dei campioni dopo corrosione localizzata, con procedure di microscopia e misurazione della profondità dei crateri;</li>



<li><strong>SAE J2334</strong> – Metodo accelerato per testare la resistenza alla corrosione in condizioni automobilistiche reali (cicli di sale, umidità e asciugatura);</li>



<li><strong>ISO 16701</strong> – Cicli accelerati di corrosione per esposizione in ambienti con cloruri e condensa, più vicino alle condizioni tipiche di motori e sistemi di raffreddamento.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">Grazie a questi standard, i costruttori e i laboratori possono confrontare le prestazioni di diverse leghe e rivestimenti in condizioni uniformi e ripetibili.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Strategie di prevenzione nei motori auto</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La prevenzione del pitting si basa su un insieme di approcci complementari. Dal punto di vista metallurgico, l’impiego di <strong>leghe resistenti</strong> come acciai inox con alto contenuto di cromo, molibdeno e azoto rappresenta la prima barriera. A questo si aggiungono i <strong>rivestimenti protettivi</strong>, che spaziano dai coating ceramici ai trattamenti galvanici, in grado di creare barriere chimicamente stabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>progettazione dei componenti</strong> gioca un ruolo altrettanto importante: evitare zone di ristagno nei circuiti di raffreddamento e nei collettori significa ridurre gli inneschi della corrosione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fondamentale è anche il <strong>controllo dei fluidi</strong>, con l’uso di refrigeranti additivati e la sostituzione periodica dei liquidi per limitare le concentrazioni saline. Infine, la <strong>manutenzione preventiva</strong> svolge una funzione chiave: controlli periodici con tecniche non distruttive come endoscopia, ultrasuoni o liquidi penetranti permettono di rilevare cavitazioni e micro-crateri prima che compromettano definitivamente il motore.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sicurezza e sostenibilità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il pitting non è soltanto un problema tecnico: rappresenta una minaccia alla <strong>sicurezza su strada</strong> e un ostacolo alla <strong>sostenibilità</strong>. Un motore che resiste meglio alla corrosione dura di più, richiede meno sostituzioni di componenti e riduce l’impatto ambientale legato a manutenzioni invasive e ricambi prematuri. Per i costruttori significa veicoli più affidabili e competitivi; per gli automobilisti, maggiore fiducia e costi inferiori nel lungo periodo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La corrosione per pitting resta un avversario ostinato, ma grazie all’evoluzione delle <strong>normative</strong>, ai <strong>test di laboratorio</strong> e all’uso di materiali sempre più avanzati, oggi è possibile affrontarla con strumenti efficaci. Conoscerla e prevenirla significa proteggere non solo il cuore dell’automobile, ma anche la sicurezza e la qualità della guida.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Best Engine: il sistema ibrido PHEV90 della Cayenne S E-Hybrid, l&#8217;equilibro tra prestazioni e innovazione</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2025/02/27/best-engine-il-sistema-ibrido-phev90-della-cayenne-s-e-hybrid-lequilibro-tra-prestazioni-e-innovazione/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=best-engine-il-sistema-ibrido-phev90-della-cayenne-s-e-hybrid-lequilibro-tra-prestazioni-e-innovazione</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Feb 2025 09:12:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La tecnologia E-Hybrid della Cayenne, di tipo plug-in, unisce prestazioni ed efficienza in modi innovativi, rappresentando un&#8217;evoluzione tecnica rispetto alla generazione precedente dello stesso sistema. Il gruppo propulsore è stato completamente rinnovato, consentendo una maggiore autonomia per la marcia in singola trazione elettrica e una potenza di sistema superiore, oltre a tempi di ricarica più [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La tecnologia E-Hybrid della Cayenne, di tipo plug-in, unisce prestazioni ed efficienza in modi innovativi, rappresentando un&#8217;evoluzione tecnica rispetto alla generazione precedente dello stesso sistema. Il gruppo propulsore è stato completamente rinnovato, consentendo una maggiore autonomia per la marcia in singola trazione elettrica e una potenza di sistema superiore, oltre a tempi di ricarica più brevi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="724" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/02/cayenne1-1024x724.jpg" alt="cayenne1" class="wp-image-149413" title="Best Engine: il sistema ibrido PHEV90 della Cayenne S E-Hybrid, l&#039;equilibro tra prestazioni e innovazione 143" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/02/cayenne1-1024x724.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/02/cayenne1-768x543.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/02/cayenne1-300x212.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/02/cayenne1-696x492.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/02/cayenne1-scaled.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: il sistema ibrido PHEV90 della Cayenne S E-Hybrid, l'equilibro tra prestazioni e innovazione 144</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nuovo motore elettrico incrementato e Prestazioni migliorate</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il cuore del sistema ibrido, denominato E-Hybrid, è rappresentato da un nuovo motore elettrico. Questo è composto da una nuova bobina con un numero di spire ottimizzato e da un nuovo magnete, che consente di avere una corrente di fase aumentata. Inoltre, è dotato di un nuovo inverter con un numero maggiore di impulsi, generando una potenza di 176 CV e un incremento di 50 Nm, portando il valore di coppia fino a 450 Nm.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Efficienza energetica e ricarica incrementate</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">In aggiunta, il nuovo motore elettrico può convertire il 30% in più di potenza frenante in energia elettrica, funzionando come generatore di energia e immagazzinandola nella batteria, che ha una capacità di recupero fino a 88 kW e una velocità di rallentamento minimo di 2 km/h, rispetto ai 14 km/h della generazione precedente. L&#8217;unità è stata compattata per essere integrata nel cambio automatico a otto velocità, anch&#8217;esso completamente rinnovato.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Comfort e modulabilità della Frenata ottimizzata</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un nuovo servofreno migliora la modulabilità e il comfort durante le fasi di rallentamento, sia quando il pedale aziona la frenata rigenerativa, sia quando passa a quella idraulica. La Cayenne utilizza una nuova tecnologia per rendere particolarmente fluida la transizione tra il freno di recupero e il freno idraulico, trasmettendo sempre una sensazione di frenata omogenea con un dosaggio ottimale della potenza frenante, sia nelle situazioni di guida quotidiane che in quelle dinamiche.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Capacità della batteria incrementata e tempi di ricarica ridotti </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La batteria ad alto voltaggio ha una capacità maggiore, passando da 9 kWh a 25,9 kWh in totale, consentendo viaggi in modalità elettrica più lunghi. Con il nuovo caricabatterie di bordo da 11 kW, il tempo di ricarica con una Wallbox o una stazione di ricarica adatta è di soli 40 minuti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Modalità di Guida e Strategia Energetica ottimizzate</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le modalità di guida sono progettate per utilizzare l&#8217;energia disponibile in modo intelligente ed efficiente. Nel programma Sport, il livello di carica minimo della batteria di trazione scende dal 30 al 20 percento, mentre nel programma Sport Plus scende dall&#8217;80 al 30 percento. Ciò significa che il motore a combustione interna deve ricaricare la batteria meno frequentemente rispetto al passato, migliorando l&#8217;efficienza del veicolo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nuove Strategie di Ricarica più funzionali </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;altra novità sono le strategie di ricarica nel programma di guida E-Charge: quando si guida in aree abitate a velocità inferiori a 55 km/h, il sistema passa automaticamente alla modalità ibrida. Il motore a combustione e il motore elettrico lavorano insieme per mantenere un livello di carica costante. Fuori città e a velocità più elevate, il motore a combustione interna subentra, caricando la batteria fino a un livello massimo dell&#8217;80 percento. La modalità Hybrid-Auto è stata rivista, considerando dati ambientali e di navigazione, influenzando la strategia del gruppo propulsore e consentendo di percorrere una maggiore parte del percorso solo con energia elettrica nelle aree urbane.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Consumi e performance</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Dei due sistemi presenti a bordo della nuova Cayenne S E-Hybrid, la versione entry-level S E-Hybrid si presenta come il sistema meglio equilibrato, grazie al suo rapporto tra prestazioni ed efficienza. Il consumo di carburante, secondo il ciclo di omologazione combinato (WLTP), varia da 1,7 a 1,4 l/100 km, mentre a batteria scarica il valore sale da 10,9 a 10,0 l/100 km. Il consumo di sola energia elettrica, quando il motore elettrico funziona da solo, varia da 31,7 a 29,2 kWh/100 km.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Motore Benzina e Prestazioni Finali</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La parte benzina è composta da un nuovo motore V6 da 3.0 litri turbo, in grado di sviluppare 356 CV, con un incremento di potenza di 49 CV, per una potenza di sistema complessiva di 519 CV. Il SUV Coupé di Porsche accelera da zero a 100 km/h in 4,7 secondi, raggiungendo una velocità massima di 263 km/h. L&#8217;autonomia elettrica si attesta fino a 90 km in ambito urbano, con un potenziale di 125 km in condizioni ottimali di utilizzo e temperatura della batteria.</p>



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https://www.youtube.com/watch?v=gETz9xLaxOQ&#038;ab_channel=Porsche
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			<media:title type="plain">La Tecnica Archivi | Giornalemotori</media:title>
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		<title>Best Engine: Scopriamo il potente motore Hurricane sei cilindri Biturbo di Stellantis</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2025/01/22/best-engine-scopriamo-il-potente-motore-hurricane-sei-cilindri-biturbo-di-stellantis/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=best-engine-scopriamo-il-potente-motore-hurricane-sei-cilindri-biturbo-di-stellantis</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jan 2025 17:30:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il motore Hurricane biturbo da 3,0 litri di Stellantis è un sei cilindri in linea progettato per raggiungere livelli di potenza equivalenti a quelli del precedente V8, ma con una riduzione del consumo di carburante. Questa innovazione rispetta le normative antinquinamento sempre più severe, anche negli Stati Uniti, dimostrando l&#8217;impegno dell&#8217;azienda nella sostenibilità. Varianti e [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il motore Hurricane biturbo da 3,0 litri di Stellantis è un sei cilindri in linea progettato per raggiungere livelli di potenza equivalenti a quelli del precedente V8, ma con una riduzione del consumo di carburante. Questa innovazione rispetta le normative antinquinamento sempre più severe, anche negli Stati Uniti, dimostrando l&#8217;impegno dell&#8217;azienda nella sostenibilità.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Varianti e Integrazione Elettrica</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;architettura sviluppata da Stellantis Propulsion Systems presenta due varianti distinte: una a sei cilindri ottimizzata per l&#8217;efficienza, capace di erogare 400 CV, e una versione ad alte prestazioni da 500 CV ed è stato progettato anche per una futura integrazione con veicoli elettrici a basse emissioni, utilizzando tecnologia ibrida plug-in.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="555" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2025/01/Stellantis-Hurricane-engines-1024x555.jpg" alt="Stellantis Hurricane engines" class="wp-image-148184" title="Best Engine: Scopriamo il potente motore Hurricane sei cilindri Biturbo di Stellantis 145" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/01/Stellantis-Hurricane-engines-1024x555.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/01/Stellantis-Hurricane-engines-768x416.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/01/Stellantis-Hurricane-engines-300x163.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/01/Stellantis-Hurricane-engines-696x377.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2025/01/Stellantis-Hurricane-engines-scaled.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: Scopriamo il potente motore Hurricane sei cilindri Biturbo di Stellantis 146</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Design e Prestazioni dei Turbocompressori</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante sia un sei cilindri in linea, il motore è dotato di due turbocompressori. Questa scelta consente una risposta più pronta e una minore inerzia agli input dell&#8217;acceleratore. Le giranti di dimensioni ridotte garantiscono una coppia maggiore, particolarmente necessaria per i veicoli americani, che richiedono una capacità di traino elevata senza compromettere il risparmio di carburante, che si attesta attorno al 15% rispetto al V8 equivalente.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Struttura e Materiali Innovativi</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La struttura del motore è composta da un blocco in alluminio pressofuso con una coppa dell&#8217;olio in lega di alluminio strutturale. Gli elementi essenziali, come i cappelli dei cuscinetti di banco e l&#8217;albero motore, sono realizzati in acciaio forgiato, mentre le bielle sono anch&#8217;esse in acciaio. Questa scelta di materiali contribuisce a una maggiore robustezza e precisione, migliorando l&#8217;efficienza del carburante attraverso la riduzione degli attriti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sistema di Iniezione e Raffreddamento</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’iniezione diretta del carburante avviene ad alta pressione, con sistemi differenti a seconda della potenza: una pompa singola per la versione a bassa potenza e una doppia per quella ad alta potenza. Il motore è dotato anche di un intercooler acqua-aria, che riduce la temperatura dell&#8217;aria compressa prima che entri nel collettore di aspirazione, ottimizzando le prestazioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tecnologie Avanzate per l’Efficienza</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore Hurricane include doppi alberi a camme in testa con fasatura variabile delle valvole, migliorando l&#8217;efficienza sia in aspirazione che in scarico. Inoltre, la pompa dell&#8217;olio ha cilindrata variabile e il termostato a valvola di dimensioni ridotte contribuiscono a un sistema di raffreddamento più efficace, riducendo le perdite meccaniche.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Design Innovativo dei Cilindri</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">I pistoni sono realizzati in alluminio forgiato e raffreddati a getto d&#8217;olio, con un rivestimento in DLC per minimizzare l&#8217;attrito. Il motore a bassa potenza utilizza pistoni in alluminio pressofuso con inserto in ghisa, garantendo un rapporto di compressione di 10,4:1. L&#8217;EGR raffreddato aiuta a gestire le temperature e ridurre le perdite di pompaggio.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Rivestimento PTWA e Ottimizzazione Termica</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore è dotato di un rivestimento PTWA, ultrasottile e altamente resistente all&#8217;usura, applicato al blocco motore mediante tecnologie derivate dall&#8217;industria aerospaziale. Questo processo permette un migliore trasferimento di calore e raffreddamento, consentendo agli ingegneri di ottimizzare la miscela aria-carburante e la fasatura dell&#8217;accensione su un&#8217;ampia gamma operativa.</p>
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		<title>Best Engine: Hyundai IONIQ 5 N, La rivoluzione Elettrica con 650 CV di emozioni e innovazioni Tecnologiche.</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2024/12/29/best-engine-hyundai-ioniq-5-n-la-rivoluzione-elettrica-con-650-cv-di-emozioni-e-innovazioni-tecnologiche/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=best-engine-hyundai-ioniq-5-n-la-rivoluzione-elettrica-con-650-cv-di-emozioni-e-innovazioni-tecnologiche</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Dec 2024 12:07:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hyundai ha scelto di rivoluzionare il mondo delle auto sportive con la mobilità elettrica, lanciando la IONIQ 5 nella versione N, che rappresenta il massimo sviluppo della piattaforma tecnica HMG E-GMP. Questa vettura segna un passo cruciale non solo per il colosso coreano, ma per l’intero panorama dell’auto elettrica, messa spesso alla prova da movimenti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2024/12/29/best-engine-hyundai-ioniq-5-n-la-rivoluzione-elettrica-con-650-cv-di-emozioni-e-innovazioni-tecnologiche/">Best Engine: Hyundai IONIQ 5 N, La rivoluzione Elettrica con 650 CV di emozioni e innovazioni Tecnologiche.</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Hyundai ha scelto di rivoluzionare il mondo delle auto sportive con la mobilità elettrica, lanciando la IONIQ 5 nella versione N, che rappresenta il massimo sviluppo della piattaforma tecnica HMG E-GMP. Questa vettura segna un passo cruciale non solo per il colosso coreano, ma per l’intero panorama dell’auto elettrica, messa spesso alla prova da movimenti populisti e da un diffuso scetticismo, soprattutto tra gli appassionati di auto endotermiche ad alte prestazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La IONIQ 5 N integra tecnologie derivate dal motorsport e offre funzioni avanzate, come il <strong>N Drift Optimizer</strong>, che ottimizza la guida sportiva; il <strong>N Launch Control</strong>, per massimizzare la trazione in partenza; il <strong>N Grin Boost</strong>, che fornisce un’accelerazione temporanea aggiuntiva; il <strong>N Active Sound+</strong>, per un’esperienza sonora coinvolgente; e l’<strong>N e-shift</strong>, che simula il cambio marcia per un feeling di guida più dinamico. Queste innovazioni fondono le alte prestazioni con l’ecosostenibilità, stabilendo nuovi standard di equilibrio tra piacere di guida e tecnologia verde.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-33c92cf17578961cda16c778006bac409f-1024x768.jpg" alt="Hyundai Ioniq 5 N 2024 1280 33c92cf17578961cda16c778006bac409f" class="wp-image-147291" title="Best Engine: Hyundai IONIQ 5 N, La rivoluzione Elettrica con 650 CV di emozioni e innovazioni Tecnologiche. 147" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-33c92cf17578961cda16c778006bac409f-1024x768.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-33c92cf17578961cda16c778006bac409f-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-33c92cf17578961cda16c778006bac409f-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-33c92cf17578961cda16c778006bac409f-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-33c92cf17578961cda16c778006bac409f-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-33c92cf17578961cda16c778006bac409f-scaled.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: Hyundai IONIQ 5 N, La rivoluzione Elettrica con 650 CV di emozioni e innovazioni Tecnologiche. 151</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Potenza elevata e trazione integrale </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La sportiva coreana è equipaggiata con due motori sincroni a magneti permanenti: uno sull’asse anteriore da 238 CV e uno su quello posteriore da 412 CV, per una potenza complessiva di 650 CV e una coppia massima di 750 Nm. La trazione integrale è gestita da un sofisticato sistema elettronico, che bilancia la potenza tra i due assi e tra le singole ruote, adattandosi alle modalità di guida e alle condizioni del manto stradale. Grazie a questa configurazione, la IONIQ 5 N si trasforma in una macchina da drift accessibile anche ai meno esperti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le prestazioni sono straordinarie: accelera da 0 a 100 km/h in soli 3,4 secondi, con una velocità massima di 260 km/h, un risultato raro per le auto elettriche del suo segmento, nonostante un peso complessivo di 2.225 kg. La IONIQ 5 N ha dimostrato il suo valore in pista, facendo segnare un tempo di 1:56.00 sul circuito di Hockenheim GP, superando modelli prestigiosi come Audi RS6 Avant GT e Mercedes-AMG E 63 S 4Matic+. Al Nürburgring, ha fermato il cronometro a 7’45”59, battendo auto blasonate come la Mercedes SLS AMG Coupé Electric e compatte sportive di alto livello, tra cui la Cupra Formentor VZ5 e la BMW M2.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-15d08f5b2749dcaa60bb2a16e1b5cbb713-1024x768.jpg" alt="Hyundai Ioniq 5 N 2024 1280 15d08f5b2749dcaa60bb2a16e1b5cbb713" class="wp-image-147292" title="Best Engine: Hyundai IONIQ 5 N, La rivoluzione Elettrica con 650 CV di emozioni e innovazioni Tecnologiche. 148" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-15d08f5b2749dcaa60bb2a16e1b5cbb713-1024x768.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-15d08f5b2749dcaa60bb2a16e1b5cbb713-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-15d08f5b2749dcaa60bb2a16e1b5cbb713-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-15d08f5b2749dcaa60bb2a16e1b5cbb713-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-15d08f5b2749dcaa60bb2a16e1b5cbb713-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-15d08f5b2749dcaa60bb2a16e1b5cbb713-scaled.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: Hyundai IONIQ 5 N, La rivoluzione Elettrica con 650 CV di emozioni e innovazioni Tecnologiche. 152</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Buona percorrenza e carica veloce </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La batteria agli ioni di litio, con capacità lorda di 84 kWh (80 kWh utilizzabili), è composta da 384 celle disposte in serie e parallelo, con un valore nominale di 697 V e una garanzia di 8 anni o 160.000 km. L’autonomia, calcolata secondo il ciclo WLTP, raggiunge i 488 km, ma varia notevolmente in base a fattori come percorso, stile di guida e temperatura. In condizioni reali, l’autonomia si aggira mediamente sui 390 km, con consumi che oscillano tra 14 kWh/100 km in città con clima mite e 28,6 kWh/100 km in autostrada a temperature rigide.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista dei costi, la IONIQ 5 N si dimostra efficiente: il consumo energetico, parametrato su una vettura endotermica di pari potenza, corrisponde a 2,5-5,0 litri/100 km, in base al tipo di ricarica (corrente alternata o continua). Per la ricarica, la vettura supporta la corrente alternata con una potenza massima di 11 kW e la corrente continua fino a 263 kW. Quest’ultima permette di passare dal 10% all’80% di carica in soli 17 minuti, garantendo un’autonomia di 310 km con una pausa di ricarica brevissima.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-fc0a5d5c6bb7738a19fe051af19950a95e-1024x768.jpg" alt="Hyundai Ioniq 5 N 2024 1280 fc0a5d5c6bb7738a19fe051af19950a95e" class="wp-image-147293" title="Best Engine: Hyundai IONIQ 5 N, La rivoluzione Elettrica con 650 CV di emozioni e innovazioni Tecnologiche. 149" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-fc0a5d5c6bb7738a19fe051af19950a95e-1024x768.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-fc0a5d5c6bb7738a19fe051af19950a95e-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-fc0a5d5c6bb7738a19fe051af19950a95e-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-fc0a5d5c6bb7738a19fe051af19950a95e-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-fc0a5d5c6bb7738a19fe051af19950a95e-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/Hyundai-Ioniq_5_N-2024-1280-fc0a5d5c6bb7738a19fe051af19950a95e-scaled.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: Hyundai IONIQ 5 N, La rivoluzione Elettrica con 650 CV di emozioni e innovazioni Tecnologiche. 153</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Prezzo contenuto per le emozioni che regala </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La funzione <strong>V2L</strong> (Vehicle-to-Load) rende la IONIQ 5 N un vero e proprio generatore di energia: grazie a un adattatore, può alimentare elettrodomestici e dispositivi fino a 3,6 kWh, offrendo persino la possibilità di fornire energia a un’abitazione. Tutto questo a un prezzo competitivo di 74.800 euro, equivalenti a 115 euro per cavallo vapore, rendendo la IONIQ 5 N una scelta straordinaria per chi cerca alte prestazioni senza rinunciare alla sostenibilità.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="youtube-embed" data-video_id="tZMcnF4VA9g"><iframe loading="lazy" title="Hyundai N｜The all-new IONIQ 5 N World Premiere" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/tZMcnF4VA9g?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>In collaborazione con Hyundai Sinergy Castellammare di Stabia (NA) </strong></h2>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="360" height="360" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/12/348238291_195024636339059_8419931944790224810_n.jpg" alt="348238291 195024636339059 8419931944790224810 n" class="wp-image-147294" title="Best Engine: Hyundai IONIQ 5 N, La rivoluzione Elettrica con 650 CV di emozioni e innovazioni Tecnologiche. 150" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/348238291_195024636339059_8419931944790224810_n.jpg 360w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/348238291_195024636339059_8419931944790224810_n-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/348238291_195024636339059_8419931944790224810_n-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" /><figcaption>Best Engine: Hyundai IONIQ 5 N, La rivoluzione Elettrica con 650 CV di emozioni e innovazioni Tecnologiche. 154</figcaption></figure>
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			<media:title type="plain">La Tecnica Archivi | Giornalemotori</media:title>
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		<title>Best Engine: Toyota A25A-FXS hybrid 218 e 222cv, ancora il punto di riferimento per tutti.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Dec 2024 17:10:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I sistemi di propulsione ibrida Toyota HSD, High-Sinergy-Drive, di quinta generazione, sono contraddistinti tutti dallo stesso schema tecnico, ma assumono vari livelli di potenza potendo adottare sia la funzionalità full hybrid che quella con carica esterna plug in. La differenza sostanziale è rappresentata dal motore endotermico da piccolo tre cilindri che equipaggia la gamma Yaris, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">I sistemi di propulsione ibrida Toyota HSD, High-Sinergy-Drive, di quinta generazione, sono contraddistinti tutti dallo stesso schema tecnico, ma assumono vari livelli di potenza potendo adottare sia la funzionalità full hybrid che quella con carica esterna plug in. La differenza sostanziale è rappresentata dal motore endotermico da piccolo tre cilindri che equipaggia la gamma Yaris, al quattro cilindri con varie cubature da 1.8, 2.0 e 2.5 litri. Quindi partendo dalla analisi fatta a suo tempo per il sistema che utilizza la Prius e C-HR plug in da 224cv che potete leggere (<a href="https://www.giornalemotori.com/2024/02/02/best-engine-il-sistema-ibrido-di-toyota-hev-e-phev-di-quinta-generazione-per-prius-e-ch-r/">qui</a>), vogliamo analizzare il sistema ibrido con il motore benzina di cubatura maggiore cherappresenta il punto di riferimento assoluto per lo sviluppo delle propulsioni ibride anche per il futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il propulsore oggetto dell’analisi è il Toyota siglato A25A-FXS, 2.5 litri quattro cilindri abbinato alla tecnologia full hybrid che genera la potenza di sistema di 218cv, se 2wd e 224cv se abbinato alla trazione iAWD, distinguendosi per la sua efficienza energetica con un notevole miglioramento della reattività. Per quanto riguarda il basso consumo di carburante ottenendo un&#8217;efficienza termica massima del 41%.  Questo risultato è il risultato è dovuto allo sfruttamento ottimale della combustione del carburante mantenendo una buona performance generale, utilizzando al meglio lo schema di funzionamento secondo il ciclo Atkinson/Miller. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="640" height="293" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/12/66357654e2aef220e8b9baf7-photo_2.avif" alt="66357654e2aef220e8b9baf7 photo 2" class="wp-image-146761" title="Best Engine: Toyota A25A-FXS hybrid 218 e 222cv, ancora il punto di riferimento per tutti. 155" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/66357654e2aef220e8b9baf7-photo_2.avif 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/66357654e2aef220e8b9baf7-photo_2-300x137.avif 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption>Best Engine: Toyota A25A-FXS hybrid 218 e 222cv, ancora il punto di riferimento per tutti. 157</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Riprogettata la camera di combustione in ogni dettaglio </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto di compressione salito a 14:1, un valore che in un motore a benzina può causare fenomeni di detonazione che i tecnici giapponesi hanno compensato attraverso una combustione più rapida evitando accensioni premature della miscela aria benzina. L’aumento della rapidità di combustione avviene attraverso  il cambio del rapporto alesaggio/corsa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’adozione della corsa lunga consente di avere un diametro del pistone più contenuto, ed una miscela aria carburante più condensata verso la zona della candela. L&#8217;andamento della miscela viene gestito dall&#8217;angolo maggiore tra le valvole di aspirazione e scarico con un alzata maggiore maggiore della valvola di aspirazione. Infine, viene utilizzata una iniezione a doppia fase ad alta pressione con il nuovo sistema D-4S contribuendo alla reattività e all&#8217;efficienza del motore. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Motore a corsa lunga </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Riducendo l’alesaggio si crea un volume minore con la miscela aria-carburante che si comprime in modo più rapido ed efficiente favorendo una combustione più veloce migliorando sia la risposta del motore che l’efficienza. I valori di <strong>alesaggio passano a 87,7 mm</strong>, e 103,48mm di corda hanno un tra di loro ridotto a <strong>1,18</strong>. Un motore a corsa lunga offre una minore superficie di contatto con le pareti del cilindro, riducendo così la perdita di calore. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’apertura maggiorata della valvola di aspirazione ha necessitato una nuova progettazione e realizzazione delle sedi delle valvole che permette di ottimizzare il flusso nel cilindro. Il cambiamento dell&#8217;angolo tra le valvole di aspirazione e scarico è voluto per migliorare la dinamica del percorso dell&#8217;aria verso la candela. Per ottenere un passaggio del flusso senza interferenze il piattello lato interno delle valvole rivestite al laser per avere una geometria senza spigoli e meglio raccordato. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nuove sedi valvole e rivestimento al laser </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;uso del classico metallo sinterizzato come rivestimento avrebbe richiesto più spazio ed un raccordo poco funzionale. Per realizzare la forma più funzionale, la polvere metallica viene spruzzata sul lato superiore della valvola e poi fusa con un laser.  Con questa innovazione, la luce di aspirazione ha una forma che ottimizza l&#8217;ingresso del gas senza ottenendo un flusso ottimale dei gas ed una camera di combustione compatta. Per sfruttare al massimo la nuova conformazione della camera di combustione viene utilizzata una nuova iniezione diretta di carburante D-4S. La doppia iniezione aiuta ad evitare la detonazione riducendo per perdite durante la fase di compressione. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Iniezione diretta per sfruttare il rapporto di compressione più alto </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;iniezione diretta di tipo doppio stadio, cioè in due tempi, permette un controllo più preciso della temperatura nella camera di combustione, soprattutto con gli elementi della miscela lontani dalla candela di accensione, che vengono bruciati con una seconda iniezione di carburante limitando il fenomeno dei gas incombusti e del particolato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La geometria della camera di combustione e la disposizione dell&#8217;iniettore sono progettate, infatti, per ottimizzare il flusso dell&#8217;aria riducendo la possibilità che le goccioline di carburante si depositino sulle pareti o sul pistone. Il collettore di scarico è integrato parte nella testa con una struttura 4-2-1 aumentando l&#8217;efficienza di evacuazione all&#8217;interno del cilindro. Il condotto della valvola EGR viene raffreddato a liquido prima di essere introdotto nel cilindro con una riduzione delle perdite di pompaggio del 25%. Infine il perno di biella ha un disallineamento dell&#8217;asse del pistone rispetto alla rotazione dell&#8217;albero motore migliorando la reattività. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nuovo motore elettrico e gestione della trasmissione</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La parte elettrica viene rinnovata attraverso elementi già presenti nel nuovo sistema ibrido di quinta generazione. Viene cambiato il motore elettrico, con un elemento più leggero con il rotore più efficiente. La migliore risposta, unita ad un aggiornamento della trasmissione, con un nuovo inverter per portare la potenza elettrica dalla batteria al propulsore migliorando la risposta del sistema nel suo complesso riducendo il classico effetto scooter molto meno percepito nei sistemi Toyota di ultima generazione. La potenza alle ruote arriva in modo più rapido e quando il motore benzina viene collegato anch’esso alle ruote per il funzionamento in parallelo, avviene con un sistema diverso dal passato annullando le vibrazioni durante il passaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tutto per una potenza per il motore benzina di 177cv a 6000 giri/min, e 221Nm di coppia da 3600 a 5200 giri/min. La parte elettrica eroga 120cv a 4200 giri/min per una coppia di 202Nm ed una potenza di sistema pari a 218cv nella versione a trazione anteriore e 222cv per quella integrale che aggiunge un secondo motore elettrico sull’asse posteriore. Il sistema ibrido che porta la sigla A25A-FXS viene montato su tutte le auto del gruppo Toyota/Lexus della fascia medio ed alta del mercato facendo registrare anche con modelli come i SUV alti, con un’efficienza aerodinamica bassa consumi nell’ordine di 25km/litro.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>In collaborazione con Toyota <a href="https://tmotor.toyota.it/" target="_blank" rel="noopener">T-Motor San Lazzaro si Savena (BO), Modena, Imola </a></strong></h2>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="359" height="359" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/12/277137721_3166192336999898_4282735678014108701_n.jpg" alt="277137721 3166192336999898 4282735678014108701 n" class="wp-image-146762" title="Best Engine: Toyota A25A-FXS hybrid 218 e 222cv, ancora il punto di riferimento per tutti. 156" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/277137721_3166192336999898_4282735678014108701_n.jpg 359w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/277137721_3166192336999898_4282735678014108701_n-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/12/277137721_3166192336999898_4282735678014108701_n-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 359px) 100vw, 359px" /><figcaption>Best Engine: Toyota A25A-FXS hybrid 218 e 222cv, ancora il punto di riferimento per tutti. 158</figcaption></figure>
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		<title>Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2024/11/07/best-engine-toyota-g16e-gts-1-6-litri-turbo-il-tre-cilindri-piu-potente-del-mercato-con-305cv/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=best-engine-toyota-g16e-gts-1-6-litri-turbo-il-tre-cilindri-piu-potente-del-mercato-con-305cv</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Nov 2024 19:38:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il motore tre cilindri è da sempre visto con scetticismo dagli appassionati, soprattutto quelli più ortodossi. Tralasciando le motivazione tecniche dovute alle norme antinquinamento che nascondo una evidente riduzione di costi, in Giappone, invece, la situazione appare diversa. Da sempre, infatti, il sol levante ha prodotto tanti motori a tre cilindri, per lo più a [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il motore tre cilindri è da sempre visto con scetticismo dagli appassionati, soprattutto quelli più ortodossi. Tralasciando le motivazione tecniche dovute alle norme antinquinamento che nascondo una evidente riduzione di costi, in Giappone, invece, la situazione appare diversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Da sempre, infatti, il sol levante ha prodotto tanti motori a tre cilindri, per lo più a causa di bizzarre limitazioni fiscali che agli europei appaiono al limite del grottesco. Come dimenticare la limitazione alla potenza a 286cv che ha azzoppato progetti poderosi come le Honda NS-X, l’unica supercar nipponica ad avere il potenziale per rivaleggiare con le blasonate della motor valley. Oppure, le tasse legate alle dimensioni che ha portato alla proliferazione delle K-Car, micro-auto con motori tre cilindri da 660cm3 con tanto di turbo e quattro valvole che giravano a giri da frullatore impazzito. Infine, proprio il numero di cilindri è oggetto di tassazione con un notevole vantaggio in termini fiscali. Un elemento fondamentale per il consumatore nipponico costretto a versare in anticipo i primi anni di tassazione all’acquisto dell’auto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="538" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/11/100-horsepower-per-piston-the-3-cylinder-toyota-g16e-gts-explained-2023-12-31_00-04-05_599535-1024x538.jpg" alt="100 horsepower per piston the 3 cylinder toyota g16e gts explained 2023 12 31 00 04 05 599535" class="wp-image-144806" title="Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv 159" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/100-horsepower-per-piston-the-3-cylinder-toyota-g16e-gts-explained-2023-12-31_00-04-05_599535-1024x538.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/100-horsepower-per-piston-the-3-cylinder-toyota-g16e-gts-explained-2023-12-31_00-04-05_599535-768x403.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/100-horsepower-per-piston-the-3-cylinder-toyota-g16e-gts-explained-2023-12-31_00-04-05_599535-300x158.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/100-horsepower-per-piston-the-3-cylinder-toyota-g16e-gts-explained-2023-12-31_00-04-05_599535-696x365.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/100-horsepower-per-piston-the-3-cylinder-toyota-g16e-gts-explained-2023-12-31_00-04-05_599535-scaled.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv 166</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il Motore G16E-GTS</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto il paese del sol levante ha abituato gli appassionati ad una certa caparbietà sulle scelte tecnologiche come il Boxer per la Subaru o il Wankel per la Mazda. Detto questo, comunque non basta come motivazione in sé per giustificare la scelta da parte del team Gazoo Racing di un tre cilindri 1.6litri utilizzato per la Yaris GR e Corolla GR. Altri costruttori, sempre nipponici, usano motori quattro cilindri; quindi, per capire la scelta dei progettisti giapponese non resta che fare un analisi tecnica approfondita del Motore che porta la sigla G16E-GTS</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come ampiamente anticipato si tratta del tre cilindri da 1618 cm<sup>3</sup> ottenuti con un alesaggio di 87.5mm per una corsa 89.7mm. con due livelli di potenza 257cv a 6500 giri/min e 305cv per la Corolla GR per un potenza specifica di 185,4 cavalli con una coppia di 370Nm disponibili per un ampio arco di giri da 3.250 a 4.600 giri/min. Numeri che rendono questo piccolo motore il tre cilindri più potente del mondo. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="700" height="617" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/11/gts_mech_block-1.png" alt="gts mech block 1" class="wp-image-144810" title="Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv 160" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/gts_mech_block-1.png 700w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/gts_mech_block-1-300x264.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/gts_mech_block-1-696x613.png 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption>Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv 167</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Monoblocco irrobustito e parti mobili ottimizzate </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo passo era dotare il propulsore di un monoblocco che potesse resistere alle sollecitazioni di potenza elevata e vibrazioni pur restando leggero. Per ottenere tale scopo è stata scelta una soluzione a tre elementi tenuti assieme da una fascia esterna dallo spessore ridotto creando di fatto un monoblocco open deck leggero e resistente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’alleggerimento ha visto coinvolto anche l&#8217;albero motore in acciaio forgiato ottenendo una massa in rotazione inferiore conservando una maggiore resistenza con una posizione sfalsata di dieci gradi rispetto all’asse dei cilindri. Ovviamente essendo un motore che per sua natura è sottoposto a vibrazioni sono stati utilizzati alberi di bilanciamento per compensare.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="700" height="282" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/11/gts_fuel_section.png" alt="gts fuel section" class="wp-image-144808" title="Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv 161" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/gts_fuel_section.png 700w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/gts_fuel_section-300x121.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/gts_fuel_section-696x280.png 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption>Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv 168</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Rapporto di compressione alto a 10,5:1</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">I pistoni e le bielle sono forgiati hanno la gonna che ha subito un trattamento superficiale a basso attrito ed il cuscinetto principale è stato ottimizzato per ridurre il rischio del funzionamento con carenza di olio evitando problemi di surriscaldamento. Il rapporto di compressione è piuttosto alto per un motore turbo da 10,5:1 a conferma della nota filosofia giapponese che vuole che prima venga progettato un ottimo motore aspirato per poi aggiungere la compressione del turbo. La distribuzione è a catena con il recupero del gioco idraulico. Il gruppo albero a camme di tipo cavo ha il raggio della camma leggermente concavo e il sistema di fasatura variabile VVT-i che va a sostituire il sistema VVL convenzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il turbocompressore è di tipo single-scroll e per sua natura ideale per funzionale bene a regimi più elevati. La soluzione mono-condotto è stata adottata per la natura 3 cilindri del motore che male si adatta ad un propulsore con meno di quattro cilindri. Nonostante questo il ritardo di risposta è limitato al minimo poco ritardo di risposta. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="700" height="647" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/11/gts_lub_layout.png" alt="gts lub layout" class="wp-image-144809" title="Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv 162" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/gts_lub_layout.png 700w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/gts_lub_layout-300x277.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/gts_lub_layout-696x643.png 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption>Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv 169</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Parte calda del turbo inserita nel collettore</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La soluzione scelta dai tecnici di Gazoo Racing integra la chiocciola del turbo nel collettore di scarico riducendo il peso, sfruttando al meglio l’energia del gas di scarico essendo più vicina alla valvola di scarico e con una migliore gestione anche del bypass della wastegate. Ciò riduce il ritardo del turbo consentendo di gestire meglio il riscaldamento del catalizzatore, fondamentale per rispettare le norme antinquinamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’intercooler è di tipo cross-flow che consente di ridurre le perdite a bassa pressione aumentando la sua capacità di raffreddamento. Le classiche boccole della girante sono state sostituite da cuscinetti a sfera per migliorare l&#8217;efficienza contribuendo alla miglioramento della risposta riducendo l&#8217;inerzia, così come è stata spostata la posizione della valvola Westgate per agevolarne il funzionamento. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Raffreddamento potenziato </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema di raffreddamento sfrutta una soluzione con due camicie per il passaggio del liquido all&#8217;interno della testa. Il radiatore dell’olio è raffreddato ad acqua ed è in alluminio per migliorare lo scambio termico e l’efficienza. L&#8217;unità è installata a monte rispetto al filtro dell&#8217;olio per evitare il grippaggio dei cuscinetti dovuto a detriti nell&#8217;olio. Per una maggiore affidabilità sono stati installati anche nove spruzzatori per gestire il carico di raffreddamento aggiuntivo. Inoltre, è stata aggiunta una pompa dell&#8217;acqua di grande capacità azionata a cinghia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’iniezione diretta ha un sistema D4-S ad alta pressione 220 bar per ottimizzare la combustione con uno spruzzo più fine tramite una serie di iniettori ad ugello lungo con dieci fori. Il condotto di passaggio della benzina viene lavorato finemente per ridurre l&#8217;aderenza del carburante lungo le pareti dello stesso. Il flusso della miscela crea una turbolenza che consente di evitare l’interferenza della valvola di aspirazione con la miscela che rimane concentrata nella zona della candela conservando ottime prestazioni con emissioni ridotte.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="960" height="734" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/11/100-horsepower-per-piston-the-3-cylinder-toyota-g16e-gts-explained-2023-12-31_00-18-55_179551-960x734-1.jpg" alt="100 horsepower per piston the 3 cylinder toyota g16e gts explained 2023 12 31 00 18 55 179551 960x734 1" class="wp-image-144807" title="Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv 163" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/100-horsepower-per-piston-the-3-cylinder-toyota-g16e-gts-explained-2023-12-31_00-18-55_179551-960x734-1.jpg 960w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/100-horsepower-per-piston-the-3-cylinder-toyota-g16e-gts-explained-2023-12-31_00-18-55_179551-960x734-1-768x587.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/100-horsepower-per-piston-the-3-cylinder-toyota-g16e-gts-explained-2023-12-31_00-18-55_179551-960x734-1-300x229.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/100-horsepower-per-piston-the-3-cylinder-toyota-g16e-gts-explained-2023-12-31_00-18-55_179551-960x734-1-696x532.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption>Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv 170</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Elettronica di gestione derivata dai rally</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Toyota sostiene che ogni parte del cablaggio elettrico ed elettronico della gestione del motore posizionato nella zona calda è stato progettato tenendo a mente le temperature delle gare di rally e le esigenze di massime prestazioni in modo prolungato. I condotti di aspirazione sono stati lucidati mediante lavorazione di precisione con centri di lavoro CNC con gli angoli delle valvole aumentati e sedi eccentriche e quelle di scarico di maggiori dimensioni con stelo ad anima di sodio. Il collettore è progettato a flusso fisso per ridurre la contropressione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo spostamento della batteria nella parte posteriore dell’auto ha consentito di ottenere un sistema di induzione dell&#8217;aria molto più grande riducendo le perdite di bassa pressione con una capacità massima di 10,8 litri di aria. Il filtro stesso è formato di fogli di carta con struttura in fibre ultra-fini per impedire anche a minuscole particelle e detriti di rovinare la festa. Un ulteriore &#8220;filtro hydro-lock&#8221; funge da controllo di sicurezza della separazione aria-liquido derivato direttamente dal mondo rally.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="700" height="524" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/11/gts_mech_balance.png" alt="gts mech balance" class="wp-image-144811" title="Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv 164" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/gts_mech_balance.png 700w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/gts_mech_balance-300x225.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/gts_mech_balance-696x521.png 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/gts_mech_balance-265x198.png 265w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption>Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv 171</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Supporti al telaio ottimizzati per limitare le vibrazioni </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’ancoraggio al telaio adotta un supporto di tipo idraulico che aiuta a compensare gli sforzi con partenza da fermo alla massima accelerazione. La nuova molla in gomma più rigida riduce le vibrazioni in modo considerevole diminuendo la tendenza al rollio del motore durante il massimo sforzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, sono state adottate due barre di torsione in alluminio per fungere da supporti strutturalmente solidi migliorando la rigidità riducendo il peso rispetto ad un supporto classico. Uno degli effetti positivi è lo spostamento all’indietro del motore nel vano motore, contribuendo migliorando la distribuzione del peso, con una migliore posizione del baricentro dell’auto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato sono prestazioni di assoluto rilievo per la Toyota Corolla GR 1.6 Turbo da 305cv con un accelerazione sullo 0-100km/h in 5.2s, per una ripresa 80-120km/h in 4.3s. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="youtube-embed" data-video_id="Z5Lp8fiHpA0"><iframe loading="lazy" title="GR Corolla (North America specifications, prototype)" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/Z5Lp8fiHpA0?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<h2 class="wp-block-heading alignwide" id="we-re-a-studio-in-berlin-with-an-international-practice-in-architecture-urban-planning-and-interior-design-we-believe-in-sharing-knowledge-and-promoting-dialogue-to-increase-the-creative-potential-of-collaboration" style="font-size:48px;line-height:1.1"><strong>In collaborazione con <a href="https://tmotor.toyota.it/" target="_blank" rel="noopener">Toyota T-Motor &#8211; Bologna-Modena-Imola</a></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="359" height="359" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/11/277137721_3166192336999898_4282735678014108701_n.jpg" alt="277137721 3166192336999898 4282735678014108701 n" class="wp-image-144812" title="Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv 165" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/277137721_3166192336999898_4282735678014108701_n.jpg 359w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/277137721_3166192336999898_4282735678014108701_n-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/11/277137721_3166192336999898_4282735678014108701_n-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 359px) 100vw, 359px" /><figcaption>Best Engine: Toyota G16E-GTS 1.6 litri turbo, il tre cilindri più potente del mercato con 305cv 172</figcaption></figure>
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		<title>Best Car: Ferrari V12, con l&#8217;evoluzione del F140DH da 830cv aspirato</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2024/10/25/best-car-ferrari-v12-con-levoluzione-del-f140dh-da-830cv-aspirato/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=best-car-ferrari-v12-con-levoluzione-del-f140dh-da-830cv-aspirato</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Oct 2024 17:02:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è un unico elemento che dal 1947 rappresenta l’anima della Ferrari, il motore V12 aspirato, meglio ancora se montato in posizione centrale-anteriore.  La Ferrari12Cilindri è l&#8217;ultima evoluzione di questa filosofia che nel corso dei decenni ha continuato a svilupparsi senza mai allontanarsi dal suo DNA originale ma soprattutto dai valori fondamentali del marchio. La Ferrari [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un unico elemento che dal 1947 rappresenta l’anima della Ferrari, il motore V12 aspirato, meglio ancora se montato in posizione centrale-anteriore.  La Ferrari12Cilindri è l&#8217;ultima evoluzione di questa filosofia che nel corso dei decenni ha continuato a svilupparsi senza mai allontanarsi dal suo DNA originale ma soprattutto dai valori fondamentali del marchio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Ferrari 12Cilindri si ispira alle Gran Turismo degli anni &#8217;50 e &#8217;60 con motore anteriore ed abitacolo a due posti. La sua silhouette trasuda sportività e classe attraverso linee semplici ma armoniose con un dispositivo aerodinamico attivo che garantisce stabilità ed un cofano allungato che esalta la vista del vano motore per finire ai classici doppi terminali di scarico dal sound inimitabile.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="856" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/10/3-1-1024x856.jpg" alt="3 1" class="wp-image-142700" title="Best Car: Ferrari V12, con l&#039;evoluzione del F140DH da 830cv aspirato 173" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/3-1-1024x856.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/3-1-768x642.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/3-1-300x251.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/3-1-696x582.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/3-1-scaled.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Car: Ferrari V12, con l'evoluzione del F140DH da 830cv aspirato 177</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>V12 F140HD,</strong> <strong>830cv aspirato </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore e l&#8217;ultima evoluzione del V12 di Maranello denominato F140HD in grado di erogare 830 cv a 9500 giri/min con una coppia massima di 678 Nm a 7250 giri/min, con il limitatore posto a 9500 giri/min e rapporto di compressione di 13,5:1. La Potenza specifica è di 128 cv/l, ma nonostante i numeri da capogiro l&#8217;80% la gran parte della coppia è già disponibile a soli 2500 giri/min, per una risposta istantanea dell&#8217;acceleratore con un allungo pressappoco infinito fino alla zona rossa. Le prestazioni dichiarano una velocità massima di 340 km/h, lo scatto sullo 0-100 km/h in 2,9 s mentre il passaggio da 0-200 km/h avviene in 7,9s</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo propulsore adotta componenti e software modificati alcuni dei quali già adottati sulla serie speciale 812 Competizione. I tecnici di Maranello hanno lavorato per ridurre il peso e l&#8217;inerzia dei componenti in movimento adottando bielle in titanio con un peso ridotto del 40% a parità di resistenza meccanica, mentre i pistoni sono in lega di alluminio alleggeriti ed infine, l’albero motore è stato modificato alleggerito del 3% e riequilibrato per migliorare la reattività.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nuova distribuzione e collettori di aspirazione</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema di distribuzione con bilancieri a dito scorrevoli deriva dai motori Ferrari di Formula 1 riducendo la massa degli elementi che compongono il sistema. Il bilanciere a dito scorrevole è in acciaio con rivestimento Diamond-Like-Carbon (DLC) consentendo di trasmettere l&#8217;azione della camma utilizzando una punteria idraulica come perno per il movimento. L’uso di questa tecnologica di rivestimento riduce il coefficiente di attrito nei punti critici, migliorando significativamente l&#8217;efficienza meccanica del motore.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> Il layout dei collettori di aspirazione ha visto una riduzione della lunghezza adottando un sistema a geometria variabile in modo continuato per massimizzare il carico dinamico nel cilindro. Per la prima volta, in assoluto, è stata sviluppata un&#8217;innovativa strategia software in grado di modificare la coppia massima disponibile in funzione della marcia selezionata consentendo una ripresa sempre fluida e progressiva all&#8217;aumentare del rapporto di trasmissione ma senza perdere un briciolo delle prestazioni dell&#8217;auto. L&#8217;innovativo Aspirated Torque Shaping (ATS) ha permesso ottenere una curva di coppia ottimizzata per la terza e quarta marcia migliorando il controllo e l&#8217;erogazione di potenza senza a tutto a vantaggio del piacere di guida e della sicurezza anche dei neofiti. Ciò ha necessitato anche di introdurre rapporti ci trasmissioni adatte allo sfruttamento ottimale del sistema di controllo. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="800" height="533" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/10/al_Ferrari-Daytona-SP3-EnginePE9.jpg" alt="al Ferrari Daytona SP3 EnginePE9" class="wp-image-142701" title="Best Car: Ferrari V12, con l&#039;evoluzione del F140DH da 830cv aspirato 174" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/al_Ferrari-Daytona-SP3-EnginePE9.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/al_Ferrari-Daytona-SP3-EnginePE9-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/al_Ferrari-Daytona-SP3-EnginePE9-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/al_Ferrari-Daytona-SP3-EnginePE9-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>Best Car: Ferrari V12, con l'evoluzione del F140DH da 830cv aspirato 178</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Lubrificazione a portata variabile </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La lubrificazione è a carter secco ma è dotato di una nuova calibrazione della pompa dell&#8217;olio a cilindrata variabile per consentire all&#8217;olio di circolare in tutto il motore recuperando i vapori dalla coppa. Una valvola solenoide, controllata dalla centralina, viene utilizzata per controllare la cilindrata della pompa variando giri e pressione, erogando solo la quantità di olio necessaria con un risparmio notevole quantità di energia. La nuova configurazione del serbatoio dell&#8217;olio, e del circuito idraulico della pompa, riduce al minimo le perdite ottimizzando la funzionalità in tutte le condizioni operative.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’iniezione diretta di benzina (GDI a 350 bar) comprende due pompe e quattro rail con sensori di pressione che forniscono il feedback al sistema di controllo della pressione controllando fino a tre iniezioni per ciclo motore. Il sistema di accensione è costantemente monitorato dalla centralina motore con la possibilità di scintilla singola e multipla. La centralina controlla anche la combustione nella camera garantendo al motore consentendo un funzionamento sempre in condizioni di massima efficienza termodinamica grazie ad un strategia sofisticata che riconosce il numero di ottano del carburante per evitare il battito in testa.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Rispetta le severe norme antinquinamento </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il nuovo scarico consente di rispettare i più recenti requisiti sulle emissioni (EU6E, China6B e BIN50) grazie ad un convertitore catalitico ceramico abbinato a un filtro antiparticolato ottimizzato per offrire un ottimo sound. I condotti con collettore 6 in 1 per ogni bancata di cilindri hanno un innovativo design delle sezioni centrali che comprende tutti gli ordini nobili di combustione. La perfetta calibrazione delle alte e basse frequenze provenienti dai sistemi di aspirazione e scarico influenzano anche la timbrica del motore. La forma dei condotti e la fluidodinamica interna dei deflettori del silenziatore è stata progettata per ridurre al minimo la contropressione, migliorando così l&#8217;erogazione di potenza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La Ferrari 12Cilindri sfoggia il cambio DCT (Dual Clutch Transmission) a 8 rapporti. Le ruote 21&#8243; ha consentito di avere rapporti di trasmissione più corti del 5% nelle marce basse e un aumento del 12% della coppia rispetto ai precedenti V12, il tutto a vantaggio dell’accelerazione e dei tempi di cambiata più rapidi del 30% rispetto alle precedenti V12. L&#8217;introduzione dell&#8217;ottava marcia migliora il consumo in autostrada migliorando l&#8217;efficienza in tutte le marce.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="800" height="533" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/10/al_Ferrari-Daytona-SP3-EnginePE11.jpg" alt="al Ferrari Daytona SP3 EnginePE11" class="wp-image-142702" title="Best Car: Ferrari V12, con l&#039;evoluzione del F140DH da 830cv aspirato 175" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/al_Ferrari-Daytona-SP3-EnginePE11.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/al_Ferrari-Daytona-SP3-EnginePE11-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/al_Ferrari-Daytona-SP3-EnginePE11-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/al_Ferrari-Daytona-SP3-EnginePE11-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>Best Car: Ferrari V12, con l'evoluzione del F140DH da 830cv aspirato 179</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>DINAMICA DEL VEICOLO</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La Ferrari 12Cilindri vanta lo stato dell&#8217;arte nei controlli dinamici elettronici. L&#8217;introduzione del brake-by-wire tra cui l&#8217;ABS Evo e il sensore 6D garantiscono la massima precisione per il lavoro dei sistemi Virtual Short Wheelbase (PCV) 3.0 e Side Slip Control (SSC) 8.0 con spazi di frenata ridotti e una ripetibilità della frenata più accurata. L&#8217;Aspirated Torque Shaping ha una logica di controllo che enfatizza l&#8217;erogazione fluida e lineare della potenza grazie al controllo elettronico.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="youtube-embed" data-video_id="DdflxSmUD00"><iframe loading="lazy" title="Welcome the Ferrari 12Cilindri" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/DdflxSmUD00?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;SSC 8.0 è una nuova evoluzione che consente ai sistemi di dialogare tra loro utilizzando un linguaggio condiviso che calcola la modalità di funzionamento ottimale per ciascuno di essi. Questo sistema integra i controller e crea una sinergia naturale con il nuovo ABS Evo. La sua ottimizzazione ha migliorato ulteriormente l&#8217;accuratezza della velocità di apprendimento, incrementandola del +10% ottimizzando il controllo su superfici a bassissima aderenza. Alla stima dell&#8217;aderenza si affianca il contributo della logica di funzionamento che utilizza le informazioni provenienti dalla CPU EPS e l&#8217;angolo di deriva stimato dall&#8217;SSC 8.0 stiando il livello di aderenza pneumatico-strada anche in fase di sterzata sia un condizioni di utilizzo normale che al limite, rendendo più rapido l&#8217;apprendimento da parte del sistema dei livelli di aderenza reali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Quattro ruote sterzanti </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Lo sterzo indipendente a quattro ruote (4WS) gestisce il movimento di ogni ruota in modo indipendente migliorando la gestione dell&#8217;imbardata in curva e la reattività nei rapidi cambi di direzione. Lo sterzo posteriore presenta caratteristiche innovative migliorando la precisione del controllo in base alla posizione di ogni singolo attuatore, garantendo tempi di risposta più rapidi ed una migliore reattività in curva. La maneggevolezza è garantita da una distribuzione dei pesi pressoché del 48,4% anteriore e 51,6% posteriore con una reattività migliorata grazie alla riduzione di 20 mm del passo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli pneumatici sono Michelin Pilot Sport S5 o in alternativa Goodyear Eagle F1 Supersport sviluppati nella misura dedicata di 275/35ZR21 all&#8217;anteriore e 315/35ZR21 al posteriore. Le prestazioni sono state ottimizzate grazie all&#8217;adozione delle ultime tecnologie per le mescole, con nuovi concetti di progettazione del battistrada e caratteristiche della carcassa con una riduzione del 10% della resistenza al rotolamento.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/10/Ferrari-12Cilindri-2025-1280-642cd9ea46cbca0e9c19bf30a06330a734-1024x768.jpg" alt="Ferrari 12Cilindri 2025 1280 642cd9ea46cbca0e9c19bf30a06330a734" class="wp-image-142703" title="Best Car: Ferrari V12, con l&#039;evoluzione del F140DH da 830cv aspirato 176" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/Ferrari-12Cilindri-2025-1280-642cd9ea46cbca0e9c19bf30a06330a734-1024x768.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/Ferrari-12Cilindri-2025-1280-642cd9ea46cbca0e9c19bf30a06330a734-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/Ferrari-12Cilindri-2025-1280-642cd9ea46cbca0e9c19bf30a06330a734-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/Ferrari-12Cilindri-2025-1280-642cd9ea46cbca0e9c19bf30a06330a734-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/Ferrari-12Cilindri-2025-1280-642cd9ea46cbca0e9c19bf30a06330a734-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/10/Ferrari-12Cilindri-2025-1280-642cd9ea46cbca0e9c19bf30a06330a734-scaled.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Car: Ferrari V12, con l'evoluzione del F140DH da 830cv aspirato 180</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>TELAIO</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il telaio in alluminio è caratterizzato dal passo ridotto di 20 mm rispetto a quello della 812 Superfast modificando la geometria di componenti fusi, come i montanti degli ammortizzatori migliorando la rigidità torsionale riducendo al contempo il peso. Il nuovo telaio ha permesso di migliorare la rigidità senza aumentare il peso rispetto con un aumento del 15% della rigidità torsionale assicurando un comportamento dinamico più prevedibile. Infine, grazie a un uso più esteso di fusioni, il numero di componenti estrusi che richiedono l&#8217;assemblaggio è stato notevolmente ridotto, rendendo il processo di assemblaggio più efficiente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la prima volta è stata utilizzata una lega secondaria con materiale riciclato al 100% per realizzare le torri ammortizzatori del sotto-telaio del cambio con una riduzione di 146 kg di CO2 per ogni vettura prodotta garantendo le stesse caratteristiche meccaniche della lega non riciclata, sfruttando le differenze di composizione chimica.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>MANUTENZIONE 7 ANNI</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Gli ineguagliabili standard qualitativi della Ferrari e la crescente attenzione al servizio clienti sono alla base del programma di manutenzione esteso di sette anni offerto con la Ferrari 12Cilindri. Il programma copre tutta la manutenzione ordinaria per i primi sette anni di vita della vettura. La manutenzione programmata è un servizio esclusivo che offre ai clienti la certezza che la loro auto verrà mantenuta al massimo delle prestazioni e della sicurezza nel corso degli anni. Questo servizio è disponibile anche per i proprietari che acquistano Ferrari usate.</p>
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		<title>F1: Analisi tecnica ala mobile McLaren, forse c&#8217;è di più di una semplice fessura per il passaggio dell&#8217;aria!</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2024/09/18/f1-analisi-tecnica-ala-mobile-mclaren-forse-ce-di-piu-di-una-semplice-fessura-per-il-passaggio-dellaria/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=f1-analisi-tecnica-ala-mobile-mclaren-forse-ce-di-piu-di-una-semplice-fessura-per-il-passaggio-dellaria</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Sep 2024 10:23:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parliamoci chiaro, se Leclerc non fosse stato per più di mezza gara appiccicato, inutilmente, alla McLaren di Piastri, non avrebbe costretto regia internazionale ad inquadrare fisso la monoposto papaya, mostrando il movimento del profilo alare della discordia. A questo punto il segreto di Pulcinella è venuto a galla. La McLaren, infatti utilizza questo tipo di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Parliamoci chiaro, se Leclerc non fosse stato per più di mezza gara appiccicato, inutilmente, alla McLaren di Piastri, non avrebbe costretto  regia internazionale ad inquadrare fisso la monoposto papaya, mostrando il movimento del profilo alare della discordia. A questo punto il segreto di Pulcinella è venuto a galla. La McLaren, infatti utilizza questo tipo di ala da ben prima, solo che non c’era mai una prova così lampante, nemmeno quando hanno dominato in Olanda. Analizzando la questione, dopo le ipotesi messe in campo da tutti, dai cronisti, fino all&#8217;ultimo Tic Toker proviamo ad andare oltre analizzando altre implicazioni tecniche del movimento di quell&#8217;ala. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Innanzitutto la  premessa. La McLaren è legale, perché rispetta la norma che la Fia usa per il controllo delle ali flessibili. Si potrebbe comunque dire che tale rispetto va in contrasto con la norma regolamentare per la progettazione e l’uso del sistema DRS che impone al profilo alare mobile nessun movimento se non viene azionato meccanicamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Detto, questo, lasciando la questione alla politica, il nostro obiettivo è quello di mettere in evidenza un aspetto secondario del comportamento dell’ala McLaren che se confermato potrebbe diventare importantissimo. Dalle immagini, il profilo alare si alza ad una certa velocità lasciando una luce di passaggio dell’aria che non dovrebbe esserci. Nonostante questo, quella fessura non è sufficiente a garantire una velocità massima come quella che aveva Piastri in rettilineo. Il povero Leclerc alle sue spalle aveva l&#8217;ala completamente aperta con una superfice di passaggio dell’aria molto maggiore rispetto alla fessura lasciata aperta dalla McLaren davanti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa fessura, invece, per quanto piccola cambia il passaggio dell’aria nella zona inferiore del profilo alare. In Gran Bretagna hanno Adrin Newey, e senza togliere nulla al geniale progettista britannico, in Italia abbiamo il luminare della progettazione di un profilo alare, un certo Ing Enrico Benzing ed il suo libro “WING”. In questo libro si comprende come un profilo alare funziona generando carico con una determinata forma e caratteristica geometrica. Questo concetto vale soprattutto per un profilo alare Bi-Plano dove le due ali consecutive hanno una funzione unica per generare carico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fessura che si apre aumenta il passaggio dell’aria cambiando la velocità inferiore del secondo profilo cambiando le condizioni di funzionamento dell’ala piccola. In sostanza, si può anche generare una condizione tale per cui ci può essere uno stallo della seconda ala.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nostra ipotesi, è che i tecnici McLaren hanno trovato un modo, non per usare il DRS anche quando l’ala è chiusa, ma addirittura per creare un effetto&nbsp;F-DUCT facendo stallare l’ala piccola. Per i più giovani, o chi non mastica tecnica di F1, L&#8217;F-DUCT è un sistema&nbsp;introdotto da McLaren nel 2010&nbsp;per ridurre la resistenza all’avanzamento dell’ala posteriore. Esso permetteva di alterare i flussi che arrivavano su questo elemento, tramite un tubo posto tra abitacolo e muso. Questo sarebbe servito a soffiare aria verso il fondo della vettura. In particolare, attraverso altre deviazioni si consentiva al pilota di azionare manualmente il sistema attivando i condotti che causavano lo stallo dell&#8217;ala posteriore, con un conseguente aumento della velocità massima in rettilineo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa condizione di stallo, può essere indotta anche cambiano le condizioni dei flussi aria che investono il secondo profilo provocandone di fatto lo stallo. In questo modo il vantaggio che aveva Piastri in rettilineo ad ala chiusa è quasi pari a quanto ottenuto con ala aperta per DRS attivo. Abbiamo detto quasi, per il fatto che non avendo sollevato il profilo alare questo resta abbassato senza generare carico ma generando comunque una certa resistenza per incidenza dell’ala. Non si tratta di un profilo neutro, ed anche senza generare carico oppone resistenza per il suo angolo rispetto al piano di riferimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto potrebbe anche essere logico che i team protestino come successo per altre soluzioni usate dai team in passato, ma è anche possibile che stiano lavorando per copiare questa soluzione. Prima di attaccare una regola, meglio capire se si può usare a proprio favore e nel caso non si riesce, o non funziona allo stesso modo, si attacca chi la usa con il proprio peso politico. Quindi indipendentemente dalle letture tecniche sul funzionamento del sistema, compresa la nostra non è previsto che la McLaren smetta di usarla. </p>
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		<title>Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2024/09/05/analisi-tecnica-dei-sistemi-full-hybrid-e-plug-in-per-suv-crossover-da-170cv-a-230cv/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=analisi-tecnica-dei-sistemi-full-hybrid-e-plug-in-per-suv-crossover-da-170cv-a-230cv</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Sep 2024 15:46:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più volte abbiamo affrontato il confronto tra le varie tipologie di sistemi full hybrid e plug in o PHEV. In questa trattazione vogliamo confrontare in modo ancora più corposo le varie tipologie di sistema e le soluzioni adottate dai singoli costruttori. I sistemi ibridi sia autoricaricabili che a carica esterna si dividono in tre grandi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Più volte abbiamo affrontato il confronto tra le varie tipologie di sistemi full hybrid e plug in o PHEV. In questa trattazione vogliamo confrontare in modo ancora più corposo le varie tipologie di sistema e le soluzioni adottate dai singoli costruttori. I sistemi ibridi sia autoricaricabili che a carica esterna si dividono in tre grandi famiglie. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il numero di vetture oggetto del confronto è veramente ampio e rappresentano uno dei segmenti più affollati del mercato con SUV-Crossover di classe media con potenza che varia dai 170cv a 230cv. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/09/maxresdefault-1024x576.jpg" alt="maxresdefault" class="wp-image-140355" style="width:1068px;height:auto" title="Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 182" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/maxresdefault-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/maxresdefault-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/maxresdefault-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/maxresdefault-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/maxresdefault-scaled.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 195</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sistemi Ibridi Seriali</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema ibrido seriale è il più semplice. La potenza alle ruote è fornita dal solo motore elettrico mentre il motore a combustione interna aziona un generatore per alimentare la batteria ad alta tensione che non può scendere mai sotto di una soglia minima con un funzionamento dell&#8217;auto simile in tutto e per tutto ad una auto elettrica. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I vantaggi di un sistema ibrido in serie, sono nella flessibilità di realizzazione del gruppo motore-generatore e nel tipo di trasmissione semplificata con un mono-rapporto tipico delle auto elettrice. Anche l&#8217;unità di controllo per il funzionamento del sistema e semplificata mentre il motore endotermico non essendo collegato alle ruote, funziona liberamente dalla trazione sempre senza sforzo in modo più efficiente. </p>




<p class="wp-block-paragraph">Di contro, questo schema richiede sempre due unità elettriche, una di potenza ed un generatore. Inoltre il dimensionamento delle componenti, Motore endotermico, generatore, motore elettrico, inverter e batteria, oltre ad un elettronica di gestione ben tarata deve evitare la fastidiosa condizione di calo della potenza alle ruote che si verifica quando la batteria è al minimo e si chiede la massima potenza per un tempo prolungato</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di seguito verrà analizzato come Honda, Mazda e Nissan hanno interpretato questo schema provando ad enfatizzare i pregi e cosa molto più interessante come i progettisti hanno provato a limitare i difetti.  </p>



<div class="wp-block-media-text is-stacked-on-mobile"><figure class="wp-block-media-text__media"><img decoding="async" width="640" height="480" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/09/sddefault.jpg" alt="sddefault" class="wp-image-140357 size-full" title="Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 183" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/sddefault.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/sddefault-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/sddefault-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sistema E:Hev Honda Serie e trasmissione </strong></p>
</div></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Honda ZR-V 2.0 e:HEV</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema Honda si compone di un motore benzina 2.0 litri i-Vtec aspirato a ciclo Atkinson, anche se più simile ad un ciclo Miller nel funzionamento, e due motori elettrici. Il motore elettrico principale fornisce la potenza di 184cv e 315Nm di coppia massima ed un generatore è collegato al motore endotermico fornendo energia alla batteria da 1.2kWh alimentata a 270v. La particolarità di questo sistema è che il generatore ha la potenza pari a quella del motore benzina assicurando una carica maggiore e più omogenea della batteria. La trasmissione è a rapporto unico, con una frizione multidisco a secco consente il collegamento diretto del motore benzina alle ruote per fornire trazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Funzionamento seriale quasi puro </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La modalità che Honda chiama Engine Mode rende il sistema Honda differente diventando un Seriale quasi puro. Quando la vettura supera una certa velocità, Infatti, il motore endotermico viene collegato alle ruote in modo diretto a velocità costante. Se si richiede la massima prestazione, il controllo elettronico commuta il funzionamento collegando il motore elettrico alle ruote per fornire la potenza necessaria in pendenza o per raggiungere la velocità massima. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel caso in cui venga chiesta una prestazione maggiore per più tempo, il generatore può inviare la potenza elettrica direttamente al motore elettrico principale attingendo ulteriore energia anche dalla batteria di trazione. In questa fase il motore benzina incrementa i suoi giri. Quando il motore endotermico si trova collegato alle ruote, la CPU consente al motore elettrico principale si fare da supporto al motore benzina per evitare di perdere la capacità di veleggiare anche quando cambia la pendenza o ripresa leggera, migliorando il consumo autostradale. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="768" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/09/2022_Mazda_MX-30R_Emotional_zoomin.jpg" alt="2022 Mazda MX 30R Emotional zoomin" class="wp-image-140358" title="Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 184" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/2022_Mazda_MX-30R_Emotional_zoomin.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/2022_Mazda_MX-30R_Emotional_zoomin-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/2022_Mazda_MX-30R_Emotional_zoomin-300x300.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/2022_Mazda_MX-30R_Emotional_zoomin-696x696.jpg 696w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sistema Mazda MX-30 R-EV </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Mazda MX-30 R-EV Plug In PHEV-85</strong> &nbsp;</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema Mazda è di tipo a carica esterna. Alla sigla PHEV viene aggiunta per facilitare il lettore un numero che indica la percorrenza in EV secondo il ciclo WLTP. Nel dettaglio il sistema Mazda può essere definito come un ibrido seriale puro range exstender. Si tratta di un&#8217;auto elettrica con batteria da 17,8kWh dalla percorrenza di 85km che possono essere estesi ad oltre 650km grazie al generatore collegato al motore endotermico. Il motore benzina è un singolo rotore tipo Wankel da 830 cm3 con doppia luce di alimentazione ed iniezione diretta di benzina per una potenza di soli 75cv a 4500giri/min collegato ad un generatore in grado di fornire potenza alla batteria da 355volts. Il motore elettrico, unica fonte di trazione di potenza, eroga 170cv per 270Nm di coppia.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un&#8217;auto elettrica con un generatore per aumentare l&#8217;efficienza </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La Mazda MX-30, se impostata sulla modalità di guida ibrida automatica accende il motore benzina a regime controllato per fornire carica alla batteria quando si raggiunge un livello minimo prefissato. Ad andatura elevata, per quando piccolo, il motore Wankel è costretto ad alimentare la batteria a regime piuttosto elevato. Inoltre la velocità massima è limitata a 145km/h per evitare di usare batteria troppo rapidamente. Il motore elettrico stesso non può avere troppa potenza rispetto alle rivali con soli 170cv perdendo qualche punto di efficienza per i lunghi viaggi adattandosi invece molto meglio della concorrenza per percorsi cittadini e medio extraurbani dove il motore benzina si accende con una minore frequenza e ad un regime più basso e controllato.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="686" height="386" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/09/hq720.jpg" alt="hq720" class="wp-image-140359" title="Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 185" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/hq720.jpg 686w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/hq720-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 686px) 100vw, 686px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sistema Nissan E-Power </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nissan Qashqai e-Power 1.5litri 190cv</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema Nissan è seriale puro. L&#8217;unità endotermica è la più interessante del lotto di auto preso in esame. Si tratta di un piccolo gioiello della meccanica. Il VC-Turbo 1.5 litri tre cilindri è l&#8217;unico propulsore al mondo a funzionare realmente come un ciclo Atkinson. Il propulsore Nissan, infatti, usa una biella con un perno azionato elettro-meccanicamente che ne varia il passo. Questo propulsore a seconda della posizione della biella può funzionare con un rapporto di compressione variabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il piccolo turbo Nissan può funzionare con un rapporto di compressione è pari a 14:1 ad un regime controllato per sostenere la batteria in condizioni di medio basso carico della potenza. Quando si chiede prestazione o un elevata velocità, la biella cambia posizione assumendo un rapporto di compressione di 8:1 come un tradizionale turbo a tutti gli effetti per usare tutti i 158cv a 4500giri/min supportando la carica massima in batteria per gestire la richiesta di prestazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore elettrico che fornisce potenza alle ruote è il più potente tra i sistemi seriali con 190cv e 330Nm ed a differenza del sistema Honda rimane collegato alle ruote sempre anche ad alta velocità autostradale. Questo, però, costringe il motore benzina collegato al generatore a cambiare la sua configurazione. In condizione di veleggiamento, a velocità costante, funziona a rapporto di compressione elevato consumando poco, ma se aumenta la velocità funziona come un turbo tradizionale consumando come un motore benzina collegato alle ruote da 158cv. Quindi il consumo autostradale può essere più o meno basso rispetto al rivale Honda a seconda del passo e lo stile di guida adottato dal conducente. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sistemi Ibridi Paralleli</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema&nbsp;<strong>HEV o PHEV parallelo</strong>&nbsp; prevede che il motore a combustione e il motore elettrico sono collegati alla trasmissione. Quindi entrambi, secondo le loro caratteristiche di potenza e coppia forniscono potenza alle ruote variando la loro azione in funzione delle condizioni di guida e della richiesta di potenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le caratteristiche di potenza del motore elettrico nell&#8217;ibrido parallelo sono inferiori rispetto ad un qualsiasi sistema ibrido in serie lasciando al motore combustione interna la funzione principale. La potenza di sistema e di conseguenza le prestazioni sono fornite dal motore a combustione interna sommando in totale o in parzialmente la potenza elettrica disponibile. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="455" height="256" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/09/parallel-hybrid-powertrain.jpg" alt="parallel hybrid powertrain" class="wp-image-140361" title="Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 186" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/parallel-hybrid-powertrain.jpg 455w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/parallel-hybrid-powertrain-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 455px) 100vw, 455px" /><figcaption class="wp-element-caption">Schema motore e trasmissione sistema ibrido Parallelo </figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I vantaggi di un HEV parallelo sono nella sua facilità di adattamento a vetture tradizionali avendo due componenti di propulsione, facilmente progettabili e installabili su vetture nate a benzina o diesel. Il sistema nasce come prestazionale, ma queste dipendono dall&#8217;apporto del motore elettrico che a sua volta dipende dalla capacità ed il livello della batteria. Nelle condizioni di medio-basso carico, il funzionamento a potenza ridotta dei due propulsori consente di sfruttare al meglio la maggiore capacità della batteria dei sistemi PHEV. L&#8217; utilizzo intelligente dei KwH disponibili, con una ricarica costante nelle fasi passive, consente per un uso a medio carico di avere una capacità prolungata rispetto a quella iniziale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, la guida di un sistema parallelo, per effetto della presenza di un cambio automatico tradizionale, spesso a doppia frizione, è praticamente uguale ad una tradizionale vettura benzina o diesel del passato, quindi a parte imparare tecniche di veleggiamento e guida predittiva che funzionano con ogni auto, non si deve fare altro evitando effetto scooter, e sound slegato tipico dei sistemi seriali o misti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Di contro c&#8217;è una complessità maggiore dell&#8217;unità di controllo del sistema. Questa deve gestire il flusso di potenza che deve essere miscelato dalle due fonti parallelo per salvaguardare il livello della batteria in funzione delle prestazioni richieste. Una gestione complessa soprattutto quando la potenza di sistema non è uguale alla somma algebrica delle due unità quando sovrappongono la coppia piuttosto che sfruttare il le due potenza con un erogazione a staffetta della parte elettrica e il benzina in allungo. Infine, a parte i coreani, tutti i costruttori utilizzano una batteria di alta capacità con carica esterna per gestire più facilmente l&#8217;efficienza complessiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Detto per inciso, i sistemi ibridi di tipo parallelo adottano uno schema simile a quanto viene usato in F1. In sostanza questa tecnologia nasce per offrire un dato livello di potenza, con una riduzione di consumi proporzionale alla percentuale di potenza elettrica che viene usata per fornire il totale di sistema. Tornando alle monoposto della massima formula, oggi hanno power unit che erogano 1000cv pur avendo consumi pari alla vecchia generazione da 750cv, per effetto della presenza dell&#8217;unità elettrica che ne riduce il consumo.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="972" height="608" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/09/citroends5hybrid4.jpg" alt="citroends5hybrid4" class="wp-image-140362" title="Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 187" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/citroends5hybrid4.jpg 972w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/citroends5hybrid4-768x480.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/citroends5hybrid4-300x188.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/citroends5hybrid4-696x435.jpg 696w" sizes="(max-width: 972px) 100vw, 972px" /><figcaption class="wp-element-caption">Schema ibrido PHEV Stellantis </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sistema usato dai costruttori europei e coreani </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Della variegata produzione che si avvale del sistema ibrido parallelo, sono pochi i costruttori che utilizzano tale come full hybrid senza carica batteria esterna. Inoltre, la differenza sostanziale sta nella percentuale di potenza elettrica che il sistema utilizza e la possibilità di avere un secondo motore elettrico per la ricarica come generatore. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="939" height="505" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/09/Hyundai-ERS.jpg" alt="Hyundai ERS" class="wp-image-140370" title="Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 188" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Hyundai-ERS.jpg 939w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Hyundai-ERS-768x413.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Hyundai-ERS-300x161.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Hyundai-ERS-696x374.jpg 696w" sizes="(max-width: 939px) 100vw, 939px" /><figcaption>Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 196</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Infine ci sono poche eccezioni che sfruttano un sistema parallelo adattandolo alla trazione integrale con schema ibrido P4. In questo caso il motore elettrico si trova sull’asse posteriore, mentre l’endotermico rimane sull’assale anteriore con un generatore. Questo schema garantisce sempre una trazione ottimale facendo a meno degli organi meccanici di trasmissione. Avere un motore che spinge per ogni asse garantisce prestazioni migliori ma la necessità di avere sempre energia per la gestione continuativa della trazione integrale limita l&#8217;efficienza in termini di consumo. Il motore benzina infatti resta acceso con una frequenza maggiore rispetto agli altri sistemi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero limite di un sistema ibrido parallelo, sta proprio nella difficoltà da parte di molti automobilisti di tenere una carica minima in batteria costante. Molti dei sistemi presi in esame consentono di bloccare lo sfruttamento della batteria passando al funzionamento in ibrido automatico. Conservare almeno il 20% di batteria sempre, consente di avere il motore elettrico un grado di fornire potenza senza cali ed un funzionamento di tipo full hybrid mentre si ricarica nelle fasi passive molto più efficace. A batteria scarica, per quanto sua potente un motore elettrico potrebbe dare una mano come farebbe un sistema Mild Hybrid. Al guidatore di questo tipo di sistemi è richiesto di adottare uno stile ed di utilizzare le funzioni dell&#8217;auto come fanno i piloti in F1. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="537" height="557" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/09/jeep-4xe-hybrid-propulsion-architecture.png" alt="jeep 4xe hybrid propulsion architecture" class="wp-image-140363" title="Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 189" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/jeep-4xe-hybrid-propulsion-architecture.png 537w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/jeep-4xe-hybrid-propulsion-architecture-300x311.png 300w" sizes="(max-width: 537px) 100vw, 537px" /><figcaption>Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 197</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Detto questo, siccome lo schema meccanico è molto simile tra i vari costruttori europei e coreani, di seguito sono state inserite, in una sola tabella, le concorrenti per consentire al lettore di verificare i livelli di potenza delle due unità motrici e come interagiscono tra di loro in base ai risultati prestazionali e di consumi.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tabella riassuntiva sistemi ibridi paralleli </strong></h2>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td>Modello</td><td>ICE/CV</td><td>P.E</td><td>P.Sist</td><td>C.Sist</td><td>Acc</td><td>V.Max</td><td>Cons.</td></tr><tr><td>Cupra Formentor PHEV-52</td><td>150cv</td><td>116cv</td><td>204cv</td><td>350Nm</td><td>7,5s</td><td>205</td><td>4,95</td></tr><tr><td>Hyundai Tucson HEV</td><td>160cv</td><td>65cv</td><td>215cv</td><td>385Nm</td><td>8,2s</td><td>185</td><td>5,45</td></tr><tr><td>Jeep Compass 4xe – P4 PHEV-4</td><td>130Cv</td><td>61CV</td><td>190Cv</td><td><strong>470Nm</strong></td><td>7,9s</td><td>185</td><td>5,15</td></tr><tr><td>Kia Sportage HEV</td><td>180cv</td><td>60cv</td><td><strong>230Cv</strong></td><td>350Nm</td><td>8,3s</td><td>185</td><td>5,25</td></tr><tr><td>Mercedes GLA PHEV-60</td><td>160Cv</td><td>102cv</td><td>218Cv</td><td>450Nm</td><td>7,1s</td><td>220</td><td>5,1</td></tr><tr><td>Mini Countryman SE PHEV-51 P4</td><td>136Cv</td><td>88Cv</td><td>224Cv</td><td>385Nm</td><td><strong>6,8s</strong></td><td>195</td><td>5,25</td></tr><tr><td>Opel Grandland 225cv PHEV -55</td><td><strong>180cv</strong></td><td>110cv</td><td>224Cv</td><td>360Nm</td><td>7,9s</td><td><strong>225</strong></td><td><strong>4,5</strong></td></tr><tr><td>Peugeot 3008 180cv PHEV-</td><td>150Cv</td><td>110Cv</td><td>180Cv</td><td>360Nm</td><td>8,8s</td><td>215</td><td>4,1</td></tr></tbody></table><figcaption class="wp-element-caption"><em>ICE-Motore endotermico &#8211; La tabella consumi è rilevata dal percorso Roma-Forlì da parte dei colleghi di Motor1</em></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Analizzando la tabella si nota come i soli costruttore che prevede lo schema parallelo con senza la carica esterna è la coppia coreana Hyundai/Kia con un erogazione lineare tipo a staffetta, prima spinge in elettrico per poi lasciare al motore turbo benzina l’allungo. Negli altri casi, la potenza elettrica agisce sempre per prima ma si sovrappone a quella derivante dal motore benzina e con l&#8217;aggiunta di un secondo generatore assicura un funzionamento più efficiente. Infine, le due varianti di Mini/BMW e Jeep 4xe adottano un sistema parallelo di tipo P4.  Nel caso di Jeep e Mini le due potenze degli attori in gioco sono diverse per una diversa scelta del costruttore di enfatizzare la potenza assoluta o l&#8217;efficienza.</p>



<h2 class="wp-block-heading"></h2>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="908" height="884" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/09/Series-Parallel-hybrid-powertrain.png" alt="Series Parallel hybrid powertrain" class="wp-image-140364" title="Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 190" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Series-Parallel-hybrid-powertrain.png 908w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Series-Parallel-hybrid-powertrain-768x748.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Series-Parallel-hybrid-powertrain-300x292.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Series-Parallel-hybrid-powertrain-696x678.png 696w" sizes="(max-width: 908px) 100vw, 908px" /><figcaption>Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 198</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sistemi Misti Parallelo-Serie</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nei sistemi misto<strong> serie-parallelo</strong> il motore endotermico ha una doppia finzione. Questo viene utilizzato sia collegato al generatore per caricare la batteria e fornire potenza alle ruote. Questo schema prevede un dispositivo di controllo che distribuisce la potenza del motore benzina alle ruote e al generatore elettrico a seconda delle condizioni di guida. Il motore elettrico può fornire potenza in solitaria come un seriale o in combinazione come in un sistema parallelo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vantaggio sta nel fatto che il driver può decidere, sia con l&#8217;azione sul gas che con le varie modalità di guida di far funzionare il sistema nel modo più efficiente, conservando la possibilità di avere potenza costante e continua senza cali. L&#8217; unità di controllo, infatti, regola il flusso di potenza utilizzando i segnali provenienti dall&#8217;acceleratore e dai vari sensori del sistema. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Di contro il motore benzina dovendo fare due operazioni, fornire potenza e azionare il generatore è soggetto ad uno sforzo maggiore che determina delle perdite di efficienza influenzando i consumi. Di solito la potenza delle due unità è molto vicina e tornando al discorso legato alla Formula 1, nel prossimo futuro, quando ci sarà il nuovo aggiornamento per le power unit del 2026, lo schema di funzionamento adottato abbandonerà quasi totalmente quello parallelo per sportarsi verso un tipo di sistema misto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> Anche nella massima formula si vuole ottenere un funzionamento più bilanciato tra le due componenti endotermiche ed elettrica. I sistemi misti quando dotati di batteria di maggiore capacità PHEV possono funzionare in modo efficiente anche con batteria scarica superando uno dei talloni di Achille dei sistemi parallelo soprattutto in autostrada per le lunghe distanze.  </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="300" height="168" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/09/images.jpeg" alt="images" class="wp-image-140365" title="Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 191"><figcaption class="wp-element-caption">Sistema ibrido PHEV serie-parallelo Mitsubishi Eclipse </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Mitsubishi Eclipse Cross 190cv PHEV-50</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema usato da Mitsubishi sulla Eclipse Cross, è la sintesi dell&#8217;equilibrio tra le componenti endotermica ed elettrica con batteria a carica sterna PHEV. Il motore benzina è un 2.4 litri, quattro cilindri da 82cv ciclo Atkinson collegato ad un generatore di potenza ed un inverter. La potenza molto bassa meno di 50cv/litro consente di avere un consumo contenuto soprattutto limitando le perdite quando funge da generatore durante il funzionamento seriale. La parte elettrica è composta da due motori di potenza, uno per asse da 98cv per gestire anche la trazione integrale con schema congiunto P3 all&#8217;avantreno e P4 con motore separato sull&#8217;asse posteriore per gestire la trazione integrale. La potenza di sistema è pari a 190cv con 290Nm di coppia. La trasmissione è di tipica delle auto elettrica a rapporto unico a simulare un funzionamento CVT.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> Il funzionamento dell&#8217;auto avviene come un auto elettrica con un generatore per tenere la carica della batteria dalle grosse dimensioni in funzione dell&#8217;esigenza di potenza. Richiedendo la massima prestazione le due unità motrici forniscono entrambi potenza alle ruote in modo costante e senza pause. La prestazione assoluta viene limitata dal peso rilevante della vettura. Il consumo è piuttosto basso, per il fatto che a batteria scarica, il sistema Mitsubishi continua a funzionare in modo efficiente come un full ibrido seriale mentre ricarica la batteria con il generatore. Nelle condizioni di off road dove serve la massima coppia, tutti i tre propulsori, più il generatore funzionano al loro massimo potenziale per consentire di gestire le condizioni di marcia critiche. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="375" height="375" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/09/656d5e70ee.jpg" alt="656d5e70ee" class="wp-image-140366" title="Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 192" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/656d5e70ee.jpg 375w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/656d5e70ee-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/656d5e70ee-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 375px) 100vw, 375px" /><figcaption class="wp-element-caption">Schema sistema full hybrid e-Tech Renaut </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Renautl Austral e-Tech 200cv</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema messo appunto dai francesi è un piccolo gioiello della tecnica. La parte endotermica è affidata ad un 1.2 litri tre cilindri turbo, che a differenza del sistema Nissan, funziona in modo tradizionale erogando 131cv e 205Nm di coppia. Il motore elettrico è decisamente più piccolo rispetto al sistema misto di Toyota p Mitsubishi con una potenza di 68cv e 202Nm di coppia per una potenza si sistema pari a 200cv e 300Nm di coppia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;Fiore all’occhiello, e vero protagonista del sistema, è la trasmissione multi-mode a denti dritti. La soluzione scelta da Renault prevede quattro rapporti che si inseriscono senza sincronizzatore. Il compito di sincronizzare gli alberi del cambio spetta al generatore che, oltre a caricare la batteria con il motore benzina staccato dalle ruote deve gestisce anche la sincronizzazione delle cambiate.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1025" height="614" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/09/Fig_2.jpg" alt="Fig 2" class="wp-image-140367" title="Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 193" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Fig_2.jpg 1025w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Fig_2-768x460.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Fig_2-300x180.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Fig_2-696x417.jpg 696w" sizes="(max-width: 1025px) 100vw, 1025px" /><figcaption class="wp-element-caption">Trasmissione multimode sistema e-Tech Renault </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Trasmissione muiltimode a denti dritti, una soluzione tecnica unica</strong>  </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso generatore  fornisce anche un boost di spinta per compensare la poca coppia in allungo del motore benzina quando funziona in parallelo. Il motore elettrico, pur essendo di piccole dimensioni riesce ad gestire la sua potenza e coppia su un arco molto più ampio grazie alla presenza della trasmissione di sue marce dedicate. Queste, combinate con le quattro marce riservare al motore benzina offrono una moltitudine di rapporti che consentono una gestione migliore della curva di potenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Grazie alla gestione della CPU il sistema Renault consente percentuali di marcia fino 70% in elettrico. Il punto debole purtroppo è rappresentato dallo scarso allungo che il piccolo motore turbo riesce a garantire quando smette di spingere l’elettrico. Un sistema efficiente, ma a differenza del sistema Toyota, lo sbilancio delle due unità mostra qualche limite in termini di potenza come un sistema parallelo con batteria scarica. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Toyota Corolla Cross HEV 2.0 litri 197cv</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema Toyota rappresenta il bilanciamento quasi perfetto tra le due propulsioni elettrica e benzina. La quinta generazione utilizza un 2.0 litri quattro cilindri eroga 152cv e 190Nm abbinato ad un motore elettrico 154Cv e 290Nm per una potenza di sistema pari a 199cv e 255Nm. La potenza è sostanzialmente sovrapposta per tutto l’arco di erogazione lasciando all’azione del motore elettrico la spinta iniziale mentre al motore benzina spetta un leggero allungo finale, ma sovrapponendosi in tutte le fasi intermedie. La carica della batteria avviene come nei sistemi seriali con un generatore collegato al motore benzina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando si parla di Toyota è inevitabile parlare di effetto scooter. In effetti per come è concepita la trasmissione epicicloidale a rapporto unico, molto simile ad una trasmissione per auto elettriche, l’effetto slittamento appare tecnicamente necessaria ed inevitabile per consentire di caricare prima la batteria che deve fornire energia per la spinta del motore elettrico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La quinta generazione consente al motore elettrico di avere un’azione diretta sulla trasmissione consentendo di ridurre di molto questo effetto. La spinta sembra più rapida come nel sistema Honda ed il motore benzina sembra meno slegato simile all&#8217;erogazione del sistema Nissan. In sostanza il Toyota prende il meglio del mondo seriale e parallelo, lasciando i difetti nel cassetto, a patto di sopportare un piccolo effetto scooter funzionale allo scopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La bontà della tecnologia Toyota, ma di quarta generazione, viene adottata anche da Ford per la sua Kuga. In questo caso il motore endotermico è un 2.5 litri a ciclo Atkinson con un motore elettrico bilanciato per avere un funzionamento maggiormente orientato verso il funzionamento seriale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tabella riassuntiva di tutte le vetture prese in esame per l&#8217;analisi </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La tabella sottostante mette in relazione tutte le tipologie di sistema relative alle SUV-Crossover di taglia media con potenza da 170cv a 230cv. Lo scopo, dopo aver esplicato il funzionamento, e le scelte fatte da ogni singolo costruttore, è quello di mettere a confronto in modo definitivo le auto in esame. L’obiettivo non è quello di fornire un opinione certa o decretare un singolo vincitore, ma piuttosto offrire una sorta di guida per la scelta maggiormente consapevole per l&#8217;automobilista incerto. Questo, dopo aver incrociato i dati, secondo le sue esigenze, può andare in concessionaria a provare l’auto in modo approfondito, accompagnato, preferibilmente, da tecnici esperti per capire se la tecnologia scelta sulla carta sia anche idonea al proprio stile di guida.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tabella riassuntiva caratteristiche di tutti i modelli che adottano i vari sistemi, seriale, parallelo e misto</strong></h2>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td>Modello</td><td>ICE/CV</td><td>P.E</td><td>P.Sist</td><td>C.Sist</td><td>Acc</td><td>V.Max</td><td>Cons.</td></tr><tr><td>Cupra Formentor PHEV-52</td><td>150cv</td><td>116cv</td><td>204cv</td><td>350Nm</td><td>7,5s</td><td>205</td><td>4,95</td></tr><tr><td>Ford Kuga 2.5 HEV</td><td>152Cv</td><td>125Cv</td><td>190cv</td><td>250Nm</td><td>9,1s</td><td>195</td><td>4,8</td></tr><tr><td>Honda ZR-V e-HEV</td><td>145cv</td><td>184cv</td><td>184Cv</td><td>315Nm</td><td>7,9s</td><td>175</td><td>4,4</td></tr><tr><td>Hyundai Tucson HEV</td><td>160cv</td><td>65cv</td><td>215cv</td><td>385Nm</td><td>8,2s</td><td>185</td><td>5,45</td></tr><tr><td>Jeep Compass 4xe – P4 PHEV-4</td><td>130Cv</td><td>61CV</td><td>190Cv</td><td><strong>470Nm</strong></td><td>7,9s</td><td>185</td><td>5,15</td></tr><tr><td>Kia Sportage HEV</td><td><strong>180cv</strong></td><td>60cv</td><td><strong>230Cv</strong></td><td>350Nm</td><td>8,3s</td><td>185</td><td>5,25</td></tr><tr><td>Mazda MX-30 R-EV PHEV-75</td><td>75cv</td><td>170cv</td><td>170cv</td><td>260Nm</td><td>9,1s</td><td>145</td><td>5,65</td></tr><tr><td>Mercedes GLA PHEV-60</td><td>160Cv</td><td>102cv</td><td>218Cv</td><td>450Nm</td><td>7,1s</td><td>220</td><td>5,1</td></tr><tr><td>Mini Countryman SE PHEV-51 P4</td><td>136Cv</td><td>88Cv</td><td>224Cv</td><td>385Nm</td><td><strong>6,8s</strong></td><td>195</td><td>5,25</td></tr><tr><td>Mitsu. Eclipse Cross PHEV-50</td><td>83cv</td><td>90cv</td><td>190Cv</td><td>280Nm &nbsp;</td><td>10,9s</td><td>165</td><td>4,9</td></tr><tr><td>Nissan Qashqai ePower HEV</td><td>158CV</td><td><strong>190Cv</strong></td><td>190Cv</td><td>330Nm</td><td>7,9s</td><td>180</td><td>4,75</td></tr><tr><td>Opel Grandland 225cv PHEV -55</td><td><strong>180cv</strong></td><td>110cv</td><td>224Cv</td><td>360Nm</td><td>7,9s</td><td><strong>225</strong></td><td>4,5</td></tr><tr><td>Peugeot 3008 180cv PHEV-</td><td>150Cv</td><td>110Cv</td><td>180Cv</td><td>360Nm</td><td>8,8s</td><td>215</td><td><strong>4,1</strong></td></tr><tr><td>Renault Austral e-Tech HEV</td><td>131Cv</td><td>68Cv</td><td>205Nm</td><td>300Nm</td><td>8,4s</td><td>175</td><td>4,8</td></tr><tr><td>Toyota Corolla Cross HEV</td><td>152Cv</td><td>113Cv</td><td>197Cv</td><td>286Nm</td><td>7,4s</td><td>180</td><td>4,65</td></tr></tbody></table><figcaption class="wp-element-caption"><em>ICE &#8211; Indica Motore endotermico &#8211; Il valore del consumo è rilevato dal percorso Roma-Forlì effettuato dai colleghi della rivista Motor1 </em></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di analizzare approfonditamente i dati dobbiamo precisare che la scelta per i consumi del test Roma-Forlì, eseguito dai colleghi di Motor1, è stato effettuata per la sua composizione che prevede un percorso cittadino, extraurbano, autostradale, passando per l’appennino fatto di salite e discese, uguale per tutti con lo stesso conducente.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1024" height="582" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/09/Hybrid-system-comparison-1024x582-1.png" alt="Hybrid system comparison 1024x582 1" class="wp-image-140369" title="Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 194" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Hybrid-system-comparison-1024x582-1.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Hybrid-system-comparison-1024x582-1-768x437.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Hybrid-system-comparison-1024x582-1-300x171.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/09/Hybrid-system-comparison-1024x582-1-696x396.png 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Analisi tecnica dei sistemi full hybrid e Plug in per SUV-Crossover da 170cv a 230cv 199</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Esame dei dati ed interpretazione </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’esame della tabella, mostra come il gruppo Stellantis con il suo sistema full hybrid plug in ha ottimi numeri, soprattutto per la parte endotermica. Il motore benzina offre i valori di potenza e coppia maggiori coppia consentendo un migliore allungo confermato dalla velocità massima più alta in assoluto, per il piacere degli amanti del vecchio casello-casello.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stessa unità motrice, nella sua versione meno potente da 180cv, invece, tende ad usare le due motorizzazioni sovrapponendo i due liveli di coppia in modo costante ottenendo il migliore risultato in termini di consumo anche rispetto ai seriali e misti migliori. Il sistema infatti può limitare ad un minimo il consumo di batteria conservando un livello sufficiente per viaggiare in modalità full hybrid in modo abbastanza efficace come dimostra il risultato per il Roma-Forlì. Usato con un massiccio uso della carica esterna, migliora di netto la sua efficienza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La motorizzazione elettrica invece è appannaggio dei sistemi seriali. In particolare è il sistema e-Power di Nissan ad ottenere il valore più alto sia per cavalli che Newtometri. Le prestazioni, pure, invece sono appannaggio del sistema ibrido parallelo più semplice con schema a motore elettrico separato sull’asse posteriore. L’azione congiunta delle due unità garantisce la migliore trazione con prestazioni migliori in accelerazione e ripresa, a scapito dei consumi e dell&#8217;efficienza energetica. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Capire l&#8217;oleodinamica: una panoramica dei suoi componenti chiave</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Feb 2024 01:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;oleodinamica è una tecnologia fondamentale nell&#8217;ingegneria moderna, che utilizza liquidi sotto pressione per trasmettere potenza. Questa guida generata da esperti del settore offre una panoramica dei componenti chiave dell&#8217;oleodinamica. Pompe oleodinamiche Le pompe oleodinamiche sono elementi fondamentali in qualsiasi sistema oleodinamico, agendo come il motore che inizia il processo di trasmissione di potenza. Queste pompe [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"> <p class="MsoNormal"><span lang="EN">L&#8217;<b>oleodinamica</b> è una tecnologia fondamentale nell&#8217;<b>ingegneria moderna</b>, che utilizza liquidi sotto pressione per trasmettere potenza. Questa guida generata da esperti del settore offre una panoramica dei componenti chiave dell&#8217;oleodinamica. </span><span style="color: initial;"> </span></p><h2><a name="_e6mi3q3rvsoh"></a><span lang="EN">Pompe oleodinamiche</span> </h2><p class="MsoNormal"><span lang="EN">Le<b> pompe oleodinamiche</b> sono elementi fondamentali in qualsiasi<b> sistema oleodinamico</b>, agendo come il motore che inizia il processo di trasmissione di potenza. Queste pompe sono progettate per convertire l&#8217;<b>energia meccanica</b>, spesso derivata da un motore elettrico o da un motore a combustione interna, in <b>energia fluidica</b>. Il loro ruolo principale è quello di aspirare il fluido oleodinamico dal serbatoio e di inviarlo nel sistema sotto pressione, consentendo il movimento dei vari attuatori come <b>cilindri</b> e<b> motori oleodinamici</b>.</span><span style="color: initial;"> </span><span lang="EN">Esistono diversi tipi di pompe oleodinamiche, ciascuna con caratteristiche specifiche che le rendono adatte a diverse applicazioni. Quelle<b> </b>a<b> ingranaggi</b>, per esempio, sono semplici e robuste, ideali per applicazioni a bassa e media pressione. Le <b>pompe a pistoni</b>, sia assiali che radiali, offrono un maggiore controllo sulla portata e possono operare a pressioni più elevate, rendendole adatte per applicazioni più esigenti. Le<b> pompe a palette</b>, note per la loro efficienza e silenziosità, sono un&#8217;altra scelta popolare, specialmente in ambienti industriali dove il rumore è una considerazione critica.</span><span style="color: initial;"> </span><span lang="EN">La scelta della pompa giusta dipende da vari fattori, tra cui la pressione richiesta, la portata del fluido, la viscosità del fluido oleodinamico e le condizioni ambientali.</span><span style="color: initial;"> </span></p><h2><a name="_nz8poerh989s"></a><span lang="EN">Valvole di controllo</span> </h2><p class="MsoNormal"><span lang="EN">Le<b> valvole di controllo</b> sono progettate per gestire vari aspetti del <b>flusso oleodinamico,</b> come la direzione, la pressione e la portata, consentendo così di adattare il sistema a diverse esigenze operative.</span><span style="color: initial;"> </span><span lang="EN">Tra i tipi principali di valvole di controllo ci sono quelle direzionali, quelle di pressione<b> </b>e infine quelle di flusso. Le <b>valvole direzionali</b> sono utilizzate per dirigere il fluido lungo percorsi specifici nel circuito, permettendo l&#8217;attivazione o la disattivazione di determinate parti del sistema. Le <b>valvole di pressione</b>, come quelle di <b>sovrappressione</b>, sono essenziali per la sicurezza del sistema, poiché limitano la pressione massima per prevenire danni dovuti a eccessive pressioni. Infine le <b>valvole di flusso</b>, invece, controllano la velocità dei componenti oleodinamici regolando la quantità di fluido che li attraversa.</span><span style="color: initial;"> </span><span lang="EN">Le valvole, dunque, assicurano un controllo accurato e affidabile in un&#8217;ampia gamma di applicazioni industriali e mobili.</span><span style="color: initial;"> </span></p><h2><a name="_zaw9c95bnsae"></a><span lang="EN">Cilindri oleodinamici</span> </h2><p class="MsoNormal"><span lang="EN">I <b>cilindri oleodinamici </b>funzionano come <b>attuatori </b>che convertono l&#8217;<b>energia del fluido sotto pressione</b> in <b>movimento lineare</b>. Questi dispositivi sono costituiti da un cilindro all&#8217;interno del quale scorre un pistone. Il movimento del pistone è controllato dalla pressione del fluido che viene alternativamente introdotto o rilasciato nelle camere del cilindro.</span><span style="color: initial;"> </span><span lang="EN">Ci sono vari tipi di cilindri oleodinamici, tra cui<b> cilindri a semplice effetto</b>, dove il fluido agisce su un solo lato del pistone, e<b> cilindri a doppio effetto</b>, in cui il fluido può essere applicato su entrambi i lati del pistone per movimenti bidirezionali. In generale, i cilindri possono variare notevolmente in termini di dimensioni, forza di spinta, velocità di movimento e corsa del pistone, in base alle esigenze specifiche dell&#8217;applicazione.</span><span style="color: initial;"> </span><span lang="EN">Il loro impiego è diffuso in molti settori, dall&#8217;<b>industria manifatturiera </b>all&#8217;<b>edilizia</b>, dall&#8217;<b>agricoltura</b> alla <b>robotica</b>. I cilindri sono apprezzati per la loro forza e precisione, consentendo movimenti controllati anche sotto carichi pesanti. La loro progettazione deve tener conto di fattori come la resistenza ai carichi, le condizioni ambientali, e la compatibilità con il fluido oleodinamico, per garantire un funzionamento affidabile e duraturo.</span><span style="color: initial;"> </span></p><h2><a name="_sk8qvcoy0k9e"></a><span lang="EN">Accumulatori</span> </h2><p class="MsoNormal"><span lang="EN">Gli <b>accumulatori</b> sono utilizzati per <b>immagazzinare energia</b> sotto forma di fluido compresso. Questi dispositivi sono progettati per assorbire e rilasciare energia fluidica, offrendo diversi benefici come il miglioramento dell&#8217;efficienza del sistema, il bilanciamento dei carichi, la compensazione delle perdite di pressione e la fornitura di energia extra durante i picchi di domanda.</span><span style="color: initial;"> </span><span lang="EN">Ci sono vari tipi di accumulatori, tra cui quelli a <b>membrana</b>, a <b>pistone</b> e a <b>sacca</b>. Gli accumulatori a membrana e a sacca contengono una camera separata da una membrana elastica o da una sacca, che divide il fluido oleodinamico dall&#8217;azoto compresso. Gli accumulatori a pistone, invece, utilizzano un pistone fisso per separare il fluido dall&#8217;azoto. In tutti i casi, il gas compresso (tipicamente azoto) funge da molla, immagazzinando energia quando il sistema è sotto carico e rilasciandola quando necessario.</span><span style="color: initial;"> </span><span lang="EN">Gli accumulatori sono particolarmente utili in situazioni in cui è necessario compensare le fluttuazioni di pressione, come all&#8217;avviamento e nell&#8217;arresto di macchine.</span><span style="color: initial;"> </span></p><h2><a name="_vr6gk66en43j"></a><span lang="EN">Filtrazione e manutenzione</span> </h2><p class="MsoNormal"><span lang="EN">La<b> filtrazione</b> e la<b> manutenzione </b>sono aspetti critici per la longevità e l&#8217;efficienza di un sistema oleodinamico. La <b>pulizia </b>del <b>fluido oleodinamico</b> è essenziale per <b>prevenire l&#8217;usura</b> e i guasti dei componenti, dato che le impurità nel fluido possono causare danni significativi. I<b> filtri oleodinamici</b> sono progettati per rimuovere particelle solide, acqua e altre contaminazioni dal fluido, assicurando che rimanga<b> pulito</b> e <b>funzionale</b>. Esistono diversi tipi di filtri, come quelli di <b>aspirazione</b>, <b>di pressione</b>, <b>di ritorno</b> e<b> offline</b>, ciascuno posizionato in punti strategici del circuito per massimizzare l&#8217;efficacia della filtrazione.</span><span style="color: initial;"> </span><span lang="EN">Oltre alla filtrazione, una <b>manutenzione regolare</b> è fondamentale per prevenire guasti e per garantire il funzionamento ottimale del sistema. La manutenzione include la <b>verifica dello stato dei componenti</b>, il <b>controllo dei livelli </b>e delle<b> condizioni del fluido</b>, la sostituzione dei filtri e delle guarnizioni, e l&#8217;ispezione per eventuali perdite o danni. È importante seguire un programma di manutenzione preventiva, basato sulle raccomandazioni del produttore e sulle condizioni specifiche di utilizzo. Per tale motivo quando decidi di acquistare un prodotto oleodinamico bisogna affidarsi a fornitori che includono nella loro offerta la possibilità di formare i tuoi lavoratori a prevenire i danni minori attraverso la giusta manutenzione, come per esempio fa <a href="http://tfsoleodinamica.it/" target="_blank" rel="noopener"><span style="color:#1155CC">tfsoleodinamica.it</span></a> quando compri un componente da loro. </span><span style="color: initial;"> </span><span lang="EN">Ricorda, infatti, che una manutenzione adeguata e una filtrazione efficace non solo prolungano la vita del sistema oleodinamico, ma migliorano anche la sicurezza e l&#8217;efficienza, riducendo i tempi di inattività e i costi di riparazione. </span></p> </p>
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		<title>Best Engine: Il sistema ibrido di Toyota HEV e PHEV di quinta generazione per Prius e CH-R</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Feb 2024 09:29:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sulla paternità dei moderni sistemi ibridi c’è un acceso dibattito, soprattutto tra i più importanti costruttori giapponesi su chi abbia introdotto per primo la tecnologia ibrida sulla produzione di massa automobilistica. Indipendentemente da questo aspetto è innegabile che il costruttore che più di tutti creduto in questa tecnologia sia stato Toyota con la Prius. Una [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Sulla paternità dei moderni sistemi ibridi c’è un acceso dibattito, soprattutto tra i più importanti costruttori giapponesi su chi abbia introdotto per primo la tecnologia ibrida sulla produzione di massa automobilistica. Indipendentemente da questo aspetto è innegabile che il costruttore che più di tutti creduto in questa tecnologia sia stato Toyota con la Prius.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una vettura nata figlia dell’efficienza, con un design che sacrificava l&#8217;estetica sull&#8217;altare dell’aerodinamica fino alla quarta generazione. La nuova piattaforma TNGA, infatti, si evolve andando ponendo l&#8217;accento sullo stile, prestazioni e dinamica ponendosi l&#8217;ambizione di regalare emozioni attraverso l&#8217;evoluzione della tecnologia ibrida HSD; Hybrid Synergy Drive. Un cambio di filosofia tecnica che soddisfa le esigenze degli automobilisti europei senza rinnegare il proprio credo tecnologico. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="617" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/01/9dd5fbeeca0f7029aeaeeee80600b1c9005eed3b-1024x617.jpg" alt="9dd5fbeeca0f7029aeaeeee80600b1c9005eed3b" class="wp-image-134856" title="Best Engine: Il sistema ibrido di Toyota HEV e PHEV di quinta generazione per Prius e CH-R 200" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/9dd5fbeeca0f7029aeaeeee80600b1c9005eed3b-1024x617.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/9dd5fbeeca0f7029aeaeeee80600b1c9005eed3b-768x463.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/9dd5fbeeca0f7029aeaeeee80600b1c9005eed3b-300x181.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/9dd5fbeeca0f7029aeaeeee80600b1c9005eed3b-696x419.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/9dd5fbeeca0f7029aeaeeee80600b1c9005eed3b.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: Il sistema ibrido di Toyota HEV e PHEV di quinta generazione per Prius e CH-R 206</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-full-hybrid-e-plug-in-con-diversi-livelli-di-potenza"><strong>Full Hybrid e Plug In con diversi livelli di potenza </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La nuova Toyota Prius e CR-R, adottano due schemi di funzionamento misto serie/parallelo; il classico Full Hybrid da 197cv per la 2WD e 199cv per la i-AWD con doppio motore elettrico sull&#8217;asse posteriore, ed un evoluto sistema PHEV o Plug-In con potenza di 223cv e batteria da 13,6KwH. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’unita ICE, ovvero il motore benzina, è lo stesso per entrambe le versioni. Il nuovo Dynamic Force Engine adotta tecnologie di combustione ad alta velocità limitando il funzionamento a ciclo Atkinson/Miller. Un propulsore che garantisce una maggiore efficienza termica, con conseguente rendimento elevato grazie alla riduzione della perdite. Viene riprogettato il collettore di scarico e viene adottato un circuito di raffreddamento a portata variabile. Inoltre vengono ridisegnati gli organi meccanici di movimento per raggiungere un valore di efficienza del 41%.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="900" height="874" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/01/04_01.jpg" alt="04 01" class="wp-image-134852" title="Best Engine: Il sistema ibrido di Toyota HEV e PHEV di quinta generazione per Prius e CH-R 201" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/04_01.jpg 900w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/04_01-768x746.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/04_01-300x291.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/04_01-696x676.jpg 696w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /><figcaption>Best Engine: Il sistema ibrido di Toyota HEV e PHEV di quinta generazione per Prius e CH-R 207</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-nuovo-2-0-litri-m20a-fxs-da-152cv"><strong>Nuovo 2.0 litri M20A-FXS da 152cv</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore M20A-FXS è un quattro cilindri con cilindrata di 1983Cm3 ottenuta con un alesaggio di 80.5 per una corsa di 97.6 con un design di tipo sotto-quadro, cioè a corsa lunga per un rapporto corsa/alesaggio pari a 1,2. Rispetto al passato cambia la gestione della fase di espansione aumentando con un rapporto di compressione che varia da 13:1 a 14:1. Rispetto al classico ciclo Atkinson la nuova logica di apertura della valvola di aspirazione implementa l&#8217;effetto Tumble per avere una maggiore densità dell&#8217;aria aspirata cambiando velocità di combustione della miscela aria benzina. Nella fase di compressione, la valvola resta aperta per un tempo più limitato. In questo modo viene limitata la variante di cilindrata tipica dell&#8217;Atkinson, per aumentate il rapporto di compressione e di conseguenza più potenza con una curva di coppia più corposa e lineare su tutto l&#8217;arco di giri. </p>



<p class="wp-block-paragraph"> Il sistema di fasatura delle valvole VVT-i sia all&#8217;aspirazione che allo scarico con camme a profilo concavo ed una biella dal disegno più compatto riducendo l&#8217;inerzia e aumentando la capacità di risposta. Le valvole aumentano l&#8217;angolo tra l&#8217;aspirazione e lo scarico per migliorare la fase di aspirazione per consentire alla miscela di essere compressa maggiormente intorno alla candela di accensione. La sede della valvola di aspirazione è rivestita al laser per sopportare il maggiore stress dovuto all&#8217;aumento del rapporto di compressione. L&#8217;accensione adotta una bobina ad alta energia con sistema di iniezione  D-4S con un nuovo iniettore diretto multi-foro. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="900" height="484" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/01/04_02_en.jpg" alt="04 02 en" class="wp-image-134859" title="Best Engine: Il sistema ibrido di Toyota HEV e PHEV di quinta generazione per Prius e CH-R 202" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/04_02_en.jpg 900w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/04_02_en-768x413.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/04_02_en-300x161.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/04_02_en-696x374.jpg 696w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /><figcaption>Best Engine: Il sistema ibrido di Toyota HEV e PHEV di quinta generazione per Prius e CH-R 208</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema di raffreddamento migliorato nella sua efficienza mentre viene utilizzata una pompa dell&#8217;olio a portata variabile adottando olio motore a bassa viscosità. La centralina di controllo dell&#8217;iniezione carburante gestisce anche il funzionamento della valvola EGR, ed il controllo della pompa dell&#8217;olio.  L&#8217;asse del cilindro è sfalsato rispetto a quello dell&#8217;albero motore per consentire al pistone di raggiungere il punto morto superiore con minore sforzo ed un accelerazione istantanea più alta per una migliore risposta e più efficienza nella gestione delle perdite meccaniche. Il risultato è un incremento di potenza rispetto alla passata motorizzazione di 100cv portandosi a 152 CV a 6000 giri/min, e 188Nm di coppia disponibile da 4400 a 5200giri/min, per un valore di potenza specifica di 76.5cv/litro. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza sostanziale tra gli schemi meccanici HEV, HEV con i-AWD e PHEV sta nella disponibilità della propulsione elettrica. Tutte hanno un motore elettrico 1VM, migliorato aggiungendo due magneti permanenti, e modificando le piastre esterne al rotore. Il risultato è una maggiore potenza ma soprattutto una maggiore compattezza e risposta più rapida alle sollecitazioni del pedale del gas. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="youtube-embed" data-video_id="X__JTmVJ9ug"><iframe loading="lazy" title="2.0-liter Dynamic Force Engine, a New 2.0-liter Direct-injection, Inline 4-cylinder Gasoline Engine" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/X__JTmVJ9ug?start=102&#038;feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<h2 class="wp-block-heading" id="h-nuovo-motore-elettrico-sincrono-con-peso-ridotto-e-diversi-livelli-di-potenza"><strong>Nuovo motore elettrico sincrono con peso ridotto e diversi livelli di potenza </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore elettrico, unito alla trasmissione, eroga diversi livelli di potenza diversi. Le varianti full hybrid HEV utilizzano una macchine elettrica sincrona da 113cv e 206Nm di coppia per una potenza di sistema di 197cv. Per la versione con i-AWD viene aggiunto un motore posteriore sempre sincrono 1VM da 41cv e 84Nm di coppia per una potenza di sistema migliorata di 199cv, mentre la Prius PHEV la stessa unità di potenza che eroga 163 CV e 208Nm di coppia per una potenza totale del sistema di 223 CV con batteria da 13,6kwH. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, la propulsione ibrida Toyota, soprattutto nella sua configurazione plug-in offre doti di potenza e divertimento al volante, coadiuvato da una meccanica appositamente concepita come la piattaforma tecnica TNGA che rende le ultime nate di casa Toyota anche più divertente da guidare offrendo allo stesso tempo una migliore efficienza in termini di risparmio di carburante ed emissioni. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="600" height="600" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/01/Bezymyannyj-kollazh-3-1.jpg" alt="Bezymyannyj kollazh 3 1" class="wp-image-134854" title="Best Engine: Il sistema ibrido di Toyota HEV e PHEV di quinta generazione per Prius e CH-R 203" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/Bezymyannyj-kollazh-3-1.jpg 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/Bezymyannyj-kollazh-3-1-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/Bezymyannyj-kollazh-3-1-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Best Engine: Il sistema ibrido di Toyota HEV e PHEV di quinta generazione per Prius e CH-R 209</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-piu-rapida-ed-efficiente-la-trasmissione"><strong>Più rapida ed efficiente la trasmissione </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le dimensioni e il peso totali del sistema sono stati ridotti sia della parte endotermica che di quella elettrica oltre che la trasmissione. La rimozione della frizione unidirezionale tra i due motori elettrici, quello di potenza MG1 ed il generatore MG2, è stata resa possibile proprio la presenza del nuovo motore elettrico di potenza che grazie alle ridotte perdite offre eccellenti prestazioni di accelerazione, minori consumi di carburante configurandosi per un ulteriore evoluzione in futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema utilizza una nuova unità di controllo della potenza (PCU), che include un convertitore CC-CC integrato con una gestione della potenza più elevata, utile per convertire la tensione più velocemente funzionando ad una frequenza modificata apposta per ridurre l’effetto scooter in abitacolo. L&#8217;unità, montata direttamente sopra la trasmissione, fornisce il 120% della potenza rispetto alla versione precedente potendo gestire il 60% di potenza con un peso ridotto del 20% grazie all’ottimizzazione degli organi di trasmissione. La lubrificazione è passata da carter secco riducendo i livelli del fluido della trasmissione dinamica adottando un olio a bassa viscosità per ridurre l’attrito interno migliorando l’efficienza della trasmissione.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="youtube-embed" data-video_id="VGfxTRYI1YQ"><iframe loading="lazy" title="2.0-liter Toyota Hybrid System (THS II)" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/VGfxTRYI1YQ?start=1&#038;feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<h2 class="wp-block-heading" id="h-batteria-con-maggiore-densita-e-peso-contenuto"><strong>Batteria con maggiore densità e peso contenuto </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La batteria ad ioni di litio ha una densità maggiore del 50% adottando il 30% di celle in meno contenendo il peso rimanendo simile alla passata generazione. L&#8217;uso di una batteria di maggiore capacità consente inoltre l&#8217;introduzione del Regeneration Boost per una decelerazione più forte con un maggiore recupero di energia. Il conducente può selezionare una delle tre diverse modalità di rigenerazione: dolce, media e forte, con una decelerazione fino a circa l&#8217;80% ottenuta senza la necessità di applicare il pedale del freno sfruttando la guida one-pedal. La ricarica può avvenire con un caricatore AC da 3,3 kW dalla rete elettrica standard da 220 V da zero a piena in sole quattro ore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il miglioramento della configurazione ibrido plug-in ha consentito di ottenere prestazioni in grado di accelerare per lo 0 a 100 km/h in 6,8 secondi con un consumi dichiarato secondo il ciclo di omologazione WLTP di 0,5 l/100 km e il livello di emissioni di CO2 combinate è estremamente basso di 11 g/km.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/02/Toyota-C-HR-2024-1024-4f.jpg" alt="Toyota C HR 2024 1024 4f" class="wp-image-134886" title="Best Engine: Il sistema ibrido di Toyota HEV e PHEV di quinta generazione per Prius e CH-R 204" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/02/Toyota-C-HR-2024-1024-4f.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/02/Toyota-C-HR-2024-1024-4f-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/02/Toyota-C-HR-2024-1024-4f-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/02/Toyota-C-HR-2024-1024-4f-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/02/Toyota-C-HR-2024-1024-4f-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: Il sistema ibrido di Toyota HEV e PHEV di quinta generazione per Prius e CH-R 210</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-in-collaborazione-con-toyota-t-motor-san-lazzaro-di-savena-bo-modena-e-imola"><strong>In collaborazione con Toyota T-Motor San Lazzaro di Savena (BO), Modena e Imola </strong></h2>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="359" height="359" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2024/01/277137721_3166192336999898_4282735678014108701_n.jpg" alt="277137721 3166192336999898 4282735678014108701 n" class="wp-image-134861" title="Best Engine: Il sistema ibrido di Toyota HEV e PHEV di quinta generazione per Prius e CH-R 205" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/277137721_3166192336999898_4282735678014108701_n.jpg 359w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/277137721_3166192336999898_4282735678014108701_n-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2024/01/277137721_3166192336999898_4282735678014108701_n-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 359px) 100vw, 359px" /><figcaption>Best Engine: Il sistema ibrido di Toyota HEV e PHEV di quinta generazione per Prius e CH-R 211</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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			<media:title type="plain">La Tecnica Archivi | Giornalemotori</media:title>
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		<title>Best Engine: Mazda MX-30 R-EV, Hybrid Plug-In Extender, la rinascita del Wankel</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2023/07/25/best-engine-mazda-mx-30-r-ev-hybrid-plug-in-extender-la-rinascita-del-wankel/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=best-engine-mazda-mx-30-r-ev-hybrid-plug-in-extender-la-rinascita-del-wankel</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jul 2023 09:24:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mazda ha ampliato la gamma del MX-30, aggiungendo anche la tecnologia ibrida PHEV adottando un inedito sistema seriale dove la parte endotermica è mossa al mitico rotativo Wankel, tornato a nuova vita adattato alla propulsione ibrida. Questa nuova variante del Wankel denominato 8C è completamente nuovo ed è stato creato apposta per fungere da generatore [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2023/07/25/best-engine-mazda-mx-30-r-ev-hybrid-plug-in-extender-la-rinascita-del-wankel/">Best Engine: Mazda MX-30 R-EV, Hybrid Plug-In Extender, la rinascita del Wankel</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Mazda ha ampliato la gamma del MX-30, aggiungendo anche la tecnologia ibrida PHEV adottando un inedito sistema seriale dove la parte endotermica è mossa al mitico rotativo Wankel, tornato a nuova vita adattato alla propulsione ibrida. Questa nuova variante del Wankel denominato 8C è completamente nuovo ed è stato creato apposta per fungere da generatore senza avere nessun collegamento diretto con le ruote come avviene nei sistemi ibridi paralleli o misti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Wankel è perfetto per ottenere un sistema propulsivo che avesse gli stessi ingombri della powertrain elettrica. I tecnici giapponesi avevano bisogno di un motore benzina compatto ed il motore rotativo è il più compatto in assoluto consentendo di avere gli stessi ingombri adattandosi alla perfezione al telaio della MX-30 EV e di poter ricavare spazio sufficiente per il serbatoio di benzina.&nbsp;Nel sistema ibrido seriale extender R-EV è integrato con il motore elettrico di potenza, il generatore e l’inverter occupando una lunghezza inferiore a 840 mm.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-tre-ostacoli-tutti-superati-brillantemente"><strong>Tre ostacoli, tutti superati brillantemente </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il capo progetto Yoshiaki Noguchi ha dovuto risolvere tre problematiche che da sempre questo propulsore si porta appresso. Bisognava ridurre il peso, abbassare i consumi e migliorare l’affidabilità.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="768" height="489" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2023/07/2022_MX-30_REunitOUTLINE-768x489-1.jpg" alt="2022 MX 30 REunitOUTLINE 768x489 1" class="wp-image-129345" title="Best Engine: Mazda MX-30 R-EV, Hybrid Plug-In Extender, la rinascita del Wankel 212" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/2022_MX-30_REunitOUTLINE-768x489-1.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/2022_MX-30_REunitOUTLINE-768x489-1-300x191.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/2022_MX-30_REunitOUTLINE-768x489-1-696x443.jpg 696w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>Best Engine: Mazda MX-30 R-EV, Hybrid Plug-In Extender, la rinascita del Wankel 218</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il vecchio glorioso Renesis aveva un design a doppio rotore ognuno dei quali aveva 654 cc.&nbsp;Il nuovo motore 8C ha un rotore singolo da 830 cc con un raggio della camera, trocoidale di 120 mm e una larghezza dell&#8217;alloggiamento del rotore di 76 mm.&nbsp;Le luci di aspirazione sono due per l’aspirazione e due per lo scarico. &nbsp;Il peso è stato ridotto di oltre 15 kg grazie all&#8217;utilizzo dell&#8217;alluminio per l’alloggiamento laterale della struttura esterna. L&#8217;uso dell&#8217;iniezione diretta, invece ha migliorato l&#8217;efficienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Iniezione diretta per migliorare l&#8217;efficienza </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La soluzione di utilizzare questo tipo di iniezione era inevitabile ed era un progetto che da tempo giaceva nei cassetti dei progettisti del vecchio Renesis. L’occasione si è presentata con la possibilità di partire da un foglio bianco per la progettazione del rotore e della camera di combustione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno degli ostacoli da superare era la gestione delle temperature di combustione che in un motore rotativo variano costantemente. Ottenere la combustione della miscela omogenea è molto difficile perché a differenza della camera di combustione di un motore alternativo, nei rotativi questa è sempre in rotazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="651" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2023/07/2022_Mazda_MX-30R_Emotional-2048x1303-1-1024x651.jpg" alt="2022 Mazda MX 30R Emotional 2048x1303 1" class="wp-image-129346" title="Best Engine: Mazda MX-30 R-EV, Hybrid Plug-In Extender, la rinascita del Wankel 213" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/2022_Mazda_MX-30R_Emotional-2048x1303-1-1024x651.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/2022_Mazda_MX-30R_Emotional-2048x1303-1-768x488.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/2022_Mazda_MX-30R_Emotional-2048x1303-1-300x191.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/2022_Mazda_MX-30R_Emotional-2048x1303-1-696x443.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/2022_Mazda_MX-30R_Emotional-2048x1303-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: Mazda MX-30 R-EV, Hybrid Plug-In Extender, la rinascita del Wankel 219</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Consumi ridotti e migliore affidabilità</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per risolvere questo problema il carburante miscelato con l’aria deve rimanere in una posizione ben precisa per avere una combustione efficiente. Nel rotativo succede che la parte superiore della miscela è magra mentre la seconda metà è ricca e non bruciando completamente viene espulsa come gas incombusto impattando in modo negativo sia sul consumo che sull’affidabilità del motore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;iniezione diretta&nbsp;consente di distribuire più uniformemente la miscela aria-carburante per concentrarla nella zona principale di combustione, migliorando l&#8217;efficienza e riducendo le emissioni.&nbsp;Mediante simulazioni accurate i tecnici giapponesi hanno potuto calcolare con precisione il movimento della miscela all&#8217;interno della camera ottimizzando sia il tempo d’iniezione che il corretto angolo che l’iniettore deve per ottenere una perfetta combustione con un risparmio di carburante fino al 25%. Inoltre, la maggiore vaporizzazione del carburante può avvenire a temperature inferiori evitando sprechi contribuendo ad migliorare ulteriormente la percentuale di risparmio.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>EGR per ridurre le emissioni</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Questo propulsore dispone anche del sistema di ricircolo dei gas di scarico (EGR).&nbsp;Questo funziona in modo particolare ai bassi regimi e bassi carichi, migliorando il risparmio di carburante riducendo le perdite di rendimenti per il raffreddamento dovuto alla maggiore superfice del pistone rotativo mentre avviene la combustione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2023/07/2022_mazda_mx-30_r-ev_global_tech_009_highres_tsuqfs-1024x576.jpg" alt="2022 mazda mx 30 r ev global tech 009 highres tsuqfs" class="wp-image-129347" title="Best Engine: Mazda MX-30 R-EV, Hybrid Plug-In Extender, la rinascita del Wankel 214" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/2022_mazda_mx-30_r-ev_global_tech_009_highres_tsuqfs-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/2022_mazda_mx-30_r-ev_global_tech_009_highres_tsuqfs-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/2022_mazda_mx-30_r-ev_global_tech_009_highres_tsuqfs-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/2022_mazda_mx-30_r-ev_global_tech_009_highres_tsuqfs-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/2022_mazda_mx-30_r-ev_global_tech_009_highres_tsuqfs.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: Mazda MX-30 R-EV, Hybrid Plug-In Extender, la rinascita del Wankel 220</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">In effetti la presenza del sistema EGR appare come un eccesso di zelo visto che questo tipo di motore non ha problemi di emissioni di NOX proprio per effetto delle temperature di combustione più basse.&nbsp;Ma continuano a esserci problemi legati alla CO e gli HC per l’abbattimento delle quali è stato sviluppato e progettato il propulsore. &nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Elevato rapporto di compressione </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore 8C, infatti, ha un rapporto di compressione molto più elevato rispetto al passato arrivando a quota 11,9:1.&nbsp;Un valore tanto alto è stato possibile anche grazie alla progettazione delle componenti interne rotative del motore per una migliore tenuta della miscela attraverso dei sistemi di ritenuta ricavate sul pistone rotante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In passato la tenuta dei gas si otteneva principalmente aumentando la pressione sul fianco e questo portava ad un inevitabile aumento dell&#8217;usura.&nbsp;Per ovviare a questa problematica le guarnizioni sulla punta del rotore sono state portate da 2,0 mm a 2,5 mm. Anche il rivestimento interno della camera trocoide, quella che nei motore tradizionali è assimilabile alla camicia dei cilindri, è stata rinforzata riducendo l&#8217;usura e la resistenza all&#8217;attrito.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="864" height="486" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2023/07/ewg4y35ui4ryjthewre-min.jpg" alt="ewg4y35ui4ryjthewre min" class="wp-image-129348" title="Best Engine: Mazda MX-30 R-EV, Hybrid Plug-In Extender, la rinascita del Wankel 215" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/ewg4y35ui4ryjthewre-min.jpg 864w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/ewg4y35ui4ryjthewre-min-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/ewg4y35ui4ryjthewre-min-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/ewg4y35ui4ryjthewre-min-696x392.jpg 696w" sizes="(max-width: 864px) 100vw, 864px" /><figcaption>Best Engine: Mazda MX-30 R-EV, Hybrid Plug-In Extender, la rinascita del Wankel 221</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Consumo olio normalizzato </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">I lati dell&#8217;alloggiamento del rotore sono rivestiti in alluminio e sono stati rivestiti attraverso un processo speciale creando una superficie ceramica che riduce ulteriormente l&#8217;usura e la resistenza.&nbsp;Una delle pecche del passato, il consumo eccessivo di olio, è stato annullato portando il propulsore rotativo allo stesso livello di consumo di un motore alternativo tradizionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Il sistema Mazda ha un funzionamento di tipo seriale. La scelta iniziale era quella di far funzionare il propulsore ad un regime costante trasformando la MC-30 BEV in una vettura elettrica EV range extender.&nbsp;Ma un funzionamento eccessivamente slegato tra il motore benzina e quello elettrico ha portato i tecnici giapponesi a cambiare strada imponendo un regime del motore variabile in base alle esigenze di potenza del driver. I giri del motore variano in modo continuo da un minimo molto alto di 2000 giri/minuto fino al massimo regime di 4500giri/minuto. &nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Potenza adeguata al compito di generatore </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La potenza di 75 CV a 4.500 giri/min e 117 Nm a 4.000 giri/min potrebbe apparire limitata, ma è più che sufficiente per il compito di puro generatore a cui è demandato il propulsore benzina.&nbsp;Il motore elettrico sincrono a magneti permanenti, fornisce la potenza massima di sistema di 170 CV a 9.000 giri/min e 260 Nm a 4.481 giri/min. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2023/07/gettyimages-108912360-1526916149-1024x768.jpg" alt="gettyimages 108912360 1526916149" class="wp-image-129349" title="Best Engine: Mazda MX-30 R-EV, Hybrid Plug-In Extender, la rinascita del Wankel 216" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/gettyimages-108912360-1526916149-1024x768.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/gettyimages-108912360-1526916149-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/gettyimages-108912360-1526916149-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/gettyimages-108912360-1526916149-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/gettyimages-108912360-1526916149-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/gettyimages-108912360-1526916149.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: Mazda MX-30 R-EV, Hybrid Plug-In Extender, la rinascita del Wankel 222</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il corpo motore raffreddato ad olio il che rende il propulsore più compatto e grazie alla potenza di 355v è superiore ai 145cv della versione elettrica pura. Il peso complessivo aumenta di soli 58 kg con un peso complessivo di 1.778 kg consentendo un miglior rapporto peso/potenza grazie alla valore maggiore di quest&#8217;ultima. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’MX-30 R-EV si continua a guidare come un veicolo elettrico in ogni condizione, anche alte velocità. l’accelerazione è forte e lineare con una risposta immediata senza ritardo alle ruote. Il passaggio da modalità elettrica ad ibrido automatico non è praticamente avvertibile dal conducente se non per la presenza discreta del propulsore acceso. Come tutti i sistemi di tipo seriale la marcia è sempre fluida ed in questo caso si azzerano anche le vibrazioni per effetto del bilanciamento intrinseco del motore rotativo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tecnologia Plug-In Extender</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante i tecnici giapponesi avessero potuto adottare questo sistema come estensore della carica della vettura elettrica, hanno preferito cambiare rotta adattando la tecnologia ad una propulsione ibrida plug-in estendendo la durata della batteria da 17,8 kWh. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="537" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2023/07/is-mazda-really-bringing-back-the-rotary-engine-2023-02-28_08-07-26_772012-1024x537.jpg" alt="is mazda really bringing back the rotary engine 2023 02 28 08 07 26 772012" class="wp-image-129350" title="Best Engine: Mazda MX-30 R-EV, Hybrid Plug-In Extender, la rinascita del Wankel 217" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/is-mazda-really-bringing-back-the-rotary-engine-2023-02-28_08-07-26_772012-1024x537.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/is-mazda-really-bringing-back-the-rotary-engine-2023-02-28_08-07-26_772012-768x403.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/is-mazda-really-bringing-back-the-rotary-engine-2023-02-28_08-07-26_772012-300x157.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/is-mazda-really-bringing-back-the-rotary-engine-2023-02-28_08-07-26_772012-696x365.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/07/is-mazda-really-bringing-back-the-rotary-engine-2023-02-28_08-07-26_772012.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine: Mazda MX-30 R-EV, Hybrid Plug-In Extender, la rinascita del Wankel 223</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il controllo di gestione di carica e scarica della batteria ha migliorato anche il suo ciclo di vita. Inoltre, ha consentito di dimezzare le dimensioni, migliorando la densità e riducendo il costo. Anche con la presenza delle componenti endotermiche e della benzina necessaria per il funzionamento del sistema, i costi sono paragonabili a quelli di una vettura elettrica. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Autonomia da 85km in elettrico</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;autonomia puramente elettrica omologata WLTP è di 85 km. L’idea dei progettisti Mazda è quella di fornire due diverse tecnologie assorbendone solo i pregi. Si può viaggiare per molti km in modalità elettrica pura, e quando la batteria è scarica sfruttare al meglio le caratteristiche di efficienza di un motore full hybrid per effettuare viaggi medio lunghi con un maggiore risparmio di carburante rispetto ad auto benzina e diesel di potenza analoga. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni caso la piattaforma tecnica alla base della MX-30 non impedisce di poter allargare la gamma anche introducendo una versione EV range extender pura, il che aprirebbe anche scenari verso un eventuale versione alimentata a idrogeno, rispolverando un vecchio concept rotativo con questo carburante risalente agli anni 90 l’HR-X. L’MX-30 R-EV&nbsp;dichiara un livello di emissioni pari a 21 g/km, secondo il ciclo WLTP il che porta ad una riduzione del 31% i consumi rispetto ad una CX-30 nella sua motorizzazione più parca.</p>
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		<title>Best Tech: Mercedes C63 AMG, E-PERFORMANCE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 09:01:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mercedes-Benz viaggia spedita verso la mobilità sostenibile. Un viaggio non dovrà sacrificare le prestazioni ed un immagine sportiva costruita faticosamente nel corso dei decenni attraverso il duro lavoro fatto dalla divisione AMG. Proprio l&#8217;esperienza maturata in quasi un decennio di vittorie in F1 sarà il volano consentirà di essere green senza rinunciare alle emozioni alla [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Mercedes-Benz viaggia spedita verso la mobilità sostenibile. Un viaggio non dovrà sacrificare le prestazioni ed un immagine sportiva costruita faticosamente nel corso dei decenni attraverso il duro lavoro fatto dalla divisione AMG. Proprio l&#8217;esperienza maturata in quasi un decennio di vittorie in F1 sarà il volano consentirà di essere green senza rinunciare alle emozioni alla guida. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2023/10/Mercedes-Benz-C63_S_AMG_E_Performance-2023-1280-16-1024x768.jpg" alt="Mercedes Benz C63 S AMG E Performance 2023 1280 16" class="wp-image-130977" title="Best Tech: Mercedes C63 AMG, E-PERFORMANCE 224" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/10/Mercedes-Benz-C63_S_AMG_E_Performance-2023-1280-16-1024x768.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/10/Mercedes-Benz-C63_S_AMG_E_Performance-2023-1280-16-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/10/Mercedes-Benz-C63_S_AMG_E_Performance-2023-1280-16-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/10/Mercedes-Benz-C63_S_AMG_E_Performance-2023-1280-16-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/10/Mercedes-Benz-C63_S_AMG_E_Performance-2023-1280-16-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/10/Mercedes-Benz-C63_S_AMG_E_Performance-2023-1280-16.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Tech: Mercedes C63 AMG, E-PERFORMANCE 227</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La nuova Mercedes-Benz C63 AMG, punta direttamente sulla tecnologia ibrida. Niente più V8, ma una cubatura dimezzata con l&#8217;aggiunta di tanta potenza elettrica per compensare.  La tecnologia ibrida E PERFORMANCE progettata interamente da AMG è di tipo parallelo con schema P3. Il motore a combustione interna si trova nella nella parte anteriore con la parte elettrica sita sull&#8217;assale posteriore per gestire anche la trazione integrale. </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-sistema-ibrido-derivato-dalle-corse"><strong>Sistema ibrido derivato dalle corse</strong> </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore turbo a quattro cilindri da 2,0 litri della serie M139L, dove L sta per posizione longitudinale viene combinato con un motore elettrico sincrono a magneti permanente ed una batteria ad alte prestazioni sviluppata da AMG con trazione integrale 4MATIC+ AMG Performance completamente regolabile. La potenza di sistema è di 680 CV per una coppia massima di 1020 Nm ed uno scatto sullo 0 a 100 km/h in 3,4 secondi per una velocità massima di 280 km/h con l’AMG Driver&#8217;s Package opzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore elettrico eroga 204 CV è integrato con un cambio a due velocità e differenziale posteriore a slittamento limitato controllato elettronicamente in un&#8217;unità di trasmissione elettrica compatta (EDU). Questo schema consente un erogazione di potenza immediata migliorando la trazione, l&#8217;accelerazione o il sorpasso. Inoltre, il differenziale posteriore a slittamento limitato, integrato e controllato elettronicamente, consente di gestire al meglio la dinamica dell&#8217;auto in uscita di curva, e per gli smanettoni anche il traverso facile!</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="700" height="394" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2023/02/D677258-Infografik-Next-level-E-PERFORMANCE-Mercedes-AMG-C-63-S-E-PERFORMANCE.jpg" alt="D677258 Infografik Next level E PERFORMANCE Mercedes AMG C 63 S E PERFORMANCE" class="wp-image-122308" title="Best Tech: Mercedes C63 AMG, E-PERFORMANCE 225" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/02/D677258-Infografik-Next-level-E-PERFORMANCE-Mercedes-AMG-C-63-S-E-PERFORMANCE.jpg 700w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/02/D677258-Infografik-Next-level-E-PERFORMANCE-Mercedes-AMG-C-63-S-E-PERFORMANCE-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/02/D677258-Infografik-Next-level-E-PERFORMANCE-Mercedes-AMG-C-63-S-E-PERFORMANCE-696x392.jpg 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption>Best Tech: Mercedes C63 AMG, E-PERFORMANCE 228</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Gestione ottimizzata della trazione elettrica </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel momento si verifica uno slittamento eccessivo sull&#8217;asse posteriore, la coppia del motore elettrico viene trasferita anche alle ruote anteriori fino a far prevalere la trazione sull&#8217;asse anteriore gestendo al meglio la fase critica. Per rendere omogeneo e preciso il passaggio di coppia tra i due assali è stato conservato l&#8217;albero di trasmissione meccanico della trazione integrale tradizionale per gestire il trasferimento della coppia in modo omogeneo tra i due assali. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La posizione del motore elettrico e della batteria sull’asse posteriore consentono di gestire al meglio la distribuzione del peso migliorando la manovrabilità, con una ripartizione equilibrata tra i due assali.  Un importante lavoro di efficientamento è stato fatto sul rendimento degli organi meccanici, dal motore endotermico agli elementi della trasmissione per minimizzare le perdite meccaniche.  La trasmissione automatizzata a due velocità integrata con il motore elettrici posto sull&#8217;asse posteriore è stata presa a prestito dall&#8217;ammiraglia elettrica di Mercedes. Lo scopo è quello di gestire al meglio l&#8217;elevata coppia anche sulla singola ruota come un torque vectoring. Un attuatore elettrico innesta la seconda marcia quando il motore elettrico raggiunge il regime di 13.500 giri/min, migliorando la fase di accelerazione e la gestione della potenza a medio-alta velocità, abbassando la richiesta energetica per gestire le velocità autostradali. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La batteria ad alte prestazioni sviluppata da AMG</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La batteria ad alte prestazioni (HPB) utilizza la stessa tecnologia per gli elementi usati dal team Mercedes-AMG Petronas F1. Nel corso dello sviluppo, è stata data priorità alla capacità di avere a disposizione un&#8217;elevata potenza, ma soprattutto alla gestione più frequenti di carico e scarico per avere sempre energia sufficiente per garantire sempre prestazioni degne di una C63 AMG. Il peso è ridotto al minimo, grazie all&#8217;utilizzo di una gabbia interamente in alluminio permette una ottimale gestione della posizione del baricentro della vettura. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="700" height="394" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2023/02/D677259-Infografik-Next-level-E-PERFORMANCE-Mercedes-AMG-C-63-S-E-PERFORMANCE.jpg" alt="D677259 Infografik Next level E PERFORMANCE Mercedes AMG C 63 S E PERFORMANCE" class="wp-image-122309" title="Best Tech: Mercedes C63 AMG, E-PERFORMANCE 226" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/02/D677259-Infografik-Next-level-E-PERFORMANCE-Mercedes-AMG-C-63-S-E-PERFORMANCE.jpg 700w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/02/D677259-Infografik-Next-level-E-PERFORMANCE-Mercedes-AMG-C-63-S-E-PERFORMANCE-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/02/D677259-Infografik-Next-level-E-PERFORMANCE-Mercedes-AMG-C-63-S-E-PERFORMANCE-696x392.jpg 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption>Best Tech: Mercedes C63 AMG, E-PERFORMANCE 229</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>70 kW di potenza continua e 150 kW di potenza di picco</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La capacità massima della batteria è di 6,1 kWh in potenza continua di 70 kW e 150 kW di picco per una durata di per dieci secondi. Il peso complessivo è di soli 89 chilogrammi con un’altissima densità di 1,7 kW/kg, praticamente il doppio di una batteria convenzionale. La ricarica avviene tramite il caricabatterie CA di bordo da 3,7 kW, presso una stazione di ricarica, una wallbox o una presa domestica. L’autonomia elettrica è di 13 chilometri consente una guida silenziosa e senza emissioni da un&#8217;area residenziale alla periferia della città o all&#8217;autostrada.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Raffreddamento diretto delle celle della batteria</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La potenza della batteria da 400 volt necessita di un innovativo sistema di raffreddamento diretto. &nbsp;Il sistema sfrutta un liquido elettricamente non conduttivo che scorre intorno a tutte le 560 celle raffreddandole singolarmente per una gestione ottimale della temperatura di esercizio. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa soluzione per il raffreddamento necessita di elementi sottili solo millimetri e 14 litri di refrigerante che circola dall’alto verso il basso attraverso ogni cella con l&#8217;aiuto di una pompa elettrica ad alte prestazioni appositamente sviluppata. Il liquido di raffreddamento passa attraverso uno scambiatore di calore olio/acqua collegato direttamente alla batteria per poi andare verso il radiatore nella parte anteriore dell&#8217;auto dove viene viene raffreddato attraverso lo scambio termico con l&#8217;aria esterna. </p>



<h2 class="wp-block-heading">C<strong>ontrollo ottimale della temperatura di esercizio</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è una temperatura sempre sotto controllo della batteria di 45 gradi Celsius, indipendentemente dalla frequenza con cui viene caricata o scaricata. Una serie di sensori consentono di gestire la temperatura in modo ottimale anche durante i giri veloci in pista, dove servono le massime prestazioni in termini di carico e scarico della batteria.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Energia elettrica sempre disponibile</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la gestione del sistema è derivata dal powerpack ibrido dell&#8217;auto da corsa di Formula 1 Mercedes-AMG Petronas. Un elemento che consente di avere sempre disponibile la massima potenza quando il pilota la richiede con il kickdown. &nbsp;L&#8217;energia elettrica può essere sempre richiamata grazie alle elevate prestazioni di recupero e ricarica variabili in base alle esigenze combinando l&#8217;azione di tutti i componenti offrire sempre prestazioni massime.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Otto programmi di guida AMG</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le otto modalità di guida AMG DYNAMIC SELECT &#8220;Electric&#8221;, &#8220;Comfort&#8221;, &#8220;Battery Hold&#8221;, &#8220;Sport&#8221;, &#8220;Sport+&#8221;, &#8220;RACE&#8221;, &#8220;Slippery&#8221; e &#8220;Individual&#8221; sono adattate alla nuova tecnologia offrendo un&#8217;ampia gamma di esperienze di guida, da quelle efficienti a quelle dinamiche. Le modalità di guida regolano parametri come la risposta della trasmissione, le caratteristiche dello sterzo, lo smorzamento delle sospensioni o il suono. La potenza del motore elettrico dipende anche dal programma di guida selezionato&nbsp; con un boost di 204cv disponibile in qualsiasi momento tramite la funzione kick-down e possono essere selezionate tramite un comodo comando sul volante, per un utilizzo che ricorda le auto da corsa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In &#8220;Silent Mode&#8221; abbinato al programma &#8220;Comfort&#8221; avvia la vettura in modalità elettrica. La modalità di guida &#8220;elettrico&#8221; consente la marcia elettrica fino a 125 km/h per i km concessi dalla capacità della batteria. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una modalità di guida per ogni esigenza</strong> </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Partendo dalla modalità di guida &#8220;Comfort&#8221;, l’avvio è la marcia a bassa velocità è quasi sempre in elettrico, mentre aumentando la velocità i due propulsori agiscono insieme con la potenza elettrica che si attesta al 25% ottimizzando i consumi grazie anche al perfetto sincronismo della trasmissione AMG SPEEDSHIFT MCT-9G. Le sospensioni e lo sterzo sono impostati per dare massimo comfort.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il &#8220;Battery Hold” cambia la logica di gestione per mantenere costante lo stato di carica della batteria. Ad esempio, se la batteria è al 75% di carica, rimane in questo intervallo limitando ed ottimizzando l’intervento del motore elettrico in base al consumo energetico, compensando nelle fasi di recupero.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sport per sfruttare al massimo le prestazioni </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La &#8220;Sport&#8221; vede salire la percentuale di intervento del motore elettrico al 65% migliorando la risposta dell’acceleratore, riducendo i tempi di cambiata ed anticipando le scalate, con sterzo e sospensioni più dinamici. Successivamente si passa a &#8220;Sport+” che fornisce un boost di spinta che porta la potenza elettrica ad un valore dell’80%. La risposta dell&#8217;acceleratore è ancora più rapida, ed il cambio alla massima velocità di cambiata e sospensioni, sterzo e powertrain più dinamiche. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, il &#8220;RACE&#8221; consente la guida altamente dinamica su pista. La funzione di ricarica della batteria ha una logica ideale per la gestione della massima potenza sempre.  Il &#8220;Boost Mode&#8221; per avere il 100% della potenza elettrica può essere azionato tramite il pulsante sinistro del volante e c&#8217;è la possibilità da parte del conducente di stabilire una capienza minima del 30% della batteria per avere sempre la massima prestazione.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
https://www.youtube.com/watch?v=gknsIsynlzc&#038;ab_channel=Mercedes-AMG
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Trazione sempre ottimale per ogni fondo </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Lo&nbsp;&#8220;Slippery&#8221;, ottimizza la trazione in condizioni stradali scivolose con una curva di coppia piatta, limitando la potenza elettrica ed ottimizzando le fasi di recupero. La &#8220;Individual&#8221; consente di modificare la trasmissione, AMG DYNAMICS, assetto, sterzo e impianto di scarico secondo le intenzioni dei piloti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La trazione ibrida aiuta anche la gestione della dinamica di guida. Invece dell&#8217;intervento in frenata dell&#8217;ESP, il motore elettrico gestisce l&#8217;azione del differenziale nelle fasi di coast. Quando una ruota segnala uno slittamento eccessivo il sistema di controllo riduce la coppia motrice attraverso il differenziale posteriore a slittamento limitato facendo un uso limitato dell’ESP. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Recupero selezionabile dal conducente </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Poiché la batteria ad alte prestazioni si trova sempre nella finestra di temperatura ottimale grazie al raffreddamento diretto migliorando la ricarica nelle fasi passive. Il recupero inizia quando il guidatore toglie il piede dall’acceleratore senza premere il pedale del freno creando una forte coppia frenante utilizzando una guida mono-pedale. Il recupero energetico può essere massimo su pendii ripidi in discesa funzionando come freno motore e ricaricando la batteria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il conducente può selezionare quattro diversi livelli di rigenerazione utilizzando il pulsante destro del volante AMG. Il Livello 0 consente il rallentamento come se fosse staccata la frizione con la minima resistenza quando si rilascia l&#8217;acceleratore. Il livello di recupero serve solo a mantenere l&#8217;alimentazione della vettura spegnendo il motore a combustione allargando la fase che prima era demandata allo start&amp;stop. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Quattro livelli di recupero </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Livello 1 è già percepibile e corrisponde approssimativamente alla decelerazione tipico di un passaggio di marcia inferiore, ricaricando in modo proporzionale. Livello 2 diventa evidente evitando l&#8217;utilizzo del pedale del freno soprattutto per la gestione del traffico. Livello 3 consente il massimo recupero di energia per la guida mono-pedale con una carica fino a 100 kW di potenza in batteria. In RACE è impostato automaticamente al livello 1 per consentire il comportamento del veicolo bilanciato tra prestazioni e recupero energetico.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Motore AMG da 2,0 litri con turbocompressore ibrido </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore a quattro cilindri AMG da 2,0 litri è stato interamente sviluppato e costruito secondo lo stile “One Man, One Engine&#8221;. &nbsp;Il motore M139L dove “L” sta per longitudinale. Un propulsore che ha il turbocompressore dalle dimensioni maggiori rispetto allo stesso motore riservato ad altri modelli AMG consentendo una maggiore portata d&#8217;aria e quindi più potenza.  La sovralimentazione ha un turbocompressore ibrido che prevede un motore elettrico alimentato dal sistema a 400 volt posizionato tra le due giranti che agisce su quella di scarico garantendo una risposta rapida nella parte bassa dei giri, quando i gas di scarico non hanno abbastanza energia per mandare a regime la girante di scarico.  Al massimo regime si raggiungono i 150.000 giri/min ed è collegato al circuito di raffreddamento del motore a combustione per garantire sempre una temperatura ideale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’elettrificazione del turbocompressore consente una coppia maggiore ai bassi regimi e quando si toglie il piede dall&#8217;acceleratore la tecnologia è in grado di conservare la pressione di sovralimentazione migliorando la risposta. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il 2.0 litri turbo più potente del mondo </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il design del monoblocco del motore M139L offre un elevata rigidità nonostante il peso ridotto pur consentendo pressioni di combustione maggiori. Le aree intorno ai cilindri sono attraversate da condotti più piccoli per il liquido di raffreddamento e l&#8217;olio motore. L&#8217;iniezione di benzina è a doppio stadio. Nella prima fase, gli iniettori piezoelettrici convogliano il carburante nelle camere di combustione a pressioni fino a 200 bar. Al secondo stadio viene aggiunta un iniezione nel condotto di aspirazione attraverso elettrovalvole per aumentate la potenza di combustione del motore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema di raffreddamento è in grado di raffreddare la testata dei cilindri e il basamento con temperatura differenziata. Lo scopo è di tenere la testata fredda per un’accensione della miscela efficiente mentre il basamento più caldo riduce l&#8217;attrito interno del motore. La testata è raffreddata da una pompa dell&#8217;acqua meccanica ad alte prestazioni mentre il basamento è raffreddato da una seconda pompa dell&#8217;acqua azionata elettricamente. Dopo un avviamento a freddo, questa pompa rimane passiva finché il motore non si è riscaldato. Il funzionamento è regolato dalla centralina motore in modo che il carter sia sempre raffreddato secondo necessità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il propulsore benzina sviluppa 476 CV a 6725 giri/min e 545 Nm è disponibile a 5250-5500 giri/min, di fatto il 2.0 litri più potente del mondo. Un generatore di avviamento a cinghia (RSG) combina un alternatore e il motorino di avviamento in un unico componente garantendo il funzionamento dei componenti ausiliari come l&#8217;aria condizionata o le luci. Ciò vale anche quando il veicolo si trova a un semaforo e il livello di carica della batteria ad alto voltaggio non è più sufficiente per supportare la rete di bordo ed è integrato nella rete ad alta tensione da 400 volt.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il cambio AMG SPEEDSHIFT MCT-9G</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il cambio AMG SPEEDSHIFT MCT (Multi-Clutch Transmission) 9G ha una frizione di avviamento in bagno d&#8217;olio che costituisce il convertitore di coppia. Questa soluzione riduce il peso grazie alla sua minore inerzia, ottimizzando la risposta agli input del pedale dell&#8217;acceleratore, soprattutto durante i cambi di carico. Il software, accuratamente calibrato, garantisce tempi di cambiata migliori e rapide scalate multiple soprattutto in &#8220;Sport&#8221; e &#8220;Sport+&#8221;. Infine aggiunge la funzione RACE START per una gestione ottimale dell&#8217;accelerazione ottimale da fermo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Assetto RIDE CONTROL AMG con Adaptive Damping System</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;assetto con AMG RIDE CONTROL ed Adaptive Damping System combina maneggevolezza sportiva e comfort. Gli elementi della sospensione sull’assale anteriore hanno snodi dello sterzo e giunti di sospensione appositamente sviluppati sul braccio di controllo della molla, mentre sull&#8217;asse posteriore è presente un’elastocinematica progettata per la dinamica di guida. Lo smorzamento di ogni singola ruota viene adattato tenendo sempre conto del livello preselezionato, dello stile di guida e delle condizioni del manto stradale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli ammortizzatori sono realizzati con materiali leggeri che possono spostare una quantità di fluido idraulico significativamente maggiore rispetto ai sistemi convenzionali. Un disco più grande sposta l&#8217;olio nell&#8217;ammortizzatori e viene controllato da due valvole elettroidrauliche esterne. Queste agiscono indipendentemente l&#8217;una dall&#8217;altra per il controllo ed il rilascio della pressione. Il software di controllo del sistema monitorizza continuamente i dati come l&#8217;angolo del volante, la velocità del veicolo, l&#8217;accelerazione e il movimento della scocca. Gli ammortizzatori vengono controllati in pochi millisecondi in base alla richiesta consentendo alle ruote di rimanere sempre ben piantate a terra.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sterzo parametrico AMG a tre stadi e asse posteriore sterzante</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Lo sterzo parametrico AMG a tre stadi presenta un rapporto di geometria variabile che si adatta al programma di guida selezionato. Nelle impostazioni delle sospensioni &#8220;Sport&#8221; e &#8220;Sport+&#8221;, il guidatore riceve anche un feedback significativamente maggiore sulle condizioni di guida tramite il volante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sull’asse posteriore c’è un angolo di sterzata massimo di 2,5 gradi. La sterzata contraria avviene fino a velocità fino a 100 km/h con un accorciamento virtuale del passo migliorando la stabilità e la manovrabilità.  A velocità superiori ai 100 km/h le ruote posteriori girano parallelamente alle ruote anteriori, fino a un massimo di 0,7 gradi. Questa estensione virtuale del passo ha un effetto positivo sulla stabilità di guida ad alta velocità con una risposta variabile in funzioni della dinamica di guida selezionata.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>AMG Dynamics </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il sistema di controllo dinamico AMG DYNAMICS influenza le strategie di controllo dell&#8217;ESP (Electronic Stability Program), della trazione integrale e del differenziale posteriore a slittamento limitato a controllo elettronico. Il sistema utilizza i sensori disponibili, per rilevare la velocità, l&#8217;accelerazione laterale, l&#8217;angolo di sterzata e la velocità di imbardata. La regolazione si adatta alle capacità di guida del conducente, con interventi mirati fornendo una sensazione di guida autentica mantenendo un’elevata dinamica in curva, una trazione ottimale, oltre a un&#8217;elevata stabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’AMG DYNAMICS &#8220;Basic&#8221; è assegnato al programma di guida &#8220;Comfort&#8221; ed &#8220;Electric&#8221;. &#8220;Avanzato&#8221; è abbinato al programma &#8220;Sport&#8221; con un ridotto smorzamento dell&#8217;imbardata e la maggiore agilità per strade tortuose. Il &#8220;Pro&#8221; è abbinato al programma &#8220;Sport+&#8221;, fino al &#8220;Master&#8221; è abbinato al &nbsp;&#8220;RACE&#8221; offrendo un bilanciamento leggermente sovrasterzante con uno sterzo più diretto, inoltre è possibile modificare l’ ESP in SPORT o ESP in modalità OFF. Nel programma di guida &#8220;Individual&#8221;, i conducenti possono impostare autonomamente i livelli AMG DYNAMICS &#8220;Basic&#8221;, &#8220;Advanced&#8221;, &#8220;Pro&#8221; e &#8220;Master&#8221;.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Impianto frenante maggiorato </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema frenante composito ad alte prestazioni AMG è dotato di pinze fisse a 6 pistoncini anteriori e pinze flottanti a 1 pistoncino posteriori è montato di serie. Come optional è disponibile un impianto frenante composito in ceramica ad alte prestazioni.</p>
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		<title>Best Engine: La propulsione elettrica di Mercedes-Benz EQS</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jan 2023 16:38:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nuova piattaforma tecnologica dedicata alle vetture alto di gamma Mercedes-Benz, EVA è attualmente in uso per i modelli EQE ed EQS ed i SUV da esse derivati. In questo articolo analizzeremo nel dettaglio quella che sembra essere punto di riferimento assoluto per la mobilità elettrica. Le vettura che adotteranno questa base tecnologica potranno contare [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La nuova piattaforma tecnologica dedicata alle vetture alto di gamma Mercedes-Benz, EVA è attualmente in uso per i modelli EQE ed EQS ed i SUV da esse derivati. In questo articolo analizzeremo nel dettaglio quella che sembra essere punto di riferimento assoluto per la mobilità elettrica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le vettura che adotteranno questa base tecnologica potranno contare sulla trazione posteriore (RWD) oppure con un doppio motore, uno per asse per la trazione integrale elettrica, 4MATIC. La versione con un solo motore potrà contare su una potenza di 333cv, mentre la 4Matic avrà un motore posteriore da 347cv ed uno sull’asse posteriore da 184cv.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-motore-a-doppio-avvolgimento"><strong>Motore a doppio avvolgimento</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il powertrain Mercedes utilizza motori sincroni con rotore dotato di magneti permanenti. Gli statori sono ad avvolgimento pull-in per sfruttare un campo magnetico con maggiore potenza. In particolare la macchina elettrica usata per l’asse posteriore è dotato di statore a doppio avvolgimento trifase.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa soluzione, pur non essendo una novità assoluta, viene utilizzato raramente sulle auto elettriche a causa del costo elevato e della necessita di una componente elettronica più complessa per la gestione della potenza su sei fasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attraverso il controllo del doppio flusso di energia elettrica, questa soluzione consente di ottenere una doppia erogazione della coppia, simulando di fatto, la presenza di una trasmissione a due velocità. Un vantaggio sia in termini di accelerazione che di gestione della spinta con un elemento compatto, leggero ed efficiente facilmente adattabile all’asse posteriore.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Powertrain compatto e leggero</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema di raffreddamento utilizza un getto d’acqua diretto per controllare la temperatura del rotore. Inoltre sullo statore sono stare ricavate delle nervature per un ulteriore raffreddamento ad aria. L’inverter ha una particolare struttura specificamente progettata per migliorare la dissipazione del calore. La presenza di un radiatore dell&#8217;olio per la trasmissione consente alla gestione elettronica di fornire un guida più fluida ed efficiente anche in condizioni di basse temperature esterne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Essendo un auto che deve rappresentare il top di gamma di Mercedes i tecnici tedeschi hanno concentrato i loro massimo sforzo per ridurre al minimo il rumore e le vibrazioni sia delle due unità propulsive attraverso la particolare disposizione dei magneti all&#8217;interno dei rotori riduce le vibrazioni evitando allo stesso tempo l’uso di terre rare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tipo di avvolgimento per lo statore inclinato viene avvolto con uno speciale tappetino in schiuma per ridurre la rumorosità. Il disaccoppiamento avviene tramite cuscinetti elastomerici per la riduzione dell’attrito. L’involucro dell&#8217;inverter, invece, è formato da una struttura composta da tre strati di metallo e plastica.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Zero vibrazioni per il massimo comfort</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La parte del telaio che si trova intorno al sistema di propulsione, ed in particolare la cella che custodisce la batteria, sono completamente rivestiti di schiume acustiche isolanti. In più nel portellone posteriore sono presenti dei divisori acustici per ridurre il rumore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema di ricarica tramite la frenata rigenerativa consente diverse modalità in gestione, sia automatica che manuale tramite l’uso di shift paddles al volante. La potenza di picco in ricarica è tra le più alte in assoluto con 290 kW di frenata rigenerativa massima nelle versioni AWD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In modalità DAuto il livello di frenata raggiunge i 5 m/s², di cui 3 m/s² sono dovuti al freno elettrico e due 2 m/s² alla frenata meccanica fino all’arresto completo del veicolo. Nelle versioni con trazione posteriore, il recupero è più limitato dovendo gestire la trazione su un solo asse.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Trazione integrale con Torque Shift.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La gestione della trazione integrale viene regolata dalla funzione Torque Shift. Il sistema distribuisce in modo intelligente e continuo la coppia motrice tra l&#8217;assale anteriore e quello posteriore con un controllo constante anche 10.000 volte al minuto se necessario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mercedes-Benz offre due opzioni di batteria con una capacità utilizzabile di 107,8 kWh o 90 kWh con percorrenza secondo il ciclo WLTP dai 640 km ai 770 km. Si tratta di batterie ad agli ioni di litio NCM 811 con il materiale attivo del catodo costituito da nichel, cobalto e manganese in un rapporto di 8:1:1 disposto in celle con custodia rigida. I moduli possono essere 10 o 12 a seconda della capacità per una potenza massima di 400 volt.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’efficienza energetica consente di ottenere un consumo per la EQS 450+, secondo il ciclo di omologazione NEDC combinato, di 19,1-16,0 kWh/100 km. Per la più potente EQS 580 4MATIC+, tale valore si attesta sui 20,0-16,9 kWh/100 km.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sistema di raffreddamento compatto ed efficiente </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il raffreddamento avviene con sistema a liquido e una piastra di raffreddamento inferiore. Il refrigerante scorre attraverso le cavità degli elementi estrusi in alluminio del telaio di contenimento della batteria e un riscaldatore ausiliario integrato nel circuito. Questo sistema consente di preriscaldare o raffreddare prima o durante la guida gestendo una finestra di temperatura ottimale prima di raggiungere la stazione di ricarica rapida.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricarica può avvenire con un caricabatterie di bordo da 22 kW di tipo trifase, oppure con carica rapida in corrente continua DC fino a 200 kW con una curva di ricarica più appiattita. Nella massima potenza, la ricarica può avvenire in 15 minuti ottenendo energia sufficiente per 300 km in WLTP per la versione con batteria più grande. La vettura, nei paesi dove è consentita può usare l’opzione ricarica bidirezionale per fornire energia.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Navigazione intelligente per la gestione della carica </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle funzionalità che consentirà di gestire al meglio la percorrenza in elettrico è la Navigazione con Electric Intelligence, che combina la navigazione con il database delle infrastrutture di ricarica e il sistema di gestione della batteria pianificando le fermate durante il percorso preparando la batteria per la ricarica alla massima potenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ottimizzazione dell&#8217;Aerodinamica</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Pur non essendo un elemento che riguarda direttamente l’analisi della powertrain, la cura per gli aspetti aerodinamici dell’auto assumono un importanza fondamentale. I tecnici tedeschi sono riusciti ad ottenere uno Cx di 0,20, record per un&#8217;auto di serie. Un fattore chiave per aumentare la percorrenza riducendo il consumo di energia.</p>
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		<title>Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jan 2023 14:42:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nostra analisi dei sistemi Full Hybrid mette a confronto i quattro costruttori protagonisti della fascia media del segmento “C” e C-SUV del mercato dell’auto. Un range di potenza che van da 122cv ad un massimo di 145cv e sono la Honda HR-V e:HEV, la Kia Niro Hybrid, la Renault Arkana e-Tech e la Toyota [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La nostra analisi dei sistemi Full Hybrid mette a confronto i quattro costruttori protagonisti della fascia media del segmento “C” e C-SUV del mercato dell’auto. Un range di potenza che van da 122cv ad un massimo di 145cv e sono la Honda HR-V e:HEV, la Kia Niro Hybrid, la Renault Arkana e-Tech e la Toyota CH-R HSD Hybrid. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/Honda-e-HEV-730x407.jpg" alt="Honda e HEV" class="wp-image-119806" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 230"><figcaption class="wp-element-caption">Sistema full hybrid serie Honda e:HEV</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-dal-sistema-in-serie-a-quello-parallelo-passando-per-soluzioni-miste"><strong>Dal Sistema in serie a quello parallelo passando per soluzioni miste </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Come sempre l’obiettivo è quello di far conoscere al lettore, automobilista, la tecnologia Full Hybrid che a differenza di quella elettrificata pura, ha spunti tecnici interessanti. Tutti i costruttori, infatti, provano a raggiungere lo stesso obiettivo, quello di offrire un buon rapporto prestazioni/consumi, provando a sostituire il vecchio diesel sempre meno presente nella gamma seguendo la propria filosofia. Di fatto la tecnologia ibrida rappresenta un ponte concreto verso il raggiungimento dell&#8217;elettrificazione totale.  </p>



<p class="wp-block-paragraph">I Full Hybrid si dividono in quatto tipologie: ibridi seriali, paralleli, o misti serie/parallelo o viceversa a seconda della predominanza della componente elettrica o benzina. Le differenze tra una tipologia e l&#8217;altra non solo incide sui costi, ma anche sul carattere e sulla guida. Infatti, uno dei fattori che l&#8217;automobilista che si approccia a questi sistemi per la prima volta deve affrontare è proprio un cambio di guida indispensabile per sfruttarli al massimo del loro potenziale. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Honda e:HEV l&#8217;unico seriale di potenza media </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel dettaglio, il sistema seriale è utilizzato da Honda HR-V e:HEV. Ha predominanza la parte elettrica, che rappresenta anche la potenza di sistema,  mentre a quella endotermica è dato il compito prevalente di fornire energia alla batteria.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/bW1k2K-730x456.jpg" alt="bW1k2K" class="wp-image-119807" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 231"><figcaption class="wp-element-caption">Sistema Kia HEV </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-kia-full-hybrid-parallelo-con-un-occhio-alle-prestazioni">Kia Full Hybrid, Parallelo con un occhio alle prestazioni </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Kia per Niro ha previsto un sistema di tipo parallelo puntando tutto su semplicità e versatilità. La componente principale del sistema è quella endotermica con il motore elettrico che viene inserito nella trasmissione risultando facilmente adattabile ad ogni unità motrice. L&#8217;utilizzo di una trasmissione tradizionale consente al conducente di adottare uno stile di guida più in linea con la vettura che lascia lasciando alla gestione automatica l&#8217;interazione tra benzina ed elettrico. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/B_renault-e-tech-hybride-renautl-clio-fahrbericht-bigmobilewide-bda775c8-1707486-730x411.jpg" alt="B renault e tech hybride renautl clio fahrbericht bigmobilewide bda775c8 1707486" class="wp-image-119808" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 232"><figcaption class="wp-element-caption">Sistema Renault E-Tech Full Hybrid </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-renault-e-tech-e-toyota-hsd-misto-per-bilanciare-prestazioni-ed-efficienza">Renault E-Tech e Toyota HSD, misto per bilanciare prestazioni ed efficienza </h2>



<p class="wp-block-paragraph">I sistemi misti sono diversi a seconda della predominanza delle due unità motrici. Nel caso del Parallelo/Seriale, come il Renault e-Tech, il motore endotermico è prevalente, nel caso dei Seriali/Paralleli, come in Toyota; invece, si tende ad avere un maggiore equilibrio tra la parte elettrica e quella benzina. In entrambi i casi il controllo può gestire il funzionamento in serie utilizzando l’endotermico come generatore o in parallelo unendo la spinta di entrambi i propulsori, in base alla richiesta del conducente secondo le logiche di gestione decise dal costruttore. In ogni caso il guidatore può intervenire con comandi manuali per decidere la logica di funzionamento. </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-l-esame-delle-motorizzazioni-endotermiche"><strong>L&#8217;esame delle motorizzazioni endotermiche </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’ analisi tecnica dettagliata parte scomponendo gli elementi dei sistemi analizzando la parte endotermica, quella elettrica, le modalità di ricarica ed le prestazioni in funzione dei consumi ottenuti. L’unità endotermica verrà indicata dall&#8217;acronimo ICE come previsto negli schemi tecnici dei vari costruttori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cominciando dal sistema e:HEV di Honda utilizza un motore benzina codice LEC3. Si tratta di un quattro cilindri 1.5 litri con tecnologia i-Vtec a fasatura variabile e ciclo Atkinson superando di slancio il 40% di rendimento ed efficienza. Il suo compito prevalente è quello di collegarsi ad un secondo motore elettrico e fungere da generatore per la batteria. Proprio il suo alto valore di rendimento energetico, consente ai progettisti di Honda, di variare il funzionamento del sistema seriale usando il motore endotermico nelle fasi di veleggiamento a velocità costante superati gli 80Km/h. La logica usata dai progettisti Honda è quella di alternare sulle ruote il propulsore più efficiente quando può funzionare al meglio del suo rendimento. A gestire il tutto la CPU che lascia la conducente solo la scelta della mappatura per lo sviluppo delle prestazioni piuttosto che dei consumi. Non è prevista, infatti, una modalità EV a comando manuale, che invece rimane sulla sorella maggiore CR-V e:HEV </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="266" height="189" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/images.jpg" alt="images" class="wp-image-119809" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 233"><figcaption class="wp-element-caption">Sistema Toyota HSD Full Hybrid </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-honda-1-5-litri-i-vtec-ciclo-atkinson-record-di-efficienza">Honda 1.5 litri i-VTEC ciclo Atkinson, record di efficienza </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il quattro cilindri Honda eroga 107cv, il più alto del lotto. La coppia, invece, di 131Nm è la più bassa del lotto. Pur essendo un motore destinato a fungere da generatore, il suo alto valore di potenza consente di usare l&#8217;unità endotermica per generare elettricità anche attraverso l&#8217;azione diretta dell&#8217;Inverter sostituendosi in parte alla batteria. Un funzionamento si distingue in modo netto da una tecnologia analoga come come il range extender dove il benzina funge da generatore a regime pressappoco costante. </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-kia-1-6-gdi-semplice-ed-efficiente">Kia 1.6 GDI, semplice ed efficiente </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore Kia è più semplice. Si tratta del propulsore G4LE 1.6 litri con 106cv e 144Nm di coppia. Pur avendo un funzionamento ottimizzato grazie al sistema ad iniezione diretta messo appunto da Kia, con soli 100cm3 di cilindrata riesce ad erogare una maggiore quantità di coppia. Un valore fondamentale per la gestione del sistema parallelo puro. I due propulsori, quello endotermico e quello elettrico lavorano in simbiosi in un ampia fascia della curva di coppia dove entrambi contribuiscono a fornire la prestazione agendo sulle ruote in modo diretto. Quando il motore elettrico smette di spingere infatti, è il 1.6 litri a diventare protagonista raccogliendo il testimone continuando a generare potenza e coppia nella fase di allungo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/hyundai-g4le-825x400-1-730x354.jpg" alt="hyundai g4le 825x400 1" class="wp-image-119810" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 234"><figcaption class="wp-element-caption">Motore benzina Kia G4LE</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-renault-1-6-litri-la-spalla-perfetta-del-sistema">Renault 1.6 Litri, la spalla perfetta del sistema </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il propulsore Renault è anch’esso 1.6 litri codice H4M 632 ed eroga solo 97cv, quindi il meno potente del lotto. La coppia corposa di 148Nm è ottenuta grazie ad una mappatura che premia le fasi intermedie di utilizzo piuttosto che la potenza. Il sistema e-Tech in particolare, pur essendo di tipo misto, sfrutta il motore endotermico più per una gestione seriale abbinato ad un secondo moto-generatore separato. La coppia massima di sistema non viene ne sommata ne influenzata da quella del motore endotermico che funge da supporto. Vien da se che mancando la parte elettrica quando la batteria è scarica, il motore aspirato Renault fa una certa fatica a raccogliere il testimone per garantire l&#8217;allungo a differenza di quanto succede con Kia. Da qui la scelta tecnica di utilizzare il moto-generatore per la carica anche come boost per un aumento di coppia e potenza temporaneo.  </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-toyota-1-8-litri-ciclo-atkinson-piu-grande-ma-meno-potenza">Toyota 1.8 litri ciclo Atkinson, più grande ma meno potenza</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il propulsore Toyota&nbsp;<strong>2ZR-FXE</strong>&nbsp;è una variante a ciclo Atkinson del già noto 1,8 litri (1.798 cc) della 2ZR-FE.&nbsp;Ha lo stesso alesaggio e corsa, ma il rapporto di compressione è aumentato a 13,0:1. Il ciclo è ottenuto grazie alla chiusura della valvola di aspirazione ritardata, cosa che lo assimila più ad un ciclo Miller che ad un Atkinson.&nbsp;Il lavoro fatto dai progettisti Toyota limita al minimo il lavoro negativo fatto nella fase di compressione migliorando il rendimento.&nbsp;La potenza è piuttosto bassa con 98 CV e 142 Nm di coppia con una potenza specifica molto bassa di 55,4 cv/litro e con un efficienza termica non molto lontana dai livelli Honda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta operata dai tecnici Toyota, quindi, punta ad avere una maggiore interazione tra la parte elettrica e quella endotermica. Il motore benzina può fungere da generatore attraverso il moto-generatore dedicato da 25cv, ma anche funzionare in parallelo sovrapponendo le due curve di coppia per un erogazione molto più corposa nelle fasi intermedie ed allungando l&#8217;intervallo in cui i due propulsori lavorano all&#8217;unisono nelle fasi di allungo. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/toyota-2zr-fxe-825x400-1-730x354.jpg" alt="toyota 2zr fxe 825x400 1" class="wp-image-119811" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 235"><figcaption>Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 246</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-la-componente-elettrica"><strong>La componente elettrica </strong></h2>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-honda-l-elettrico-e-protagonista">Honda l&#8217;elettrico è protagonista </h2>



<p class="wp-block-paragraph">La componente elettrica di Honda è composta da un motore elettrico principale da 131cv e 254Nm di coppia e di un motore secondario per la ricarica collegato al benzina. Essendo un sistema seriale eroga potenza e coppia come una macchina elettrica, quindi in modo istantaneo per poi diventare costante nel progredire dei giri. Un tipo di funzionamento che da il meglio di se nelle fasi di ripresa. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="720" height="720" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/m_r.jpg" alt="m r" class="wp-image-119812" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 236" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2022/12/m_r.jpg 720w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2022/12/m_r-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2022/12/m_r-300x300.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2022/12/m_r-696x696.jpg 696w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption>Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 247</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-kia-l-elettrico-a-supporto-e-sostegno-attivo-alla-potenza">Kia: L&#8217;elettrico a supporto e sostegno attivo alla potenza </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema parallelo di Kia utilizza un concetto opposto ad Honda. Il motore elettrico, unico, ha la potenza da 48cv e 170Nm di coppia. Viene inserito nella trasmissione DCT a doppia frizione e si occupa di funzionare in autonomia nelle fasi di basso carico o veleggiamento, ma anche di dare supporto in tutte le condizioni dove è richiesta potenza. Alla macchina elettrica, infatti, è dato il compito di sopperire al vuoto di potenza tipico dell&#8217;erogazione di un motore endotermico aspirato nella parte bassa dei giri, per poi lasciare al benzina il compito di allungare quando raggiunge la punta di coppia maggiore.  </p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza di coppa dei due propulsori si nota con un appiattimento della spinta proprio nelle fasi di allungo. In ogni caso il lavoro fatto dal motore elettrico nelle fasi inziali consente di conservare abbastanza coppia in accelerazione per restare il rapido nello scatto sullo 0-100km/h. </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-renault-e-tech-elettrico-con-ampio-utilizzo">Renault e-Tech, elettrico con ampio utilizzo </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il motore elettrico di Renault eroga come la coreana solo 49cv e 205Nm di coppia. Ma i tecnici francesi, per consentire un migliore sfruttamento nelle fasi intermedie, hanno adottato una trasmissione specifica a due marce dedicata per la trazione elettrica. Questa soluzione consente alla limitata potenza di 49cv di essere spalmata su un arco di utilizzo maggiore funzionando in elettrico anche nelle fasi di medio carico e non solo in quelle di veleggiamento. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre il sistema utilizza il moto-generatore dedicato alla carica della batteria anche come elemento di boost di potenza con 20cv e 50Nm elettrici aggiuntivi. Lasciando la gestione del sistema in automatico, con un buon utilizzo della batteria, si può anche raggiungere un livello di andatura in elettrico pari al 70% simile ad un sistema seriale puro. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/renault-e-tech-730x411.jpg" alt="renault e tech" class="wp-image-119813" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 237"><figcaption>Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 248</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-toyota-hsd-l-elettrico-si-bilancia-con-il-benzina">Toyota HSD, l&#8217;elettrico si bilancia con il benzina </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, la macchina elettrica Toyota è un tradizionale sincrono a magneti permanenti che eroga 72cv di potenza e 163Nm di coppia. In sostanza dove in tecnici Renault hanno dovuto lavorare sulla trasmissione per sfruttare la curva di coppia elettrica per una fascia di utilizzo più ampia, in Toyota hanno semplicemente utilizzato un motore con maggiore potenza consentendo al sistema di fare lo stesso lavoro con maggiore facilità, puntando tutto sul bilanciamento tra le parti elettriche ed endotermiche. La coppia e la potenza non vengono sommate, ma sovrapposte bilanciando al meglio prestazioni ed efficienza. Proprio un certo sbilanciamento verso l&#8217;efficienza limita il lato prestazionale che risulta il più lento del gruppo, ma il più parco nel ciclo WLTP.  </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-diversi-sistemi-per-diversi-livelli-di-potenza-sistema"><strong>Diversi sistemi per diversi livelli di potenza sistema</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso un errore che viene commesso dagli automobilisti che si affacciano per la prima volta alla  tecnologia Full Hybrid è quella di sommare i due livelli di potenza. Ma non è così. Gli unici sistemi che sommano la potenza sono quelli che funzionano in parallelo puro, mentre gli altri combinano le due propulsioni per ottenere il valore voluto dal progettista. Si parla, infatti, di potenza di sistema e non di sommatoria algebrica delle potenze delle due unità propulsive. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/9964ed12a8f74fa2b8b875364e1b13b3_800-730x516.jpg" alt="9964ed12a8f74fa2b8b875364e1b13b3 800" class="wp-image-119814" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 238"><figcaption>Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 249</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-honda-e-hev-131cv-253nm-dati-dall-elettrico">Honda e:HEV 131cv 253Nm dati dall&#8217;elettrico </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel caso della Honda la potenza assoluta è data dalla componente elettrica pari come detto a 131cv e 253Nm di coppia. Questo perchè sulle ruote di trazione ci può andare o la potenza elettrica o quella endotermica. In nessun caso entrambi i propulsori forniscono insieme potenza alle ruote, quindi non è possibile sommare nemmeno in parte potenza e coppia nel risultato di sistema. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La soluzione scelta ha Honda, per quanto possa essere appiattita nell&#8217;erogazione quando il motore elettrico raggiunge la sua fase di coppia massima non è affetto da cali, ma semmai resta costante nella spinta, indipendentemente dallo stato della batteria. Questo perchè quando questa è in difficoltà il motore benzina fornisce potenza direttamente al motore di trazione attraverso l&#8217;inverter.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-kia-141cv-e-265nm-elettrico-e-benzina-si-sommano">Kia: 141cv e 265Nm,  Elettrico e Benzina si sommano</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’unico sistema parallelo puro preso in esame è quello della coreana Kia. La potenza è di 141cv è 265Nm ottenuta sommando le due componenti date dai 106cv e 144Nm del motore benzina ed i 44cv e 170Nm di coppia del motore elettrico. La coppia di sistema invece, viene sovrapposta nella fase intermedia con il valore di 265Nm che non è la somma. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è un erogazione più simile alla guida tradizionale, congeniale ad automobilisti conservatori che possono contare sulla presenza delle classiche marce ed un sound lineare nell&#8217;erogazione. Resta, comunque, la necessità di usare al meglio la possibilità di scegliere la cambiata in modo manuale, con le palette al volante, per avere sempre il cambio marcia nella migliore condizione di coppia possibile per evitare un fastidioso effetto di erogazione a fisarmonica della potenza che cala troppo prima del cambio marcia in automatico. </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-renault-e-tech-145cv-e-255nm-coppia-elettrica-con-boost-aggiuntivo">Renault e-Tech: 145cv e 255Nm, coppia elettrica con boost aggiuntivo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La potenza di sistema pari a 145cv e 255Nm di coppia del Renault e-Tech è ottenuta in modo particolare. Il valore di coppia corrisponde al quello espresso dalla somma dei due motori elettrici mettendo in secondo piano l&#8217;erogazione di coppia del benzina, relegato a ruolo si supporto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I tecnici Renault hanno imposto una logica di funzionamento in seriale come il sistema Honda e da parallelo come quello Kia. Il vero ago della bilancia è dato dal comportamento del conducente che può sbilanciare il funzionamento verso una delle due modalità sacrificando in modo eccessivo prestazioni o consumi. Nonostante le molteplici funzioni manuali e le mappature fornite dal Multi-Sense il modo migliore di far funzionare l&#8217;e-Tech è quello di lasciare fare tutto all&#8217;automatismo dimostrandosi versatile soprattutto nello sfruttamento ottimale della batteria. Se il motore benzina viene lasciato da solo la potenza, ma soprattutto la coppia, limita tanto le prestazioni nel frattempo che si recupera in carica. </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-toyota-hsd-122cv-e-230nm-elettrico-e-benzina-in-perfetto-equilibrio">Toyota HSD: 122cv e 230Nm, elettrico e benzina in perfetto equilibrio </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Toyota punta tutto sull’equilibrio con la potenza più bassa in assoluto di 122cv e 230Nm di coppia. Nel sistema HSD di quarta generazione, i due motori endotermico ed elettrico lavorano praticamente in modo sovrapposto.  Infatti i valori di 98cv e 142Nm di coppia per il benzina, ed i 72cv e 163Nm di coppia dell’elettrico non si sommano privilegiando sempre l&#8217;efficienza più che la prestazione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In base alla velocità di percorrenza e la pressione sul gas il sistema tende a privilegiare il funzionamento in modo seriale, ed anche quando lavora in parallelo tende a compensare unendo le prestazioni delle due unità motrici sfruttandole nella parte migliore dalla propria erogazione. Un tipo di funzionamento che premia l&#8217;utilizzo dell&#8217;auto a medio basso carico con un netto vantaggio nell&#8217;omologazione WLTP. Il conducente deve capire, e sapere, dove si trova la migliore condizione di funzionamento sacrificando all&#8217;occorrenza volontariamente la parte prestazionale per migliorare i consumi. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="623" height="226" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/t2-l1-i3.png" alt="t2 l1 i3" class="wp-image-119815" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 239" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2022/12/t2-l1-i3.png 623w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2022/12/t2-l1-i3-300x109.png 300w" sizes="(max-width: 623px) 100vw, 623px" /><figcaption>Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 250</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-libero-sfogo-alla-fantasia-per-le-trasmissioni"><strong>Libero sfogo alla fantasia per le trasmissioni </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Dove i tecnici delle quattro auto prese in esame si sono sbizzarriti è nella progettazione della trasmissione che resta automatica per tutte le propulsioni dal Full Hybrid. Gli schemi meccanici utilizzati per il cambio fanno sfoggio di fantasia progettuale di alto livello.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-monomarcia-per-la-potenza-elettrica-di-honda">Monomarcia per la potenza elettrica di Honda </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Si parte dal sistema Honda che essendo paragonabile ad una vettura elettrica funziona tipicamente con un solo rapporto. Una soluzione che punta sulla semplicità, sulla compattezza e sull’efficienza. Basta aprire il vano motore della HR-V per notare come l’intero sistema di propulsione spostato al centro rispetto ad un motore endotermico tradizionale. L’assenza della scatola del cambio tradizionale oltre a consentire di migliorare la distribuzione dei pesi, consente una riduzione degli stessi sull’asse anteriore bilanciando la presenza della batteria sull’asse posteriore.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="480" height="360" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2023/01/hqdefault-1.jpg" alt="hqdefault 1" class="wp-image-119925" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 240" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/01/hqdefault-1.jpg 480w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/01/hqdefault-1-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/01/hqdefault-1-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /><figcaption class="wp-element-caption">Trasmissione e:HEV</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, il cambio di trazione sulle ruote dall’elettrico al benzina avviene tramite una frizione multidisco a bagno d’olio. In questo modo nella modalità Engine Mode quando la propulsione endotermica veleggia con trazione diretta, sfruttando l’unica marcia presente paragonabile ad una sesta lunga. In questo modo si utilizza l&#8217;efficienza record del i-Vtec Honda abbassando il numero di giri nella marcia autostradale migliorando efficienza in condizioni dove tutti i sistemi ibridi hanno il loro tallone di Achille.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-cambio-a-doppia-frizione-con-motore-elettrico-inserito-nella-gearbox">Cambio a doppia frizione con motore elettrico inserito nella gearbox </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Kia adotta una soluzione per la trasmissione semplice e versatile. Il cambio si compone di un automatico a doppia frizione a sei rapporti. Nella zona anteriore della campana del cambio, dove potrebbe trovare spazio in classico convertitore di coppia, trova invece posto il motore elettrico. Un sistema semplice, adattabile ad ogni tipo di motore benzina. Soprattutto consente di utilizzare le sei marce del cambio sia in modalità automatica che in manuale utilizzando le palette al volante. In questo caso, oltre alla modularità della soluzione, l’automobilista che sceglie Kia non deve cambiare stile di guida rispetto al passato. Niente rumorosità slegata come l’Honda o effetto scooter come il Toyota. Chi guidava una Niro benzina o gasolio automatica troverà lo stesso stile di guida e lo stesso funzionamento anche per la Niro Full Hybrid.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="701" height="545" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/sdehhm7101l-1.png" alt="sdehhm7101l 1" class="wp-image-119816" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 241" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2022/12/sdehhm7101l-1.png 701w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2022/12/sdehhm7101l-1-300x233.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2022/12/sdehhm7101l-1-696x541.png 696w" sizes="(max-width: 701px) 100vw, 701px" /><figcaption>Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 251</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-cambio-ad-innesti-a-denti-e-due-marce-per-la-trazione-elettrica">Cambio ad innesti a denti e due marce per la trazione elettrica </h2>



<p class="wp-block-paragraph">I francesi di Renault, invece, hanno adottato una soluzione tecnica per la trasmissione affascinante. Il cambio a tre rapporti ad innesti a denti. La sincronizzazione dell’innesto delle marce avviene grazie al motore elettrico ausiliario, che oltre alla ricarica della batteria, ha anche il compito di allineare i due alberi su cui sono posti i rapporti per poi consentirne l’innesto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una scelta tecnica complessa che riesce a coniugare leggerezza e prontezza di risposta. Infatti, il cambio marcia del sistema Multi-Mode Renault è più veloce rispetto al canonico cambio a sei rapporti della Kia con effetto scooter praticamene ridotto ma non azzerato. Nonostante la buona risposta, infatti, la versatilità si avvicina ma non riesce ad avere la stessa spinta costante che riesce a fornire l’unico rapporto di Honda.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/maxresdefault-730x411.jpg" alt="maxresdefault" class="wp-image-119817" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 242"><figcaption>Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 252</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-il-solito-epicicloidale-per-toyota">Il solito epicicloidale per Toyota </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ultimo, ma solo per ordine alfabetico, la trasmissione automatica epicicloidale di Toyota. Un sistema complesso il cui compito è quello di far lavorare all’unisono la spinta elettrica e quella dell’endotermico in modo coerente. Si compone di una corona esterna, un ingranaggio centrale collegato direttamente al motore endotermico e quattro planetari che mettono in collegamento a seconda della modalità di funzionamento del sistema le due parti quella interna e quella esterna.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> Quando la vettura viaggia in modalità elettrica, la corona esterna è direttamente collegata alle ruote escludendo la parte centrale, come un rapporto unico tipicamente elettrico. La parte centrale rimane, invece,  vincolata al motore benzina ed il generatore per avere energia in batteria. Quando le due parti sono messe in collegamento si ottiene il funzionamento in parallelo del sistema. La trasmissione di Toyota è anche l&#8217;unica che non dispone di nessuna frizione di innesto per passare dalla modalità EV a quella Hybrid. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Un vantaggio in termini di affidabilità, ma è anche l&#8217;unica delle quattro trasmissioni prese in esame che fa sentire al conducente il momento del passaggio da una modalità di funzionamento all&#8217;altro. Nel corso degli anni i tecnici giapponesi sono riusciti a limitare questo fenomeno grazie al miglioramento della gestione elettronica ed idraulica di azionamento. </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-tutti-i-sistemi-sii-ricaricano-da-soli"><strong>Tutti i sistemi sii ricaricano da soli </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Essendo tutti sistemi full hybrid non hanno una carica esterna ma si autoalimentano. Anche in questo caso gli ingegneri dei vari reparti tecnici hanno trovato la soluzione che meglio riuscisse a garantire la ricarica della batteria nel modo più efficiente e duraturo.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-doppio-motore-elettrico-ad-alta-potenza-per-honda">Doppio motore elettrico ad alta potenza per Honda </h2>



<p class="wp-block-paragraph">La Honda utilizza un sistema a doppio motore elettrico. Il motore elettrico che funge da generatore è il più grande del lotto delle partecipanti ed è collegato al motore endotermico. Quando il motore benzina si accende mette in movimento la macchina elettrica ed attraverso l’inverter carica la batteria che ha una capacità di 1.1kWh. Avere un motore elettrico di grandi dimensioni e di potenza maggiore, oltre a poter sviluppare più carica della batteria in minor tempo di accensione consente di poter usare lo stesso motore elettrico come alimentazione aggiuntiva fornendo potenza al il motore elettrico da 131cv passando dall’inverter. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Unendo all&#8217;erogazione fornita dalla batteria anche quella del motore elettrico di ricarica si può gestire al meglio la capacità della stessa ed il funzionamento in un ampio campo di utilizzo. La soluzione scelta da Honda non consente di ottenere record in termini di ciclo di omologazione WLTP ma si dimostra come la più versatile e meno influenzabile dallo stile di guida escludendo di fatto la funzione di attivazione manuale EV dell&#8217;auto.  Il sistema Honda non rimanere mai a batteria zero conservando almeno il 20% di capienza con una spinta costante in termini di erogazione di coppia alle ruote senza cali per mancanza di energia in batteria cosa che può accadere con i sistemi di tipo parallelo. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/maxresdefault-1-730x411.jpg" alt="maxresdefault 1" class="wp-image-119819" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 243"><figcaption>Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 253</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-honda-prevede-frenata-rigenerativa-su-quattro-livelli">Honda prevede frenata rigenerativa su quattro livelli </h2>



<p class="wp-block-paragraph">La Honda è anche l’unica ad avere il sistema di frenata rigenerativa azionabile tramite la posizione &#8220;B &#8220;della leva del cambio automatico regolabile in quattro livelli a seconda delle modalità di guida. Per come è strutturato il sistema di recupero Honda, sfruttando la sola forza frenante elettrica in modo massiccio anche nelle condizioni di marcia a singhiozzo nel traffico sfruttando al meglio la guida one-pedal come una macchina elettrica pura. </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-kia-l-unico-motore-elettrica-deve-anche-ricaricare">Kia: L&#8217;unico motore elettrica deve anche ricaricare </h2>



<p class="wp-block-paragraph">La Kia utilizza invece un solo motore elettrico demandato sia alle funzioni di trazione che di ricarica. Nelle fasi di erogazione deve utilizzare l’energia presente in batteria che è anche la più grande del lotto come capienza di 1.5kWh. La ricarica avviene nelle fasi passive come rallentamento e frenate. Inoltre, quando il motore endotermico prende il sopravvento trascinandosi la macchina elettrica insieme alla trasmissione questa fornisce energia alla batteria. Un sistema di ricarica, semplice, che punta tutto sulla linearità e nella facilità di utilizzo, lasciando al conducente la possibilità di intervenire utilizzando vari livelli di frenata rigenerativa. Una funzione presa in prestito pari pari dalle sorelle Plug-In ed Electric. Quando la Niro viaggia in EV o Hybrid automatico può utilizzare la fase passiva come se fosse un auto elettrica come succede in Honda, guidando con la funzione One-Pedal. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="275" height="183" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/images-1.jpg" alt="images 1" class="wp-image-119837" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 244"><figcaption class="wp-element-caption">Kia: Motore elettrico inserito nella trasmissione </figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-secondo-piccolo-motore-elettrico-di-ricarica-per-renault-e-tech-e-toyota-hsd">Secondo, piccolo motore elettrico di ricarica, per Renault E-Tech e Toyota HSD</h2>



<p class="wp-block-paragraph">I due sistemi di Renault e Toyota invece utilizzano un ulteriore moto-generatore ad alta potenza da circa 25cv collegato al motore endotermico per fornire energia alla batteria. Nel caso del sistema francese, questo deve assolvere più funzioni. Oltre a ricaricare la batteria da 1.2kWh, deve fungere da sincronizzatore per il cambio ed offrire un boost di potenza per quando vengono chieste le massime prestazioni. Anche in questo caso esiste la possibilità di selezionare la modalità EV manuale e due funzioni Save per la batteria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, è presente la frenata rigenerativa &#8220;B&#8221; selezionabile dalla leva del cambio, ma non è regolabile rispetto alla gestione della Honda. Nel sistema e-Tech a seconda de livello della batteria, consente di frenare utilizzando la guida One-Pedal senza accendere il motore benzina per generare freno motore. In ogni caso è consigliabile utilizzare la frenata rigenerativa in discesa o pendenza con effetti benefici per l&#8217;efficienza. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/12/Toyota-Hybrid-Synergy-Drive-uses-a-planetary-power-divider-has-no-clutch-or-gear-730x447.png" alt="Toyota Hybrid Synergy Drive uses a planetary power divider has no clutch or gear" class="wp-image-119838" title="Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 245"><figcaption>Tecnica Full Hybrid II: Analisi delle tecnologie, Honda, Kia, Renault e Toyota di fascia media 254</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Come detto anche in Toyota utilizzano in moto-generatore ad alta potenza collegato al motore endotermico per fornire carica alla batteria da 1,4kWh. In questo caso il motore aggiuntivo si occupa solo di questa funzione. Anche in Toyota prevedono comunque la possibilità di azionare manualmente la marcia in EV e la possibilità di inserire la frenata rigenerativa &#8220;B&#8221; con un&#8217;unica modalità di funzionamento, consigliata da Toyota solo nella condizione di pendenza. </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-come-leggere-la-tabella"><strong>Come leggere la tabella</strong> </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nella tabella sottostante, abbiamo messo in evidenza tutte le caratteristiche dei singoli sistemi. Le colonne riportano nell’ordine: La potenza del motore endotermico (ICE), la potenza Elettrica, la potenza di sistema, le prestazioni con i dati di Accelerazione e Ripresa, il consumo medio dichiarato secondo il ciclo WLTP e il rilevato dai colleghi di Motor1.com sulla tratta Roma-Forlì. Un parametro preso come esempio essendo uguale per tutti con lo stesso collaudatore al volante. Ed infine il prezzo per fare la quadra sul rapporto prestazioni/costi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò che si evince, abbastanza facilmente, è un certo equilibrio tra le caratteristiche dei diversi sistemi. A dispetto di quanto accade con l&#8217;elettrificazione massiccia dove le vetture puramente elettriche tendo ad avere una certa uniformità tecnologica, per non parlare del conservatorismo delle motorizzazioni tradizionali, nel campo dell&#8217;ibridazione c&#8217;è ampio spazio, meno male, per la fantasia progettuale. Una varianza di tecnologie che determina il carattere e l&#8217;adattamento dell&#8217;auto al tipo di automobilista. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Sostanziale equilibrio tecnologico e prestazionale </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Indipendentemente dalle caratteristiche e dagli aspetti dove un sistema tende a prevalere sull&#8217;altro, i dati hanno il compito di determinare il carattere della vettura che si deve guidare. Spulciando i dati della tabella, viene esaltato il lavoro tecnologico fatto da Honda con le due unità motrici più potenti se prese separatamente. Avere maggiore potenza per entrambi i propulsori rende la HR-V incline a chi ama questo tipo di tecnologia ed è attento alle scelte tecniche avanzate. </p>



<p class="wp-block-paragraph"> Renault e Kia mostrano caratteristiche complessive migliori di potenza e coppia. Le colonne delle prestazioni mostrano une predominanza eterogena delle autovetture in esame. Stesso discorso per i consumi in termini di omologazione secondo il ciclo WLTP ed i valori nell&#8217;uso reale. Come si evince, nonostante le differenze di sistema ed i valori spesso diversi in potenza e coppia, ciò che fa prevalere una vettura rispetto ad un altra è il carattere che il costruttore ha infuso nell&#8217;utilizzo della tecnologia determinando un sostanziale livellamento. </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-tabella-caratteristiche-tecniche-prestazionali-e-di-consumi">Tabella caratteristiche, tecniche, prestazionali e di consumi </h2>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td>Modello</td><td>Potenza ICE</td><td>Potenza elettrica</td><td>Potenza sistema</td><td>Accelerazione 0-100 km/h&nbsp;</td><td>Ripresa 80-120</td><td>Peso/Potenza <br>Peso/Coppia</td><td>Consumo Dichiarato</td><td>Consumo effettivo</td><td>Prezzo</td></tr><tr><td>Honda HR-V 1.5 e:HEV</td><td><strong>LEC3 107cv 131Nm</strong></td><td><strong>131cv 253Nm</strong></td><td>131cv 253Nm</td><td>10,5 s</td><td><strong>6,9s</strong></td><td>10,5kg/cv <br>5,5kg/Nm</td><td>5,4L/100km Comb WLTP</td><td>4,85l/100km Roma-Forlì</td><td>33.000</td></tr><tr><td>Kia Niro 1.6 GDI Hybrid DCT</td><td>G4LE 106cv 144Nm</td><td>44cv 170Nm</td><td>141CV 265Nm</td><td><strong>10,4s</strong></td><td>7,2s</td><td><strong>9,9kg/cv <br>5,3kg/Nm </strong></td><td>4,2L/100km Comb WLTP</td><td>4,40l/100km *</td><td><strong>31.000</strong></td></tr><tr><td>Renault Arkana 1.6 e-Tech</td><td>H4M632 94cv 148Nm</td><td>M.E1 49cv 205Nm M.E2 20cv 50Nm</td><td><strong>145Nm 255Nm</strong></td><td>10,8s</td><td>7,1s</td><td>10,0kg/cv<br>9,7kg/Nm</td><td>4,8L/100km Comb WLTP</td><td><strong>4,30l/100km Rome-Forlì</strong></td><td>36.450</td></tr><tr><td>Toyota CH-R 1.8 Hybrid</td><td>2ZRFXE 98cv 142Nm</td><td>72cv 163Nm</td><td>122cv 235Nm</td><td>11s</td><td>8,3s</td><td>11,6kg/cv<br>10,0kg/Nm</td><td><strong>3,8L/100km Comb WLTP</strong></td><td>4,43l/100km Roma-Forli</td><td>32.900</td></tr><tr><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td></td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td></tr></tbody></table><figcaption class="wp-element-caption">Tabella caratteristiche tecniche sistemi Full Hybrid: In evidenza i valori migliori per categoria e fascia  *i valori inseriti della Kia Niro per i consumi reali, sono ricavati su un percorso analogo su prove effettuate in redazione. Il valore è assolutamente paragonabile alle concorrenti </figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-considerazioni-finali"><strong>Considerazioni finali.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se chi ha letto l’analisi ed ha avuto la pazienza di arrivare a questo punto, si aspetta un vincitore o una classifica, rimarrà deluso. In effetti non è possibile decretare un vincitore assoluto tra le tecnologie prese in esame se non per le effettive esigenze personali. Dalla tabella sopra ogni lettore può prendere atto dei parametri inseriti e fare un rapporto prestazioni, consumi in relazione ai costi, secondo le necessità che più si adattano al proprio stile di guida. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni sistema analizzato ha il suo modo di essere efficiente, prestazionale ed economico. Una componente molto importante, quindi, è la comprensione per un corretto utilizzo di ciò che si compra e si guida. Questa analisi tecnica si prefigge esattamente questo scopo. Fornire, cioè, al lettore, una sorta di guida per capire cosa compra e come deve essere guidato per rendere al meglio il proprio investimento. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Fermo restando la necessità di un approfondito test drive delle vettura. Le case prese in esame prevedono capitolati di prova approfondita prima di scegliere uno dei loro modelli. Un&#8217;opportunità fondamentale per l&#8217;automobilista alle prese con una nuova tecnologia potendo contare su una guida che lo accompagni a capire meglio ciò che guida e che deve scegliere in base alle sue esigenze. </p>
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		<title>Il volano: Funzionamento e tipologie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Oct 2022 19:41:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il volano è un elemento circolare posizionato sulla parte posteriore dell’albero motore di un motore endotermico. Esso che può essere composto da varie tipologie di materiale ed è contraddistinto da un determinato peso a secondo dell’utilizzo e lo scopo che deve avere il motore o l’automobile per cui viene utilizzato. Questo elemento viene ritenuto parte [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il volano è un elemento circolare posizionato sulla parte posteriore dell’albero motore di un motore endotermico. Esso che può essere composto da varie tipologie di materiale ed è contraddistinto da un determinato peso a secondo dell’utilizzo e lo scopo che deve avere il motore o l’automobile per cui viene utilizzato. Questo elemento viene ritenuto parte integrante del meccanismo di frizione e trasmissione, inoltre nella corona esterna è ricavata una dentatura per far agganciare il pignone del motorino di avviamento.</p>



<figure class="wp-block-image size-full" id="Immagine-volano-tratta-da-auto-doc.it"><img decoding="async" width="625" height="654" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/10/index.jpg" alt="" class="wp-image-118313" title="Il volano: Funzionamento e tipologie 255" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2022/10/index.jpg 625w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2022/10/index-300x314.jpg 300w" sizes="(max-width: 625px) 100vw, 625px" /><figcaption><a href="https://www.auto-doc.it/pezzi-di-ricambio/volano-10157" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Immagine volano tratta da auto-doc.it</a></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">In un motore endotermico a quattro tempi, le quattro fasi non hanno la stessa velocità di funzionamento. Il compito del volano è quella di regolarizzare l&#8217;azione delle fasi attraverso l’accumulo ed il rilascio di energia cinetica nelle fasi alternate compite dai pistoni.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-regolarizzare-l-azione-del-motore"><strong>Regolarizzare l&#8217;azione del motore</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">In sostanza il motore ha la massima velocità del pistone nella fase di espansione. Nelle altre tre fasi, aspirazione, compressione e scarico queste la velocità media è inferiore. Per regolarizzare questa differenza viene posto il volano. Quando il motore esegue una fase dove accelera troppo, il volano oppone resistenza, accumula energia cinetica e la rilascia nelle fasi in cui rallenta, regolarizzando il funzionamento mantenendo il regime quasi costante. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il materiale di cui si compone il volano cambia a seconda delle applicazioni. Dalla ghisa utilizzata nelle vecchie locomotive a vapore all&#8217;acciaio per la produzione delle automobili di serie, fino all&#8217;alluminio per motori ad alte prestazioni. Le caratteristiche di peso, dimensioni e capacità di resistenza ed inerzia per accumulare e rilasciare energia cambiano in mondo considerevole in funzione del materiale impiegato.  Un volano in alluminio ha una risposta più rapida del motore ma un funzionamento meno regolare e confortevole.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il volano Bi-Massa</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle applicazioni moderne, soprattutto su vetture dotate di motori diesel ad alta coppia, si utilizza un volano bi-massa. Questo rappresenta un&#8217;evoluzione del normale volano ed è costituito da una struttura che prevede un un primo disco metallico, detto disco primario che gira solidalmente con l’albero motore e trasmette il moto ad un disco secondario collegato al primo attraverso un sistema di molle. Queste ultime consentono ai due elementi circolari di ruotare in senso opposto di qualche decina di gradi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni componente del volano bi-massa è studiato in funzione delle caratteristiche strutturali e di erogazione del motore a cui viene collegato. Questo tipo di volano ha un duplice compito. Oltre a svolgere il compito tradizionale, il sistema di molle permette di smorzare le vibrazioni limitando la risonanza meccanica, grazie alla scomposizione delle masse e al montaggio elastico.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Scegliere bene per contenere i costi</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">In sostanza il volano bi-massa armonizza la catena cinematica rendendo più morbido e fluido l’intervento della frizione. Ciò si traduce in un maggior confort di marcia essendo più leggero ed elastico assorbendo in modo più efficace le oscillazioni incrementando la longevità degli organi della trasmissione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha, tuttavia, costi sensibilmente superiori ed è più delicato. Infatti, uno degli elementi che hanno problemi di affidabilità sono le molle che gestiscono l’azione del doppio disco. Di solito, al momento della sostituzione dell’elemento frizione, spesso è richiesta anche la sostituzione del volano bi-massa. Spesso le aziende di componentistica offrono al possibilità di avere kit completi composti da frizione e volano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aziende e siti c specalizzati in ricambistica consentono all’automobilista di poter attingere a tutte le aziende di componentistica presenti sul mercato che forniscono elementi come il volano per la propria auto. In questo modo si può scegliere, nel migliore dei modi, ed in tutta sicurezza il componente più adatto al proprio motore, garantito ed avendo un occhio al rapporto costi qualità in modo assolutamente flessibile.</p>
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		<title>Best Engine: Ferrari F163 con tecnologia PHEV</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Sep 2022 10:34:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Ferrari 296 GTB e GTS è spinta da una power train di tipo full ibrido plug-in, con ricarica esterna, in grado di percorrere fino a 25km/h in modalità full elettrico. Il sistema si compone nella sua parte endotermica, primo della famiglia di motori F163, dal nuovo turbo V6. Un propulsore che ha come caratteristica [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La Ferrari 296 GTB e GTS è spinta da una power train di tipo full ibrido plug-in, con ricarica esterna, in grado di percorrere fino a 25km/h in modalità full elettrico. Il sistema si compone nella sua parte endotermica, primo della famiglia di motori F163, dal nuovo turbo V6. Un propulsore che ha come caratteristica l&#8217;angolo tra la V delle bancate 120° e lubrificazione a carter secco. La cilindrata totale è di 2992 cm3 ottenuta con un alesaggio da 88mm e corsa da 82 mm per una potenza che varia da 663 cv ma che arriva ad erogare 830cv aggiungendo la potenza elettrica del sistema full ibrido plug-in. Un Motore turbo che conserva molte delle caratteristiche tipiche delle motorizzazioni aspirate ad alta potenza specifica con un limite di erogazione della potenza a quota 8000 giri/min con limitatore a 8500giri/min a con una coppia di 740 Nm 6250 giri/min. Anche il rapporto di compressione è piuttosto elevato con un valore di 9,4:1 per una potenza specifica di 221cv/litro</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/09/210030-car-296-GTB-V6_Engine-730x487.jpg" alt="210030 car 296 GTB V6 Engine" class="wp-image-117559" title="Best Engine: Ferrari F163 con tecnologia PHEV 256"><figcaption>Best Engine: Ferrari F163 con tecnologia PHEV 262</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-v6-turbo-con-angolo-di-120"><strong>V6 Turbo con angolo di 120°</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">I tecnici Ferrari hanno lavorato sulla combustione migliorando l’aspirazione integrando al meglio la posizione dei supporti motore posizionati sul lato aspirazione delle testate. Le dimensioni compatte consentono di sfruttare una fluidodinamica migliore aumentando l&#8217;efficienza di aspirazione. L&#8217;architettura a V di 120° ha consentito di installare i turbo in posizione centrale, interna alle bancate, riducendo sia l’ingombro che la distanza che l&#8217;aria deve coprire per arrivare nella camera di combustione. In questo modo viene massimizzata l&#8217;efficienza fluidodinamica condotti di aspirazione e di scarico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;aumento della pressione nella camera di combustione ha richiesto uno lavoro specifico per migliorare gli aspetti termo-fluidodinamici senza compromettere il peso e l&#8217;affidabilità del motore. La camera di combustione ha un’iniettore centrale e candele con iniezione a pressione di 350 bar per migliorare la composizione della miscela aria-carburante riducendo le emissioni. I condotti di aspirazione e scarico sono stati ridisegnati per massimizzare l&#8217;efficienza volumetrica garantendo elevati livelli di turbolenza nella camera.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nuovi collettori di aspirazione </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Rispetto alla tradizione in collettori di aspirazione sono integrati con il supporto per la valvola a farfalla e sono in materiale termoplastico utilizzato per realizzarli riduce il peso del motore. I condotti più corti consentono un migliore detuning fluidodinamico, oltre a ridurre i tempi di risposta causa del volume ridotto del condotto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa architettura ha portato anche allo sviluppo di una linea di scarico più lineare situata nella parte superiore del vano motore. La forma dello scarico realizzato in Iconel riduce la contropressione contribuendo ad aumentare le prestazioni. Si tratta di una lega acciaio-nichel che riduce il peso dello scarico rendendolo più resistente alle alte temperature.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/09/210028-car-296-GTB-V6_Engine-730x487.jpg" alt="210028 car 296 GTB V6 Engine" class="wp-image-117557" title="Best Engine: Ferrari F163 con tecnologia PHEV 257"><figcaption>Best Engine: Ferrari F163 con tecnologia PHEV 263</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Turbo IHI in grado di girare a 180.000 giri/minuto</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">I turbocompressori IHI sono stati ridisegnati utilizzando leghe più performanti che consentono di raggiungere un regime massimo di 180.000 giri con l’efficienza aumenta del 24%. La posizione simmetrica interna alle bancate controrotante e sfruttano un condotto mono-scroll. Il diametro della girante è ridotto del 5% lato compressore e dell&#8217;11% lato caldo. La riduzione delle masse rotanti ha permesso di ridurre l&#8217;inerzia ridotta dell’11% garantendo un&#8217;erogazione istantanea della potenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ utilizzo di leghe derivate dall&#8217;esperienza nel campo dei propulsori da F1. Anche il dimensionamento dei componenti nella progettazione del blocco motore e delle testate è stato fatto sulla base delle esperienze nelle corse. Il valvetrain, aziona le valvole con comando con bilanciere a rulli e punterie idrauliche con profili specifici per le valvole di aspirazione e scarico. L&#8217;albero motore è realizzato in acciaio nitrurato per sfruttare al meglio l’angolo della manovella di 120°.&nbsp;Dopo la forgiatura iniziale del lingotto grezzo, l&#8217;albero motore viene lavorato e sottoposto a trattamenti termici di nitrurazione profonda (per garantire la resistenza a carichi elevati) ed equilibratura. L&#8217;ordine di accensione del nuovo V6 (1-6-3-4-2-5) è basato sulla geometria del perno di banco dell&#8217;albero motore. Il 100% delle masse rotanti ed il 25% delle masse alternate sono naturalmente bilanciate riducendo i carichi sulle bronzine senza aumentare il peso del motore.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Distribuzione a catena per migliorare l&#8217;efficienza</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La distribuzione è a catena collega l’albero motore al gruppo pompa (acqua e olio) e gli alberi a camme con un elemento dedicato per bancata. La catena principale ha un tenditore idraulico dedicato, due catene a boccole con relativo tenditore idraulico diversificata nelle tensione tra il lato destro e sinistro, oltre a un&#8217;ulteriore comando dedicato per il gruppo pompa olio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/09/210029-car-296-GTB-V6_Engine-730x487.jpg" alt="210029 car 296 GTB V6 Engine" class="wp-image-117558" title="Best Engine: Ferrari F163 con tecnologia PHEV 258"><figcaption>Best Engine: Ferrari F163 con tecnologia PHEV 264</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La pompa dell&#8217;olio a cilindrata variabile è stata sviluppata per garantire che la pressione dell&#8217;olio sia costantemente controllata su tutte le fasi di funzionamento del motore. Un&#8217;elettrovalvola, comandata dalla centralina motore, è utilizzata per controllare la cilindrata della pompa in termini di portata e pressione. Questa eroga la quantità di olio necessaria a garantire il funzionamento e l&#8217;affidabilità del motore riducendo la potenza assorbita dalla pompa stessa. Per ridurre al minimo le perdite di pompaggio, il sistema di aspirazione dell&#8217;olio è stato potenziato mediante sei rotori di evacuazione: tre rotori specifici e dedicati per il carter, uno per il vano distribuzione e due per le testate.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un V6 con un sound da V12 </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista sonoro, il V6 sfrutta la forza dei turbo e l&#8217;armonia delle note ad alta frequenza tipiche di un V12 aspirato. Grazie proprio alla scelta di avere un angolo tra le bancate di 120° Anche ai bassi regimi la colonna sonora presenta armoniche da V12. Ai regimi più alti, garantisce quei tipici acuti all’altezza delle sue prestazioni, creando un senso di coinvolgimento senza precedenti soprattutto a capote abbassata. Una sonorità umica dettata dal particolare ordine di accensione simmetrico con i collettori di scarico sintonizzati con uguale lunghezza combinandosi in un’unica l&#8217;unica linea di scarico amplificano le onde di pressione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel caso della versione GTS il vano motore è stato ridisegnato per alloggiare l&#8217;hard top adottando un sistema di risonanza dello scarico (Hot-Tube) ottimizzato per la nuova conformazione dell&#8217;abitacolo. Quando il tettuccio è abbassato l&#8217;intera esperienza di guida crea un collegamento diretto tra l&#8217;abitacolo e il suono prodotto dallo scarico.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/09/210025-car-296-GTB-V6_Engine-730x487.jpg" alt="210025 car 296 GTB V6 Engine" class="wp-image-117554" title="Best Engine: Ferrari F163 con tecnologia PHEV 259"><figcaption>Best Engine: Ferrari F163 con tecnologia PHEV 265</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Propulsione elettrica derivata dalla F1</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore elettrico montato posteriormente produce fino a 167 cv, ed è derivato dall’esperienza diretta in Formula 1 da cui viene prelevato anche il sistema MGU-K (Motor Generator Unit, Kinetic). Il motore elettrico e quello endotermico comunicano tramite il Transition Manager Actuator (TMA) che consente di utilizzarli entrambi per produrre una potenza combinata di 830 cv, oppure disaccoppiarli per consentire al motore elettrico di funzionare da solo</p>



<p class="wp-block-paragraph">La trasmissione con cambio a DCT a 8 rapporti ha il motore elettrico MGU-K posizionato tra motore e cambio, il TMA per disaccoppiare il motore elettrico dall’endotermico e la batteria ad alta tensione da 7,45 Kwh con l&#8217;inverter che gestisce la potenza da inviare ai motori elettrici.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>MGU-K sviluppata dalle corse </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;MGU-K è un motore a flusso assiale a statore singolo e doppio rotore. Le sue dimensioni compatte e la sua struttura hanno permesso di ridurre la lunghezza del propulsore che ha contribuito ad accorciare il passo della Ferrari 296. Il motore elettrico carica la batteria ad alta tensione, accende il V6 fornendo la coppia e la potenza aggiuntiva di 315 Nm, circa il 20% in più rispetto alle applicazioni precedenti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/09/01_296_GTB_Engine_alto-730x516.jpg" alt="01 296 GTB Engine alto" class="wp-image-117552" title="Best Engine: Ferrari F163 con tecnologia PHEV 260"><figcaption>Best Engine: Ferrari F163 con tecnologia PHEV 266</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il TMA (Transition Manager Actuator) consente il passaggio dalla modalità elettrica a quella ibrida garantendo una coppia graduale e progressiva. Il suo software di controllo, sviluppato da Ferrari, comunica con il software del DCT, la centralina motore e l’inverter per gestire in modo più efficiente l&#8217;accensione del motore benzina e la sua disconnessione alla trasmissione. Grazie a componenti di nuova generazione, il TMA ha consentito la progettazione di una trasmissione incredibilmente compatta riducendo la lunghezza del gruppo propulsore di soli 54,3 mm. La sua architettura comprende una frizione a secco a triplo disco, un modulo di comando e centraline elettroniche di controllo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tecnologia PHEV con 25km di autonomia in EV</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La batteria ad alta tensione ha una capacità di 7,45 kWh posizionato sotto il pavimento dietro i sedili e per ridurre al minimo il volume ed il peso. Il sistema di raffreddamento, la struttura ed i punti di fissaggio sono integrati in un unico componente. L’intero elemento si compone di moduli con 80 celle collegate in serie. Un Cell Supervisor Controller è installato direttamente nei moduli per ridurre volume e peso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;inverter si basa su due moduli al silicio collegati in parallelo, la cui modalità di erogazione della potenza è stata ottimizzata per ottenere l&#8217;aumento di coppia dell&#8217;MGU-K. Questo componente converte l&#8217;energia elettrica con un livello di efficienza estremamente elevato (oltre il 94%) fornendo la potenza necessaria per avviare il V6 anche quando c&#8217;è la massima richiesta di energia elettrica.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/09/02_296_GTB_Engine_34-730x516.jpg" alt="02 296 GTB Engine 34" class="wp-image-117553" title="Best Engine: Ferrari F163 con tecnologia PHEV 261"><figcaption>Best Engine: Ferrari F163 con tecnologia PHEV 267</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ricarica rapida e frenata rigenerativa</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto riguarda le principali funzioni di carica, al posteriore è prevista la frenata rigenerativa sia in condizioni di frenata normale che con l’intervento dell&#8217;ABS, la sovrafrenata sul retrotreno in staccata viene gestita per ricaricare la batteria e gestire il freno motore. Quando in modalità eDrive il motore elettrico aziona solo le ruote posteriori ma passa alla modalità ibrida in base alla pressione sul pedale dell&#8217;acceleratore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il recupero di energia sfrutta la nuova unità Brake-by-Wire gestisce la miscelazione della forza idraulica ed elettrica in tutte le modalità di funzionamento (ABS compreso). Grazie al Brake-by-Wire, la corsa del pedale è ridotta al minimo assoluto, il che aumenta la sensazione di sportività senza trascurare l&#8217;efficienza in caso di frenata leggera oppure conservando una corsa del pedale tipicamente da uso in pista. Il modulo di controllo ABS, integrato con il sensore 6w-CDS, consente di spingere ulteriormente i limiti di aderenza degli pneumatici posteriori, aumentando la ripetibilità degli spazi di arresto migliorando le prestazioni in curva consentendo al guidatore di tenere la frenata fin dentro la curva in modo stabile.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>eManettino per la gestione delle prestazioni</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il Manettino diventa, eManettino ed ha quattro posizioni selezionabili dal volante. eDrive: il motore a combustione interna è spento con la trazione elettrica alle ruote posteriori e 25 km di autonomia ad una velocità massima di 135 km/h. Ibrida (H): questa è la modalità predefinita all&#8217;accensione. I flussi di potenza sono gestiti per la massima efficienza e la logica di controllo definisce l&#8217;intervento del motore a combustione interna bilanciando potenza e prestazioni. Performance: l&#8217;ICE è sempre acceso e aiuta a mantenere l&#8217;efficienza della batteria per garantire la piena potenza in ogni momento. Questa è l&#8217;impostazione ideale per la guida sportiva. Ed infine una funzione adatta alla pista per offrire il massimo delle prestazioni ma a costo di una minore ricarica della batteria</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le prestazioni dichiarano una velocità massima di 330 km/h per un accelerazione sullo 0-100 km/h in 2,9 sec, sullo 0-200 km/h in 7,6 sec coperti in soli 107 metri. Da notare che il tempo sulla pista di Fiorano è stato ottenuto con 1&#8242; 21&#8243; 80.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Consumi: Differenze tra i cicli Nedc e Wltp</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Aug 2022 19:23:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo di oggi è alle prese con crisi economiche e sconvolgimenti geo-politici. Situazioni che mettono a dura prova le tasche degli automobilisti in tema di caro carburanti. Quest’ultimo trova molto più interessante verificare il consumo della prossima auto che deve acquistare piuttosto che le prestazioni. Molti se non tutti sono pervasi da un forte [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il mondo di oggi è alle prese con crisi economiche e sconvolgimenti geo-politici. Situazioni che mettono a dura prova le tasche degli automobilisti in tema di caro carburanti. Quest’ultimo trova molto più interessante verificare il consumo della prossima auto che deve acquistare piuttosto che le prestazioni.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/08/WLTP-and-NEDC-speed-profiles-and-basic-characteristics-Alessandro-Marotta-et-al-2015-593x730.png" alt="WLTP and NEDC speed profiles and basic characteristics Alessandro Marotta et al 2015" class="wp-image-116764" title="Consumi: Differenze tra i cicli Nedc e Wltp 268"><figcaption>Consumi: Differenze tra i cicli Nedc e Wltp 271</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Molti se non tutti sono pervasi da un forte senso di scetticismo sui dati dichiarati dai costruttori in termini di consumi. I due cicli che vengono usati per verificare il consumo, il NEDC ed IL WLTP non godono certo della fama di essere sinceri in modo assoluto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il NEDC (New European Driving Cycle) aveva molte lacune. Difetti di valutazione dei consumi messi in evidenza in modo imbarazzante dal Diesel Gate che ha visto coinvolto il gruppo Volkwagen qualche anno fa. Questo ciclo di omologazione entra in vigore in Europa dal 1990. Si compone di un percorso che ha due rilevazioni. Una parte che simula il tratto urbano (ECE) che deve essere ripetuta quattro volte. A questa si aggiunge una parte di collaudo exstraurbano (EUDC) con una velocità di punta pari a 120KM/h, ma solo per dieci secondi. In tutto il test di rilevamento dura 20 minuti, con una velocità media di percorrenza di 33,6km/h.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/08/singleimageimage.resizedViewPort.noscale.assetRootXL-730x404.jpg" alt="singleimageimage.resizedViewPort.noscale.assetRootXL" class="wp-image-116765" title="Consumi: Differenze tra i cicli Nedc e Wltp 269"><figcaption>Consumi: Differenze tra i cicli Nedc e Wltp 272</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Questo ciclo viene svolta in laboratorio su banco rulli. La scelta può apparire irrealistica ma è sensata. Per costruttori che producono e progettano auto nelle zone più disparate del mondo avere un terreno comune di giudizio era fondamentale per i tecnici. Il vero problema semmai era nella realizzazione della prova da parte dello staff di collaudo. Condizioni di accelerazione blande e veleggiamento eccessivo che non corrisponde alla marcia reale neanche se il migliore collaudatore guiderebbe l’auto di prova.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scandalo dei motori diesel, ha spinto a trovare una nuova norma, o ad accelerare la sua approvazione con il ciclo WLTP (Worldwide harmonized Light vehicle Test Producture). Il test si svolge sia un laboratorio che con una parte stradale reale. I parametri di valutazione vengono suddivisi in base al rapporto peso potenza separando i veicoli leggeri, da quelli dedicati al trasporto merci e passeggeri. Il ciclo di prova è stato allungato a 30 minuti, e prevede quattro fasi. Tre aree di test effettuate a velocità crescente per simulare, il cittadino, l’extraurbano, la velocità autostradale a 130Km/h con punte che superano questo valore fino a 140km/h, per una media complessiva di 46,5km/h di percorrenza.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/08/singleimageimage.resizedViewPort.scale_.assetRootXL-730x404.jpg" alt="singleimageimage.resizedViewPort.scale .assetRootXL" class="wp-image-116766" title="Consumi: Differenze tra i cicli Nedc e Wltp 270"><figcaption>Consumi: Differenze tra i cicli Nedc e Wltp 273</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto sia difficile da replicare per l’automobilista medio, il WLTP è comunque più vicino alla realtà di quanto non sia il vecchio NEDC. Basta un po di perizia con un impegno non molto eccessivo per avere una distanza tra il teorico ed il reale in meno del 10%. Quindi è evidente che il valore da tenere in considerazione anche per mettere a confronto modelli diversi per la scelta della prossima auto è il WLTP. Sapendo come è composta la prova, magari organizzare un ciclo di test drive presso il dealer che tende a coprire le fasi di questo test per verificare le differenze sfruttando la strumentazione di bordo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al di la degli aspetti economici legati ai consumi, c’è sempre una certa coscienza ecologica che sta crescendo nella popolazione automobilistica. In questo caso i costruttori devono verificare su strada con un’apposita strumentazione appollaiata dietro la vettura denominata PEMS. (Portabile Emissions Messurement System). Questo strumento, complesso nella messa appunto, ha il compito di verificare in modo realistico e stabilire il limite di emissioni soprattutto in merito di NOx che poi il veicolo dovrà rispettare per la sua esistenza.</p>
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		<title>ZF: Il futuro della mobilità by-wire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Aug 2022 08:25:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I veicoli moderni diventano sempre più elettrificati, automatizzati e controllati da software. ZF è in prima linea nello sviluppo e nell’industrializzazione di sistemi avanzati per la gestione del telaio, con la gamma più completa del settore di tecnologie by-wire che fanno a meno del collegamento meccanico o di fluidi di sistema. Lo steer-by-wire di ZF [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">I veicoli moderni diventano sempre più elettrificati, automatizzati e controllati da software. ZF è in prima linea nello sviluppo e nell’industrializzazione di sistemi avanzati per la gestione del telaio, con la gamma più completa del settore di tecnologie by-wire che fanno a meno del collegamento meccanico o di fluidi di sistema. Lo steer-by-wire di ZF è una di queste è sarà presto diffuso una numerosa quantità di veicoli di cui il colosso tedesco e fornitore. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/08/1-ZF-By-Wire-Technologies-e1658333073271-730x547.jpg" alt="1 ZF By Wire Technologies e1658333073271" class="wp-image-116494" title="ZF: Il futuro della mobilità by-wire 274"><figcaption>ZF: Il futuro della mobilità by-wire 277</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I sistemi steer-by-wire, consentono un controllo completamente autonomo del veicolo per navette e robotaxi. Nei veicoli per trasporto privato offre funzionalità uniche. Il volante può essere retrattile in base alla modalità di guida anche completamente automatizzate. Il  controllo dello sterzo, integralmente adattabile, riduce l’angolo di sterzo per il parcheggio o manovre a bassa velocità, migliorando la sicurezza passiva grazie all’eliminazione del piantone dello sterzo. Questa soluzione appare ideale per i turi veicoli elettrici e automatizzati.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>ZF Group guida la trasformazione steer-by-wire</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ieri ZF ha annunciato che questa tecnologia sarà lanciata su scala industriale da un’importante casa automobilistica a livello mondiale entro il prossimo anno. Inoltre questo sistema di integra con il controllo integrato della frenata (Integrated Brake Control), a sua volta prevalentemente controllato dalla tecnologia by-wire. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/08/3-ZF-Steer-by-Wire-e1658333117353-730x548.jpg" alt="3 ZF Steer by Wire e1658333117353" class="wp-image-116495" title="ZF: Il futuro della mobilità by-wire 275"><figcaption>ZF: Il futuro della mobilità by-wire 278</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Plasmare il futuro by-wire</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il piano ZF è quello di confermare la sua leadership nei sistemi steer-by-wire, incluso sterzo su ruote posteriori, brake-by-wire, con controllo integrato della frenata e sospensione attiva a controllo elettronico, diventando il produttore di riferimento per tali sistemi entro il 2030. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste tecnologie saranno combinate tra loro per ottenere soluzioni che offrano miglioramenti maggiori di quelli che potrebbero offrire individualmente. In questo contesto, il software e le combinate architetture elettriche/elettroniche (E/E) sono fondamentali nel fornire valore aggiunto. I sistemi by-wire offrono maggiori livelli di controllo del veicolo consentendo spazi di arresto ridotti, maggiore libertà nelle manovre, migliore stabilità alle alte velocità e maggiore autonomia ed efficienza.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/08/5-ZF-Brake-by-Wire-e1658333353527-730x548.jpg" alt="5 ZF Brake by Wire e1658333353527" class="wp-image-116496" title="ZF: Il futuro della mobilità by-wire 276"><figcaption>ZF: Il futuro della mobilità by-wire 279</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Con le tecnologie by-wire l’entità dell’assistenza alla sterzata o della coppia frenante può essere ottimizzata per emulare la tipica sensazione che i conducenti si aspettano, ma può anche essere regolata all’istante per incrementare la forza frenante e ridurre lo spazio di arresto, o per evitare un ostacolo più abilmente di quanto saprebbero fare i conducenti stessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema di frenata IBC brake-by-wire di ZF consente la frenata rigenerativa e il recupero di energia che aiuta a ricaricare le batterie dei veicoli elettrici, unendosi alla tecnologia eDrive per incrementare il motion control, aumentare l’autonomia e offrire un sistema più compatto.</p>
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		<title>Tenneco: FM-T88A la soluzione per ridurre l&#8217;uso di Cobalto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Apr 2022 20:49:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mercato dell’auto sta vivendo uno dei momenti peggiori in assoluto della sia storia. Prima la crisi dei microchip, poi la pandemia ed infine, giusto per non farsi mancare nulla, una situazione geopolitica decisamente complicata. Tutte insieme, sono situazioni che hanno messo in crisi le forniture materie prime, in particolare quelle rare come il Cobalto. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il mercato dell’auto sta vivendo uno dei momenti peggiori in assoluto della sia storia. Prima la crisi dei microchip, poi la pandemia ed infine, giusto per non farsi mancare nulla, una situazione geopolitica decisamente complicata. Tutte insieme, sono situazioni che hanno messo in crisi le forniture materie prime, in particolare quelle rare come il Cobalto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto possa sembrare un elefante che si muove lentamente, l’industria dell’auto può correre ai ripari potendo contare su colossi della componentistica che sanno come trovare soluzioni per ridurre i disagi. Del resto, è risaputo che l’industria meccanica ha potenzialità superiori, dal punto di vista tecnologico e di efficienza. Spesso le soluzioni tecniche più avanzate sono tenute in naftalina solo per una questioni di rapporto costi/benefici. Ma quando il momento diventa critico, allora è la necessità rende impellente una soluzione che attinga a tutta la conoscenza dei centri ricerca dei colossi della componentistica. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La soluzione messa in campo da Tenneco</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il cobalto viene utilizzato negli elementi che vengono sollecitati alle alte temperature fornendo resistenza all&#8217;usura lavorando con intervalli di temperatura elevati. In campo motoristico si tratta di boccole per valvole wastegate del turbocompressore, valvole EGR e le sedi delle valvole di scarico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In particolare, la Tenneco si è impegnata nel trovare una soluzione alla necessità di ridurre il cobalto nelle leghe sottoposte a stress meccanico e termico. Lo scopo è quello di creare un materiale che possa offrire maggiori prestazioni dal punto di vista della resistenza all&#8217;usura utilizzando un contenuto di cobalto notevolmente ridotto. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2022/04/Tenneco_Microstruttura_FM-T88A_500x-730x548.jpg" alt="Tenneco Microstruttura FM T88A 500x" class="wp-image-113485" title="Tenneco: FM-T88A la soluzione per ridurre l&#039;uso di Cobalto 280"><figcaption>Tenneco: FM-T88A la soluzione per ridurre l'uso di Cobalto 281</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tanti gli elementi coinvolti in un automobile</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Elementi come le boccole nelle valvole EGR, o le valvole wastegate del turbocompressore come quelle dei gas di scarico possono possono essere soggette ad una variazione ti temperatura che va da meno di 0°C fino a 1000°C. Proprio questa ampia escursione rende difficile la progettazione in funzione dell’affidabilità nel tempo. Soprattutto nella gamma di temperature fino a ~400°C, i materiali ad alto contenuto di cobalto hanno reso al meglio. In questa fascia i progettisti di Tenneco sono andati oltre ridefinendo il quantitativo minimo di Cobalto per garantire un risultato efficace senza spreco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca ha fuso elementi tipici della lega FM-8100, una lega a base ferrosa senza l’apporto di Cobalto, con la FM-T95A, invece sinterizzato con il 54% in peso di Cobalto. Queste due leghe si pongono agli stremi di una gamma di cinque materiali con contenuto di cobalto vario suddivisi in funzione delle prestazioni dell’usura e l’intervallo di temperatura a cui rendono al meglio.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un risultato ottimale per costi ed affidabilità </strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La nuova variante FM-T88A  è composto da un acciaio sinterizzato con il 17% di Cobalto. Una quantità che riesce a soddisfare i requisiti di produzione,  la miscelazione delle polveri, il processo di sinterizzazione, la lavorabilità ed infine la garanzia della qualità ottimale. Le prove effettuate hanno evidenziato come la lega FM-T88A ha migliorato i risultato per l’utilizzo estremo in una boccola per la valvola wastegate del turbocompressore funzionante a temperature fino a 800°C migliorando le prestazioni rispetto all’originale pur con una percentuale di Cobalto più bassa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo i tecnici Tenneco, i risultati hanno mostrato che a 200°C la FM-T88A offre prestazioni e costi paragonabili alle leghe senza cobalto di una lega senza ridotta cobalto pur garantendo un livello di resistenza all&#8217;usura paragonabile ad un materiale ad alto contenuto di cobalto per tutto il range di temperature a cui può lavorare il componente.</p>
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		<title>Candela Bosch: funzionamento e sostituzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Sep 2021 16:48:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nei tradizionali motori a scoppio le candele di accensione fanno scaturire la scintilla che provoca la combustione del carburante all’interno del cilindro. Le candele di accensione vengono avvitate sulla testa del cilindro dell’auto con la parte inferiore, dove si trovano due elettrodi, che si affaccia direttamente nella camera di combustione. Tra i due elettrodi viene [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Nei tradizionali motori a scoppio le candele di accensione fanno scaturire la scintilla che provoca la combustione del carburante all’interno del cilindro. Le candele di accensione vengono avvitate sulla testa del cilindro dell’auto con la parte inferiore, dove si trovano due elettrodi, che si affaccia direttamente nella camera di combustione. Tra i due elettrodi viene fatta scaturire la scintilla, la quale, al termine della fase di compressione, incendia la miscela aria-combustibile che arriva al cilindro grazie alle valvole di aspirazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come tutti quei componenti di un veicolo usati regolarmente, anche le candele a causa di accumuli di detriti e di usura sono soggette a malfunzionamento, rendendo difficoltoso lo scocco della scintilla. Per far fronte a questo problema, è consigliabile far controllare in un’officina questi dispositivi dopo aver superato la soglia dei 10.000 km di percorrenza, affinché il meccanico possa occuparsi della loro manutenzione e, se necessario, della loro sostituzione. Un cambio delle candele è comunque raccomandabile dopo i 15.000 km per i modelli d’auto più vecchi e i 40.000 km per quelli più recenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Seppur vendute separatemene, è buona norma sostituire le candele tutte insieme. Inoltre, si sconsiglia di far installare sulla propria autovettura accessori già usati e di marche diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La candela di accensione Bosch Super 4 ha un filetto esterno di 14 mm, una lunghezza filettatura di 19 mm, un andamento scintilla di 4 mm, una distanza interelettrodica di 1 mm, un’apertura chiave di 1 mm, un passo filettatura di 1,25 mm, una coppia spunto/serraggio di 28 mm, 4 poli ed un angolo di regolazione pari a 90 gradi. <a href="https://www.pezzidiricambio24.it/1148127-bosch" target="_blank" rel="noopener"><u>La candela Bosch Super 4 è adatta a molti veicoli</u></a>, quali ad esempio: Audi, Austin, Daewo, Daimler, Fiat, Lexus, Seat e molti altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il controllo e la sostituzione delle candele sono operazioni non particolarmente difficili, che possono essere tranquillamente fatte anche nel garage di casa. Occorre avere un’apposita chiave per candele o in sostituzione una chiave dinamometrica dotata di una presa per candele, un giravite ed un panno. L’operazione si deve eseguire a motore freddo ed indossando dei guanti per proteggere le mani dal contatto con i liquidi del motore. Con l’attrezzatura accanto procedere come segue.</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Sollevare il cofano e localizzare le candele di accensione. Nel caso che le candele siano protette da un tappo o da un coperchio, procedere con loro rimozione. Allontanare poi il cappuccio delle candele, stando attenti a non scordare il cilindro di appartenenza.<br></li><li>Con l’ausilio di una chiave a tubo o a rocchetto o di una chiave per candele, allentare le candele, per poi svitarle e rimuoverle a mano, eliminando l’eventuale polvere con un panno.<br></li><li>Avvitare le candele nei rispettivi fori. Prima di fare ciò è consigliabile lubrificarne la superficie. Dopo aver inserito la candela nel suo alloggiamento, essa va ruotata in direzione opposta a quella del serraggio sino a quando le due filettature non saranno allineate.<br></li><li>Rimontare i tappi e i coperchi, come ultimo passo.<br></li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso della sostituzione delle candele, è consigliabile verificare lo stato dei cavi e controllare lo stato d’usura degli altri componenti del motore, pulendo via con un panno polvere ed altre impurità.</p>
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		<title>Tesla: In arrivo la SUV Premium Model Y</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Aug 2021 07:37:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Elon Musk è stato il pioniere della mobilità elettrica. La Tesla Model Y è la risposta all’attacco che da tutte le parti sta arrivando produttore di Palo Alto dai colossi dell’auto. Suv versatile e prestazionale Quindi è giunto il momento di portare la folosofia Tesla in uno dei segmento più combattuti e diffusi del mercato [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Elon Musk è stato il pioniere della mobilità elettrica. La Tesla Model Y è la risposta all’attacco che da tutte le parti sta arrivando produttore di Palo Alto dai colossi dell’auto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/08/Tesla-Model_Y-2021-1024-02-730x548.jpg" alt="Tesla Model Y 2021 1024 02" class="wp-image-108624" title="Tesla: In arrivo la SUV Premium Model Y 282"><figcaption>Tesla: In arrivo la SUV Premium Model Y 285</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-suv-versatile-e-prestazionale">Suv versatile e prestazionale </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi è giunto il momento di portare la folosofia Tesla in uno dei segmento più combattuti e diffusi del mercato quello delle SUV di medie dimensioni premium senza dimenticare aspetti fondamentali come sicurezza e versatilità. Per i clienti che hanno già versato la caparra, le consegne della versione intermedia Long Range con Dual-Motor All-Wheel Drive, inizieranno le consegne per fine Agosto. In seguito arriveranno anche le interessanti varianti Performance. </p>



<p class="wp-block-paragraph"> Il suo design è concepito per sfruttare al meglio l’aerodinamica della vettura. Stile pulito, elegante, utile per migliore autonomia.   La piattaforma tecnica è dedicata, concepita per essere un veicolo elettrico fin dalla progettazione iniziale. La Tesla Model Y, quindi, garantisce valori di spazio per ospitare fino sette adulti e bagagli fino a 1.9 metri cubi.  </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/08/Tesla-Model_Y-2021-1024-03-730x548.jpg" alt="Tesla Model Y 2021 1024 03" class="wp-image-108625" title="Tesla: In arrivo la SUV Premium Model Y 283"><figcaption>Tesla: In arrivo la SUV Premium Model Y 286</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Le prestazioni segneranno un netto miglioramento grazie all’utilizzo degli ultimi ritrovati in termini di propulsione elettrica, gestione elettronica e sfruttamento della nuova batteria. I progettisti americani hanno lavorato per sfruttare al meglio un modo sempre più efficiente ogni kW immagazzinato. </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-powertrain-potente-con-trazione-integrale">Powertrain potente con trazione integrale </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le nuove macchine elettriche sono più efficienti ed ultra-reattivi forniscono potenza da 351cv, per garantire un’accelerazione sullo 0 a 100 km/h in soli 3,5 secondi e una velocità massima fino a 217km/h e la trazione integrale, con il motore anteriore che eroga 200cv e quello posteriore principale da 275cv. In sostanza c’è abbastanza potenza da garantire un&#8217;eccellente manovrabilità per qualsiasi condizione stradale e 525km di autonomia con batteria Long Range.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La posizione della batteria consente di abbassare il baricentro e centrare le masse in modo ideale tra i due assi. Il telaio e la carrozzeria sfruttano la struttura stessa che ingloba la batteria per irrigidire la scocca e migliorare la dinamica. La sicurezza passiva sfrutta la deformazione di strutture programmate per offrire la massima protezione in caso di incidente. </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-funzionale-e-sempre-piu-connessa"> Funzionale e sempre più connessa  </h2>



<p class="wp-block-paragraph">La dotazione interna di livello premium, con materiali di alta qualità. Di serie il tetto panoramico in vetro e i sedili profilati per creare una sensazione di spaziosità offrendo un&#8217;ampia visuale da ogni sedile del veicolo.  L’interfaccia con schermo touchscreen da 15 pollici all&#8217;interno sostituisce tutti i controlli fisici dell&#8217;auto.  Anche per salire a bordo non sono necessarie le chiavi, nemmeno il telecomando Key-less,  basta connettere il proprio smatphone per avere accesso la veicolo e le sue funzioni di bordo.  </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/08/2021-tesla-model-y-interior-730x411.jpg" alt="2021 tesla model y interior" class="wp-image-108627" title="Tesla: In arrivo la SUV Premium Model Y 284"><figcaption>Tesla: In arrivo la SUV Premium Model Y 287</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La app Tesla Mobile consente di regolare il pre-condizionamento, rilevare la posizione della vettura, monitorare le condizioni di traffico gestendo lo stato della batteria e la possibilità ricarica, adeguando il viaggio in funzione delle colonnine presenti sul percorso. &nbsp;&nbsp;La Model Y sfrutta, per la ricarica, le colonnine Supercharger sia esistenti che di nuovo tipo V3 con la possibilità di ricaricare 500km in soli 20 minuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2021/05/27/toyota-mirai-la-berlina-fuel-cell-di-seconda-generazione/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=toyota-mirai-la-berlina-fuel-cell-di-seconda-generazione</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 May 2021 16:46:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando il presidentissimo di Toyota, Akio Toyoda, ha dichiarato che l’automobile elettrica sarebbe stato un errore, probabilmente è stato travisato. O meglio, avviso di chi scrive, è che l’auto elettrica che si fornisce attraverso la rete elettrica esterna possa essere sopravvalutata. Di fatto, invece, i fatti dimostrano di come il colosso giapponese sia fortemente impegnato [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Quando il presidentissimo di Toyota, Akio Toyoda, ha dichiarato che l’automobile elettrica sarebbe stato un errore, probabilmente è stato travisato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-3a.jpg" alt="Toyota Mirai 2022 1024 3a" class="wp-image-106783" title="Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 288" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-3a.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-3a-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-3a-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-3a-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-3a-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 298</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">O meglio, avviso di chi scrive, è che l’auto elettrica che si fornisce attraverso la rete elettrica esterna possa essere sopravvalutata. Di fatto, invece, i fatti dimostrano di come il colosso giapponese sia fortemente impegnato nella trazione elettrica, ma quella che si sostiene da sola senza fare ricorso come fonte primaria alla ricarica esterna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tecnologia Fuel Cell, infatti, sfrutta una cella di combustibile per creare energia per alimentare la batteria che a sua volta fornisce potenza alla trazione elettrica. Come combustibile si utilizza l’idrogeno, la materia prima più diffusa del creato. Purtroppo, &nbsp;anche se diffusissimo, l’idrogeno va stoccato, trasportato e reso fruibile con tempi di rifornimento accettabili.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-4a.jpg" alt="Toyota Mirai 2022 1024 4a" class="wp-image-106784" title="Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 289" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-4a.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-4a-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-4a-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-4a-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-4a-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 299</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Al momento, per produrre idrogeno adatto ad alimentare una fuel cell, si spende più energia tradizionale di quanto se ne risparmia in termini di inquinamento. Un delta che può essere compensato se a cascata che gli impianti industriali venissero convertiti. Spetta quindi ai legislatori adottare misure che spingano verso lo sviluppo di questa tecnologia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intanto, così come accadde quando fu introdotta per la prima volta la tecnologia ibrida endotermico/elettrico anche in questo caso Toyota è stata una delle prime a sviluppare tale tecnologia dal lontano 1992 fino alla nascita della priva generazione della Mirai nel 2014.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-68.jpg" alt="Toyota Mirai 2022 1024 68" class="wp-image-106785" title="Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 290" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-68.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-68-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-68-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-68-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-68-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 300</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La prima berlina fuel cell ad idrogeno giunge alla seconda generazione abbandonando concetti di funzionalità per adottare uno stile più emotivo e dinamico con prestazioni di guida più gratificanti. Il sistema di celle a combustibile è stato completamente riprogettato portando l&#8217;autonomia a 650 km rilasciando solo vapore acqueo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Mirai di seconda generazione conserva solo il nome della prima serie. La piattaforma tecnica è la GA-L, con la cella combustibile spostata nella zona anteriore sfruttando il vecchio vano adibito alla presenza del motore endotermico. L&#8217;altezza è stata ridotta per una linea più sportiva con passo da 2.920 mm ed una lunghezza complessiva di 4.975 mm. L’impronta a terra migliora grazie all’aumento di 75 mm della carreggiata e l’utilizzo di ruote da 19 e 20 pollici con pneumatici sportivi 235/55 R19 e 245/45 R20. Il risultato è stilisticamente più dinamico, ma anche tecnicamente efficace con il baricentro più basso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-89.jpg" alt="Toyota Mirai 2022 1024 89" class="wp-image-106786" title="Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 291" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-89.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-89-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-89-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-89-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-89-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 301</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I serbatoi hanno una struttura multistrato più robusta e sono disposti a &#8220;T&#8221;. Il più lungo è in posizione longitudinale centrale sotto il pavimento, mentre i due serbatoi più piccoli sono posti lateralmente sotto i sedili posteriori per una capacità totale di 5,6 kg di idrogeno. La dimensione dell’involucro è stata ridotta grazie a nuove saldature che riducono lo spazio tra la cella a combustibile e il rivestimento esterno. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La batteria ad alta tensione ed il motore elettrico sono posizionati sopra l&#8217;asse posteriore con un bilanciamento dei pesi 50:50. Questa è formata da elementi in nichel-metallo idruro ed è costituita da 84 celle con una tensione di 310,8V ed una capacità di 4,0 Ah dal peso di 46,9 con potenza che varia da 25,5 kW a 31,5 kW x 10 secondi. Il sistema di raffreddamento è stato ottimizzato sfruttando prese d&#8217;aria ricavate su entrambi i lati dei sedili posteriori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">l nuovo blocco delle celle di combustibile e il convertitore di alimentazione sono stati adattati alla nuova piattaforma tecnica utilizzando un polimero solido passando a 330 invece di 370. Il record di potenza specifica è pari a 5,4 kW / l con potenza massima da 114 kW a 128 kW. Le prestazioni a basse temperature sono state migliorate consentendo l’avvio anche a temperature fino a -30. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-75.jpg" alt="Toyota Mirai 2022 1024 75" class="wp-image-106787" title="Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 292" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-75.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-75-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-75-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-75-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-75-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 302</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I progettisti giapponesi hanno lavorato su ogni componente come pompe dell&#8217;acqua, l&#8217;intercooler, l&#8217;aria condizionata e i compressori d&#8217;aria e la pompa di ricircolo dell&#8217;idrogeno per renderla più piccola e leggera del 50%, migliorando allo stesso tempo le prestazioni del 12%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il riposizionamento del collettore e l&#8217;ottimizzazione della forma del separatore del canale del gas ha reso più efficiente il sistema. Sono stati anche adottati materiali innovativi per gli elettrodi mentre il convertitore CC-CC è stato ridotto del 21% con il peso portato a 2,9 kg. &nbsp;Per la prima volta in assoluto viene utilizzato un materiale semiconduttore in carburo di silicio di nuova generazione nei transistor IPM (intelligent power model) per un minore consumo energetico grazie al minor numero di transistor.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-cc.jpg" alt="Toyota Mirai 2022 1024 cc" class="wp-image-106788" title="Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 293" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-cc.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-cc-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-cc-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-cc-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-cc-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 303</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La nuova presa d&#8217;aria limita la perdita di pressione contenendo materiale fonoassorbente per ridurre il rumore. Lo scarico utilizza un tubo in resina per evacuare una grande quantità di aria e acqua riducendo le dimensioni ed il peso del 30%.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-d1.jpg" alt="Toyota Mirai 2022 1024 d1" class="wp-image-106789" title="Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 294" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-d1.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-d1-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-d1-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-d1-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-d1-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 304</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;adozione della piattaforma GA-L consente di ricavare una maggiore rigidità della scocca migliorando le prestazioni dinamiche della Mirai. Nuovi rinforzi per il telaio e l’utilizzo di saldatura laser hanno permesso di irrigidire la il telaio contenendo il peso complessivo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le sospensioni hanno uno schema MacPherson all’anteriore e posteriori multilink con barre antirollio più spesse e riposizionamento ottimale dei giunti sferici superiore e inferiore per una rigidità delle sospensioni più elevata. Questo consente di ottenere maggiore reattività e stabilità. La nuova Toyota Mirai promette di essere efficace sia nella guida autostradale che su strade tortuose migliorando l’accelerazione in uscita dalle curve.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-c3.jpg" alt="Toyota Mirai 2022 1024 c3" class="wp-image-106790" title="Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 295" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-c3.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-c3-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-c3-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-c3-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-c3-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 305</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo della Mirai e di ripulire l’aria che alimenta il sistema con emissioni zero assolutamente pulite allo scarico. Un filtro catalizzatore incorporato nella presa d&#8217;aria viene attraversato da una carica elettrica statica catturando le particelle microscopiche di inquinanti. Elementi come l’anidride solforosa, protossido di azoto e particolato PM 2,5 vengono rimossi dal 90 al 100%. emettendo inquinamento pari a zero. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Toyota non nasconde le sue ambizioni volendo portare a 10 volte il volume delle vendite della versione attuale. Un successo che si può ottenere grazie al riposizionamento in una fascia di mercato più in linea con l’immagine tecnologica di Mirai II con un prezzo più economico del 20%. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-ca.jpg" alt="Toyota Mirai 2022 1024 ca" class="wp-image-106791" title="Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 296" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-ca.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-ca-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-ca-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-ca-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/Toyota-Mirai-2022-1024-ca-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 306</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La diffusione delle vetture con tecnologia FCEV aumenterà costantemente con il miglioramento delle infrastrutture per lo stoccaggio, il trasporto e la distribuzione dell’idrogeno. Il numero di stazioni di servizio aumenta con un sempre maggiore interessamento da parte di governi e autorità locali che non potranno fare altro che introdurre nuovi incentivi e regole per consentire l’utilizzo e la diffusione di una mobilità più pulita.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In collaborazione con </strong><a href="https://www.facebook.com/ToyotaTMotor/" data-type="URL" data-id="https://www.facebook.com/ToyotaTMotor/" target="_blank" rel="noopener"> <strong>Toyota T Motor San Lazzaro di Savena (BO) @ToyotaTMotor&nbsp;&nbsp;</strong></a></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="468" height="469" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/05/140289666_2862769870675481_6180285191412361253_n.jpg" alt="140289666 2862769870675481 6180285191412361253 n" class="wp-image-106794" title="Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 297" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/140289666_2862769870675481_6180285191412361253_n.jpg 468w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/140289666_2862769870675481_6180285191412361253_n-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/05/140289666_2862769870675481_6180285191412361253_n-300x301.jpg 300w" sizes="(max-width: 468px) 100vw, 468px" /><figcaption>Toyota: Mirai la berlina fuel cell di seconda generazione 307</figcaption></figure>
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		<title>BREMBO SPIEGA I MOTIVI PER CUI LA VENTILAZIONE DEI FRENI DI FORMULA 1 È UN ASPETTO COSÌ DELICATO E CRUCIALE PER I TEAM</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2021/04/20/brembo-spiega-i-motivi-per-cui-la-ventilazione-dei-freni-di-formula-1-e-un-aspetto-cosi-delicato-e-cruciale-per-i-team/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=brembo-spiega-i-motivi-per-cui-la-ventilazione-dei-freni-di-formula-1-e-un-aspetto-cosi-delicato-e-cruciale-per-i-team</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Apr 2021 00:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Formula 1]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni monoposto di Formula 1 è il risultato di migliaia di ore di studio, di innumerevoli calcoli al computer, simulazioni e test, nonché di diverse sessioni in galleria del vento, necessarie per ottimizzare sino al più piccolo componente. In questo senso i sistemi frenanti non fanno eccezione e Brembo sottopone a durissimi e sofisticatissimi test [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ogni monoposto di Formula 1 è il risultato di migliaia di ore di studio, di innumerevoli calcoli al computer, simulazioni e test, nonché di diverse sessioni in galleria del vento, necessarie per ottimizzare sino al più piccolo componente. In questo senso i sistemi frenanti non fanno eccezione e Brembo sottopone a durissimi e sofisticatissimi test e simulazioni tutti i componenti dei sistemi frenanti forniti alle scuderie di Formula 1.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante tutti i calcoli e i test statici e dinamici, <strong>la storia delle corse è però ricca di eventi inaspettati che hanno generato un problema non previsto, compromettendo la buona riuscita di un Gran Premio</strong>. Nella maggior parte dei casi la causa scatenante è stata di ragione esterna e indipendente dal team, come per esempio un componente che si stacca da un’altra monoposto. A volte invece i guasti sono stati generati da fattori non legati alle altre auto in pista: è il caso dell’ un’invasione di un’animale o anche di un oggetto proveniente dalle tribune. Ne sa qualcosa l’Alpine Renault che ha fermato Fernando Alonso dopo soli 33 giri del GP Bahrain 2021 per evitare guai peggiori alla sua A521. ​</p>



<p class="wp-block-paragraph">​Tutta colpa della carta di un panino che si è incastrata nelle prese d’aria dei freni posteriori della vettura, generando un surriscaldamento che ha finito con il minare il funzionamento dell’impianto frenante. Che qualcosa non andasse per il verso giusto se ne sono accorti gli ingegneri ai box, attraverso la telemetria e hanno optato per il ritiro in quanto continuare avrebbe rappresentato un azzardo per l’incolumità del pilota e anche dei suoi colleghi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia della Formula 1 e lo stesso Alonso non sono nuovi a episodi del genere: nel 2015 durante il GP di Spagna con la McLaren, proprio Alonso fu costretto ad abbandonare la gara al 25° giro, dopo momenti di paura &#8211; “i freni posteriori non sembravano funzionare più &#8211; aveva comunicato il pilota al box. Il malfunzionamento era stato provocato da una visiera a strappo che si è era infilata nella presa d’aria: il piccolo pezzettino di plastica trasparente era stato ritrovato nel fondo della vettura. E due anni fa per lo stesso motivo Carlos Sainz dovette fare una sosta supplementare durante il GP del Canada, a causa, nuovamente, di una visiera finita nel brake duct facendo aumentare le temperature oltre il range di esercizio. ​</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.brembo.com/it/PublishingImages/company/news/ventilazione-freni-monoposto-formula1/PIO_7076_ritocco_low_web02.png" alt="PIO 7076 ritocco low web02" title="BREMBO SPIEGA I MOTIVI PER CUI LA VENTILAZIONE DEI FRENI DI FORMULA 1 È UN ASPETTO COSÌ DELICATO E CRUCIALE PER I TEAM 308"></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Grazie a molteplici sensori posizionati in svariati punti della monoposto</strong>&nbsp;vengono rilevati centinaia di parametri fisici i cui valori sono trasmessi al box in tempo reale. Naturalmente i dati sono criptati in modo che ciascun team disponga solo dei propri e non anche di quelli della concorrenza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Servendosi dei sensori, i team conoscono in ogni istante la temperatura di dischi e pinze. </strong>Sulla base di questi dati, partono eventuali segnalazioni al pilota per la modifica del brake balance della monoposto o della gestione dell’impianto: questa comunicazione avviene quando si registrano anomalie rispetto alle previsioni. ​</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.brembo.com/it/PublishingImages/company/news/ventilazione-freni-monoposto-formula1/PIO_7083_low_news.png" alt="PIO 7083 low news" title="BREMBO SPIEGA I MOTIVI PER CUI LA VENTILAZIONE DEI FRENI DI FORMULA 1 È UN ASPETTO COSÌ DELICATO E CRUCIALE PER I TEAM 309"></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’importanza delle prese d’aria dei freni​</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma come funzionano le prese d’aria dei freni e cosa succede in caso di ostruzione accidentale?&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Intorno ai corner ruota di Formula 1 abbiamo visto svilupparsi nel tempo delle brake duct in carbonio sempre più sofisticate, con prese d’aria, flap e deviatori di flusso progettati ad hoc e in grado non soltanto di raffreddare l’impianto frenante, ma di svolgere anche funzioni aerodinamiche. ​</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo perché, ripulendo l’aria dalle turbolenze che si generano con il moto rotante della gomma si può ridurre la resistenza all’avanzamento della monoposto o aumentarne il carico aerodinamico.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In presenza dell’ostruzione di anche solo una delle prese d’aria, il disco e le pastiglie si troverebbero a lavorare costantemente a temperature superiori rispetto a quelle di funzionamento ottimale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ne conseguirebbe un loro ossidamento e nell’arco di una manciata di intense frenate la temperatura del materiale d’attrito andrebbe ad impennarsi vorticosamente.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’accidentale mancanza di adeguata ventilazione può mandare quindi in crisi prima il fluido freni e poi il materiale d’attrito. Oltre a consumarsi molto velocemente, il materiale d’attrito inizierebbe a bruciarsi, erodendo parte del disco, mentre il fluido freni andrebbe in ebollizione, generando il fenomeno del vapour lock. Se la monoposto continuasse a girare e il pilota quindi spingesse maggiormente sul pedale del freno, l’usura raggiungerebbe i fori di ventilazione fino a portare il disco al rischio di esplosione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Più stabili le pinze freno</strong> perché l’alluminio con cui sono realizzate fonde a 700°C. Le pinze Brembo a 6 pistoni hanno una <strong>soglia di garanzia di 210°C</strong>, inferiore alla <strong>temperatura minima di esercizio per i dischi, il cui range d’utilizzo è tra i 350°C e i 1.000°C. ​</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A differenza di dischi e pastiglie, che raggiungono temperature elevatissime anche nelle condizioni di impiego più esasperate come il GP del Canada, il cui layout comporta tante staccate, tutte decise e molto ravvicinate, le pinze Brembo <strong>non superano mai i 200°C.​</strong></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>​Il rompicapo della temperatura ottimale&nbsp;</strong>​</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Sul circuito Gilles-Villeneuve così come sulle piste di Abu Dhabi, Città del Messico e Singapore <strong>diventa basilare il ruolo delle prese d’aria dei freni</strong> perché la sequenza di staccate violente senza spazi adeguati -cioè lunghi rettilinei &#8211; per far rifiatare gli impianti frenanti richiede l’indirizzamento di grandi quantitativi al loro interno.​ ​</p>



<p class="wp-block-paragraph">Contrariamente, in tracciati come Silverstone, Suzuka o Interlagos c’è il rischio opposto, ossia il mancato raggiungimento della temperatura ideale di funzionamento dei freni, con conseguente rischio del fenomeno di vetrificazione &#8211; glazing &#8211; del materiale d’attrito. In simili condizioni i freni hanno bisogno di meno aria e le prese d’aria vengono “parzializzate” riducendo di fatto il flusso d’aria veicolato sui freni. Sulla carta queste scelte appaiono logiche ma il corner ruota di un’auto di Formula 1 include tanti elementi, ciascuno dei quali ha esigenze diverse dalle altre. Inoltre bisogna considerare l’incidenza sul funzionamento degli pneumatici, così come la temperatura di esercizio della power-unit e la resistenza all’avanzamento sui dritti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, un vero e proprio equilibrismo, a cui si aggiunge un’ulteriore variabile,&nbsp;<strong>il numero dei fori di ventilazione dei dischi freno:</strong>&nbsp;progettati attraverso il calcolo CFD (Computational Fluid Dynamics)&nbsp;<strong>sono il risultato di uno studio sinergico tra il produttore dei dischi e i costruttori delle monoposto.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A seconda delle prese d’aria in uso in una stagione o modificate per un determinato GP, i team scelgono la versione di disco che reputano migliore. Per l’anteriore Brembo mette a disposizione le alternative Very High Cooling con 1480 fori, le High Cooling da 1250 fori e le Medium Cooling da 800 fori.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per ciascuna di queste opzioni i team possono inoltre scegliere la variante con lavorazione sul diametro esterno del disco, il cosiddetto groove, che crea una sezione divergente all’aria: con essa l’efficienza di raffreddamento del materiale risulta superiore. Al posteriore invece Brembo offre due opzioni di dischi, High Cooling &#8211; 1250 fori &#8211; e Medium Cooling, da 800 fori.</p>
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		<title>Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Apr 2021 14:38:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I veicoli ibridi plug-in ,o PHEV, a differenza di quelli a ricarica autonoma HEV, full hybrid electric vehicle, funzionano con ricarica esterna delle batterie. Queste hanno una capacità maggiore e possono essere ricaricate attraverso la rete elettrica domestica o colonnine di ricarica pubbliche anche ad alta velocità. Introduzione: Funzionamento del PHEV La differenza tra un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">I veicoli <strong>ibridi plug-in</strong> ,o PHEV, a differenza di quelli a ricarica autonoma HEV, full hybrid electric vehicle, funzionano con ricarica esterna delle batterie. Queste hanno una capacità maggiore e possono essere ricaricate attraverso la rete elettrica domestica o colonnine di ricarica pubbliche anche ad alta velocità. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/04/ibrido-in-serie-o-in-parallelo-2-730x411.jpg" alt="ibrido in serie o in parallelo 2" class="wp-image-105564" width="548" height="308" title="Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 310"><figcaption>Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 324</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Introduzione: Funzionamento del PHEV</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza tra un veicolo PHEV ed una vettura puramente elettrica sta nel fatto che la ricarica avviene anche attraverso l&#8217;utilizzo di un motore a combustione interna. Questo può essere alimentato a benzina, diesel oppure a metano. Inoltre, il motore endotermico, sostituisce in tutto e per tutto il motore elettrico quando la batteria è scarica unendo le due propulsioni quando si richiede maggiore potenza al sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanto un PHEV sia più economico, e rispettoso dell&#8217;ambiente, rispetto ad un HEV dipende dalla capacità della sua batteria e la capacità di sfruttare il modo efficiente la sua capacità. Ci sono vicoli PHEV che a parità di batteria percorrono chilometri diversi, indice di un efficienza diversa. Avere una batteria più piccola a parità di chilometri garantisce un minor peso del sistema. Oppure guardando il rovescio della medaglia essendo più efficiente si può usare una batteria più grande ampliando di molto la percorrenza in puro elettrico. In ogni caso i veicoli PHEV riescono a rendere al meglio su percorsi di tipo misto, composto da ciclo urbano, extraurbano. I vantaggi su questo tipo di utilizzo compensano ampiamente le perdite alle alte velocità in autostrada, a patto di non avere questa percorrenza nel proprio quotidiano superiore al 50%</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno degli aspetti critici dei veicoli PHEV riguarda proprio utilizzo prevalentemente autostradale. Questo tipo di percorso, se prevalente, non consente di utilizzare la parte elettrica per tutto il viaggio, con fasi di intervallo in elettrico nelle condizioni di veleggiamento in funzione anche della tipologia di tracciato autostradale. A seconda che si tratti di un sistema di tipo seriale o parallelo, il veicolo una capacità maggiore di veleggiare per più tempo in elettrico anche in marcia autostradale. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/04/ibrido-serie-png-1-730x404.png" alt="ibrido serie png 1" class="wp-image-105565" width="548" height="303" title="Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 311"><figcaption>Schema PHEV serie &#8211; Fonte Greenstart.it</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista tecnico, infatti, la composizione dei sistemi full hybrid ricalca quello dei <a href="https://www.giornalemotori.com/2020/09/30/tecnologia-full-hybrid-f-hev-definizione-architettura-e-funzionamento/" data-type="URL" data-id="https://www.giornalemotori.com/2020/09/30/tecnologia-full-hybrid-f-hev-definizione-architettura-e-funzionamento/">veicoli HEV (hybrid electric vechicle).</a> Quindi la disposizione ed il funzionamento degli elementi possono essere in serie, parallelo o combinato serie/parallelo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ibrido Plug-In, PHEV In serie</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il PHEV in serie puro, prevede che il motore endotermico non sia mai collegato alle ruote. Questo funziona come range extender della capacità di batteria che  a sua volta alimenta il motore o i motori elettrici che forniscono trazione alle ruote. Un esempio era la Chevrolet Volt in Europa Opel Ampera. La sua prerogativa era quella di avere un piccolo motore endotermico che fungeva, appunto, soltanto da generatore quando la batteria era scarica.  Il vantaggio del sistema in serie è quello di poter utilizzare un piccolo motore benzina ad un numero di giri limitato sfruttando la massima efficienza possibile risparmiando carburante. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/04/fca1a37b47ecedeb16373133d3020bdf-730x552.jpg" alt="fca1a37b47ecedeb16373133d3020bdf" class="wp-image-105612" width="548" height="414" title="Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 312"><figcaption>Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 325</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ibrido Plug-In, PHEV Parallelo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema parallelo si riconosce per la diversa erogazione dei due propulsori, con predominanza del motore endotermico rispetto a quello elettrico. Una volta sfruttata al massimo la capacità elettrica in EV, a batteria scarica, il motore endotermico diventa protagonista conservando prestazioni discrete. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo schema si adatta ad utilizzare componenti per la parte elettrica modulari progettati in collaborazione con i colossi della componentistica. In questo modo si imita il costo di adattamento delle piattaforme tecniche già in uso. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo schema parallelo si adatta infatti sia alla disposizione con motore anteriore trasversale che longitudinale. In entrambi i casi il motore elettrico viene installato nella trasmissione tra cambio e motore endotermico. La disponibilità di spazio e l&#8217;adattabilità del telaio determina spesso la differenza di potenza di cui il motore elettrico può disporre. Questa soluzione è adottata da molti gruppi tra i quali, Volkswagen, Hyundai/Kia con PSA e Volvo sfruttano anche u doppio motore elettrico per la gestione della trazione integrale. Nel caso di Mercedes e BMW con entrambe le disposizioni meccaniche. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle modalità ibride automatiche l&#8217;endotermico funge da ricarica, ma prima che la batteria raggiunga un sufficiente livello di ricarica il sistema gestisce l&#8217;azione della parte elettrica come un mild hybrid con caratteristiche allargate sfruttando la maggiore potenza della macchina elettrica. Ma mano che la batteria si riempie si può aggiungere coppia e potenza in accelerazione, recuperando le prestazioni iniziali o tornare ad alternare la marcia in EV. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei limiti del sistema sta proprio nella lentezza con cui ricarica la batteria nelle fasi passive. Al conducente, di solito, sono concesse varie modalità di utilizzo manuali tra cui una Save ed una Recharge per consentire di sfruttare al meglio la capacità di conservare o ricaricare energia in funzione del percorso. Ciò comunque comporta un utilizzo intenso della parte endotermica. La logica, quindi, sarebbe quella di lasciare al controllo automatico la capacità di decidere come funzionare, sacrificando piacere di guida e prestazioni in funzione della carica di batteria. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/04/ibrido-parallelo-730x432.png" alt="ibrido parallelo" class="wp-image-105566" width="548" height="324" title="Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 313"><figcaption>Schema PHEV Parallelo &#8211; Fonte Greenstart.it</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema ibrido parallelo, comunque, offre prestazioni superiori potendo sommare in parte o totalmente le due potenze, endotermica ed elettrica. Il risultato, dipende, spesso, dal tipo di trasmissione che il costruttore utilizza per far arrivare la potenza alle ruote, e come viene gestita elettronicamente l&#8217;azione combinata delle due propulsioni. Spesso ci sono momenti in cui le due potenze si sovrappongono senza sommarsi passandosi il testimone dell&#8217;erogazione di potenza come un gioco di staffetta tra atleti per ottenere l&#8217;erogazione finale. In questo caso il risultato finale è diverso dalla somma algebrica delle due potenze. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/04/ZF_8HP_plugin_charging_3_2_748px-730x487.png" alt="ZF 8HP plugin charging 3 2 748px" class="wp-image-105576" width="548" height="365" title="Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 314"><figcaption>Sistema modulare PHEV ZF</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Sul mercato ci sono costruttori come Mercedes che utilizza i sui due cambi il 7G doppia frizione ed il cambio 9G-Tronic aggiungendo la parte elettrica per il suo sistema PHEV. Tutti gli altri brand, compresi i premium come BMW, sfruttano sistemi progettati con colossi della<a href="https://www.zf.com/products/en/cars/products_34949.html" data-type="URL" data-id="https://www.zf.com/products/en/cars/products_34949.html" target="_blank" rel="noopener"> componentistica come ZF </a>o GKN.  Anche Lexus per la gamma LS collabora con Aisin progettando e definendo la trasmissione dedicata per le loro autovetture. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I colossi della componentistica, infatti, forniscono moduli completi integrandosi nella meccanica sia anteriore che dell&#8217;assale posteriore. Di solito viene fornito il telaietto supporto per i bracci sospensioni, anche multilink, che porta il motore elettrico fungendo anche da differenziale o torque vectoring nel caso di trazione integrale. Tale soluzione, facilmente integrata, è utilizzata da Jeep, Mini, Land Rover ed altri.  Quando il motore elettrico è posizionato solo sull&#8217;asse posteriore fornisce trazione elettrica pura alle ruote posteriori, gestendo la trazione integrale in parallelo quando lavora in accordo con il motore endotermico. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/04/gkn-driveline-etwinsterx-awd-phev_YEh3gn3_fbimage-730x383.jpg" alt="gkn driveline etwinsterx awd phev YEh3gn3 fbimage" class="wp-image-105577" width="548" height="287" title="Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 315"><figcaption>Sistema modulare PHEV GKN</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La potenza ridotta del motore elettrico sull&#8217;asse posteriore,però, costringe ad azionare il motore endotermico più spesso che nelle soluzioni dove i due sono accoppiati su un solo asse. Se da un lato si guadagna in reattività anche migliore rispetto ad una trazione integrale meccanica, il guadagno in termini di consumi non è così marcato.  </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ibrido Plug-In, PHEV Serie/Parallelo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"> L’ibrido plug-in PHEV serie/parallelo che viene sviluppato per viaggiare sfruttando entrambe le modalità di funzionamento descritte sopra. Questa soluzione è complessa, costosa, ma particolarmente cara a costruttori giapponesi, pionieri dell&#8217;ibrido come Toyota seguita da Mitsubishi. In sostanza, rappresenta il compromesso ideale. In Europa, l&#8217;unico costruttore che si cimenta su questa tecnologia è la Renault con la E-Tech ma con differenze sostanziali sia dal punto di vista tecnico nello sfruttamento delle sue componenti. </p>



<p class="wp-block-paragraph"> In base alle condizioni di marcia e l&#8217;esigenza di potenza si può sfruttare il motore endotermico come generatore, oppure far agire le due motorizzazioni in parallelo per sfruttare le potenzialità di entrambi. La presenza di un secondo motore elettrico posteriore consente di gestire anche la trazione integrale on-demand. Anche in questo caso si possono avere modalità di funzionamento in serie se percorre off-road leggero e parallelo per i passaggi difficili dove serve la potenza di tutti e due i motori elettrici più quello benzina.  </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/04/ibrido-serie-parallelo-730x515.png" alt="ibrido serie parallelo" class="wp-image-105567" width="548" height="386" title="Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 316"><figcaption>Schema PHEV Serie/Parallelo &#8211; Fonte Greenstart.it</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">In questo sistema il motore endotermico non può essere di piccola cilindrata per la duplice funzione di ricarica e di potenza. Toyota utilizza un motore di grossa cilindrata aspirato ciclo Atkinson/Miller a rapporto di compressione variabile. Un propulsore facile da progettare, affidabile, che privilegia efficienza piuttosto che potenza potendo contare su un&#8217;unità elettrica di solito di pari potenza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo schema la ricarica di batteria è affidata ad un generatore HSG collegato al motore endotermico. Una volta esaurita la carica iniziale, il PHEV serie/parallelo tende ad utilizzare l&#8217;azione dell&#8217;endotermico come extender in serie, dalla gestione ottimale la quantità di energia recuperata per viaggiare puramente elettrica per più tempo possibile, in tempo reale. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/04/44-49_Plug-in-Hybrid-System_atrMay18_Lead-730x455.jpg" alt="44 49 Plug in Hybrid System atrMay18 Lead" class="wp-image-105570" width="548" height="341" title="Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 317"><figcaption>Tecnologia PHEV Toyota </figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Anche funzionando in questo modo, resta comunque una certa lentezza del sistema nel tornare a piena capienza della batteria. L&#8217;inverter infatti ha una potenza di ricarica inferiore rispetto ai 400v che di solito servono per ricaricare la batteria. in ogni caso rispetto ad un sistema parallelo puro, la quantità di energia immagazzinata è comunque superiore, e viene anche resa immediatamente disponibile in modo più rapido per non avere mai cali di potenza per batteria scarica. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La potenza totale erogata dai sistemi ibrido serie/parallelo dipende dall&#8217;obiettivo che si prefigge il costruttore. I giapponesi puntano ad un equilibrio tra prestazione ed efficienza. Gli europei, pochi che sfruttano questo sistema, puntano sulla prestazione sommando le due potenze elettrica ed endotermica in modo assoluto.    </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/04/PHEV-T-02-730x325.jpg" alt="PHEV T 02" class="wp-image-105571" width="548" height="244" title="Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 318"><figcaption>Tecnologia PHEV Mitsubishi</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni caso, il sistema seriale/parallelo deve sempre fare i conti con una certa lentezza nella reattività alle sollecitazioni dell&#8217;acceleratore. La gestione del sistema, infine, dipende molto dalla capacità del driver di far lavorare il sistema tanto in modo seriale che in parallelo in funzioni della condotta di guida con risultati anche molto variabili in termini di consumi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Costi e convenienza del sistema PHEV, Plug-In</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda che sta attanagliando i lettori che sono giunti fino a questo punto è <strong>“Ma quanto si risparmia con un veicolo PHEV?”</strong> La risposta non è facile. Lasciando per un attimo le argomentazioni ecologiche e le discussioni filosofiche, restano concetti pragmatici come l&#8217;investimento e quanto rimane nel proprio portafoglio rispetto ad una tecnologia standard.  </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/04/maxresdefault-730x411.jpg" alt="maxresdefault" class="wp-image-105572" width="548" height="308" title="Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 319"><figcaption>Tecnologia PHEV Renault</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">In sostanza, il risparmio dipende dal tipo di percorso che l’automobilista svolge quotidianamente. In ogni caso per funzionale al suo massimo potenziale un PHEV deve sempre avere la massima carica iniziale. Questa può avere costi variabili, dal bassissimo se la fonte energetica e rinnovabile come pannelli solari di tipo domestico o con colonnina ad alta potenza. Comunque è un costo che va sommato, convertendolo in carburante analogo, sommandolo al consumo dichiarato della vettura PHEV.   </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per fare un esempio: Se una ricarica per percorrere 50km ha un costo medio di 2.50 euro, questi sono paragonabili, al momento, ad 1,4 litri di carburante, facendo una media tra benzina e diesel. Sommati ad un valore, per esempio di 2.0 litri/100km dichiarati dal costruttore, fanno un consumo realistico di 3.4litri100km. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/04/schema-AC-parete-accumulo-730x356.png" alt="schema AC parete accumulo" class="wp-image-105621" width="548" height="267" title="Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 320"><figcaption>Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 326</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il consumo dichiarato secondo il ciclo NEDC e il recente WLTP di un veicolo PHEV è di circa 2.0 litri/100km, con variazioni a seconda del livello prestazionale. Infine l’autonomia della batteria in elettrico puro. La percorrenza è variabile in funzione del percorso. Per gli automobilisti che hanno una percorrenza media pari al dichiarato dal costruttore di riferimento, conviene utilizzare la funzione EV a prescindere. Ma per tutti gli automobilisti che percorrono più chilometri del dichiarato a batteria carica, allora conviene affidarsi alla modalità ibrida automatica per gestire al meglio la parte elettrica in funzione del percorso. A fronte di momenti in cui la vettura si accende a benzina, lo farà per allungare il più possibile la capacità elettrica dell&#8217;auto in modo funzionale. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized is-style-default"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/04/B_opel-506684_96628-730x486.jpg" alt="B opel 506684 96628" class="wp-image-105574" width="548" height="365" title="Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 321"><figcaption>Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 327</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Leggere la tabella:</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella tabella sottostante sono stati elencati e suddivisi per segmento di mercato, la maggior parte delle vetture PHEV che compongono il listino, sperando di non fare torto a nessuno. Detto questo, per leggere ed interpretare al meglio i dati bisogna fare qualche considerazione iniziale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/04/P90169259-bmw-330e-drive-train-09-2015-2121px-730x516.jpg" alt="P90169259 bmw 330e drive train 09 2015 2121px" class="wp-image-105575" width="548" height="387" title="Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 322"><figcaption>Tecnologia PHEV BMW motore longitudinale</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Nella seconda colonna è stata riportata l&#8217;autonomia in modalità full elettrico, PHEV40 piuttosto che PHEV100 con il numero che in dica la percorrenza massima in EV. Nella terza colonna è stata inserita la capacità della batteria. A parità di km percorsi, infatti, indica l&#8217;efficienza e la capacità di sfruttamento del sistema ogni singolo Kw presente. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella quarta colonna, sono elencati nell&#8217;ordine da sinistra, la potenza endotermica, quella elettrica del motore o dei motori elettrici, e la potenza di sistema. In questo modo è più facile capire se si tratta di un sistema PHEV serie, parallelo o serie/parallelo valutando le prestazioni e l&#8217;efficienza in funzione delle proprie esigenze. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine i costi. All&#8217;interno del singolo segmento si possono incrociare i dati per determinare il costo in relazione alla tecnologia utilizzata ed alle prestazioni offerte. Spesso conseguire obiettivi di efficienza migliori costa di più ma non è detto che siano in linea con le esigenze dell&#8217;automobilista. Inoltre, nel costo finale, vanno inseriti anche parametri che non dipendono dal fattore tecnologico come stile, funzionalità degli interni, piuttosto che la percezione del brand. Tutti elementi imprescindibili che vanno messi in relazione rispetto ai freddi numeri dettati dalla tecnologia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/04/asset.MQ6_.12.20200630173953-730x411.jpeg" alt="asset.MQ6 .12.20200630173953" class="wp-image-105573" width="548" height="308" title="Ibrido Plug-In, PHEV: Funzionamento, tipologia, vantaggi 323"><figcaption>Tecnologia PHEV Mercedes </figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tabella veicoli PHEV suddivisi per segmento &nbsp;</strong></p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td>Marca</td><td>Modello</td><td>Percorrenza PHEV-KM</td><td>Capacità kW/h</td><td>Potenza END-ELE-TOT in CV</td><td>Prezzo Euro</td></tr><tr><td><strong>Segmento “B-SUV”</strong></td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>Renault</td><td>Captur E-Tech PHEV</td><td><strong>PHEV64</strong></td><td><strong>9,8</strong></td><td>92-<strong>68</strong>&#8211;<strong>160</strong></td><td><strong>32.900</strong></td></tr><tr><td>Kia</td><td>Niro Plug-in Hybrid</td><td>PHEV58</td><td><strong>9,8</strong></td><td><strong>105</strong>-61-141</td><td>37.000</td></tr><tr><td>Kia</td><td>XCeed Plug-in Hybrid</td><td>PHEV54</td><td>8,9</td><td>105-61-141</td><td>37.800</td></tr><tr><td><strong>Segmento “C” Compatte</strong></td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>Mercedes</td><td>Classe A/B/Sedan 250 EQ Power</td><td><strong>PHEV77-79</strong></td><td><strong>15,5</strong></td><td><strong>160</strong>-102-<strong>262</strong></td><td>43.000-45.000</td></tr><tr><td>Renault</td><td>Megane Sporter</td><td>PHEV64</td><td>9,8</td><td>92-68-160</td><td><strong>36.000</strong></td></tr><tr><td>Hyundai</td><td>Ioniq PHEV</td><td>PHEV63</td><td>8,9</td><td>105-61-141</td><td>37.000</td></tr><tr><td>BMW</td><td>&nbsp;225xe iPerformance Active Tourer</td><td>PHEV57</td><td>10,0</td><td>136-88-224cv</td><td>39.000</td></tr><tr><td>Volkswagen</td><td>Golf GTE</td><td>PHEV52</td><td>8,8</td><td>150-<strong>110</strong>-245</td><td>43.400</td></tr><tr><td>Toyota</td><td>Prius Plug-in</td><td>PHEV50</td><td>8,8</td><td>98-72-122</td><td>42.300</td></tr><tr><td>Audi</td><td>&nbsp;A3 Sportback 40 TSFI e-tron</td><td>PHEV50</td><td>8,8</td><td>150-109-245</td><td>38.350</td></tr><tr><td><strong>Segmento “C-SUV”</strong></td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>Opel</td><td>Grandland X Hybrid/Hybrid4</td><td><strong>PHEV69</strong></td><td>13,2</td><td>180-110/113-<strong>300</strong></td><td>43000</td></tr><tr><td>Peugeot</td><td>3008 300 e-EAT8 Hybrid-4</td><td><strong>PHEV69</strong></td><td>13,2</td><td>180-110/113-<strong>300cv</strong></td><td>52.000</td></tr><tr><td>Mercedes</td><td>GLA 250 EQ-Power</td><td>PHEV68</td><td>15,6</td><td>106-102-262cv</td><td>49.200</td></tr><tr><td>Land Rover</td><td>Evoque P300e PHEV</td><td>PHEV68</td><td>15.0</td><td><strong>200-</strong>109-309</td><td>53.000</td></tr><tr><td>Citroen</td><td>C5 Aircross Hybrid 225 e-EAT8</td><td>PHEV64</td><td>13,2</td><td>181-110-225cv</td><td>41,900</td></tr><tr><td>Mini</td><td>Cooper SE Countryman ALL4</td><td>PHEV61</td><td>9,6</td><td>136-81-220</td><td>40.600</td></tr><tr><td>BMW</td><td>BMW X1/X2 xDrive25e</td><td>PHEV57</td><td>10,0</td><td>136-81-220</td><td>49.000</td></tr><tr><td>Ford</td><td>Kuga Plug-in Hybrid</td><td>PHEV56</td><td>14,4</td><td>180-90-225</td><td>38.300</td></tr><tr><td>MG</td><td>EHS </td><td>PHEV52 </td><td><strong>16,5</strong></td><td>162-<strong>122</strong>-258 </td><td><strong>29.000</strong></td></tr><tr><td>Jeep</td><td>Compass 4xe</td><td>PHEV52</td><td>11,4</td><td>180-60-240cv</td><td>44.000</td></tr><tr><td>Peugeot</td><td>3008 Hybrid 225 e-EAT8</td><td>PHEV50</td><td>11,8</td><td>180-110-225</td><td>54.600</td></tr><tr><td>Volvo</td><td>Volvo XC40 T4 Recharge plug-in</td><td>PHEV50</td><td>10,7</td><td>130-81-211</td><td>47.400</td></tr><tr><td>Volvo</td><td>Volvo XC40 T5 Recharge plug-in </td><td>PHEV50</td><td>10,7</td><td>130-81/45-262</td><td>48.500</td></tr><tr><td>Mitsubishi</td><td>Eclipse Cross PHEV</td><td>PHEV50</td><td>13,8</td><td>98-82/95-188</td><td>48.000</td></tr><tr><td>Audi</td><td>Q3 SB 45 TSFI Quattro PHEV</td><td>PHEV50</td><td>8,8</td><td>150-116-245</td><td>50.000</td></tr><tr><td>Jeep</td><td>Renegade 4xe</td><td>PHEV44</td><td>11,4</td><td>180-60-240</td><td>38.500</td></tr><tr><td><strong>Segmento “D-Medie”</strong></td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>BMW</td><td>330e / Touring/Xdrive</td><td><strong>PHEV66-71</strong></td><td>12,3</td><td>184-113-252</td><td>54.500-56.700</td></tr><tr><td>Skoda</td><td>Superbi iV /Wagon</td><td>PHEV65-68</td><td>13,0</td><td>156-<strong>116</strong>-218</td><td><strong>43.500-44.600</strong></td></tr><tr><td>Peugeot</td><td>508/SW Hybrid 225 e-EAT8</td><td>PHEV63-64</td><td>11,8</td><td>180-110-225</td><td>47.100</td></tr><tr><td>Mercedes</td><td>C300e/De/Wagon/4Matic EQ Power</td><td>PHEV54-57</td><td><strong>13,5</strong></td><td><strong>211</strong>-122-<strong>321</strong> <br>194-122-306</td><td>51.600 54.200</td></tr><tr><td>Volkawagen</td><td>&nbsp;Passat GTE/Variant</td><td>PHEV55</td><td>13,0</td><td>156-<strong>116</strong>-218</td><td>52.900</td></tr><tr><td><strong>Segmeno “D-SUV”</strong></td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>Suzuki</td><td>Across PHEV</td><td><strong>PHEV75</strong></td><td><strong>18,1</strong></td><td>182-<strong>185</strong>/54-306</td><td>47.900</td></tr><tr><td>Toyota</td><td>Rav4 PHEV AWD</td><td><strong>PHEV75</strong></td><td><strong>18,1</strong></td><td>182-<strong>185</strong>/54-306</td><td>55.000</td></tr><tr><td>Hyundai</td><td>Tucson</td><td>PHEV68</td><td>13,8</td><td>180-60-265</td><td><strong>45.000</strong></td></tr><tr><td>Kia</td><td>Sorento 1,6 GDI AWD PHEV</td><td>PHEV68</td><td>13,8</td><td>180-60-265</td><td>61.000</td></tr><tr><td>Land Rover</td><td>Discovery Sport P330e PHEV AWD</td><td>PHEV64</td><td>15,0</td><td>200-109-309cv</td><td>51.500</td></tr><tr><td>Mazda </td><td>XC-60 </td><td>PHEV60 </td><td>17,5</td><td>192-136-<strong>347</strong></td><td>49.950</td></tr><tr><td>BMW</td><td>X3 eXdrive</td><td>PHEV58</td><td>12,0</td><td>184-109-292cv</td><td>59.000</td></tr><tr><td>DS</td><td>DS7 Crossback E-Tense 4&#215;4</td><td>PHEV58</td><td>13,2</td><td>200-110/113&nbsp; -300</td><td>52.000</td></tr><tr><td>Audi</td><td>Q5 55 TFSI e quattro S tronic</td><td>PHEV55</td><td>14,1</td><td>252-143-367</td><td>58.585</td></tr><tr><td>Mercedes</td><td>&nbsp;GLC 300e/de 4Matic EQ Power</td><td>PHEV51</td><td>13,5</td><td>211-122-321cv benz 194-122-306 cv diesel</td><td>65.800 70.500</td></tr><tr><td>Volvo</td><td>&nbsp;XC60 T6 Recharge plug-in hybrid AWD&nbsp;</td><td>PHEV50</td><td>11,6</td><td><strong>253</strong>-88-341cv</td><td>56.000</td></tr><tr><td><strong>Segmento “E Berline Grandi”</strong></td><td>&nbsp;</td><td></td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>BMW</td><td>530e/Xdrive</td><td><strong>PHEV58-66</strong></td><td>12.0</td><td>184-109-292</td><td>62.500 64.000</td></tr><tr><td>Audi</td><td>A6/Avant/A7 50 TSFIe Quattro</td><td>PHEV59-64</td><td><strong>14,1</strong></td><td>253-<strong>143</strong>-367</td><td>63.300 &#8211; 75.200</td></tr><tr><td>Mercedes</td><td>Mercedes E300e/E300de/4Matic EQ Power</td><td>PHEV54-59</td><td>13,5</td><td>211-122-321cv benz 194-122-306 cv diesel</td><td>65.000-69.700</td></tr><tr><td>Volvo</td><td>S60/V60 T6-T8 Recharge plug-in hybrid AWD</td><td>PHEV55-59</td><td>11,6</td><td><strong>317</strong>-88-<strong>408</strong></td><td>58.300 61.250</td></tr><tr><td>Mitsubishi</td><td>Outlander PHEV</td><td>PHEV48</td><td>13,8</td><td>135-82/95-224</td><td><strong>45.000</strong></td></tr><tr><td><strong>Segmento SUV Grandi</strong></td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>Mercedes</td><td>GLE/Coupè EQ-Power 300e</td><td><strong>PHEV106</strong></td><td><strong>32,2</strong></td><td>211-122-321cv benz 194-122-306 cv diesel</td><td>80.000-85.000</td></tr><tr><td>BMW</td><td>X5/X6 xDrive 45e</td><td>PHEV102</td><td>25,9</td><td>286-113-394cv</td><td>86.000</td></tr><tr><td>Audi</td><td>&nbsp;Q7 55 TFSI e quattro tiptronic</td><td>PHEV55</td><td>17,3</td><td>252-<strong>143</strong>-367cv</td><td>76.200</td></tr><tr><td>Volvo</td><td>&nbsp;XC60 T8 Recharge plug-in hybrid AWD</td><td>PHEV54</td><td>11,6</td><td>317-88-408cv</td><td><strong>68.000</strong></td></tr><tr><td>Range Rover</td><td>Sport SE 2.0 P400e PHEV AWD</td><td>PHEV51</td><td>13,1</td><td>300-<strong>143</strong>-404cv</td><td>93.000</td></tr><tr><td>Volvo</td><td>XC90 T8 Recharge plug-in hybrid</td><td>PHEV50</td><td>11,6</td><td>317-88-408cv</td><td>86.500</td></tr><tr><td>Ford</td><td>Explorer Plug-in Hybrid</td><td>PHEV48</td><td>13,6</td><td><strong>349</strong>-101-<strong>450</strong></td><td>81.000</td></tr><tr><td><strong>Ammiraglie</strong></td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>BMW</td><td>745e</td><td><strong>PHEV58</strong></td><td>12,0</td><td>286-113-394cv</td><td>108.000</td></tr><tr><td>Volvo</td><td>S90/V90 T6 Recharge</td><td>PHEV53</td><td>11,6</td><td>253-88-341cv</td><td><strong>68.000</strong></td></tr><tr><td>Volvo</td><td>&nbsp;S90V90 T8 Recharge plug-in hybrid AWD</td><td>PHEV53</td><td>11,6</td><td>317-88-408cv</td><td>68.200</td></tr><tr><td>Audi</td><td>A8 L 60 TFSI e quattro tiptronic</td><td>PHEV51</td><td><strong>14,2</strong></td><td>340-<strong>136</strong>-449cv</td><td>108.850</td></tr><tr><td>Mercedes</td><td>&nbsp;S 560e Premium EQ Power Lunga</td><td>PHEV50</td><td>13,5</td><td><strong>367-</strong>122-<strong>476cv</strong></td><td>122.000</td></tr><tr><td>Porsche</td><td>Panamera 4 E-Hybrid</td><td>PHEV44</td><td>14,1</td><td>330-<strong>136-</strong>462</td><td>118.000</td></tr><tr><td><strong>SUV Ammiraglie</strong></td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>Bentley</td><td>Bentayga Plug-in Hybrid</td><td>PHEV51</td><td>17,3</td><td>340-136-449cv</td><td>176.200</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<item>
		<title>A cosa serve il collegamento stabilizzatore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Mar 2021 18:22:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nostra auto è un insieme di componenti che, messi insieme, ci permettono di circolare in totale tranquillità. Tra i componenti più importanti di un’automobile c’è senza alcun dubbio c’è lo stabilizzatore. Forse non tutti lo conoscono ma è di fondamentale importanza in quanto si tratta di uno strumento che viene fissato su entrambi i [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La nostra auto è un insieme di componenti che, messi insieme, ci permettono di circolare in totale tranquillità. Tra i componenti più importanti di un’automobile c’è senza alcun dubbio c’è lo stabilizzatore. Forse non tutti lo conoscono ma è di fondamentale importanza in quanto si tratta di uno strumento che viene fissato su entrambi i bilancieri ed è utile per trasferire il movimento da una parte all’altra del veicoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stabilizzatore, dunque, evita che il peso dell’auto si distribuisca in maniera non uniforme e ciò lo rende indispensabile soprattutto in curva, quando il peso della vettura si concentra sulle ruote esterne. Grazie al collegamento stabilizzatore, dunque, il movimento è controllato e ciò accade attraverso la rigidità della barra stabilizzatrice dell’auto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se questa risulta essere particolarmente rigida, allora il meccanismo trasmetterà una potenza elevata. Se invece la barra è poco rigida, allora la potenza sarà inferiore. Questo vuol dire che il telaio della vettura presenti una rigidità adeguata al funzionamento della stessa. Non a caso gran parte dei modelli di vetture presenti sul mercato presentano uno stabilizzatore anteriore che migliora sia l’aderenza dell’asse posteriore sia la risposta alle sterzate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo concetto cambia nelle automobili sportive dove sempre più spesso si utilizza lo stabilizzatore componente che è utile per far sì che le ruote anteriori mantengano aderenza, anche quando si percorrono le curve ad alta velocità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni caso lo stabilizzatore svolge un ruolo di primaria importanza nella sicurezza della vettura e quindi dei passeggeri. Questo perché garantisce, come detto, l’aderenza degli pneumatici in modo da distribuire il peso su tutto il veicolo, evitando di caricare solamente le ruote esterne quando si affronta una curva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Grazie a questo componente, infatti, si riduce l’inclinazione causata dalla forza centrifuga e si va a trasferire il peso del veicolo su tutte e quattro le ruote. In questo modo, gli pneumatici aderiscono meglio al manto stradale e il peso va a ridistribuirsi sull’intero veicolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La barra di accoppiamento Mapco</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul mercato esistono diversi prodotti di qualità eccelse. Ad esempio la <a href="https://www.tuttoautoricambi.it/mapco-7593006.html" target="_blank" rel="noopener"><u>barra accoppiamento stabilizzatore Mapco adatto può essere installato</u></a> su diverse vetture. Ovviamente l’acquisto di un nuovo componente deve essere effettuato seguendo le caratteristiche e le specifiche della vettura. Per sostituire è importante posizionare la vettura su un martinetto o su un asse, svitare il supporto, bloccare le facce sul perno e premere la barra di accoppiamento fino a farla uscire dal supporto. Fatto ciò sarà possibile inserire la nuova sull’ammortizzatore telescopico che andrà serrata in base alle specifiche del costruttore del veicolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altro consiglio molto importante da seguire è quello di cambiare la barra sempre in coppia con l’ausilio di un meccanico specializzato in modo da ottenere sempre un risultato ottimale.</p>
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		<title>RedBull: Analisi della RB16B, evoluzione per puntare al mondiale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Feb 2021 15:27:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Formula 1]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La RedBull Honda ha presentato la RB16B. La monoposto a cui è affidato il compito di puntare al mondiale 2021. Un&#8217;evoluzione della RB16. Per effetto del regolamento, infatti, è stato possibile modificare solo una parte degli elementi utilizzando i token a disposizione. Come sempre, ogni volta che analizziamo una nuova monoposto, dobbiamo fare la solita [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La RedBull Honda ha presentato la RB16B. La monoposto a cui è affidato il  compito di puntare al mondiale 2021.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;evoluzione della RB16.  Per effetto del regolamento, infatti, è stato possibile modificare solo una parte degli elementi utilizzando i token a disposizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come sempre, ogni volta che analizziamo una nuova monoposto, dobbiamo fare la solita premessa. L’aerodinamica di una Formula 1 è formata da elementi che devono lavorare insieme. Superfici alari, muso, fondo e diffusore, oltre che i vari deflettori ed elementi della carrozzeria come fiancate formano un unico elemento. Quindi, modificare una sola di queste componenti, o copiare la soluzione che funziona non ha senso senza andare a verificare il bilancio complessivo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/front-wing-730x405.jpg" alt="front wing" class="wp-image-104150" width="548" height="304" title="RedBull: Analisi della RB16B, evoluzione per puntare al mondiale 328"><figcaption>foto by MotorsportWeek</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"> Il muso è rimasto lo stesso ma l’ala anteriore ha profili superiori  con un andamento sinuoso verso la zona esterna. Lo scopo è avere un flusso aria indirizzato verso il centro della vettura evitando per quanto possibile la resistenza aerodinamica davanti alle ruote anteriori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sospensione anteriore, che da tutti viene definita multilink. In effetti è uno schema a quadrilatero il cui triangolo inferiore è diviso in due bracci con angolo e lunghezza diversa per questioni aerodinamiche. Le prese aria interne  dei freni, hanno una forma ad “S” per tenere pulito il flusso aria nella zona inferiore interno alle ruote anteriori. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La parte inferiore del muso mantiene il pannello che invita aria sotto la monoposto. Nella RB16B si trova più indietro per raccogliere una quantità di aria maggiore derivante dalla forma dell&#8217;ala anteriore. Sulla parte superiore del pannello ci sono delle aperture per convogliare ulteriore flusso nella zona sottostante della monoposto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/front-side--730x493.jpg" alt="front side" class="wp-image-104151" width="548" height="370" title="RedBull: Analisi della RB16B, evoluzione per puntare al mondiale 329"><figcaption>foto by MotorsportWeek</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Le fiancate sfruttano la nuova configurazione della motorizzazione Honda. Le nuove masse radianti hanno consentito di avere fiancate più strette.  Basta guardare la monoposto frontalmente per verificare come la differenza tra la larghezza nella zona superiore e quella inferiore vicino all’attacco del telaio sia ridotta. Guardando la RB16B frontalmente mostra una porzione superiore della ruota posteriore. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La zona posteriore della fiancata rastremata verso il basso verso ha un’apertura per sfruttare l’aria calda che arriva dalla massa radiante. Lo scopo è creare una minigonna termica come usavano all’epoca d’oro dei mondiali vinti con gli scarichi soffianti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’aria calda che fuoriesce della fiancata, per effetto coanda,  viene inviata nella zona interna alla ruota posteriore per sigillare con un flusso di aria calda l’aria dal fondo vettura. L’energia dell’aria calda agevola anche il flusso aria che arriva dalla zona anteriore aumentando la sua velocità al passaggio nella zona interna della ruota posteriore.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/bargeboards-730x479.jpg" alt="bargeboards" class="wp-image-104152" width="548" height="359" title="RedBull: Analisi della RB16B, evoluzione per puntare al mondiale 330"><figcaption>foto by MotorsportWeek</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Se funziona dovrebbe limitare la perdita di carico dovuta alla diversa forma del fondo proprio davanti alla ruota posteriore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parte centrale del fondo è stato modificato pesantemente dal regolamento 2021.  La zona anteriore,  all’attaccatura delle fiancate sul telaio viene pesantemente modificata. I deflettori davanti alla presa aria principale si prolungano fino a centro monoposto.  Sul bordo sono ricavati dei piccoli endplane rivolti verso l’alto per tenere il flusso aria vincolato alla parte bassa della fiancata. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante la nuova conformazione del piano del fondo, davanti alla ruota posteriore c&#8217;è una piccola zona ricurva verso l’alto. Su questa sono ricavate delle piccole aperture per inviare aria sotto il fondo scaricando la pressione davanti la ruota.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/floor-730x421.jpg" alt="floor" class="wp-image-104153" width="548" height="316" title="RedBull: Analisi della RB16B, evoluzione per puntare al mondiale 331"><figcaption>foto by MotorsportWeek</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Infine la riduzione dell’effetto Rake. Un tipo di assetto scelto dalla RedBull da sempre che dopo le modifiche del 2020, aveva mostrato i suoi limiti. Avere un’altezza cosi marcata nella zona posteriore necessita di un flusso aria stabile. &nbsp;Nelle frenate, un assetto variabile del fondo, per effetto del trasferimento di carico crea una instabilità aerodinamica. Abbassando l’angolo rake, si tende ad emulare quanto fatto dalla Mercedes con effetti benefici in termini di stabilità della monoposto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il comparto motore-cambio riduce gli ingombri non solo nelle masse radianti ma anche nella zona posteriore.  La sospensione posteriore ha il puntone separato dalla scocca per effetto di un eccessivo restringimento di quest’ultima. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scarico su tre elementi è riunito in un solo condotto di dimensioni. In questo modo viene lasciato maggiore spazio alla nuova conformazione del profilo estrattore. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine qualche considerazione politica sulla Honda. Il costruttore giapponese ha migliorato la sua unità motrice di circa 30cv rispetto alla passata stagione. Sarà l’anno dell’abbandono prima di passare tutta la struttura tecnica alla Redbull. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il team austriaco beneficerà della stabilità regolamentare per le motorizzazioni. Sparisce la scritta Aston Martin per aumentare le dimensioni di quella Honda. Se il peso politico nel suo ultimo anno è aumentato in proporzione all’aumento di dimensioni dello stemma, allora il costruttore giapponese punta ad abbandonare il mondo della Formula 1 con un botto finale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La RB16B ha tutto per riuscire nell’impresa. Un’aerodinamica raffinata, un motore potente, uno staff competente e due piloti di alto livello.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Daniele Amore</p>
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		<title>Cambi Automatici Parte I &#8211; Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Feb 2021 12:53:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il cambio automatico aiuta la vita dell’automobilista. Inutile girarci intorno, per quanto sia gradevole nella guida sportiva un bel manuale, basta l’assenza del pedale della frizione per apprezzarne la funzionalità dopo solo 20 metri di guida. Se le competizioni sono il metro di giudizio di una soluzione tecnica allora il cambio automatico è utilizzato a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il cambio automatico aiuta la vita dell’automobilista. Inutile girarci intorno, per quanto sia gradevole nella guida sportiva un bel manuale, basta l’assenza del pedale della frizione per apprezzarne la funzionalità dopo solo 20 metri di guida.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/ZF_5HP19-730x520.jpg" alt="ZF 5HP19" class="wp-image-103870" width="548" height="390" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 332"><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 349</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Se le competizioni sono il metro di giudizio di una soluzione tecnica allora il cambio automatico è utilizzato a tutti i livello fugando ogni dubbio. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I moderni cambi automatici si sono molto evoluti proponendo diverse soluzioni tecniche. Dal classico cambio a convertitore di coppia, ai comandi a doppia frizione, fino ai cambia a variazione continua CVT.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> L’affidabilità è migliorata al punto che basta poca corretta manutenzione per farlo durare a lungo almeno quanto un motore endotermico ad esso accoppiato. La sempre maggiore diffusione ha spesso relegato il cambio manuale a scelta opzionale, diventando assolutamente fondamentale per la gestione dei sistemi di propulsione ibrida. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/16159-torque_multiplier_risultato-1-730x440.jpg" alt="16159 torque multiplier risultato 1" class="wp-image-103871" width="548" height="330" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 333"><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 350</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto bello quindi? Non proprio. Tutti i grandi produttori, tranne qualche rara eccezione si affidano agli specialisti del settore al punto da diventare un brand nel brand, un valore aggiunto alla qualità del prodotto finale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Funzionamento di un cambio a convertitore di coppia</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa prima parte di questo focus descriveremo il cambio a convertitore di coppia. Si tratta di un dispositivo idraulico che permette al motore di trasferire&nbsp;coppia&nbsp;alla trasmissione, in modo fluido. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/Cambio-Mercedes-722.9-approfondimento-e-casistica-guasto-730x383.jpg" alt="Cambio Mercedes 722.9 approfondimento e casistica guasto" class="wp-image-103854" width="548" height="287" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 334"><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 351</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">E’ formato da una camera a forma&nbsp;toroidale, costituita da tre elementi: Una&nbsp;pompa centrifuga collegata all&#8217;albero motore che conferisce la spinta necessaria al movimento. Una&nbsp;turbina ne riceve la spinta che poi trasmette alla trasmissione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo statore dispone di palette curve che mettono in pressione il fluido di olio che investe la girante che trasferisce la coppia. Il fluido viene spinto verso l’esterno per effetto della&nbsp;forza centrifuga acquistando momento angolare. Il ritorno verso il centro attraverso le pale della turbina produce la rotazione per poi essere espulso dal sistema per iniziare un nuovo ciclo di funzionamento. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="500" height="348" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/Figura2.jpg" alt="Figura2" class="wp-image-103856" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 335" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/02/Figura2.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/02/Figura2-300x209.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 352</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il movimento della girante sviluppa la coppia uscente che può anche essere superiore a quella di entrata, da cui il nome del dispositivo. L’inerzia della girante a mettersi in movimento rappresenta il classico slittamento che questo tipo di cambio produce, (o produceva) quando si accelera la vettura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il convertitore è collegato alla trasmissione tramite un giunto gestito con una frizione. L&#8217;intero elemento viene definito Lock-Up e ha il compito di limitare al massimo lo slittamento quando trasferisce all’albero primario del cambio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="363" height="193" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/19-1.jpg" alt="19 1" class="wp-image-103853" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 336" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/02/19-1.jpg 363w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/02/19-1-300x160.jpg 300w" sizes="(max-width: 363px) 100vw, 363px" /><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 353</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La selezione dei rapporti avviene attraverso l’azione di ingranaggi di tipo epicicloidale. Ogni elemento è composto da un ingranaggio centrale (A) che prende il movimento dall’albero motore. Intorno ad esso ci sono dei planetari (B) collegati ad una corona esterna (C) a sua volta racchiusa un una gabbia la cui chiusura viene gestita da un pacco frizioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza di rotazione tra l’albero centrale e la corona esterna, consente di sviluppare diversi rapporti. Adottando diversi gruppi rotori e variando la loro azione, anche in modo congiunto, si possono avere da tre, fino a dieci marce.   Un numero maggiore di marce consente al progettista di gestire al meglio la curva di coppia del motore bilanciando prestazioni ed efficienza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo tipo di trasmissione di adatta sia alla disposizione longitudinale che alla trasversale del motore. Questi ultimi sono molto compatti anche a nove rapporti al pari dei cambi a doppia frizione. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/2010-206478-mercedes-benz-7g-tronic-seven-speed-automatic-transmission-2003-19-07-20101-730x411.jpg" alt="2010 206478 mercedes benz 7g tronic seven speed automatic transmission 2003 19 07 20101" class="wp-image-103857" width="548" height="308" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 337"><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 354</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La gestione elettronica consente di avere diverse logiche di cambiata sia in modo adattativo che variando manualmente le funzioni con un comando. Si possono avere funzioni specifiche ECO, comfort, sport di vario livello e individual per personalizzare la cambiata. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In alcuni casi c&#8217;è ancora la classica griglia con leva e selettore con le lettere (P) Parking, (R) Retro, (N) Neutral e (D) Drive. Oggi questa viene sostituita da una manopola o un selettore digitale. Inoltre ci sono palette per l&#8217;azionamento manuale della cambiata. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Mercedes 7G-Tronic e 9G-Tronic </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Mercedes è una delle rare eccezioni che produce internamente la trasmissione automatica a convertitore di coppia con i due cambi  7G-Tronic e 9G-Tronic. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 7G-Tronic è un esempio di robustezza. Unico nel suo genere per affidabilità e resistenza,  è stato il primo cambio di questo tipo a superare la quota 1000Nm di coppia di gestione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/9g-tronic.png" alt="9g tronic" class="wp-image-103858" width="334" height="258" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 338" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/02/9g-tronic.png 445w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/02/9g-tronic-300x232.png 300w" sizes="(max-width: 334px) 100vw, 334px" /><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 355</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il fratello 9G-Tronic viene denominato &nbsp;W9A&nbsp;700. La sigla indica il tipo di trasmissione a convertitore, il numero delle marce ed il limite di coppia gestibile 700Nm rispetto al 7G-Tronic marce in meno. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista tecnico i due cambi differiscono per i gruppi di ingranaggi epicicloidali con sei elementi che consentono di ottenere nove rapporti. Il convertitore di coppia aumenta la sua efficienza portandola al 92%, un valore record per queste trasmissioni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La riduzione delle forze di torsione sulla turbina del convertitore avviene attraverso un sistema di bilanciamento a pendolo centrifugo e frizione di blocco con molla di ritorno.  Un sistema complesso e costoso ma che riuce al minimo rumorosità e vibrazioni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’olio nel convertitore viene fornito attraverso una pompa ad azionamento differenziato a seconda delle esigenze una ulteriore pompa ausiliaria elettrica. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/9G-TRONIC_2-1024x682-1-730x486.jpg" alt="9G TRONIC 2 1024x682 1" class="wp-image-103859" width="548" height="365" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 339"><figcaption>Mercedes-Benz Automatik-Getriebe 9G-TRONIC, 2013
Mercedes-Benz automatic transmission 9G-TRONIC</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle caratteristiche che rendono unica questa trasmissione è il peso contenuto e la compattezza. Un lavoro di riprogettazione specifico del albero di trasmissione principale che ha consentito di avere due marce in più con lo stesso peso del 7G-Tronic. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La soluzioni di AISIN e ZF. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La Aisin, colosso giapponese della componentistica, specializzata in trasmissioni, è stata la prima a progettare un cambio automatico a convertitore con otto rapporti per vetture con motore longitudinale e trazione posteriore per Lexus. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/sec2_img1-730x575.png" alt="sec2 img1" class="wp-image-103861" width="548" height="431" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 340"><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 356</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La serie AW nata sul finire degli anni 60 del secolo scorso con soli tre rapporti si è evoluta nei decenni in una trasmissione sempre più compatta a leggera aumentando il numero delle marce. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; stata di fatto la prima a raggiungere le otto marce. Nelle ultime evoluzioni tecniche il convertitore ha le dimensioni più contenute del mercato ed è solidale alla campana. Oltre a contenere dimensioni consente una struttura più rigida. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;utilizzo incrociato dei blocchi epicicloidali, anche più di uno contemporaneamente, consente di ottenere più marce senza aumentare il numero dei gruppi di ingranaggi. Una soluzione che ha consentito di ottenere ancora una volta il record di essere il primo cambio a 10 velocità.   </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/transmission_002-730x457.jpg" alt="transmission 002" class="wp-image-103862" width="548" height="343" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 341"><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 357</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, la Aisin per effetto della sua stretta collaborazione con Toyota è stata la prima ad adattare una trasmissione automatica sostituendo il convertitore di coppia con un motore elettrico adattandosi alla propulsione ibrida delle vetture alto di gamma Lexus. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il produttore giapponese applica lo stesso concetto di efficienza e leggerezza anche per il cambio a convertitore per automobili con motore trasversale con la serie AWF8G45. Un cambio scelto da molti produttori europei per la sua gradevolezza e versatilità. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/Aisin_AW_AWF8F35-730x660.jpg" alt="Aisin AW AWF8F35" class="wp-image-103863" width="548" height="495" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 342"><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 358</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">ZF dall’altra parte del mondo non è stata ferma a guardare. Il colosso tedesco della componentistica ha progettato un innovativo, economico ma soprattutto modulare cambio automatico a convertitore a otto marce denominato 8HP.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua facile adattabilità con un range di coppia gestibile  da 220 a 1.000 Nm compre una vasta gamma di veicoli con motore longitudinale a trazione posteriore ed integrale. Il cambio ZF 8HP è adattabile sia meccanicamente che per la gestione elettronica a seconda delle esigenze</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/8hp-1-730x423.jpg" alt="8hp 1" class="wp-image-103864" width="548" height="317" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 343"><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 359</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il cambio 8HP punta tutto su soluzioni semplici ed affidabili. Dal punto di vista tecnico è il cambio più simile al canonico descritto in apertura di articolo. Quattro elementi epicicloidali, con cinque elementi di combinazione e tre frizioni multidisco.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> Ogni cambio marcia utilizza solo due elementi riducendo le perdite meccaniche. Ogni elemento della trasmissione viene migliorato dal punto di vista dell&#8217;efficienza, dalle lavorazioni meccaniche all&#8217;idraulica per l&#8217;azionamento e la lubrificazione, piuttosto che usare soluzioni avveniristiche. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/cambio-automatico-zf_8hp_lv-730x487.jpg" alt="cambio automatico zf 8hp lv" class="wp-image-103865" width="548" height="365" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 344"><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 360</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è un cambio automatico di soli 87 chilogrammi. Un concetto importante per i costruttori che puntano sul centraggio delle masse migliorando il comportamento dinamico del veicolo.  Si capisce meglio perchè viene scelto da produttori come Alfa Romeo e BMW. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche ZF adatta la sua trasmissione automatica per ottenere vari livelli di ibridazione. A seconda del motore elettrico integrato nella campana del cambio, si può avere una propulsione mild hybrid, full Hybrid o PHEV con potenza elettriche fino a 100kw, ovvero 160cv elettrico&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/Wandler-Hybridgetriebe_3_2_748px-730x487.jpg" alt="Wandler Hybridgetriebe 3 2 748px" class="wp-image-103866" width="548" height="365" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 345"><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 361</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La trasmissione automatica per motori trasversali 9HP adotta lo stesso principio di modulabilità e facilità. Si adatta perfettamente a vetture con trazione anteriore o integrale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I rapporti sono quattro con sei elementi. Per ottenere una trasmissione compatta non è stato possibile inserire gli elementi in sequenza uno dietro l’altro, ma si è utilizzata una disposizione diversa con azionamento idraulico.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/cars_driveline_9_speed_automatic_transmission_9HP_3_2_748px-730x487.jpg" alt="cars driveline 9 speed automatic transmission 9HP 3 2 748px" class="wp-image-103895" width="548" height="365" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 346"><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 362</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"> Una soluzione che determina una perdita di efficienza, ma appare l&#8217;unica via per ottenere un cambio compatto e facilmente adattabile. Anche il peso è leggermente penalizzato con i suoi 90kg, più alta che nella 9HP don coppia massima di 500Nm. </p>



<p class="wp-block-paragraph"> Anche ZF utilizza una gestione elettronica per adattare le prestazioni ed efficienza. Anche questa soluzione per motori trasversali si adatta alla tecnologia ibrida dal mild hybrid al plug-in.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/Hybrid_Baukasten-730x548.png" alt="Hybrid Baukasten" class="wp-image-103867" width="548" height="411" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 347"><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 363</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In conclusione</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"> Il cambio automatico a convertitore spesso viene considerato inferiore alle trasmissioni a doppia frizione ma come visto ha  molte frecce al suo arco. Un cambio fluido e comodo, adatto alla guida rilassata e confortevole, senza rinunciare ad aspetti sportivi per la bella guida. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/02/EA3CCFBC-D1F0-44DE-A578-4B55B2B993DC-800x445-1-730x406.jpeg" alt="EA3CCFBC D1F0 44DE A578 4B55B2B993DC 800x445 1" class="wp-image-103868" width="548" height="305" title="Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 348"><figcaption>Cambi Automatici Parte I - Convertitore di coppia, funzionamento ed esempi Mercedes, Aisin e ZF 364</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il cambio automatico,  a prescindere dalla tipologia,  resta uno dei componenti più costosi dell&#8217;automobile. Come abbiamo visto, due colossi come AISIN e ZF hanno avuto la forza di investire ingenti somme nello sviluppo di queste tecnologie ed oggi si dividono il mercato assieme ad altri produttori più specialistici come Ricardo e Getrag. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I grandi gruppi Toyota, Volkswagen, PSA, FCA, Ford, GM, Mazda e Mitsubishi, utilizzano nella loro gamma tanto i prodotti Aisin che ZF a seconda della necessità e dell&#8217;esigenza per soddisfare i requisiti tecnici uniti a quelli commerciali dei loro prodotti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni depliant è riportato il nome del produttore del cambio automatico, giustificando al cliente finale la scelta dell&#8217;elemento migliore possibile presente sul mercato per quelle prestazioni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Un concetto molto caro ai team britannici che corrono in F1 che non producono componenti complessi come power unit e trasmissione per limitarsi ad assemblare per le proprie esigenze il meglio che possono comprare. Uno come Enzo Ferrari sminuiva con il con il nomignolo di Gargisti senza lo status di Costruttori. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tale titolo spetta invece alla Mercedes. I cambi 7g-Tronic e 9G-Tronic hanno la capacità di garantire al cliente della stella a tre punte un cambio unico nel suo genere che distingue le vetture della Daimler-Benz da tutte le altre. Una potenza industriale e tecnica che dimostra come il colosso tedesco sia meritevolmente sul tetto del mondo delle competizioni.  </p>



<p class="wp-block-paragraph">Daniele Amore</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Tecnica FULL HYBRID  &#8211; Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota.</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2021/02/01/tecnica-full-hybrid-confronto-tra-soluzioni-honda-hyundai-nissan-renault-e-toyota/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=tecnica-full-hybrid-confronto-tra-soluzioni-honda-hyundai-nissan-renault-e-toyota</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Feb 2021 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo già parlato diffusamente di sistemi full hybrid. (F-HEV.) In questa seconda parte vogliamo fare un’analisi dettagliata delle principali tecnologie usate dai vari brand nel segmento “B” e “C” del mercato. Le tecnologie prese in esame sono: Honda e:HEV, Hyundai FEV, Nissan e-Power, Renault E-TECH e Toyota HSD. In particolare il sistema Nissan, è presente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo già parlato diffusamente di sistemi full hybrid. (F-HEV.) In questa seconda parte vogliamo fare un’analisi dettagliata delle principali tecnologie usate dai vari brand nel segmento “B” e “C” del mercato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/honda-jazz-come-funziona-il-sistema-ibrido-730x380.png" alt="honda jazz come funziona il sistema ibrido" class="wp-image-103161" width="548" height="285" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 365"><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 384</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Le tecnologie prese in esame sono: Honda e:HEV, Hyundai FEV, Nissan e-Power, Renault E-TECH e Toyota HSD.  In particolare il sistema Nissan, è presente sulla Note non venduto in sul mercato italiano, ma è fondamentale per la presenza certa sulla prossima generazione di Qashqai. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella prima parte abbiamo detto che i  full hybrid sono sistemi che non hanno necessità di avere ricarica esterna e si dividono un tre tipologie: Serie, Parallelo, o Serie/Parallelo. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/Hybridparallelo-730x392.png" alt="Hybridparallelo" class="wp-image-103162" width="365" height="196" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 366"><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 385</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza è sita nel diverso utilizzo del motore endotermico. Nel sistema in serie, il motore benzina funziona come generatore, mentre la potenza alle ruote è portata esclusivamente dal motore elettrico.  In quello parallelo, invece, i due motori si alternano o danno potenza insieme. Nei sistemi misti, serie/parallelo, l&#8217;azione dei due motori dipende dalle condizioni dettate dal controllo del sistema e dalle esigenze di guida.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, i sistemi full hybrid (FEV), possono percorrere una distanza limitata in modalità puro elettrico (EV).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="330" height="360" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/technology_file_hy_img03.jpg" alt="technology file hy img03" class="wp-image-103163" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 367" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/technology_file_hy_img03.jpg 330w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/technology_file_hy_img03-300x327.jpg 300w" sizes="(max-width: 330px) 100vw, 330px" /><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 386</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come funzionano i sistemi presi in esame</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un modo semplice per comprendere se un sistema lavora in funzione dell&#8217;efficienza o della prestazione è verificare sulla carta la potenza che viene erogata dai due propulsori elettrico ed endotermico. Lo schema sottostante mostra come i diversi produttori scelgono di privilegiare un aspetto piuttosto che l&#8217;altro con scelte che sono sempre frutto di un compromesso. </p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td>Costruttore sistema</td><td>Potenza elettrica</td><td>Potenza benzina</td><td>Potenza totale del sistema</td><td>Consumo litri/100km</td></tr><tr><td>Honda e:Hev 1.5 Jazz</td><td>109cv</td><td>97cv</td><td>109cv</td><td>3.9</td></tr><tr><td>Nissan e-Power 1.2 Note.</td><td>109cv</td><td>87cv</td><td>109cv</td><td>3.0</td></tr><tr><td>Toyota 1.5 HSD Yaris</td><td>80cv</td><td>91cv</td><td>115cv</td><td>3,3</td></tr><tr><td>Renault E-TECH Clio</td><td>48cv</td><td>92cv</td><td>141cv</td><td>4,3</td></tr><tr><td>Hyundai FEV Kona</td><td>43cv</td><td>106cv</td><td>140cv</td><td>4,3</td></tr></tbody></table><figcaption>Tabella potenza elettrica, endotermica e power train e consumo ottenuto</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La tecnologia e-Power di Nissan è un seriale puro. Il motore endotermico funge solo da generatore lasciando la sola competenza della trazione al motore elettrico, anche a velocità autostradale. L&#8217;endotermico viene tenuto ad un numero di giri costante per fornire energia necessaria alla batteria che alimenta il motore elettrico che continua a portare potenza sulle ruote di trazione. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/maxresdefault-1-730x411.jpg" alt="maxresdefault 1" class="wp-image-103164" width="548" height="308" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 368"><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 387</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Honda definisce in serie anche il suo e:HEV. Anche in questo caso il motore endotermico funge da generatore ma a velocità superiori a 90km/h questo viene messo direttamente in collegamento con le ruote sostituendo l&#8217;elettrico. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza sostanziale tra i due sistemi. Honda preferisce lasciare al motore endotermico la marcia autostradale puntando sulla maggiore efficienza della tecnologia i-Vtec a velocità costante. Nissan preferisce avere il motore endotermico ad un numero di giri che va da 2000 a 3000 giri/minuto a seconda per risolvere il problema dell&#8217;elettricità che mancherebbe a velocità alta dalla batteria. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/renault-clio-la-tecnologia-ibrida-e-tech-1-730x411.jpg" alt="renault clio la tecnologia ibrida e tech 1" class="wp-image-103165" width="548" height="308" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 369"><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 388</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Hyundai, Renault si definiscono sistemi in serie/parallelo potendo lavorare in entrambe le modalità. Ma guardando la differenza netta tra i due propulsori a favore di quello a endotermico è chiaro come siano rivolti maggiormente verso il parallelo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La capacità dei due sistemi di lavorare in serie sta alla capacità del conducente di richiedere una potenza limitata in funzione dell&#8217;uso delicato dell&#8217;acceleratore. Alle richieste di potenza i due sistemi lavorano sempre in parallelo usando entrambe le propulsioni. Renault può letteralmente sommare le prestazioni dei due propulsori come succede in Formula 1, funzionando in parallelo puro.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/New-Yaris-hybrid-system-03-730x436.jpg" alt="New Yaris hybrid system 03" class="wp-image-103166" width="548" height="327" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 370"><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 389</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Toyota HSD, invece, come serie/parallelo rappresenta il punto di congiunzione delle due filosofie. I due propulsori hanno una potenza molto simile e questo consente il passaggio dal funzionamento serie a parallelo più rapido e semplice. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche in questo caso il tipo di guida resta fondamentale. Per ottenere il valore dichiarato dai consumi il sistema HSD di Toyota deve funzionare come Nissan e Honda per una percentuale molto alta del percorso sacrificando di fatto la parte di funzionamento in parallelo. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="348" height="312" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/motor1-copia.jpg" alt="motor1 copia" class="wp-image-103167" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 371" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/motor1-copia.jpg 348w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/motor1-copia-300x269.jpg 300w" sizes="(max-width: 348px) 100vw, 348px" /><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 390</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le componenti: Il motore endotermico </strong></p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td>Motore costruttore</td><td>Potenza a RPM</td><td>Coppia Nm a RPM</td><td>Potenza/ litro</td><td>Numero cilindri</td></tr><tr><td>Honda 1.5 LEB8</td><td>98/5500</td><td>131/4500</td><td>65,4</td><td>4 Cl</td></tr><tr><td>Nissan 1.2 HR12DE</td><td>79/5400</td><td>103/ 3200</td><td>65,9</td><td>3 Cl</td></tr><tr><td>Toyota M15A-FXE</td><td>91/5500</td><td>120/3800</td><td>61,1</td><td>3Cl</td></tr><tr><td>Renault 1.6</td><td>91/5600</td><td>144/3900</td><td>56,9</td><td>4 Cl</td></tr><tr><td>Hyundai 1.6 GDI</td><td>105/5700</td><td>147/4000</td><td>66,5</td><td>4 Cl</td></tr></tbody></table><figcaption>Caratteristiche del motore endotermico, sigla, potenza, coppia, numero cilindri</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"> I giapponesi indipendentenebte dal numero dei cilindri usano tutti il ciclo Atkinson a rapporto di compressione variabile</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nissan e Toyota sono gli unici propulsori a cilindri. In particolare, il motore della Yaris deriva direttamente dal più grande 2.0 litri che equipaggia la gamma Corolla e derivate. Per i detrattori del motore tre cilindri, possiamo dire, prendendo come riferimento la tabella, che dal punto di vista dello sviluppo della curva di coppia proprio il motore Toyota è in netto vantaggio sulla concorrenza. Alesaggio e la corsa maggiori permettono di spostare verso il basso la maggior parte la curva di coppia per una migliore erogazione di potenza.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/fxe_view.jpg" alt="" class="wp-image-103168" width="525" height="302" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 372" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/fxe_view.jpg 700w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/fxe_view-300x172.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/fxe_view-696x400.jpg 696w" sizes="(max-width: 525px) 100vw, 525px" /><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 391</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Honda, Renault e Hyundai utilizzano propulsori a 4 cilindri. Nel dettaglio Honda per il suo 1.5 litri, utilizza la tecnologia i-Vtec sfruttando al massimo la capacità e la versatilità del sistema di fasatura variabile. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Renault e Hyundai, sono 1.6 litri quattro cilindri.  L’efficienza e la prestazione sono ricavate utilizzando moderne tecnologie per la realizzazione. Il motore Renault, ha le canne dei cilindri riportare con riporto di plasma e doppia iniezione sia diretta che indiretta a seconda delle  necessità di utilizzo. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/Nuovo-motore-Hyundai-1.6-GDI-1024x683-1-730x487.jpeg" alt="Nuovo motore Hyundai 1.6 GDI 1024x683 1" class="wp-image-103169" width="548" height="365" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 373"><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 392</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"> Hyundai utilizza il sistema d&#8217;iniezione diretta GDI per avere una combustione ottimale con ricavando comunque il livello di potenza più alto tra i propulsori endotermici presi in esame.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La propulsione elettrica</strong> </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti i sistemi utilizzano almeno un motore elettrico sincrono tri fase accoppiato al motore endotermico sull’asse anteriore per portare potenza alle ruote motrici. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/motor1-copia-1.jpg" alt="motor1 copia 1" class="wp-image-103170" width="478" height="434" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 374" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/motor1-copia-1.jpg 637w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/motor1-copia-1-300x273.jpg 300w" sizes="(max-width: 478px) 100vw, 478px" /><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 393</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Per portare energia alla batteria si cono varie soluzioni: Honda utilizza un secondo motore elettrico come generatore. Avere due motori elettrici distinti per avere potenza e ricarica migliora l&#8217;efficienza.  </p>



<p class="wp-block-paragraph">Toyota e Renault, invece, optano per un secondo motogeneratore elettrico per fornire potenza alla batteria ed un boost aggiuntivo di spinta.  L’HSG ha potenza variabile fino ai 20cv nel caso di Renault. Nel sistema E-TECH ha la funzione di sincronizzatore del cambio a denti.  Una funzionalità derivata dalla power unit di F1 come KERS. Infatti, l&#8217;E-TECH è l&#8217;unico  sistema a sommare la potenza dei due motori ottenendo 140cv.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="455" height="362" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/8184_8940_ART.jpg" alt="8184 8940 ART" class="wp-image-103171" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 375" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/8184_8940_ART.jpg 455w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/8184_8940_ART-300x239.jpg 300w" sizes="(max-width: 455px) 100vw, 455px" /><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 394</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Hyundai utilizza l’unico motore elettrico presente tra cambio e motore endotermico per fornire anche carica alla batteria e potenza. Quando lavora in parallelo una piccola parte della potenza elettrica viene comunque persa. La potenza complessiva dei sue propulsori sommati infatti farebbe risultare un valore superiore ai 141cv dichiarati da Hyundai.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La trasmissione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo capitolo meriterebbe una trattazione separata. Ogni costruttore ha sviluppato un sistema complesso e diverso mostrando più fantasia in assoluto. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/2014-honda-accord-hybrid-i-mmd-configuration_100442891_m.jpg" alt="2014 honda accord hybrid i mmd configuration 100442891 m" class="wp-image-103172" width="480" height="480" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 376" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/2014-honda-accord-hybrid-i-mmd-configuration_100442891_m.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/2014-honda-accord-hybrid-i-mmd-configuration_100442891_m-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/2014-honda-accord-hybrid-i-mmd-configuration_100442891_m-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 395</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Nissan usa un classico CVT a controllo elettronico. Honda utilizza una trasmissione a rapporto unico. Il collegamento alle ruote avviene azionato da una frizione multidisco.  La logica di Honda è quella di utilizzare una sola marcia come succede con i motori elettrici. Quando la velocità aumenta ed interviene l&#8217;endotermico succede quando questo può sfruttare la marcia più alta per il veleggiamento autostradale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Toyota utilizza sistema epicicloidale. La trasmissione collega i tre elementi sfruttando un sistema formato da ingranaggi.  L’ingranaggio centrale comandato dal motore elettrico principale muove una serie di ingranaggi satellite collegati al motore endotermico. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="534" height="467" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/Hybrid_CVT_1.jpg" alt="Hybrid CVT 1" class="wp-image-103173" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 377" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/Hybrid_CVT_1.jpg 534w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/Hybrid_CVT_1-300x262.jpg 300w" sizes="(max-width: 534px) 100vw, 534px" /><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 396</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il tutto collegato ad una corona esterna che aziona a seconda delle necessità il motogeneratore secondario per la ricarica della batteria. Un blocco frizioni mette in collegamento gli ingranaggi in modo da far lavorare il sistema tanto in serie quanto in parallelo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La soluzione scelta da Renault è un piccolo gioiello di tecnica. Si tratta di un cambio ad innesti a denti dritti. Un tipo di cambio che di solito si usa solo nelle vetture di tipo sportivo o da corsa. L’assenza di sincronizzatori, infatti, consente di avere un comando molto compatto. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/propulsore-e-tech-730x402.jpeg" alt="propulsore e tech" class="wp-image-103174" width="548" height="302" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 378"><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 397</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La funzione di sincronizzazione viene affidata all’HSG&nbsp;che mette in sincrono di due alberi su cui sono disposti gli ingranaggi per effettuare l’innesto. Inoltre, nel sistema Renault, anche il motore elettrico sfrutta due marce, cosa che consente di usare al meglio la coppia in modo più ampio lavorando anche in modalità serie. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Hyundai invece è l’unico sistema full hybrid ad usare una trasmissione automatica di tipo classico a sei marce con doppia frizione DCT. Una trasmissione che consente un uso del sistema ibrido più simile alla tecnologia benzina o gasolio precedentemente utilizzata. Inoltre, lascia una grossa variabile dell’utilizzo del sistema al conducente che rischia di inficiare l’efficienza salvaguardando il piacere di guida.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/Nissan-e-Power-2-kyf-650x485@IlSole24Ore-Web.jpg" alt="Nissan e Power 2 kyf 650x485@IlSole24Ore Web" class="wp-image-103175" width="488" height="364" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 379" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/Nissan-e-Power-2-kyf-650x485@IlSole24Ore-Web.jpg 650w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/Nissan-e-Power-2-kyf-650x485@IlSole24Ore-Web-300x224.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/Nissan-e-Power-2-kyf-650x485@IlSole24Ore-Web-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 488px) 100vw, 488px" /><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 398</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Rapporto prestazioni/efficienze</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti i sistemi presi in esame hanno un batteria ad ioni di litio. La capacità è più o meno uguale per tutti intorno agli 1,2kWh. Solo Hyundai può approfittare delle dimensioni della Kona per avere una batteria da 1,56kWh</p>



<p class="wp-block-paragraph"> I sistemi Full Hybrid hanno tutti una funzione EV pura. Una caratteristica insita nei sistemi Toyota, Renault ed Hyundai. Honda e:HEV non la prevede ma non è un controsenso. La gestione automatica del sistema consente di andare in EV in modo autonomo. La Jazz infatti, fino a 30/40km/h, marcia in modalità EV rendendo ridondante un eventuale comando manuale. Negli altri sistemi, potendo viaggiare in modalità parallelo, il motore endotermico potrebbe essere chiamato a funzionare anche a bassa velocità in base alla richiesta di potenza. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="320" height="180" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/mqdefault.jpg" alt="mqdefault" class="wp-image-103176" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 380" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/mqdefault.jpg 320w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/mqdefault-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 320px) 100vw, 320px" /><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 399</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il conducente può optare per la modalità EV a comando, obbligando il sistema a non accendere il motore endotermico per pochi km. In questo caso successivamente il sistema deve ricaricare la batteria per funzionare in modalità hybrid automatico chiamando il motore endotermico a fare gli straordinari. Spetta alla capacità del driver bilanciare entrambe le condizioni per conservare bassi consumi. </p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td>Sistema costruttore</td><td>Vel- max</td><td>Acc. &nbsp;0-100km/h</td><td>Coppia sistema</td><td>Rapporto peso/potenza</td></tr><tr><td>Honda e:HEV</td><td>172</td><td>9,4s</td><td>253Nm</td><td>87cv/1000kg</td></tr><tr><td>Nissan e:Power</td><td>170</td><td>10,5s</td><td>240Nm</td><td>87cv/1000kg</td></tr><tr><td>Toyota HSD</td><td>175</td><td>9,7</td><td>260Nm</td><td>78cv/1000kg</td></tr><tr><td>Renault E-TECH</td><td>186</td><td>9,9</td><td>346Nm</td><td>105cv/1000kg</td></tr><tr><td>Hyundai FEV</td><td>160</td><td>11,2</td><td>265Nm</td><td>102cv/1000kg</td></tr></tbody></table><figcaption>Tabella Prestazioni &#8211; Velocità &#8211; Accelerazione. Coppia- Rapporto peso/ potenza</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Indipendentemente se il sistema sia ibrido serie, o serie/parallelo, i numeri delle prestazioni sono simili.  La differenza sta tutta in come queste si sviluppano sotto la pressione dell&#8217;acceleratore.  Toyota pur dichiarando un consumo più basso, deve fare i conti con uno stile di guida obbligato.  La Yaris è versatile. Il conducente può decidere di far registrare i consumi dichiarati usando la funzione ECO, oppure sfruttare la prestazione con la funzione Sport peggiorando i consumi. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/ev-Mode-kBvC-U3140851759545OPI-593x443@Corriere-Web-Sezioni.jpg" alt="ev Mode kBvC U3140851759545OPI 593x443@Corriere Web Sezioni" class="wp-image-103177" width="445" height="332" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 381" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/ev-Mode-kBvC-U3140851759545OPI-593x443@Corriere-Web-Sezioni.jpg 593w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/ev-Mode-kBvC-U3140851759545OPI-593x443@Corriere-Web-Sezioni-300x224.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/ev-Mode-kBvC-U3140851759545OPI-593x443@Corriere-Web-Sezioni-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 445px) 100vw, 445px" /><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 400</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"> Honda invece non consente una possibilità di scelta manuale.  Il sistema si adatta all&#8217;uso dell’acceleratore. Le prestazioni sono discrete, analoghe alla Toyota ma c&#8217;è un evidente effetto slegato del motore endotermico rispetto a quanto succede sul tachimetro all&#8217;aumentare della velocità. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Renault e Hyundai puntano su un piacere di guida marcato, anche se in modo diverso, senza penalizzare troppo l’efficienza. La Clio sommando la potenza con una risposta pronta all&#8217;azione del gas sfrutta al meglio anche la cambiata più rapida del suo cambio a denti dritti. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/Hyundai-Kona-Hybrid-144-730x487.jpg" alt="Hyundai Kona Hybrid 144" class="wp-image-103178" width="548" height="365" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 382"><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 401</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"> Hyundai invece, putando sul cambio a doppia frizione con motore elettrico singolo è il sistema full hybrid che più assomiglia per tipo di guida e di utilizzo alla vecchia scuola di benzina e diesel. Questo implica che il comportamento del driver diventa la variabile più importante per il corretto funzionamento del sistema.   </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Conclusioni.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se qualcuno, dopo aver letto tutto ciò, si aspettava di trovare una classifica del sistema migliore ci dispiace per la delusione. Le variabili  per definire una graduatoria sono troppe per un&#8217;analisi oggettiva. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/maxresdefault-1-1-730x411.jpg" alt="maxresdefault 1 1" class="wp-image-103179" width="548" height="308" title="Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 383"><figcaption>Tecnica FULL HYBRID - Confronto tra soluzioni, Honda, Hyundai, Nissan, Renault e Toyota. 402</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scopo di questa guida è quello di dare al lettore la capacità di conoscere i sistemi nel dettaglio, presenti sul mercato aiutando il lettore a scegliere il meglio in funzione della propria indole di guida. </p>



<p class="wp-block-paragraph">A questi vanno poi sommate altre variabili come la percezione del brand, stile e dotazioni tecnologiche. Questa guida rappresenta un modo per avere a portata di mano dati e le indicazioni confrontandole i diversi sistema full hybrid del segmento B e B-SUV.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2021/01/15/le-tecnologie-del-motore-endotermico-la-variazione-di-fase/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=le-tecnologie-del-motore-endotermico-la-variazione-di-fase</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2021 17:39:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il sistema di fasatura variabile della distribuzione è uno degli elementi fondamentali per le automobili moderne. Nato sul finire degli anni 70 per merito di Alfa Romeo con l&#8217;intendo di migliorare la curva di coppia del motore 1750cc, oggi viene usato non solo per variare l’alzata della valvole di aspirazione ma anche quelle allo scarico. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il sistema di fasatura variabile della distribuzione è uno degli elementi fondamentali per le automobili moderne. Nato sul finire degli anni 70 per merito di Alfa Romeo con l&#8217;intendo di migliorare la curva di coppia del motore 1750cc, oggi viene usato non solo per variare l’alzata della valvole di aspirazione ma anche quelle allo scarico.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/la-fasatura-variabile-1024x576.jpg" alt="la fasatura variabile" class="wp-image-102032" width="498" height="280" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 403" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/la-fasatura-variabile-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/la-fasatura-variabile-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/la-fasatura-variabile-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/la-fasatura-variabile-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/la-fasatura-variabile.jpg 1136w" sizes="(max-width: 498px) 100vw, 498px" /><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 420</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scopo è avere una curva di coppia il più omogenea possibile, sfruttabile sia ai bassi e medi regimi che al massimo carico. Inoltre,  il controllo della fasatura variabile allo scarico serve per controllare l’azione del turbo.  In questo modo si garantisce il corretto volume di aria all’aspirazione per una combustione ottimale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="480" height="280" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/Variable-Valve-Timing-Explained-graph-inline-N55-Valve-Timing-Adjustability2.png" alt="Variable Valve Timing Explained graph inline N55 Valve Timing Adjustability2" class="wp-image-102056" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 404" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/Variable-Valve-Timing-Explained-graph-inline-N55-Valve-Timing-Adjustability2.png 480w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/Variable-Valve-Timing-Explained-graph-inline-N55-Valve-Timing-Adjustability2-300x175.png 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 421</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Sfruttando l&#8217;alzata variabile di valvole di aspirazione e scarico si ottengono motori che superano i 100cv/litro con un&#8217; erogazione di potenza lineare e consumi specifici nettamente migliori che in passato. Il carattere cattivo da calcio nella schiena, purtroppo o per fortuna è un lontano ricordo. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il variatore di fase Alfa Romeo </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il capostipite. Il sistema consentiva di variare l’angolo dell’albero a camme di 20°, ma ad oggi si è giunti anche ad un valore di rotazione fino a 60°e con diversi regimi regime di rotazione piuttosto che uno prefissato come in origine</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="512" height="288" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/unnamed-2jpg-1.jpg" alt="unnamed 2jpg 1" class="wp-image-102057" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 405" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-2jpg-1.jpg 512w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-2jpg-1-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 422</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Un elemento fissato sulla puleggia dell&#8217;albero a camme viene comandato dalla distribuzione scorrendo su un profilo a millerighe.  Una scalanatura elicoidale gli permette di ruotare mentre varia la sua posizione. Di conseguenza,  anche l&#8217;albero a camme ad esso collegato cambia il suo angolo cambiando la posizione della camma e l&#8217;alzata della valvola di aspirazione. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/unnamed3.png" alt="unnamed3" class="wp-image-102037" width="483" height="489" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 406" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed3.png 506w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed3-300x304.png 300w" sizes="(max-width: 483px) 100vw, 483px" /><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 423</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Successivamente si è passati ad un azionamento elettroidraulico del modulo di comando variando la pressione dell&#8217;olio attraverso una elettrovalvola. L’ultima evoluzione ha visto l&#8217;utilizzo di un motorino elettrico per il controllo della pressione dell’olio assicurando una maggiore precisione. La variazione dell’angolo della albero a camme può avvenire anche a regimi diversi in modo continuo con conseguente migliore controllo della fasatura. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi la quasi totalità dei motori di tutti i costruttori utilizza un variatore di fase abbinato anche a condotti di aspirazione a geometria variabile. Infine è diventato una parte importante dei sistemi di controllo dell&#8217;alzata variabile delle valvole senza l&#8217;utilizzo della valvola a farfalla. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/Q70674836_g.jpg" alt="Q70674836 g" class="wp-image-102054" width="498" height="304" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 407" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/Q70674836_g.jpg 717w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/Q70674836_g-300x183.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/Q70674836_g-696x425.jpg 696w" sizes="(max-width: 498px) 100vw, 498px" /><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 424</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Toyota VVT-I </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Variable Valve Timing è molto simile al sistema  Alfa Romeo.  Un comando idraulico a controllo elettronico permette la variazione fino a&nbsp; 60° dell&#8217;albero a camme attraverso un sistema ad elica. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Viene utilizzato sia per l&#8217;aspirazione che per lo scarico che rimane ad azionamento idraulico. La gestione elettronica consente un controllo più preciso dell&#8217;alzata delle valvole di aspirazione migliorando la fase di riempimento della miscela migliorando il rapporto consumi/prestazioni.&nbsp; </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/6AR_vvt-types.png" alt="6AR vvt types" class="wp-image-102055" width="502" height="269" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 408" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/6AR_vvt-types.png 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/6AR_vvt-types-300x161.png 300w" sizes="(max-width: 502px) 100vw, 502px" /><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 425</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il VVT-I può anticipare e ritardare la fasatura dell&#8217;albero a camme sfruttando la diversa rotazione del motore elettrico rispetto all&#8217;albero a camme collegato alla rotazione dell&#8217;albero motore.  </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Honda VTEC</strong>&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"> E&#8217; un sistema che dispone di due profili delle camme distinti. Uno è utilizzato per i regimi bassi e uno per quelli più alti. Quando viene superato un determinato regime, un solenoide apre una valvola che spinge un perno permettendo ai due bilancieri di essere solidali tra loro.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/VTEC-Sys-1024x776.jpg" alt="VTEC Sys" class="wp-image-102043" width="509" height="386" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 409"><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 426</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"> In questa condizione un terzo profilo,  più spinto, agisce sulle valvole aumentando l&#8217;alzata permettendo un aumento di potenza. Diversamente, quando è in azione il profilo meno performante si determina un miglioramento dell’erogazione a bassi e medi regimi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo sistema ha consentito ad Honda di sfruttate un ampiezza di giri che consente di arrivare a 9000 giri/minuto con una curva di coppia molto lineare.  Nel corso degli anni il sistema si è evoluto in VTEC-E. Le camme per l’azionamento delle valvole ai bassi regimi assumevano un diverso angolo tra loro. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="576" height="202" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/3-stageVTEC.jpg" alt="3 stageVTEC" class="wp-image-102044" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 410" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/3-stageVTEC.jpg 576w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/3-stageVTEC-300x105.jpg 300w" sizes="(max-width: 576px) 100vw, 576px" /><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 427</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">In questo modo si ottiene una diversa apertura a parità di angolo dell&#8217;albero a camme che genera una turbolenza in ingesso della miscela che migliorava la combustione.  Ai regimi intermedi il VTEC-E continua a funzionare con le classiche due logiche di funzionamento del VTEC tradizionale migliorando i consumi a carchi parziali e l&#8217;allungo agli alti regimi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbinando anche la rotazione dell’albero come nei variatori di fase classici, consente di usare miscele più magre del classico rapporto stechiometrico. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/smart-mivec_im_03.gif" alt="smart mivec im 03" class="wp-image-102045" width="528" height="275" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 411"><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 428</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"> <strong>Mitsubishi MIVEC</strong> </p>



<p class="wp-block-paragraph">Diversamente da Honda Il profilo della camma è unico ed aziona un bilanciere che agisce cambiando la posizione sulle punterie. A bassi regimi le camme hanno un azione diretta sul bilanciere. All’aumentare dei giri un leveraggio mosso attraverso un attuatore elettroidraulico si interpone tra la camma ed il bilanciere cambiando l&#8217;alzata della valvola&nbsp;variando la fasatura. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La gestione elettronica consente al MIVEC di essere usato sia per le alte prestazioni che per abbassare i consumi utilizzando logiche di alzata variabile. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="426" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/ToyotaPriusCicloAtkinson-1024x426.jpg" alt="ToyotaPriusCicloAtkinson" class="wp-image-102046" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 412" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/ToyotaPriusCicloAtkinson-1024x426.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/ToyotaPriusCicloAtkinson-768x320.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/ToyotaPriusCicloAtkinson-300x125.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/ToyotaPriusCicloAtkinson-696x290.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/ToyotaPriusCicloAtkinson.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 429</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perfetto per il ciclo Atkinson -Miller </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">I sistemi Toyota VVT-I, Honda i-VTEC e Mitsubishi MIVEC , sfruttano la gestione dell&#8217;alzata delle valvole di aspirazione per consentire la chiusura posticipata della stessa. In questo caso il rapporto di compressione diventa variabile applicando il ciclo Atkinson. Tutti i propulsori giapponesi che utilizzano tale ciclo i combustione vengono abbinati ai sistemi ibridi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel caso del Gruppo Volkswagen si usa il ciclo Miller. Per ottenere il movimento variabile delle valvole per gestire il rapporto di compressione attraverso il sistema Audi Valvelift. Un sistema complesso che prevede un manicotto con doppio profilo di camma che so sposta sull&#8217;albero a camme a seconda della necessità dettata dal controllo elettronico. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/A170891_full-1024x703.jpg" alt="A170891 full" class="wp-image-102047" width="517" height="356" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 413" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/A170891_full-1024x703.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/A170891_full-768x527.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/A170891_full-300x206.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/A170891_full-696x478.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/A170891_full.jpg 1136w" sizes="(max-width: 517px) 100vw, 517px" /><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 430</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Porsche Vario Cam, e Vario Cam Plus</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Varia la tensione della catena di distribuzione per far scorrere il  modulo cambiando l’angolo dell’albero a camme. Il Vario Cam Plus aggiunge anche due diversi profili delle camme che agiscono sulle punterie. Inoltre, all&#8217;interno delle punterie avviene una variazione di pressione idraulica dell’olio che produce un&#8217;alzata variabile delle valvole.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> <strong>BMW Doppio VANOS e Valvetronic</strong> </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo consente la rotazione dell’albero a camme in tre diverse posizioni a seconda del numero di giri. Il Doppio VANOS consente una rotazione continuativa tenendo conto anche della posizione dell’acceleratore. Il sistema agisce, come sul Vario Cam Porsche,  sulla tensione della catena attraverso un pistoncino idraulico comandato elettronicamente. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/Doppio-Vanos.jpg" alt="Doppio Vanos" class="wp-image-102048" width="532" height="299" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 414" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/Doppio-Vanos.jpg 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/Doppio-Vanos-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 532px) 100vw, 532px" /><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 431</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il Valetronic è uno dei primi sistemi di controllo continuo dell’alzata delle valvole. Un comando elettromeccanico consente di variare l’alzata delle valvole indipendentemente dalla posizione dell’albero a camme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un motorino elettrico muove una vite senza fine su cui viene calettato un ingranaggio eccentrico. Al ruotare di quest’ultimo si produce lo spostamento della posizione del bilanciere sulla punteria variando l&#8217;alzata della valvola in modo continuo. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="800" height="427" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/photo-3-copy.png" alt="photo 3 copy" class="wp-image-102049" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 415" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/photo-3-copy.png 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/photo-3-copy-768x410.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/photo-3-copy-300x160.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/photo-3-copy-696x371.png 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 432</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il vantaggio di tale sistema sistema è quella di poter fare a meno della presenza della valvola a farfalla per regolare l&#8217;afflusso d&#8217;aria all&#8217;aspirazione. In questo modo si riducono le perdita di carico dovute alla fluidodinamica dell&#8217;aria aspirata dal motore.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>FIAT Multiair. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"> La punteria è costituita da due elementi rigidi collegati tramite un pompante contenente olio dotato di una valvola controllata da un sistema elettronico indipendente.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="300" height="230" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/fiat-multiair-valve-lift-system.jpg" alt="fiat multiair valve lift system" class="wp-image-102050" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 416"><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 433</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">A seconda dell’apertura o chiusura della valvola,  l’olio permette un determinato movimento alla punteria. Una molla di richiamo ne consente la sua chiusura seguendo il  profilo della camma. </p>



<p class="wp-block-paragraph">A seconda della posizione dell’acceleratore,  la valvola apre cambiando la pressione dell’olio nella punteria che varia l’apertura della valvola di aspirazione. Ai massimi carichi la valvola di controllo si richiuderà permettendo di utilizzare il profilo rimanente della camma. In ogni caso non si riesce a riguadagnare la corsa originale per via della già avvenuta fuoriuscita dell&#8217;olio che ha già variato parte dell’alzata.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/download.jpg" alt="download" class="wp-image-102051" width="386" height="259" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 417"><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 434</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I tecnici FIAT hanno ottenuto in modo semplice ed economico il controllo completo dell’alzata della valvole. Si può intervenire sia su quelle di aspirazione che cosa molto importante anche allo scarico eliminando la valvola a farfalla. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Soluzioni di altri costruttor</strong>i</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mazda S-VL si differenzia per la rotazione dell’angolo dell’albero a camme ottenuta attraverso un diverso sistema di gestione della pressione idraulica per muovere il meccanismo che ruota l’albero.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="512" height="307" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/unnamed-7jpg.jpg" alt="unnamed 7jpg" class="wp-image-102052" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 418" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-7jpg.jpg 512w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-7jpg-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 435</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Nissan VVL e Subaru AVLS usano entrambi sistemi simili al sistema VTEC Honda. In particolare Nissan è stata una delle prime ad utilizzarlo anche per lo scarico, variando i giri in cui interviene differenziando rispetto all&#8217;aspirazione. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;aiuto dei produttori di componenti.</strong> </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2021/01/maxresdefault-1024x576.jpg" alt="maxresdefault" class="wp-image-102053" title="Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 419" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/maxresdefault-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/maxresdefault-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/maxresdefault-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/maxresdefault-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2021/01/maxresdefault.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Le tecnologie del Motore endotermico: La variazione di fase 436</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La BorgWarner ha sviluppato sistemi per la fasatura variabile che hanno dalla loro la forza di essere versatili ed adattabili ad ogni produttore. L&#8217;azionamento è simile al sistema di BMW e Porsche agendo sulla tensione della catena. Questo lo rende semplice e versatile. In più si possono sviluppare sistemi di controllo continuo dell&#8217;alzata delle valvole in funzione della necessità dei singoli produttori limitando costi di progettazione. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong> </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>ADAS: Parte prima,  principi e funzionamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Dec 2020 15:55:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>ADAS, ovvero Advanced driver-assistance systems che ulteriormente tradotto in italiano significa sistemi avanzati di assistenza alla guida Sono sistemi elettronici che hanno il compito di assistere il conducente e sono presenti ormai su tutte le vetture di nuova immatricolazione. Il motivo della loro diffusione anche su automobili di fascia bassa del mercato è dovuta al [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>ADAS, ovvero Advanced driver-assistance systems che ulteriormente tradotto in italiano significa sistemi avanzati di assistenza alla guida</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="581" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/ADAS-1030x584-1-1024x581.jpg" alt="ADAS 1030x584 1" class="wp-image-100561" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 437" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/ADAS-1030x584-1-1024x581.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/ADAS-1030x584-1-768x435.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/ADAS-1030x584-1-300x170.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/ADAS-1030x584-1-696x395.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/ADAS-1030x584-1.jpg 1030w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 453</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Sono sistemi elettronici che hanno il compito di assistere il conducente e sono presenti ormai su tutte le vetture di nuova immatricolazione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motivo della loro diffusione anche su automobili di fascia bassa del mercato è dovuta al fatto che hanno una reale valenza sulla sicurezza complessiva del veicolo. Inoltre, i costruttori riescono ad ottenere una migliore valutazione in termini di efficacia e stelle ottenute nelle prove Euro NCAP proprio grazie alla presenza di questi sistemi. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="512" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/automated-cars-1-1024x512.png" alt="automated cars 1" class="wp-image-100562" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 438" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/automated-cars-1-1024x512.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/automated-cars-1-768x384.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/automated-cars-1-300x150.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/automated-cars-1-696x348.png 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/automated-cars-1.png 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 454</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto, l&#8217;<strong>ABS ed ESP</strong> per il controllo del bloccaggio dei freni e della stabilità del veicolo sono sistemi ADAS a tutti gli effetti e sono presenti su tutte le auto ad ogni livello. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli ADAS utilizzano strumenti come <strong>telecamere, radar,  LIDAR</strong>, che sfrutta un fascio laser da media distanza, ed infine i <strong>sensori ad ultrasuoni</strong> disposti lungo la carrozzeria dell&#8217;auto. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="570" height="600" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/18119-ford-ritarda-guida-autonoma-senza-pedali-e-volante2.jpg" alt="18119 ford ritarda guida autonoma senza pedali e volante2" class="wp-image-100563" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 439" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/18119-ford-ritarda-guida-autonoma-senza-pedali-e-volante2.jpg 570w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/18119-ford-ritarda-guida-autonoma-senza-pedali-e-volante2-300x316.jpg 300w" sizes="(max-width: 570px) 100vw, 570px" /><figcaption>ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 455</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La classificazione avviene sei livelli dal <strong> livello 0 fino al livello 5.</strong> l’ADAS di primo livello, lo zero, viene detto anche <strong>passivo</strong>, cioè non può controllare l&#8217;auto ma fornisce solo informazioni visive ed acustiche. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Al livello 1 diventano <strong>attivi </strong>agendo in modo limitato i controlli dell&#8217;auto integrando il segnale acustico e visivo.  Al  livello 2 assume il controllo in modo attivo di alcuni comandi come freni, sterzo ed acceleratore. Dal livello 3 al 5, aumenta sempre di più la quantità di controllo del sistema arrivando ad integrarsi con l&#8217;interfaccia multimediale per poi giungere alla guida totalmente autonoma. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sui veicoli di ultima generazione si possono trovare facilmente anche ADAS di livello 3 o di livello 4 come il parcheggio automatico.  Il loro uso e la loro funzionalità è comunque vincolata alla responsabilità del conducente non esistendo ancora una norma per il loro utilizzo ai fini assicurativi. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="800" height="450" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/23571-gli-adas-sviluppati-dal-colosso-coreano-lg-1.jpg" alt="23571 gli adas sviluppati dal colosso coreano lg 1" class="wp-image-100566" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 440" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/23571-gli-adas-sviluppati-dal-colosso-coreano-lg-1.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/23571-gli-adas-sviluppati-dal-colosso-coreano-lg-1-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/23571-gli-adas-sviluppati-dal-colosso-coreano-lg-1-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/23571-gli-adas-sviluppati-dal-colosso-coreano-lg-1-696x392.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 456</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti i grandi costruttori e produttori di componentistica stanno adottando una nomenclatura comune per consentire al cliente di capire fin dal primo momento ciò che è presente sull&#8217;auto ed il suo funzionamento. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa prima parte, faremo una panoramica sui sistemi che vanno dal livello zero al livello due, essendo diffusi su tutte le auto di nuova immatricolazione anche quelle di fascia bassa del mercato </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tre in particolare, a nostro avviso,  sono fondamentali. Quindi meglio prestare attenzione alla lista accessori di serie e quella degli optional. Il primo è il Il <strong>mantenimento della corsia di marcia</strong>. Il secondo è il <strong>cruise control adattivo,</strong>  il terzo è il <strong>sistema anticollisione</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="342" height="395" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/adas-options.png" alt="adas options" class="wp-image-100568" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 441" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/adas-options.png 342w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/adas-options-300x346.png 300w" sizes="(max-width: 342px) 100vw, 342px" /><figcaption>ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 457</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Mantenimento di corsia </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Funziona su tre livelli di intervento ed è bene sapere fin da subito di che tipo è quello montato sulla vostra vettura scelta e nel caso integrarlo se possibile con gli altri due.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>LDW</strong>, lane departure warning. Di livello 0, avvisa il conducente quando cambia corsia senza utilizzare gli indicatori con un’allarme acustico o visivo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/copertina-lane-keep-assist-che-cose-e-a-chi-conviene-1024x576.jpg" alt="copertina lane keep assist che cose e a chi conviene" class="wp-image-100569" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 442" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/copertina-lane-keep-assist-che-cose-e-a-chi-conviene-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/copertina-lane-keep-assist-che-cose-e-a-chi-conviene-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/copertina-lane-keep-assist-che-cose-e-a-chi-conviene-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/copertina-lane-keep-assist-che-cose-e-a-chi-conviene-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/copertina-lane-keep-assist-che-cose-e-a-chi-conviene.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 458</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>LKA/LKS,</strong> lane keeping assist. Di livello 1. Grazie alla presenza di telecamere e radar agisce sul centraggio della corsia controllando lo sterzo quando ci si avvicina ai limiti della stessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>LCA;</strong> Lane Centering Assist. Sempre di livello 1, agisce sullo sterzo anche un curva tenendo sempre il centro della corsia. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="690" height="408" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/8-Figure2-1.png" alt="8 Figure2 1" class="wp-image-100570" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 443" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/8-Figure2-1.png 690w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/8-Figure2-1-300x177.png 300w" sizes="(max-width: 690px) 100vw, 690px" /><figcaption>ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 459</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il cruise control Adattivo (ACC)</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cruise Control:</strong> Permette il controllo della velocità di crociera predeterminata dal conducente. La livello 0 l&#8217;auto manterrà la velocità impostata dal guidatore finché il guidatore non preme il pedale del freno, il pedale della frizione o disinnesta il sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al livello 1 diventa <strong>adattivo</strong>. La vettura attraverso l’uso di telecamere e radar può accelerare o decelerare, in base alla distanza determinata dal conducente agendo sul regolatore che aumenta o diminuisce le barrette sul quadro strumenti. Anche in questo caso si disattiva utilizzando i pedali. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="432" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/stage_stauassisent_stage_mobile.jpg" alt="stage stauassisent stage mobile" class="wp-image-100571" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 444" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/stage_stauassisent_stage_mobile.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/stage_stauassisent_stage_mobile-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/stage_stauassisent_stage_mobile-696x392.jpg 696w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 460</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Traffic Jam Assist</strong> e <strong>Riconoscimento dei segnali stradali:</strong>  Quando il  Cruise control Adattivo si abbina anche a questi due sistemi si evolve al livello 3. Il veicolo si aggancia alla velocità della vettura che precede fino all&#8217;arresto completo ed alla ripartenza in automatico nelle condizioni di marcia variabile come il traffico intenso. Inoltre,  una volta riconosciuto il segnale di velocità adegua in automatico il suo intervento. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Frenata automatica di emergenza:</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>BAS</strong>, <em>Brake Assistant System</em> o <strong>HBA</strong>, <em>Hydraulic Brake Assist</em>. Di livello 0 rileva la necessita di una frenata di emergenza da parte del conducente dando la massima pressione al pedale del freno quando questa manca per evitare l&#8217;impatto. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="720" height="280" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/sft_15_02.jpg" alt="sft 15 02" class="wp-image-100572" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 445" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/sft_15_02.jpg 720w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/sft_15_02-300x117.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/sft_15_02-696x271.jpg 696w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption>ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 461</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Anticollisione:</strong> Di livello 1, rileva una potenziale situazione di pericolo attraverso sensori e radar, agendo sull&#8217;impianto frenante quando ci si avvicina rapidamente all&#8217;ostacolo. Il sistema agisce anche sui sistemi di bordo come il pretensionatore delle cinture di sicurezza per mitigare un eventuale impatto. </p>



<p class="wp-block-paragraph"> Utilizzando sistemi di rilevamento più avanzati come LIDAR può rilevare pedoni, ciclisti o animali, anche in condizioni di scarsa aderenza. Può evolversi aggiungendo la funzione di  &#8220;<strong>Multi Collision Brake</strong>&#8221; allargando il suo intervento anche in incidenti dove ci sono più collisioni contemporaneamente. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="658" height="370" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/AEB-AUTONOMUS-EMERGENCY-BRAKING.jpg" alt="AEB AUTONOMUS EMERGENCY BRAKING" class="wp-image-100584" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 446" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/AEB-AUTONOMUS-EMERGENCY-BRAKING.jpg 658w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/AEB-AUTONOMUS-EMERGENCY-BRAKING-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 658px) 100vw, 658px" /><figcaption>Crash test EuroNCAP, la Nissan Leaf è la prima  a ricevere 5 stelle nella protezione dei ciclisti

(smtpsrvsdp)
Immagine aeb_cyclist_01_2018_658 da CBALNEXTA host smtpsrvsdp @autore CBALNEXTA</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Molto importante è il fattore velocità di attivazione del sistema che può andare dai 30/50km/h. Oltre tale valore il sistema non interviene. Altro fattore invece è la velocità minima di intervento del sistema una volta che si è ripartiti da una sosta. Un fattore importante nella marcia a singhiozzo dove il veicolo che precede fa piccoli movimenti prima di arrestarsi. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il livello 2:</strong> I tre sistemi sopra elencati, se presenti tutti all&#8217;unisono interagiscono uno con l&#8217;altro aumentando il livello di guida autonoma e di sicurezza. Escludere anche solo uno di essi non consente agli altri di lavorare al meglio abbassando il livello di sicurezza del veicolo. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1000" height="707" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/acc.gif" alt="acc" class="wp-image-100586" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 447"><figcaption>ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 462</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Altri sistemi utili da conoscere.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>ALC, Adaptive Light Control:</strong> Al livello zero attiva automaticamente i fari anabbaglianti con il sensore crepuscolare <strong>e gestisce automaticamente i fari abbaglianti.</strong> Al livello 1 per veicoli con fari  full Led Matrix modifica il fascio luminoso evitando di abbagliare i veicoli nel senso di marcia opposto. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>HDC,  Hill Descend Control: </strong>Controlla l&#8217;auto nelle discese più ripide, coordinando l’azione dei freni attraverso il sistema ESC e mantenendo una velocità di solito inferiore ai 5 km/h. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="700" height="328" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/53234e785df093f8249a3f61beb88531.jpg" alt="53234e785df093f8249a3f61beb88531" class="wp-image-100574" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 448" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/53234e785df093f8249a3f61beb88531.jpg 700w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/53234e785df093f8249a3f61beb88531-300x141.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/53234e785df093f8249a3f61beb88531-696x326.jpg 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption>fonte: Harman</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>DAS, Driving Attention Assist:  </strong>A livello 0, il sistema monitorizza le ore che si passano al volante mostrando un simbolo come la tazzina di caffè o segnale acustico. Al livello 1 il sistema  verifica lo stato del viso attraverso una camera controllando che i movimenti dello sterzo non siano involontari. Il sistema controlla anche l&#8217;uso degli indicatori di direzione, la velocità di immissione nella corsia di accelerazione è se non sono fluidi produce un avviso acustico forte o una vibrazione al sedile o volante.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>RTA, Rear Traffic Alert:</strong> Il sistema sfrutta i sensori di parcheggio, quelli del monitoraggio angolo cieco, aiutando il guidatore nelle manovre di retromarcia come le uscite cieche da posteggio con segnalazione acustica o visiva. La livello 1 verifica l’avvicinarsi di pedoni, biciclette o altri veicoli fermando l&#8217;auto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="640" height="360" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/xuDlcrL40QY.jpg" alt="" class="wp-image-100576" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 449" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/xuDlcrL40QY.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/xuDlcrL40QY-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption>ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 463</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>TSR Traffic Sign Recognition </strong>Grazie alla presenza della telecamera anteriore il sistema rileva i segnali stradali proiettandoli poi sul display della strumentazione di bordo. I livello 0 fornisce solo segnalazioni visive e acustiche se su supera il limite di velocità. Livello 1 può regolare velocità abbinandosi al cruise control adattivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>APS,</strong> <strong>Automatic Parking System</strong>.  Ad oggi è l&#8217;unico sistema a poter vantare di essere a seconda dell&#8217;automazione di livello 3 ed addirittura il livello 4. Al livello 0 ci sono solo le segnalazioni provenienti dai sensori di parcheggio ad ultrasuoni. Al livello 1 questi vengono integrati dalla retrocamera con linee guida dinamiche. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="800" height="600" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/Parklenkassistent-Parktronic-nachrusten-4.jpg" alt="Parklenkassistent Parktronic nachrusten 4" class="wp-image-100577" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 450" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/Parklenkassistent-Parktronic-nachrusten-4.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/Parklenkassistent-Parktronic-nachrusten-4-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/Parklenkassistent-Parktronic-nachrusten-4-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/Parklenkassistent-Parktronic-nachrusten-4-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/Parklenkassistent-Parktronic-nachrusten-4-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 464</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Salendo di livello vengono utilizzati processori per computer collegati ai sensori e telecamere individuando la zona utile al parcheggio predisponendosi per attivare i comandi ed effettuare la manovra di parcheggio in completa automazione. Questo vale anche per le uscite da parcheggio anche a distanza tramite comando in remoto. Un dettaglio che tratteremo nella seconda parte in modo diffuso. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CTA Cross Traffic Alert:</strong> Tramite l’utilizzo di telecamere e sensori, si attiva quando si sta per attraversare un incrocio, avvisando il guidatore se qualche veicolo si sta avvicinando in maniera pericolosa da dietro l’angolo o da un’altra direzione che il guidatore non può vedere. Si può abbinare anche al sistema che <strong>Aiuta alla svolta assistita:</strong> agendo sui comandi  quando sopraggiungono veicoli dalla direzione opposta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1000" height="613" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/015.jpg" alt="015" class="wp-image-100579" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 451" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/015.jpg 1000w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/015-768x471.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/015-300x184.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/015-696x427.jpg 696w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption>Mountains car travel.; Shutterstock ID 54025735; Purchase Order: &#8211;</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Blind Spot Monitor:  </strong>Controlla presenza di veicoli che sopraggiungono presenti nella zona cieca sfruttando sensori e telecamere montati sugli specchietti. Al livello 0 produce segnalazioni visive oppure facendo vibrare il volante. Al livello 1 interviene sullo sterzo per impedire il passaggio di corsia, abbinandosi al controllo adattivo della corsia di marcia.  Il  sistema può essere utilizzato per avvertire il conducente all’apertura della porta nel caso di veicoli in avvicinamento come i ciclisti. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>NVA, Night View Assist:</strong> Utilizza una telecamera ad infrarossi e si integra con il sistema che gestisce i proiettori adattivi. Evidenzia la presenza di oggetti, pedoni, ciclisti sulla strada in condizioni di oscurità determinando le sagome attraverso il monitoraggio del calore dei corpi. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="990" height="542" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/12/3722744_1514_3rd_gen_vw_touareg_12.jpg" alt="3722744 1514 3rd gen vw touareg 12" class="wp-image-100580" title="ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 452" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/3722744_1514_3rd_gen_vw_touareg_12.jpg 990w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/3722744_1514_3rd_gen_vw_touareg_12-768x420.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/3722744_1514_3rd_gen_vw_touareg_12-300x164.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/12/3722744_1514_3rd_gen_vw_touareg_12-696x381.jpg 696w" sizes="(max-width: 990px) 100vw, 990px" /><figcaption>ADAS: Parte prima, principi e funzionamento 465</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Avvertenze:</strong> Gli ADAS sono sistemi di assistenza alla guida ed ai livelli più bassi non sostituiscono il guidatore. Averli a bordo non rappresenta ancora la guida autonoma implicando un&#8217;attenzione particolare da parte del conducente. A tal proposito se rilevano la mancata presenza delle mani sul volante avvisano il guidatore dopo pochi secondi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre è sempre meglio chiedere un test drive specifico per verificare il funzionamento dei sistemi presenti e la facilità di utilizzo in condizioni reali al momento dell&#8217;acquisto. Infine, una volta acquistato un veicolo con la presenza dei sistemi sopra elencati, meglio non staccarli. Il loro intervento non è una lesa maestà delle doti di guida del conducente, ma solo un concreto aiuto in una condizione di pericolo magari sottovalutata. Staccare anche uno solo di loro, impedisce che questi possano agire all&#8217;unisono magari nell&#8217;unica situazione della vita del veicolo che serve a preservare la sicurezza degli occupanti. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Le sinergie nell&#8217;auto: il concetto di piattaforme ed architetture condivise</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Nov 2020 13:59:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le aziende che producono automobili non lo fanno per passione. Nei loro organici ci sono ingegneri appassionati di meccanica ed automobili, ma lo scopo dell’industria dell’auto è generare profitto. L&#8217;obiettivo resta quello di generare una forbice la più ampia possibile tra il costo di realizzazione, ed il prezzo finale. Da quando Henry Ford ha creato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le aziende che producono automobili non lo fanno per passione. Nei loro organici ci sono ingegneri appassionati di meccanica ed automobili, ma lo scopo dell’industria dell’auto è generare profitto.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-99902" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/11/piattaforme-tecniche-fiat.tipo_.jpg" alt="piattaforme tecniche fiat.tipo" width="962" height="257" title="Le sinergie nell&#039;auto: il concetto di piattaforme ed architetture condivise 474" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/piattaforme-tecniche-fiat.tipo_.jpg 962w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/piattaforme-tecniche-fiat.tipo_-768x205.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/piattaforme-tecniche-fiat.tipo_-300x80.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/piattaforme-tecniche-fiat.tipo_-696x186.jpg 696w" sizes="(max-width: 962px) 100vw, 962px" /></p>
<p>L&#8217;obiettivo resta quello di generare una forbice la più ampia possibile tra il costo di realizzazione, ed il prezzo finale. Da quando Henry Ford ha creato la catena di montaggio diffondere a costi accettabili la sua Automobile, si è fatto uso di piattaforme tecniche condivise. Utilizzare una piattaforma tecnica automotive significa spalmare i costi di progettazione, ingegnerizzazione, e produzione rendendoli comuni a più auto contemporaneamente.</p>
<p>Ciò può avvenire all&#8217;interno dello stesso brand ma anche tra marchi differenti e concorrenti tra loro. Gli automobilisti stessi non sono a conoscenza di quanti componenti sono in comune tra le auto che sono anche di segmento e costi molto diversi tra loro.  Ci sono casi in cui la differenza tra vari modelli è solo nel marchio e poco altro. Mentre molti brand usano piattaforme tecniche suddivise in più moduli. Questo per dare origine a vetture che cambiano differiscono nello stile e per quanto possibile anche nel carattere.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-99903" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/11/jeep-e-fiat-1024x574.jpg" alt="jeep e fiat" width="1024" height="574" title="Le sinergie nell&#039;auto: il concetto di piattaforme ed architetture condivise 475"></p>
<p>Una piattaforma tecnica così pensata si divide in varie componenti. Il pianale , che funge da base per elementi strutturali che compongono la scocca. Al pianale si aggiungono due sottoinsiemi come l’assale anteriore e posteriore. Variando questi due elementi per esempio è possibile cambiare una dimensione fondamentale come e l’interasse o il passo della vettura. Poi c&#8217;è la meccanica, intesa come l&#8217;insieme di organi di sterzo e sospensioni. Infine la motorizzazione o come accade di recente la power train ed il suo posizionamento rispetto al pianale.</p>
<p>Lasciando il campo della meccanica, la condivisione si posta è diventa anche più massiccia quando si parla di parti elettroniche. Si possono condividere elementi per il controllo delle funzioni della vettura come centraline, sensori e cablaggi, fino ad interi sistemi per la gestione della sicurezza. Anche la componentistica interna, dai sedili, agli arredi fino ai nuovissimi sistemi multimediali può essere fortemente condivisa.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-99909" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/11/Fusione-FCA-PSA2-1024x576.jpg" alt="Fusione FCA PSA2" width="1024" height="576" title="Le sinergie nell&#039;auto: il concetto di piattaforme ed architetture condivise 476" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/Fusione-FCA-PSA2-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/Fusione-FCA-PSA2-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/Fusione-FCA-PSA2-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/Fusione-FCA-PSA2-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/Fusione-FCA-PSA2.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Se da un lato si costruiscono auto in modo più economico, resta il problema di differenziare i prodotti. Si rischia infatti, di avere tanti prodotti molto simili tra loro, una sorta di mercato dell’auto copia ed incolla.  In questo caso si dice che è una condivisione strutturale.</p>
<p>Fatto sta che i produttori possono aggiornare i propri modelli in modo più rapido ed a costi inferiori. Nel momento in cui lanciano un nuovo modello sul mercato questo può essere disponibile nella versione a 3/5porte, hatchback o berlina sedan, fino a SUV e crossover e persino minivan. Basta avere in comune alcuni pannelli di pavimento e del telaio, ma si può variare il tipo di motore, trasmissione fino a porzioni delle zone di rinforzo come l&#8217;ossatura vano porta, il pianale che determina lo sbalzo posteriore etc.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-99904" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/11/01-skyactiv-vehicle-architecture.jpg" alt="01 skyactiv vehicle architecture" width="800" height="564" title="Le sinergie nell&#039;auto: il concetto di piattaforme ed architetture condivise 477" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/01-skyactiv-vehicle-architecture.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/01-skyactiv-vehicle-architecture-768x541.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/01-skyactiv-vehicle-architecture-300x212.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/01-skyactiv-vehicle-architecture-696x491.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In questo caso il termine più adatto diventa un&#8217;architettura del veicolo condivisa</strong> . Si crea una base con pochi elementi fissi sui cui vengono istallati moduli di componenti anche con dimensioni e design diversi tra loro. Si ottengono prodotti diversificati senza rinunciare alla flessibilità per avere un&#8217;unica linea di montaggio. Spesso si possono produrre anche vetture dal carattere profondamente diverso dalla Coupè, alla Station Wagon giusto per fare un esempio.</p>
<p>La Skyactiv-Architecture di Mazda ha più un carattere di piattaforma strutturale. La cella abitativa ed il telaio sono piuttosto rigidi ma possono comunque dare vita a due modelli come  Mazda3 quando la Suv-Crossover CX30 anche se con meno flessibilità della concorrenza come vedremo. Anche i moduli delle sospensioni e delle motorizzazioni Skyactiv sono piuttosto simili e standardizzati fra loro. Il costruttore giapponese punta tutto sullo stile, e visti i risultati c&#8217;è da fare i complimenti ai progettisti giapponesi.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-99905" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/11/mqb-vw-1024x576.jpg" alt="mqb vw" width="1024" height="576" title="Le sinergie nell&#039;auto: il concetto di piattaforme ed architetture condivise 478" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/mqb-vw-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/mqb-vw-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/mqb-vw-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/mqb-vw-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/mqb-vw.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Dall&#8217;altra parte c&#8217;è invece chi fa il discorso opposto. E&#8217; il caso di Volkswagen invece adotta una piattaforma che è l’emblema della flessibilità. C&#8217;è una sola misura che rimane fissa e bloccata, quella che intercorre tra asse anteriore e parafiamma, le altre sono tutte variabili. Lo sbalzo anteriore e posteriore, il passo sbalzo e l’altezza della vettura può essere variata passando dalla bassa berlina al SUV-Crossover sulla stessa linea di montaggio.</p>
<p>Questa flessibilità consente di adottare anche sotto-insiemi diversi come  diversi schemi sospensivi a seconda della destinazione finale. Sull&#8217;asse posteriore per esempio viene adottato uno schema a ponte torcente per i modelli più economici ed uno schema multilink per quelli più prestazionali.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-99906" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/11/4495-volkswagen-modular-architecture-04-528x328-1.jpg" alt="4495 volkswagen modular architecture 04 528x328 1" width="528" height="328" title="Le sinergie nell&#039;auto: il concetto di piattaforme ed architetture condivise 479" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/4495-volkswagen-modular-architecture-04-528x328-1.jpg 528w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/4495-volkswagen-modular-architecture-04-528x328-1-300x186.jpg 300w" sizes="(max-width: 528px) 100vw, 528px" /></p>
<p>Anche le power train possono essere anche molto diverse tra loro. I motori possono essere benzina, diesel, dai Mild Hybrid ai Plug-in fino alle alimentazioni alternative come il Metano. Si possono usare trasmissioni automatiche, quanto manuali, e trazione anteriore oppure integrali. Insomma al progettista non resta che andare nella dispensa tecnologica del gruppo tedesco, selezionare la sua piattaforma tecnica e comporre le parti in funzione della destinazione finale del mercato. La taratura dei vari componenti selezionati renderà una Volkswagen Golf, diversa da una Audi A3.</p>
<p>Visto che il futuro è dietro l&#8217;angolo i progettisti di Volkswagen, ma in questo caso sono in buona compagnia visto che anche PSA ha fatto lo stesso discorso, tali architetture modulari sono adattabili senza problemi anche alla trazione elettrica. Sono previsti fin dall&#8217;origine di vano e parti della scocca per ospitare batteria, cablaggi e motori elettrici. Anzi proprio l&#8217;automobile elettrica per sua stessa semplicità costruttiva intrinseca si adatta alla perfezione ad essere prodotta in moduli.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-99908" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/11/volkswagen-group-s-mqb-platform-explained-78771-7.jpg" alt="volkswagen group s mqb platform explained 78771 7" width="600" height="330" title="Le sinergie nell&#039;auto: il concetto di piattaforme ed architetture condivise 480" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/volkswagen-group-s-mqb-platform-explained-78771-7.jpg 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/volkswagen-group-s-mqb-platform-explained-78771-7-300x165.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>A parte, qualche colosso giapponese che ha deciso di lanciare una linea di prodotto completamente dedicata ed unica come la Honda per la sua piccola cittadina, molti costruttori adotteranno soluzioni talmente simili che le vetture saranno diverse per stile, allestimenti e capacità di rendere la vita a bordo degli occupanti più confortevole e connessa possibile.</p>
<p>Ci sono però anche brand che non hanno le potenzialità per fare tutto da soli. Allora ci si affida ai colossi della componentistica. Produttori come Zf, Magna, Valeo, Continental creano veri e propri moduli per adattarsi ad ogni piattaforma tecnica già esistente.</p>
<p><figure id="attachment_99910" aria-describedby="caption-attachment-99910" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-99910 size-large" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/11/ZF_REN_System-Sportlimousine_2018-04-09-1024x512.png" alt="Immagine sul sito ZF per la scelta di moduli per la progettazione di un automobile" width="1024" height="512" title="Le sinergie nell&#039;auto: il concetto di piattaforme ed architetture condivise 481" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/ZF_REN_System-Sportlimousine_2018-04-09-1024x512.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/ZF_REN_System-Sportlimousine_2018-04-09-768x384.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/ZF_REN_System-Sportlimousine_2018-04-09-300x150.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/ZF_REN_System-Sportlimousine_2018-04-09-696x348.png 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/ZF_REN_System-Sportlimousine_2018-04-09.png 1129w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption id="caption-attachment-99910" class="wp-caption-text">Immagine sul sito ZF per la scelta di moduli per la progettazione di un automobile</figcaption></figure></p>
<p>Quindi un automobilista dovrà rassegnarsi a guidare la stessa auto con un brand diverso sul cofano? Per i modelli che fanno parte di una unica galassia come i mega gruppi tipo Volkswagen o la neo nata Stellantis, almeno su strada la differenza sarà veramente poca e percepibile da palati sopraffini. I progettisti giurano di lavorare sui dettagli per fornire un carattere unico alla loro vettura agendo sulla taratura della componentistica che può essere regolata per avere un diverso carattere.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-99911" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/11/MEB-e-modelli-1024x488-1.jpg" alt="MEB e modelli 1024x488 1" width="1024" height="488" title="Le sinergie nell&#039;auto: il concetto di piattaforme ed architetture condivise 482" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/MEB-e-modelli-1024x488-1.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/MEB-e-modelli-1024x488-1-768x366.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/MEB-e-modelli-1024x488-1-300x143.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/11/MEB-e-modelli-1024x488-1-696x332.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Elementi come sospensioni, elettronica di gestione, trasmissione possono essere variati nella loro messa appunto e possono fare la differenza tra un prodotto e l’altro. Il giorno in cui faremo un click per selezionare il modello che ci interessa, configurare gli accessori, magari verificando le prestazioni ed i consumi con una lettera dell’alfabeto per poi aspettare che ci venga consegnata a casa, è ancora lontano. Forse!</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Twingo Electric, una novità tutta da scoprire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Nov 2020 08:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Novità Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[auto]]></category>
		<category><![CDATA[Renault]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pandemia ci ha cambiati, l&#8217;attenzione che prestiamo all&#8217;ambiente è aumentata. Renault non si è fatta trovare impreparata e presenta sul mercato la nuova Twingo full Electric, perfetta per i percorsi urbani. La city car simbolo della casa automobilistica francese, porta ora sul mercato la combo perfetta tra comfort nella guida e performance. Le novità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La pandemia ci ha cambiati, l&#8217;attenzione che prestiamo all&#8217;ambiente è aumentata. Renault non si è fatta trovare impreparata e presenta sul mercato la nuova Twingo full Electric, perfetta per i percorsi urbani. La city car simbolo della casa automobilistica francese, porta ora sul mercato la combo perfetta tra comfort nella guida e performance.</p>
<p>Le novità sono moltissime, quindi senza perdere tempo vediamo le principali. I punti di forza riguardano soprattutto la maneggevolezza durante la guida. Grazie alla vivacità elettrizzante del suo motore, R80 con 60 kw di potenza, consente di raggiungere l&#8217;accelerazione da 0 a 50km/h in soli 4 secondi.</p>
<p>La vera novità di questa macchina, risiede nella rapidità di ricarica del veicolo. E&#8217; sufficiente una pausa di mezz’ora collegata a una colonnina da 22 kW per acquisire fino a 80 chilometri di autonomia in ciclo misto, tale autonomia consente di effettuare spostamenti urbani fino a una settimana senza ricaricare.</p>
<p>Compatta all&#8217;esterno ma grande dentro, questo nuovo modello continua a mantenere tutte le caratteristiche delle auto a motore termico. L&#8217;allerta pedoni e l&#8217;offerta Renault Easy Connect, per una mobilità connessa, sia dentro che fuori dal veicolo, ne sono un esempio.</p>
<p>Twingo Electric riprende il design sbarazzino, la personalità frizzante e il potenziale di personalizzazione unico di Twingo, arricchendoli di dettagli che valorizzano e sottolineano i vantaggi di un&#8217;auto elettrica.</p>
<p>Perfettamente adatta nel contesto urbano, grazie alla sua compattezza, Twingo Electric si presenta come la scelta ideale per chi vuole puntare su un&#8217;auto amica dell&#8217;ambiente ma allo stesso tempo performante.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-99833" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/11/twing-200x300.jpeg" alt="twing" width="200" height="300" title="Twingo Electric, una novità tutta da scoprire 484"><em> «Al passo con i tempi, Twingo Electric accompagna la transizione energetica della nostra mobilità … a modo suo: grazie alla motorizzazione elettrica, la personalità e i vantaggi ben noti di Twingo non possono che risaltare ancor di più!» </em><em> </em></p>
<p><strong>Stéphane Wiscart, Vicedirettore Programma Renault Twingo </strong></p>
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		<title>Continental: 2° osservatorio nazionale sulla mobilità e sicurezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2020 05:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Novità Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[auto]]></category>
		<category><![CDATA[mobilità]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pandemia ci ha cambiati, e non solo dal punto di vista delle relazioni sociali e del lavoro da remoto, ma anche per quanto riguarda i trasporti. Il secondo osservatorio nazionale sulla mobilità e la sicurezza in strada di Continental, marchio presente da oltre 140 anni nel settore degli pneumatici e della tecnologia, ha fotografato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La pandemia ci ha cambiati,</p>
<p>e non solo dal punto di vista delle relazioni sociali e del lavoro da remoto, ma anche per quanto riguarda i trasporti. Il secondo osservatorio nazionale sulla mobilità e la sicurezza in strada di Continental, marchio presente da oltre 140 anni nel settore degli pneumatici e della tecnologia, ha fotografato il vissuto e le aspettative degli italiani nel settore automotive.</p>
<p>Ad oggi il 65% degli intervistati dalla ricerca di Continental, dichiara, di prediligere l’auto per gli spostamenti, perché più sicura. Il 15% è orientato verso monopattini elettrici o biciclette. Giocano un ruolo fondamentale, in questo caso, gli incentivi da parte del governo, che interesserebbero il 64% dei cittadini a cambiare la propria vettura.</p>
<p>Ad evitare l’utilizzo dei mezzi sono soprattutto gli over 65, la categoria più esposta al virus. Bici e monopattini vengo scelti prevalentemente da i residenti nelle grandi città. E’ infatti solamente il 2,7% dei cittadini  che si sente sicuro nel prendere i mezzi pubblici.</p>
<p>Lo spostamento dal treno all&#8217;auto ha portato ad un cambiamento sulla sensibilità verso le tematiche ambientali, giudicate dagli intervistati come un priorità durante l&#8217;emergenza sanitaria in corso. Ora si presta più attenzione alle proprie scelte e si prediligono veicoli ibridi o elettrici, così dichiara il 78,7% dei cittadini italiani. I più sensibili a queste tematiche rimangono i giovani e i motociclisti, proiettati verso un futuro più ecologico.</p>
<p>Si stima infatti che nel 2030 la mobilità smart assorbirà il 12% della forza lavoro italiana, per un valore di ben 220 miliardi.</p>
<p>Troviamo, invece, un dato negativo nella percezione della sicurezza in strada, -12% rispetto allo scorso anno. I fattori determinanti la prevenzione dei rischi al volante, fanno capo alle capacità del guidatore, i freni, i sensori di guida assistita e gli pneumatici.</p>
<p>Chi per professione passa al volante la maggior parte del proprio tempo, autisti di mezzi pesanti, ha invece riscontrato, per il 41%, una maggiore sicurezza dato il minor numero di auto in circolazione durante i mesi del lockdown.</p>
<p>Il mondo e le esigenze sono cambiate profondamente, il nostro modo di muoverci è improntato verso una maggiore sicurezza, desiderio che ci accompagnerà ancora per molto tempo.</p>
<p>
<a href="https://www.giornalemotori.com/grafico-2-2/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/10/grafico-2-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="grafico 2" title="Continental: 2° osservatorio nazionale sulla mobilità e sicurezza 485"></a>
</p>
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		<title>TECNOLOGIA FULL HYBRID F-HEV, DEFINIZIONE, ARCHITETTURA E FUNZIONAMENTO</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2020/09/30/tecnologia-full-hybrid-f-hev-definizione-architettura-e-funzionamento/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=tecnologia-full-hybrid-f-hev-definizione-architettura-e-funzionamento</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2020 05:30:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ormai sul mercato si stanno diffondendo sempre di più veicoli che adottano tecnologia ibrida. Dopo aver trattato le varie tipologie di Mild Hybird (MiHEV), il passo successivo sono i veicoli Full Hybrid (F-HEV) senza ricarica esterna detti Full Hybrid Plug-IN o PHEV. La tecnologia Full Hybrid (F-HEV) si divide in due branche. Ibridi in Serie [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ormai sul mercato si stanno diffondendo sempre di più veicoli che adottano tecnologia ibrida. Dopo aver trattato le varie tipologie di <a href="https://www.giornalemotori.com/2020/05/08/la-tecnologia-mild-hybrid-parte-ii-architettura-mihev-liv1-e-successive/">Mild Hybird (MiHEV)</a>, il passo successivo sono i veicoli Full Hybrid (F-HEV) senza ricarica esterna detti Full Hybrid Plug-IN o PHEV.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-98211" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/09/17-Prius-cut-away--1024x638.jpg" alt="17 Prius cut away" width="1024" height="638" title="TECNOLOGIA FULL HYBRID F-HEV, DEFINIZIONE, ARCHITETTURA E FUNZIONAMENTO 496"></p>
<p style="text-align: justify;">La tecnologia Full Hybrid (F-HEV) si divide in due branche. Ibridi in Serie ed ibridi Serie/Parallelo. I primo utilizza il motore elettrico come propulsore principale. I motori elettrici sono di maggiore potenza e sono identificabili come vetture elettriche con motore endotermico a sostegno per fornire energia alla batteria.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo superato una determinata richiesta di potenza o di velocità come la marcia autostradale,  il motore endotermico che viene lasciato da solo a spingere sulle ruote motrici. Nel caso di richiesta di potenza il motore elettrico funge da boost di spinta. Esempio il sistema <a href="https://www.giornalemotori.com/2020/06/28/test-drive-nuova-jazz-e-jazz-crosstar-ehev-prestazioni-ed-efficienza/">e:HEV Honda</a> indica come potenza massima quella erogata dal motore elettrico senza combinarsi con quella endotermica.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-98212" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/09/Hybrid-vehicle-configurations-A-parallel-B-series-and-C-power-split.jpg" alt="Hybrid vehicle configurations A parallel B series and C power split" width="850" height="641" title="TECNOLOGIA FULL HYBRID F-HEV, DEFINIZIONE, ARCHITETTURA E FUNZIONAMENTO 497" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/Hybrid-vehicle-configurations-A-parallel-B-series-and-C-power-split.jpg 850w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/Hybrid-vehicle-configurations-A-parallel-B-series-and-C-power-split-768x579.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/Hybrid-vehicle-configurations-A-parallel-B-series-and-C-power-split-300x226.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/Hybrid-vehicle-configurations-A-parallel-B-series-and-C-power-split-696x525.jpg 696w" sizes="(max-width: 850px) 100vw, 850px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso di tecnologia Serie/Parallelo, come sopra fino ad una determinata richiesta di potenza.  Il motore elettrico ha una potenza minore chiamando più spesso l&#8217;endotermico a spingere per fornire potenza in modo parallelo. I sistemi di <a href="https://www.giornalemotori.com/2020/09/11/test-drive-toyota-yaris-1-5-hybrid-premiere-tutta-nuova-efficiente-e-divertente/">Toyota</a> non sommano la potenza ma il suo valore viene calcolato dalla spinta che i due motori offrono in parallelo.  Nel caso di <a href="https://www.giornalemotori.com/2020/09/28/test-drive-renault-clio-e-tech-hybrid-140cv-lefficienza-derivata-dalle-corse/">Renault E-Tech,</a> invece, il motore elettrico quando si richiede la massima potenza, il motore elettrico spinge come il sistema Kers di F1 sommando di fatto la potenza effettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto questo, in questa trattazione spieghiamo come sono formati entrambi i sistemi in modo generico. Di base,  i Full Hybrid, non hanno ricarica esterna e sono composti da una unità endotermica. Questo è di solito a benzina ma nulla vieta di utilizzare un propulsore diesel. A questi si affianca almeno un motore elettrico per ridurre le emissioni di CO2 sfruttando la possibilità di marciare in modalità full elettrico.</p>
<p><figure id="attachment_98213" aria-describedby="caption-attachment-98213" style="width: 550px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-98213" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/09/6a00d8341c4fbe53ef0240a4e7401a200d-550wi.jpg" alt="6a00d8341c4fbe53ef0240a4e7401a200d 550wi" width="550" height="389" title="TECNOLOGIA FULL HYBRID F-HEV, DEFINIZIONE, ARCHITETTURA E FUNZIONAMENTO 498" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/6a00d8341c4fbe53ef0240a4e7401a200d-550wi.jpg 550w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/6a00d8341c4fbe53ef0240a4e7401a200d-550wi-300x212.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /><figcaption id="caption-attachment-98213" class="wp-caption-text">Honda Jazz</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, la trazione elettrica aiuta il motore endotermico nelle fasi passive come la ripresa e lo sfruttamento ottimale della curva di coppia, che rimane maggiore rispetto ad un endotermico che deve lavorare da solo in modo classico. Di contro, si deve fare i conti con una maggiore complessità del sistema che non sempre trova alloggio in modo naturale su piattaforme tecniche non predisposte. Si deve ricavare, infatti, lo spazio per il serbatoio di carburante e la batteria. Questo porta ad un maggior costo di progettazione e di produzione che ricade sul prezzo finale del veicolo.</p>
<p style="text-align: justify;">La batteria è di alto voltaggio dai 200 ai 400V con un controllo di potenza, inverter, ed un motore elettrico, a cui di solito di affianca un moto-generatore BSG simile a quello usato sulle <a href="https://www.giornalemotori.com/2020/04/20/la-tecnologia-mild-hybrid-parte-i-introduzione-ai-sistemi-a-12v-e-48v/">mild hybrid</a> o HSG con potenza a supporto fino a 20cv. Infine, è presente un convertitore di corrente elettrica. I progettisti devono fare i  conti anche con il maggior peso e la disposizione di quest&#8217;ultimo sui due assi. Un aspetto che di solito necessita anche di un adeguamento del set up delle sospensioni.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-98214" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/09/Renault-E-Tech-Hybride-Renautl-Clio-Fahrbericht-bigMobileWide-bda775c8-1707486-1.jpg" alt="Renault E Tech Hybride Renautl Clio Fahrbericht bigMobileWide bda775c8 1707486 1" width="750" height="422" title="TECNOLOGIA FULL HYBRID F-HEV, DEFINIZIONE, ARCHITETTURA E FUNZIONAMENTO 499" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/Renault-E-Tech-Hybride-Renautl-Clio-Fahrbericht-bigMobileWide-bda775c8-1707486-1.jpg 750w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/Renault-E-Tech-Hybride-Renautl-Clio-Fahrbericht-bigMobileWide-bda775c8-1707486-1-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/Renault-E-Tech-Hybride-Renautl-Clio-Fahrbericht-bigMobileWide-bda775c8-1707486-1-696x392.jpg 696w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il propulsore endotermico può essere sia di tipo aspirato ma anche turbo. La riduzione della cilindrata sfruttando la presenza del motore elettrico non è così scontata. I giapponesi sfruttano il ciclo <a href="https://www.giornalemotori.com/2019/02/22/il-motore-endotermico-il-ciclo-atkinson-miller-ed-i-propulsori-che-li-utilizzano/">Atkinson/Miller</a> applicando cilindrate più alte o invariate per avere la potenza minima sufficiente a garantire le prestazioni discrete.</p>
<p style="text-align: justify;">I tecnici <a href="https://www.giornalemotori.com/2019/11/02/test-drive-hyundai-kona-hev-1-6-litri-dct-xprime-dinamica-con-consumi-contenuti/">coreani</a> ed europei,  invece, non adottano cicli particolari. Ma rimangono fedeli al motore aspirato perchè il turbo aggiungerebbe una ulteriore variabile alla gestione del sistema ed aumenterebbe i costi. In ogni caso qualche brand premium come Mercedes sta iniziando ad adottare motori sovralimentati più piccoli, ma sfruttano la carica esterna plug-in per compensare con maggiore capacità elettrica.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-98215" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/09/m_r.jpg" alt="m r" width="720" height="720" title="TECNOLOGIA FULL HYBRID F-HEV, DEFINIZIONE, ARCHITETTURA E FUNZIONAMENTO 500" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/m_r.jpg 720w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/m_r-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/m_r-300x300.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/m_r-696x696.jpg 696w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La macchina o le macchine elettriche sono di tipo sincrono a magneti permanenti. Quindi elevati valori di coppia a parità di potenza e maggiore efficienza. Un motore elettrico, infatti, ha un rendimento che può andare dal 92 al 97% a differenza del migliore dei motori endotermici che non supera al momento il 45%. In più, la coppia viene erogata in modo quasi istantaneo, rimanendo costante fino ai giri massimi, a differenza di un endotermico. Infine,  un motore elettrico ha la capacità di recuperare energia nelle fasi passive.</p>
<p style="text-align: justify;">Il motore elettrico consente al propulsore endotermico di funzionare nelle migliori condizioni di efficienza. Questa condizione lo rende anche perfetto per l&#8217;uso in range extender come generatore di energia. Di solito c&#8217;è, o un secondo motore elettrico, o una unità moto-generatore ad alta potenza per alimentare la batteria. Questi forniscono anche anche coppia aggiuntiva. Soprattutto nei Full Hybrid Serie/Parallelo, ma anche quelli di tipo Serie sfruttano un boost aggiuntivo al massimo della spinta.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-98216" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/09/ma0111_uc2.jpg" alt="ma0111 uc2" width="400" height="374" title="TECNOLOGIA FULL HYBRID F-HEV, DEFINIZIONE, ARCHITETTURA E FUNZIONAMENTO 501" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/ma0111_uc2.jpg 400w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/ma0111_uc2-300x281.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Dove i progettisti si sbizzarriscono è nella progettazione della trasmissione. In questa trattazione, ci limiteremo a dire che vengono adottate trasmissioni ridotte nelle dimensioni e nel numero dei rapporti fino ad averne anche uno soltanto. Il vantaggio in termini di peso, ingombro e rendimento è notevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò viene permesso grazie alle caratteristiche di erogazione del motore elettrico che non necessita di un cambio. Il motore endotermico, d&#8217;altra parte, per effetto dell’aiuto della unità elettrica può limitare l’uso delle marce avendo una spinta aggiuntiva in termini di coppia.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-98217" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/09/poster_005.jpg" alt="poster 005" width="640" height="360" title="TECNOLOGIA FULL HYBRID F-HEV, DEFINIZIONE, ARCHITETTURA E FUNZIONAMENTO 502" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/poster_005.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/poster_005-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Cuore di ogni sistema F-HEV è il controllo elettronico che gestisce la ripartizione della coppia tra l’endotermico ed il motore elettrico in base all&#8217;utilizzo dell’acceleratore da parte del conducente. Alcuni sistemi possono lasciare al driver la scelta di  come controllare la funzionalità con le modalità EV, ECO e Sport a comando.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista del rendimento il sistema Full Hybrid consente anche di fare a meno di accessori come il motorino di avviamento e l’alternatore affidandosi al moto-generatore, riducendo le resistenze passive. Alcuni sistemi prevedono ancora una batteria a 12v, ma spesso la batteria principale fornisce anche energia per le funzioni di bordo a bassa tensione.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-98218" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/09/800px-Toyota_electronic_continuously_variable_transmission_2010-10-16_03.jpg" alt="800px Toyota electronic continuously variable transmission 2010 10 16 03" width="800" height="600" title="TECNOLOGIA FULL HYBRID F-HEV, DEFINIZIONE, ARCHITETTURA E FUNZIONAMENTO 503" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/800px-Toyota_electronic_continuously_variable_transmission_2010-10-16_03.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/800px-Toyota_electronic_continuously_variable_transmission_2010-10-16_03-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/800px-Toyota_electronic_continuously_variable_transmission_2010-10-16_03-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/800px-Toyota_electronic_continuously_variable_transmission_2010-10-16_03-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/800px-Toyota_electronic_continuously_variable_transmission_2010-10-16_03-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p style="text-align: justify;"> La coppia aggiuntiva del moto-generatore renderebbe il sistema F-HEV adatto anche ai motori turbo azzerando il ritardo iniziale della turbina.  Se abbinato ad un Turbodiesel potrebbe anche limitare le emissioni inquinanti alleggerendo il lavoro compiuto per ottenere una combustione del gasolio più omogenea. Nei sistemi dove è presente un cambio con un numero ridotto di marce o addirittura l’adozione di un cambio a doppia frizione aiuta il propulsore endotermico nelle fasi passive durante il cambio marcia.</p>
<p style="text-align: justify;">La fase di rigenera avviene quando il conducente preme il pedale del freno. Si recupera energia sia azionando i freni idraulici che attraverso il freno motore del motore elettrico. Di solito ci sono funzioni abbinate alla trasmissione che aumentano l’azione di rallentamento sfruttando un solo pedale per accelerare e rallentare.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-98219" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/09/prius-ev-button.jpg" alt="prius ev button" width="620" height="348" title="TECNOLOGIA FULL HYBRID F-HEV, DEFINIZIONE, ARCHITETTURA E FUNZIONAMENTO 504" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/prius-ev-button.jpg 620w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/prius-ev-button-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Una delle caratteristiche del full hybrid è quella di andare in modalità EV anche se per percorrenze limitate. In questa condizione il motore a combustione interna è spento mentre il motore elettrico fornisce tutta la coppia necessaria alla marcia.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa modalità può essere attivata a comando dal conducente dai 5Km/h fino ad un massimo di 30Km/h a causa della limitata energia disponibile nella batteria. Se invece il sistema lavora in modalità Hybrid Auto, il controllo gestisce la capacità di andare in modalità full elettrica in base ai parametri, come velocità, il livello della batteria e l’assorbimento di potenza.  Può succedere anche di veleggiare a 120km/h con pochissimo acceleratore. In questo caso il sistema viaggia in EV  in base alla capacità della batteria o si richiede maggiore potenza accelerando di più.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-98220" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/09/phev_im_05.jpg" alt="phev im 05" width="718" height="579" title="TECNOLOGIA FULL HYBRID F-HEV, DEFINIZIONE, ARCHITETTURA E FUNZIONAMENTO 505" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/phev_im_05.jpg 718w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/phev_im_05-300x242.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/phev_im_05-696x561.jpg 696w" sizes="(max-width: 718px) 100vw, 718px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il F-HEV non utilizza ricarica esterna. Quindi se si desidera avere una marcia in EV maggiore si deve passare ad una tecnologia Full Hybrid Plug-In la cui batteria ha una capacità maggiore consentendo anche percorrenze elevate alla velocità di 90-130 km/h. Tale tecnologia dovrebbe essere indicata dal costruttore aggiungendo i km percorribili in elettrico. Esempio veicolo PHEV50, con percorrenza di 50km in elettrico secondo il ciclo WLTP.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine,  la tecnologia F-HEV sfrutta la batteria facendo si che rimanga sempre un <strong style="font-style: inherit;">stato di carica minimo detto (SOC)</strong> per evitare danni permanenti. Quindi non si sfrutta mai il 100% di carica esistente. Una condizione di cui si deve tenere conto soprattutto quando si chiede la massima potenza quando utilizzando l&#8217;ibrido parallelo o boost avendo a disposizione solo l’80% di energia come spinta totale prima che il motore endotermico venga lasciato da solo con evidente calo di coppia.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-98221" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/09/lexus-ux-hybrid-la-prova-consumi-1024x576.jpg" alt="lexus ux hybrid la prova consumi" width="1024" height="576" title="TECNOLOGIA FULL HYBRID F-HEV, DEFINIZIONE, ARCHITETTURA E FUNZIONAMENTO 506" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/lexus-ux-hybrid-la-prova-consumi-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/lexus-ux-hybrid-la-prova-consumi-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/lexus-ux-hybrid-la-prova-consumi-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/lexus-ux-hybrid-la-prova-consumi-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/09/lexus-ux-hybrid-la-prova-consumi.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, l’efficacia del sistema F-HEV non è in discussione. I numeri parlano chiaro, i pregi superano di gran lunga i difetti. Le prestazioni in termini di consumi sono in linea con i migliori turbodiesel di pari potenza. C’è solo da tenere presente che per far funzionare al meglio tale tecnologia la conoscenza del sistema e il suo sfruttamento è fondamentale per l’utente. Il driver deve imparare a sfruttare al meglio la capacità della batteria veleggiando anche con percentuali, su un percorso cittadino,  del 80% in elettrico. Per ottenere tali valori si devono usare al meglio le opzioni di ricarica adeguando la marcia per avere sempre una batteria con più del 50% di ricarica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Bentley: OCTOPUS, un e-Axle, compatto ed efficiente per il futuro della trazione elettrica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2020 13:08:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La tecnologia per i veicoli EV a propulsione elettrica si evolve. Bentley pur appartenendo alla galassia Volkswagen a dato vita ad un progetto indipendente per la sua futura generazione di veicoli elettrici. Il progetto OCTOPUS (Optimized Components, Test and simulatiOn, toolkits for Powertrains that integrate Ultra high-speed motor Solutions). Si tratta di concepire un e-Axle [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La tecnologia per i veicoli EV a propulsione elettrica si evolve. Bentley pur appartenendo alla galassia Volkswagen a dato vita ad un progetto indipendente per la sua futura generazione di veicoli elettrici.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-95861" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/08/OCTOPUS-e-axle-annotated-2-978x500-1.jpg" alt="OCTOPUS e axle annotated 2 978x500 1" width="978" height="500" title="Bentley: OCTOPUS, un e-Axle, compatto ed efficiente per il futuro della trazione elettrica 508" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/08/OCTOPUS-e-axle-annotated-2-978x500-1.jpg 978w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/08/OCTOPUS-e-axle-annotated-2-978x500-1-768x393.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/08/OCTOPUS-e-axle-annotated-2-978x500-1-300x153.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/08/OCTOPUS-e-axle-annotated-2-978x500-1-696x356.jpg 696w" sizes="(max-width: 978px) 100vw, 978px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto OCTOPUS (Optimized Components, Test and simulatiOn, toolkits for Powertrains that integrate Ultra high-speed motor Solutions). Si tratta di concepire un e-Axle ovvero un assale di tipo modulare con la possibilità di ospitare motore elettrico e trasmissione. Tale sistema può essere adattato tanto ad un veicolo puramente elettrico che per propulsione ibrida.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre all’aspetto modulare, i tecnici Bentley, in associazione con altri enti tra cui l’Advanced Rererch Machine e l’Università di Nottingham, lavorano per utilizzare motori sincroni con magneti permanenti che non utilizzano materiali ricavati dalle terre rare. Inoltre si sta lavorando per limitare ed ottimizzare l’uso negli avvolgimenti di Alluminio e soprattutto Rame, pur conservando la possibilità di andare a regimi come 30000 giri/minuto.  Questo, oltre ad una maggiore efficienza che migliora anche l’erogazione di potenza, riduce peso e rende il sistema motore-trasmissione più compatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto alla Bentley possono attingere allo scaffale tecnologico del gruppo Volkswagen con la tecnologia ibrida ricavata dai modelli SUV di Porsche ed Audi ed alle nuove piattaforme tecniche per veicoli elettrici della casa degli anelli, il costruttore britannico intende sviluppare tecnologia che migliorano l’efficienza, la compattezza e la potenza. L’obiettivo è quello di portare il brand britannico a recuperare quella immagine di costruttore innovativo che lo ha portato a vincere le gare come la Le Mans agli albori del secolo scorso proiettandosi verso il futuro della trazione elettrica.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Gli Pneumatici Parte II: L&#8217;aderenza o Grip</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2020 12:26:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo aver descritto il funzionamento e determinato il concetto di finestra di lavoro di un pneumatico ci si deve concentrare sull’aderenza, o Grip. L’aderenza è il coefficiente di attrito che si genera tra la superficie del pneumatico e quella della strada o la pista. Quindi, entra in gioco un altro protagonista la superficie stradale e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo aver descritto il funzionamento e determinato il concetto di finestra di lavoro di un pneumatico ci si deve concentrare sull’aderenza, o Grip.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94163" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/1086-aderenza-375x289-1.jpg" alt="1086 aderenza 375x289 1" width="375" height="289" title="Gli Pneumatici Parte II: L&#039;aderenza o Grip 512" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/1086-aderenza-375x289-1.jpg 375w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/1086-aderenza-375x289-1-300x231.jpg 300w" sizes="(max-width: 375px) 100vw, 375px" /></p>
<p style="text-align: justify;">L’aderenza è il coefficiente di attrito che si genera tra la superficie del pneumatico e quella della strada o la pista. Quindi, entra in gioco un altro protagonista la superficie stradale e la sua rugosità.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;asfalto ha un suo coefficiente di attrito determinato in base alla composizione del bitume. L&#8217;aderenza è determinata dalla pressione verticale che spinge il pneumatico a contatto con la superficie stradale. Questa dipende anche da altri due fattori come la temperatura ed il legame molecolare che si genera tra mescola ed asfalto.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come ogni corpo anche l&#8217;asfalto ha una sua rugosità. Cioè un corpo è contraddistinto da microimperfezioni geometriche intrinseche o risultanti da lavorazioni meccaniche. Tali imperfezioni si presentano generalmente in forma di solchi o scalfitture, di forma, profondità e direzione variabile.</p>
<p><figure id="attachment_94164" aria-describedby="caption-attachment-94164" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-94164 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/Tyre-grip-indentation.jpg" alt="Tyre grip indentation" width="600" height="323" title="Gli Pneumatici Parte II: L&#039;aderenza o Grip 513" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-grip-indentation.jpg 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-grip-indentation-300x162.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-94164" class="wp-caption-text">Michelin. (2001). The Tire &#8211; Grip</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Se si analizza in profondità si vedranno delle creste e dei solchi dovuti alla densità dei grani che compongono la superficie dell&#8217;asfalto. La mescola del battistrada si deforma copiando l&#8217;asfalto. Le zone che vanno a contatto con le creste ed parzialmente nei solchi determinano l&#8217;attrito tra le due superfici. Le zone della mescola a contatto sono sottoposte a deformazione. Per effetto della viscoelasticità della gomma, c&#8217;è un ritardo di isteresi. Questo ritardo nel ritornare alla posizione iniziale della gomma genera di fatto la forza di attrito che si oppone allo slittamento.</p>
<p style="text-align: justify;">In una condizione di bagnato le sezioni a contatto si riducono in modo considerevole per effetto della presenza del film di acqua tra le parti. In questo caso si utilizzano pneumatici scanalati per il drenaggio dell&#8217;acqua e una mescola con maggior presenza di gomma naturale che altera la viscoelasticità generando maggiore superficie di contatto con l&#8217;asfalto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il contatto tra la gomma e l&#8217;asfalto  forma un legame molecolare tra le due parti. Come ogni elemento, le cui molecole hanno legami. La forza del legame tra le molecole determina lo stato da gassoso, molto debole a solido molto forte. La gomma è l&#8217;asfalto formano un legame come un corpo unico che si oppone alla forza di slittamento.</p>
<p><figure id="attachment_94165" aria-describedby="caption-attachment-94165" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-94165 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/Tyre-grip-molecular-adhesion.jpg" alt="Tyre grip molecular adhesion" width="600" height="321" title="Gli Pneumatici Parte II: L&#039;aderenza o Grip 514" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-grip-molecular-adhesion.jpg 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-grip-molecular-adhesion-300x161.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-94165" class="wp-caption-text">Michelin. (2001). The Tire &#8211; Grip</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">La pressione che genera il legame tra le due componenti, genera anche attrito interno nella mescola della gomma generando capacità di aderenza.  L&#8217;attrito interno alla mescola genera anche calore. Quando la forza di slittamento supera quella del legame molecolare questo si interrompe producendo lo slittamento. Quando questo avviene si staccano intere sezioni di gomma dalla mescola che possono essere visibili per la presenza di fumo, o la generazione di trucioli che si depositano ai lati della traiettoria ideale della percorrenza in pista.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi il calore che determina la quantità di aderenza non è quello superficiale. ma quello interno alla gomma generato dall&#8217;attrito interno alla mescola. Uno slittamento anche voluto, controllato, come molti pensano non è utile a tenere la temperatura della gomma nella finestra di utilizzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi è profondamente dannoso per l&#8217;usura e la prestazione che viene influenzata dalla rottura del legame  molecolare. Si possono verificare condizioni dove un calore interno troppo basso genera il fenomeno del Graining mentre un attrito interno troppo alto si verifica il fenomeno del Blistering.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94166" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/Blistering_F1_2.jpg" alt="Blistering F1 2" width="838" height="706" title="Gli Pneumatici Parte II: L&#039;aderenza o Grip 515" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Blistering_F1_2.jpg 838w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Blistering_F1_2-768x647.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Blistering_F1_2-300x253.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Blistering_F1_2-696x586.jpg 696w" sizes="(max-width: 838px) 100vw, 838px" /></p>
<p>Il controllo della pressione che determina il contatto con l&#8217;asfalto, in modo che generi la giusta quantità di calore interno alla mescola, è questo il valore che un progettista deve trovare per avere una aderenza massima. Quindi lavorare sulle sospensioni, ed aerodinamica, serve a generare la corretta pressione per avere il contatto ideale tra gomma ed asfalto per generare il legame molecolare perfetto.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, introducendo un elemento come la rugosità ed il coefficiente di attrito come l&#8217;asfalto, tutto diventa più complesso. In più c&#8217;è da fare i conti con la temperatura ambientale. Per avere la perfetta aderenza si dovrebbero avere una batteria di sensori che controllano lo stato e le condizioni del manto stradale per variare la taratura di sospensioni ed aerodinamica metro per metro. Non potendo fare una cosa del genere per evidenti limiti regolamentari si deve trovare un compromesso. Il progettista che ha più informazioni sul pneumatico, per tipo, struttura e condizioni ideali di lavoro, può essere avvantaggiato nel trovare la giusta finestra di utilizzo.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94167" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/photo5920195874884005140.jpg" alt="photo5920195874884005140" width="951" height="634" title="Gli Pneumatici Parte II: L&#039;aderenza o Grip 516" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/photo5920195874884005140.jpg 951w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/photo5920195874884005140-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/photo5920195874884005140-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/photo5920195874884005140-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 951px) 100vw, 951px" /></p>
<p style="text-align: justify;">In un regime di concorrenza tra costruttori di pneumatici, avere un rapporto privilegiato con i tecnici di un determinato brand anche se non il top, spesso conviene di più che avere la gomma migliore ma trovare da soli le condizioni di lavoro ottimali. In un regime di monogomma, le informazioni che il costruttore di riferimento fornisce a tutti i tecnici, vanno lette ed interpretate in modo corretto. Si può arrivare a diversi tipologie di rendimento anche per interi secondi di differenza in termini di percorrenza di una sola curva.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Gli Pneumatici parte I: il concetto di finestra di temperatura e la Viscoelasticità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2020 10:30:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per un appassionato di corse, una delle cose più complicate da comprendere è il comportamento dello pneumatico. Spesso durante i gran premi, i commentatori, anche tecnici, parlano di finestre di utilizzo, di condizioni ideali, di mescole che funzionano in una condizione per non funzionare affatto in un’altra. Condizioni, all&#8217;apparenza, molto simili tra loro. Uno dei [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per un appassionato di corse, una delle cose più complicate da comprendere è il comportamento dello pneumatico. Spesso durante i gran premi, i commentatori, anche tecnici, parlano di finestre di utilizzo, di condizioni ideali, di mescole che funzionano in una condizione per non funzionare affatto in un’altra. Condizioni, all&#8217;apparenza, molto simili tra loro.</p>
<p><figure id="attachment_93872" aria-describedby="caption-attachment-93872" style="width: 364px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-93872 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/Tyre-rubber-elastic-material-696x235-1.jpg" alt="Tyre rubber elastic material 696x235 1" width="364" height="233" title="Gli Pneumatici parte I: il concetto di finestra di temperatura e la Viscoelasticità 520" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-rubber-elastic-material-696x235-1.jpg 364w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-rubber-elastic-material-696x235-1-300x192.jpg 300w" sizes="(max-width: 364px) 100vw, 364px" /><figcaption id="caption-attachment-93872" class="wp-caption-text">Comportamento materiale elastico (Foto da The Tyre – Grip- Michelin)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei motivi principali sta proprio nella composizione delle mescole gli pneumatici. La mescola di pneumatico si comporta in due modi: sia come elemento elastico che viscoso come un liquido, <em>viscoelasticità</em> appunto.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Una spiegazione più tecnicistica</h4>
<p style="text-align: justify;">Analizzando i due comportamenti, si dice che un materiale è di tipo elastico, quando sotto carico si deforma in modo lineare tornando alla nella sua condizione di origine una volta rimosso il carico. La molla di una sospensione è il chiaro esempio di elemento elastico.</p>
<p style="text-align: justify;">Un materiale è viscoso quando, essendo sottoposto ad un determinato carico, si deforma a una velocità costante e non ritorna alla sua condizione originale una volta tolto il carico. In questo caso è assimilabile ad un pistone di ammortizzatore.</p>
<p><figure id="attachment_93873" aria-describedby="caption-attachment-93873" style="width: 311px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-93873 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/Tyre-rubber-viscous-material-696x285-1.jpg" alt="Tyre rubber viscous material 696x285 1" width="311" height="281" title="Gli Pneumatici parte I: il concetto di finestra di temperatura e la Viscoelasticità 521" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-rubber-viscous-material-696x285-1.jpg 311w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-rubber-viscous-material-696x285-1-300x271.jpg 300w" sizes="(max-width: 311px) 100vw, 311px" /><figcaption id="caption-attachment-93873" class="wp-caption-text">Isteresi materiale viscoso (Foto da The Tyre – Grip- Michelin)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Ciò avviene perchè parte dell&#8217;energia usata per la compressione viene convertita in calore impedendo al pistone di tornare nella posizione di origine determinando il fenomeno della  isteresi. In fisica, l&#8217;<em>isteresi</em>, è la caratteristica di reagire in ritardo alle sollecitazioni applicate dipendenti dallo stato precedente all’applicazione causando un ritardo definito.</p>
<p style="text-align: justify;">La viscoelasticità di uno pneumatico può essere paragonata all&#8217;azione congiunta del comparto molla/ammortizzatore di una sospensione. Il pistone di un ammortizzatore ha un movimento viscoso. Trasformando parte del lavoro di compressione in calore non ritorna nella posizione iniziale. Ma essendo vincolato alla molla, questa per la sua capacità di esser elastica lo riporta la sospensione nella sua posizione iniziale compensando il ritardo per effetto del calore.</p>
<p><figure id="attachment_93874" aria-describedby="caption-attachment-93874" style="width: 696px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-93874 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/Tyre-rubber-viscoelastic-material-696x316-1.jpg" alt="Tyre rubber viscoelastic material 696x316 1" width="696" height="316" title="Gli Pneumatici parte I: il concetto di finestra di temperatura e la Viscoelasticità 522" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-rubber-viscoelastic-material-696x316-1.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-rubber-viscoelastic-material-696x316-1-300x136.jpg 300w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /><figcaption id="caption-attachment-93874" class="wp-caption-text">Materiale Viscoelastico (Foto da The Tyre – Grip- Michelin)</figcaption></figure></p>
<h4 style="text-align: justify;">Come opera tale effetto sullo pneumatico ?</h4>
<p style="text-align: justify;">Lo pneumatico si comporta un modo analogo. <strong>Il suo comportamento sarà determinato dalla quantità di calore dissipato dalla componente viscosa, dall&#8217;isteresi che si genera quando viene sottoposto a sollecitazione e dal  modulo di elasticità espresso con il parametro di durezza Shore-A della mescola. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo parametro è basso per i materiali morbidi e alto per i materiali duri. Si parte da “0” per le caramelle gommose e si arriva a “100” per i caschi di protezione. Un pneumatico, anche di serie, fa registrare valori da 60 ad 80 a seconda del tipo di mescola usata.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;altro parametro fondamentale è la temperatura, legata direttamente alla frequenza della sollecitazione. Come una sospensione, anche lo pneumatico è sottoposto a sollecitazioni che hanno frequenze determinate.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-93875" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/1490182202-1024x494.jpg" alt="1490182202" width="1024" height="494" title="Gli Pneumatici parte I: il concetto di finestra di temperatura e la Viscoelasticità 523" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/1490182202-1024x494.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/1490182202-768x371.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/1490182202-300x145.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/1490182202-696x336.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/1490182202.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il tecnico che lavora ad un set up di una auto definisce la taratura della sospensione in base alle frequenze a cui verrà sottoposta. Le a basse frequenza, per esempio in curve ad alta velocità, la deformazione è lenta con il grosso del lavoro svolto dalla molla. Ad alta frequenza, per esempio l&#8217;urto su  un cordolo, il pistone dell’ammortizzatore comprime olio più velocemente, aumentando la resistenza, diventando l&#8217;elemento dominante.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Forza di attrito e grip</h4>
<p style="text-align: justify;">Una sospensione si può regolare scegliendo le molle adatte, tarando gli ammortizzatori,  in compressione ed estensione ma in pneumatico non è possibile  variare le condizioni per favorire una sollecitazione piuttosto che un&#8217;altra. La struttura, infatti, viene decisa dal costruttore in fase di progetto.</p>
<p><figure id="attachment_93876" aria-describedby="caption-attachment-93876" style="width: 696px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-93876 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/Tyre-rubber-maximum-hysteresis-conditions-2-696x367-1.jpg" alt="Tyre rubber maximum hysteresis conditions 2 696x367 1" width="696" height="367" title="Gli Pneumatici parte I: il concetto di finestra di temperatura e la Viscoelasticità 524" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-rubber-maximum-hysteresis-conditions-2-696x367-1.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-rubber-maximum-hysteresis-conditions-2-696x367-1-300x158.jpg 300w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /><figcaption id="caption-attachment-93876" class="wp-caption-text">Curve ottimali di Temperatura e Isteresi (Foto da The Tyre – Grip- Michelin)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Le forze di attrito all&#8217;interno della mescola determinano il grip e dipendono direttamente dall&#8217;isteresi. Prediligere un lavoro alle alte frequenze di sollecitazione migliorerebbe l’aderenza,  ma esagerando con l&#8217;isteresi la temperatura si abbassa e la mescola entra in uno stato troppo rigido quasi vetroso che abbassa il grip.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il modulo di elasticità varia. Alle basse temperature aumenta il valore fino a diventare troppo rigido quasi fragile. Alle alte temperature si abbassa facendo diventare la mescola più flessibile ed elastica. La flessibilità è un altro fattore che genera attrito interno alla mescola ottenendo più grip.</p>
<p><figure id="attachment_93877" aria-describedby="caption-attachment-93877" style="width: 696px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-93877 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/Tyre-rubber-maximum-hysteresis-conditions-696x364-1.jpg" alt="Tyre rubber maximum hysteresis conditions 696x364 1" width="696" height="364" title="Gli Pneumatici parte I: il concetto di finestra di temperatura e la Viscoelasticità 525" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-rubber-maximum-hysteresis-conditions-696x364-1.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-rubber-maximum-hysteresis-conditions-696x364-1-300x157.jpg 300w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /><figcaption id="caption-attachment-93877" class="wp-caption-text">Proporzione tra Temperatura e Istersi (Foto da The Tyre – Grip- Michelin)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Vien da sé che le due grandezze sono inversamente proporzionali. Quella che sembra essere una condizione impossibile, si verifica quando il pneumatico di trova a lavorare in unico punto di equilibrio delle due variabili. Ogni pneumatico ha una temperatura ideale localizzata immediatamente prima che inizi la fase di transizione per giungere allo stato vetroso. In questo punto esatto le due grandezze generano il massimo grip.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Alcuni rimedi</h4>
<p style="text-align: justify;">Basta variare anche leggermente i valori d&#8217;istersi o temperatura perchè il pneumatico non abbia condizione di equilibrio per il massimo grip.  A secondo di quando ci si lontana da questo punto di equilibrio si possono verificare fenomeni di graning o di blistering, influenzando sia la durata che la prestazione del pneumatico nel tempo.</p>
<p><figure id="attachment_93878" aria-describedby="caption-attachment-93878" style="width: 696px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-93878 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/Tyre-rubber-frequency-temperature-equivalence-696x584-1.jpg" alt="Tyre rubber frequency temperature equivalence 696x584 1" width="696" height="584" title="Gli Pneumatici parte I: il concetto di finestra di temperatura e la Viscoelasticità 526" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-rubber-frequency-temperature-equivalence-696x584-1.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Tyre-rubber-frequency-temperature-equivalence-696x584-1-300x252.jpg 300w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /><figcaption id="caption-attachment-93878" class="wp-caption-text">Punto di equilibrio su esempio di pneumatico per produzione di serie ( Foto da The Tyre – Grip- Michelin)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Il punto di equilibrio non è una costante per tutti gli pneumatici. Ogni costruttore usa la sua mescola brevettata con una data viscoelasticità specifica lavorando con una carcassa dalle caratteristiche uniche. In più ci sono diversi tipi di mescole a disposizione dei tecnici come in Formula 1 dove c&#8217;è ne sono ben cinque ognuna con il suo punto di equilibrio.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta che il pneumatico è determinato, sia per regolamento che per esigenze sponsor, è la vettura a dover avere un set up adatto a trovare il punto di equilibrio. Un lavoro che comincia con la progettazione del telaio, sospensioni, fino a coinvolgere l&#8217;aerodinamica.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso i team usano accorgimenti per trovare la giusta combinazione, giusto per fare un esempio, i fori nei cerchi, l&#8217;assetto variabile delle incidenze monoposto. Di contro, ci sono team che progettano vetture in grado di trovare l&#8217;equilibrio in un&#8217;unica condizione di set up e ambientali. Una vettura progettata in questo modo è efficiente solo in situazioni che si verificheranno un paio di volte nell&#8217;arco di una stagione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-93879" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/curva-aderenza-gomme.jpg" alt="curva aderenza gomme" width="666" height="444" title="Gli Pneumatici parte I: il concetto di finestra di temperatura e la Viscoelasticità 527" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/curva-aderenza-gomme.jpg 666w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/curva-aderenza-gomme-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 666px) 100vw, 666px" /></p>
<h4 style="text-align: justify;">Ma questa finestra di utilizzo ?</h4>
<p style="text-align: justify;">Spesso succede che regolazioni anche importanti, non cambiano i parametri di temperatura e frequenza, per giungere in quella i cronisti definiscono, finestra di utilizzo o punto di equilibrio. In questi casi non c&#8217;è altra via che una riprogettazione completa in base ai dati che sono stati rilevati sul lavoro degli pneumatici in gara, ammesso che si è compreso dove si trova il punto di equilibrio corretto.</p>
<p style="text-align: justify;">Un normale automobilista può cambiare gli pneumatici adattando il proprio set up ad una copertura ideale, il mercato e vasto e vario. Ma in Formula 1, come molte categorie del motorsport c’è un fornitore unico. Capire il punto di equilibrio tra frequenza di sollecitazione e temperatura per ogni mescole usata in gara, consente di avere una vettura con un vantaggio enorme sulla concorrenza in ogni condizione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-93880" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/blistering_F1.png" alt="blistering F1" width="849" height="434" title="Gli Pneumatici parte I: il concetto di finestra di temperatura e la Viscoelasticità 528" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/blistering_F1.png 849w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/blistering_F1-768x393.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/blistering_F1-300x153.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/blistering_F1-696x356.png 696w" sizes="(max-width: 849px) 100vw, 849px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Enzo Ferrari diceva <strong><em>&#8220;L&#8217;evoluzione meccanica ti consente di recuperare decimi, le gomme giuste anche interi secondi!&#8221;</em></strong> Noi ci sentiamo di aggiungere, <strong><em>&#8220;far lavorare le gomme nel modo giusto, interi secondi!&#8221; </em></strong></p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2020 00:55:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Formula 1]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[1992]]></category>
		<category><![CDATA[F1]]></category>
		<category><![CDATA[F92A]]></category>
		<category><![CDATA[formula 1]]></category>
		<category><![CDATA[monoposto leggendarie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Presentata ufficialmente nel febbraio del 1992, la Ferrari F92A stupì gli addetti ai lavori. Si trattava, per l’epoca, di una monoposto rivoluzionaria, caratterizzata dalle pance sollevate dal fondo della vettura. Purtroppo, alla prova dei fatti, la F92A si dimostrò poco competitiva, anche nella successiva versiona AT con cambio trasversale, oltre che scarsamente affidabile. I migliori [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><span style="font-size: medium;">Presentata ufficialmente nel febbraio del 1992, la Ferrari F92A stupì gli addetti ai lavori. Si trattava, per l’epoca, di una monoposto rivoluzionaria, caratterizzata dalle pance sollevate dal fondo della vettura. Purtroppo, alla prova dei fatti, la F92A si dimostrò poco competitiva, anche nella successiva versiona AT con cambio trasversale, oltre che scarsamente affidabile. </span></p>



<p class="wp-block-paragraph"><span style="font-size: medium;">I migliori risultati ottenuti da Jean Alesi nel 1992 furono i terzi posti nel GP di Spagna e del Canada mentre il suo compagno Ivan Capelli non andò oltre la quinta posizione conquistata in Brasile. Nella classifica riservata ai costruttori, la Ferrari fu quarta, staccata in modo molto netto da Williams, McLaren e Benetton. Il <a href="http://www.f1.com" target="_blank" rel="noopener">Campionato mondiale piloti</a> venne dominato da Mansell con la Williams-Renault. Alesi fu soltanto settimo e Capelli addirittura dodicesimo nella classifica iridata.</span></p>



<p class="wp-block-paragraph"><span style="font-size: medium;">Il telaio della Ferrari F92A fu progettato sotto la supervisione di Steve Nichols, tecnico proveniente dalla McLaren. Harvey Postelthwaite, tornato da poco alla direzione tecnica della Ferrari, non aveva infatti avuto tempo per seguire la progettazione della vettura. La monoposto esasperava alcuni concetti aerodinamici sviluppati da Jean-Claude Migeot, tecnico francese arrivato in Formula 1 con la Renault e già alla Ferrari alla fine degli anni Ottanta, prima di passare alla Tyrrell. Proprio sulla Tyrrell 019 del 1990, Migeot introdusse il muso rialzato che ha caratterizzato la maggior parte delle vetture da Gran Premio.</span></p>



<p class="wp-block-paragraph"><span style="font-size: medium;">Nel tentativo di sfruttare ancora meglio i flussi dell’aria nella parte inferiore della monoposto, Migeot studiò un’inedita soluzione che prevedeva un fondo della vettura staccato di circa quindici centimetri dalle pance. Questo con l’obiettivo di avere più carico aerodinamico e quindi maggiore aderenza.</span></p>



<p class="wp-block-paragraph"><span style="font-size: medium;">Del tutto particolare fu la forma delle pance, con le prese d’aria laterali dei radiatori separate dal resto della scocca. La profilatura del telaio tra le pance e l’abitacolo serviva a dividere il flusso d’aria destinato alla parte superiore e inferiore della vettura. Il muso, anche per liberare la zona antistante il doppio fondo, era rialzato, con l’alettone anteriore sostenuto da due piloni. Nella zona centrale sotto l’abitacolo, il fondo delal F92A si prolungava in avanti, con una soluzione anche essa introdotta sulla Tyrrell e poi quasi generalizzata.</span></p>



<p class="wp-block-paragraph"><span style="font-size: medium;">Si può dire che la Ferrari F92A venne concepita e sviluppata in funzione delle esigenze aerodinamiche , secondo le direttive e le esigenze di Migeot. Il doppio fondo, che iniziava in corrispondenza delle prese d’aria, si estendeva sino al posteriore. Ai lati dell’alettone anteriore si potevano notare dei vistosi convogliatori dell’aria, con la duplice funzione di assicurare maggiore carico aerodinamico e di dirigere il flusso d’aria interessato verso l’esterno per non disturbare la circolazione dell’aria verso il doppio fondo.</span></p>



<p class="wp-block-paragraph"><span style="font-size: medium;">Tra le caratteristiche particolari della Ferrari F92A, va segnalata la presenza di un solo ammortizzatore anteriore, ancora come sulla Tyrrell 019. la vettura, al contrario della Williams, non era dotata di sospensioni a controllo elettronico, quelle chiamate familiarmente “attive” da molti addetti ai lavori. Il programma di sviluppo di queste ultime da parte della Ferrari era in ritardo rispetto a quello di altre squadre. </span></p>



<p class="wp-block-paragraph"><span style="font-size: medium;">L’ingegner Claudio Lombardi, divenuto nel frattempo responsabile dell’intero reparto corse, continuò a far sviluppare il dodici cilindri destinato alla F92A sul quale, dopo metà stagione, vennero varate le misure di alesaggio e di corsa. La Ferrari non comunicò mai ufficialmente la dimensione esatta di queste ultime, ma solo la cilindrata del propulsore che era di 3497 cm<sup>3</sup>. La distribuzione era a cinque valvole per cilindro, con due alberi a camme in testa per bancata. Dal GP di Monaco, il motore venne dotato di tromboncini di aspirazione dell’aria ad altezza variabile per ottimizzare il rendimento nelle fasi di utilizzo, in accelerazione come ai massimi regimi. </span></p>



<p class="wp-block-paragraph"><span style="font-size: medium;">Il cambio inizialmente fu a sei marce di tipo longitudinale, derivato da quello della 643, la vettura di Formula 1 della stagione precedente. Dal Gran Premio del Belgio, nel tentativo di migliorare la distribuzione dei pesi, la Ferrari F92A venne dotata di un cambio trasversale, sempre a sei marce.</span></p>



<p class="wp-block-paragraph"><span style="font-size: medium;">La vettura assunse la denominazione Ferrari F92AT. La carriera agonistica della Ferrari del 1992 fu veramente poco fortunata. Oltre a problemi di tenuta di strada e di equilibrio generale della vettura, si scoprì presto che la dimensione delle prese d’aria e dei radiatori, sacrificati in uno spazio troppo ristretto al fine di lasciare spazio al doppio fondo, era insufficiente. L’inevitabile surriscaldamento del motore portò a parecchie rotture di quest’ultimo nella parte della stagione. </span></p>



<p class="wp-block-paragraph"><span style="font-size: medium;">Per migliorare il raffreddamento e il rendimento del motore furono ampliate le prese d’aria sopra la testa del pilota, il serbatoio e le canalizzazioni dell’olio. Modifiche per migliorare la tenuta di strada, come dotare di sensori l’ammortizzatore anteriore per limitare il rollio dell’avantreno, servirono a poco. Alesi fu quarto in Brasile e terzo in Spagna sul bagnato. Il francese terminò a podio, in terza posizione, anche in Canada, finendo quinto in Germania.</span></p>



<p class="wp-block-paragraph"><span style="font-size: medium;">Poi più nulla fino ai Gp finali di Giappone e Australia, dove Alesi si piazzò quinto e quarto. Capelli raccolse solo un quinto posto in Brasile e un sesto in Ungheria. La F92A portò poca fortuna al pilota milanese che venne sostituito da Larini dei GP finali a Suzuka ed Adelaide.</span></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-3 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1136" height="757" data-id="95253" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/gettyimages-1091081776-2048x2048-1.jpg" alt="gettyimages 1091081776 2048x2048 1" class="wp-image-95253" title="Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 529" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-1091081776-2048x2048-1.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-1091081776-2048x2048-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-1091081776-2048x2048-1-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-1091081776-2048x2048-1-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-1091081776-2048x2048-1-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /><figcaption>Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 542</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1136" height="757" data-id="95252" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/gettyimages-951894444-2048x2048-1.jpg" alt="gettyimages 951894444 2048x2048 1" class="wp-image-95252" title="Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 530" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-951894444-2048x2048-1.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-951894444-2048x2048-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-951894444-2048x2048-1-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-951894444-2048x2048-1-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-951894444-2048x2048-1-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /><figcaption>Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 543</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1136" height="757" data-id="95251" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/gettyimages-873928760-2048x2048-1.jpg" alt="gettyimages 873928760 2048x2048 1" class="wp-image-95251" title="Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 531" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873928760-2048x2048-1.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873928760-2048x2048-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873928760-2048x2048-1-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873928760-2048x2048-1-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873928760-2048x2048-1-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /><figcaption>Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 544</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1136" height="758" data-id="95250" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/gettyimages-873924144-2048x2048-1.jpg" alt="gettyimages 873924144 2048x2048 1" class="wp-image-95250" title="Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 532" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873924144-2048x2048-1.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873924144-2048x2048-1-1024x683.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873924144-2048x2048-1-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873924144-2048x2048-1-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873924144-2048x2048-1-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /><figcaption>Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 545</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1136" height="757" data-id="95249" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/gettyimages-873924008-2048x2048-1.jpg" alt="gettyimages 873924008 2048x2048 1" class="wp-image-95249" title="Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 533" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873924008-2048x2048-1.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873924008-2048x2048-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873924008-2048x2048-1-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873924008-2048x2048-1-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873924008-2048x2048-1-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /><figcaption>Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 546</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1136" height="757" data-id="95248" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/gettyimages-873923446-2048x2048-1.jpg" alt="gettyimages 873923446 2048x2048 1" class="wp-image-95248" title="Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 534" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873923446-2048x2048-1.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873923446-2048x2048-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873923446-2048x2048-1-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873923446-2048x2048-1-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-873923446-2048x2048-1-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /><figcaption>Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 547</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1136" height="743" data-id="95247" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/gettyimages-768550343-2048x2048-1.jpg" alt="gettyimages 768550343 2048x2048 1" class="wp-image-95247" title="Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 535" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-768550343-2048x2048-1.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-768550343-2048x2048-1-1024x670.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-768550343-2048x2048-1-768x502.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-768550343-2048x2048-1-300x196.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-768550343-2048x2048-1-696x455.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-768550343-2048x2048-1-741x486.jpg 741w" sizes="(max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /><figcaption>Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 548</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1136" height="754" data-id="95246" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/gettyimages-140792704-2048x2048-1.jpg" alt="gettyimages 140792704 2048x2048 1" class="wp-image-95246" title="Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 536" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792704-2048x2048-1.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792704-2048x2048-1-1024x680.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792704-2048x2048-1-768x510.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792704-2048x2048-1-300x199.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792704-2048x2048-1-696x462.jpg 696w" sizes="(max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /><figcaption>Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 549</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1136" height="779" data-id="95245" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/gettyimages-140792702-2048x2048-1.jpg" alt="gettyimages 140792702 2048x2048 1" class="wp-image-95245" title="Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 537" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792702-2048x2048-1.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792702-2048x2048-1-1024x702.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792702-2048x2048-1-768x527.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792702-2048x2048-1-300x206.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792702-2048x2048-1-696x477.jpg 696w" sizes="(max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /><figcaption>Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 550</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1136" height="736" data-id="95244" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/gettyimages-140792662-2048x2048-1.jpg" alt="gettyimages 140792662 2048x2048 1" class="wp-image-95244" title="Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 538" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792662-2048x2048-1.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792662-2048x2048-1-1024x663.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792662-2048x2048-1-768x498.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792662-2048x2048-1-300x194.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/gettyimages-140792662-2048x2048-1-696x451.jpg 696w" sizes="(max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /><figcaption>Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 551</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="95243" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/Ferrari-F92A-80411.jpg" alt="Ferrari F92A 80411" class="wp-image-95243" title="Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 539" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/Ferrari-F92A-80411.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/Ferrari-F92A-80411-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/Ferrari-F92A-80411-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/Ferrari-F92A-80411-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 552</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="95242" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/Ferrari-F92-A-2976.jpg" alt="Ferrari F92 A 2976" class="wp-image-95242" title="Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 540" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/Ferrari-F92-A-2976.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/Ferrari-F92-A-2976-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/Ferrari-F92-A-2976-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/Ferrari-F92-A-2976-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 553</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="95241" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/Ferrari-F92-A-2975.jpg" alt="Ferrari F92 A 2975" class="wp-image-95241" title="Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 541" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/Ferrari-F92-A-2975.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/Ferrari-F92-A-2975-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/Ferrari-F92-A-2975-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/Ferrari-F92-A-2975-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Le peggiori Formula 1 della storia: Ferrari F92A 554</figcaption></figure>
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		<title>Honda: In dettaglio il sistema Full Hybrid e:HEV della nuova Jazz</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2020 17:52:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nuova Jazz nelle varianti berlina e Crosstar debutta sul mercato italiano con la sola power unit ibrida. Una tecnologia derivata direttamente dal già noto sistema iMMD in dotazione alla Honda CR-V Hybrid . La variante messa appunto dai tecnici giapponesi per la piccola Jazz, si adatta perfettamente al carattere pratico della vettura. Un sistema [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La nuova Jazz nelle varianti berlina e Crosstar debutta sul mercato italiano con la sola power unit ibrida. Una tecnologia derivata direttamente dal già noto sistema iMMD in dotazione alla Honda CR-V Hybrid .</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-94818" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/ehev-1-1024x724.jpg" alt="ehev 1" width="1024" height="724" title="Honda: In dettaglio il sistema Full Hybrid e:HEV della nuova Jazz 559" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/ehev-1-1024x724.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/ehev-1-768x543.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/ehev-1-300x212.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/ehev-1-696x492.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/ehev-1.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La variante messa appunto dai tecnici giapponesi per la piccola Jazz, si adatta perfettamente al carattere pratico della vettura. Un sistema più semplice, funzionale ma che non rinuncia alle prestazioni ponendo la piccola Honda al vertice per efficienza nel segmento &#8220;B&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Il sistema full hybrid e:HEV e di tipo in serie con motore endotermico 1.5 litri ciclo Atkinson e doppio motore elettrico. L’unità endotermica è da 1498 cm3, con alesaggio 73mm e corsa da 89,5mm quindi a corsa lunga. Il funzionamento è a Atkinson/Miller.</p>
<p style="text-align: justify;">La potenza è di 97cv con 131Nm di coppia.  La distribuzione è a catena con alzata delle valvole variabile attraverso il sistema i-VTEC all’aspirazione. Il VTEC è un sistema a fasatura variabile, ormai leggenda in casa Honda. Sull’albero a camme di aspirazione sono ricavate due tipologie di camme diverse. Un pistone idraulico alterna le due geometrie a contatto con le punterie a seconda del regime di utilizzo del motore.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94819" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/images-coppia-ivtec.png" alt="images coppia ivtec" width="245" height="206" title="Honda: In dettaglio il sistema Full Hybrid e:HEV della nuova Jazz 560"></p>
<p style="text-align: justify;">Nato per favorire una curva di coppia più ampia possibile nei motori che hanno un escursione del regime di giri molto alto fino ai 9000 giri/minuto, in questo caso, per il 1.5 litri I-VTEC, viene utilizzato per avere una curva di coppia costante con un numero di giri più ristretto.</p>
<p style="text-align: justify;">La potenza infatti viene ricavata a soli 5500 giri/minuto con limitatore posto a 6400 giri/minuto, mentre il regime di coppia è massima a 4500giri/minuti. Per questa versione dell’i-VTEC si registra un valore di 120Nm già a 2500 giri/minuto per una maggiore elasticità ed efficienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Come tutti i propulsori ciclo Atkinson/Miller, la potenza specifica è piuttosto bassa attestandosi a 64cv/litro. In cambio, Honda dichiara un efficienza di rendimento energetico del 40%. Un risultato record per un propulsore di cilindrata così contenuta, con un enorme vantaggio in termini di consumo specifico quando il propulsore viene lasciato a viaggiare da solo ad alta velocità.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94820" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/honda-jazz-come-funziona-il-sistema-ibrido.png" alt="honda jazz come funziona il sistema ibrido" width="1024" height="533" title="Honda: In dettaglio il sistema Full Hybrid e:HEV della nuova Jazz 561" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/honda-jazz-come-funziona-il-sistema-ibrido.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/honda-jazz-come-funziona-il-sistema-ibrido-768x400.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/honda-jazz-come-funziona-il-sistema-ibrido-300x156.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/honda-jazz-come-funziona-il-sistema-ibrido-696x362.png 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La parte elettrica del sistema e:HEV, è formata da due motori asincroni a magneti permanenti. Uno con la funzione di portare il moto alle ruote, il secondo invece con funzione di generatore per ricaricare la batteria. Proprio l’uso di due propulsori elettrici per le due funzioni di trazione ed immagazzinamento consente di ottenere una risposta più rapida ed una migliore efficienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Una particolarità dei motori elettrici Honda è che sono i primi ad utilizzare magneti permanenti senza l’utilizzo di materiali delle terre rare nelle la lega della loro composizione. L’utilizzo queste costose materie avviene per il controllo delle alte temperature. La soluzione trovata da Honda, svincola il costruttore giapponese dalla necessità di approvvigionarsi di materie sempre più costose per la produzione di motori elettrici. In termini pratici, la nuova geometria del magnete ha consentito di progettare una forma del rotore ottimizzata per sfruttare meglio il flusso magnetico.</p>
<p style="text-align: justify;">Migliori le prestazioni in termini di coppia, potenza e resistenza al calore rispetto ad un motore con magnete convenzionale. La potenza è di 109cv con una coppia pari a 230Nm per il motore di trazione. Il generatore invece sviluppa 95,2cv. La batteria è ad ioni di Litio da 1.2Kw/h posta sull’asse posteriore per avere una ripartizione dei pesi migliore senza inficiare sulle caratteristiche di sfruttamento dei vani interni con la soluzione dei sedili magici.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-94821" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/honda-jazz-hybrid-2019-01-sebastian-schaal-min-1024x512.jpg" alt="honda jazz hybrid 2019 01 sebastian schaal min" width="1024" height="512" title="Honda: In dettaglio il sistema Full Hybrid e:HEV della nuova Jazz 562" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/honda-jazz-hybrid-2019-01-sebastian-schaal-min-1024x512.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/honda-jazz-hybrid-2019-01-sebastian-schaal-min-768x384.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/honda-jazz-hybrid-2019-01-sebastian-schaal-min-300x150.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/honda-jazz-hybrid-2019-01-sebastian-schaal-min-696x348.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/honda-jazz-hybrid-2019-01-sebastian-schaal-min.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Tre le modalità di guida: La Jazz e:HEV, parte sempre in modalità EV, quindi full elettrica e ci resta fino a 30km/h circa o nei casi di poca richiesta di potenza. All&#8217;aumentare della velocità, o della richiesta di potenza, la vettura entra in modalità Hybrid Auto. Il motore endotermico si accende. La sua funzione non è quella di portare potenza alle ruote ma essendo un sistema ibrido in serie, muove il motore/generatore. La potenza che arriva alle ruote è sempre dovuta al motore elettrico principale.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, il motore benzina funge da range extender per la batteria. La terza modalità è la Engine Mode. Quando la Jazz e:HEV supera la velocità di 80/90km/h o viene richiesta la massima potenza, allora il sistema si collega direttamente attraverso il cambio a rapporto unico gestito da una frizione. In questa fase il motore elettrico si spegne, rimanendo collegato solo il generatore per fornire energia alle batterie.</p>
<p style="text-align: justify;">https://www.youtube.com/watch?v=OcZv1FhdaaE</p>
<p style="text-align: justify;">La ricarica avviene tramite frenata rigenerativa, attraverso il motore/generatore. Il cambio ha una funzione aggiuntiva “B”. Quando questa è attiva, nelle fasi di falsopiano o discesa, il freno motore per la ricarica di energia aumenta. La sua forza è talmente evidente che si può anche evitare di usare il freno per rallentare usandolo come funzione Dual-Pedal di molte auto elettriche. L&#8217;uso da parte dell&#8217;utente di questa funzione, aumenta la quantità di ricarica consentendo alla Jazz e:HEV di avere maggiori possibilità di andare in modalità full elettrico anche a velocità di veleggiamento superiori ai 30-50km/h concessi in condizioni normali.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Test Drive: Seat Arona TGI 90cv FR Metano, l&#8217;economica, e 1.6 TDI 95cv Style, la vivace</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2020/07/09/test-drive-seat-arona-tgi-90cv-fr-metano-leconomica-e-1-6-tdi-95cv-style-la-vivace/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=test-drive-seat-arona-tgi-90cv-fr-metano-leconomica-e-1-6-tdi-95cv-style-la-vivace</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2020 23:08:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p> Seat Arona, il SUV compatto che riesce a far convivere l&#8217;anima latina contraddistinta da uno stile frizzante al pragmatismo e la versatilità di una vettura attenta ai costi. La Arona, infatti, è presente in listino sia con motorizzazioni tradizionali turbo-diesel che con carburante alternativo come il metano, entrambi oggetti della prova. Nel dettaglio si tratta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong> Seat Arona, il SUV compatto che riesce a far convivere l&#8217;anima latina contraddistinta da uno stile frizzante al pragmatismo e la versatilità di una vettura attenta ai costi</strong>.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94647" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/23592336-1.jpg" alt="23592336 1" width="1024" height="768" title="Test Drive: Seat Arona TGI 90cv FR Metano, l&#039;economica, e 1.6 TDI 95cv Style, la vivace 571" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/23592336-1.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/23592336-1-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/23592336-1-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/23592336-1-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/23592336-1-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La Arona, infatti, è presente in listino sia con motorizzazioni tradizionali turbo-diesel che con carburante alternativo come il metano, entrambi oggetti della prova. <strong>Nel dettaglio si tratta delle Seat Arona TDI 95cv Style, e 1.0 TGI 90cv FR, profondamente diverse nello stile</strong>.  A guardarle si comprende come le auto moderne non sono tutte uguali. Avvolte basta un solo dettaglio per fare un’enorme differenza. La più semplice Style è fornita in colorazione unica grigio chiaro, anche per il tetto,  con inserto nero. La versione FR,  invece, è dotata di un bel rosso acceso con tetto nero lucido ed inserto a contrasto. Un accostamento veramente bello da guardare che non passa inosservato.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94648" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/small-66.jpg" alt="small 66" width="640" height="427" title="Test Drive: Seat Arona TGI 90cv FR Metano, l&#039;economica, e 1.6 TDI 95cv Style, la vivace 572" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-66.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-66-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza bi-color vince a mani basse. Sono 650 Euro che fanno la differenza tra apparire come medio-man o essere cool! Gli interni seguono la stessa logica che vale per l’estetica. Il design della plancia è lo stesso per entrambe le versioni, ma la Style con gli inserti grigio tendente all’azzurro evidenzia come le plastiche siano di tipo rigido.<strong> Inoltre,  il mobiletto centrale intorno alla leva del cambio,  se pressato in curva dal lato esterno della gamba , mostra qualche scricchiolio.</strong></p>
<p><figure id="attachment_94649" aria-describedby="caption-attachment-94649" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-94649 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/small-76.jpg" alt="small 76" width="640" height="428" title="Test Drive: Seat Arona TGI 90cv FR Metano, l&#039;economica, e 1.6 TDI 95cv Style, la vivace 573" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-76.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-76-300x201.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-94649" class="wp-caption-text">Consolle centrale versione TDI Style con Navigatore optional</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Diverso il discorso per la FR. Più sportiva, con sedili in materiale pregiato, ben fatti e comodi</strong>. Al centro della plancia l’inserto ricalca il materiale usato anche per i pannelli porta. Un accostamento cromatico che attenua la sensazione di plastica rigida per le altre componenti degli arredi. Per accontentare l’occhio che vuole la sua parte, bisogna convincere il portafoglio a sborsare quasi 2.000 euro per la differenza di allestimento a parità di motorizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il sistema multimediale al centro della plancia è una vecchia conoscenza già un uso su altri modelli del gruppo. </strong> Un esempio di semplicità e completezza. Facile da usare è dotato anche di applicazioni come Android Auto e Apple CarPlay.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94650" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/small-68.jpg" alt="small 68" width="640" height="429" title="Test Drive: Seat Arona TGI 90cv FR Metano, l&#039;economica, e 1.6 TDI 95cv Style, la vivace 574" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-68.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-68-300x201.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Lo spazio a bordo è abbondante con il divanetto posteriore che consente di ospitare anche tre persone comodamente. <strong>Diverso il discordo per quanto riguarda il bagagliaio.</strong> Se per le versioni Diesel o anche benzina si può sfruttare un vano che arriva a quota 350litri per la versione a metano a causa della presenza delle bombole non si arriva a superare quota 250litri, al livello di piccole utilitarie.</p>
<p style="text-align: justify;">Su strada l’Arona si guida bene. Il posto guida è uguale per entrambe le versioni. Regolabile per ogni altezza anche se avremmo preferito una maggiore escursione del sedile per un posto guida più basso a gambe più distese. Il comfort è buono, le sospensioni hanno una taratura da compromesso. La gommatura maggiorata della versione FR non comporta troppi scossoni aggiuntivi agli occupanti. <strong>Unico neo la rumorosità che poteva essere maggiormente filtrata, soprattutto quella degli pneumatici.</strong></p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94651" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/small-72.jpg" alt="small 72" width="353" height="480" title="Test Drive: Seat Arona TGI 90cv FR Metano, l&#039;economica, e 1.6 TDI 95cv Style, la vivace 575" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-72.jpg 353w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-72-300x408.jpg 300w" sizes="(max-width: 353px) 100vw, 353px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Due le motorizzazioni in prova. Per prima analizziamo la motorizzazione 1.0 TGI Metano.</strong> Il motore è una derivazione del già noto 1.0 litri tre cilindri già provato sulla sorella maggiore Ateca. Per adattarsi al nuovo carburante i tecnici Seat o Volkswagen hanno dovuto abbassare il livello di potenza. In questa configurazione eroga 90cv per 160Nm di coppia massima a 1800 giri/minuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Un propulsore che conserva parzialmente il carattere del fratello maggiore nella parte bassa dei giri. <strong>Manca di carattere dalla zona intermedia per diventate deficitario in allungo.</strong> Le prestazioni ne risentono, anche a causa del peso maggiore di 100kg.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94652" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/small.jpg" alt="small" width="640" height="337" title="Test Drive: Seat Arona TGI 90cv FR Metano, l&#039;economica, e 1.6 TDI 95cv Style, la vivace 576" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-300x158.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La classica prova dello scatto da fermo non riesce a scendere sotto i</strong> 13 secondi per lo 0-100km/h. In ripresa per ottenere una prestazione decente si devono scalare almeno due marce. <strong>Il 1.6 litri TDI è il fratello minore per questa cubatura da 95cv per una coppia di 260Nm,  ben 90Nm in più del motore metano.</strong> Un propulsore che conserva maggiormente il carattere del fratello maggiore. Riprende bene dal basso e mantiene la spinta anche oltre i 3000 giri/minuto. Affievolisce, facendo pesare la differenza di cavalleria solo agli alti regimi.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94653" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/small-67.jpg" alt="small 67" width="640" height="427" title="Test Drive: Seat Arona TGI 90cv FR Metano, l&#039;economica, e 1.6 TDI 95cv Style, la vivace 577" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-67.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-67-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La differenza di prestazione è imbarazzante. Senza il minimo sforzo si fanno registrare tempi in accelerazione di 1.5 secondi più rapidi del motore a Metano. <strong>La ripresa, nonostante il cambio sia solo a cinque marce,  non necessita di scalare almeno di non scendere sotto i 1500giri/minuto e basta comunque togliere una sola marcia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In entrambi i casi il cambio appare come un buon manuale, fluido e preciso negli innesti.<strong> Inspiegabile la mancanza di una sesta per il TDI.</strong> In ogni caso due comandi che non fanno rimpiangere l’assenza di un bel DSG. In definitiva,  se volessimo fare un confronto prestazionale, senza considerare in costi, un acquirente di Seat Arona dovrebbe essere un folle a preferire la versione metano rispetto alla diesel.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94654" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/small-64.jpg" alt="small 64" width="640" height="427" title="Test Drive: Seat Arona TGI 90cv FR Metano, l&#039;economica, e 1.6 TDI 95cv Style, la vivace 578" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-64.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-64-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Prima di raccontare come si comportano le due vetture in un bel percorso pieno di curve, va fatta un’altra distinzione tecnica. A parte la differente gommatura,  la FR ha in dotazione optional i cerchi da 18” pollici, l’Arona a metano, sulla carta ha una migliore distribuzione dei pesi. <strong>Le bombole poste nel bagagliaio riequilibrano il peso tra i due assi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Peccato che il peso spostato al posteriore sia posizionato dietro l’asse delle ruote dietro. <strong>Detto questo,  il comportamento stradale restando nei limiti della condotta di un normale utente, è una copia ed incolla di altre vetture della gamma Volkswagen già testate come la T-Cross, o la sorella maggiore T-Roc e derivate.</strong></p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94655" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/small-65.jpg" alt="small 65" width="640" height="390" title="Test Drive: Seat Arona TGI 90cv FR Metano, l&#039;economica, e 1.6 TDI 95cv Style, la vivace 579" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-65.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-65-300x183.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Solo spingendo veramente tanto, e si incontra una curva con un grazioso animaletto da evitare con una frenata brusca,  le due vetture agiscono in modo leggermente diverso. <strong>Il retrotreno si sposta in modo più evidente sulla FR a metano. In ogni caso il controllo di stabilità è molto ben tarato.</strong> Funziona davvero bene. Si attiva solo quando è veramente necessario lasciando al guidatore esperto ampio margine di movimento per adattare al proprio stile di guida le reazioni del telaio in ingresso e percorrenza di curva.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo arrivato alle conclusioni economiche. Le due motorizzazioni a parità di allestimento hanno un differenza a favore della TGI di 1.200 euro circa. I consumi invece in valore assoluto,  convertendo i km di Metano in litri, si attesta in 5,5 litri/100km mentre la diesel resta a quota 4,5litri/100km. <strong>Pur consumando meno,  il motore a gasolio non riesce a compensare la metà del prezzo alla pompa del Metano.</strong> Considerando il prezzo iniziale più conveniente, le agevolazioni che le regioni in modo differenziato prevedono per questa alimentazione, tagliano la testa al toro sulla convenienza del Metano.</p>
<p><figure id="attachment_94656" aria-describedby="caption-attachment-94656" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-94656 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/07/small-77.jpg" alt="Interni versione TDI Style " width="640" height="427" title="Test Drive: Seat Arona TGI 90cv FR Metano, l&#039;economica, e 1.6 TDI 95cv Style, la vivace 580" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-77.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/07/small-77-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-94656" class="wp-caption-text">Interni TDI Style</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Un cliente attento al portafoglio e meno alle emozioni, sarebbe un folle a non scegliere l’Arona TGI. La TDI è più economica ma <strong>caso van integrata con vernice bi-color e navigatore, facendo salire il prezzo da 22.900 di 1000 euro.</strong> La TGI FR, parte dai 23.950 Euro a cui va aggiunta la sola vernice bi-color che porta a 24.500 euro il prezzo di listino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In conclusione, la Seat Arona è una vettura dallo stile frizzante, soprattutto se scelta nel giusto allestimento che valorizza forme e dettagli estetici.</strong> Le prestazioni della motorizzazione diesel sono di buon livello.  La versione Metano è perfetta per chi vuole una vettura tra le più economiche del mercato a patto di rinunciare a qualche emozione al volante a favore della felicità del portafoglio.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Libri: “Teoria dell’assetto di un veicolo” dell’Ing Massimiliano Cerquetani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2020 09:51:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non c’è appassionato di meccanica, di ogni livello, dall’amatore al tecnico, che non abbia una biblioteca ben fornita. Da oggi trova un posto particolare “Teoria dell’assetto di un veicolo” dell’Ing Massimiliano Cerquetani, edito da TexMat (info@texmat.it) Il motivo è semplice. I libri che parlano di tecnica motoristica non mancano. Ma il tema dell’assetto è sempre [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non c’è appassionato di meccanica, di ogni livello, dall’amatore al tecnico, che non abbia una biblioteca ben fornita. Da oggi trova un posto particolare <strong>“Teoria dell’assetto di un veicolo”</strong> dell’<strong>Ing <a href="https://www.linkedin.com/in/massimiliano-cerquetani-082a279a/" target="_blank" rel="noopener">Massimiliano Cerquetani</a></strong>, edito da <strong>TexMat</strong> (<a href="mailto:info@texmat.it">info@texmat.it</a>)</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-94148" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/Copertina-Alfa-Romeo-stampa-ridotta2-1024x904.jpg" alt="Copertina Alfa Romeo stampa ridotta2" width="1024" height="904" title="Libri: “Teoria dell’assetto di un veicolo” dell’Ing Massimiliano Cerquetani 583" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Copertina-Alfa-Romeo-stampa-ridotta2-1024x904.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Copertina-Alfa-Romeo-stampa-ridotta2-768x678.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Copertina-Alfa-Romeo-stampa-ridotta2-300x265.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Copertina-Alfa-Romeo-stampa-ridotta2-696x615.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/Copertina-Alfa-Romeo-stampa-ridotta2.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo è semplice. I libri che parlano di tecnica motoristica non mancano. Ma il tema dell’assetto è sempre piuttosto trascurato. Un argomento difficile da trattare, complesso nelle sue dinamiche da portare all&#8217;attenzione del grande pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il testo dell’Ing Cerquetani tratta argomenti riguardanti la <strong>dinamica del veicolo</strong> e le <strong>regolazioni sull’assetto affrontando</strong> anche tematiche come, l’aerodinamica, i sistemi di controllo elettronico, la tecnica di guida.</p>
<p style="text-align: justify;">Un libro scritto con passione, adatto al neofita come all&#8217;esperto. Un modo efficacie di comprendere il funzionamento di  sottosistemi che influenzano il comportamento dinamico. All&#8217;interno del testo vengono descritte la composizione e geometrie di sospensioni, organi di sterzo, freni e struttura degli pneumatici.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94149" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/06/104161403_276484410205795_970458440595341182_n.jpg" alt="104161403 276484410205795 970458440595341182 n" width="960" height="467" title="Libri: “Teoria dell’assetto di un veicolo” dell’Ing Massimiliano Cerquetani 584" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/104161403_276484410205795_970458440595341182_n.jpg 960w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/104161403_276484410205795_970458440595341182_n-768x374.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/104161403_276484410205795_970458440595341182_n-300x146.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/06/104161403_276484410205795_970458440595341182_n-696x339.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><br />
Il testo è scritto utilizzando un <strong>linguaggio semplice e scorrevole</strong> concepito in modo trasversale da essere fruibile da chi non ha sviluppato studi specifici. Un modo inedito ed efficace di portare al lettore temi che possono apparire ostici. Soprattutto l&#8217;utilizzo di<strong> trecento tra immagini e grafici</strong> rendono la trattazione più chiara e completa.</p>
<p style="text-align: justify;">All’interno <strong>una bibliografia completa, con articoli a corredo presi dalle</strong> <strong>pubblicazioni sulla dinamica del veicolo redatti dai migliori tecnici della divulgazione automotive</strong> rendendo funzionale la consultazione su un argomento difficile come l’assetto.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva un libro che mostra una visione completa su un argomento che sempre di più ha fatto breccia negli appassionati. &#8220;<strong>Teoria dell’Assetto di un veicolo&#8221;</strong> è un testo che merita, anzi deve stare nella biblioteca di ogni appassionato di automobili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Best Engine: Ferrari F154CB V8 Twin Turbo, il migliore di tutti!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2020 15:31:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il propulsore Ferrari V8 Twin Turbo F154CB è universalmente riconosciuto come il migliore motore del mondo in senso assoluto. Nonostante abbiamo decantato in modo favorevole le caratteristiche del suo rivale Mercedes-AMG M178, quest’ultimo rimane valido e concorrenziale fino alla potenza di 600cv. Dopo questa soglia non ce n’è per nessuno esiste il Ferrari F154 CB! [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il propulsore <strong>Ferrari V8 Twin Turbo F154CB</strong> è universalmente riconosciuto come il migliore motore del mondo in senso assoluto.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-93645" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/2e1b26b1f20785b049daa0c1da00a418.jpg" alt="2e1b26b1f20785b049daa0c1da00a418" width="640" height="384" title="Best Engine: Ferrari F154CB V8 Twin Turbo, il migliore di tutti! 592" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/2e1b26b1f20785b049daa0c1da00a418.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/2e1b26b1f20785b049daa0c1da00a418-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante abbiamo decantato in modo favorevole le caratteristiche del suo rivale Mercedes-AMG M178, quest’ultimo rimane valido e concorrenziale fino alla potenza di 600cv. Dopo questa soglia non ce n’è per nessuno esiste il Ferrari F154 CB!</p>
<p style="text-align: justify;">Il motore Ferrari ha varie versioni e varianti. Parte da una base comune. Il monoblocco è in alluminio con angolo tra le bancate di 90 gradi. La distribuzione quattro valvole per cilindro con variatore di fase. Il rapporto di compressione è di 9.4:1,  tipico per un motore turbo. Il comando della distribuzione, a catena, si trova lato volano.</p>
<p style="text-align: justify;">La posizione dei due turbocompressori è una delle caratteristiche che lo rendono unico nel suo genere. I tecnici di Maranello hanno creato un collettore di scarico che rappresenta una vera opera d’arte di ingegneria meccanica artigianale.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-93646" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/B_c199cfb55312f661fa174cb7db41d724.jpg" alt="B c199cfb55312f661fa174cb7db41d724" width="1000" height="819" title="Best Engine: Ferrari F154CB V8 Twin Turbo, il migliore di tutti! 593" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/B_c199cfb55312f661fa174cb7db41d724.jpg 1000w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/B_c199cfb55312f661fa174cb7db41d724-768x629.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/B_c199cfb55312f661fa174cb7db41d724-300x246.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/B_c199cfb55312f661fa174cb7db41d724-696x570.jpg 696w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Ogni condotto, per ogni singolo cilindro, è ricavato in modo artigianale per essere tutti della medesima lunghezza. Poi,  i quattro collettori singoli convogliano in un ulteriore condotto fino alla turbina Twin Scroll. La particolarità sta nella posizione, rialzata del turbo, all’altezza del coperchio punterie.</p>
<p style="text-align: justify;">Una soluzione complessa,  frutto dell&#8217;esigenza di avere un’alimentazione del turbo da parte dei gas di scarico con la giusta velocità e la corretta energia per ridurre al massimo il ritardo. I due turbo sono prodotti dalla giapponese IHI, come sempre da 40 anni a questa parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Da sempre, per le vetture stradali di Maranello, il motore è la base per una serie di varianti che vanno ad equipaggiare vetture dal carattere anche molto diverso tra loro, basti pensare al  V12 cilindri F133.<img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-93647" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/Ferrari-488-Pista-2018-engine-F154CD-v8-720cv-part-inconel-exhaust-manifold-1024x640.jpg" alt="Ferrari 488 Pista 2018 engine F154CD v8 720cv part inconel exhaust manifold" width="1024" height="640" title="Best Engine: Ferrari F154CB V8 Twin Turbo, il migliore di tutti! 594" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Ferrari-488-Pista-2018-engine-F154CD-v8-720cv-part-inconel-exhaust-manifold-1024x640.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Ferrari-488-Pista-2018-engine-F154CD-v8-720cv-part-inconel-exhaust-manifold-768x480.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Ferrari-488-Pista-2018-engine-F154CD-v8-720cv-part-inconel-exhaust-manifold-300x188.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Ferrari-488-Pista-2018-engine-F154CD-v8-720cv-part-inconel-exhaust-manifold-696x435.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Ferrari-488-Pista-2018-engine-F154CD-v8-720cv-part-inconel-exhaust-manifold.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;"> L&#8217;F154 in tutte le sue varianti non è da meno, compreso l&#8217;utilizzo da parte di Maserati ed Alfa Romeo. Nel caso delle vetture del tridente, la sigla completa diventa F154AM e F154AQ.  La cilindrata è di 3.797cc, con alesaggio e corsa di 86.5 x 80.8mm, quindi Superquadro a corsa corta.</p>
<p style="text-align: justify;">Una caratteristica, questa, comune a tutte le varianti. Il valore del rapporto Alesaggio/Corsa, infatti, fa chiaramente capire come sia un motore nato per girare ad alti regimi. La potenza parte da 530cv con 650Nm di coppia (AM) e raggiunge i 580cv  e 730Nm di coppia (AQ)</p>
<p style="text-align: justify;">Essendo destinato alla Maserati Quattroporte GTS e Levante GTS/Trofeo, deve avere un compromesso tra prestazioni, eleganza e comfort. Il regime di potenza massimo, quindi, si ferma quota 6800 giri/minuto. Sintomo di una curva di coppia volutamente più fluida e lineare. Ma soprattutto indica come l&#8217;F154 sia un motore estremamente versatile!</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-93648" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/Ferrari-488-Pista-2018-engine-F154CD-v8-720cv-part-intake-plenum-1024x640.jpg" alt="Ferrari 488 Pista 2018 engine F154CD v8 720cv part intake plenum" width="1024" height="640" title="Best Engine: Ferrari F154CB V8 Twin Turbo, il migliore di tutti! 595" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Ferrari-488-Pista-2018-engine-F154CD-v8-720cv-part-intake-plenum-1024x640.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Ferrari-488-Pista-2018-engine-F154CD-v8-720cv-part-intake-plenum-768x480.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Ferrari-488-Pista-2018-engine-F154CD-v8-720cv-part-intake-plenum-300x188.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Ferrari-488-Pista-2018-engine-F154CD-v8-720cv-part-intake-plenum-696x435.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Ferrari-488-Pista-2018-engine-F154CD-v8-720cv-part-intake-plenum.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La differenza sostanziale tra il propulsore che porta la sigla “A” montata su Maserati, e quello con le specifiche &#8220;B&#8221; e &#8220;C&#8221; montato su Ferrari, sta nell&#8217;adozione della soluzione ad albero piatto per il secondo. Una scelta, quella di avere manovelle disposte a 180°,  finalizzata per far girare il motore a regimi molto alti smorzando le vibrazioni tipicamente derivata dalle corse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Ferrari F154 CB, infatti, raggiunge e supera quota 8000 Giri/minuto senza affanni.</strong> La differenza di sound è lampante rispetto configurazione a croce con bielle sfalsate di 90°.  La Musica arriva da strumenti, come bielle e pistoni e solo migliorata dallo scarico!</p>
<p style="text-align: justify;">Montato su modelli Ferrari a motore anteriore centrale, assume le sigle F154BD ( California, GTC4 Lusso T) e F154BE ( Portofino).  La cilindrata sale a 3,855cc con la corsa portata a 82.0mm.  La potenza parte da 560cv e 755 Nm di coppia per evolversi con l&#8217;F154BE a 600cv e 760Nm di coppia.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-93649" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/2-1024x575.jpg" alt="2" width="1024" height="575" title="Best Engine: Ferrari F154CB V8 Twin Turbo, il migliore di tutti! 596" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/2-1024x575.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/2-768x431.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/2-300x168.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/2-696x391.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/2.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Per le berlinette Ferrari a motore centrale,  la denominazione diventa F154CB (488 GTB), F154CD (488 Pista) e F154CE ( F8 Tributo). La cilindrata sale ancora a 3,902cc e anche la corsa che arriva a 83mm. La potenza parte da 670cv e 760Nm di coppia (CB) e sale a 720cv per 770Nm (CD/CE). In quest&#8217;ultimo caso cambiano componenti come i supporti di banco, bronzine ed altri per sopportare un maggiore stress ad alte prestazioni. In tutti i casi, la coppia raggiunge il suo picco massimo a 3000/3250 giri/minuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, il Ferrari F154 ha dimostrato, nonostante sia un motore Twin Turbo,  di adattarsi perfettamente alla propulsione ibrida. Sulla potente SF90 Stradale, i 780cv del motore endotermico, possono lavorare in parallelo con i 220cv della propulsione elettrica toccando quota 1000cv e 800Nm di coppia. Un risultato eccellente,  abbassando in proporzione il valore dei consumi. La cilindrata compie il suo ultimo salto arrivando a 3.990cc, ma in questo caso a crescere è l&#8217;alesaggio diventando di 88 mm, per un leggero incremento anche della coppia.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-93651" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/ferrari-sf90-stradale-plug-in-hybrid-2019-11-1024x576.jpg" alt="ferrari sf90 stradale plug in hybrid 2019 11" width="1024" height="576" title="Best Engine: Ferrari F154CB V8 Twin Turbo, il migliore di tutti! 597" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/ferrari-sf90-stradale-plug-in-hybrid-2019-11-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/ferrari-sf90-stradale-plug-in-hybrid-2019-11-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/ferrari-sf90-stradale-plug-in-hybrid-2019-11-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/ferrari-sf90-stradale-plug-in-hybrid-2019-11-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/ferrari-sf90-stradale-plug-in-hybrid-2019-11.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La sua capacità di essere modulare ha portato l&#8217;F154 a diventare il V6 Twin Turbo con 510cv e 600Nm di coppia infilato nel cofano di Alfa Romeo Giulia e Stelvio Quadrifoglio. In sostanza,  a Maranello hanno progettato un&#8217;eccellente V8 aspirato, per poi aggiungere la sovralimentazione facendo convivere entrambe le tecnologie generando un propulsore pieno di coppia nella zona bassa ed intermedia dei giri, con un allungo spaventoso nella zona alta. Roba da far venire le vertigini pure agli allenati Turbo orientali!</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-93652" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/B_i-segreti-del-v6-dell-alfa-romeo-giulia-quadrifoglio_1.jpg" alt="B i segreti del v6 dell alfa romeo giulia quadrifoglio 1" width="1000" height="947" title="Best Engine: Ferrari F154CB V8 Twin Turbo, il migliore di tutti! 598" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/B_i-segreti-del-v6-dell-alfa-romeo-giulia-quadrifoglio_1.jpg 1000w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/B_i-segreti-del-v6-dell-alfa-romeo-giulia-quadrifoglio_1-768x727.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/B_i-segreti-del-v6-dell-alfa-romeo-giulia-quadrifoglio_1-300x284.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/B_i-segreti-del-v6-dell-alfa-romeo-giulia-quadrifoglio_1-696x659.jpg 696w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p style="text-align: justify;">In particolare,  si può affermare,  senza temere smentita che l&#8217;<strong>F154 CB, </strong> ad oggi rappresenta,  il motore endotermico definitivo. Il progetto con cui tutti gli ingegneri del mondo devono fare i conti. Un punto di riferimento per la meccanica endotermica. In un periodo di grande crisi per il motore benzina,  e di cambiamento,  potremmo aver visto il canto del cigno, il punto più alto toccato da un motore benzina nella sua storia.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Best Engine: Mercedes-Amg M178 V8 4.0 Litri Twin Turbo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2020 11:01:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il motore M178 V8 Twin Turbo di Mercedes-Amg si candida ad essere uno dei migliori propulsori della sua categoria, e ha tutte i numeri per essere best engine. Fratello della serie M176-M177, si evolve passando per le sapiente mani della factory AMG. La stessa che sviluppa le power unit vincenti da sei anni in Formula [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il motore M178 V8 Twin Turbo di Mercedes-Amg si candida ad essere uno dei migliori propulsori della sua categoria, e ha tutte i numeri per essere best engine.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-93516" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/Mercedes-AMG-GT-V8-engine-technical-data-1024x570.jpg" alt="Mercedes AMG GT V8 engine technical data" width="1024" height="570" title="Best Engine: Mercedes-Amg M178 V8 4.0 Litri Twin Turbo 606" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Mercedes-AMG-GT-V8-engine-technical-data-1024x570.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Mercedes-AMG-GT-V8-engine-technical-data-768x427.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Mercedes-AMG-GT-V8-engine-technical-data-300x167.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Mercedes-AMG-GT-V8-engine-technical-data-696x387.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Mercedes-AMG-GT-V8-engine-technical-data.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Fratello della serie M176-M177, si evolve passando per le sapiente mani della factory AMG. La stessa che sviluppa le power unit vincenti da sei anni in Formula 1 per il team Mercedes. I tecnici del centro di sviluppo Mercedes hanno progettato un  motore che potesse essere lo stato dell’arte della meccanica sfruttando appieno le sinergie tecniche interne al gruppo.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-93523" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/506330-5x2-lg-1024x410.jpg" alt="506330 5x2 lg" width="1024" height="410" title="Best Engine: Mercedes-Amg M178 V8 4.0 Litri Twin Turbo 607"></p>
<p style="text-align: justify;">Il basamento, infatti,  viene prodotto dalla AMG sfruttando i processi di fusione di leghe di alluminio usate per i motori da competizione con monoblocco closed deck,  più rigido, piccolo e leggero per un peso complessivo del motore di soli 206kg.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sfruttamento delle sinergie interne passa invece per l&#8217;utilizzo di componenti derivati dal piccolo quattro cilindri 2.0 litri Turbo M133 come l&#8217;albero motore. I pistoni sono forgiati e le teste sono fatte di una speciale lega di Zirconio con camicie ricavate con processo di riporto di plasma.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-93517" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/M178-8.jpg" alt="M178 8" width="960" height="621" title="Best Engine: Mercedes-Amg M178 V8 4.0 Litri Twin Turbo 608" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/M178-8.jpg 960w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/M178-8-768x497.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/M178-8-300x194.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/M178-8-696x450.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Nel dettaglio è un V8 con angolo tra le bancate di 90° . Quattro valvole per cilindro con doppio albero a camme in testa e fasatura variabile per aspirazione e di scarico. Il controllo dell’alzata delle valvole di scarico è molto importante per determinare la velocità e l&#8217;energia dei gas che giungono al sistema turbo.</p>
<p>La cilindrata è di 3.982cc con alesaggio da 83mm e corsa da 92mm. Il rapporto alesaggio/corsa 0.90,  quindi “sottoquadro” o a corsa lunga con un interasse tra i cilindri di 90mm per un rapporto di compressione di 10.5:1. Molto alto per un motore turbo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;M178 ha vari livelli di potenza. Si parte da  503cv a 6250 giri/min e 650Nm disponibili da 1750giri/min rimanendo costante fino ai 4750giri/minuto.  Successivamente il propulsore si è ulteriormente evoluto con potenza da 510cv  per la ragguardevole potenza di 128cv/litro.</p>
<p><img decoding="async" class="size-full wp-image-93518" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/7536676.jpg" alt="7536676" width="700" height="495" title="Best Engine: Mercedes-Amg M178 V8 4.0 Litri Twin Turbo 609" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/7536676.jpg 700w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/7536676-300x212.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/7536676-696x492.jpg 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La crescita continua passando a 522cv e 670Nm di coppia  a 1800 giri/minuto fino a 5000 giri/minuto, per salire a 557cv e 680Nm da 1900Nm a 5500giri/minuto, per finire con l&#8217;ultimo step a 585cv. Nonostante la curva di potenza tenda ad affievolirsi a  6250 giri/minuto, il limitatore è posto a quota 7200 giri/minuto. Un regime insolito per i motori turbo europei</p>
<p style="text-align: justify;">In pratica,  questo propulsore garantisce un&#8217;eccellente elasticità potendo disporre di notevole valore di potenza e coppia su un&#8217;ampio arco di giri. Nelle versioni più potenti, il regime di raggiungimento del picco di coppia i alza di 150 giri/minuto. Nonostante ciò, il ritardo del turbo resta quasi inesistente con una spinta poderosa e costante facilmente gestibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto particolare,  la scelta di collocare il comparto Twin Turbo progettato con Borgwarner al centro delle bancate. La pressione di sovralimentazione è di 1.2bar a 186.000 giri/minuto con valvola Wastegate gestita elettronicamente.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-93519" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/M178-2.jpg" alt="M178 2" width="960" height="636" title="Best Engine: Mercedes-Amg M178 V8 4.0 Litri Twin Turbo 610" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/M178-2.jpg 960w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/M178-2-768x509.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/M178-2-300x199.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/M178-2-696x461.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Posizionare il comparto Twin Turbo al centro delle bancate è molto utile per il controllo della velocità e l’energia che i gas di scarico.  Nei moderni motori Turbo, infatti, è fondamentale controllare la corretta quantità e volume d&#8217;aria per avere una combustione sempre ottimizzata. Il raffreddamento è affidato ad un intercooler di tipo aria/aqua, con temperatura di lavoro a 140°.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;iniezione diretta lavora a 200 Psi con gli iniettori concepiti per lavorare fino a cinque micro iniezioni a seconda delle necessità. Questo V8 4.0 litri è uno dei propulsori più compatti e leggeri della sua categoria e adotta la lubrificazione a carter secco per abbassare il baricentro 5,5 cm. La sua compattezza rappresenta un netto aiuto per il controllo dei pesi delle vetture che lo montano parlando a pieno titolo di motore anteriore centrale.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-93520" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/14C609_046-FILEminimizer-1024x683.jpg" alt="14C609 046 FILEminimizer" width="1024" height="683" title="Best Engine: Mercedes-Amg M178 V8 4.0 Litri Twin Turbo 611"></p>
<p style="text-align: justify;">Nella sua versione da 503cv, questo propulsore, fa registrare, secondo il ciclo di omologazione NEDC, un valore di 10Litri/100km. Risultato che può essere ulteriormente migliorato adottando la tecnologia Mild Hybrid 48v già abbinata ai fratellini M176 e M177.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;M178 è installato sulla Mercedes-AMG GT. Le versioni più potenti sono da 510cv per la GT-S, 550cv per la GT-C e 585cv per la velocissima GT-R. La berlinetta GT tedesca, infatti, è una delle poche vetture a motore anteriore centrale a rivaleggiare ad armi quasi pari con le concorrenti a motore posteriore centrale.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-93521" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/M178-6.jpg" alt="M178 6" width="960" height="617" title="Best Engine: Mercedes-Amg M178 V8 4.0 Litri Twin Turbo 612" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/M178-6.jpg 960w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/M178-6-768x494.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/M178-6-300x193.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/M178-6-696x447.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Da sottolineare,  invece,  come Aston Martin per la sua DB11, monta il propulsore M177. Si differenza sostanzialmente nell’uso di lubrificazione tradizionale ed una diverso sviluppo del sistema Turbo. Una differenza sostanziale che va ad influenzare in modo consistente le prestazioni rispetto alla Mercedes-AMG GT, concorrente nel medesimo segmento di mercato.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>La Tecnologia Mild Hybrid parte II: Architettura MiHEV Liv1 e successive</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2020/05/08/la-tecnologia-mild-hybrid-parte-ii-architettura-mihev-liv1-e-successive/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-tecnologia-mild-hybrid-parte-ii-architettura-mihev-liv1-e-successive</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2020 08:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo aver parlato dei principi di funzionamento dei sistemi Mild Hybrid.  In questa trattazione descriveremo il layout  MiHEV Liv1-2 e 3.  Le diversità dipendono dal posizionamento delle componenti.  Trattandosi di una propulsione ibrida la parte più importante è la macchina elettrica ed il suo collegamento alla parte meccanica. Questo può avvenire attraverso un comando a [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo aver parlato dei principi di funzionamento dei sistemi <strong>Mild Hybrid</strong>.  In questa trattazione descriveremo il <strong>layout  MiHEV Liv1-2 e 3. </strong></p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-93337" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/22_SWIFT_SHVS-mild-hybrid-1024x645-1.jpg" alt="22 SWIFT SHVS mild hybrid 1024x645 1" width="1024" height="645" title="La Tecnologia Mild Hybrid parte II: Architettura MiHEV Liv1 e successive 615" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/22_SWIFT_SHVS-mild-hybrid-1024x645-1.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/22_SWIFT_SHVS-mild-hybrid-1024x645-1-768x484.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/22_SWIFT_SHVS-mild-hybrid-1024x645-1-300x189.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/22_SWIFT_SHVS-mild-hybrid-1024x645-1-696x438.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Le diversità dipendono dal posizionamento delle componenti.  Trattandosi di una propulsione ibrida la parte più importante è la macchina elettrica ed il suo collegamento alla parte meccanica. Questo può avvenire attraverso un comando a cinghia o direttamente in modo meccanico.</p>
<p style="text-align: justify;">La tecnologia <strong>Mild Hybrid MiHEV-Liv1</strong> è si avvale di una generatore <strong>starter (BiSG)</strong> da 12V, (<a href="https://www.giornalemotori.com/2020/03/11/test-drive-suzuki-ignis-1-2-litri-mild-hybrid-top-brillante-e-versatile-bassi-consumi/">Suzuki</a>), 24V, (<a href="https://www.giornalemotori.com/2020/03/26/test-drive-mazda-3-skyactiv-x-mild-hybrid-180cv-executive-tecnologica-bella-da-guidare/">Mazda</a>) e 48v collegato al motore endotermico da una cinghia di trasmissione con raffreddamento integrato sia ad aria che a liquido.  Questa soluzione è adattabile in modo semplice ed economico ad ogni tipo di veicolo. Il motore elettrico dispone dai 5cv ai 12cv di potenza aggiuntiva a seconda del tipo di motore elettrico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il comando a cinghia per sua stessa natura ha delle perdite di rendimento ed influiscono sul rendimento complessivo. Facendo un rapporto costi/benefici il rendimento che non va oltre l’85%, per una riduzione dei consumi dal 7 al 9% secondo il ciclo di omlogazione WLTP.</p>
<p><figure id="attachment_93338" aria-describedby="caption-attachment-93338" style="width: 1018px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-93338 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/Audi-A8-48V-MHEV.jpg" alt="Audi A8 48V MHEV" width="1018" height="722" title="La Tecnologia Mild Hybrid parte II: Architettura MiHEV Liv1 e successive 616" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Audi-A8-48V-MHEV.jpg 1018w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Audi-A8-48V-MHEV-768x545.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Audi-A8-48V-MHEV-300x213.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Audi-A8-48V-MHEV-696x494.jpg 696w" sizes="(max-width: 1018px) 100vw, 1018px" /><figcaption id="caption-attachment-93338" class="wp-caption-text"><em>1) Convertitore DC/DC per batteria (12 V) 3) batteria ad alto voltaggio (48 V) 4) 48V belt-drive starter-generatore 5) motore benzina 3.0 TFSI </em></figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Il motore elettrico aiuta la vettura nelle partenze da fermo e nelle fasi passive durante i cambi marcia. La poca coppia non influisce in  modo evidente  sulle riprese a bassa velocità.  Il motore elettrico è dotato di generatore ed inverte per ricaricare una piccola batteria 48v. L&#8217;efficacia della ricarica dipende dalla quantità di perdite dovute alla trasmissione a cinghia.</p>
<p style="text-align: justify;">Avere una piccola batteria permette di estendere le funzioni di start&amp;stop attivabile . Inoltre anche con motore a 48V non consente la marcia in full elettrico. La cinghia di trasmissione è un componente specifico dimensionato per sopportare continui cambi di coppia, con costi leggermente maggiori alla sostituzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>MiHEV Liv 1,</strong>  necessita di avere comunque un motorino di avviamento classico per la messa in moto anche dopo lunghe soste o partenza a freddo. Molto importante l&#8217;aspetto del comfort: Le resistenze in gioco attraverso la cinghia possono essere fonte di vibrazioni.</p>
<p><figure id="attachment_93339" aria-describedby="caption-attachment-93339" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-93339 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/Continental-48V-MHEV-system-components.jpg" alt="Continental MiHV 48v" width="1024" height="441" title="La Tecnologia Mild Hybrid parte II: Architettura MiHEV Liv1 e successive 617" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Continental-48V-MHEV-system-components.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Continental-48V-MHEV-system-components-768x331.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Continental-48V-MHEV-system-components-300x129.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Continental-48V-MHEV-system-components-696x300.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption id="caption-attachment-93339" class="wp-caption-text"><em>1) Motore elettrico con inverter integrato 2) Convertitore DC/DC (48 V / 12 V) 3) Batteria Li-Ion (Ioni-Litio) </em></figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Ad oggi,  molti costruttori stanno utilizzando questo schema con motore a 48v. Molto utile per abbassare il limite di emissione di anidride carbonica abbattendo i consumi. Il costo basso, la sua versatilità consente di poter avere motori elettrici di diversa potenza per diverse tipologie di veicoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Suzuki ne è un esempio lampante. Un motore a 12v per la piccola Ignis, e 48v per la più grande Vitara ma il complessivo l&#8217;architettura è sempre quella del SHVS. Tutte le aziende di produzione componentistica  ha in catalogo una tecnologia facilmente adattabile. Basta citare i vari <strong>ZF, Valeo, Continental, Bosh e Delphi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per risolvere alcuni limiti tecnologici della Liv 1, sia <strong>Honda che Mercedes</strong>, in tempi ancora remoti per la propulsione ibrida all’inizio degli anni 90 adottarono una soluzione con motore elettrico integrato, collegato direttamente al motore endotermico a valle del volano. La potenza supera i 15cv per una coppia fino a 35Nm. Il collegamento a frizione garantisce un rendimento migliore portandolo al <strong>94%.</strong></p>
<p><figure id="attachment_93361" aria-describedby="caption-attachment-93361" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-93361 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/Valeo-Hybrid4All-48V-MHEV-system-components.jpg" alt="Sistema Valeo MiHV 48V " width="1024" height="401" title="La Tecnologia Mild Hybrid parte II: Architettura MiHEV Liv1 e successive 618" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Valeo-Hybrid4All-48V-MHEV-system-components.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Valeo-Hybrid4All-48V-MHEV-system-components-768x301.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Valeo-Hybrid4All-48V-MHEV-system-components-300x117.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Valeo-Hybrid4All-48V-MHEV-system-components-696x273.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption id="caption-attachment-93361" class="wp-caption-text"><em>1) Unità di Controllo (PCU) 2) Sensore batteria da 14V 3) Generatore/Starter (BSG) 8 – 12 kW / 55 Nm di Picco, con inverter integrato 4) Convertitore DC/DC (60 V / 12 V) da 2 kW 5) Batteria 48V da 200 – 600 kJ</em></figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">I vantaggi sono di consentire  la marcia a motore endotermico spento per una maggiore quantità di tempo ad una velocità maggiore. Più coppia influenza maggiormente le riprese  oltre alla partenza da fermo con una capacità di ricarica maggiore. Inoltre si fa a meno del motorino di avviamento classico</p>
<p style="text-align: justify;">Il limite di una tecnologia che potremmo definire <strong>MiHEV Liv1.2</strong> sta nella difficoltà di progettazione ed industrializzazione con costi più alti per adattarsi al motore endotermico. Restano le difficoltà a consentire la marcia in full elettrico. Questa condizione si potrebbe verificare solo in condizione limite di veleggiamento o rilascio senza nessun assorbimento di potenza da parte del motore endotermico. In sostanza molto utile in sede di omologazione del vecchio ciclo NEDC ma poco verificabile in marcia reale in strada.</p>
<p style="text-align: justify;">La soluzione tecnica denominata <strong>Mild Hybrid MiHEV-Liv2</strong> sfrutta un concetto analogo a quello del motore collegato direttamente alla meccanica. In questo caso la macchina elettrica si collega alla trasmissione.</p>
<p><figure id="attachment_93340" aria-describedby="caption-attachment-93340" style="width: 268px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-93340 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/Honda-IMA-mild-hybrid-electric-vehicle-MHEV-e1498435182820-268x300-1.jpg" alt="Honda MiHV integrato " width="268" height="300" title="La Tecnologia Mild Hybrid parte II: Architettura MiHEV Liv1 e successive 619"><figcaption id="caption-attachment-93340" class="wp-caption-text"><em>Soluzione Honda con motore elettrico integrato collegato direttamente all&#8217;unità endotermica </em></figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Il motore elettrico può essere integrato nel cambio sia a cinghia come la soluzione Continental che meccanico come adottato dalla <strong>Getrag o Subaru</strong>. In entrambi i casi anche con cinghia le perdite sono ridotte al minimo per minore assorbimento da parte della trasmissione rispetto all&#8217;albero del motore endotermico. Le macchine elettriche hanno più potenza e coppia anche rimanendo a 48v. Inoltre il collegamento con la trasmissione consente di portare la potenza alle ruote anche in modo indipendente, consentendo anche la marcia in full elettrico. Indipendentemente dal tipo di collegamento il rendimento non scende sotto il <strong> 95%. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La riduzione del consumo è del 16% (WLTP). Alcuni sistemi sono abbastanza potenti da consentire anche di viaggiare per 2km in modalità elettrica, quasi sconfinando nella tecnologia Full Elettrica. La presenza o meno di un motorino di avviamento dipende da come viene collegato e se riesce gestire anche la messa in moto a freddo della macchina elettrica inserita nella trasmissione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il boost di spinta è evidente al punto da influenzare i valori di accelerazione e ripresa stabiliti dal costruttore rispetto ad un analogo modello senza questa tecnologia. Aumenta anche la capacità di rigenerare energia e di solito si utilizza una batteria di dimensioni maggiori.</p>
<p><figure id="attachment_93341" aria-describedby="caption-attachment-93341" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-93341 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/Getrag-Hybrid-Double-Clutch-Transmission-300x253-1.jpg" alt="Soluzione MiHV Getrag " width="300" height="253" title="La Tecnologia Mild Hybrid parte II: Architettura MiHEV Liv1 e successive 620"><figcaption id="caption-attachment-93341" class="wp-caption-text"><em>Getrag: Cambio a Doppia Frizione con sistema Hybrid MiHEV integrato </em></figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei grandi vantaggi sta nella possibilità di conservare le caratteristiche di trazione integrale quando è presente. Sia che si tratti di una trasmissione trasversale e trazione integrale on-demand che longitudinale AWD. Questa tecnologia inoltre si abbina anche alla comodità di cambio a doppia frizione come nel caso della Getrag.</p>
<p style="text-align: justify;"> Una volta che il motore endotermico si spegne, la trazione alle ruote e la relativa presa su strada viene garantita dall&#8217;azione del propulsore elettrico in base all&#8217;energia stipata nella batteria. Subaru, per esempio, usa questo schema tecnico per conservare tutte le sue caratteristiche integrando il motore elettrico nella trasmissione LinearTronic.</p>
<p style="text-align: justify;"> Nel nostro test su strada,  con acqua e fango in discesa sconnessa, la <a href="https://www.giornalemotori.com/2019/10/11/test-drive-subaru-xv-2-0-litri-e-boxer-oltre-le-aspettative-sicura-come-sempre/"><strong>Subaru XV e-Boxer</strong></a> andava con la spia EV sul quadro accesa, sicura come se il motore endotermico fosse ancora perfettamente funzionante.</p>
<p><figure id="attachment_93342" aria-describedby="caption-attachment-93342" style="width: 530px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-93342 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/awd.jpg" alt="E-Boxer Subaru" width="530" height="500" title="La Tecnologia Mild Hybrid parte II: Architettura MiHEV Liv1 e successive 621" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/awd.jpg 530w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/awd-300x283.jpg 300w" sizes="(max-width: 530px) 100vw, 530px" /><figcaption id="caption-attachment-93342" class="wp-caption-text"><em>Sistema Subaru e-Boxer, MiHEV integrato al cambio Lineratronic, abbinato al motore Boxer e trazione Symmetrical AWD</em></figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Gli svantaggi sono ovviamente una complessità eccessiva dell’adattamento del sistema. Oltre al peso maggiore che potrebbe vanificare in parte il risultato sui consumi e risposta del boost di spinta, ci sono costi molto più alti per la progettazione e realizzazione. Inoltre oltre alla necessità di un motorino di avviamento potrebbe essere necessaria anche una macchina elettrica per la gestione separata della funzione star&amp;stop.  Infine essendo integrato nella trasmissione necessita di un sistema di raffreddamento appositamente progettato.</p>
<p style="text-align: justify;">La soluzione <strong>Mild Hybrid MiHEV-Liv3</strong> prevede il motore elettrico separato disposto sull’asse posteriore. Una soluzione progettata per aumentare le prestazioni sfruttando una macchina elettrica dai 48v fino a livelli di potenza più alti.</p>
<p style="text-align: justify;">Migliore ripartizione dei pesi per una migliore dinamica riducendo il consumo di carburante. Essendo un sistema molto versatile può adattarsi anche a sistemi <strong>Full Hybrd e Hybrid Plug-in</strong> con grosse potenze e capacità. In questa trattazione consideriamo l&#8217;uso del motore 48 V.</p>
<p><figure id="attachment_93346" aria-describedby="caption-attachment-93346" style="width: 768px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-93346 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/epkp4module_thumbnail1176x662_stage_mobile.jpg" alt="" width="768" height="432" title="La Tecnologia Mild Hybrid parte II: Architettura MiHEV Liv1 e successive 622" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/epkp4module_thumbnail1176x662_stage_mobile.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/epkp4module_thumbnail1176x662_stage_mobile-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/epkp4module_thumbnail1176x662_stage_mobile-696x392.jpg 696w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption id="caption-attachment-93346" class="wp-caption-text"><em>Motore elettrico per MiHEV su asse posteriore separato </em></figcaption></figure></p>
<p>Anche in questo caso c&#8217;è una batteria per l&#8217;accumulo di energia  che avviene attraverso la capacità di rigenerazione in frenata. Le funzioni di avviamento e start&amp;stop sono gestite da un secondo Starter/Generatore collegato al motore endotermico.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo schema sospensivo determina lo spazio e la potenza del motore elettrico. Ci sono aziende come ZF e GKN che progettano tutto il modulo sospensione adattandolo al telaio del brand committente. Il boost di coppia è maggiore e si può avere una percorrenza in elettrico puro per qualcosa di più dei canonici 2km garantiti dal mild hybrid integrato nel cambio.</p>
<p style="text-align: justify;"> Essendo vincolato sull&#8217;asse posteriore in modo indipendente può gestire la trazione integrale temporanea on-demand e Torque Vectoring a basso costo, dovendo fare a meno di trasmissione e differenziale meccanico.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-93363" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/Valeos-roadmap-for-48V-mild-hybrid-systems-1.png" alt="Valeos roadmap for 48V mild hybrid systems 1" width="800" height="425" title="La Tecnologia Mild Hybrid parte II: Architettura MiHEV Liv1 e successive 623" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Valeos-roadmap-for-48V-mild-hybrid-systems-1.png 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Valeos-roadmap-for-48V-mild-hybrid-systems-1-768x408.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Valeos-roadmap-for-48V-mild-hybrid-systems-1-300x159.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Valeos-roadmap-for-48V-mild-hybrid-systems-1-696x370.png 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p style="text-align: justify;"> In conclusione: I modelli Mild Hybrid stanno aumentando. Il sistema più efficiente è il MiHEV Liv2,  ma per una semplice questione di costi benefici,  la più diffusa è la MiHEV-Liv1 a 48v.  La versatilità e l&#8217;adattabilità a basso costo la rende adattabile anche a sistemi complessi ibridi come full hybrid e Hybrid Plug-in.</p>
<p style="text-align: justify;"> L&#8217;utilizzo di motore elettrico a 48v sta avendo un importanza cruciale non solo per la trazione ibrida ma anche per il funzionamento ottimale del motore stesso. Continental ha ideato un turbo ibrido a 48v. Lo scopo è la riduzione del ritardo del turbo ed il controllo della sovralimentazione indipendentemente dai gas di scarico per una combustione ottimale.</p>
<p>Nelle prossime trattazioni smonteremo i sistemi e analizzeremo i componenti singoli nel loro interno per capire complessità e funzionamento.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Monoposto leggendarie: Ferrari 312 B3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2020 02:19:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Formula 1]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[monoposto leggendarie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era nata per vincere e per stupire. Ma stupì, almeno all’inizio, solo negativamente: il 1973, l’anno del suo debutto, fu infatti per la Ferrari uno tra i peggiori in assoluto, senza nemmeno un podio. La Ferrari 312 B3 fu la prima Ferrari ad adottare un telaio monoscocca scatolato e una carrozzeria decisamente aerodinamica. A disegnarla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Era nata per vincere e per stupire. Ma stupì, almeno all’inizio, solo negativamente: il 1973, l’anno del suo debutto, fu infatti per la Ferrari uno tra i peggiori in assoluto, senza nemmeno un podio. La <a href="http://www.ferrari.com" target="_blank" rel="noopener">Ferrari</a> 312 B3 fu la prima Ferrari ad adottare un telaio monoscocca scatolato e una carrozzeria decisamente aerodinamica.</p>
<p>A disegnarla era stato chiamato alla direzione tecnica del reparto corse l’ingegner Sandro Colombo. La stagione fu caratterizzata dai successo della Tyrrell e di Jackie Stewart, campione mondiale 1973.</p>
<p>Sandro Colombo, che era noto soprattutto per i trascorsi al reparto competizioni della Gilera, aveva di fatto sostituito Forghieri, destinato a dirigere il settore ricerche avanzate della Ferrari.</p>
<p>Forghieri era stato ritenuto responsabile della mancanza di risultati delle precedenti 312. Inoltre, il suo progetto di una prima 312 B3 sperimentale, provata a metà del 1972 e caratterizzata da un curioso muso a forma di spazzaneve, era stato ritenuto insoddisfacente.</p>
<p>La monoscocca della definitiva Ferrari 312 B3, che segnò la fine della precedente tecnica costruttiva del telaio in fogli di alluminio applicati a una struttura tubolare, venne realizzata in Inghilterra su progetto Ferrari.</p>
<p>Quasi 15 anni prima dell’arrivo di John Barnard, la Ferrari aveva sentito l’esigenza di rivolgersi agli specialisti britannici e così i tre telai della Ferrari 312 B3 del 1973 furono realizzati dalla Thompson di Weedon, nei pressi di Northampton. La forma del telaio era rettangolare, leggermente a cuneo verso la parte anteriore della vettura.</p>
<p>Piatta e squadrata, la prima Ferrari 312 B3 era caratterizzata dal gruppo molla-ammortizzatore in-board. Al momento della presentazione la monoposto montava, prima tra le Ferrari, i radiatori laterali e un muso largo che carenava, seppure parzialmente, le ruote anteriori.</p>
<p>Il motore, a dodici cilindri a V di 180°, erogava una potenza massima di 485 cavalli a 12500 giri/minuto ed era una ulteriore evoluzione dell’unità motrice impiegata a partire dal 1969. La Ferrari iniziò il Campionato del mondo 1973 con le vecchie 312 B2.</p>
<p>Jacky Ickx venne confermato quale prima guida della squadra mentre Arturo Merzario prese il posto di Clay Regazzoni, ingaggiato dalla BRM. Il belga Ickx fu quarto in Argentina e quinto in Brasile. Merzario si classificò quarto in Brasile e in Sudafrica.</p>
<p>Quelli che erano sembrati risultati di transizione, in attesa della nuova e più competitiva monoposto, in realtà furono i migliori piazzamenti della Ferrari in tutto il 1973.</p>
<p>La nuova 312 B3 fu provata prima del debutto sia con i radiatori sistemati lateralmente sia con un più convenzionale radiatore anteriore nel musetto, che venne così munito di alettoni. Problemi di surriscaldamento consigliarono di scegliere quest’ultima soluzione.</p>
<p>La Ferrari corse con il solo Ickx in Spagna e Belgio. A Montecarlo schierò Merzario a fianco di Ickx; l’italiano non gareggiò nel successivo GP di Svezia e tornò a correre in Francia.</p>
<p>I migliori risultati della 312 B3 nel 1973 furono il sesto posto di Ickx in Svezia e il quinto, sempre col pilota belga, in Francia. Oltre al peso di 30-40 kg superiore a quello delle concorrenti, la vettura denunciò anche problemi di rigidità torsionale.</p>
<p>Ce ne fu abbastanza per sospendere la partecipazione al Campionato. La Ferrari non gareggiò in Olanda e in Germania. Ickx, ingaggiato temporaneamente dalla McLaren, colse un brillante terzo posto sul mitico Nurburgring.</p>
<p>Nel frattempo Mauro Forghieri, richiamato al ponte di comando della squadra, si occupò di modificare profondamente la 312 B3 progettata da Colombo. L’ingegnere modenese installò due lunghi radiatori dell’acqua in posizione verticale all’interno delle fiancate, presentando una vettura che inalberava anteriormente un alettone a tutta larghezza, oltre a una caratteristica presa d’aria centrale per il motore.</p>
<p>Con Merzario alla guida, la Ferrari 312 B3 modificata debuttò in maniera incoraggiante nel GP d’Austria, terminando settima. Ickx tornò a correre per la Ferrari a Monza giungendo ottavo, mentre il solo Merzario gareggiò, senza particolare successo, nei GP del Canada e degli Stati Uniti.</p>
<p>La cura di Forghieri proseguì nell’inverno: la modifica più rilevante fu lo spostamento in avanti dell’abitacolo e del serbatoio.</p>
<p>I piloti per il 1974 erano <a href="https://www.giornalemotori.com/2019/05/21/addio-a-niki-lauda-se-ne-va-via-un-pezzo-di-leggenda-della-formula-1/">Niki Lauda</a> e Clay Regazzoni, che con la Ferrari 312 B3 modificata colsero in totale tre vittorie.</p>
<p>Le cose funzionarono tanto bene che il pilota svizzero conquistò il secondo posto nel Mondiale. Dopo essere passata dalla polvere all’altare, la 312 B3 continuò ad essere schierata anche nelle prime due gare del Mondiale 1975 e soltanto nella terza venne sostituita dalla 312 T.</p>
<p><strong>MERZARIO LA RICORDA COSI’</strong></p>
<p>“<i>La prima 312 B3 era una vettura più facile da guidare della B2 che la precedeva e che impiegammo all’inizio del 1973. La particolare distribuzione dei pesi permetteva soprattutto di minimizzare le differenza di comportamento della vettura mentre si svuotavano i serbatoi. Queste differenze erano uno dei difetti principali della 312 B2; un altro era la mancanza di rigidità torsionale del telaio. La vettura era anche molto più pesante delle altre vetture di Formula 1 e questo significava perdere terreno in curva, nonostante la superiorità del dodici cilindri Ferrari sul rettilineo. Molto migliore fu la B3 riveduta e corretta da Forghieri, con cui debuttai in Austria e che servì a sviluppare le Ferrari vincenti del 1974.”</i></p>
<p><strong>L’AERODINAMICA NEI PRIMI ANNI SETTANTA</strong></p>
<p>Dopo l’apparizione degli alettoni alla fine degli anni Sessanta, i progettisti della F1 si resero conto dell’importanza dell’efficienza aerodinamica. Antesignana fu la Lotus Tipo 72 del 1970, prima monoposto ad adottare radiatori laterali. Questa soluzione consentì di disegnare forme diverse del muso e del corpo centrale della vettura che permisero di aumentare il carico aerodinamico e migliorare così la tenuta di strada. A partire dal 1971, i tecnici compresero che bisognava ottenere un compromesso ideale tra la massima deportanza e la minima resistenza aerodinamica. Fu così che, a cominciare dalla Tyrrell 002, si videro, in alternativa a quelli a cuneo, dei musi a tutta larghezza con le ruote anteriori quasi carenate.</p>
<p>
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</p>
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		<title>CONOSCIAMO MEGLIO IL TORQUE VECTORING</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2020 14:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi le auto sono sempre più sicure, grazie agli ingegneri ed i tecnici che operano nel settore automotive. Il legislatore fortunatamente ha recepito questo e ogni qual volta si rende conto di come l’ elettronica salvi le vite, obbliga le case costruttrici ad omologare veicoli con tutti gli aggiornamenti per la sicurezza attiva e passiva. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Oggi le auto sono sempre più sicure, grazie agli ingegneri ed i tecnici che operano nel settore automotive.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-93257" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/TORQUEaudi2-l.jpg" alt="TORQUEaudi2 l" width="750" height="571" title="CONOSCIAMO MEGLIO IL TORQUE VECTORING 639" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/TORQUEaudi2-l.jpg 750w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/TORQUEaudi2-l-300x228.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/TORQUEaudi2-l-696x530.jpg 696w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il legislatore fortunatamente ha recepito questo e ogni qual volta si rende conto di come l’ elettronica salvi le vite, obbliga le case costruttrici ad omologare veicoli con tutti gli aggiornamenti per la sicurezza attiva e passiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2002: Airbag frontali/anteriori su tutte le nuove vetture</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2004: ABS obbligatorio su tutte le vetture che escono dalle fabbriche</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2014: ESP obbligatorio per tutte le auto di nuova progettazione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dal 2021 l’ unione Europea imporrà alle case costruttrici di produrre veicoli che hanno in dotazione i seguenti 12 dispositivi: frenata d’emergenza, blocco avvio tramite alcool test, rilevamento stanchezza, rilevamento distrazione, scatola nera, segnale di frenata d’emergenza, protezione frontale per l’occupante e cinture di sicurezza migliorate, aumento dell’area di impatto della testa di pedoni e ciclisti e cristalli rinforzati, cruise control intelligente, sistema di mantenimento della corsia, sistema di protezione per gli impatti laterali, telecamera posteriore. Ma veniamo a noi e sveliamo a cosa serve il <strong>Torque Vectoring.</strong></p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-93258" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/TORQUE-maxresdefault-1024x576.jpg" alt="TORQUE maxresdefault" width="1024" height="576" title="CONOSCIAMO MEGLIO IL TORQUE VECTORING 640" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/TORQUE-maxresdefault-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/TORQUE-maxresdefault-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/TORQUE-maxresdefault-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/TORQUE-maxresdefault-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/TORQUE-maxresdefault.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Facendo la mera traduzione,  torque vectoring  significa vettorizzazione di coppia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il vettore di coppia è una tecnologia impiegata nei differenziali automobilistici ed è un dispositivo di sicurezza attiva, che funziona automaticamente e non sostituisce il controllo di trazione e l’ esp(controllo della stabilità).</p>
<p style="text-align: justify;"> L&#8217;obiettivo principale del torque vectoring è quello di variare in modo indipendente la coppia su ciascuna ruota, nello specifico, ha la funzione di frenare la o le ruote con minor aderenza al fine di trasferire più coppia alle ruote con maggior aderenza, quindi è molto utile sui fondi stradali difficili(pioggia, neve-ghiaccio, fango…), ma anche in curva, in quanto oltre ad aumentare la sicurezza e la motricità, aumenta il piacere di guida, la guidabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni casa automobilistica ha dato un’ interpretazione diversa a questo dispositivo, ma il risultato finale è lo stesso, ovvero grazie all’ elettronica, il torque vectoring implementa la funzione meccanica del differenziale che è quella di differenziare appunto la velocità di rotazione delle ruote motrici quando percorriamo una curva(ruota interna percorre meno strada, quindi deve girare più lentamente)frenando leggermente la ruota più interna alla curva, per dare più coppia alla ruota più esterna alla curva che è la ruota con più aderenza.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-93259" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/05/Torque-Vectoring-rear-axle-1024x835.jpg" alt="Torque Vectoring rear axle" width="1024" height="835" title="CONOSCIAMO MEGLIO IL TORQUE VECTORING 641" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Torque-Vectoring-rear-axle-1024x835.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Torque-Vectoring-rear-axle-768x626.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Torque-Vectoring-rear-axle-300x245.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Torque-Vectoring-rear-axle-696x567.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/05/Torque-Vectoring-rear-axle.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Direi: andiamo avanti così, questo è l’ auspicio, ma, tenendo sempre a mente che l’ uomo/guidatore, ben formato e consapevole dei rischi che si corrono per strada è il “dispositivo” di sicurezza più all’ avanguardia.</p>
<p><strong>Emidio Paci </strong></p>
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		<title>Leggenda Motori: Maserati MC12 GT1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2020 00:59:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Endurance]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pochi produttori possono vantare un pedigree sportivo come quello di Maserati. Dalla Targa Florio a Indianapolis, il marchio italiano ha vinto in tutto il mondo e con alcuni dei più grandi piloti di tutti i tempi. Juan Manuel Fangio ha conquistato l&#8217;ultimo dei suoi cinque campionati del mondo di Formula 1 al volante della leggendaria [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Pochi produttori possono vantare un pedigree sportivo come quello di Maserati. Dalla Targa Florio a Indianapolis, il marchio italiano ha vinto in tutto il mondo e con alcuni dei più grandi piloti di tutti i tempi.</p>
<p>Juan Manuel Fangio ha conquistato l&#8217;ultimo dei suoi cinque campionati del mondo di Formula 1 al volante della leggendaria 250F, mentre Stirling Moss e Dan Gurney si sono uniti per vincere la 1000 Km del Nurburgring con la Tipo 61, ma quel successo è molto distante all’alba del 21° secolo.</p>
<p>Per tre decenni la Maserati aveva lottato sotto la guida di vari prorpietari, fino a quando la Fiat e poi la Ferrari hanno dato una nuova vita al Tridente di Modena. I pensieri si sono rivolti ancora una volta ad un programma dedicato alle competizioni sportive, per ripristinare il prestigio di questo marchio carismatico.</p>
<p>E questo tempismo è stato perfetto: nei primi anni 90, ci fu una implosione dei prototipi nel mondo delle corse e le vetture GT hanno costituito la spina dorsale della scena delle auto sportive. LA BPR Glogal GT Series, dominata a metà del decennio dalla McLaren F1, si è trasformata nel campionato FIA GT a partire dal 1997.</p>
<p>La classe GT1 ha permesso modifiche più estreme rispetto alla categoria GT2, oltre a una produzione di serie più ristretta, ed è stata brevemente sfruttata da case come Porsche e Mercedes. La FIA fu costretta a intervenire e alterare la struttura di classe nel tentativo di impedire ai costruttori di creare delle auto da corsa a malapena mascherate per farle passare come dei modelli GT.</p>
<p>Questo era il palcoscenico ideale per puntare al rinascimento della Maserati e nel 2002 sono iniziati i lavori sulla spettacolare MC12. L’esclusiva hypercar si basava sulla monoscocca in fibra di carbonio della Ferrari Enzo, montando lo stesso V12 aspirato da 6 litri e il medesimo cambio semiautomatico a 6 rapporti.</p>
<p>La carrozzeria fu disegnata da Franck Stephenson, che aveva il compito di dettare delle forme aerodinamiche funzionali. Dopotutto, la MC12 esisteva come un’auto stradale solo per poter essere omologata per le corse e l’efficienza aerodinamica veniva prima di tutto.</p>
<p>Seguì un intenso periodo di test per quello che era stato soprannominato Project MCC, sotto l’occhio vigile di Giorgio Ascanelli. Gran parte della messa a punto è stata affidata ad Andrea Bertolini, ma a volte è stato affiancato nientemeno che da Michael Schumacher, che con la Ferrari ha ottenuto ben 5 titoli iridati.</p>
<p>La nuova Maserati ha tolto i veli nel 2004 e il suo debutto sportivo è avvenuto a settembre dello stesso anno e nella gara di casa. La 500 Km di Imola è stata la prima di tre gare dove la MC12 GT1 è stata autorizzata a competere seppur non ancora omologata.</p>
<p>Ancora prima dell’esordio in pista, la <a href="http://www.fia.com" target="_blank" rel="noopener">FIA</a> aveva chiesto che l’ala posteriore fosse rimpicciolita nelle dimensioni, che fosse ridotto il numero dei giri motore e che venisse aggiunta della zavorra supplementare. In una nota si leggeva che: “la vettura operante in condizioni di gara, sarà valutata dalla FIA e i risultati saranno presentati al World Motor Sport Council di ottobre, quando verrà decisa la questione dell’omologazione delal vettura”.</p>
<p>Questa decisione è arrivata in tempo alla Maserati per disputare l’ultima gara della stagione 2004, disputata a Zhuhai, vinta dalla MC12 GT1 di Salo e <a href="https://www.giornalemotori.com/2014/10/01/andrea-bertolini-luomo-guida-tutte-ferrari/">Bertolini</a>, con la vettura gemella di Herbert e Fabrizio De Simone al secondo posto. Questo successo ha segnato l’inizio di un dominio senza precedenti.</p>
<p>Nel 2005 sono state reintrodotte le classi GT1 e GT2 nel campionato FIA GT dove la Maserati ha fatto man bassa, conquistando il titolo riservato ai costruttori con un punteggio doppio rispetto a quello della Ferrari al secondo posto, mentre il Vitaphone Racing Team, che ha schierato 2 vetture, ha vinto il campionato a squadre.</p>
<p>Nonostante abbia vinto 4 gare e si sia schierata con 3 team, il titolo piloti è stato vinto dalla Ferrari di Gabriele Gardel, favorito da un peso supplementare di 40 kg che la Maserati ha dovuto adottare per livellare le prestazioni con il resto del gruppo.</p>
<p>La delusione però fu riscattata l’anno seguente. Bertolini passa al Vitaphone Racing Team con Michael Bartles e alla gara d’esordio a Silverstone ottengono una vittoria. I due permetteranno al team Vitaphone di ottenere il successo nel campionato a squadre ma per quanto riguarda la classifica riservata ai costruttori, la Maserati è stata sopravanzata dalla Aston Martin.</p>
<p>La Maserati MC12 GT1 stava solamente emergendo. Nel 2007, 2008 e 2009 il campionato riservato alle squadre è andato alla Vitaphone con Thomas Biagi campione nel 2007 e Barles-Bertolini nelle due stagioni seguenti. Nel 2010 la Maserati MC12 GT1 entrava nella sesta stagione di corse nel mondo Endurance e nel palmares aveva ottenuto anche tre successi nella leggendaria 24 Ore di Spa. Mancava solamente un’altro prestigioso trofeo di durata, quello della 24 Ore di Le Mans.</p>
<p>Ma questo successo non è mai arrivato, non per carenze tecniche o sfortune durante la gara, ma solamente perché non è mai arrivata l’omologazione da parte dell’ACO (Automobile Club de l’Ouest): se la FIA, già a fine 2004, aveva decretato legale la MC12 GT1, gli organizzatori della 24 Ore di Le Mans avevano negato la partecipazione della vettura di Modena per via delle dimensioni della carrozzeria, ritenuta troppo lunga e larga nelle dimensioni.</p>
<p>Nel 2012 la FIA aveva diviso le classi GT1 e GT2 in serie separate e l’ACO avrebbe consentito alle auto idonee per il nuovo campionato FIA GT1 di correre a La Sarthe, ma sfortunatamente la 24 Ore di Le Mans si è svolta senza nessuna Maserati MC12 GT1 al via. Dato il successo della vettura in altri campionati, sicuramente avrebbe conquistato la vittoria di classe nella gara più famoso al mondo, se questo gli fosse stato concesso.</p>
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<td id="specstop" class="darkbg" colspan="2"><strong>Motore</strong></td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Configurazione</td>
<td id="specsright" class="lightbg">65º V12</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Posizione</td>
<td id="specsright" class="lightbg">Centrale, montato longitudinalmente</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Peso</td>
<td id="specsright" class="lightbg">232 kg</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Materiale</td>
<td id="specsright" class="lightbg">Basamento e testa in lega di alluminio</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Cilindrata</td>
<td id="specsright" class="lightbg">5,998 cc</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Alesaggio/Corsa</td>
<td id="specsright" class="lightbg">92.0 mm/ 75.2 mm</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Compressione</td>
<td id="specsright" class="lightbg">11.2:1</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Valvole</td>
<td id="specsright" class="lightbg">4 valvole per cilindro, DOHC</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Alimentazione</td>
<td id="specsright" class="lightbg">Bosch Fuel Injection</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Potenza</td>
<td id="specsright" class="lightbg">630 CV @ 7,500 rpm</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Coppia</td>
<td id="specsright" class="lightbg">652 Nm @ 5,500 rpm</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td id="specstop" class="darkbg" colspan="2"><strong>Carrozzeria</strong></td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Telaio</td>
<td id="specsright" class="lightbg">monoscocca a nido d&#8217;ape in fibra di carbonio / nomex, telaio anteriore e posteriore in alluminio</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Sospensioni</td>
<td id="specsright" class="lightbg">doppi bracci trasversali a molle elicoidali</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Sterzo</td>
<td id="specsright" class="lightbg">pignone e cremagliera, servoassistito</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Freni</td>
<td id="specsright" class="lightbg">A disco autoventilati carbocercamici Brembo</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Trasmissione</td>
<td id="specsright" class="lightbg">sequenziale a 6 rapporti</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Trazione</td>
<td id="specsright" class="lightbg">Posteriore</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td id="specstop" class="darkbg" colspan="2"><strong>Dimensioni</strong></td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Peso</td>
<td id="specsright" class="lightbg">1,110 kg</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Lunghezza/Larghezza/Altezza</td>
<td id="specsright" class="lightbg">5,143 mm / 2,096 mm / 1,205 mm</td>
</tr>
<tr>
<td id="specsleft" class="lightbg">Passo/Carreggiata</td>
<td id="specsright" class="lightbg">2,800 mm / 1,660 mm/ 1,650 mm</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>
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</p>
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		<title>La Tecnologia Mild Hybrid parte I: Introduzione ai sistemi a 12v e 48v</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2020 17:25:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il passaggio alla trazione elettrica, passa inevitabilmente per quella ibrida. La ricarica non è ancora funzionale come un pieno di benzina e la tecnologia Fuel Cell è ancora lontana. Per ibridazione si intende che il powertrain utilizza due fonti energetiche, benzina/diesel ed elettrica. La quantità di elettricità che si utilizzata definisce il tipo di sistema [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il passaggio alla trazione elettrica, passa inevitabilmente per quella ibrida. La ricarica non è ancora funzionale come un pieno di benzina e la tecnologia Fuel Cell è ancora lontana.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-92972" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/04/fdf6a7cc172077521bec804cf524bb5a.jpg" alt="fdf6a7cc172077521bec804cf524bb5a" width="620" height="438" title="La Tecnologia Mild Hybrid parte I: Introduzione ai sistemi a 12v e 48v 670" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/fdf6a7cc172077521bec804cf524bb5a.jpg 620w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/fdf6a7cc172077521bec804cf524bb5a-300x212.jpg 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Per ibridazione si intende che il powertrain utilizza due fonti energetiche, benzina/diesel ed elettrica. La quantità di elettricità che si utilizzata definisce il tipo di sistema ibrido che si sta utilizzando. L&#8217;unica via per rispettare le norme sempre più stringenti sulle emissioni inquinanti conservando un livello prestazionale soddisfacente per i clienti.</p>
<p style="text-align: justify;">La nuova norma che entrerà in vigore nel 2021 prevede un limite di emissioni medie di 95g/km. In questo modo si legano le emissioni direttamente al consumo di carburante. In sostanza, chi è al di sopra di tale soglia pagherà una multa. Una cosa che inevitabilmente si ripercuoterà sul prezzo finale, o sul guadagno che il costruttore intende realizzare.</p>
<p style="text-align: justify;">Per intervenire sui consumi,  si deve disporre di motori endotermici più efficienti. Ad oggi,  molti se non tutti i brand,  hanno in listino una nuova generazione di propulsori turbo ad alta efficienza. A questo si aggiunte la necessità di ridurre peso migliorando gli aspetti aerodinamici. Infine, si riducono le perdite dovute alla trasmissione ed infine si adottano sistemi ibridi</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-92973" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/04/hybride-co2.png" alt="hybride co2" width="640" height="360" title="La Tecnologia Mild Hybrid parte I: Introduzione ai sistemi a 12v e 48v 671" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/hybride-co2.png 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/hybride-co2-300x169.png 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p style="text-align: justify;">L’ibridazione può avvenire a vari livelli, Mild Hybrid, Full hybrid di tipo autonomo ed Hybrid Plug-In con ricarica esterna. La tecnologia Mild Hybrid si divide in due ulteriori fasce, Micro e Leggera. Le caratteristiche comune ad entrambi sono la presenza di una macchina elettrica con potenza da 2kw a 20kw a seconda della tensione di alimentazione a 12v e 48v.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la riduzione dei consumi è variabile da 5% al 15% ed è c&#8217;è una funzione boost di coppia nelle fasi passive. Il successo e la diffusione della tecnologia Mild Hybrid sta nella capacità di adattarsi facilmente a motori e telai già esistenti con un costo relativamente basso. Le vetture della fascia più piccola del mercato come le Citycar e le Utilitarie adottano micro ibridi alimentati a 12v, mentre le vetture di fascia medio alta adottano tecnologia mild hybrid a 48v.</p>
<p style="text-align: justify;">Le macchine elettriche che compongono il sistema Mild Hybrid sono di vario tipo. Per i micro a 12v c&#8217;è un alternatore/starter, mentre per i mild a 48v ci sono almeno tre tipi di generatore:  BiSG ad azionamento a cinghia dal motore endotermico, TiMG con motore collegato alla trasmissione ed infine CiSG con motore elettrico integrato tra propulsore endotermico e cambio.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-92975" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/04/6a00d8341c4fbe53ef01bb09410dcd970d-550wi-1.png" alt="6a00d8341c4fbe53ef01bb09410dcd970d 550wi 1" width="550" height="175" title="La Tecnologia Mild Hybrid parte I: Introduzione ai sistemi a 12v e 48v 672" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/6a00d8341c4fbe53ef01bb09410dcd970d-550wi-1.png 550w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/6a00d8341c4fbe53ef01bb09410dcd970d-550wi-1-300x95.png 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il motore elettrico è dotato di inverter integrato ed è alimentato da una  piccola batteria a 48v per conservare energia restituendola in base alle esigenze del guidatore. Il collegamento può avvenire o per trasmissione a cinghia, economica e facile da utilizzare o per collegamento diretto alla trasmissione. Quest&#8217;ultima soluzione rappresenta la soluzione ideale per efficienza in rapporto ai costi. Il motore elettrico può anche essere integrato tra motore e cambio, soluzione molto costosa e meno usata.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella tecnologia micro ibrida a 12v il generatore/starter mosso dalla trasmissione a cinghia dall&#8217;albero motore e fornisce una potenza da 2kw a 4kw.  Il motore elettrico funziona per l&#8217;avviamento a freddo e controlla le funzioni di start&amp;stop. Questa funzione viene ampliata spegnendo il motore endotermico nelle fasi di rallentamento. Inoltre, fornisce una spinta limitata aggiuntiva nelle fasi passive, come cambi marcia o partenze da fermo e ripresa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inverter carica la batteria di piccole dimensioni con un risparmio di carburante si aggira intorno al 5%. I limiti di tale tecnologia stanno nell&#8217;impossibilità di marciare in full elettrico e nonostante l&#8217;aiuto del boost aumento limitato delle prestazioni.  Infine la ricarica della batteria non può non avvenire attraverso l&#8217;impianto frenante.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-92977" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/04/Suzuki-SHVS.jpg" alt="Suzuki SHVS" width="1022" height="540" title="La Tecnologia Mild Hybrid parte I: Introduzione ai sistemi a 12v e 48v 673" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/Suzuki-SHVS.jpg 1022w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/Suzuki-SHVS-768x406.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/Suzuki-SHVS-300x159.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/Suzuki-SHVS-696x368.jpg 696w" sizes="(max-width: 1022px) 100vw, 1022px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La tecnologia Mild hybrid a 48v, risolve in pratica tutti gli aspetti negativi di quella a 12v. La potenza del motore elettrico passa da 10kw fino a 20kw. Anche in questo caso il sistema non è progettato per viaggiare in full elettrico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma dottando un motore elettrico integrato di potenza elevata può avvenire la marcia in full elettrico per brevissimi tratti sfruttando un boost di spinta considerevole.  In questo caso i consumi che si abbassano del 15% a patto di tenere il peso del sistema contenuto.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, la tecnologia elettrica abbinata a quella endotermica non è solo una trovata pubblicitaria. A seconda della percentuale di aiuto elettrico che vien fornito al motore endotermico così avviene l&#8217;abbattimento in percentuale del consumo carburante. Un aiuto fondamentale in sede di omologazione,  sia che si utilizzano cicli di laboratorio come il NEDC o più vicini alla realtà come il WLTP.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-92978" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/04/22_SWIFT_SHVS-mild-hybrid-1280x720-1-1024x576.jpg" alt="22 SWIFT SHVS mild hybrid 1280x720 1" width="1024" height="576" title="La Tecnologia Mild Hybrid parte I: Introduzione ai sistemi a 12v e 48v 674" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/22_SWIFT_SHVS-mild-hybrid-1280x720-1-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/22_SWIFT_SHVS-mild-hybrid-1280x720-1-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/22_SWIFT_SHVS-mild-hybrid-1280x720-1-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/22_SWIFT_SHVS-mild-hybrid-1280x720-1-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/22_SWIFT_SHVS-mild-hybrid-1280x720-1.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">In strada, magari, è meno percepibile l’efficacia del sistema Mild Hybrid, molto dipende dallo stile di guida del conducente. Ci sono comunque due vantaggi per il cliente a prescindere dal risultato reale dei consumi. La possibilità di accedere ad agevolazioni per le vetture ibride previste degli enti locali e la possibilità di rispettare il 95g/km di emissioni, a basso costo, il che evita di far lievitare il prezzo al cliente finale.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Best Engine: Porsche 9A2 FlatSix 3.0 litri Twin Turbo per 911</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2020 15:31:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo aver trattato il piccolo FlatFour turbo Porsche, è il momento di parlare del fratello maggiore FlatSix 3.0 litri 9A2 Twin Turbo. Il fratellone maggiore FlatSix 9A2 Twin-Turbo, infatti, ha donato gran parte della tecnologia per realizzare il piccolo 4 cilindri.  L’icona della casa di Stoccarda la 911, oggi si contraddistingue solo per versioni Turbo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo aver trattato il piccolo FlatFour turbo Porsche, è il momento di parlare del fratello maggiore <strong>FlatSix 3.0 litri 9A2 Twin Turbo.</strong></p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-92631" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/04/P15_0677-626x381-1.jpg" alt="P15 0677 626x381 1" width="626" height="381" title="Best Engine: Porsche 9A2 FlatSix 3.0 litri Twin Turbo per 911 680" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/P15_0677-626x381-1.jpg 626w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/P15_0677-626x381-1-300x183.jpg 300w" sizes="(max-width: 626px) 100vw, 626px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il fratellone maggiore FlatSix 9A2 Twin-Turbo, infatti, ha donato gran parte della tecnologia per realizzare il piccolo 4 cilindri.  L’icona della casa di Stoccarda la 911, oggi si contraddistingue solo per versioni Turbo fin dalla base Carrera. L’utilizzo della sovralimentazione aiuta la Porsche a rispettare le norme pur conservando la tipica vocazione quotidiana della sportiva di Stoccarda.</p>
<p style="text-align: justify;">La cilindrata è di 2981cc ottenuta con un alesaggio di 91 mm ed 74,6 mm di corsa. Rispetto al motore aspirato di precedente generazione la corsa cambia per solo 1,1 mm mentre l’alesaggio si riduce di 6.0 mm. Il diametro inferiore del cilindro consente di avere una camera di combustione più compatta. La corsa pressappoco uguale, invece, consente di conservare l’allungo tipico dei motori aspirati ad alti regimi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto di compressione ha un valore di 10:1, piuttosto alto per un motore Turbo. Il risultato è un propulsore che sviluppa 385cv a 6500 giri/minuto con la zona rossa posta a quota 7500 giri/minuto e 450 Nm disponibili da soli 1750 giri/minuto per la 911 Carrera. La versione destinato alla S invece sviluppa 450 cv a 6500 giri/minuto per 530 Nm di coppia.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-92636" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/04/PTWA-Thumnails_0000_Low-Res-TORCH_SPRAYING-300x300-1.jpg" alt="PTWA Thumnails 0000 Low Res TORCH SPRAYING 300x300 1" width="300" height="300" title="Best Engine: Porsche 9A2 FlatSix 3.0 litri Twin Turbo per 911 681" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/PTWA-Thumnails_0000_Low-Res-TORCH_SPRAYING-300x300-1.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/PTWA-Thumnails_0000_Low-Res-TORCH_SPRAYING-300x300-1-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il blocco motore è in lega  di alluminio AlSi7MgCu0.5 fusa con un processo produttivo ottimizzato per ridurre le porosità. Il blocco cilindri ne risulta più rigido e leggero rispetto alla sere precedente aspirata. Le canne sono ricavate con riporto di plasma direttamente sulla superficie di alluminio. La  tecnologia RSW (Rotating Single Wire), offre molteplici vantaggi. Dalla riduzione del peso complessivo con una consistente riduzione dell’attrito interno ad una riduzione di costi rispetto alle vecchie canne ricavate riporto in Nikasil.</p>
<p style="text-align: justify;">Il diametro delle valvole di aspirazione è di 34,3 mm mentre quelle di scarico hanno un diametro 29,7. Una riduzione cosi netta dell’alesaggio farebbe pensare ad un propulsore dalle dimensioni contenute, ma la distanza dell’interasse di 118 mm tra i cilindri è rimasta la stessa del propulsore aspirato.</p>
<p style="text-align: justify;">A rendere impossibile la riduzione delle dimensioni è stato l’obbligo per i progettisti di conservare l’albero motore originale del propulsore aspirato. Infatti, quest’ultimo doveva conservare diametro, numero di supporti di banco e perni di manovella per garantire la necessaria affidabilità.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-92645" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/04/getimage-1.jpg" alt="getimage 1" width="531" height="476" title="Best Engine: Porsche 9A2 FlatSix 3.0 litri Twin Turbo per 911 682" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/getimage-1.jpg 531w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/getimage-1-300x269.jpg 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La distribuzione sfrutta la fasatura variabile VarioCam Plus sia all&#8217;aspirazione che allo scarico. Il sistema, varia l&#8217;alzata delle valvole in aspirazione in modo differenziato  per ottenere una determinata turbolenza dell&#8217;aria in ingresso nel cilindro per migliorare la combustione. Controllare l&#8217;alzata della valvole di scarico è fondamentale  per la gestione del turbo, ottimizzando le sue prestazioni in funzione delle esigenze di combustione.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, il nuovo VarioCam Plus ha consentito ai progettisti di Porsche di utilizzare un condotto di aspirazione più semplice e lineare. L’iniezione è diretta con l’iniettore piezoelettrico posto al centro della camera di combustione in prossimità della candela. L&#8217;iniezione ad alta pressione consente di avere una maggiore nebulizzazione ed un migliore raffreddamento delle pareti della camera di combustione.</p>
<p style="text-align: justify;">Un ottimale controllo della combustione è assolutamente fondamentale per i motori ad iniezione diretta turbo per ridurre al minimo la formazione di particolato. La sovralimentazione è affidata a due piccoli turbocompressori BorgWarner. In particolare le turbine hanno un diametro differenziato. La girante di scarico è di 45 mm, mentre quella di compressione ha dimensioni maggiori di 49 mm. La pressione di sovralimentazione è diversa a seconda della versione, 1.3 bar per la Carrera, e 1.6 bar per la Carrera S. Immancabile una coppia di intercooler aria-aria disposti su ciascun lato del motore.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-92632" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/04/2017-Porsche-911-Carrera-HP-and-torque-curves-626x381-1.png" alt="2017 Porsche 911 Carrera HP and torque curves 626x381 1" width="626" height="381" title="Best Engine: Porsche 9A2 FlatSix 3.0 litri Twin Turbo per 911 683" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/2017-Porsche-911-Carrera-HP-and-torque-curves-626x381-1.png 626w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/2017-Porsche-911-Carrera-HP-and-torque-curves-626x381-1-300x183.png 300w" sizes="(max-width: 626px) 100vw, 626px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio certosino delle componenti, ha consentito di contenere il peso pressappoco allo stesso livello del suo predecessore aspirato nonostante i componenti aggiuntivi in più della versione Turbo. Per migliorare l’efficienza e la riduzione delle perdite, la pompa dell’olio ha una portata variabile ed i carter per la lubrificazione sono di materiale plastico.</p>
<p style="text-align: justify;">Su strada si percepisce subito una migliore erogazione di potenza, più corposa, più costante, conservando l&#8217;allungo tipico di un propulsore aspirato senza la spinta fino al limite della zona rossa. Soprattutto la questione del ritardo del turbo ha coinvolto i tecnici di Porsche in una forsennata ricerca della riduzione del ritardo dovuto all’azione ai bassi regimi del turbo.</p>
<p style="text-align: justify;">Con questo propulsore,  accelerando da 1000 giri/minuto, con la marcia più alta, per raggiungere il regime di coppia massimo occorrono meno di 2 secondi per far salire l’ago del contagiri, mentre se si accelera da 1500 giri/minuto, si riduce a meno di 1 secondo, azzerandosi quando ci si trova nel regime di coppia intorno ai 2000 giri/minuto come se fosse un motore aspirato di maggiore cilindrata. Problema che si risolve in automatico con l&#8217;adozione del cambio PDK.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-92635" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/04/TURBO.jpg" alt="TURBO" width="768" height="469" title="Best Engine: Porsche 9A2 FlatSix 3.0 litri Twin Turbo per 911 684" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/TURBO.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/TURBO-300x183.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/04/TURBO-696x425.jpg 696w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Giusto per fare un confronto. Il propulsore suo antenato 3.0 litri FlatSix della 911 (930) Turbo del 1978, erogava la metà della potenza e raggiungeva il regime di pressione del turbo a 3000 giri/minuto per poi spegnere la sua forza a 6000 giri/minuto. Un ritardo tipico delle Ferrovie Italiane, per una erogazione effettiva in un arco di giri molto contenuto. Su strada ne derivava una vettura difficile da guidare. La 911 del 2018, è un invece una vettura godibile, prestante, ma soprattutto sfruttabile da parte della quasi totalità dei conducenti. Senza contare un valore di consumo ridotto rispetto al rispettivo aspirato del 10%.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Best Engine: Quattro cilindri FlatSix turbo 2.0 litri e 2.5 litri di Porsche Cayman e Boxster</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2020/04/02/best-engine-i-quattro-cilindri-turbo-2-0-litri-e-2-5-litri-di-porsche/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=best-engine-i-quattro-cilindri-turbo-2-0-litri-e-2-5-litri-di-porsche</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2020 16:30:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per fare ciò  i tecnici tedeschi dovevano progettare un motore che avesse l'allungo tipico dei motori aspirati, ma con la corposità della spinta dei turbo ai regimi intermedi. Un risultato che guidata la 718 Boxster 2.0 litri Turbo da 300cv è stato più che raggiunto, uno dei motivi cardine per la presenza di questo motore nella rubrica Best Engine. Pestando sull'acceleratore l'ago del contagiri si spinge fino a quota 7500 Giri/minuto senza perdite evidenti soprattutto dopo i 6500 Giri, pur avendo una notevole spinta ai regimi intermedi con un turbolag quasi zero.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2020/04/02/best-engine-i-quattro-cilindri-turbo-2-0-litri-e-2-5-litri-di-porsche/">Best Engine: Quattro cilindri FlatSix turbo 2.0 litri e 2.5 litri di Porsche Cayman e Boxster</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80626" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/01/Roma_Scania_Evento_-_47_preview-300x201.jpg" alt="Roma Scania Evento 47 preview" width="300" height="201" title="Best Engine: Quattro cilindri FlatSix turbo 2.0 litri e 2.5 litri di Porsche Cayman e Boxster 685">Quando abbiamo provato la Porsche <a href="https://www.giornalemotori.com/2018/01/31/porsche-718-boxster-2/">718 Boxster</a> siamo assaliti da un dubbio. Avremmo rimpianto il sei cilindri classico Boxer, oppure avremmo apprezzato la scelta di Porsche di togliere due cilindri aggiungendo il turbo?  Per tenere il flatsix dietro le spalle del pilota bisognava attingere alle motorizzazioni della sorella maggiore 911 cosa che è avvenuta per le versioni della Boxer e Cayman più spunte lanciate di redente. Per le versioni più adatte alla sportività quotidiana si è optato per una riduzione di cilindrata con l&#8217;aiuto del turbo. A prescindere dalle convinzioni personali, i tecnici tedeschi hanno progettato un motore che riesce a conservare il tipico allungo tipico dei motori aspirati con la corposità della spinta dei turbo moderni. Pestando sull&#8217;acceleratore,  l&#8217;ago del contagiri si spinge fino a quota 7500 Giri/minuto senza incertezze. Superata la soglia critica di 6500 Giri, il propulsore conserva ancora una notevole spinta. Ai regimi più bassi non si percepisce quasi per nulla il ritardo del turbo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80627" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/01/https___blogs-images.forbes.com_kelleybluebook_files_2016_10_Porsche-Flat4_04-300x212.jpg" alt="https blogs images.forbes.com kelleybluebook files 2016 10 Porsche Flat4 04" width="300" height="212" title="Best Engine: Quattro cilindri FlatSix turbo 2.0 litri e 2.5 litri di Porsche Cayman e Boxster 686">Si tratta, quindi, di un quattro cilindri 2.0 litri con potenza di 300 CV e 380 Nm di coppia a partire da 1.950 giri / min ed un 2.5 litri riservato ai modelli &#8220;S&#8221; che eroga 350 CV e 419 Nm a 1.900 giri / min. Entrambi figli del 3.0 litri 6 cilindri della 911 con cui condividono molti componenti.  La sovralimentazione è affidata ad un solo turbo sviluppato appositamente dalla BorgWarner in collaborazione con i tecnici di Stoccarda. Rimangono inalterate le misure di alesaggio pari a 91 millimetri e la corsa di 76,4 millimetri. Il 2.5 litri varia l&#8217;alesaggio che misura 102 millimetri. Il monoblocco è in lega di alluminio con una riduzione del peso di 5kg per il 2.0 litri. Il rapporto di compressione è di 9.5:1. Altri componenti in comune con il fratello flatsix sono, bielle, canne ricavate con il un riporto di plasma,  l&#8217;impianto di iniezione diretta, la distribuzione a quattro valvole per cilindro, lubrificazione a carter secco, ed il nuovo sistema di fasatura variabile VarioCam Plus, applicato anche per le valvole di scarico.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80630" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/01/RESIZED-Porsche-718-Boxster-S-2.5L-turbo-with-VTG-300x290.jpg" alt="RESIZED Porsche 718 Boxster S 2.5L turbo with VTG" width="300" height="290" title="Best Engine: Quattro cilindri FlatSix turbo 2.0 litri e 2.5 litri di Porsche Cayman e Boxster 687">Il turbocompressore VTG  della BorgWarner ha la pressione di 1.4 bar per il 2.0 litri con turbina a geometria fissa. Il 2.5 litri, invece, impiega una turbina a geometria variabile con pressione da 1.0 Bar. La modularità del propulsore ha consentito a Porsche di sfruttare una sola linea di montaggio con un solo fornitore per tutti ci componenti condividendo i vantaggi di motori più potenti e complessi. La potenza specifica è di 151cv/litro per il 2.0 Litri, mentre il 2.5 litri è di 140 cv/litro. Il  sistema di raffreddamento è stato progettato in modo specifico. Attraverso le prese laterali viene prelevata aria che va a raffreddare sia l&#8217;acqua del sistema di raffreddamento aria-liquido che l&#8217;intercooler. La restante parte dell&#8217;aria viene inviata al aspirazione.  Un sistema progettato per essere efficace in condizioni gravose adattandosi al poco spazio a disposizione nel vano motore di Boxster e Cayman. Porsche garantisce un raffreddamento ottimale pensato per le massime prestazioni, anche in pista.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80629" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/01/RESIZED-Porsche-718-Boxster-S-engine-300x262.jpg" alt="RESIZED Porsche 718 Boxster S engine" width="300" height="262" title="Best Engine: Quattro cilindri FlatSix turbo 2.0 litri e 2.5 litri di Porsche Cayman e Boxster 688">La la pompa dell&#8217;olio è a portata variabile con un peso di soli 1.7 kg regolando la pressione di esercizio in funzione delle reali necessità senza pregiudicare l&#8217;affidabilità alle alte prestazioni. Discorso simile anche per la pompa dell&#8217;acqua per gestire al meglio la fase di warm-up limitando le emissioni inquinanti. Le prestazioni dichiarate vedono uno scatto per lo 0-100Km/h in 4.5 secondi abbinato al cambio PDK 7 marce. Anche l&#8217;uso del cambio manuale trova giovamento dall&#8217;abbinamento con questo tipo di propulsore. La curva di coppia fluida e costante consente di gestire al meglio la cambiata con un peggioramento delle prestazioni di 0.5s sullo scatto da fermo. Alla guida si percepisce un bel calcetto nella schiena, potente e duraturo, che non muore fino al limite della zona rossa. Questo permette una gestione dell&#8217;acceleratore millimetrico per far arrivare la giusta potenza alle ruote. Il 2.0 litri Boxer Turbo da 300cv fa registrare valori di consumi da 9.0 litri/100km, a 11,7 litri/100Km a seconda dell&#8217;utilizzo, mentre il 2.5 litri fa registrare valori da 8,1Litri/100km a 10,6 litri/100km.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2020/04/02/best-engine-i-quattro-cilindri-turbo-2-0-litri-e-2-5-litri-di-porsche/">Best Engine: Quattro cilindri FlatSix turbo 2.0 litri e 2.5 litri di Porsche Cayman e Boxster</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<title>Best Engine: Audi 2.0 Litri TSFI EA888 Gen.3B ciclo Miller, la risposta europea</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2020/03/20/best-engine-audi-2-0-litri-tsfi-ea888-gen-3b-ciclo-miller-la-risposta-europea/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=best-engine-audi-2-0-litri-tsfi-ea888-gen-3b-ciclo-miller-la-risposta-europea</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2020 14:14:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo spesso parlato di come i giapponesi sfruttano ogni tecnologia possibile per migliorare le caratteristiche dei motori endotermici accoppiandoli a vari sistemi di propulsione ibrida. L’utilizzo di cicli di combustione a rapporto di compressione variabile, Atkinson sono all’ordine del giorno. Si tratta, però, sempre di motori da aspirazione naturale, al massimo con compressore volumetrico come [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2020/03/20/best-engine-audi-2-0-litri-tsfi-ea888-gen-3b-ciclo-miller-la-risposta-europea/">Best Engine: Audi 2.0 Litri TSFI EA888 Gen.3B ciclo Miller, la risposta europea</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Abbiamo spesso parlato di come i giapponesi sfruttano ogni tecnologia possibile per migliorare le caratteristiche dei motori endotermici accoppiandoli a vari sistemi di propulsione ibrida.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-91297" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/6a00d8341c4fbe53ef01b8d1105d6e970c-800wi.jpg" alt="6a00d8341c4fbe53ef01b8d1105d6e970c 800wi" width="800" height="854" title="Best Engine: Audi 2.0 Litri TSFI EA888 Gen.3B ciclo Miller, la risposta europea 694" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/6a00d8341c4fbe53ef01b8d1105d6e970c-800wi.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/6a00d8341c4fbe53ef01b8d1105d6e970c-800wi-768x820.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/6a00d8341c4fbe53ef01b8d1105d6e970c-800wi-300x320.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/6a00d8341c4fbe53ef01b8d1105d6e970c-800wi-696x743.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p style="text-align: justify;">L’utilizzo di cicli di combustione a rapporto di compressione variabile, Atkinson sono all’ordine del giorno. Si tratta, però, sempre di motori da aspirazione naturale, al massimo con compressore volumetrico come nel caso del Mazda Skyactiv-X già oggetto di trattazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo sta nella difficoltà di controllare il funzionamento del turbo, abbinato ad un ciclo a rapporto di compressione variabile. Quindi meglio usare un motore aspirato potendo contare sull&#8217;aiuto della propulsione elettrica.</p>
<p style="text-align: justify;">In Europa, però, gli ingegneri non è che stiano a misurare il collo alle giraffe, ed in quanto a testaccia dura non sono da meno ai giapponesi. In particolare i tecnici del Gruppo Volkswagen,  sotto la bandiera Audi, hanno messo appunto un propulsore 2.0 litri TSFI con tecnologia Valvelift che adotta il ciclo Miller per gestire il rapporto di compressione variabile.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-91298" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/A1610504_full-920x1024.jpg" alt="A1610504 full" width="920" height="1024" title="Best Engine: Audi 2.0 Litri TSFI EA888 Gen.3B ciclo Miller, la risposta europea 695" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/A1610504_full-920x1024.jpg 920w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/A1610504_full-768x855.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/A1610504_full-300x334.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/A1610504_full-696x774.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/A1610504_full.jpg 940w" sizes="(max-width: 920px) 100vw, 920px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Un motore Turbo, quindi, che riesce a superare l’ostacolo del difficile controllo della combustione. Il risultato sono  190cv per 320Nm di coppia, disponibili ad un regime di 1450 giri/min rimanendo costante fino alla quota di 4400 giri/min. Il consumo,  secondo il ciclo di omologazione NEDC americano,  è di 5.0 litri/100 km. Il merito di un risultato tanto notevole sta proprio nella scelta di usare il ciclo Miller.  Per chi non è ancora a conoscenza di come funzionano i due cicli Atkinson e Miller, rimandiamo alla trattazione fatta a suo tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi, il ciclo Miller consente di sfruttare un rapporto di compressione variabile.  Nel caso del propulsore Audi avviene attraverso la chiusura anticipata o tardiva delle valvole di aspirazione. Ciò consente di migliorare il rendimento grazie alla riduzione delle perdite di pompaggio. Migliora la combustione,  controllando i fenomeni di detonazione tipici dei motori a miscela magra ad alta potenza specifica.</p>
<p style="text-align: justify;">I tecnici Audi sono riusciti a gestire una fase in incrocio delle valvole molto più ampia rispetto ai motori canonici.  La presenza del turbo, inoltre, ha permesso di sfruttare una maggiore pressione e volume dell’aria in ingresso pur avendo tempi di aspirazione più brevi. La chiusura anticipata della valvola di aspirazione,  prima che venga raggiunto il punto morto inferiore, riduce la quantità di aria aspirata in un motore aspirato, mentre nel caso di un motore turbo, l’aria, anche in minore quantità, conserva pressione e volume ottimale.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-91299" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/6a00d8341c4fbe53ef01b8d211cf92970c-600wi.jpg" alt="6a00d8341c4fbe53ef01b8d211cf92970c 600wi" width="600" height="415" title="Best Engine: Audi 2.0 Litri TSFI EA888 Gen.3B ciclo Miller, la risposta europea 696" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/6a00d8341c4fbe53ef01b8d211cf92970c-600wi.jpg 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/6a00d8341c4fbe53ef01b8d211cf92970c-600wi-300x208.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;iniezione TSFI (Turbocharged Fuel Stratified Injection) è una vecchia conoscenza tecnica. Funziona sfruttando una doppia iniezione, combinando le caratteristiche di iniezione diretta con quelle indiretta.  Un&#8217;iniezione aggiuntiva a monte della valvola di aspirazione consente un&#8217;efficace formazione della miscela integrandosi all’iniezione diretta nella camera di combustione.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta il problema della difficoltà di controllo dell&#8217;azione del turbo abbinato al Ciclo Miller. In questo caso è venuto in aiuto l&#8217;Audi Valvelift System. Il controllo di alzata variabile delle valvole consente di avere un apertura con tempi differenziati per funzionamento tanto carico parziale che per carichi più elevati alla massima potenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso del 2.0 liti TSFI Audi, il sistema viene usato anche per il controllo delle valvole di scarico. Sull’albero a camme, viene calettato un cilindro scorrevole. Su questo,  vengono ricavate due tipi di camme. Una dal disegno specifico per carichi parziali, con angolo diverso, ed altre due con disegno adatto per massimi carichi.</p>
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<p style="text-align: justify;">Lo spostamento e l’azione differenziata delle valvole sulle punterie, avviene attraverso una guida di tipo elicoidale ricavata ai due lati delle valvole. Due attuatori elettroidraulici, intervengono spingendo un pistoncino il quale inserendosi nella guida sposta per effetto della sua forma il cilindretto mettendo in azione le valvole per carichi parziali. Un attuatore al lato opposto entra in azione riportando cilindretto in posizione per far lavorare la camme per le alte potenze.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;azione del sistema sulle valvole di scarico garantisce il controllo del flusso ottimale dei gas diretti al turbocompressore. In sostanza, è possibile controllare il lavoro della girante in funzione delle necessità del volume di aria compressa che necessita in aspirazione a seconda del rapporto di compressione desiderato a monte. Il motore ha una doppia anima,  efficiente, ma anche in grado di erogare quando serve i suoi 190cv.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono anche altre caratteristiche che hanno reso questo propulsore un gioiello della tecnica. La riduzione del peso ha consentito di ottenere un motore di soli 140kg. Il sistema di raffreddamento è controllato elettronicamente per consentire tempi di riscaldamento in condizioni di warm-up più rapidi ed un controllo della temperatura di esercizio più efficiente con minori perdite.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-91301" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/38313_2016_35_Fig1_HTML-1024x648.jpg" alt="38313 2016 35 Fig1 HTML" width="1024" height="648" title="Best Engine: Audi 2.0 Litri TSFI EA888 Gen.3B ciclo Miller, la risposta europea 698" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/38313_2016_35_Fig1_HTML-1024x648.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/38313_2016_35_Fig1_HTML-768x486.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/38313_2016_35_Fig1_HTML-300x190.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/38313_2016_35_Fig1_HTML-696x441.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/38313_2016_35_Fig1_HTML.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il collettore di scarico è integrato nella testa, soluzione ormai utilizzata anche da tutti i concorrenti per il controllo dell’energia dei gas di scarico che alimentano la girante della turbina. Infine, anche la pompa olio ha portata variabile per migliorare l&#8217;efficienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Un propulsore che risponde alle esigenze di efficienza, potenza ed adattabilità anche a futuri sistemi ibridi. I tecnici Audi hanno ottimizzato quanto di meglio avevano sul loro immenso scaffale tecnologico per avere un propulsore Turbo, con funzionamento a ciclo Miller ad alta efficienza al pari dei migliori, se non superiore a quanto messo in campo dai costruttori del sol levante.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong><br />
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		<title>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#8217;anti McLaren</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2020 13:40:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Formula 1]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph"><img decoding="async" class="alignnone wp-image-91160 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-2968.jpg" alt="Ferrari 641 F1 2968" width="1024" height="683" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 700" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2968.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2968-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2968-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2968-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" />Il 2 febbraio a Maranello venne convocata la tradizionale conferenza stampa per la presentazione della macchina e della squadra che disputano il Campionato Mondiale di F1: la sua sigla è 641, secondo un sistema di nomenclatura che adotta direttamente il numero di progetto del telaio, ma che poi viene abbandonata per razionalizzare la numerazione e cosi quella macchina è denominata più semplicemente F1-90. Leggendo le pagine dei giornali dell’epoca appare evidente che si vive un momento di segretezza e di ottimismo. Contrariamente alle abitudini consolidate non è stata fornita una scheda coi dati ufficiali della macchina. Viene ingaggiato ed è presente <a href="https://www.giornalemotori.com/2013/02/01/alain-prost-il-professore/">Alain Prost</a>, fresco Campione del Mondo che ha portato in dote la sua esperienza e il numero 1 sulla macchina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Invece di Barnard, tanto geniale quanto poco integrato nel team di lavoro, c’è il suo collega Steve Nichols portato via alla McLaren a suon di dollari e disponibile a lavorare a Maranello. In più ci sono l’argentino naturalizzato italiano Henrique Scalabroni per lo sviluppo del telaio e Paolo Massai che viene dalla Fiat per i motori. Mansell è rimasto come secondo di Prost, almeno in teoria, e mai titolo di giornale è stato più profeticamente giusto, ma in senso negativo, come quello che dice “Mansell e Prost si competano come Lauda e Regazzoni”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Completare non esclude competere e infatti la competizione tra i due sarà vivace fino alle estreme conseguenze. In generale le dichiarazioni dei principali responsabili esprimono ottimismo grazie al fatto che la Fiat non ha lesinato mezzi e uomini per dotare la Ferrari di tutto quanto serve. Per fare un solo esempio, la sala prove del reparto corse, dotata di quattro banchi, è stata completamente rifatta con ben sette banchi prova in celle insonorizzate e controlli computerizzati. Le troppe fermate dell’anno prima danno i loro frutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>TECNICA</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"> La F1-90 era la logica evoluzione della F1 89 (o 640) della stagione precedente, della quale conservava le dimensioni esterne e l’impostazione generale mentre il telaio era stato solo leggermente modificato. l’originaria 640 era stata progettata da John Barnard che, alla fine del 1989, era passato alla Benetton in qualità di direttore tecnico. Al momento della presentazione, la vettura adottava ancora il 12 cilindri siglato 036, simile a quello impiegato nel 1989. il cambio longitudinale a sette marce, con comando elettroidraulico e gestione elettronica, era invece di nuovo tipo: aveva ingombri inferiori rispetto all’anno precedente e consentiva di avere un gruppo trasmissione particolarmente snello e leggero. Le modifiche alla trasmissione erano state decise anche nel tentativo di migliorare l’affidabilità del cambio, causa di molti ritiri l’anno precedente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In vista di potenze più elevate del motore e di conseguenza maggiori consumi, la capacità del serbatoio del carburante era stata aumentata sino a 215 litri. Questo per permettere di percorre la distanza di un Gran Premio anche su tracciati impegnativi sotto questo aspetto, come Imola e Montreal.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio a partire dal GP di San Marino, la F1-90 fu modificata esteticamente e dotata, durante le prove di qualificazione, dei motori 037, con una corsa dei pistoni accorciata. La nuova versione della monoposto, siglata 641/2, conservava la carrozzeria separata dal telaio, in modo da poter effettuare più velocemente eventuali cambiamenti di carattere aerodinamico. La più recente versione della F1-90 aveva il muso più appuntito e meno squadrato. La Ferrari non risentì in modo traumatico della partenza di Barnard e la 641/2, grazie alle numerose modifiche, si rivelò competitiva nel Mondiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Va comunque messa in evidenza la presenza in squadra di un pilota del calibro di Prost, che si rivelò di capitale importanza durante lo sviluppo della vettura: in fase di collaudo venne infatti a galla l’indiscutibile capacità del pilota francese di affinare la qualità di una monoposto fino a farla rendere al massimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una gran mole di lavoro venne dedicata allo sviluppo del motore 037, che la squadra iniziò a impiegare in corsa a partire dal Gran Premio di Ungheria. Le diverse dimensioni di corsa e alesaggio fecero mutare la cilindrata da 3497 a 3499 cm3. L’applicazione di modelli matematici di simulazione permise di migliorare costantemente il rendimento termodinamico. La diminuzione degli attriti interni, l’alleggerimento delle parti in movimento e lo sviluppo di lubrificanti sempre più raffinati consentirono di aumentare progressivamente il numero di giri massimo del motore e di incrementare la potenza erogata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dagli inizili 665 cavalli a 13200 giri/minuto della prima versione 036 si passò ai 690 cavalli a 13600 giri/minuto della 037 e poi ai circa 710 cavalli a 13800 giri/minuto della speciale versione per le prove di qualificazione. La F1-90, o Ferrari 641,&nbsp; portò Alain Prost a lottare per il campionato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CAMPIONATO</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo una laboriosa messa a punto, la nuova monoposto si presenta come una realizzazione di vera avanguardia e si può dire senza falsa modestia che la Ferrari, come in altri casi, abbia aperto nuove strade. Il campionato inizia dunque sonno buona luce per la Ferrari che continua ad essere l’unico costruttore a fare tutta la macchina in casa, mentre gli altri sono i noti abbinamenti tra grandi costruttori di motore quali Ford, Honda e Renault e le squadre inglesi specializzate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima gara, il GP USA a Phoenix in Arizona, presenta alcune sorprese come il secondo posto in griglia di partenza di Martini con la Minardi-Ford dietro a Berger con la McLaren Honda. L’ordine di arrivo rimette a posto alcune cose, con Senna e Alesi ai primi due posti. Le Ferrari si sono fermate entrambe da problemi al sistema idraulico, un inizio che non ci voleva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto meglio in Brasile sul circuito di San Paolo dove Prost vince con buon margine e Mansell è quarto. A Imola grandi aspettative per il GP di San Marino, ma il motore di Mansell cede e Prost, costretto a una fermata per il cambio gomme, chiude al quarto posto. A Montecarlo e nelle gare successive si utilizza una versione migliorata della monoposto, chiamata 641/2, ma l’alternatore che non carica ferma entrambe le monoposto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Canada Mansell è terzo e Prost quinto, ma tuttavia nella gara seguente in Messico, le dure Ferrari occupano i primi due posti con Prost e Mansell nell’ordine. La distanza nella classifica mondiale si accorcia. E questa migliora ulteriormente al GP di Francia disputato sul circuito di Paul Ricard dove, sul lungo rettilineo, la Ferrari può esprimere la sua velocità e Prost torna a vincere. È il successo numero 100 della Ferrari in F1 e la Fiat festeggia con pagine intere di pubblicità nelle quali si identifica con la Ferrari stessa. Nella stessa gara Mansell si è fermato per un guasto al motore a otto giri dalla fine. Ed è di nuovo Prost il vincitore del GP di Gran Bretagna sul circuito di Silvertstone. Mansell ha problemi al cambio. A questo punto il pilota della Ferrari è in testa alla classifica Mondiale, ma in Germania sul circuito di Hockenheim è attardato da un cambio gomme ed arriva solo quarto mentre <a href="https://www.giornalemotori.com/2013/02/17/ayrton-senna/">Senna</a> torna primo. Mansell invece si ritira. Al GP di Ungheria si rimescolano le carte perché Mansell è costretto al ritiro quale conseguenza di un incidente con Berger mentre Senna arriva secondo, favorito dalla eliminazione dei due avversari in quanto anche Prost si ferma per problemi al sistema di controllo del cambio. Si verificavano infatti rotture inspiegabili nei raccordi dell’impianto idraulico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Belgio, sul circuito di Spa-Francorchamps per due volte viene sfiorata la tragedia. Mansell è lento all’avvio, Patrese si sposta per non tamponarlo ma così facendo manda fuori strada Piquet che centra in pieno la Ferrari. Poi Alesi frena bruscamente per non finire addosso ai due e viene tamponato da altri. Alla seconda partenza la Minardi di Barilla esce di strada e si incendia provocando un nuovo arresto. Finalmente la terza partenza va bene con Senna e Prost che finiscono nell’ordine, mentre Mansell si ritira perché è ripartito con la vettura di riserva che non aveva l’assetto giusto per lui. Stesso ordine di arrivo, Senna primo e Prost secondo, al GP d’Italia a Monza, seguiti da Berger e Mansell in una perfetta alternanza delle due marche rimaste in lizza per il titolo Mondiale Costruttori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi succedeva il “fattaccio” del Portogallo: le due Ferrari sono in prima fila con Mansell in pole position che scatta benissimo ma va a chiudere Prost che, secondo ogni logica, dovrebbe essere aiutato dal compagno di squadra a prendere il largo. Passano invece anche Senna e Berger, ma le due Ferrari sono nettamente superiori e si riportano ai primi posti. Mansell rimane primo e va a vincere. Prost lievemente attardato in un rifornimento è dietro a Senna e potrebbe riprenderlo. Come è noto i se e i ma non contano, tuttavia se non avvenisse un incidente al 58° giro e la gara non si fermasse al 61° giro quando ne mancano ancora 10, Prost avrebbe vinto o sarebbe arrivato secondo. Invece è terzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Comunque una settimana dopo, il 30 settembre a Jerez de la Frontera, le Ferrari dominano il GP di Spagna con un secco 1-2 di Prost e Masell mentre Senna rompe il motore. A questo punto finisce l’aspetto puramente sportivo della vicenda e iniziano i calcoli dei ragionieri del volante che sono sempre esistiti. Mancano due gare e il titolo è ancora in discussione tra Senna che ha 78 punti con 11 risultati validi e Prost con 69 punti e lo stesso numero di risultati. Questo è un dettaglio importante per il calcolo del punteggio finale che prevede la somma dei punti di soli 11 risultati. Prost deve ottenere buoni punteggi nelle ultime due gare per poterne scartare altri meno buoni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Giappone il caso, e diciamo pure anche prestazioni delle rispettive macchine, mettono di fianco come un anno prima Senna e Prost nella prima fila. Non sono più compagni-rivali nella stessa squadra ma nuovamente rivali per il Titolo Mondiale. E alla prima curva Senna entra in collisione con Prost e nessuna dubita che questa sia la rivincita o la vendetta. Le due auto vanno fuori strada e Senna è matematicamente Campione del Mondo qualunque sia il risultato dell’ultima gara, il GP d’Australia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senna fa la pole anche ad Adelaide, ma esce di strada a metà gara, e il vincitore è Piquet con la Benetton con Mansell e Prost a completare il podio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prost e la Ferrari sono dunque secondi nei rispettivi campionati e qualcuno parla di occasione perduta avendo a disposizione la macchina migliore. È dal 1979 che si aspetta un titolo piloti e il risultato stagionale fa masticare amaro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ferrari ha insegnato quanto è difficile entrare nell’animo di un pilota quando è seduto dentro alla sua macchina: certo è pensabile che Mansell, avendo annunciato a metà stagione l’intenzione di ritirarsi, correva più per se stesso che per la squadra. E in una intervista pubblicata su La Gazzetta dello Sport il 18 luglio ricorda di aver rinnovato il contratto con la Ferrari per il 1990 dando per inteso di essere la prima guida e che invece poi, oltre ad avere la sensazione che tutte le attenzioni fossero per Prost, non reggeva più la tensione che percepiva in squadra e per questo non aveva rinnovato il contratto per il 1991 nonostante le pressioni ricevute dal presidente della Ferrari. E conoscendo il personaggio, non stupisce il suo comportamento al GP del Portogallo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SCHEDA TECNICA</strong></p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><th colspan="6">Configurazione</th></tr><tr><td colspan="2"><strong>Carrozzeria</strong>: monoposto</td><td colspan="2"><strong>Posizione motore</strong>: posteriore</td><td colspan="2"><strong>Trazione</strong>: posteriore</td></tr><tr><th colspan="6">Dimensioni e pesi</th></tr><tr><td colspan="4"><strong>Ingombri</strong> (lungh.×largh.×alt. in mm): 4460 × 2130 × 1000</td><td colspan="2">&nbsp;</td></tr><tr><td colspan="2"><strong>Interasse</strong>: 2855&nbsp;mm</td><td colspan="2"><strong>Carreggiate</strong>: anteriore 1800 &#8211; posteriore 1657&nbsp;mm</td><td colspan="2"><strong>Serbatoio</strong>: 220 l</td></tr><tr><td colspan="2">&nbsp;</td><td colspan="2">&nbsp;</td><td colspan="2">&nbsp;</td></tr><tr><th colspan="6">Meccanica</th></tr><tr><td colspan="3"><strong>Tipo motore</strong>: Ferrari tipo 036 V12 65°</td><td colspan="3"><strong>Cilindrata</strong>: 3497,96&nbsp;cm³</td></tr><tr><td colspan="3"><strong>Distribuzione</strong>: 4 alberi camme in testa, 5 valvole per cilindro</td><td colspan="3"><strong>Alimentazione</strong>: Iniezione indiretta elettronica digitale Weber-Marelli con doppio iniettore</td></tr><tr><td><strong>Prestazioni motore</strong></td><td colspan="5">Potenza: 680 CV</td></tr><tr><td colspan="3"><strong>Accensione</strong>: elettronica Magneti Marelli statica</td><td colspan="3"><strong>Impianto elettrico</strong>:</td></tr><tr><td colspan="3"><strong>Frizione</strong>: 3 dischi in carbonio</td><td colspan="3"><strong>Cambio</strong>: Ferrari longitudinale a sbalzo, 7 marce+retromarcia, semiautomatico a gestione elettronica</td></tr><tr><th colspan="6">Telaio</th></tr><tr><td><strong>Corpo vettura</strong></td><td colspan="5">monoscocca in fibra di carbonio e kevlar a nido d&#8217;ape</td></tr><tr><td><strong>Sterzo</strong></td><td colspan="5">cremagliera</td></tr><tr><td><strong>Sospensioni</strong></td><td colspan="5">anteriori: quadrilateri deformabili, 2 triangoli sovrapposti a sezione ellittica, molleggio a puntone o <em>push rod</em> / posteriori: quadrilateri deformabili, triangolo superiore, trapezio inferiore, molleggio a puntone o <em>push rod</em></td></tr><tr><td><strong>Freni</strong></td><td colspan="5">anteriori: a disco autoventilanti in carbonio / posteriori: a disco autoventilanti in carbonio</td></tr><tr><td><strong>Pneumatici</strong></td><td colspan="5">Goodyear</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>RISULTATI</strong></p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td>Prost</td><td>Rit</td><td><strong>1</strong></td><td>4</td><td>Rit</td><td>5</td><td><strong>1</strong></td><td><strong>1</strong></td><td><strong>1</strong></td><td>4</td><td>Rit</td><td>2</td><td>2</td><td>3</td><td><strong>1</strong></td><td>Rit</td><td>3</td><td rowspan="2">110</td><td rowspan="2">2º</td></tr><tr><td>Mansell</td><td>Rit</td><td>4</td><td>Rit</td><td>Rit</td><td>3</td><td>2</td><td>18</td><td>Rit</td><td>Rit</td><td>17</td><td>Rit</td><td>4</td><td><strong>1</strong></td><td>2</td><td>Rit</td><td>2</td></tr></tbody></table></figure>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-3 is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91182" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-132376.jpg" alt="Ferrari 641 F1 132376" class="wp-image-91182" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 701" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132376.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132376-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132376-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132376-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 733</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91181" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-132375.jpg" alt="Ferrari 641 F1 132375" class="wp-image-91181" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 702" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132375.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132375-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132375-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132375-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 734</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91180" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-132374.jpg" alt="Ferrari 641 F1 132374" class="wp-image-91180" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 703" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132374.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132374-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132374-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132374-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 735</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91179" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-132373.jpg" alt="Ferrari 641 F1 132373" class="wp-image-91179" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 704" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132373.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132373-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132373-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132373-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 736</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91178" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-132372.jpg" alt="Ferrari 641 F1 132372" class="wp-image-91178" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 705" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132372.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132372-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132372-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132372-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 737</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91177" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-132369.jpg" alt="Ferrari 641 F1 132369" class="wp-image-91177" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 706" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132369.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132369-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132369-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132369-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 738</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91176" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-132367.jpg" alt="Ferrari 641 F1 132367" class="wp-image-91176" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 707" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132367.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132367-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132367-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132367-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 739</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91175" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-132366.jpg" alt="Ferrari 641 F1 132366" class="wp-image-91175" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 708" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132366.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132366-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132366-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132366-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 740</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91174" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-132363.jpg" alt="Ferrari 641 F1 132363" class="wp-image-91174" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 709" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132363.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132363-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132363-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132363-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 741</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91173" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-132362.jpg" alt="Ferrari 641 F1 132362" class="wp-image-91173" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 710" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132362.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132362-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132362-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132362-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 742</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91172" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-132361.jpg" alt="Ferrari 641 F1 132361" class="wp-image-91172" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 711" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132361.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132361-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132361-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132361-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 743</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91171" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-132360.jpg" alt="Ferrari 641 F1 132360" class="wp-image-91171" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 712" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132360.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132360-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132360-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132360-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 744</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91170" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-132359.jpg" alt="Ferrari 641 F1 132359" class="wp-image-91170" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 713" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132359.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132359-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132359-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-132359-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 745</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91169" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-51336.jpg" alt="Ferrari 641 F1 51336" class="wp-image-91169" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 714" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51336.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51336-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51336-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51336-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 746</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91168" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-51335.jpg" alt="Ferrari 641 F1 51335" class="wp-image-91168" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 715" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51335.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51335-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51335-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51335-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 747</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91167" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-51334.jpg" alt="Ferrari 641 F1 51334" class="wp-image-91167" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 716" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51334.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51334-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51334-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51334-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 748</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91166" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-51333.jpg" alt="Ferrari 641 F1 51333" class="wp-image-91166" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 717" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51333.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51333-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51333-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51333-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 749</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91165" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-51332.jpg" alt="Ferrari 641 F1 51332" class="wp-image-91165" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 718" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51332.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51332-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51332-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51332-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 750</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91164" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-51330.jpg" alt="Ferrari 641 F1 51330" class="wp-image-91164" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 719" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51330.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51330-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51330-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51330-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 751</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91163" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-51329.jpg" alt="Ferrari 641 F1 51329" class="wp-image-91163" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 720" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51329.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51329-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51329-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51329-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 752</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91162" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-51328.jpg" alt="Ferrari 641 F1 51328" class="wp-image-91162" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 721" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51328.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51328-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51328-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51328-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 753</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91161" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-51327.jpg" alt="Ferrari 641 F1 51327" class="wp-image-91161" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 722" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51327.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51327-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51327-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-51327-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 754</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91160" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-2968.jpg" alt="Ferrari 641 F1 2968" class="wp-image-91160" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 723" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2968.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2968-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2968-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2968-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 755</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91159" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-2967.jpg" alt="Ferrari 641 F1 2967" class="wp-image-91159" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 724" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2967.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2967-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2967-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2967-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 756</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91158" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-2966.jpg" alt="Ferrari 641 F1 2966" class="wp-image-91158" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 725" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2966.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2966-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2966-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2966-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 757</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91157" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-2965.jpg" alt="Ferrari 641 F1 2965" class="wp-image-91157" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 726" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2965.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2965-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2965-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2965-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 758</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91156" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-2964.jpg" alt="Ferrari 641 F1 2964" class="wp-image-91156" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 727" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2964.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2964-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2964-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2964-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 759</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91155" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-2963.jpg" alt="Ferrari 641 F1 2963" class="wp-image-91155" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 728" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2963.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2963-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2963-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2963-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 760</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91154" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-2960.jpg" alt="Ferrari 641 F1 2960" class="wp-image-91154" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 729" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2960.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2960-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2960-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2960-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 761</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91153" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-2959.jpg" alt="Ferrari 641 F1 2959" class="wp-image-91153" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 730" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2959.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2959-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2959-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2959-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 762</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91152" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-2958.jpg" alt="Ferrari 641 F1 2958" class="wp-image-91152" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 731" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2958.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2958-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2958-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2958-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 763</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" data-id="91151" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2020/03/Ferrari-641-F1-2957.jpg" alt="Ferrari 641 F1 2957" class="wp-image-91151" title="Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l&#039;anti McLaren 732" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2957.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2957-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2957-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2020/03/Ferrari-641-F1-2957-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Monoposto leggendarie: Ferrari 641, l'anti McLaren 764</figcaption></figure>
</figure>
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		<item>
		<title>Best Engine, Ford 1.0 litri Turbo EcoBoost, compatto ed efficiente</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2020/03/13/engine-ford-ecoboost/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=engine-ford-ecoboost</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2020 05:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Ford nel 2012 ha introdotto nella sua gamma di motori un interessante 1.0 litri turbo. Si tratta di un motore a tre cilindri in linea il più piccolo della serie EcoBoost.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ford EcoBoost 1.0 litri turbo, uno dei motori più interessanti della sua categoria. Si tratta di un tre cilindri, con potenza che varia da 100 a 125CV per un valore di coppia pari a 170 Nm disponibili già dai 1.400 rimanendo costante fino a quota 4.500 giri/min.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La cilindrata di 998cm3 è ottenuta mediante un alesaggio da 71,9 x 82 <span class="text-info">millimetri</span> di corsa con un rapporto di compressione di 10:1, particolarmente alto per un motore turbo. Il turbocompressore con intercooler è un Continental a bassa inerzia un grado di girare a 248.000 giri al minuto. Quando si richiede la massima potenza il valore di coppia può raggiungere un picco di 200 Nm, grazie alla funzione Boost.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante sia un motore tra i più moderni,&nbsp; il monoblocco resta di ghisa al posto del più leggero alluminio. La scelta di tale materiale permette un raggiungimento più tempestivo delle temperatura di funzionamento. Un vantaggio netto in termini di emissioni inferiori nelle fasi di startup.&nbsp; La testa invece è di alluminio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per ridurre uno dei problemi che affliggono i motori a tre cilindri,&nbsp; quello delle vibrazioni, I tecnici Ford hanno previsto uno sbilanciamento intenzionale del volano motore. Questa soluzione permette di contrastare le vibrazioni tipiche di questo tipo di motori evitando dispendiosi e complessi contralberi di equilibratura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolare attenzione è stata riservata alla cura dei componenti come pistoni&nbsp; dotati di uno speciale rivestimento. Le fasce elastiche sono a bassa tensione e paraoli a frizione ridotta. Infine, la cinghia di distribuzione è a bagno d’olio con pompa dell’olio è a flusso variabile. Una soluzione che incrementa ulteriormente l’efficienza adeguando la portata a seconda delle condizioni di lavoro del motore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;Il collettore di scarico è stato integrato nella testa per ridurre la temperatura dei gas migliorando l’efficienza della combustione grazie all&#8217;ottimizzazione del rapporto stechiometrico della miscela magra. Inoltre, velocizzando il processo di espulsione dei gas di scarico si consente alla Turbina di ridurre l&#8217;inerzia ed il ritardo del Turbo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il piccolo 1.0 litri Ecoboost ha dimensioni compatte con la lunghezza complessiva di 280mm. L&#8217;iniezione è diretta, con fasatura variabile sia all&#8217;aspirazione che allo scarico. Il riempimento del cilindro e la successiva fase di combustione sono stati ottimizzati per garantire una erogazione della coppia fluida.&nbsp; Il risultato è una curva di coppia disponibile vicino al suo massimo per un regime più ampio.&nbsp; L&#8217;apertura contemporanea delle valvole di aspirazione e di scarico in modo differenziato variano le fasi di incrocio consentendo di sfruttare la maggiore polverizzazione del carburante tipica delle miscele magre.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="300" height="225" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/08/014044-uk-developed-high-tech-ford-1-0-litre-ecoboost-engine.1-lg-1.jpg" alt="014044 uk developed high tech ford 1 0 litre ecoboost engine.1 lg 1" class="wp-image-91065" title="Best Engine, Ford 1.0 litri Turbo EcoBoost, compatto ed efficiente 765" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/014044-uk-developed-high-tech-ford-1-0-litre-ecoboost-engine.1-lg-1.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/014044-uk-developed-high-tech-ford-1-0-litre-ecoboost-engine.1-lg-1-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una serie di iniezioni multiple per ogni ciclo di combustione varia a seconda delle necessità di utilizzo permettendo di sfruttare le miscele magre a carichi parziali, ma anche di arricchire la miscela per ottenere potenze superiori a 100cv/litro per la massima prestazione.&nbsp; Un piccolo propulsore che garantisce prestazioni ma soprattutto valori di coppia maggiori rispetto ad un analogo motore da 1.6 litri aspirato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si ottengono valori di coppia e consumo specifico in grado di rivaleggiare anche con motori turbodiesel di pari potenza. Le caratteristiche di versatilità del 1.0 Litri EcoBoost lo rendo particolarmente adatto alle vetture di piccola taglia ma anche ad auto di classe superiore.&nbsp; In più la sua ultima evoluzione prevede funzioni come la disattivazione di uno dei tre cilindri per ridurre ulteriormente l&#8217;uso di carburante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il gioiellino di Ford nella sua variane 1.0 litri a tre cilindri turbo, continua a collezionare premi, nonostante il passare degli anni.&nbsp; Un propulsore nato bene che continua ad evolversi migliorando le sue caratteristiche adeguandosi di volta in volta alle nuove norme sempre più stringenti. La sua natura compatta e versatile,&nbsp; lo rendono anche particolarmente adatto adottare sistemi di propulsione Mild Hybrid come la recente Ford Puma, diventando un buon supporto per sistemi ibridi più complessi per la futura produzione della casa americana.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-3 is-cropped wp-block-gallery-3 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="845" data-id="61814" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/08/014044-uk-developed-high-tech-ford-1-0-litre-ecoboost-engine.1-lg.jpg" alt="014044 uk developed high tech ford 1 0 litre ecoboost engine.1 lg" class="wp-image-61814" title="Best Engine, Ford 1.0 litri Turbo EcoBoost, compatto ed efficiente 766" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/014044-uk-developed-high-tech-ford-1-0-litre-ecoboost-engine.1-lg.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/014044-uk-developed-high-tech-ford-1-0-litre-ecoboost-engine.1-lg-768x634.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/014044-uk-developed-high-tech-ford-1-0-litre-ecoboost-engine.1-lg-300x248.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/014044-uk-developed-high-tech-ford-1-0-litre-ecoboost-engine.1-lg-696x574.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Best Engine, Ford 1.0 litri Turbo EcoBoost, compatto ed efficiente 771</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="508" height="508" data-id="61815" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/08/ford_ecoboost-1.jpg" alt="ford ecoboost 1" class="wp-image-61815" title="Best Engine, Ford 1.0 litri Turbo EcoBoost, compatto ed efficiente 767" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/ford_ecoboost-1.jpg 508w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/ford_ecoboost-1-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/ford_ecoboost-1-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 508px) 100vw, 508px" /><figcaption>Best Engine, Ford 1.0 litri Turbo EcoBoost, compatto ed efficiente 772</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="728" height="546" data-id="61816" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/08/ford-focus-1-l-ecoboost-presentation-22-728-1.jpg" alt="ford focus 1 l ecoboost presentation 22 728 1" class="wp-image-61816" title="Best Engine, Ford 1.0 litri Turbo EcoBoost, compatto ed efficiente 768" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/ford-focus-1-l-ecoboost-presentation-22-728-1.jpg 728w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/ford-focus-1-l-ecoboost-presentation-22-728-1-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/ford-focus-1-l-ecoboost-presentation-22-728-1-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/ford-focus-1-l-ecoboost-presentation-22-728-1-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 728px) 100vw, 728px" /><figcaption>Best Engine, Ford 1.0 litri Turbo EcoBoost, compatto ed efficiente 773</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="422" height="750" data-id="61817" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/08/image.thumb_.png.6c99849400d7bec1d5ecc5d35e3c58be.png" alt="image.thumb .png.6c99849400d7bec1d5ecc5d35e3c58be" class="wp-image-61817" title="Best Engine, Ford 1.0 litri Turbo EcoBoost, compatto ed efficiente 769" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/image.thumb_.png.6c99849400d7bec1d5ecc5d35e3c58be.png 422w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/image.thumb_.png.6c99849400d7bec1d5ecc5d35e3c58be-300x533.png 300w" sizes="(max-width: 422px) 100vw, 422px" /><figcaption>Best Engine, Ford 1.0 litri Turbo EcoBoost, compatto ed efficiente 774</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="595" height="335" data-id="61818" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/08/web-10be-ford-fiesta.jpg" alt="web 10be ford fiesta" class="wp-image-61818" title="Best Engine, Ford 1.0 litri Turbo EcoBoost, compatto ed efficiente 770" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/web-10be-ford-fiesta.jpg 595w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/web-10be-ford-fiesta-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /><figcaption>Best Engine, Ford 1.0 litri Turbo EcoBoost, compatto ed efficiente 775</figcaption></figure>
</figure>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Le soluzioni che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Turbo Twin-Scroll</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2019/09/13/le-soluzioni-che-aiutano-il-motore-endotermico-a-sopravvivere-turbo-twin-scroll/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=le-soluzioni-che-aiutano-il-motore-endotermico-a-sopravvivere-turbo-twin-scroll</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Sep 2019 15:11:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo detto nell&#8217;articolo scorso di come la sovralimentazione, il turbo, stia aiutando in modo notevole il motore endotermico, sia ciclo otto che Diesel ad essere sempre pronto man mano che le norme sulle emissioni si fanno più stringenti. Per quanto una soluzione meccanica appaia perfetta all&#8217;occorrenza, questa è sempre figlia di una progettazione che deve [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-85451" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/09/Twin-scrol-turbocharger-Voith.jpg" alt="Twin scrol turbocharger Voith" width="585" height="530" title="Le soluzioni che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Turbo Twin-Scroll 781" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Twin-scrol-turbocharger-Voith.jpg 585w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Twin-scrol-turbocharger-Voith-300x272.jpg 300w" sizes="(max-width: 585px) 100vw, 585px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo detto nell&#8217;articolo scorso di come la sovralimentazione, il turbo, stia aiutando in modo notevole il motore endotermico, sia ciclo otto che Diesel ad essere sempre pronto man mano che le norme sulle emissioni si fanno più stringenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto una soluzione meccanica appaia perfetta all&#8217;occorrenza, questa è sempre figlia di una progettazione che deve fare i conti con i compromessi. A parte la fisica, c&#8217;è da fare i conti con i costi che limitano l&#8217;ottimizzazione di certe soluzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio lampante è il carburatore. Un elemento definito, opera d&#8217;arte della meccanica. Complesso come non mai, ha resistito evolvendosi per decenni, fino all&#8217;arrivo della più economica ed efficiente, ma poco romantica iniezione elettronica.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-85453" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/09/Exhaust-manifold-for-twin-scroll-turbocharger.jpg" alt="Exhaust manifold for twin scroll turbocharger" width="926" height="495" title="Le soluzioni che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Turbo Twin-Scroll 782" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Exhaust-manifold-for-twin-scroll-turbocharger.jpg 926w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Exhaust-manifold-for-twin-scroll-turbocharger-768x411.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Exhaust-manifold-for-twin-scroll-turbocharger-300x160.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Exhaust-manifold-for-twin-scroll-turbocharger-696x372.jpg 696w" sizes="(max-width: 926px) 100vw, 926px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il turbo ha come problematica quella del ritardo di risposta. Il gas di scarico fa muovere la girante, ma questa per entrare a regime,&nbsp; deve produrre un accelerazione che necessita di un tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se una volta questa caratteristica era ben accetta, chi ha capelli grigi ricorda piacevolmente il classico calcio nella schiena della coppia improvvisa del turbo. Oggi non è più così, non è tollerabile per il confort dei passeggeri. Una delle soluzioni per risolvere il problema è il condotto di scarico Twin-Scroll.</p>
<p style="text-align: justify;">Volendo fare un esempio esplicativo, in un motore quattro cilindri in linea, canonicamente, l&#8217;ordine di fasatura prevede i due pistoni 1-3-4-2, cioè è l&#8217;ordine con il quale avviene la scintilla per la fase di espanzione.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-85452" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/09/Twin-scroll-turbocharger-explained-BMW-1024x758.jpg" alt="Twin scroll turbocharger explained BMW" width="1024" height="758" title="Le soluzioni che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Turbo Twin-Scroll 783"></p>
<p style="text-align: justify;">In questo caso, in un turbo tradizionale, mono flusso, le onde di scarico vanno in interferenza prima di alimentare il turbo, perendo efficienza. Questo è una delle cause del ritardo nocivo. La soluzione Twin-Scroll risolve la faccenda usando due condotti separati.</p>
<p style="text-align: justify;">I flussi di scarico delle due coppie di cilindri vengono instradati verso la turbina tramite canali separati di diametro differenziato. Il flusso derivante dai cilindri 2-3 viene convogliato all&#8217;interno del turbo verso il bordo esterno delle pale della turbina aiutando il compressore a girare più velocemente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il canale più piccolo proveniente dai cilindri 1-4 dirige il flusso aria verso le superfici interne della turbina migliorando la risposta del compressore nelle fasi transitorie, come per esempio nelle ri-accelerazioni quando si cala di giri.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-85454" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/09/maxresdefault-2-1024x576.jpg" alt="maxresdefault 2" width="1024" height="576" title="Le soluzioni che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Turbo Twin-Scroll 784" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/maxresdefault-2-1024x576.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/maxresdefault-2-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/maxresdefault-2-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/maxresdefault-2-696x392.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/maxresdefault-2.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza,&nbsp; il sistema sfrutta appieno l&#8217;energia derivante dai flussi dei gas di scarico,&nbsp; consentendo di disporre di una maggiore quantità di lavoro utile per la girante del turbina.</p>
<p style="text-align: justify;">I vantaggi di tale soluzione sono quelli di avere una maggiore energia di ingresso, buone prestazioni a bassi e medi regimi. Migliora anche la velocità di ripresa nelle fasi di transizione, come per esempio il recupero dopo una perdita di velocità. Come ogni sistema non è la perfezione. Anche il Twin-Scroll hai i suoi limiti. Innanzitutto produce una scarsa efficienza e carico della turbina alle alte velocità.</p>
<p style="text-align: justify;">I più esperti, avranno notato, nei motori moderni che utilizzano questa tecnologia, anche con elevata potenza specifica, una certa mancanza di carattere in erogazione nella parte alta dei giri. Manca quello che si dice di allungo!</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-85455" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/09/Megane_RS_2018_tec-2-1024x576.jpg" alt="Megane RS 2018 tec 2" width="1024" height="576" title="Le soluzioni che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Turbo Twin-Scroll 785"></p>
<p style="text-align: justify;">Infine i costi. Produrre un condotto di scarico così conformato porta costi aggiuntivi elevati. Questo rende difficilmente applicabile l&#8217;uso di tale tecnologia con motorizzazioni che vanno ad equipaggiare le vetture della fascia bassa del mercato.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>I sistemi che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Il Turbo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Sep 2019 19:26:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La parte quarta della nostra trattazione dei sistemi che salveranno il motore endotermico per i prossimi anni, passa ancora una volta per la sovralimentazione. In questo caso,&#160; una volta trattata la sovralimentazione volumetrica, passiamo a capire come i motori moderni saranno più efficienti e più potenti mediante la sovralimentazione con Turbo. Lo scopo non è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La parte quarta della nostra trattazione dei sistemi che salveranno il motore endotermico per i prossimi anni, passa ancora una volta per la sovralimentazione. In questo caso,&nbsp; una volta trattata la sovralimentazione volumetrica, passiamo a capire come i motori moderni saranno più efficienti e più potenti mediante la sovralimentazione con Turbo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scopo non è tanto quello di smontare un turbo e spiegare all&#8217;appassionato ogni singola parte e la sua funzione, non sarebbe possibile con una singola trattazione, ma quanto far comprendere come questa soluzione tecnica sia polivalente, ma soprattutto rappresenti la strada obbligata per la sopravvivenza del motore endotermico negli anni a venire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;obiettivo di tutti i tecnici è lo sviluppo della coppia motrice, fondamentale per ottenere potenza. Un grosso valore di coppia nella zona bassa dei giri migliora i consumi e consente di usare meno il cambio per le variazioni di velocità del veicolo. Si dice che il motore è più elastico.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="800" height="800" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/09/forced-induction-torque-curve-graph.jpg" alt="forced induction torque curve graph" class="wp-image-85266" title="I sistemi che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Il Turbo 786" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/forced-induction-torque-curve-graph.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/forced-induction-torque-curve-graph-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/forced-induction-torque-curve-graph-768x768.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/forced-induction-torque-curve-graph-300x300.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/forced-induction-torque-curve-graph-696x696.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Sviluppare coppia nella parte alta dei giri, si ottiene quello che si dice un buon allungo con un erogazione di potenza consistente in grado di spingere anche rapporti superiori più lunghi con conseguente miglioramento dei consumi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi aumentare la capacità volumetrica del motore e la densità dell&#8217;aria aspirata, migliora nettamente anche l&#8217;efficienza complessiva del motore. In sostanza, usare un turbo non è un vezzo dell&#8217;ingegneria moderna ma una reale necessità per restare nei difficili parametri delle normative moderne per il controllo delle emissioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ovviamente l&#8217;uso della sovalimentazione non è uguale per i Diesel o Ciclo Otto. I motori a gasolio aspirati hanno una maggiore efficienza ma a parità di cilindrata non genera la stessa potenza di un analogo motore benzina. Inoltre con il passare degli anni, si è dovuto ridurre la fumosità allo scarico e la conseguente generazione di polveri sottili. Una maggiore densità dell&#8217;aria limita di fatto la formazione di fumo e di Nox.</p>


<div class="wp-block-image size-full wp-image-85267">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="550" height="350" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/09/6a00d8341c4fbe53ef0240a47a9b67200d-550wi.jpg" alt="6a00d8341c4fbe53ef0240a47a9b67200d 550wi" class="wp-image-85267" title="I sistemi che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Il Turbo 787" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/6a00d8341c4fbe53ef0240a47a9b67200d-550wi.jpg 550w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/6a00d8341c4fbe53ef0240a47a9b67200d-550wi-300x191.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /><figcaption class="wp-element-caption">Motore Audi 3.0 litri V6 TDI</figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Sfruttando la naturale accensione spontanea della miscela aria combustibile una maggiore massa e densità d&#8217;aria consente un migliore sfruttamento della multi-iniezione di miscela diretta di gasolio e la sua nebulizzazione. Infine i diesel sono naturalmente più costosi rispetto ad un analogo motore benzina di pari cilindrata aspirato, quindi aggiungere un componente esterno come il turbo necessita la riprogettazione di limitati elementi. Un modo più economico di otteere più potenza, tanta coppia, meno consumi e meno inquinamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Discorso analogo per il Ciclo Otto ma differente nella sostanza. Infatti il turbo nasce per il motore benzina negli anni 70 spinto dalle competizioni.&nbsp; L&#8217;aumento del valore di coppia e potenza si ottiene in modo più semplice. Su un motore aspiatosi deve lavorare&nbsp; sulla capacità volumetrica naturalmente limitata cosa che porta un limitato ricavo a fronte della quantità di lavoro svolto. Basta semplicemente fare un calcolo del costo prezzo/cavallo di un motore aspirato a parità di potenza con uno Turbo per rendersi conto della differenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ovviamente non si può montare un turbo su un motore aspirato e basta. Si devono considerare i fenomeni del battito in testa dovuta alla eccessiva temperatura di combustione. Infatti, nei motori sovralimentati si abbassa il valore del rapporto di compessione.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="598" height="520" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/09/How-turbocharging-works-animation-by-Tyroola.gif" alt="How turbocharging works animation by Tyroola" class="wp-image-85268" title="I sistemi che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Il Turbo 788"></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">In un motore aspirato, pressione dei aspirazione è sempre meno di quella atmosferica pari 0.5 bar per arrivare a quella nominale di 1.0 bar atmosferica solo al massimo del carico. Quando viene compressa il valore minimo passa a 1.5 bar fino ad un massimo per uso stradale di 2.5 bar. Nei Diesel si può avere un valore di pressione iniziale di 1.0 bar mentre il massimo rimane analogo ai Ciclo Otto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;Quindi,&nbsp; in un motore che ha una pressione atmosferica al massimo carico di 1.0 bar sommando la sovra-pressione derivata dal turbo di 1.5 bar, arriva ad una pressione assoluta di 2.5 bar.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel dettaglio, il turbocompressore e formato da una turbina che viene mossa dall&#8217;energia del flusso dei gas di scarico. Quindi sono uniti termodinamicamente.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="1024" height="415" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/09/Turbocharger-shaft-compressor-turbine-wheels-and-bearings-BMTS.jpg" alt="Turbocharger shaft compressor turbine wheels and bearings BMTS" class="wp-image-85269" title="I sistemi che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Il Turbo 789" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Turbocharger-shaft-compressor-turbine-wheels-and-bearings-BMTS.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Turbocharger-shaft-compressor-turbine-wheels-and-bearings-BMTS-768x311.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Turbocharger-shaft-compressor-turbine-wheels-and-bearings-BMTS-300x122.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Turbocharger-shaft-compressor-turbine-wheels-and-bearings-BMTS-696x282.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Il compressore e la turbina,&nbsp; di solito,&nbsp; sono collegati attraverso un albero rigido, annegato in alloggio dove si trovano cuscinetti a strisciamento o a rulli.&nbsp; Una volta completata la combustione della miscela aria benzina o aria gasolio, i gas di scarico attraversano il collettore colpendo la girante della turbina costringendola a girare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La girante mette in rotazione il compressore comprimendo aria prelevata dal collettore di aspirazione. Quando la pressione dell&#8217;aria aumenta,&nbsp; purtroppo, si verifica anche l&#8217;aumento della temperatura. Questo fenomeno è particolarmente deleterio. Più aumenta la temperatura, più diminuisce la densità vanificando lo scopo iniziale de turbo. Meno densità significa infatti meno molecole per la combustione della miscela.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per tornare ad una densità accettabile senza perdere pressione, viene posizionato a valle del compressore un intercooler.&nbsp; Uno scambiatore di calore, aria-aria o aria-acqua, che raffredda l&#8217;aria prima che questa arrivi nella camera di combustione, riportando la densità ai valori richiesti del progettista.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="653" height="384" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/09/Fuel-Consumption-for-Naturally-Aspirated-vs-Turbocharged-Engine.png" alt="Fuel Consumption for Naturally Aspirated vs Turbocharged Engine" class="wp-image-85270" title="I sistemi che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Il Turbo 790" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Fuel-Consumption-for-Naturally-Aspirated-vs-Turbocharged-Engine.png 653w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Fuel-Consumption-for-Naturally-Aspirated-vs-Turbocharged-Engine-300x176.png 300w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista del rendimento, usare l&#8217;energia dei gas di scarico è un modo per sfruttare il lavoro prodotto da elemento, il gas di scarico,&nbsp; dotato di energia che dovrebbe essere sprecata ed immesso nell&#8217;ambiente. Invece può essere usato anche per migliorare l&#8217;emissione stessa di Co2 adottando la sovralimentazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il funzionamento prevede la girante che comprime aria con una velocità di rotazione che parte da un valore minimo per arrivare a 120.000 giri/minuto in condizioni standard, fino addirittura a 300.000 giri/minuto per i motori di serie più spinti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Raggiungere la velocità di rotazione ottimale comporta un certo ritardo. Questa condizione viene chiamata ritardo del turbo o più comunemente Turbo-Lag. Questo ritardo, il tanto amato calcio nella schiena, soprattutto dai giovani appassionati delle vetture anni 80 è causato dall&#8217;inerzia dell&#8217;aria e dal tempo impiegato da compressore per accelerare.</p>


<div class="wp-block-image wp-image-85271 size-large">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="1024" height="741" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/09/Continental-radial-axial-RAAX-turbocharger.jpg" alt="Continental radial axial RAAX turbocharger" class="wp-image-85271" title="I sistemi che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Il Turbo 791" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Continental-radial-axial-RAAX-turbocharger.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Continental-radial-axial-RAAX-turbocharger-768x556.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Continental-radial-axial-RAAX-turbocharger-300x217.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Continental-radial-axial-RAAX-turbocharger-696x504.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">turbocompressore Continental radiale-assiale (RAAX TM ) Fonte: Continental</figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Oggi si lavora al massimo, con buona pace degli appassionati per limitare il problema. &nbsp;Le soluzioni sono molteplici, dall&#8217;utilizzo di cuscinetti a rulli o geometria variabile per la turbina. Molte aziende lavorano anche sull&#8217;efficienza del sistema nel complesso come i Turbo EFR di BorgWarner o Raax di Continental.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si lavora anche su modo di sfruttare al meglio l&#8217;energia dei gas di scarico con collettori di scarico Twin Scroll e sistemi Twin Turbo, fino a sistemi ad azionamento elettrico separato per turbina e compressore. Tutte soluzioni che analizzeremo del dettaglio nelle trattazioni seguenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il controllo della pressione, fondamentela per il corretto funzionamento del Turbo avviene mediante due valvole.&nbsp; La Pop Off&nbsp; ha il compito di controllare sovraccarichi di pressione, condizione che si verifica quando si chiude l&#8217;acceleratore improvvisamente per esempio. La pressione di sovralimentazione nelle fasi di spinta viene controllata da un altra valvola la Wastegate che impedisce di fatto al turbo di superare il valore di pressione massimo per cui è progettato.</p>


<div class="wp-block-image wp-image-85272 size-large">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="1024" height="1015" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/09/Turbocharger-with-electric-actuated-wastegate-1024x1015.jpg" alt="Turbocharger with electric actuated wastegate" class="wp-image-85272" title="I sistemi che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Il Turbo 792" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Turbocharger-with-electric-actuated-wastegate-1024x1015.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Turbocharger-with-electric-actuated-wastegate-1024x1015-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Turbocharger-with-electric-actuated-wastegate-1024x1015-768x761.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Turbocharger-with-electric-actuated-wastegate-1024x1015-300x297.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/Turbocharger-with-electric-actuated-wastegate-1024x1015-696x690.jpg 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Turbo con Wastegate elettronica</figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Entrambe le valvole di controllo nei turbo moderni,&nbsp; sono state sostituite da comandi a controllo elettronico, molto meglio gestibili per ottimizzare il rendimento del turbo.&nbsp; Spesso l&#8217;elettronica consente di avere un boost, ritardando di fatto l&#8217;azione della Wastegate per avere maggiore spinta per brevi momenti in cui serve più potenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In conclusione, l&#8217;utilizzo della sovralimentazione mediante turbo, oggi non è solo rivolto ad un pubblico che pretende più potenza. Oggi è fondamentale per diminuire la quantità di ossidi di azoto, consumare meno a parità di cilindrata, diminuendo di fatto la quantità di Co2.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giusto per fare un esempio.&nbsp; Un motore 1.6 litri aspirato che eroga 110cv per un valore di coppia 151Nm, può essere sostituito da un propulsore più piccolo di 1.2 litri con analoga di coppia e potenza, ma con un valore di consumo specifico più basso del 15% in media, con un emissione di anidride carbonica analoga. Oggi tale politica è sfruttata nel bene o nel male è usata da tutti i brand.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="624" height="351" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/09/86592096_86592095.jpg" alt="86592096 86592095" class="wp-image-85273" title="I sistemi che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: Il Turbo 793" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/86592096_86592095.jpg 624w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/09/86592096_86592095-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 624px) 100vw, 624px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Dalla parte degli appassionati puri, quelli che più sono inclini alle prestazioni sportive, allora, c&#8217;è anche il rovescio della medaglia.&nbsp; Prendendo ad esempio lo stesso 1.6 Litri aspirato oggi ci sono in commercio motori dalla stessa cubatura con potenze fino a 270cv!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tali porpulsori che conservano potenza, coppia, consumi più bassi ed erogazione paragonabile ad un bel motorone da 3.0 litri e spesso anche di un buon 4.0 litri come il 2.0 Litri AMG. Due cose non torneranno, sacrificate sull&#8217;altrare della efficienze e del controllo delle emissione. La vecchia cara erogazione di potenza, sicuramente più plafonata, più lineare, meno aggressiva di quando potessero erogare Turbo anni 80 con valori di potenza di 1/5, ed il sound.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso la riduzione di cilindrata il down sizing prevede la riduzione del numero di cilindri, con diverso funzionamento del propulsore rispetto ad un plurifrazionato ma soprattutto la rinuncia ad aspetti emotivi come il suono, problema spesso risolto con l&#8217;adozione di impianti di scarico che sostituiscono di fatto il rumore della mecccanica. Un problema annoso anche per la F1 moderna.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Le tecnologie che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: La sovralimentazione volumetrica</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2019/08/29/le-tecnologie-che-aiutano-il-motore-endotermico-a-sopravvivere-la-sovralimentazione-volumetrica/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=le-tecnologie-che-aiutano-il-motore-endotermico-a-sopravvivere-la-sovralimentazione-volumetrica</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Aug 2019 07:46:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La terza parte della trattazione sulle tecnologie che aiuteranno il motore endotermico ad a sopravvivere per i prossimi anni, passiamo all&#8217;aiuto dato dalla sovralimentazione. Usare la compressione dell&#8217;aria mediante compressori volumetrici o impianti Turbo, o ancora entrambi, non è solo un vezzo per avere potenza bruta, ma si tratta di usare questi sistemi per ottenere [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-85068" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/08/download.jpg" alt="download" width="275" height="183" title="Le tecnologie che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: La sovralimentazione volumetrica 799"></p>
<p style="text-align: justify;">La terza parte della trattazione sulle tecnologie che aiuteranno il motore endotermico ad a sopravvivere per i prossimi anni, passiamo all&#8217;aiuto dato dalla sovralimentazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Usare la compressione dell&#8217;aria mediante compressori volumetrici o impianti Turbo, o ancora entrambi, non è solo un vezzo per avere potenza bruta, ma si tratta di usare questi sistemi per ottenere potenza intelligente. Questi sistemi consentono di abbassare di fatto le emissioni inquinanti, soprattutto gli NOx.</p>
<p style="text-align: justify;">Divideremo l&#8217;argomento in due sezioni. Nella prima prenderemo in considerazione la compressione volumetrica. Qusesta soluzione consente ai progettisti di lavorare in modo più affidabile in condizioni di miscela magra o magrissima.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-85064" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/08/message-editor_1518021609275-01_skyactiv-x-1024x768.jpg" alt="message editor 1518021609275 01 skyactiv x" width="1024" height="768" title="Le tecnologie che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: La sovralimentazione volumetrica 800" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/message-editor_1518021609275-01_skyactiv-x-1024x768.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/message-editor_1518021609275-01_skyactiv-x-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/message-editor_1518021609275-01_skyactiv-x-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/message-editor_1518021609275-01_skyactiv-x-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/message-editor_1518021609275-01_skyactiv-x-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/message-editor_1518021609275-01_skyactiv-x.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono anche nuovi motori, infatti, come il Mazda Skyactiv-X che funzionano unendo le caratteristiche sia dei propulsori a benzina che diesel. In questo caso avere la compressione dell&#8217;aria in ingresso facilità il lavoro che deve compiere la miscela aria benzina.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei produttori leader mondiali su questo tipo di sistemi è la EATON. Nel loro catalogo c&#8217;è una vasta gamma di compressori volumetrici, il più evoluto dei quali è il modello TVS2. L&#8217;acronimo sta per Twin Vortices Serie versione 2.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un compressore tipo Roots con quattro lobi ed altrettante porte di ingresso ed uscita del flusso aria. Il nuovo design del rotore assicura maggiore efficienza e capacita, grazie ad un attento studio dell&#8217;aerodinamica interna.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-85063" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/08/eatontvs-1.jpg" alt="eatontvs 1" width="318" height="256" title="Le tecnologie che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: La sovralimentazione volumetrica 801" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/eatontvs-1.jpg 318w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/eatontvs-1-300x242.jpg 300w" sizes="(max-width: 318px) 100vw, 318px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Nello specifico il nuovo disegno ricuce il gioco tra le sue parti del rotore abbassando le perdite per attrito. Maggiore efficienza significa stessa potenza con minore esborso di carburante. La vera forza del TVS2 sta nella possibilità di avere portata variabile della pressione necessaria a seconda delle necessità di utilizzo del motore endotermico.</p>
<p style="text-align: justify;">I tecnici EATON dichirarano un miglioramento dell&#8217;efficienza fino al 16% con uno sforzo minore da parte del motore per trascinare il compressore attraverso il collegamento meccanico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il TVS2 nella migliora la capacità del flusso aria in condizioni critiche come la bassa velocità di oltre il 30% con conseguente miglioramento della disponibilità di coppia a basso regime e carichi parziali. Inoltre una minore inerzia per minori attriti, consente una risposta più rapida. In soldoni l&#8217;utente può contare su una migliore risposta alla pressione sull&#8217;acceleratore.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-85066" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/08/eatontvs.jpg" alt="eatontvs" width="800" height="679" title="Le tecnologie che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: La sovralimentazione volumetrica 802" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/eatontvs.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/eatontvs-768x652.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/eatontvs-300x255.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/eatontvs-696x591.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Questo compressore infatti è più leggero con dimensioni ridotte del 25% rispetto alla serie precedente, rendendolo adatto per motori di piccola cilindrata.  IL TVS2 si adatta perfettamente a lavorare abbinandosi ai sistema turbo. A dire il vero non è una novità assoluta. Questa soluzione era già in uso con estrema maestria dal reparto Lancia negli anni 80 per la Delta S4 e più recentemente anche dal gruppo Volkswagen.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo caso l&#8217;azione congiunta delli due sistemi di sovralimentazione sono maggiormente efficienti, con maggiore margini di miglioramento per i progettisti.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;adozione di nuove tenute permettono di avere maggiore affidabilità e maggiore controllo della pressione in condizioni di lavoro difficili. Inoltre, per sopportare pressioni più elevate rispetto allo standard di questo tipo di sistemi, vengono usati cuscinetti a sfera.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-85067" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/08/eaton_tvs_r410_vs_tvs2_v400_36b8e0a713340f1218bd4300db0a2eff2715181e-1024x687.png" alt="eaton tvs r410 vs tvs2 v400 36b8e0a713340f1218bd4300db0a2eff2715181e" width="1024" height="687" title="Le tecnologie che aiutano il motore endotermico a sopravvivere: La sovralimentazione volumetrica 803" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/eaton_tvs_r410_vs_tvs2_v400_36b8e0a713340f1218bd4300db0a2eff2715181e-1024x687.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/eaton_tvs_r410_vs_tvs2_v400_36b8e0a713340f1218bd4300db0a2eff2715181e-768x515.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/eaton_tvs_r410_vs_tvs2_v400_36b8e0a713340f1218bd4300db0a2eff2715181e-300x201.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/eaton_tvs_r410_vs_tvs2_v400_36b8e0a713340f1218bd4300db0a2eff2715181e-696x467.png 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/08/eaton_tvs_r410_vs_tvs2_v400_36b8e0a713340f1218bd4300db0a2eff2715181e.png 1300w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;utilizzo di questo tipo di coscinetti permette di raggiungere un numero di giri nelle condizioni di picco anche di 30000 giri/min. Un incremento del 25% rispetto alle versioni volumetriche standard.</p>
<p style="text-align: justify;">La progettazione del sistema TVS2 ha visto impegnati i tecnici EATON nella riduzione delle vibrazioni e della rumorosità, che per quanto sia affascinante ma rappresentano perdite di rendimento. L&#8217;utilizzo di pannelli microforati ha permesso di ridurre il rumore di ben 8dB senza influire sul livello e la qualità della pressione del flusso aria.</p>
<p style="text-align: justify;">La EATON ha sviluppato un  insieme di componenti che lavorando in simbiosi con il TVS2  In particolare la progettazione delle valvole concepite per resistere alle diverse condizioni di lavoro gravose, anche con l&#8217;uso di materiali particolarmente evoluti, con una riduzione del peso nell&#8217;ordine del 15%.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli stessi azionamenti delle valvole possono gestire sistemi di alzata variabile, fino alla disattivazione di un numero di cilindri per limitare i consumi. Quindi è possibile fornire non solo il compressore, ma anche l&#8217;interso sistema di alimentazione e distribuzione.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Ferrari 333SP: la barchetta del Cavallino alla conquista dell&#8217;America</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jul 2019 16:31:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[ferrari 333sp]]></category>
		<category><![CDATA[IMSA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutte le Ferrari toccano il cuore di chi ama le grandi auto, ma quelle da corsa hanno qualcosa in più. Una grinta, un fascino diversi, come è naturale per vetture realizzate da una Casa nata dalle competizioni e che non ha mai abbandonato le piste, neppure nei momenti più difficili. Ecco perché, di fronte alla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tutte le Ferrari toccano il cuore di chi ama le grandi auto, ma quelle da corsa hanno qualcosa in più. Una grinta, un fascino diversi, come è naturale per vetture realizzate da una Casa nata dalle competizioni e che non ha mai abbandonato le piste, neppure nei momenti più difficili. Ecco perché, di fronte alla 333 SP, i tifosi ferraristi provano emozioni quali quelle suscitate dalle gesta delle più gloriose Rosse del passato.</p>
<p>La 333 SP ha il fascino delle grandi Ferrari storiche. Del resto, le Ferrari da corsa più Ferrari di tutte sono quelle a ruote coperte: la Barchetta degli anni 50, le Sport degli anni 60, i Prototipi degli anni 70. In seguito, la Casa di Maranello ha un pò trascurato queste vetture: dopo l’epopea della 312, che nel corso del 1972 stravinse il Campionato Mondiale Marche, viene infatti deciso di concentrare gli sforzi sulle monoposto di Formula 1, abbandonando la categoria che aveva dato tante soddisfazioni nei primi anni di attività. Negli anni seguenti nascono alcune versioni “competizione” di vetture come la 512 BB e la 308, ma sono sempre modelli stradali trasformati. E la stessa F40 Le Mans, la splendida vettura preparata su base della più formidabile Ferrari degli ultimi anni, rimane comunque una specie di “ibrido”, una via di mezzo tra una Gran Turismo e una vera Sport.</p>
<p>Poi, nel 1993, il cambio di rotta. All’interno del Campionato IMSA viene creata la categoria WSC (World Sport Car). Carrozzeria biposto aperta, motore derivato dalla serie, fondo piatto, poca elettronica e limitato uso di materiali speciali: sono queste le regole stabilite per le World Sport Car. Insomma, l’ideale per i team privati, che non possono avere i mezzi delle grandi case per sviluppare progetti specifici. E subito numerosi privati iniziano a tempestare di telefonate Maranello, chiedendo che la Ferrari realizzi qualcosa di adatto, come accadeva negli anni 50 e 60. Il più insistente è sicuramente Gianpietro Moretti che con il suo team Momo è una presenza abituale sulle piste americane. Il suo entusiasmo, al limite della fede più cieca, e quello degli altri appassionati viene premiato. La Ferrari decide di ritornare al vecchio amore , le vetture a ruote coperte, e realizza una World Sport Car.</p>
<p>Mauro Rioli, il massimo esperto di vetture Sport in attività nei primi anni 90, riceve l’incarico di progettare una vettura senza compromessi, destinata solo ai team privati (la Ferrari  non schiererà mai una vettura ufficiale), ma con l’impegno semiufficiale della Ferrari a preparare le vetture e a fornire  l’assistenza: sarà venduta al prezzo di 800000 dollari, compresa una nutrita serie di ricambi e un intero motore di scorta. Nel giro di pochi mesi la 333 SP prende forma.</p>
<p>Il telaio è costituito da una scocca portante in composito formato da una struttura a nido d’ape in alluminio chiusa da due fogli di fibra di carbonio: è in pratica la stessa soluzione in uso  nelle vetture di Maranello, dalle quali la 333 SP eredita parecchie cose. Le sospensioni per esempio sono a quadrilatero deformabili, sia davanti che dietro, con push-rod e bilanceri. L’impianto frenante è di produzione Brembo, con dischi giganteschi che trovano posto dietro i cerchi da 17”. La carrozzeria, caratterizzata da un disegno aerodinamico di rara efficacia e bellezza, è costituita da pannelli in Nomex e fibra di carbonio, fissati con un sistema a sgancio rapido per facilitare l’accesso agli organi meccanici, in primis al formidabile propulsore. Come da regolamenti IMSA, la 333 SP monta un motore derivato da quello di una vettura stradale in produzione: in questo caso si tratta della F50.</p>
<p>L’analogia con l’attuale supercar al vertice della gamma Ferrari in realtà è limitata all’angolo tra le bancate, insolitamente i 65°, perché il resto del 12 cilindri di 3997 cm3, con distribuzione bialbero in testa e 5 valvole in titanio per cilindro, è derivato dal motore montato sulla Formula 1 del 1993. La potenza dichiarata è di oltre 600 cavalli a 11000 giri minuto, un regime di tutto riposo considerando che in versione F1, questo motore può essere tirato sino a 16000 giri al minuto. Per consentire la massima rapidità nei cambi di marcia, viene adottato un robusto cambio trasversale a 5 marce, con comando meccanico di tipo sequenziale.</p>
<p>La prima vettura prodotta viene assegnata a Gianpiero Moretti, quale premio per la sua fede. Una scelta azzeccata, perché la sua lunga esperienza sarà preziosa per eliminare i difetti di gioventù e accelerare la messa a punto. Una serie di piccoli problemi comunque ritarda il debutto dell’auto in gara, che avviene solo a metà stagione 1994.</p>
<p>Cosi il 17 aprile sono ben quattro le Ferrari 333 SP al debutto nella serie: una della Momo corse team (piloti Gianpiero Moretti ed Eliseo Salazar), due del team Euromotorsport (la prima affidata a Cochran, la seconda, acquistata da Massimo Sigala, con al volante Mauro Baldi), una del team Scandia (Andy Evans  Bentley). Tra queste era quella del signor Momo il vero punto di riferimento. Mauro Baldi ottiene il miglior tempo nella prove della Road Atlanta, gara d’esordio della rossa, con una vettura che si rivela da subito azzeccata. Ma il vero trionfo arriva in gara: sulla 333 SP che taglia il traguardo per prima c’è un giovane pilota di New York, Jay Cochran, che precede proprio Gianpiero Moretti.</p>
<p>Il 1994 è l’anno più ricco di soddisfazioni per Jay, che centra la prima vittoria della 333 SP nell’IMSA: fino a quel momento Cochran si era fatto vedere solo alla 24 Ore di Daytona, collezionando alcune discrete prestazioni con la Spice-Oldsmobile. Negli anni successivi si ritaglia una discreta carriera con le GT e nelle gare di durata, ma verrà ricordato soprattutto per il successo alla Road Atlanta e le battaglie con le altre Ferrari 333 SP di altre scuderie. Jay sfiora il successo in altre circostanze, ma quello del 17 aprile resterà l’unico successo con la Ferrari.</p>
<p>Dopo il successo al debutto di Road Atlanta, la 333 SP centra il bis alla 2 Ore di Lime Rock. E stavolta è Gianpiero Moretti, uno dei più conosciuti gentleman driver di Maranello. Il milanese si aggiudica la gara in coppia col cileno Salazar: passato al comando a 40’ dal termine, favorito da un rifornimento lento da parte di Cochran, a lungo al comando. Sfortunato Baldi, fermato dalla rottura del cavo dell’acceleratore. La coppia italo-cilena si ripete a Watkins Glen, mentre le altre 333 SP sono costrette al ritiro. Stessa musica in un’altra gara sprint, la 2 Ore di Indianapolis, ma stavolta Moretti-Salazar chiudono davanti a Evans-Velez. La doppietta Ferrari viene arricchita dal terzo posto della Spice del Dyson, guidata da Weaver e Paul, spinta da un motore del Cavallino. La Ferrari cala il poker sulla pista californiana di Laguna Seca, che oggi ospita la MotoGP e nell’occasione è teatro della settima prova del Campionato IMSA. Dopo 3 successi consecutivi, l’equipaggio Moretti-Salazar si deve accontentare della piazza d’onore alle spalle di Evans-Velez, ma il bilancio Ferrari sale a 5 vittorie su 5 gare disputate.</p>
<p>Ma la beffa è in agguato: un incredibile malinteso durante l’ultima gara della stagione a Phoenix priva la Ferrari del titola marche IMSA. La 333 SP di Cochran è costretta al ritiro da una collisione con la vettura gemella di Salazar quando era saldamente al comando. Il cileno riesce invece a continuare e centra un inutile podio dietro alla Spice Oldmobile di Dale, che regala il titolo alla Casa Americana. Sfortunata anche la terza 333 SP di Evans-Velez che, dopo essere balzata al comando, è tradita da un problema all’impianto elettrico. I buoni riscontri ottenuti durante la stagione di esordio (5 successi su 7 gare disputate e un titolo marche sfiorato) spingono la Ferrari a presentarsi nel 1995 anche alle partenze delle gare di durata, vere classiche dell’automobilismo come la 24 Ore di Daytona  e la 12 Ore di Sebring. E l’anno parte subito con un grande ritorno sulla rossa.</p>
<p>E’ quello di Michele Alboreto, che correrà a Daytona insieme a Baldi, e all’altro ex di F1 Stefan Johanson al volante della 333 SP evoluzione del team Scandia, la scuderia di proprietà di Andy Evans, che guiderà l’altra 333 SP con Velez. L’altra grande novità è che le Ferrari a Daytona utilizzeranno pneumatici Pirelli: per la marca milanese si tratta di un ritorno alle grandi corse di velocità, dopo l’abbandono della F1. Nei test in preparazione alla 24 Ore, la vettura di Maranello offre buone risposte e la pole postion è firmata proprio da Mauro Baldi, davanti all’altra 333 SP di Velez.</p>
<p>Ma la gara, che vede al via anche Paul Newman, non da seguito alle concrete speranze della vigilia, con tre delle quattro Ferrari al via ritirate mentre erano in testa e l’unica al traguardo, quella di Barbazza-Sigala-Brancatelli, solo ottava. Le vetture di Maranello nella circostanza non dimostrano l’affidabilità necessaria per una corsa cosi lunga e la vittoria va alla Porsche di Giovanni Lavaggi. Il riscatto arriva però subito alla 12 Ore di Sebring, con Evans-Velez-Van de Poele-Gentilozzi, mentre Michele Alboreto c’è un quarto posto senza la collaborazione di Baldi, rientrato in Italia per la morte del padre. La stagione prosegue con la Road Atlanta, ricordato soprattutto per il grave incidente a Fabrizio Barbazza, che per fortuna si riprenderà ma dovrà lasciare le corse.</p>
<p>La 333 SP, condotta da Taylor, torna irresistibile a Lime Rock dopo un duello con James Weaver (Ford), che si riscatta a Watkins Glen battendo Baldi e Velez. Stesso ordine d’arrivo a Sears Point, con Velez che prende il comando della classifica piloti e il Cavallino che consolida il primato in quello marche. La rossa torna a vincere a Houston con Gianpiero Moretti e Wayne Taylor, che precedono Alboreto-Theys. La certezza aritmetica del titolo costruttori arriva alla penultima gara di Phoenix, vinta da Firmin-Velez, mentre la classifica piloti si decide all’ultimo appuntamento di New Orleans.</p>
<p>Con il quarto posto finale si impone Firmin-Velez, che rende inutile il successo del più insidioso dei rivali Weaver. Sfortunato Mauro Baldi che, dopo una pessima sessione di qualifica si produce in una strepitosa  ma inutile rimonta. Il 1995, altra stagione memorabile, lascia solo un piccolo rimpianto, relativo alla 24 Ore di Daytona. La decisione di proseguire nell’impegno americano per il 1996 arriva solo a settembre, ma prima di Daytona fanno ben sperare le due 333 SP, una della Momo di Moretti, che centra anche la pole position in coppia con Didier Theys, l’altra della Scandia di Andy Evans, con piloti Alboreto-Baldi-Velez. I progressi sono evidenti, ma la Ferrari deve accontentarsi della piazza d’onore con Moretti, Theys, Wollek. La Riley Mk II di Taylor-Pace-Van de Poele vince anche a Sebring: battute le Ferrari di Alboreto-Bladi-Theys e Moretti-Papis-Theys, che finiscono sul podio.</p>
<p>Il primo successo 1996 della barchetta Ferrari nel campionato arriva alla terza prova, la 3 Ore di Road Atlanta. Artefice della vittoria Max Papis, che, subentrato al volante a Gianpiero Moretti, è protagonista di una brillante rimonta che lo porta al comando. Papis taglia il traguardo davanti alle Riley Scott di  Pace e Taylor. Le rosse finiscono fuori dal podio alla 500 miglia di Texas World, ma la coppia Moretti-Papis torna a fare la voce grossa con una doppietta a Lime Rock e Watkins Geln dopo un’entusiasmante rimonta in seguito a una uscita di pista. Con questa vittoria Papis appaia Taylor al vertice della classifica piloti con 164 punti mentre la Ferrari guida quella costruttori sulla Oldsmobile. A Sears Point il giovane comasco da un altro saggio del suo talento: quando nel finale prende il posto di Moretti, ha un giro di distacco ma arriva ad impegnare il vincitore Taylor in una serie di sorpassi che alla fine premia l’americano. Papis è ancora secondo a Mosport, ma a Dallas arriva una vera mazzata per le sue ambizioni e quelle della Casa di Maranello. Salazar, in testo fino a 15 minuti dalla fine, prima rompe un cerchione, poi, in rimonta, sbatte chiudendo quarto. Va ancora peggio a Papis, che non scende neppure in pista: la sua 333 SP, guidata da Theys, si ferma dopo due giri col differenziale ko. Cosi Taylor (Riley Scott), 2° dietro a Leitzinger, ha il titolo in tasca. Maranello resta in corsa solo per il campionato marche dove guida la Oldsmobile. All’ultimo appuntamento, la 3 Ore di Daytona, la Ferrari schiera tre 333 SP, ma la pista della Florida si conferma stregata: vince Leitzinger (Riley Scott) e al Cavallino non bastano neppure il 2°, 4° e 5° posto conquistati per bissare il successo tra i costruttori.</p>
<p>Nel 1997 la Ferrari vorrebbe ancora sfatare il tabù di Daytona, ma per il secondo anno consecutivo la rossa deve arrendersi, tradita dagli errori del commerciante di computer Morgan, inserito in squadra dal patron Evans, che finisce per due volte in testacoda. Decisamente più fortunata si conferma Sebring, con la splendida vittoria nella 12 Ore. Gran rimonta della 333 SP in una corsa in cui il leader cambia 22 volte: vincono Evans, Velez, Dalams e Johanson. La gara si decide all’ultimo giro: battuta la Riley Scott motorizzata Ford. Una collisione elimina l’altra 333 SP di Moretti e Montermini, neo acquisto della serie che sarà terzo alla Road Atlanta e coglierà il suo primo successo nella serie a Lime Rock col brasiliano Antonio Hermann sulla vettura del team Momo. La rossa di Salazar-Morgan è battuta dalla solita Riley a Watkins Glen. Per tornare al successo la 333 SP deve attendere la gara di Mosport, con la coppia Morgan-Fellows prima al traguardo e Montermini ritirato. Il pilota di Sassuolo rimette il Cavallino in corsa per il titolo dopo il trionfo della 2 Ore di Pikes Peak e la doppietta nella 2 Ore di Sebring. Decisivo per questo verdetto l’ultimo appuntamento di Laguna Seca, che purtroppo si rivela amaro. Sostituito Hermann alla guida della 333 SP del team Momo, Montermini si produce nella solita rimonta ma conclude 2° alle spalle dei diretti rivali Leitzinger e Paul jr, il cui successo, assieme al 3° posto di Taylor-Van De Poele, premia la Riley Scott-Ford con il titolo.</p>
<p>Nel 1998, ultima stagione IMSA, denominata però Sport Car Gran Prix, il calendario si restringe e dalla serie spariscono appuntamenti di prestigio come Daytona e Watkins Glen. Il destino volle che proprio in quell’anno la Ferrari torni al successo in Florida nella mitica 24 Ore con Moretti, Thyes e Luyendyck. Sebring, gara di avvio della stagione IMSA, si conferma feudo Ferrari con Theys, Baldi e Moretti, che si ripete a Watkins Glen. Taylor e Van de Poele colgono alcuni successi importanti nella serie, concludendola rispettivamente al 2° e 3° posto dietro al vincitore Leitzinger (Riley Scott-Ford), mentre la 333 SP coglie l’ultimo alloro con il titolo costruttori. Si conclude cosi un’avventura che ha dato molto al Cavallino sul piano delle vittorie in pista, ma ancora di più su quello commerciale e dell’immagine.</p>
<h3><strong>SCHEDA TECNICA</strong></h3>
<div class="accordion-group">
<div id="collapse0_3076" class="accordion-body collapse in ">
<div class="accordion-inner">
<table class="table table-striped">
<tbody>
<tr>
<td>Motore</td>
<td>posteriore, longitudinale, 12V 65°</td>
</tr>
<tr>
<td>Alesaggio e corsa</td>
<td>85 x 58,7 mm</td>
</tr>
<tr>
<td>Cilindrata unitaria</td>
<td>333,09 cm3</td>
</tr>
<tr>
<td>Cilindrata totale</td>
<td>3997,11 cm3</td>
</tr>
<tr>
<td>Rapporto di compressione</td>
<td>13:1</td>
</tr>
<tr>
<td>Potenza massima</td>
<td>478 kW (650 CV) a 11.000 giri/min</td>
</tr>
<tr>
<td>Potenza specifica</td>
<td>163 CV/l</td>
</tr>
<tr>
<td>Coppia massima</td>
<td>441 Nm (45 kgm) a 9000 giri/min</td>
</tr>
<tr>
<td>Distribuzione</td>
<td>bialbero, 5 valvole per cilindro</td>
</tr>
<tr>
<td>Alimentazione</td>
<td>iniezione elettronica Weber-Marelli</td>
</tr>
<tr>
<td>Accensione</td>
<td>mono, elettronica</td>
</tr>
<tr>
<td>Lubrificazione</td>
<td>carter secco</td>
</tr>
<tr>
<td>Frizione</td>
<td>multidisco</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
</div>
</div>
<div class="accordion-group">
<div></div>
<div class="accordion-heading"><strong>AUTOTELAIO</strong> <i class="icon"></i></div>
<div id="collapse1_3076" class="accordion-body in collapse">
<div class="accordion-inner">
<table class="table table-striped">
<tbody>
<tr>
<td>Telaio</td>
<td>in composito di fibra di carbonio e nido d’ape in alluminio</td>
</tr>
<tr>
<td>Sospensioni anteriori</td>
<td>indipendenti, quadrilateri trasversali, push-rod, molle elicoidali coassiali con gli ammortizzatori telescopici, barra stabilizzatrice</td>
</tr>
<tr>
<td>Sospensioni posteriori</td>
<td>indipendenti, triangoli trasversali, push-rod, molle elicoidali coassiali con gli ammortizzatori telescopici, barra stabilizzatrice</td>
</tr>
<tr>
<td>Freni</td>
<td>a disco</td>
</tr>
<tr>
<td>Cambio</td>
<td>5 rapporti + RM, sequenziale</td>
</tr>
<tr>
<td>Sterzo</td>
<td>pignone e cremagliera</td>
</tr>
<tr>
<td>Serbatoio carburante</td>
<td>capacità 70 o 100 l</td>
</tr>
<tr>
<td>Pneumatici anteriori</td>
<td>25-11,5-17</td>
</tr>
<tr>
<td>Pneumatici posteriori</td>
<td>27,5-14,5-17</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
</div>
</div>
<div class="accordion-group">
<div></div>
<div class="accordion-heading"><strong>CARROZZERIA</strong> <i class="icon"></i></div>
<div id="collapse2_3076" class="accordion-body in collapse">
<div class="accordion-inner">
<table class="table table-striped">
<tbody>
<tr>
<td>Tipo di carrozzeria</td>
<td>spider, 2 posti</td>
</tr>
<tr>
<td>Lunghezza</td>
<td>4569 mm</td>
</tr>
<tr>
<td>Larghezza</td>
<td>2000 mm</td>
</tr>
<tr>
<td>Altezza</td>
<td>1025 mm</td>
</tr>
<tr>
<td>Passo</td>
<td>2740 mm</td>
</tr>
<tr>
<td>Carreggiata anteriore</td>
<td>1660 mm</td>
</tr>
<tr>
<td>Carreggiata posteriore</td>
<td>1572 mm</td>
</tr>
<tr>
<td>Peso</td>
<td>860 kg a vuoto</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
</div>
</div>
<div class="accordion-group">
<div></div>
<div class="accordion-heading"><strong>PRESTAZIONI</strong> <i class="icon"></i></div>
<div id="collapse3_3076" class="accordion-body in collapse">
<div class="accordion-inner">
<table class="table table-striped">
<tbody>
<tr>
<td>Velocità massima</td>
<td>368 km/h</td>
</tr>
<tr>
<td>Accelerazione 0-100 km/h</td>
<td>3,3 s</td>
</tr>
<tr>
<td>0-400 m</td>
<td>&#8211;</td>
</tr>
<tr>
<td>0-1000 m</td>
<td>&#8211;</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>[AFG_gallery id=&#8217;6&#8242;]</p>
<p>Foto copertina: Mazzocco Alessio</p>
<p>Fotogallery: <a href="https://rmsothebys.com" target="_blank" rel="noopener">https://rmsothebys.com</a></p>
</div>
</div>
</div>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2019/07/23/ferrari-333sp-la-barchetta-del-cavallino-alla-conquista-dellamerica/">Ferrari 333SP: la barchetta del Cavallino alla conquista dell&#8217;America</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Come si leggono le sigle delle gomme?</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2019/06/03/come-si-leggono-le-sigle-delle-gomme/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=come-si-leggono-le-sigle-delle-gomme</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jun 2019 13:47:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[gomme moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccoci con il terzo articolo che compone la guida che Portami in Pista scrive su Giornalemotori, testata da sempre accanto agli appassionati che vivono il motociclismo con divertimento e consapevolezza. Questo capitolo sarà diviso in due parti &#8211; una pubblicata oggi e una a brevissimo – per facilitarne lettura e ritenzione: torna sul sito e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2019/06/03/come-si-leggono-le-sigle-delle-gomme/">Come si leggono le sigle delle gomme?</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-83360" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/06/sigla-gomme-moto.jpg" alt="sigla gomme moto" width="650" height="433" title="Come si leggono le sigle delle gomme? 805" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/06/sigla-gomme-moto.jpg 650w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/06/sigla-gomme-moto-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" />Eccoci con il terzo articolo che compone la guida che <a href="https://www.portamiinpista.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Portami in Pista</strong></a> scrive su <strong>Giornalemotori</strong>, testata da sempre accanto agli appassionati che vivono il motociclismo con divertimento e consapevolezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo capitolo sarà diviso in <strong>due parti</strong> &#8211; una pubblicata oggi e una a brevissimo – per facilitarne lettura e ritenzione: torna sul sito e non perderti la seconda parte tra qualche giorno!</p>
<p style="text-align: justify;">Nei capitoli precedenti abbiamo:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Introdotto i ragazzi di <strong><a href="https://www.portamiinpista.it/" target="_blank" rel="noopener">Portami in Pista</a></strong>, raccontando i loro corsi di guida moto in quasi tutte le piste d’Italia:</li>
<li>Affrontato l’argomento <strong><a href="https://www.giornalemotori.com/2019/04/20/la-pressione-delle-gomme/">pressioni delle gomme</a><br />
</strong></li>
<li>Spiegato <a href="https://www.giornalemotori.com/2019/05/13/come-possiamo-scaldare-le-gomme-della-nostra-moto/"><strong>come scaldare le gomme delle nostre moto in maniera efficace e sicura </strong></a>, e perché sia importante</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Oggi parliamo dell’importanza del profilo e delle misure delle gomme, un aspetto che la maggior parte degli appassionati tende a tralasciare o ignorare quando si tratta di acquistare delle nuove coperture per le nostre moto.</p>
<p style="text-align: justify;">Parte del motivo è che, spesso, date le attuali ricerche tecniche e tecnologie di costruzione, l’utente medio resta più che soddisfatto del treno di gomme che ha appena finito di usare.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra ragione è quella che, la maggior parte delle volte, l’appassionato non è pienamente consapevole di ciò che un tipo di gomma piuttosto che un altro determinano sulla sua moto. Le informazioni in merito disponibili al pubblico sono infatti poche, sparse, e poco chiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa guida non vuole sostituirsi al tuo gommista di fiducia. Piuttosto, mira ad essere un <strong>insieme di consigli volto a farti capire in maniera più completa come le caratteristiche di una gomma possano alterare feeling e maneggevolezza della tua moto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La decisione finale spetterà a te e sarà dettata dalle tue preferenze alla guida: non c’è una singola gomma perfetta per tutte le moto. Inoltre, a parità di moto, non tutti i motociclisti preferiranno la stessa marca e modello di pneumatici. È giusto così, proprio perché è una questione di preferenze e feeling personale.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di andare a vedere che cosa diversi profili e misure di gomme possono determinare sulla (tua) moto, impariamo a leggere quello che le aziende scrivono su ognuna di esse: impariamo la lingua delle gomme.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><em>Cosa significano i codici sulle gomme</em></strong></h3>
<p>Ogni gomma ha sul suo fianco un codice alfanumerico scritto dal produttore. Questo codice universale contiene molte più informazioni di quelle che potresti pensare ad una prima occhiata.</p>
<p>Prendiamo come esempio questo codice e andiamo a leggerlo:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>180/55 ZR 17 M/C (73W) TL</strong></p>
<ul>
<li>180: Il primo numero indica la larghezza della gomma in millimetri. È misurato nel punto di larghezza massima dello pneumatico;</li>
<li>55: Il secondo numero indica quanto &#8211; in percentuale (%) &#8211; la gomma è alta rispetto alla sua larghezza, che in questo caso abbiamo visto essere di 180 mm. In altre parole, il rapporto in % dell’altezza sulla larghezza della gomma.</li>
</ul>
<p>In questo caso, l’altezza della gomma è il 55% di 180 mm, cioè 99 mm.</p>
<ul>
<li>Z: Indica una velocità sopportata dalla gomma. Z, nello specifico, vuol dire “più di 240 km/h”. Questa non è la velocità massima che la gomma regge, che invece verrà espressa più avanti nel codice. Semplicemente, Z indica che questa gomma è capace di andare oltre ai 240 km/h.</li>
<li>R: Radiale. Rappresenta la struttura della nostra gomma. Le più comuni strutture delle gomme da moto sono:</li>
</ul>
<p>&#8211; R: “radiale”. I cavetti che compongono la struttura della tela sono disposti a 90° rispetto alla direzione di marcia</p>
<p>&#8211; B: “<em>belted</em>”, “cinturato”. È dotato di uno strato di tela stabilizzante messo sopra i cavetti, ad angoli diversi</p>
<ul>
<li>17: Il diametro del cerchione su cui monta la gomma. È espresso in pollici.</li>
<li>M/C: “<em>MotorCycling</em>”. Questa è una gomma specifica per moto.</li>
<li>73: L’indice di carico della gomma, cioè il massimo peso che può supportare. In questo esempio 73 vuol dire 365 kg. Quindi la gomma in questo esempio supporta un peso massimo di 365 kg.</li>
</ul>
<p>Su internet trovi facilmente il peso corrispondente ad ogni indice di carico. All’aumentare del numero aumenta anche il peso che indica. Per comodità ti mettiamo alcuni codici qui:</p>
<p>58 = 236 kg                        60 = 250 kg                        63 = 272 kg                        65 = 290 kg</p>
<p>68 = 315 kg                        70 = 335 kg                        72 = 355 kg                        75 = 387 kg</p>
<p>78 = 425 kg                        80 = 450 kg                        82 = 475 kg                        85 = 515 kg</p>
<ul>
<li>W: la massima velocità tollerata dalla gomma, al massimo del carico che può tollerare. Questi due ultimi dati (73 e W) sono messi insieme proprio perché collegati. In questo caso la sigla 73W indica un massimo di velocità di 270 km/h con 365 kg di carico.</li>
</ul>
<p>Su internet trovi facilmente i km/h corrispondenti ad ogni indice di velocità.</p>
<p>Per comodità ti mettiamo alcuni codici qui:</p>
<p>S = 180 km/h                     T = 190 km/h                    U = 200 km/h                    H = 210 km/h</p>
<p>V = 240 km/h                    ZR &gt; 240 km/h                  W = 270 km/h                   Y = 300 km/h</p>
<ul>
<li>TL: “T<em>ubeless”</em>. Una gomma tubeless è una gomma che non ha camera d’aria al suo interno.</li>
</ul>
<p>Anche qui, ci sono varie opzioni:</p>
<p>-TL: pneumatico senza camera d’aria</p>
<p>-TT: pneumatico con camera d’aria</p>
<p>Ci sono poi altre notazioni che i produttori possono utilizzare per indicare caratteristiche specifiche delle loro gomme. Alcuni esempi sono:</p>
<p>&#8211; NHS: pneumatici non per uso autostradale, in quanto non omologati per la strada. È il caso dei pneumatici racing ad utilizzo esclusivo in pista;</p>
<p>&#8211; RF: “<em>reinforced</em>”, “rinforzato”;</p>
<p>&#8211; A: gomma in versione speciale;</p>
<p>&#8211; Front: pneumatico anteriore;</p>
<p>&#8211; Rear: pneumatico posteriore;</p>
<p>&#8211; M+S (o M&amp;S, MS, M-S): “<em>Mud and Snow”</em>: gomma adatta a terreni accidentati, fangosi, nevosi e in generale caratterizzati da intemperie.</p>
<h3><strong><em>Il DOT</em></strong></h3>
<p>Il DOT è un codice alfanumerico che troverai sul lato della tua gomma. Non tutti i produttori di pneumatici riportano il DOT su entrambi i fianchi della gomma: se non lo trovi non disperare, ti basta cambiare lato!</p>
<p>“DOT” è in realtà una sigla che significa <em>Department of Transportation</em>, ovvero l’ente che sul suolo americano è responsabile di legiferare su tutto quello che riguarda i mezzi di trasporto. Infatti, sentirai parlare di DOT non solo in campo di gomme.</p>
<p>La certificazione DOT, per esempio, è un tipo di (discutibile) standard di qualità dei caschi molto usata in America. Fortunatamente in Europa abbiamo la certificazione CE, che a suo modo tende ad essere molto più standardizzata e di conseguenza, a nostro avviso, affidabile.</p>
<p>Ma torniamo alle gomme!</p>
<p>La marcatura DOT indica dunque che quella gomma rispetta gli standard del Department of Transportation americano, e esprime:</p>
<p>&#8211; Codice identificativo dello stabilimento di produzione dello pneumatico;</p>
<p>&#8211; Codice identificativo della misura dello pneumatico;</p>
<p>&#8211; Codice identificativo del produttore dello pneumatico;</p>
<p>&#8211; <strong>Data di produzione dello pneumatico</strong>.</p>
<p>Quando si parla di DOT in campo gomme da moto, di solito si intendono in realtà soltanto gli <strong>ultimi quattro numeri del codice</strong> alfanumerico.</p>
<p>Sono questi infatti a contenere le informazioni importanti per la vasta maggioranza dei motociclisti che sta comprando un nuovo pneumatico o valutandone uno vecchio.</p>
<p>Il motivo è presto detto: <strong>le ultime quattro cifre del DOT indicano la settimana e l’anno di produzione della gomma in questione.</strong></p>
<p>Prendiamo come esempio questo DOT</p>
<p style="text-align: center;"><strong>AH4S C6SJ 4918</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La parte che ci interessa leggere è il “4918”. <strong>Le prime due cifre indicano la settimana di produzione</strong> della gomma. <strong>La terza e quarta cifra indicano l’anno di produzione</strong> della gomma. In questo caso dunque, la gomma in questione è stata prodotta nella 49esima settimana del 2018.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Perché è importante sapere anno e periodo di produzione?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una gomma invecchia nel tempo. Che la si usi o che si tenga la moto in garage, è così.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il passare del tempo <strong>la gomma rilascia e perde alcuni di quei componenti che determinano le sue caratteristiche</strong> elastiche e, di conseguenza, la sua performance.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo processo si chiama vulcanizzazione e causa un <strong>graduale irrigidimento</strong> dello pneumatico fino a che, troppo vecchio, sarà da cambiare in quanto non offrirà più le prestazioni di quando era nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le raccomandazioni UNI 11061 ci dicono che conservare gli pneumatici in luoghi in cui sono protetti dall’umidità, dai raggi del sole e da sbalzi termici ne rallenta il deterioramento. Fare l’opposto lo velocizza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricorda: le gomme si comportano così anche se tenute ferme in garage.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non comprare mai pneumatici con DOT troppo vecchi, anche se hanno pochi km</strong>: ti troveresti per le mani una gomma non efficace e avresti buttato via non pochi soldi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Quando uno pneumatico è da considerarsi troppo vecchio?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se sei arrivato fin qui: bravo! Hai scoperto il contenuto del prossimo articolo, a breve su Giornalemotori!</p>
<p style="text-align: justify;">Per essere aggiornato sul quando uscirà questo e tanti altri articoli, segui la pagina Facebook di <strong><a href="https://www.facebook.com/portamiinpistaa/" target="_blank" rel="noopener">Portami in Pista </a></strong>e<strong> su quella <a href="https://www.instagram.com/portamiinpista/" target="_blank" rel="noopener">instagram</a></strong>!</p>
<p style="text-align: justify;">Gassss!</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Come possiamo scaldare le gomme della nostra moto?</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2019/05/13/come-possiamo-scaldare-le-gomme-della-nostra-moto/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=come-possiamo-scaldare-le-gomme-della-nostra-moto</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 May 2019 06:38:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[gomme moto]]></category>
		<category><![CDATA[termocoperte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Apriamo questo secondo capitolo in cui GiornaleMotori e Portami in Pista collaborano per portare agli appassionati materiale utile e, si spera interessante. Oggi si parla di come scaldare le gomme, argomento meno chiaro di quello che si potrebbe pensare. Nella guida alle pressioni delle gomme abbiamo visto che la gomma, una volta scaldata e con [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82860" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/05/come-scaldare-le-gomme.jpg" alt="come scaldare le gomme" width="570" height="311" title="Come possiamo scaldare le gomme della nostra moto? 808" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/05/come-scaldare-le-gomme.jpg 570w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/05/come-scaldare-le-gomme-300x164.jpg 300w" sizes="(max-width: 570px) 100vw, 570px" />Apriamo questo secondo capitolo in cui GiornaleMotori e <span style="color: #000080;"><strong><a style="color: #000080;" href="https://www.portamiinpista.it/" target="_blank" rel="noopener">Portami in Pista</a></strong></span> collaborano per portare agli appassionati materiale utile e, si spera interessante. Oggi si parla di <strong>come scaldare le gomme</strong>, argomento meno chiaro di quello che si potrebbe pensare.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella <a href="https://www.giornalemotori.com/2019/04/20/la-pressione-delle-gomme/"><span style="color: #000080;"><strong>guida alle pressioni delle gomme</strong></span></a> abbiamo visto che la gomma, una volta scaldata e con la giusta pressione, raggiunge il fatidico <strong><em>range</em> di funzionamento ideale</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo range è una finestra di valori, raggiunta la quale la gomma ci offrirà il massimo del grip che può per più tempo possibile. Insomma, lavorerà al meglio delle sue (e nostre) potenzialità.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle future discussioni daremo come sottointeso l’aver impostato un valore di pressione delle gomme adatto. Per sapere come fare, <a href="https://www.giornalemotori.com/2019/04/20/la-pressione-delle-gomme/"><strong><span style="color: #000080;">leggi qui</span></strong></a>.</p>
<p>Chiedere il massimo da una gomma fredda è prendersi un rischio molto grande e, spesso, vuoi dire scivolare. Una volta che la gomma sarà calda potremmo affrontare qualsiasi cosa – curve, frenate, accelerazioni etc. &#8211; in maniera e velocità completamente differenti.</p>
<p>Questo è vero per le gomme da strada, e ancora più vero per le gomme pistaiole. Più una gomma è pistaiola, più avrà bisogno di essere scaldata bene per offrire il massimo. Ovviamente una gomma orientata verso la pista, una volta scaldata, offrirà un’aderenza molto superiore rispetto ad una gomma stradale che però, a freddo, è meno esigente e “perdona” più facilmente.</p>
<p><strong>La performance che una gomma ci può offrire arriva in maniera progressiva</strong>, grado dopo grado di temperatura. Non pensare che la gomma dia tutto o niente all’improvviso, come se ci fosse un interruttore on-off. L’aderenza offerta parte dal basso e, mano a mano, sale insieme alla temperatura che lo pneumatico raggiunge.</p>
<p><strong>Quando le gomme entrano nella giusta finestra di temperatura, raggiungiamo un “plateau” di grip ottimale</strong>: il limite e il meglio che la gomma piò darci.</p>
<p>Questo concetto non continua all’infinito però: <strong>se superiamo la soglia ottimale di temperature (surriscaldando quindi le gomme) l’aderenza offerta diminuirà</strong>, sempre in maniera più o meno graduale.</p>
<p>Pensa al concetto di grip&amp;temperatura come ad una “V” al rovescio. Il grafico tecnico non è proprio quello, ma è per farti capire e visualizzare l’idea di un’aderenza inizialmente bassa, che poi si alza fino al suo picco, oltre il quale riscende.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Come scaldare le gomme</h2>
<p>Le gomme si scaldano con l’acceleratore e con il freno, in rettilineo. Più precisamente, <strong>la maggior parte del calore nelle gomme si genera con forti accelerazioni e forti frenate, a moto più dritta possibile</strong>.</p>
<p>È durante le fasi di forte accelerazione e forte frenata che, infatti:</p>
<ul>
<li>la carcassa della gomma si flette maggiormente a causa delle forti forze che la attraversano, e</li>
<li>la frizione con l’asfalto è massima, sempre per via delle forze cui la gomma è sottoposta.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Questi due fattori (flessione della carcassa e frizione con l’asfalto) sono i principali generatori di temperatura nelle tue gomme.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si confonda la frizione con l’eventuale slittamento, il quale produce semplicemente un surriscaldamento superficiale della gomma con inevitabile degrado della mescola: la frizione deriva dalla distorsione dell’area di impronta che, sottoposta a forze orizzontali elevate, si accorcia e si allunga pur rimanendo a contatto dell’asfalto e produce una “frizione” su zone più o meno estese del contatto stesso. Da rilevare infine che nel bilancio termico di una gomma tale frizione produce un riscaldamento inferiore per ordine di grandezza rispetto alla deformazione della carcassa – segnatamente dei suoi fianchi – sotto le elevate forze di torsione in senso radiale dovute alla potenza applicata, sia essa proveniente dal motore che dai freni.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Forte non vuol dire brusco.</em> Per portare a temperatura i tuoi pneumatici tutto quello che devi fare <strong>è accelerare a fondo in maniera progressiva e dolce per tutto il rettilineo, poi frenare a fondo in maniera progressiva e dolce fino all’inserimento di curva</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Come vedi, tutto questo può essere fatto e va fatto a moto più dritta possibile, per avere il massimo dell’aderenza. Aderenza = frizione (e sicurezza!) = calore.</p>
<p style="text-align: justify;">La vuoi ancora più facile di così? Segui il pilota-istruttore di <a href="https://www.portamiinpista.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Portami in Pista</strong></a> in quello che fa: è li apposta per aiutare voi corsisti a perfezionare la vostra guida!</p>
<p style="text-align: justify;">In questa fase iniziale non ti curare delle curve e non prenderti rischi inutili, andando a piegare tanto e chiedendo troppo alle gomme. Oltre ad essere inutilmente rischioso, la quantità di calore che riuscirai a generare in curva è quasi irrilevante rispetto a quella che puoi generare in rettilineo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Inizia con angoli di piega bassi, lascia scorrere la moto e sciogliti nei movimenti</strong>. Sfrutta il tempo in curva per risvegliare i sensi, goderti la moto e concentrarti sulla sessione che ti aspetta.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo qualche curva, aumenta un po’ l’angolo di piega e verifica cosa ti dicono la moto e le gomme. Noterai che la stabilità aumenterà progressivamente, la moto ti darà sempre più fiducia e tu ti scioglierai sempre di più.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Resta sulla giusta traiettoria sia in rettilineo che in curva</strong>. È una traiettoria prevedibile per chi, eventualmente più veloce, volesse superarti. Non frenare prima, non mollare all’improvviso il gas in rettilineo.  Se tu sei regolare e prevedibile, sarà compito loro trovare il luogo dove superarti. Se sono più veloci lo faranno di certo. Se non lo sono, il problema non si pone.</p>
<p style="text-align: justify;">Contrariamente a quanto si pensa, andare in pista non vuol dire avere sempre il coltello tra i denti, anzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per scaldare le tue gomme: gas pieno in rettilineo, frena forte, rilassati in curva. Progressività. Facile a dirsi e a farsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto tempo ci vuole per scaldare le tue gomme? Lo vediamo sotto.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Due parole sulle termocoperte</h2>
<p style="text-align: justify;">Se hai le termocoperte (e le hai usate in maniera corretta) le tue gomme saranno sin da subito ad una temperatura <em>quasi</em> ottimale, il che fa diventare quanto descritto fino ad ora non più <em>necessario</em>.Il fatto che non sia necessario non vuol dire che sia inutile farlo comunque, ti spieghiamo perché.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiariamo due cose importanti:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>usare le termocoperte in maniera corretta vuol dire scaldare sia lo pneumatico sia il cerchione, e</li>
<li>le temperature raggiunte con le termocoperte sono sicuramente maggiori rispetto a quelle di chi parte con la gomma “al naturale”, ma raramente sono perfette.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Le termocoperte sono un dispositivo elettrico che può non funzionare a dovere, essere tarato male, essere di cattiva qualità o perdere di precisione nel tempo. All’interno delle termocoperte poi, le resistenze che scaldano la gomma possono essere disposte in vari modi, che hanno efficacia variabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Già solo per questi motivi capisci bene che affidarti ciecamente alle termocoperte non è saggio, e dare comunque una scaldata “alla vecchia maniera” (in pista!) alle gomme ti assicura di raggiungerne la temperatura ottimale. Ovviamente ti basterà meno tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Considera inoltre che fare i primi km con un approccio meno aggressivo in curva ti darà anche modo di scioglierti nei movimenti, permettendo anche a te di arrivare gradualmente al meglio della tua forma per i giri veloci.</p>
<p style="text-align: justify;">In nessuno sport si va al massimo senza essersi prima scaldati, e la moto è uno sport. Nessun corridore inizierebbe lo sprint senza essersi adeguatamente riscaldato. Perfino in MotoGP e Superbike fanno il “giro di riscaldamento”, per cosa credi che sia? Per dare tempo alla moto e al pilota di essere al massimo prima della vera partenza, che è dopo almeno un giro intero.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Ulteriore considerazione: la sicurezza.</h2>
<p style="text-align: justify;">Magari hai le migliori termocoperte sul mercato, le gomme sono perfette e tu sei al terzo turno, sciolto al massimo e pronto a dare tutto sin dalla prima curva. <em>Ma gli altri?</em></p>
<p style="text-align: justify;">In pista non sei da solo, e devi comunque prestare attenzione a chi ti circonda. Non dare mai per scontato che quello che è vero per te lo sia per tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Magari la persona che si appresta ad affrontare la curva dove stai arrivando a cannone vuole prendersi il primo giro per entrare in confidenza con la moto. Nei limiti del normale, ne ha tutto il diritto. Che succede se tu arrivi a 300 all’ora, stacchi al limite e entri alla seconda curva come per fare il tempo da qualifica? Trovarsi qualcuno in traiettoria non è mai piacevole, soprattutto se si è al limite e la differenza di velocità è sostanziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutti questi motivi, anche se hai le termocoperte, è bene iniziare ogni turno in maniera…indovina come? Progressiva.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Come NON scaldare le gomme</h2>
<h3 style="text-align: justify;">1) Andare a zig-zag</h3>
<p style="text-align: justify;">Pratica molto diffusa è quella di andare a zig-zag in pista. Non c’è niente di più inutile e controproducente. Andare a zig-zag non solo non genera una quantità rilevante di calore per le gomme, ma pone anche un rischio per te e per gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando vai a zig-zag infatti stai in realtà chiedendo alla gomma che ti dia grip agli angoli di piega che fai. Finché pieghi poco (come di solito fortunatamente succede) la gomma ti supporta e pensi di starla scaldando. Appena vai oltre alla piega che la gomma fredda riesce a tollerare, rischi seriamente di scivolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, zigzagare in rettilineo ti trasforma in un oggetto con direzione e velocità imprevedibili per chi ti sta dietro. Farai cadere o verrai tamponato da chi sta andando già forte o da chi sta scaldando le gomme nel modo giusto, è solo una questione di tempo. Non farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in TV lo fanno. I piloti di moto che in tv vedi zigzagare non stanno scaldando le gomme, che sono appena uscite dalle termocoperte. Quello che stanno facendo è chiedere aderenza alla gomma, per capire se ce n’è. Per capire se e quanto grip c’è insomma. Scaldare la gomma non c’entra nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Un pilota ha una sensibilità estremamente sviluppata per queste cose. Mettendo letteralmente alla prova la propria gomma è in grado di capire non solo se ha grip oppure no, ma anche quanto grip ci sia in un dato punto della pista.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo perché il giro dopo sarà il primo giro di gara, lui/lei dovrà già star andando al massimo e ci sarà meno tempo per le verifiche. Più informazioni ha, più forte può andare.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste tuttavia sono cose piuttosto difficili e avanzate, ben oltre al livello del pistaiolo zigzagatore tipo. Vuoi provare a sentire il grip anche tu? Prova pure, ma assicurati di non disturbare quelli dietro e tienine a mente utilità e rischi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in TV lo fanno 2. I piloti di macchina zigzagano eccome (e le derapate iniziali sono ormai purtroppo una delle cose più emozionanti che la Formula 1 moderna offre ultimamente).</p>
<p style="text-align: justify;">Lo zigzag in macchina ha senso perché le quattro gomme lavorano sul piano orizzontale. Derapando si flettono i lati dello pneumatico. Come abbiamo visto prima, flessione e attrito generano il calore nella gomma.</p>
<p style="text-align: justify;">Le gomme da moto, semplicemente, lavorano in maniera diversa. Quello che funziona per loro non funziona per noi.</p>
<h3 style="text-align: justify;">2) Qualsiasi altra cosa…</h3>
<p style="text-align: justify;">…che non sia quello che abbiamo visto nella sezione “Come scaldare le gomme in pista”.</p>
<p style="text-align: justify;">La fantasia delle persone non ha limiti, e negli anni ne abbiamo viste davvero tante.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci piace ricordare con un sorriso i burnout prima di entrare, un classico che oltre a scaldare (male) una sola delle due gomme, la distrugge anche. Meravigliosi, ma poco efficaci.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto scenica anche la moto vicino alla brace nella pausa pranzo. Noi di <a href="https://www.portamiinpista.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong><span style="color: #000080;">Portami in Pista</span></strong></a> siamo partiti dalla Romagna, la nostra terra, prima di arrivare ad aiutare motociclisti con i nostri <a href="https://www.portamiinpista.it/Tracks/" target="_blank" rel="noopener"><strong><span style="color: #000080;">corsi di guida in quasi tutte le piste d’Italia</span></strong></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fascino della grigliata ci è irresistibile, quindi lasceremo a te il compito di commentare questa “tecnica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sinceramente non sappiamo cos’altro aspettarci, ma il consiglio valido rimane sempre quello: accelera dolce e a fondo a moto dritta, frena dolce e a fondo a moto dritta, sciogliti e sii progressivo in curva.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Quanto ci vuole per scaldare le gomme?</h2>
<p style="text-align: justify;">La verità è che non c’è un numero di km, curve o giri perfetto per tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono tanti fattori che determinano quanto ci vuole a scaldare le gomme. Alcuni esempi sono la temperatura con cui parti (gomme nude o da termocoperte?), la conformazione del tracciato, il tipo e marca di gomme che hai, se le gomme sono nuove o usate, la pressione, il tuo peso e quello della moto, il clima che c’è e così via.</p>
<p style="text-align: justify;">Come regola generale, se le gomme sono senza termocoperte è bene procedere per gradi durante il primo paio di giri. Dal terzo giro in poi sia tu che le tue gomme dovreste essere in condizione vicino all’ottimale, ma devi verificare la risposta delle tue gomme con la tua moto e con te sopra di volta in volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la pratica diventerai sempre più bravo a capire se hai grip o no, e quanto ne hai.</p>
<p style="text-align: justify;">Con le termocoperte abbiamo visto che il processo è più veloce, e addirittura nel giro di un paio di curve potresti essere già in temperatura…valgono però comunque i consigli sulla sicurezza che ti abbiamo dato prima.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Mi servono le termocoperte?</h2>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo visto come le termocoperte possano essere un valido alleato in una giornata in pista e, per i più esaltati, anche su strada.</p>
<p style="text-align: justify;">Le termocoperte si occupano per te della maggior parte del lavoro dello scaldare le gomme, e ti assicurano di montare in sella con gli pneumatici in temperaturaquasi ottimale. Niente di più, niente di meno.<img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82861" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/05/Termocoperte1.jpg" alt="Termocoperte1" width="540" height="286" title="Come possiamo scaldare le gomme della nostra moto? 809" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/05/Termocoperte1.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/05/Termocoperte1-300x159.jpg 300w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente sono una bella comodità ma, <strong>a meno che tu non faccia gare, non sono in alcun modo una <em>necessità.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se non hai le termocoperte, semplicemente ti servirà un po’ di tempo in più per portare i tuoi pneumatici alla loro temperatura preferita. Fatto ciò con <strong>i consigli che ti abbiamo dato su come scaldare le gomme</strong>, <strong>disporrai dello stesso grip di cui dispone chi monta le termo</strong> su gomme di tipo e condizione simile alla tua.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro benefit delle termocoperte, se usate nella maniera corretta, è quello di prolungare la vita utile dei tuoi pneumatici andando a ridurre il numero di cicli di riscaldamento che le gomme vivranno nell’arco della giornata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un ciclo di riscaldamento</strong> è ciò che lo pneumatico attraversa da quando è freddo, a quando si riscalda, fino a quando ritorna ad essere freddo.</p>
<p style="text-align: justify;">Cercando di essere molto sintetici e glissando sui meccanismi chimici e fisici alla base del funzionamento delle gomme, quello che ti serve sapere è che <strong>con ogni ciclo di riscaldamento si verificano delle reazioni che determinano l’usura dello pneumatico</strong> (parleremo più nel dettaglio di una di queste nella guida al consumo delle gomme). In sostanza, <strong>più volte la gomma da fredda si scalda e poi torna fredda, più la nostra gomma ne soffrirà. Le gomme stradali sono più resistenti</strong> a questo danno, le gomme pistaiole sono più suscettibili.</p>
<p>Utilizzando le termocoperte nel modo corretto -cioè settandole alla giusta temperatura, non eccessivamente calda- riusciremo a stressare meno le nostre gomme. Teniamo sempre presente che la gomma calda tende a perdere le frazioni oleose più volatili rendendo la mescola vieppiù dura e friabile, con conseguente minore grip e maggiore difficoltà a rientrare successivamente in temperatura. Attenzione: questo <strong>non</strong> vuol dire che non consumeremo la gomma, anzi. Semplicemente, la consumeremo in modo più regolare e meno “violento”, di conseguenza la gomma offrirà performance più a lungo.</p>
<p>In conclusione: <em>ti servono le termocoperte?</em> Dipende che motociclista sei. Se fai le gare, sì. Se non le fai e il tuo obiettivo è andare in pista (anche forte) per divertirti e migliorarti, non sono una <em>necessità</em>.</p>
<p>In ogni caso, se usate bene, sono un valido aiuto sia psicologico che tecnico.</p>
<p style="text-align: justify;">Non hai le termocoperte e vuoi provare l’esperienza di usarle, per capire e migliorarti? <a href="https://www.portamiinpista.it/" target="_blank" rel="noopener"><span style="color: #000080;">Portami in Pista</span></a> è qui apposta per formare motociclisti completi. Partecipa ad uno dei <a href="https://www.portamiinpista.it/" target="_blank" rel="noopener"><span style="color: #000080;">corsi di guida moto</span></a>: i nostri piloti professionisti ti supporteranno in praticamente tutte le piste d’Italia fornendoti anche, oltre al corso, tutti gli strumenti per apprendere al meglio! Termocoperte, mappa del circuito con consigli e traiettorie ideali, assistenza tecnica, le riprese mentre guidi e tanto altro materiale.</p>
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		<title>La pressione delle gomme</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Apr 2019 13:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Consigli moto]]></category>
		<category><![CDATA[Portami in Pista]]></category>
		<category><![CDATA[Pressione gomme]]></category>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2019/04/20/la-pressione-delle-gomme/">La pressione delle gomme</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82254" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/04/pressione-gomme-moto.jpg" alt="pressione gomme moto" width="400" height="266" title="La pressione delle gomme 811" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/04/pressione-gomme-moto.jpg 400w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/04/pressione-gomme-moto-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" />Iniziamo con il primo articolo in collaborazione con gli amici di <strong><a href="https://www.portamiinpista.it/" target="_blank" rel="noopener">Portami in Pista</a></strong> dove parleremo di gomme e della loro pressione. La <strong>pressione delle gomme</strong> è fondamentale per far funzionare la nostra moto al meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">La stagione è alle porte e tutti scalpitiamo per la prima pistata. <strong><em>Prima</em></strong> di entrare in pista ci sono alcune cose da fare. Tra le più importanti è regolare la pressione nelle tue gomme, quindi parliamone subito.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli pneumatici sono l’unico punto di contatto tra la tua moto e l’asfalto. Avere la giusta pressione per <em>l’insieme</em> pilota + moto + tipo di gomma è fondamentale sia in termini di sicurezza che di durata e performance degli pneumatici. Pressioni errate alterano grip, usura della gomma, trazione, mandano in crisi le sospensioni e hanno una marea di altre ripercussioni. Tutte, invariabilmente, spiacevoli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Capiamo la pressione</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La pressione si misura in <strong>bar</strong> o <strong>psi</strong> e, in termini rozzi, è ciò viene esercitata da <strong>una forza su una superficie</strong>. In particolare, la forza ha una direzione perpendicolare (90°) sulla superficie in questione. Pensa per esempio ad una mano poggiata su un tavolo, che spinge verso il basso.</p>
<p style="text-align: justify;">Un po’ più in particolare poi, la pressione è il <strong>rapporto</strong> tra la forza applicata e l’area della superficie su cui viene applicata. Se la forza sale, sale la pressione e viceversa. Se l’area su cui la forza viene distribuita aumenta, la pressione scende, e viceversa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gonfia a metà un palloncino e poggialo su un tavolo, tenendoci la mano sopra. Nota come il palloncino si deforma. </em>Il peso che metti sul palloncino è come il peso che la moto mette sulle ruote.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Spingi in avanti cercando di far strisciare il palloncino sul tavolo. Il palloncino striscia bene, ma vedi come si schiaccia in tutte le direzioni?</em> Si deforma tanto, senza ordine.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gonfia ora il palloncino al massimo, al limite dello scoppio. Rimettilo sul tavolo e spingilo avanti di nuovo. Il palloncino tenderà a non deformarsi, ma sarà facile che per muoversi in avanti procederà a saltelli, staccandosi dal tavolo per un attimo più volte.</em> Il palloncino così gonfio (pressione interna molto alta) non si schiaccia, non accomoda il movimento, è rigido, nervoso e perde il contatto con il tavolo facilmente. Contatto = grip, ricorda.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ora sgonfialo solo un po’, e riprova.</em> Noterai che tra i due estremi descritti risiede un <strong>range di gonfiaggio</strong> che permette al palloncino di scivolare bene ma non deformarsi troppo, essere accomodante ma sostenuto allo stesso tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Hai trovato il range di gonfiaggio che determina una pressione interna al palloncino ideale. Una pressione che permette al palloncino di restituire sufficiente resistenza per non deformarsi troppo (surriscaldamento gomme, ricordiamo che le gomme si scaldano per deformazione e non perché rotolano!) ma comunque accomodare a sufficienza i movimenti (miglior grip, contatto con asfalto e temperatura gomme).</p>
<p style="text-align: justify;">Le nostre gomme funzionano in maniera simile a questo esempio grossolano, che serviva solo a farti capire.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando alla realtà della moto &#8211; che è più complessa &#8211; purtroppo non c’è un numero di bar (o psi) magico che andrà bene in ogni condizione per te, la tua moto e le tue gomme: a seconda della situazione sarà opportuno modificare il valore pressorio delle coperture (perfino sulla stessa moto, con le stesse gomme, con lo stesso pilota).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Inizio della giornata: impostiamo un valore di pressione di partenza</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Prima di partire con la moto, è il momento di impostare un valore pressorio <em>di partenza</em>. Diciamo di partenza perché, come vedrai più sotto, <strong>dovrai rimisurare la pressione delle tue gomme più volte durante la giornata</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ora sappi che queste molteplici misurazioni ti serviranno a capire quanto effettivamente questo valore cambia durante l’utilizzo della moto, e saranno la tua guida per <strong>apportare le modifiche necessarie</strong> alla pressione con cui eri partito.</p>
<p style="text-align: justify;">Di buono c’è che le gomme operano al meglio entro un certo <strong><em>range</em></strong> di temperature e pressioni. Il concetto di range è importante perché ci dice che non sarà <em>necessario</em> raggiungere un valore millimetrico e perfetto per ottenere performance e durata massima. Il nostro obiettivo sarà quello di ottenere il valore pressorio di partenza che ci permetta di entrare in questo range una volta che le gomme saranno calde e pronte, a moto in marcia. Più sarai vicino al range (o dentro ad esso), meglio sarà.</p>
<p style="text-align: justify;">È <em>fondamentale</em> per tutti arrivare alla pressione perfetta? Sinceramente, no. Ma sarebbe meglio. <strong>La maggior parte dei motociclisti (dal neofita fino al pistaiolo veloce) non avrà di certo <em>necessità</em> di avere la moto tarata al millimetro e millipsi per divertirsi e migliorarsi in pista</strong>, che dovrebbe essere l’obiettivo della sua giornata.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi, una volta presa una pressione di riferimento sufficientemente buona, <strong>le cose alle quali dovrà dedicare la sua attenzione saranno la sicurezza, la tecnica di guida, la comprensione della moto e, ancora, a divertirsi</strong>. Che poi è quello che si affronta nei <strong>corsi di guida con pilota professionista</strong> che <strong>Portami in Pista</strong> tiene in quasi tutte le piste d’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Più si sale di “livello”, più si chiede alle gomme, migliore dovrà essere il setting della moto – gomme incluse. Le necessità di un pilota sono diverse da quelle di un pistaiolo esperto, che sono diverse da quelle di un neofita. È una questione di gradualità, quindi non stare ad impazzire dietro a un millipsi di pressione, ci sono cose più importanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo non vuol dire disinteressarsene completamente, ma approcciare in modo razionale e lucido le priorità che si hanno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono vari <strong>fattori che, insieme, vanno a determinare la pressione migliore per le tue gomme</strong>. Andiamo a vederne alcuni:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><strong>Peso:</strong> Il peso della moto + pilota <em><u>vestito</u></em> gravano sulla gomma, determinando in parte quanto la gomma si deformerà al contatto con l’asfalto.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>(Pensa al palloncino di prima: se ci posi la mano sopra si deforma poco. Più spingi in basso con la mano, che è come aumentare il peso, più si deforma).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, un certo peso richiederà una certa pressione a sostegno, un peso diverso una pressione diversa. Aggiungi o togli peso sulla moto? Da una persona passi a viaggiare in due? La pressione di partenza dal box andrà modificata in accordo con quanto peso è cambiato.</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><strong>Carcassa della gomma:</strong> alcune gomme hanno carcasse molto morbide. Per essere sostenute necessitano di una pressione un po’ più alta rispetto alle gomme con carcasse più rigide.</li>
<li><strong>Temperatura della gomma:</strong> la temperatura è un altro determinante <u>chiave</u> della pressione. Se la temperatura delle gomme si alza, si alza la pressione all’interno delle gomme. Se la temperatura delle gomme poi si abbassa, la pressione la scende.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Se imposti la pressione con le gomme fredde dovrai tenere a mente che quando le gomme si scalderanno, in pista, la loro pressione salirà rispetto a quella che avevi impostato tu.</em> La differenza può essere di finanche 5-6 psi (1 bar = 14,5 psi), che non è poco.</p>
<p style="text-align: justify;">Se invece imposti la pressione a gomme calde e mantieni un buon ritmo, la variazione sarà molto meno rilevante.</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><strong>Temperatura dell’ambiente:</strong> influenza come e quanto si scalderanno le tue gomme. Il sole di agosto richiede una pressione diversa dalla giornata mite di aprile (abbiamo più volte parlato di <a href="https://www.giornalemotori.com/2016/08/31/brno-bilancio-energetico-pmeumatici/"><strong>bilancio energetico del pneumatico</strong></a>).</li>
<li><strong>Stile di guida:</strong> lo stile di guida impatta molto su quanto stressi la gomma e su quanto e come la riscaldi. Sei molto di traverso e lasci la tua firma sull’asfalto ogni volta che puoi? Questo ha un impatto sulla gomma e sulla sua temperatura superficiale che, come vedremo, modificherà il consumo della gomma.</li>
<li><strong>Tipo di gomma:</strong> una gomma da pista è costruita per offrire il massimo con pressioni di partenza anche molto più basse rispetto ad una gomma stradale, rispetto alla quale si scalda molto di più.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Questi sono tra i fattori principali che chiunque, a prescindere dall’esperienza che ha di moto e di pista, dovrebbe tenere a mente prima di impostare la pressione di partenza delle proprie gomme.</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo pressione di partenza perché tante volte ci è difficile sapere il valore giusto sin da subito, e ci troveremo a modificarlo durante la giornata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Come trovo la migliore pressione di partenza delle gomme?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che ti serve è un buon valore di partenza, che ti faccia iniziare la giornata in maniera sicura. Poi, probabilmente dovrai modificarlo un po’ (abbiamo visto perché).</p>
<p style="text-align: justify;">Fonti attendibili sono:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><strong>Il produttore</strong>: tutti i produttori di gomma hanno un sito internet, quasi sempre vi troverai l’indicazione che cerchi. Non guardare qualsiasi loro gomma però: informati sul tuo modello specifico e per l’uso pista/strada che ne farai.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Se non trovi niente puoi sempre andare alla loro sede, chiamarli, o scrivere loro una mail indicando moto, modello di gomma e tipo di utilizzo.</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><strong>Un pilota-istruttore di guida Portami in Pista</strong>: i nostri istruttori sono sempre a disposizione per aiutare gli appassionati, che tua sia un nostro corsista o meno. Cerca qualcuno con la nostra maglietta (è rossa e gialla, si nota), un nostro logo, o chiedi in giro di noi. Il pilota saprà dirti dove cercare o direttamente con cosa cominciare, basandosi anche sulla tua corporatura e quindi personalizzando un po’ il suggerimento.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Da noi gli appassionati sono a casa, non essere timido.</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><strong>Rivenditore ufficiale</strong>: spesso in pista troverai un rivenditore ufficiale di gomme, interrogalo sulla pressione giusta per le tue. Se sono della sua marca dovrebbe saperti indicare con precisione, se non lo sono potrebbe non saperlo.</li>
<li><strong>Altri motociclisti</strong>: Attenzione! Questa opzione è da tenere come ultimissima alternativa, se sei proprio perso. Vedi chi ha le tue stesse gomme e la moto più simile possibile alla tua. È facile che si siano informati sulle loro pressioni, e ti daranno il loro riferimento. Prendilo assolutamente con le pinze, anche se li vedi girare “forte”.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><strong><em>Quando imposto la pressione delle gomme?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’ideale è farlo a gomme calde, perché così la pressione che imposti nel box rimarrà quasi invariata nell’arco della sessione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, <strong>se hai le termocoperte, impostala quando le gomme sono calde</strong>. Per scaldare una gomma ad inizio giornata può volerci anche un’ora: controlla le termo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se non le hai, regolala prima di entrare in pista</strong>. Sappi tuttavia che con lo scaldarsi delle gomme la pressione salirà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Prova, misura, riprova, rimisura</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Finalmente scendi in pista! Soprattutto se è la prima sessione, presta attenzione al riscontro che la moto ti restituisce. Non è sempre facile capirlo, ed è una cosa che verrà con l’esperienza. Non controllare solo a fine giornata: pressioni molto sbagliate rovinano le gomme in fretta: meglio correggere gli eventuali errori subito.</p>
<p style="text-align: justify;">Noti reazioni strane, diverse, senti la moto instabile? La gomma si sta consumando in modo innaturale (<em>presto pubblicheremo una guida anche sul consumo delle gomme!</em>), irregolare? Tutti questi sono segnali che possono indirizzarti a pensare a pressioni sbagliate.</p>
<p style="text-align: justify;">Appena esci dalla pista, misura la pressione delle gomme e annotala da qualche parte. <strong>La pressione va misurata sempre nelle stesse condizioni</strong>. La condizione migliore per misurarla è <strong>a caldo, appena esci dalla pista</strong>, perché è quella che riflette di più la pressione che hai durante la sessione, a gomme calde.</p>
<p style="text-align: justify;">Se avrai misurato correttamente, avrai un’idea sufficientemente accurata su che pressioni hanno le tue gomme mentre sei in pista. Se il valore è fuori range, modificalo con un compressore per avvicinartici il più possibile. Ripeti questa operazione dopo ogni turno, soprattutto se noti segni di usura innaturale della gomma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Veloci note finali</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Assicurati che il tuo manometro sia ben tarato!</strong> Anche i migliori manometri, nel tempo, perdono efficacia. Poi ci sono quelli di qualità scarsa, che nascono proprio starati.</p>
<p style="text-align: justify;">Usa il manometro della pista o del gommista, poi confrontalo con il tuo. Fai sempre un controllo ad inizio giornata. Pensa se tutti i tuoi sforzi venissero vanificati da un manometro che segna 0,5 bar in meno rispetto al vero valore! Ti assicuriamo che non è un’evenienza rara.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pista bagnata</strong>: una pista bagnata non è assolutamente motivo per smettere di girare anzi, è un’occasione per non trovare il “traffico” di tutti quelli che non vogliono girare se l’asfalto non è perfetto secondo i loro standard!</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente lo stile di guida, il margine che ti devi tenere e la velocità cambiano. Sii più cauto e più “dolce”, ma non lasciare che paure immotivate ti facciano perdere l’occasione menzionata poco fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Assicurati che la pressione delle tue gomme sia <strong>alta abbastanza da non far comprimere le scanalature della gomma</strong>, altrimenti non saranno in grado di evacuare acqua a sufficienza per garantirti contatto con l’asfalto e grip necessario.</p>
<p>Per ora abbiamo finito qui, ci vediamo alla prossima lettura che tratterà su come si scaldano le gomme in pista.</p>
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		<title>Debriefing 2019 &#8211; Termas de Rio Hondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Apr 2019 16:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-81959" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/04/gomme-argentina.jpg" alt="gomme argentina" width="887" height="457" title="Debriefing 2019 - Termas de Rio Hondo 813" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/04/gomme-argentina.jpg 887w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/04/gomme-argentina-768x396.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/04/gomme-argentina-300x155.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/04/gomme-argentina-696x359.jpg 696w" sizes="(max-width: 887px) 100vw, 887px" />In colpevole ritardo eccoci al debriefing della gara argentina. A parziale scusante, ho avuto il mio daffare con qualche debriefing in gare molto meno titolate ma che mi riguardano più da vicino, e non pensiate sia più semplice: spesso e volentieri il feedback dei piloti non è esattamente iperprofessionale e occorre un vero e proprio terzo grado per cavarne fuori le indicazioni necessarie. Devo dire però che anche Rio Hondo mi ha imposto di rivedere tutta la gara più e più volte per riuscire a dare un senso all&#8217;accaduto. Cominciamo.</p>
<p>Rossi strepitoso: non tanto per la guida, ci mancherebbe, ma per la sua capacità di non farsi condizionare dalle scelte altrui. Decide per un assetto agile e nervoso, da battaglia, con la mescola media al posteriore e non cambia idea neppure quando i primi della griglia partono con le soft: nei giri finali la sua scelta gli dà ragione e gli consente di agguantare la piazza d&#8217;onore ai danni di un Dovizioso con chiari problemi di trazione. E  proprio da questo fatto parte la considerazione: perchè c&#8217;era una soft sulla Ducati che pure ha una trazione sicuramente maggiore della Yamaha?</p>
<p>La sola risposta plausibile, a mio avviso, è per questioni di strategia. Dalle immagini mi è apparso abbastanza chiaro che la Ducati non brillasse per maneggevolezza, e questo è il sintomo più evidente di un assetto basso in coerenza con la scelta della gomma soft. Probabilmente la ragione è che in Ducati, forti di una migliore gestione della gomma rispetto alla Honda, si è deciso di applicare la logica del Match Race: il più forte fa la scelta del suo avversario, giusta o sbagliata che sia, in quanto a parità di condizioni alla fine avrà comunque la meglio. La scelta non è illogica, soprattutto in considerazione del discusso sistema di raffreddamento della gomma posteriore: nei giri finali avremmo assistito al consueto corpo a corpo tra Dovizioso e Marquez, con lo spagnolo in crisi di motricità. Ma stavolta il diavolo ci ha messo la coda.</p>
<p>Ed è un diavolo che ha un nome e un cognome: Marc Marquez. Tenta il tutto per tutto e sceglie una soft su una moto dotata già di elevatissima motricità. La tiene bassa per evitare impennate eccessive e fa i primi giri come una qualifica, mettendo tra sè e gli avversari quanto basta per tirarsi fuori dai duelli. A gomma fresca in queste prime fasi va tutto benissimo, si tratta solo di evitare battaglie inutili per passare prima possibile a mappe meno aggressive in modo da risparmiare quanto resta delle gomme e da scegliere le traiettorie meno forzate. Sicuramente un azzardo riuscito, mentre alle sue spalle gli inseguitori erano impegnati a stressare le rispettive gomme nei duelli all&#8217;ultima frenata per rubarsi la posizione. A fine gara proprio da quel drappello è uscito Rossi con la sua media posteriore ancora in condizioni decorose.</p>
<p>Della partita sarebbe stato anche l&#8217;ottimo Crutchlow, penalizzato da una decisione che non voglio commentare. Mi limiterò semplicemente a rilevare che ogni decisione è una precisa responsabilità del Direttore di gara, il quale si avvale di tanti strumenti &#8211; tra i quali i sensori sotto l&#8217;asfalto sulla griglia di partenza &#8211; che però sono solo di ausilio e non comportano alcun automatismo nel comminare penalizzazioni. Spetta al Direttore, sulla base &#8220;anche&#8221; delle segnalazioni elettroniche, acquisire ogni altro elemento &#8211; compreso il video &#8211; per stabilire se effettivamente ci siano gli estremi per contestare la partenza anticipata: non basta il semplice beep di un sensore per lavarsene pilatescamente le mani. Peccato davvero, Crutchlow aveva fatto un grande setting e poteva legittimamente puntare al podio. Solidarietà a Lucio Cecchinello, non è la prima volta che paga colpe che non ha.</p>
<p>Restano gli equilibri tecnici già visti, con una Ducati potenzialmente più efficace &#8211; ma non sempre settata al meglio delle possibilità &#8211; e le concorrenti giapponesi che spesso tengono botta più per merito dei loro piloti che per una reale superiorità tecnica.</p>
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		<title>Debriefing 2019 &#8211; Qatar, Losail</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Mar 2019 07:33:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima gara del 2019, stessi problemi del 2018 o quasi: questione davvero di sfumature, con la Ducati più equilibrata e gli altri ad inseguire. Facciamo le prime considerazioni sulle caratteristiche delle varie moto a partire dal loro comportamento dinamico. Poche centinaia di metri dopo il via balza all’occhio la differenza tra la Ducati in testa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Prima gara del 2019, stessi problemi del 2018 o quasi: questione davvero di sfumature, con la Ducati più equilibrata e gli altri ad inseguire. Facciamo le prime considerazioni sulle caratteristiche delle varie moto a partire dal loro comportamento dinamico.</p>
<p style="text-align: justify;">Poche centinaia di metri dopo il via balza all’occhio la differenza tra la Ducati in testa e la Honda immediatamente incollata dietro: viaggiano più o meno alla stessa velocità ma durante la percorrenza – anzi, già in fase di impostazione – la moto giapponese deve piegare qualche grado in più nonostante l’acrobatico Marquez si sporga assai più del pulitissimo Dovizioso.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-81639" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/03/Immagine4.jpg" alt="Immagine4" width="985" height="603" title="Debriefing 2019 - Qatar, Losail 816" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/Immagine4.jpg 985w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/Immagine4-768x470.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/Immagine4-300x184.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/Immagine4-696x426.jpg 696w" sizes="(max-width: 985px) 100vw, 985px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Facile dedurre la prima caratteristica: la Honda continua ad avere il baricentro basso e più  arretrato della moto italiana. Il prosieguo della gara conferma questa certezza: la Honda frena forte ma dritta, e se entra veloce non riesce a curvare alla medesima velocità della Ducati. Di conseguenza deve rallentare fino a velocità inferiori, svoltare e accelerare daccapo: nel frattempo Dovizioso gira stretto, percorre più veloce ed esce dalle curve nuovamente in testa. Non è un caso che l’incrocio di traiettoria all’ultima curva si risolva sempre allo stesso modo, al punto che è lo stesso Dovizioso a lasciare al suo interno una porta socchiusa e ad invitare Marquez all’entrata garibaldina: sa benissimo che uno spazio così stretto obbligherà Marquez ad entrare quasi dritto e a frenare con troppa energia qualche metro più in là, lasciandogli la porta spalancata per il controsorpasso a gas spalancato.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scotto di questo centraggio lo paga tutto Lorenzo, costola o non costola. Il maiorchino guida rotondo e piegatissimo da quando è nato, anche su moto con centraggio alto e avanzato: con la Honda fatica tantissimo, arriva spesso al limite della spalla e continua ad essere lento in curva. La guida sporca col posteriore in drift non è nelle sue corde in generale, ma sollevare la moto sulle sospensioni  porterebbe a trasferimenti di carico e a reazioni del link posteriore anche più difficili da gestire, col rischio di perdere l’avantreno appena riprende il gas in mano. E stavolta ho paura che non basti una sella più alta o un serbatoio diverso, il momento di inerzia rispetto all’asse X (la resistenza della moto al rollio attorno al baricentro) vanificherebbe il vantaggio teorico di un baricentro mediamente più alto.</p>
<p style="text-align: justify;">Crutchlow dal canto suo se la cava con onore: si sbatte sulla sella come pochi e riesce a domare fisicamente col suo peso una Honda più alta delle gemelle Repsol. Forte dell’esperienza Ducati negli anni bui, meglio di altri sa come contrastare istintivamente una ciclistica che continua ad avere nella percorrenza e nelle inversioni di piega il suo punto debole.</p>
<p style="text-align: justify;">Se dell’Aprilia e della KTM posso dire poco a causa della scarsità di immagini disponibili, posso però supporre che la struttura di entrambe, più la prima che la seconda, non sia così sbagliata e che i loro problemi non derivino da un progetto da rivedere quanto alla relativa mancanza di adeguato sviluppo di tutto il mezzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Yamaha e Suzuki continuano a sembrare cugine prime, con un leggero vantaggio della celestona per quanto riguarda alcuni equilibri che nella moto di Iwata appaiono ancora troppo precari: in particolare nella Suzuki il minore sfruttamento degli extracarichi di trazione la rendono forse un po’ meno performante su piste ad elevata aderenza ma anche meno sensibile al peggiorare delle condizioni, con reazioni meno brusche e più prevedibili e con un comportamento ciclistico più progressivo. La Yamaha, al contrario, a fronte di un progetto portato all&#8217;estremo si ritrova con un range di utilizzo molto ridotto e con la tendenza a massacrare le gomme appena le condizioni si discostano da quelle ideali. In quest&#8217;ottica non mi ha stupito un Vinales che durante le prove a gomme fresche spara un tempone impossibile da mantenere per più di due giri mentre Rossi più concretamente cerca di lavorare sulla lunga distanza e si preoccupa più della durata che della prestazione secca: il risultato finale qui a Losail gli dà ragione, ma su piste più calde e/o più scivolose non sarà semplice trovare la quadra. In definitiva, stabilito che la moto più veloce è quella che riesce a sfruttare meglio le sue gomme, tra le due cugine a quattro cilindri in linea quella più performante nell&#8217;arco dell&#8217;intera stagione sembra essere la Suzuki: col senno del poi poteva essere la moto perfetta proprio per Lorenzo, e non è un caso che riesca ad essere facile e veloce in mano a due piloti non certo veterani della massima cilindrata e delle traiettorie spigolose. E forse il suo maggiore difetto, anche questo si è visto qui in Qatar, sta nel fatto che Rossi ce l&#8217;ha la Yamaha.</p>
<p style="text-align: justify;">Per finire, lascia il tempo che trova la solita querelle sui diversi “supermotori” ora dell’uno e ora dell’altro: quando le percorrenze sono così diverse da condizionare pesantemente la velocità e l’angolo di piega da cui si è costretti a ripartire, si fa in fretta a prendere un granchio. Per il momento posso solo dire che tutti i motori spingono abbastanza da chiamare l’elettronica a tagliare i cavalli in accelerazione, quindi il problema principale resta il centraggio coi conseguenti carichi verticali e con i relativi limiti nella rapidità di rollio, nell’angolo di piega e nella velocità minima durante la curva. E la Ducati che abbiamo visto sta una spanna sopra le altre moto, a meno che &#8220;qualcuno&#8221; non sbagli gomme 😉</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-81642" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/03/2019-03-14_083027.jpg" alt="2019 03 14 083027" width="668" height="444" title="Debriefing 2019 - Qatar, Losail 817" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/2019-03-14_083027.jpg 668w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/2019-03-14_083027-300x199.jpg 300w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></p>
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		<item>
		<title>I FRENI BREMBO PER LA MOTOGP 2019: TUTTE LE TENDENZE RIGUARDANTI I COMPONENTI FRENANTI DELLA CLASSE REGINA</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2019/03/05/i-freni-brembo-per-la-motogp-2019-tutte-le-tendenze-riguardanti-i-componenti-frenanti-della-classe-regina/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=i-freni-brembo-per-la-motogp-2019-tutte-le-tendenze-riguardanti-i-componenti-frenanti-della-classe-regina</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Mar 2019 01:30:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[2019]]></category>
		<category><![CDATA[Brembo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per la quarta stagione consecutiva tutti i 22 piloti della MotoGP hanno deciso di affidarsi agli elevati livelli di performance, affidabilità e sicurezza garantiti dai componenti Brembo: pinze freno, dischi, pompe freno, pompe frizione e pastiglie. Da quando la classe MotoGP è stata introdotta &#8211; nel 2002 &#8211; tutti i 296 GP disputati sono stati [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2019/03/05/i-freni-brembo-per-la-motogp-2019-tutte-le-tendenze-riguardanti-i-componenti-frenanti-della-classe-regina/">I FRENI BREMBO PER LA MOTOGP 2019: TUTTE LE TENDENZE RIGUARDANTI I COMPONENTI FRENANTI DELLA CLASSE REGINA</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Per la quarta stagione consecutiva tutti i 22 piloti della MotoGP hanno deciso di affidarsi agli elevati livelli di performance, affidabilità e sicurezza garantiti dai componenti Brembo: pinze freno, dischi, pompe freno, pompe frizione e pastiglie.</p>
<p>Da quando la classe MotoGP è stata introdotta &#8211; nel 2002 &#8211; tutti i 296 GP disputati sono stati vinti da moto dotate di freni Brembo. La serie vincente marchiata Brembo è però ben più lunga nel campionato poiché sin dal 1995 tutti i GP sono stati vinti da moto equipaggiate con freni dell’azienda bergamasca.</p>
<p>L’Azienda leader nella produzione di impianti frenanti prosegue nel lavoro di ricerca e sviluppo, per garantire ai piloti le massime prestazioni, l’ottimizzazione del feeling e l’assoluta sicurezza. Brembo, inoltre, risponde alle richieste dei diversi team, offrendo la maggiore “personalizzazione” possibile dell’impianto frenante, legata alla soddisfazione delle specifiche esigenze dei piloti.</p>
<p>Per la stagione 2019, un’ampia gamma di soluzioni tecniche consentirà a Brembo di garantire a ciascun pilota la possibilità di personalizzare l’impianto frenante della propria moto in funzione del proprio stile di guida, delle caratteristiche del tracciato e della strategia di gara.</p>
<p>I tecnici Brembo, che lavorano a stretto contatto con i team, prevedono un comportamento di frenata non molto mutato rispetto alla scorsa stagione, con numerose opzioni relative ai dischi freno, alle pompe freno e alle ruote.<br />
<img decoding="async" class="size-large wp-image-81458 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/03/Brembo-braking-system-function-in-MotoGP-1-1024x589.png" alt="Brembo braking system function in MotoGP 1" width="1024" height="589" title="I FRENI BREMBO PER LA MOTOGP 2019: TUTTE LE TENDENZE RIGUARDANTI I COMPONENTI FRENANTI DELLA CLASSE REGINA 820" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/Brembo-braking-system-function-in-MotoGP-1-1024x589.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/Brembo-braking-system-function-in-MotoGP-1-768x441.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/Brembo-braking-system-function-in-MotoGP-1-300x172.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/Brembo-braking-system-function-in-MotoGP-1-696x400.png 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/Brembo-braking-system-function-in-MotoGP-1.png 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><br />
<strong>Otto soluzioni di dischi freno in carbonio</strong></p>
<p>La maggior parte dei piloti dovrebbe orientarsi su dischi da 340 mm, dividendosi tra High Mass (a fascia alta) e Standard Mass (a fascia bassa). Alcuni team invece continueranno ad utilizzare i dischi Standard e High Mass da 320 mm. Inoltre, per ciascun formato di disco freno e pastiglia, sono disponibili due diverse mescole di carbonio che differiscono per bite iniziale e resistenza alle alte temperature. Complessivamente, le diverse opzioni che Brembo mette a disposizione dei piloti relativamente alla scelta dei dischi freno sono composte da quattro geometrie di disco e ogni geometria di disco ha due specifiche di materiale (High Mass e Standard), per un totale di otto soluzioni.</p>
<p>Sono ormai sempre di più i piloti che rinunceranno ai dischi in acciaio anche in presenza di precipitazioni atmosferiche. Il carbonio assicura un triplice vantaggio: riduzione delle masse non sospese, coefficiente d’attrito identico dalla partenza all’arrivo e assenza di problemi di coppia residua che invece possono affliggere i dischi in acciaio.</p>
<p><strong>Due tipologie di impianti con pompa pollice</strong></p>
<p>Diversi sono poi le tipologie di pompe freno a disposizione dei team, in termini di interasse. Questa caratteristica permette di adattare sia la corsa sia la “reattività” del comando in funzione del feeling del pilota. Su ogni moto è inoltre presente il remote adjuster, utilizzato dal pilota con la mano sinistra per regolare la posizione della leva freno, anche a moto in movimento. Brembo segnala che oltre un terzo dei piloti della MotoGP usa regolarmente la pompa pollice. Questa soluzione tecnica, introdotta da Brembo negli anni Novanta per aiutare Mick Doohan, permette l’attivazione del freno posteriore premendo un’apposita leva posta sul semi-manubrio sinistro.</p>
<p>Due sono le varianti di impianto con pompa pollice in uso nel 2019: la più diffusa si caratterizza per un unico circuito della pompa pollice e del pedale, servendosi di una pinza posteriore a due pistoni. L’alternativa, invece, dispone di due circuiti separati, ciascuno dei quali agisce su due dei quattro pistoni della pinza posteriore. Nel primo caso un sistema esclude l’altro, nel secondo possono operare in contemporanea. Da quest’anno inoltre è stata introdotta una variante della pompa pollice classica, che prende il nome di pompa push &amp; pull: progettata con un nuovo design ottimizzato per garantire la massima efficienza, ha un doppio funzionamento e può essere azionata sia a pollice sia ad indice, a seconda della preferenza del pilota. L’utilizzo di questa pompa mediante l’indice prevede che venga montata sulla leva con una rotazione di 180° rispetto all’uso a pollice: questo ne aumenta la modulabilità e la presa sulla leva in fase di decelerazione.</p>
<p><strong>Le ruote Marchesini con la novità del cerchione a 5 razze</strong></p>
<p>Anche per la stagione 2019 le ruote in magnesio forgiato Marchesini equipaggiano la maggior parte dei piloti della MotoGP, ben 7 team su 11. I cerchi Marchesini sono a 5 razze a Y o a 7 razze per quanto riguarda l’anteriore e a 7 razze per il posteriore. Le ruote Marchesini, marchio del Gruppo Brembo, assicurano alle moto un risparmio di peso, favorendo l’accelerazione e la maneggevolezza nei cambi di direzione e durante le fasi più critiche: in entrata curva a freno tirato, in percorrenza curva ad angoli di rollio elevati (fino a 60°) e in uscita curva a gas aperto, sempre con la moto inclinata.</p>
<p><img decoding="async" class="size-large wp-image-81460 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/03/Difficulty-of-the-2019-MotoGP-circuits-for-the-braking-systems-859x1024.jpg" alt="Difficulty of the 2019 MotoGP circuits for the braking systems" width="859" height="1024" title="I FRENI BREMBO PER LA MOTOGP 2019: TUTTE LE TENDENZE RIGUARDANTI I COMPONENTI FRENANTI DELLA CLASSE REGINA 821" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/Difficulty-of-the-2019-MotoGP-circuits-for-the-braking-systems-859x1024.jpg 859w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/Difficulty-of-the-2019-MotoGP-circuits-for-the-braking-systems-768x916.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/Difficulty-of-the-2019-MotoGP-circuits-for-the-braking-systems-300x358.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/Difficulty-of-the-2019-MotoGP-circuits-for-the-braking-systems-696x830.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/03/Difficulty-of-the-2019-MotoGP-circuits-for-the-braking-systems.jpg 900w" sizes="(max-width: 859px) 100vw, 859px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h5>Fonte dati: BREMBO</h5>
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		<title>Best Engine: Motore Volkswagen EA211 1.0 Litri TSI, tre cilindri.</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2019/03/02/best-engine-motore-volkswagen-ea211-1-0-litri-tsi-tre-cilindri/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=best-engine-motore-volkswagen-ea211-1-0-litri-tsi-tre-cilindri</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Mar 2019 14:47:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>la Volkswagen si è ricordata di essere un colosso della meccanica ed ha preso il suo EA211 ricavando un eccellente motore tre cilindri 1.0 litri TSI che riesce a dare pan per focaccia al motore Ford che per inciso resta ancora uno dei migliori della sua categoria.  Un propulsore talmente versatile per potenza ed erogazione  da potersi adattare facilmente a tutta la gamma Volswagen oltre che ai marchi che fanno parte del gruppo, andattandosi alle citycar, come le utilitarie fino ai SUV di una certa stazza senza sfigurare.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Vincere non è così difficile, ma come amava dire il Vecchio Ferrari il problema è restare al vertice. Il motore Ford 1.0 Litri EcoBoost già oggetto della nostra rubrica è stato per anni il piccolo motore sotto i 1000cc più apprezzato del mercato. Poi la Volkswagen si è ricordata di essere un colosso della meccanica ed ha preso il suo EA211 ricavando un eccellente motore tre cilindri 1.0 litri TSI che riesce a dare pan per focaccia al motore Ford che per inciso resta ancora uno dei migliori della sua categoria.&nbsp; Un propulsore talmente versatile per potenza ed erogazione&nbsp; da potersi adattare facilmente a tutta la gamma Volswagen oltre che ai marchi che fanno parte del gruppo, andattandosi alle citycar, come le utilitarie fino ai SUV di una certa stazza senza sfigurare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il propulsore EA211 1.0 Litri TSI è un&nbsp; tre cilindri in linea con alesaggio di 74,5mm per una corsa di 76,4mm per una cilindrata complessiva di 999cc, con un rapporto di compressione piuttosto alto di 10.5:1. Il monoblocco è in alluminio pressofuso open deck e camice ricavate in ghisa. L&#8217;albero motore è in acciaio forgiato con le dimensioni dei supporti di banco con dimensioni diverse da quelle dei perni di manovella. I primi da 45mm mentre i secondi da 47,1mm con lo scopo di ridurre le vibrazioni tipiche del motore a tre cilindri. Le bielle sono realizzate mediante forgiatura con pistoni in alluminio, inoltre è previsto un volano appisitamente progettato per questo propulsore. Un lavoro di ottimizzazione dei componenti che ha consentito ai progettisti tedeschi di avere la presunzione di limitare le vibrazioni senza utilizzare contralberi di equilibratura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come il suo papà l&#8217;AE211 TSI 1.4 litri, questo piccolo tre cilindri eredita una testa in alluminio con collettore di scarico integrato. Lo scopo è quello di avere un migliore riscaldamento del propulsore, molto utile per limitare le emissioni inquinanti, ed una migliore efficienza nel fornire energia alla Turbina. Il propulsore ha quattro valvole per cilindro, azionate tramite due alberi a camme in testa con azionamento con bilancieri con rullo a dit con gioco delle valvole recuperato idraulicamente. La distribuzione avviene mediante cinghia dentata, con variatore di fase sia all&#8217;aspirazione che allo scarico. Per limitare al massimo l&#8217;assorbimento negativo di energia, il propulsore ha una pompa dell&#8217;olio a portata variabile in base al carico del motore, al numero di giri, ed alla temperatura dell&#8217;olio, con la pressione che arriva al suo massimo di 3,3 Bar. L&#8217;iniezione e di tipo diretto con pressione che ha un range di utilizzo da 120 a 250 bar con iniettori dotati di 5 fori per una iniezione che consente una nebulizzazione maggiore del carburante. Il collettore di aspirazione è ottenuto in materiale plastico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da considerare che i tecnici tedeschi non hanno lesinato sull&#8217;utilizzo degli strumenti di controllo del motore, come sensori che sono prelevati direttamente da motori di cubatura e costi maggiori. Un dettaglio che rende il motore più moderno e rispondente alle esigenze di prestazioni, consumi ridotti e contenimento delle emissioni, ma con un aggravio per il cliente che si trova ad avere a che fare con elemento dal costo superiore alla categoria di auto&nbsp; che si è scelta come potrebbe essere una citycar come la Up! o una utilitaria come la Polo. La tecnologia TSI, significa Turbocharged Stratified Injection,&nbsp; quindi non può mancare un turbocompressore soprattutto come elemento che serve per abbassare le emissione tenendo le prestazioni in linea con le esigenze della clientela. A parte l&#8217;ottimizzazione della turbina, quest&#8217;ultima ha la valvola waste-gare gestita elettronicamente, ed è raffreddata dallo stesso liquido che raffredda il motore, oltre che l&#8217;olio nella classica maniera. Anche il sistema di raffreddamento utilizza un doppio circuito abilitato a seconda delle esigenze da una valvola gestita elettronicamente.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/03/Engine-Charakteristics-NEW.JPG-1260x1440.jpg" alt="Engine Charakteristics NEW.JPG" class="wp-image-81391" title="Best Engine: Motore Volkswagen EA211 1.0 Litri TSI, tre cilindri. 822"></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Il Motore VW,&nbsp; ha un catalizzatore immediatamente a valle del turbocompressore per ridurre al meglio le emissioi, tutto è gestito da una centralina Bosh Motronic ME 17.5.21. L&#8217;EA211 1.0 Litri TSI esiste in diverse configurazioni di potenza da 75cv, passando per il 95 Cv a 5.500 giri / minuto e 160 Nm di coppia da 1.500-3.500 giri / min, 110cv e 115cv a 5500 Giri/minuto, per una coppia di 200Nm disponibile dai 1500 Giri/minuto e che rimane costante fino ai 3500 Giri/minuto, un dettaglio che lo rende particolarmente elastico ed adattabile ad una molteplice varietà di veicoli. La manutenzione prevede sostituzione olio ogni 15000Km o 12 mesi con olio 5W-40. Essendo un motore già presente da qualche anno, possiamo anche fare una analisi approfondita di eventuali difetti che può presentare questo propulsore. Per quanto ottimo nelle prestazioni, comunque ci possono essere situazioni critiche che vanno messe in conto. Una su tutte l&#8217;utilizzo di una miscela molto magra di carburante, condizione che non consente alla miscela di formare quello strato di protezione per il cielo della camera di combustione soprattutto le valvole di aspirazione e relative sedi. Inoltre viene a mancare la funzione detergente affidata alla benzina se questa è poca nella combustione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi è bene che chi decida di acquistare una vettura dotata di questo propulsore che adotti fin da subito e per sempre un carburante al alto numero di ottani tipo 98 Ron almeno osservando i controlli meccanici previsti dal libretto di uso e consumo in modo scruploso ed adottando il tipo di olio specificato non solo nella gradazione specificata ma anche nella marca e caratteristiche presso un centro assistenza autorizzato, soprattutto almeno una volta all&#8217;anno. In questo modo il piccolo motore VW rimane affidabile per tutto il suo arco di esistenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Il Motore Endotermico: Il Ciclo Atkinson/Miller ed i propulsori che li utilizzano</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2019/02/22/il-motore-endotermico-il-ciclo-atkinson-miller-ed-i-propulsori-che-li-utilizzano/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-motore-endotermico-il-ciclo-atkinson-miller-ed-i-propulsori-che-li-utilizzano</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Feb 2019 09:43:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Volendomi ricollegare all'articolo pubblicato qualche settimana fa circa il futuro del motore endotermico, questo secondo articolo vuole fare chiarezza entrando nel dettaglio delle soluzioni che sono state menzionate partendo dal Ciclo Atkinson ed il Ciclo Miller.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2019/02/22/il-motore-endotermico-il-ciclo-atkinson-miller-ed-i-propulsori-che-li-utilizzano/">Il Motore Endotermico: Il Ciclo Atkinson/Miller ed i propulsori che li utilizzano</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Volendomi ricollegare all&#8217;<a href="https://www.giornalemotori.com/2019/02/02/il-motore-endotermico-le-soluzioni-tecniche-che-lo-terranno-in-vita-nei-prossimi-anni/">articolo pubblicato qualche settimana fa</a> circa il futuro del motore endotermico, questo secondo articolo vuole fare chiarezza entrando nel dettaglio delle soluzioni che sono state menzionate partendo dal <strong>Ciclo Atkinson ed il Ciclo Miller</strong>. Il motore benzina come tutti sanno o per lo meno chi ha fatto un po di scuola guida quando insegnava come era fatta un auto prima di guidarla, ha lo scopo di trasformare l&#8217;energia scaturita dalla combustione di una miscela formata da aria e benzina secondo quattro fasi ben distinte. <strong>Aspirazione, Compressione, Espansione e Scarico.</strong> Questo ciclo di funzionamento è denominato <strong>Ciclo Otto</strong> dal nome dell&#8217;Ingegnere che lo ha studiato e sviluppato. Questo ciclo ha una serie di difetti, uno dei quali di avere tre delle quattro fasi di lavoro passive, cioè Aspirazione e Scarico soprattutto non producono lavoro attivo per la trazione ma solo passivo, cioè assorbe energia mentre la fase di compressione assorbe solo parzialmente energia mentre per una piccola parte collabora assieme all&#8217;espansione per lo sviluppo di potenza utile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per risolvere questa deficienza James Atkinson modificò il ciclo Otto facendo lavorare diversamente le fasi passive dall&#8217;unica attiva. Atkinson usava una diversa geometria del manovelismo, consentendo una corsa diversa tra compressione ed espansione, limitando le perdite nella fase passiva a vantaggio del rendimento complessivo.&nbsp; Nei motori moderni, molti produttori dichiarano di usare questo ciclo di lavoro per migliorare il rendimento dei propri propulsori, ma non avendo un manovelismo dedicato, ma funzionando con la stessa biella e manovella del motore ciclo otto, la differenza di lavoro nelle fasi ci compressione ed espansione avviene utilizzando un altro ciclo di lavoro quello Miller. Anche questo ha come base il ciclo Otto, quindi le quattro fasi ci sono, ma cerca di raggiungere il risultato voluto da Atkinson mantenendo le geometrie del primo. Nella fase di compressione si tiene la valvola di aspirazione aperta per una angolo maggiore di rotazione dell&#8217;albero motore. In questo modo si ha un reflusso di parte dell&#8217;aria aspirata in fase di aspirazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo porta ad un minore riempimento del cilindro variando il rapporto di compressione. La fase di espansione differenziata recupera efficienza grazie alla maggiore corsa. Usando il Ciclo Miller si ottiene una miscela omogenea e con minore quantità di benzina meglio nebulizzata, una minore temperatura dei gas di scarico, meno lavoro meccanico, ma anche meno pressione sul cielo del pistone. Quindi maggiore efficienza e rendimento con minori consumi ma meno potenza. In sostanza in proporzione alla quantità di aria che si fa respinge attraverso l&#8217;apertura della valvola di aspirazione aperta il motore di comporta come uno di cilindrata più piccola avendo il volume di aria aspirata di un cilindro inferiore. Questo porta inevitabilmente ad una perdita di potenza che viene compensato o dalla cilindrata aumentata, o dall&#8217;utilizzo di un piccolo compressore, o dell&#8217;aggiunta della trazione elettrica. Una volta chiarito la differenza tra i due cicli, facciamo una panoramica su ciò che il mercato dell&#8217;auto offre per questi due tipi di funzionamento prendendo ad esempio tre motori: <strong>Il Nissan VC-TUrbo, Il Mazda Skyactiv-X e l&#8217;EA211 TSFI EVO di Volkswagen.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Parto dal propulsore Nissan perchè è l&#8217;unico ad oggi che funzione con ciclo molto simile a quello Atkinson. Il <strong>VC-Turbo</strong> a compressione variabile, come dice il nome stesso varia la compressione allungando ed accorciando la corsa del pistone fino a 6 mm tramite un manovelismo appositamente progettato diverso da quello canonico che i tecnici Nissan chiamano Multilink. Nel dettaglio Il motore ha un alesaggio di 84mm che rimane fisso, mente la corsa per ottenere un rapporto di compressione di 8:1 &nbsp;fino a 14:1 variando anche la cilindrata varia a seconda da 1997cc a 1970cc. Il nuovo multilink &nbsp;viene montato su un albero motore tradizionale ma viene gestito da un piccolo motore elettrico che muove un riduttore per cambiare variare la posizione e la corsa. &nbsp;La coppia generata dal piccolo riduttore fa ruotare secondo un angolo predefinito il leveraggio attraverso un piccolo alberino di controllo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/infiniti-vc-turbo-engine_100568018_h.jpg" alt="infiniti vc turbo engine 100568018 h" class="wp-image-81208" title="Il Motore Endotermico: Il Ciclo Atkinson/Miller ed i propulsori che li utilizzano 823"></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Per limitare la perdita di potenza rispetto al miglioramento del rendimento si è adottata una sovralimentazione mediante Turbo Honeyweell che garantisce una ampia portata di aria senza rinunciare ad una buona risposta ai bassi regimi. L&#8217;iniezione è diretta e l&#8217;apertura delle valvole di aspirazione sono gestita come logico elettronicamente. Il rendimento complessivo viene migliorato dalle finiture delle canne dei cilindri a specchio per un migliore attrito tra le parti in movimento, ed un collettore di scarico integrato per consentire un migliore lavoro della Turbina, ed una valvola controllata elettronicamente per il funzionamento differenziato del sistema di &nbsp;raffreddamento. Il <strong>Mazda Skiactiv-X</strong> di Mazda è un motore a ciclo Miller che unisce due mondi. Infatti il suo funzionamento pur restando a benzina si comporta come un diesel, unendo la gradevolezza del motore benzina alla coppia e l&#8217;efficienza del motore a gasolio. Il propulsore lavora con una miscela di aria-carburante molto magra, ad una elevata pressione interna la cilindro che consente al combustibile di accendersi come se fosse una unità a gasolio. La scintilla c&#8217;è come in un normale motore benzina, &nbsp;ma ha la funzione di rendere la combustione più omogenea e regolare evitando la detonazione che avverrebbe se si accendesse per autocombustione. La Mazda dichiara per lo Skiactiv-X una riduzione dei consumi dal 20 al 30% pur restando con valori di potenza uguali al suo cugino Siactiv-G 2.0 litri benzina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel dettaglio Il motore tiene la valvola di aspirazione aperta fa uscire la miscela in eccesso, per poi comprimere in modo maggiore quella che resta. Per controllare la combustione i progettisti giapponesi utilizzano la tecnologia <strong>SPYCI-X derivata da quella già nota SPCCI (Spark Controlled Compression Ignition) cioè il controllo elettronico della accensione per scintilla, che a sua volta non è altro che la versione Mazda del sistema HCCI (Homogeneous Charge Compression Ignition), usato anche per i motori moderni di Formula 1.</strong> &nbsp;Un sistema appunto che consente di controllare l&#8217;accensione controllata di una miscela magra di benzina con un alto rapporto di compressione tipico dei motori che lavorano per autoaccensione come i diesel.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo caso la combustione avviene in modo simultaneo per tutta la quantità di miscela, con un fronte di fiamma controllato. Il vantaggio principale è la riduzione consistente degli NOx che sono invece presenti nei diesel per effetto del&#8217;autocombustione controllo per scintilla. Il lavoro fatto dai tecnici Mazda per far funzionare al meglio questo propulsore, va dalla riprogettazione dei collettori di aspirazione, la gestione dell&#8217;iniezione diretta di benzina, fino ai collettori di scarico. Inoltre per non avere perdite di potenza rilevanti hanno adottato anche un piccolo compressore volumetrico per comprimere l&#8217;aria in ingresso garantendo un maggiore volume pur con una camera di combustione ridotta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il <strong>Volswagen EA211 TSFI Evo</strong> lavora con il ciclo Miller è più pragmatico, più attuale, meno futuristico perchè ottimizza tecnologie già esistenti. Infatti in questo propulsore non si tiene aperta la valvola di aspirazione per più tempo ricacciando indietro parte della miscela, ma al contrario la si chiude in anticipo aspirando meno aria di quanta ne necessiti. Lo scopo ed il risultato finale sono gli stessi potendo garantire un rapporto di compressione di 12:1.&nbsp; L&#8217;iniezione diretta di carburante per lavorare nelle nuove condizioni di miscela aria combustibile è stata migliorata portando la pressione a 350 bar. Per effetto della minore temperatura dei gas combusti, la Volkswagen ha adottato una turbina appositamente progettata denominata VGT, a geometria variabile, di solito sconsigliata per i motori benzina per l&#8217;elevata temperatura dei gas combusti. Inoltre ci sono altri sistemi che rendono ancora più efficiente questo propulsore come la disattivazione a seconda degli utilizzi di due cilindri a carichi parziali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi elencati sono solo tre esempi, di come lavorano al giorno d&#8217;oggi motori a Ciclo Atkinson e Ciclo Miller in modo differente ma con lo stesso scopo. Sta all&#8217;automobilista premiare una soluzione piuttosto che un altra a seconda delle proprie esigenze di guida e comfort.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A noi spetta il compito di fare chiarezza su cosa ognuno di noi ha sotto il cofano, sapendo che nel futuro prossimo altri costruttori si affacceranno su questa tecnologia e lo faranno con la solita fantasia progettuale che caratteristica degli staff tecnici delle grandi case automobilistiche. <strong>Il motore endotermico non è ancora al capolinea!</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2019/02/22/il-motore-endotermico-il-ciclo-atkinson-miller-ed-i-propulsori-che-li-utilizzano/">Il Motore Endotermico: Il Ciclo Atkinson/Miller ed i propulsori che li utilizzano</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<item>
		<title>Tanto tuonò che alla fine piovve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Feb 2019 07:33:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-81200" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/Cremona-circuit.png" alt="Cremona circuit" width="1024" height="326" title="Tanto tuonò che alla fine piovve 825" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/Cremona-circuit.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/Cremona-circuit-768x245.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/Cremona-circuit-300x96.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/Cremona-circuit-696x222.png 696w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" />O, in diversi termini, dalle parole ai fatti. Tanti lettori mi conoscono attraverso le mie analisi tecniche o altri articoli quali i Briefing e i Debriefing delle gare, tutti caratterizzati da un approccio non troppo utilizzato dalla maggior parte delle riviste di settore e basato su rigidi criteri fisici e meccanici. Il buon successo ottenuto testimonia che alla fine i conti tornavano e che tanti misteri erano in realtà spiegabilissimi in modo razionale. Nessun pilota e nessuna moto sfida le leggi della Fisica, semmai vi obbediscono: tutto sta nel trovare, tra la miriade di parametri variabili in una motocicletta, il modo giusto di metterli tutti assieme in modo organico e coerente.</p>
<p style="text-align: justify;">Con correlazioni fisiche, biunivoche, inoppugnabili. Proprio come Fisica e Matematica insegnano. E qui entrano in gioco quelli che vengono chiamati “modelli”: altro non sono che il tentativo di correlare diverse variabili con funzioni matematiche con lo scopo di costruire una moto virtuale e prevederne il comportamento in anticipo. Faccio questo e succederà quello. Una meraviglia, no? Si risparmia un sacco di tempo e si evitano grossolani errori.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo modo di procedere non è concettualmente diverso da quanto farebbe chiunque in un approccio empirico: se faccio questo poi ottengo quello, lo faccio dieci volte e ottengo sempre lo stesso risultato. “Benissimo, significa che è una Legge”. E invece spesso è solo un errore di valutazione di ciò che viene chiamato “campo di esistenza” della correlazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Va bene finchè lo applicate alla stessa moto nelle stesse condizioni, ma se cambiate moto o condizioni ecco che “si comporta strana” e smette di seguire la presunta legge.  E questo comporta che i tecnici generalmente si “specializzino” su una moto ben precisa, quella sulla quale il loro giochetto funziona. Ma non si tratta di leggi fisiche, quelle sono universali e non si guastano mai.</p>
<p style="text-align: justify;">E allora come mai anche nelle categorie più prestigiose capita di sentire frasi come “ci aspettavamo un altro comportamento”? Come mai il modello utilizzato anche a certi livelli sembra fallire? La risposta è una sola: il modello è incompleto o mal costruito. Manca qualche variabile che evidentemente andrebbe considerata e che in alcune circostanze diventa tanto rilevante da ribaltare il risultato della simulazione. Non c’è nulla di scandaloso, capiamoci: la conoscenza vive di approssimazioni successive, sempre più dettagliate e sempre più complesse.</p>
<p style="text-align: justify;">Se noi partiamo da un approccio di tipo empirico, il ragionamento sarà il seguente: prendo tutta la moto, non importa quante variabili abbia, e le cambio una alla volta; poi registro gli effetti del cambiamento in termini di guida e correlo la variabile al tipo di comportamento riscontrato. E’ una scelta comprensibile, ma ci espone a un grosso rischio: chi garantisce che quella variabile non raggiunga il risultato osservato “grazie” agli effetti collaterali, ovvero tramite la sua influenza su altri parametri che abbiamo lasciato sulla carta inalterati?</p>
<p style="text-align: justify;">Facciamo un esempio pratico: sfiliamo un po’ la forcella e abbassiamo l’avantreno di una o due tacche. La nostra moto cambia comportamento, noi lo registriamo e attribuiremo il nuovo comportamento alla minore altezza davanti. Ma potremmo attribuirlo anche alla nuova incidenza, dato che nel frattempo è cambiata pure quella.</p>
<p style="text-align: justify;">Oppure potremmo attribuirlo alla variazione del baricentro, è cambiato pure lui. Oppure alla nuova posizione del pilota in sella, che carica le braccia in modo diverso. Oppure alla pendenza del forcellone, che è cambiata pure quella mentre abbassavamo l’avantreno. La verità è che col metodo empirico non siamo in grado di attribuire univocamente le variazioni di comportamento a un parametro preciso, potrebbero essere tante cose.</p>
<p style="text-align: justify;">O magari perfino tutte le cose insieme. La sola cosa che possiamo dedurre è che “su questa moto” e “in queste circostanze” la moto “dovrebbe” comportarsi come io mi aspetto. Se si lavora sempre sulla stessa moto la cosa spesso funziona, ma se cambiamo moto? O se cambiano le condizioni? Se la gomma è diversa? Se l’asfalto è più caldo? Siamo certi che la correlazione empirica, da noi arbitrariamente definita legge, funzioni allo stesso modo? L’esperienza ci dice di no. Al di fuori di un preciso “campo di esistenza” la correlazione smette di funzionare ed evidenzia tutti i limiti dell’approccio empirico, fatto di sola esperienza sia pure ventennale ma con poca analisi reale alle spalle.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso il risultato è che si entra nel panico, si perde la strada per il setting corretto, si va a tentativi; e se non si risolve, c’è sempre la gomma fallata come capro espiatorio. O magari l’elettronica, anche se è identica a quella che utilizzano tutti gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi c’è un altro approccio al problema-moto, ed è quello che in parte viene utilizzato dai progettisti: si scompone ogni singolo pezzo della moto e si analizza a quali forze è sottoposto e quali reazioni induce sui pezzi che lo circondano. In fase di progetto – oggi i computer aiutano parecchio, va detto – si dimensiona ogni particolare rispetto alle forze a cui è chiamato a resistere, e questo consente di scegliere i materiali e dimensionarli nel modo più appropriato. E’ una vera e propria analisi strutturale che consente di ottimizzare la motocicletta e risparmiare sui pesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, adesso immaginiamo di fare la medesima analisi con lo stesso metodo, ma al posto dei materiali ci mettiamo le singole masse e le forze a cui sono sottoposte, con relative scomposizioni vettoriali su ogni snodo possibile. E immaginiamo di trattare tutte queste “masse sottoposte a forze” attraverso le leggi della cinematica e della dinamica. Ma spingiamoci oltre e proviamo a inserire in questo modello fisico-matematico anche le diverse trasformazioni energetiche che avvengono in alcuni particolari della nostra motocicletta.</p>
<p style="text-align: justify;">Se alla fine riusciamo a mettere assieme tutto in modo coerente e razionale, avremo ottenuto un modello “analitico”, cioè non basato sull’osservazione empirica e su correlazioni di tipo statistico ma piuttosto sullo studio delle correlazioni funzionali (in senso matematico) tra le diverse variabili. Modello analitico che è sicuramente molto, molto, molto (ho già detto molto?) complesso, ma offre un indiscutibile vantaggio: è reversibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la combinazione di molti parametri genera matematicamente un effetto, lo stesso effetto è sicuramente generato da quella combinazione di parametri. Con un processo di reverse engineering, incrociando a sistema più funzioni, si arriva a determinare la causa vera di un comportamento anomalo; e a quel punto siamo in grado di correggerlo alla radice, non semplicemente “mettendo una pezza” sull’effetto sgradito.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente perché un siffatto modello funzioni è necessario che sia completo: saltare un particolare o pesare in modo errato una variabile porterebbe inevitabilmente a un risultato sbagliato e discordante con il comportamento effettivo della motocicletta. Ma se tutto è stato correttamente implementato nel modello, allora avremmo realizzato un algoritmo che attraverso la formalizzazione matematica lega le cause agli effetti.</p>
<p style="text-align: justify;">E simmetricamente lega gli effetti alle cause, il che è ancora più interessante: dall’analisi DINAMICA della motocicletta (in corsa, ovviamente, mica da ferma) e dagli effetti che produce noi potremmo risalire alle cause incrociando a sistema le funzioni matematiche coinvolte. Non sarebbe splendido? Qualcuno che magari applicandosi per 20 anni trovasse queste correlazioni, e che magari ne discendesse un modello semplificato ma non per questo meno rigoroso o meno completo in modo da sapere con precisione quale sia il vero problema e in che direzione muoversi per risolverlo. Una figata, si eviterebbero inutili errori o soluzioni opinabili, modello “secondo me è quello”. E pazienza se la Fisica non approverebbe. Sarebbe fantastico, se esistesse…</p>
<p style="text-align: justify;">Poi qualcuno si è fatto coraggio e mi ha detto “tu non me la conti giusta, come fai a fare quelle analisi e a prenderci sempre? Come fai a sapere quali problemi ci sono senza disporre di un modello matematico completo?”. Sarà la mia sfera di cristallo: basta crederci, così si evita di rimettere in discussione tutto e di perdere quelle certezze empiriche costruite negli anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mi hanno creduto: erano tutti ingegneri e non potevo menagliela con la sfera di cristallo. Sono stati parecchi anni di confronto quasi quotidiano – il bello della rete – di approfondimenti, di calcoli, di spiegazioni. E di test in pista, negli ultimi due o tre anni. Tutti con ottimi riscontri, col sistema Before&amp;After a prescindere dal pilota che testava la moto o che la portava in gara. Finchè, dai e dai, mi hanno incastrato: “Devi coordinare un gruppo di ingegneri di pista che lavoreranno secondo il metodo analitico”. “No, io ho già dato, oggi mi occupo di analisi, in pista non mi ci riportate più”. “Oh, sì che ti ci trasciniamo…” “No”. “Sì”. “No”. “Sì”.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, tanto tuonò che alla fine piovve. Ovvero dalle parole ai fatti. E così, il 2-3-4 marzo sarò di nuovo in pista, a Cremona, a occuparmi di sviluppo su alcuni marchingegni che nel frattempo stiamo mettendo a punto a proposito di analisi. Non me ne vogliano i semplici appassionati: se qualche pilota privato con esperienza e talento, deluso da anni di esperienze empiriche, volesse provare un metodo più razionale e magari scoprire qualcosa che sappia risolvere qualche problema  per troppo tempo rimasto senza risposte convincenti, allora si faccia avanti e mi contatti. Due o tre piloti, non di più, ma concretamente motivati: vi dirò io cosa portare oltre alla moto. Non preoccupatevi, non sono soldi: lo faccio gratis, come gratis avete sempre letto le mie analisi qui su GiornaleMotori. Solo piloti, mi raccomando. Buona stagione a tutti, a presto.</p>
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		<title>Pirelli e Michelin si sfidano a distanza con le gomme moto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Feb 2019 01:18:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Novità Moto]]></category>
		<category><![CDATA[gomme]]></category>
		<category><![CDATA[Michelin]]></category>
		<category><![CDATA[Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Pirelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È il periodo dell’anno in cui comincia il conto alla rovescia per la partenza delle nuove stagioni delle grandi competizioni motoristiche: a inaugurare le danze per gli appassionati sarà la SuperBike, in pista già a metà febbraio per il GP di Australia, mentre per veder sfrecciare la MotoGp bisognerà attendere il 10 marzo con il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80942" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/wheelsgroupsuperbike0-300x123.png" alt="wheelsgroupsuperbike0" width="300" height="123" title="Pirelli e Michelin si sfidano a distanza con le gomme moto 827" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/wheelsgroupsuperbike0-300x123.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/wheelsgroupsuperbike0-1024x420.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/wheelsgroupsuperbike0-768x315.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/wheelsgroupsuperbike0-696x286.png 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/wheelsgroupsuperbike0.png 1077w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />È il periodo dell’anno in cui comincia il conto alla rovescia per la partenza delle nuove stagioni delle grandi <strong>competizioni motoristiche</strong>: a inaugurare le danze per gli appassionati sarà la <strong>SuperBike</strong>, in pista già a metà febbraio per il GP di Australia, mentre per veder sfrecciare la <strong>MotoGp</strong> bisognerà attendere il 10 marzo con il Gran Premio del Qatar.</p>
<h2>Gli pneumatici per MotoGp e SuperBike</h2>
<p>Oltre alle caratteristiche tecniche delle moto, le due grandi competizioni su due ruote si distinguono anche per il diverso approccio agli <strong>pneumatici</strong>, ma soprattutto per il nome del fornitore: se <strong>Michelin</strong> è dal 2016 il partner ufficiale della MotoGp, è addirittura dal 2004 che <strong>Pirelli</strong> calza tutte le classi del Campionato Mondiale Superbike, facendo segnare un vero e proprio record di longevità nella storia del motorsport.</p>
<h2>Prodotti pensati per chi ama la velocità</h2>
<p>In entrambi i casi, i prodotti testati in pista sono diventati base per lo sviluppo delle gomme declinate in versione <strong>stradale</strong>: l’esempio più noto è forse quello della gamma <strong>Diablo della Pirelli</strong>, ma come si può scoprire sul sito <a href="https://www.euroimportpneumatici.com/pneumatici-gomme-moto.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>www.euroimportpneumatici.com</strong></a> anche le nuove gomme moto della <strong>Michelin</strong> presentano dettagli e soluzioni derivate dall’esperienza nelle competizioni di velocità.</p>
<h2>La lotta si sposta sul lato commerciale</h2>
<p>La pista come banco di prova per l’ottimizzazione degli pneumatici per l’utilizzo <strong>regolare su strada</strong>, dunque, ma anche come occasione per dimostrare la propria competenza e affidabilità: la lotta <strong>tra Michelin e Pirelli</strong> si ripete dunque anche nella stagione sportiva 2019 ed entrambe le Case sono pronte a presentare le loro ultime novità.</p>
<h2>Le gomme per la MotoGp 2019</h2>
<p>Sul fronte <strong>MotoGp</strong>, ad esempio, il regolamento 2019 (e lo studio sulle performance della scorsa stagione) hanno convinto la <strong>Michelin</strong> a mantenere inalterati carcasse e profili che hanno garantito una buona stabilità di prestazioni nello scorso anno. In aggiunta, la compagnia ha deciso di mettere a disposizione dei team una nuova mescola anteriore, che si pone per caratteristiche a metà strada tra la media e la dura della scorsa stagione, mentre al posteriore la Casa francese ha ideato <strong>due differenti mescole</strong>, una soffice e una media, realizzate con una nuova tecnologia. Gli obiettivi sono offrire stabilità ai team e ai piloti e consentire di migliorare ulteriormente i tempi sul giro, a tutto vantaggio dello spettacolo.</p>
<h2>Le novità Pirelli per la SuperBike</h2>
<p>La risposta a distanza della <strong>Pirelli</strong> è più elaborata, perché la società italiana ha presentato proprio in questi giorni tre nuovissimi modelli di pneumatici per <strong>SuperBike</strong>, pensati per il mondiale ma pronti a debuttare anche per calzare le moto di tutti i piloti professionisti, semi-professionisti o semplici appassionati di track-days: si tratta delle slick Diablo Superbike, presenti anche nella variante extrasoft che garantisce la velocità più elevata (ideale per la rincorsa alla SuperPole o per la nuovissima <strong>Gara Sprint</strong> della domenica), delle rinnovate Supercorsa SC (riprogettate sia in termini di struttura che di disegno battistrada e mescole, per puntare all’ottimizzazione e alla costanza delle prestazioni), e infine delle gomme da bagnato <strong>Diablo Rain</strong>, sviluppate con un innovativo disegno del battistrada e disponibili in due diverse mescole, per consentire la guida anche in condizioni di pioggia.</p>
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		<title>Best Engine: La propulsione ibrida della BMW i8</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Feb 2019 14:29:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La BMW i8, la prima auto sportiva ibrida ad alte prestazioni. La sua powert unit abbinato al leggerot telaio in carbonio è in grado di garantire prestazioni da vera gran turismo portiva alla coupè della casa bavarese. </p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2019/02/08/best-engine-la-propulsione-ibrida-della-bmw-i8/">Best Engine: La propulsione ibrida della BMW i8</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80928" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/bmw-i8-engine-plant-6-300x200.jpg" alt="bmw i8 engine plant 6" width="300" height="200" title="Best Engine: La propulsione ibrida della BMW i8 828">La BMW i8, la prima auto sportiva ibrida ad alte prestazioni. La sua powert unit abbinato al leggerot telaio in carbonio è in grado di garantire prestazioni da vera gran turismo portiva alla coupè della casa bavarese. Il sistema propulsivo eDrive BMW è composto da una unità endotermca di 1.5 litri sovralimentata abbinata ad un motore elettrico in gradod i fornire 131cv per una potenza complessiva di 362cv che garantiscono uno scatto sullo 0-100 km/h di 4,3 secondi. Insomma c&#8217;è ne abbastanza per entrare a pieno titolo nella nostra rubrica Best Engine. Il sistema si compone di un tre cilindri benzina sovralimentato di 1499 cm3,  con una potenza di 231cv a 5800 giri/min, per una coppia di 320Nm per una rapporto di 154cv/litri.  Per questo piccolo propulsore la BMW ha adottato una sovralimentazione a doppio stadio, l&#8217; iniezione diretta di benzina ad alta pressione ed il controllo delle valvole di aspiazione ad apertura variabile VALVETRONIC, mentre il motore elettrico è di tipo asincrono con inverter, e modulo di controllo per la rigenera per fungere da generatore per le batterie nelle fasi di recupero. Il propulsore elettrico eroga 131cv con 250Nm di coppia che porta a 570 Nm il valore di coppia nel suo complesso quando i due propulsori lavorano all&#8217;unisono.</p>
<p><figure id="attachment_80929" aria-describedby="caption-attachment-80929" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-80929" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/ge5723265292954097834-300x200.jpg" alt="ge5723265292954097834" width="300" height="200" title="Best Engine: La propulsione ibrida della BMW i8 829"><figcaption id="caption-attachment-80929" class="wp-caption-text">Generated by pixel @ 2019-01-15T16:12:16.655576</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">La batteria è ad ioni di litio ed ha una camacita di 5.0 Kw/h caribabile anche con presa Plug-In con un tempo di ricarica all&#8217;80% di due ore con box di BMW. Il sistema funziona con il motore endotermico che fonisce potenza alle ruote posteriori, mentre il motore elettrico è collegato all&#8217;asse anteriore. In sostanza quando i due motori lavorano all&#8217;unisono la BMW i8 è di fatto una vettura a trazione integrale. La trasmissione è di un cambio automatico a sei rapporti per il motore endotermico, mentre quello elettrico ha una sua trasmissione dedicata a doppia velocità. La BMW è particolarmente ottimista sul fatto che questi due propulsori lavorano pressocchè sempre all&#8217;unisono che ha dotato la i8 di un piccolo serbatoio di benzina da 32 litri che utilizzando la doppia fonte di energia comunque dovrebbe garantire nel suo complesso più di 550km. Inoltre la i8 è in grado di viaggiare in modalità full elettrico per una percorrenza media di 32 km ad una velocità massima controllata elettronicamente di 120km/h.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80930" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/P90130608-bmw-i8-technical-art-08-2013-2121px-300x212.jpg" alt="P90130608 bmw i8 technical art 08 2013 2121px" width="300" height="212" title="Best Engine: La propulsione ibrida della BMW i8 830">Secondo le norme ed i cicli di omologazioni vigenti oggi in Europa la i8 garantisce le sue prestazioni assicurando un consumo medio per l&#8217;uso misto di 2,5 litri/100km per un emisisone di CO2 pari a 59 g/km.  L&#8217;utilizzo di una scocca interamente in carbonio ha consentito di tenere entro limiti accettagili il peso della vettura che si attesta intorno ai 1490kg.  In definitiva la BMW i8 ad oggi non può essere annoverata tra le supercar, e per numeri ogni cavallo espresso costa 419Euro. In ogni caso per la bontà del suo motore endotermico, che preso da solo resta uno dei migliori in assoluto del panorama motoristico mondiale, forma con l&#8217;interazione del motore elettrico un sistema di propulsione ad oggi ancora non eguagliato per le prestazioni che offre. Purtroppo la sua poca diffuzione e lo sviluppo della vettura nel suo complesso rende la i8 decisamente più costosa rispetto alla più vicina delle concorrenti in famiglia come la BMW M2 dalle prestazioni analoghe per un prezzo che è la metà.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2019/02/08/best-engine-la-propulsione-ibrida-della-bmw-i8/">Best Engine: La propulsione ibrida della BMW i8</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<title>IL motore endotermico: Le soluzioni tecniche che lo terranno in vita nei prossimi anni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Feb 2019 19:14:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'elettrificazione nell'autotomotive avanza, non si arresta, ma nonostante tutto la sua affermazione non è così veloce come si pensava o come pensano i fautori incalliti dell'elettrico. Il motore endotermico non è ancora morto. Oggi sotto attacco è il diesel ma per inciso è solo l'inizio, una volta che sarà terminata la caccia alle streghe contro il gasolio l'obiettivo si sposterà sul motore a benzina. Intanto che si organizzano i governi,  i produttori si orientano provando a migliorare la tecnologia a disposizione al giorno d'oggi sviluppando la propulsione ibrida,  parte elettrica e parte endotermica, mentre lavorano ad intere linee di produzione indipendenti per l'avvento dell'elettrico.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2019/02/02/il-motore-endotermico-le-soluzioni-tecniche-che-lo-terranno-in-vita-nei-prossimi-anni/">IL motore endotermico: Le soluzioni tecniche che lo terranno in vita nei prossimi anni</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80814" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/fb_img_1425680576300-54fa28caa0602-300x192.jpg" alt="fb img 1425680576300 54fa28caa0602" width="300" height="192" title="IL motore endotermico: Le soluzioni tecniche che lo terranno in vita nei prossimi anni 831">L&#8217;elettrificazione nell&#8217;autotomotive avanza, non si arresta, ma nonostante tutto la sua affermazione non è così veloce come si pensava o come pensano i fautori incalliti dell&#8217;elettrico. Il motore endotermico non è ancora morto. Oggi sotto attacco è il diesel ma per inciso è solo l&#8217;inizio, una volta che sarà terminata la caccia alle streghe contro il gasolio l&#8217;obiettivo si sposterà sul motore a benzina. Intanto che si organizzano i governi,  i produttori si orientano provando a migliorare la tecnologia a disposizione al giorno d&#8217;oggi sviluppando la propulsione ibrida,  parte elettrica e parte endotermica, mentre lavorano ad intere linee di produzione indipendenti per l&#8217;avvento dell&#8217;elettrico. Questo articolo si concentra sul motore endotermico, la sua evoluzione e lo sviluppo delle soluzioni tecniche che arriveranno. Le vie sono due, quella di migliorare il propulsore naturalmente aspirata abbinandolo alla trazione elettrica, o prendere la via della sovralimentazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80815" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/Atkinson-Otto-abre-300x169.jpg" alt="Atkinson Otto abre" width="300" height="169" title="IL motore endotermico: Le soluzioni tecniche che lo terranno in vita nei prossimi anni 832"> Nel primo caso i giapponesi sono in prima linea con motori aspirati che funzionano a <strong>Ciclo Atkinson</strong>, anche se per correttezza a parte la <strong>Nissan VC- Turbo</strong> che ha inventato un manovelismo che funziona secondo le caratteristiche dell&#8217;Atkinson. Gli altri propulsori Toyota, Honda etc, sono più propriamente simili ad un motore a <strong>Ciclo Miller </strong>dove la valvola di aspirazione viene tenuta aperta per un angolo di rotazione maggiore della norma ottenendo l&#8217;effetto di un reflusso della aria aspirata verso il condotto di aspirazione, oppure attraverso una chiusura anticipata della stessa valvola durante la fase di aspirazione. Lo scopo è quello di ridurre il riempimento del cilindro e quindi anche il rapporto di compressione pur mantenendo inalterata la corsa geometrica del motore. La minore pressione,  unita ad una temperatura dei gas combusti più bassa al termine della fase di espansione ed una maggiore quantità di calore che viene convertita in lavoro meccanico, migliorano il rendimento complessivo a scapito di una certa perdita di potenza compensata dalla presenza di un motore elettrico. Ci sono anche costruttori europei che rimangono sul classico, come <strong>Lamborghini che insistono con i</strong> <strong>V10 e V12 aspirati di grosse dimensioni,</strong> ed in tutta onestà,  la speranza di chi scrive, è che a Sant&#8217;Agata Bolognese tengano duro resistendo alle sirene della sovralimentazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80816" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/CicloMiller-apertura-300x200.jpg" alt="CicloMiller apertura" width="300" height="200" title="IL motore endotermico: Le soluzioni tecniche che lo terranno in vita nei prossimi anni 833">La seconda strada è quella della compressione, ma intendiamoci,  il turbo dei suoi albori, gli anni 80,  con quel bel calcio nella schiena dovuto a ritardo con cui la girante andava in pressione non è più tollerabile oggi. Non c&#8217;è verso, per quanto gli appassionati amassero quella spinta improvvisa e violenta, non è funzionale per la signora che deve accompagnare i bimbi a scuola. Quindi,  i produttori di auto, ed i loro progettisti, stanno tentando da anni di coniugare i vantaggi della tecnologia di compressione conservando le doti di confort di un motore aspirato. Il risultato è che oggi ci sono motori <strong>Turbo Intelligenti</strong> che sembrano aspirati di ben più grossa cilindrata. La sovralimentazione quindi unica via per ottenere emissioni basse ed in linea con le norme sempre più stingendi,  è ottenibile i due modi. La più antica, quella utilizzata quasi fin dalla nascita del motore endotermico stesso, è il <strong>compressore volumetrico</strong> collegato al motore in modo meccanico.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80817" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/1302165871001_4774147377001_4774078058001-vs-300x169.jpg" alt="1302165871001 4774147377001 4774078058001 vs" width="300" height="169" title="IL motore endotermico: Le soluzioni tecniche che lo terranno in vita nei prossimi anni 834" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/1302165871001_4774147377001_4774078058001-vs-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/1302165871001_4774147377001_4774078058001-vs.jpg 480w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Il vantaggio sta nel fatto che la pressione viene raggiunta immediatamente rimanendo costante, però ha il problema di non poter raggiungere pressioni molto elevate assorbendo energia meccanica. Una contraddizione visto che i progettisti si disperano per migliorare il rendimento meccanico dei propri motori, per poi vedersi vanificato il lavoro ad un elemento esterno che assorbe potenza. Ma la tecnologia migliora anche per i compressori volumetrici. La <strong>Eaton </strong>lavora da anni per migliorare la capacità di comprimere aria assorbendo meno potenza possibile al punto che secondo i tecnici del colosso americano  l&#8217;assorbimento a fronte dei vantaggi è trascurabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80818" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/skyactiv_x_banner-300x154.jpg" alt="skyactiv x banner" width="300" height="154" title="IL motore endotermico: Le soluzioni tecniche che lo terranno in vita nei prossimi anni 835">Un esempio è il <strong>compressore volumetrico tipo Rootes TVS2 (Twin Vortici Series). </strong>Ci sono anche costruttori come <strong>Mazda con il suo motore benzina SkyActiv-X</strong>  che  utilizza un piccolo compressore a cinghia come una pompa d&#8217;aria, non per aumentare la potenza, ma per fornire aria in eccesso per sostenere la combustione magra fasi del funzionamento del motore. Per dovere di cronaca, dobbiamo dire che già negli anni 80 l&#8217;ingegno italiano era riuscito a ridurre sia i problemi sia della sovralimentazione volumetrica che quella del turbo adottando entrambe le soluzioni in modo congiunto. La <strong>Lancia Delta S4 Gruppo B,</strong> usava entrambe le soluzioni facendole lavorare in serie. Un esempio di altissima ingegneria, soprattutto senza l&#8217;ausilio dell&#8217;elettronica moderna ancora oggi impareggiabile ed inarrivabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80819" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/Turbocharger-300x233.jpg" alt="Turbocharger" width="300" height="233" title="IL motore endotermico: Le soluzioni tecniche che lo terranno in vita nei prossimi anni 836">Il motivo per cui la stragrande maggioranza dei tecnici, invece, si sta affezionando alla sovralimentazione, adottano il Turbo,  è per la sua capatità rispetto ad un compressore volumetrico di avere una maggiore <strong>entalpia,</strong> cioè la sommatoria più alta di fattori come energia interna del sistema ed il prodotto della pressione per il volume, fondamentale per ridurre le emissione di CO2. Resta da porre rimedio al fatto che la girante che viene investita dai gas di scarico funziona correttamente solo quando questi hanno l&#8217;energia ideale, cosa che non succede a tutti i giri del motore. Quindi avere un energia costante che alimenta in modo regolare la turbina è fondamentale, soprattutto perchè tutti o quasi i motori a benzina turbo moderni si portano appresso una sorellina fastidiosa come la valvola <strong>EGR</strong> per il riciclo dei gas di scarico ed il filtro antiparticolato. Secondo i progettisti della <strong>BorgWarner, </strong> uno dei maggiori produttori di turbo, non è possibile, nel 2018, progettare un sistema Turbo generico separato dal motore che deve andare ad equipaggiare.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80820" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/eng_pl_Borg-Warner-179389-EFR-7064-T4-A-R-0-92-WG-turbocharger-2497_7-300x240.jpg" alt="eng pl Borg Warner 179389 EFR 7064 T4 A R 0 92 WG turbocharger 2497 7" width="300" height="240" title="IL motore endotermico: Le soluzioni tecniche che lo terranno in vita nei prossimi anni 837">L&#8217;accoppiamento del Turbo al motore cambia determinando un diverso sfruttamento della coppia e di conseguenza anche l&#8217;erogazione della potenza in funzione del motore che lo ospita anche se il produttore del turbo è lo stesso e la sigla analoga. Ormai non si parla più di potenza pura, si deve deve parlare di cavalli intelligenti, ecologicamente sostenibili. Nei motori Turbo Diesel,  per limitare il ritardo e migliorare la risposta si usa da anni la geometria variabile. La turbina, grazie ad un sistema di strozzatura a pale, aumenta la rotazione ai bassi regimi per poi liberarla continuando a fornire la spinta a massimo carico.  Questo sistema è usato poco sui motori turbo benzina  per il fatto che i diesel hanno una temperatura dei gas di scarico minore, mentre i ciclo otto con i loro 900 gradi potevano creare problemi di affidabilità. Basti pensare che i tuner più precisi, hanno sempre un misuratore temperatura dei gas di scarico per preservare la turbina dei clienti.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80821" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/Variable-Turbine-Geometry-300x200.jpg" alt="Variable Turbine Geometry" width="300" height="200" title="IL motore endotermico: Le soluzioni tecniche che lo terranno in vita nei prossimi anni 838"> Il problema è stato risolto dalla <strong>Volkswagen</strong> che utilizza la <strong>Turbina a geometria variabile VTG. </strong>I tecnici tedeschi hanno lavorato per ridurre gli attriti e l&#8217;inerzia migliorando la risposta e la guidabilità adottandola  anche per il motore TSI da 1,5 litri, oltre che per i Turbo di casa Porsche.  Questo propulsore di ultima generazione, funziona con un <strong>Ciclo Miller </strong>generando una curva di coppia sostanziosa e costante di 200 Nm disponibile già da 1.400 rpm e che rimane tale fino a 4.000 rpm, condizioni ancora più gravose rispetto ad un sovralimentato di tipo tradizionale. Sempre restando in casa Volkswagen, lato <strong>Audi,</strong> su alcuni modelli  sportivi vome la RS3, viene usato un <strong>turbo RAAX prodotto da Continental</strong>. In questo caso il gas di scarico non entrano nella chiocciola in modo radiale ma arrivano a lambire la girante in modo assiale. Un turbo che necessita di un riprogettazione completa della girante della turbina con una diversa conformazione geometrica della curvatura delle palette. Il Turbo migliora la sua efficienza consentendo la riduzione di circa il 40% della dell&#8217;inerzia conservando un ottima efficienza, ma non è dotato di geometria variabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80822" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/bmw-twinpower-turbo-engines-explained_1-300x225.jpg" alt="bmw twinpower turbo engines explained 1" width="300" height="225" title="IL motore endotermico: Le soluzioni tecniche che lo terranno in vita nei prossimi anni 839">La tegnologia VTG del gruppo Volkswagen ha il pregio di potersi diffondere anche su motori piccoli  e di grande diffusione.  Ormai non c&#8217;è costruttore che non abbia in listino un 1.0 litri turbo con vari livelli di potenza beneficiando della ricaduta tecnologica di sistemi complessi prima riservati a Supercar come nel caso di Porsche. Il passo successivo è la <strong>sovralimentazione a doppio stadio,</strong> che ha permesso per la prima volta di avere diesel dalla potenza di 100cv/litro. Il sistema prevede un turbo di piccole dimensioni per una buona risposta a bassi regimi ed un turbo in serie più grande per ottenere la potenza e coppia massima agli alti regimi. Una tecnologia che ad oggi si sta diffondendo anche per i motori a benzina in particolare BMW. Lo sviluppo della sovralimentazione ha portato all&#8217;evoluzione anche dei condotti che alimentano il turbo.Oggi,  ogni sistema è dotato di condotti<strong> Twin-Scroll</strong>, cioè è alimentato da condotti  che consentono di avere flussi di scarico separati per massimizzando l&#8217;effetto degli impulsi del gas migliorando considerevolmente risposta, il tutto con l&#8217;aiuto indispensabile dell&#8217;elettronica. Le valvole come la wast-gate vengono controllate in modo elettronico per avere un migliore monitoraggio della pressione di esercizio senza vincoli meccanici.  Un esempio di eccellente sfruttamento dei condotti per alimentare il turbo è rapprsentato dal <strong>motore</strong> <strong>turbo benzina progettato da Mercedes e Renault.</strong> Questo propulsore ricava i condotti di scarico internamente alla testa in modo da avvicinare la turbina alla camera di combustione ed utilizzare al meglio l&#8217;energia dei gas di scarico.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80824" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/maxresdefault-300x169.jpg" alt="maxresdefault" width="300" height="169" title="IL motore endotermico: Le soluzioni tecniche che lo terranno in vita nei prossimi anni 840">Fin  qui la tecnologia di oggi, ma il domani?   il futuro è ibrido anche per i turbo. L&#8217;Audi è stata la prima ad usare un supporto elettrico per ridurre il turbo lag migliorando il rendimento. L<strong>&#8216;eBooster </strong>è composto da un compressore centrifugo movimentato da un motore elettrico a 48 Volt. Questa soluzione permette la gestione della portata d’aria ai cilindri indipendentemente dalla velocità di rotazione del motore riducendo al minimo il turbo-lag. Ma la <strong>Ferrari</strong> è andata oltre, separando completamente la girante mossa dai gas di scarico con quella di compressione dell&#8217;aria. La prima viene collegata da un motore elettrico che funge da generatore, la seconda prende energia da un secondo motore elettrico che la muove in modo assolutamente indipendente dalla forza dei gas di scarico potendo contare sull&#8217;energia elettrica accumulata dalla girante di scarico. In questo modo il livello di pressione e la durata della sovralimentazione vengono gestiti da un controllo elettronico.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80825" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/Ferrari-design-epo-300x178.png" alt="Ferrari design epo" width="300" height="178" title="IL motore endotermico: Le soluzioni tecniche che lo terranno in vita nei prossimi anni 841">Rimangono da chiarire i dubbi circa l&#8217;affidabilità. Henry Ford asseriva che se un componente non c&#8217;è non si può rompere. Viene da tremare i polsi al pensiero che il turbo,  che è comunque un accessorio esterno al motore, si può rompere, ed in certi casi c&#8217;è ne sono due. In effetti la grande diffusione di questi sistemi oltre a creare concorrenza nello sviluppo,  ha costretto i produttori ad avere una maggiore affidabilità nelle componenti. Diffondere i turbo sulle utilitarie, ha consentito di poter avere costi di approvvigionamento migliori per i produttori abbassando i costi di riparazione per i clienti. Oggi un turbo prima di essere sostituito si revisiona come ogni componente esterno come potrebbe essere una pompa del gasolio o altro.</p>
<p style="text-align: justify;">La carrellata di applicazioni che si sono trattate in questo articolo volevano essere una sorta di elenco indice di ciò che la tecnologia più avanzata sta adoperando per migliorare l&#8217;efficienza del motore endotermico, il quale è ben lungi dal gettare la spugna rispetto alla sfida lanciata dall&#8217;elettrico. Ognuno dei sistemi descritti sommariamente sarà sviluppato nel suo dettaglio con articoli appositi, un modo da dare un idea molto più dettagliata e precisa del funzionamento delle tecnologie applicate.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Monoposto leggendarie: Alfa Romeo Tipo 159</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Feb 2019 12:20:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Formula 1]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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		<category><![CDATA[alfaromeo]]></category>
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		<category><![CDATA[formula 1]]></category>
		<category><![CDATA[monoposto leggendarie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1950, Farina e Fagioli pilotavano una vettura con propulsore ad otto cilindri e compressore, dal nome Alfetta, che a quel tempo aveva già compiuto dodici anni. Quando la Daimler Benz e l&#8217;Auto Union alla metà degli anni 30 dettavano legge sulle piste, l&#8217;ingegnere Giocacchino Colombo fece i primi schizzi di una nuova vettura da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-80835" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/800px-Alfa_Romeo_Alfetta_159_Arese_20070608.jpg" alt="800px Alfa Romeo Alfetta 159 Arese 20070608" width="800" height="469" title="Monoposto leggendarie: Alfa Romeo Tipo 159 845" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/800px-Alfa_Romeo_Alfetta_159_Arese_20070608.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/800px-Alfa_Romeo_Alfetta_159_Arese_20070608-768x450.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/800px-Alfa_Romeo_Alfetta_159_Arese_20070608-300x176.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/800px-Alfa_Romeo_Alfetta_159_Arese_20070608-696x408.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" />Nel 1950, Farina e Fagioli pilotavano una vettura con propulsore ad otto cilindri e compressore, dal nome Alfetta, che a quel tempo aveva già compiuto dodici anni. Quando la Daimler Benz e l&#8217;Auto Union alla metà degli anni 30 dettavano legge sulle piste, l&#8217;ingegnere Giocacchino Colombo fece i primi schizzi di una nuova vettura da corsa, costruita successivamente nel 1937, presso la Scuderia Ferrari di Modena.</p>
<p>Con una cilindrata di 1479 cc, il propulsore ad otto cilindri con compressore, erogava inizialmente 195 cavalli a 7200 giri/minuto. Per dare alle vetture italiane qualche possibilità di vittoria contro quelle tedesche, nel 1939 venne indetto il GP di Tripoli per vetture da corsa da 1,5 litri. Ma la Mercedes costruì in sei mesi scarsi una vettura da corsa completamente nuova e l&#8217;Alfetta e la Maserati furono nuovamente sconfitte.</p>
<p>Nel 1943 c&#8217;erano già sette Alfetta pronte e quando le truppe tedesche confiscarono il circuito di Monza per provare il loro parco veicoli, l&#8217;Automobilclub di Milano riuscì all&#8217;ultimo momento a far sparire tutte le Alfetta, che sopravvissero alla guerra nel paese di Melzo. Le Alfa Romeo Tipo 158 vennero riesumate pe una gara a Parigi, il 9 giugno del 1946, e conquistarono fino al 1951 un vittoria dopo l&#8217;altra.</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-80836" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/Alfa-Romeo-159-1951.jpg" alt="Alfa Romeo 159 1951" width="800" height="600" title="Monoposto leggendarie: Alfa Romeo Tipo 159 846" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/Alfa-Romeo-159-1951.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/Alfa-Romeo-159-1951-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/Alfa-Romeo-159-1951-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/Alfa-Romeo-159-1951-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2019/02/Alfa-Romeo-159-1951-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" />Nei primi due Campionati di Formula 1, le Alfa vinsero 10 dei 13 Gran Premi disputati. Nino Farina si aggiudicò con questa vittoria il primo Campionato Mondiale di Formula 1 mel 1950. Nel 1951 Fangio pilotò l&#8217;ultima versione, l&#8217;Alfetta 159, portandola alla vittoria nel Mondiale. La potenza era di 430 cavalli a 9300 giri/minuto, i due compressori da soli erogavano ben 135 cavalli e il consumo di carburante era aumentato a 120 litri per 100 chilometri.</p>
<p>Tuttavia l&#8217;alfetta si stava avviando verso il tramonto. Nel 1951, le vetture con il quadrifoglio nel triangolo bianco, tornarono da Silverstone per la prima volta sconfitte dopo cinque stagioni: erano state battute da Gonzales, su una Ferrari con motore aspirato.</p>
<p>L&#8217;Alfa Romeo 159 lascia un segno indelebile nella storia della Formula 1, perché è stata l&#8217;auto alla cui guida il leggendario Fangio si è aggiudicato il suo 1º titolo mondiale, ed infine, perché, al termine della stagione 1951, l&#8217;Alfa Romeo, ormai paga dei risultati ottenuti, ma, soprattutto, impegnata nel rilanciare la propria produzione di vetture di serie, decide di ritirarsi dalla Formula 1. Vi rientrerà 20 anni dopo, nel 1971, con una esperienza brevissima e non fortunata di fornitrice di motori (il motore 8 cilindri a V della vettura sport Alfa Romeo 33/3) alle March 711 di Andrea De Adamich e Nanni Galli. Ma il vero rientro ufficiale della casa milanese nel mondo della Formula 1 porta la data del 26 ottobre 1975, quando, sulla pista sperimentale di Balocco, verrà presentata alla stampa la Brabham-Alfa Romeo BT45.</p>
<p><strong>DETTAGLI VETTURA</strong><br />
<img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-80837" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2019/02/images.jpg" alt="images" width="264" height="191" title="Monoposto leggendarie: Alfa Romeo Tipo 159 847">Motore<br />
Anteriore, longitudinale verticale, 8 cilindri in linea, biblocco e teste in lega leggera, 2 valvole per cilindro, 2 alberi a camme in testa con comando a ingranaggi. Alimentazione a carburatore, triplo corpo e 1 compressorie volumetrico, accensione a 2 magneti, lubrificazione a carter secco.</p>
<p>Cilindrata (CC)<br />
1479 cc (58&#215;70 mm)</p>
<p>Potenza e Coppia<br />
350 CV a 8500 giri/min.</p>
<p>Trasmissione<br />
Trazione posteriore, frizione anteriore, pluridisco a secco, 4 marce + RM posteriore</p>
<p>Telaio<br />
Longheroni tubolari etraverse in lamiera, saldati</p>
<p>Carrozzeria<br />
Gran Premio<br />
Sospensioni<br />
Anteriore: ruote indipendenti, bracci longitudinali, balestra trasversale, ammortizzatori idraulici e a frizione. Posteriore: ruote indipendenti, braccio longitudinale, balestra trasversale, ammortizzatori idraulici e a frizione.</p>
<p>Freni<br />
Idraulici a tamburo sulle 4 ruote</p>
<p>Dimensioni<br />
Passo: 2500 mm, lunghezza: 4150 mm, larghezza: 1570 mm</p>
<p>Peso<br />
620 kg</p>
<p>Massima velocità<br />
290 km/h</p>
<p>Vetture Prodotte<br />
4</p>
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		<title>Tecnica: tutto sui freni a disco dell’auto</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2018/08/15/tutto-sui-freni-a-disco-dellauto/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=tutto-sui-freni-a-disco-dellauto</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Danny Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Aug 2018 15:09:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[freni a disco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti sappiamo dell’importanza&#160;dei freni dell’auto per la nostra sicurezza. Non tutti, però, sanno cosa sono e&#160;come funzionano esattamente i&#160;freni a disco. Basta, però, cercare su siti specializzati dischi freno per capire meglio di cosa si tratta. Ne abbiamo già parlato in altre trattazioni prettamente tecniche e qui daremo lo spunto per ripassare un pò di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Tutti sappiamo dell’importanza&nbsp;dei freni dell’auto per la nostra sicurezza. Non tutti, però, sanno cosa sono e&nbsp;come funzionano esattamente i&nbsp;freni a disco. Basta, però, cercare su siti specializzati <strong>dischi freno</strong> per capire meglio di cosa si tratta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ne abbiamo già parlato in altre trattazioni prettamente tecniche e qui daremo lo spunto per ripassare un pò di cosette interessanti. Sbirciate nei link segnalati e troverete moltissime informazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I&nbsp;<a href="https://www.giornalemotori.com/2017/01/15/freni-disco-materali/"><strong>freni a disco</strong></a>&nbsp;sono caratterizzati dalla presenza di&nbsp;un&nbsp;disco su cui esercita la sua azione una pinza che ospita le pastiglie frenanti,&nbsp;costituite da&nbsp;una base metallica su cui è applicato uno strato di materiale&nbsp;d’attrito, e che in fase di frenata vengono premute contro il disco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I freni a disco hanno ormai&nbsp;quasi completamente sostituito quelli a <strong><a href="https://www.giornalemotori.com/2017/01/05/freni-tamburo/">tamburo</a></strong>: questi ultimi vengono ancora&nbsp;utilizzati (ma solo per la ruota&nbsp;posteriore) per gli scooter di bassa&nbsp;cilindrata e per molte utilitarie, per motivi economici e per la loro massa&nbsp;ridotta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fate molta attenzione: tutto&nbsp;questo non dipende dal fatto che i freni a tamburo abbiano una forza di frenata&nbsp;minore, anzi!&nbsp;Il problema è che in&nbsp;frenata raggiungono&nbsp;temperature altissime, che rischiano di rovinarli e deformarli, rendendoli meno&nbsp;sicuri&nbsp;(vengono utilizzati sulle ruote posteriori&nbsp;proprio&nbsp;perché in frenata lavorano meno di quelle anteriori).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Elementi costruttivi&nbsp;importanti su cui focalizzare la nostra attenzione sono: i&nbsp;dischi,&nbsp;le&nbsp;pinze, i&nbsp;pistoncini&nbsp;e&nbsp;le&nbsp;pastiglie. Direttamente&nbsp;sull’asse&nbsp;delle ruote è montato un grosso disco in metallo che gira insieme&nbsp;alla ruota. A cavallo di questo disco, lateralmente, è alloggiata una parte&nbsp;meccanica complessa che prende il nome di pinza. All’interno della pinza sono&nbsp;alloggiati pistoncini e&nbsp;pastiglie,&nbsp;degli elementi composti da&nbsp;una base in metallo (generalmente ghisa) e da uno&nbsp;strato, una superficie di contatto realizzata in materiale detto composito&nbsp;(detta anche&nbsp;ferodo).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando pigiamo il pedale del&nbsp;freno, da una apposita vaschetta viene pompato alle pinze dell’olio in&nbsp;pressione. La forza idraulica dell’olio&nbsp;farà muovere degli elementi che si&nbsp;trovano alloggiati dentro le pinze: i pistoncini. Questi elementi spingeranno a&nbsp;loro volta con forza le&nbsp;pastiglie sulla superficie del disco, generando un&nbsp;attrito che, di fatto, si materializzerà nella frenata vera e propria. Questo&nbsp;modello di freni&nbsp;ha il vantaggio di essere&nbsp;abbastanza&nbsp;efficace, ma ha una&nbsp;durata nel tempo&nbsp;inferiore&nbsp;a causa dell’usura sia delle pastiglie, come&nbsp;anche dei&nbsp;dischi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I dischi freno vanno&nbsp;sostituiti&nbsp;in genere ogni tre cambi di pastiglie&nbsp;ma&nbsp;non si può stabilire un intervallo certo senza considerare lo stile di guida,&nbsp;il modello dell’auto e le strade percorse. Per i freni posteriori con impianto&nbsp;di frenata a tamburo, questo deve essere controllato ogni anno e&nbsp;le parti che&nbsp;vengono sostituite sono le&nbsp;ganasce e i cilindretti,&nbsp;che di solito hanno un costo più contenuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, questo è che compongono l’impianto frenante della nostra&nbsp;vettura e che, quindi, ci aiutano&nbsp;durante la guida e sono a dir poco&nbsp;fondamentali per la nostra sicurezza.</p>
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		<title>Best Engine: Il motore 1.3 Tce frutto della collaborazione di Renault e Daimler-Benz</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2018/07/25/best-engine-il-motore-1-3-tce-frutto-della-collaborazione-di-renault-e-daimler-benz/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=best-engine-il-motore-1-3-tce-frutto-della-collaborazione-di-renault-e-daimler-benz</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jul 2018 09:19:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si potrebbe pensare che gruppi come Renault-Nissan-Mitsubishi e Daimler-Benz quando si unisco lo fanno per progettare un motore per una supercar, o per condividere concetti tecnologici per il futuro dell'automotive</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2018/07/25/best-engine-il-motore-1-3-tce-frutto-della-collaborazione-di-renault-e-daimler-benz/">Best Engine: Il motore 1.3 Tce frutto della collaborazione di Renault e Daimler-Benz</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-75614" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/07/6-e1532508715366.jpg" alt="6 e1532508715366" width="500" height="282" title="Best Engine: Il motore 1.3 Tce frutto della collaborazione di Renault e Daimler-Benz 848" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/07/6-e1532508715366.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/07/6-e1532508715366-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" />Si potrebbe pensare che gruppi come Renault-Nissan-Mitsubishi e Daimler-Benz quando si unisco lo fanno per progettare un motore per una supercar, o per condividere concetti tecnologici per il futuro dell&#8217;automotive. Invece i due colossi si sono uniti per progettare il piccolo quattro cilindri 1.3 litri turbo destinato alla gamma segmento B-C e relative derivate come SUV e crossover. Come due costruttori di due nazioni diverse che devono realizzare un infrastruttura stradale come una galleria, ad ognuno dei due staff tecnici è stato imposto un progetto per poi congiungere unendo le due soluzioni incontrandosi a metà strada.  Alla Mercedes è toccato sviluppare la parte alta del motore quella della testa e della distribuzione, mentre ai franco-nipponici è toccato lavorare sulla parte bassa, quella del monoblocco, il manovelismo ed i cilindri.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-75615" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/07/couple_puissance_1.3l_TCe_-e1532508784197.jpg" alt="couple puissance 1.3l TCe e1532508784197" width="500" height="327" title="Best Engine: Il motore 1.3 Tce frutto della collaborazione di Renault e Daimler-Benz 849" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/07/couple_puissance_1.3l_TCe_-e1532508784197.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/07/couple_puissance_1.3l_TCe_-e1532508784197-300x196.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" />I due progetti si incontrano nello sviluppo della camera di combustione,  vero e proprio punto di collegamento dei due lavori di progettazione.  Il 1.3 Tce viene sviluppato con tre livelli di potenza, 115cv a 5000 Rpm per una coppia di 220Nm a 1500 Rpm, poi una versione intermedia da  140cv a 5000 Rpm per una coppia di 240 Nm a 1600 Rpm ed il più potente 160cv a 5500 Rpm con 275 Nm a 1800 Rpm. Partendo dalla testa, il propulsore adotta un sistema a variazione di fase per le valvole si aspirazione ma soprattutto anche per quelle di scarico, una soluzione rara utilizzata per altri propulsori di ben altre prestazioni come il VTEC 2.0 Litri Honda. L&#8217;albero a camme sia in aspirazione che scarico assume infatti tre Infatti 3 posizioni con angoli diversi consentendo di ottenere valori di anticipo e ritardo a seconda delle esigenze fino a 40° .</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-75616" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/07/maxresdefault-2-e1532508829964.jpg" alt="maxresdefault 2 e1532508829964" width="500" height="281" title="Best Engine: Il motore 1.3 Tce frutto della collaborazione di Renault e Daimler-Benz 850" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/07/maxresdefault-2-e1532508829964.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/07/maxresdefault-2-e1532508829964-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /> Avere un alzata variabile anche delle valvole di scarico, consente la gestione della combustione della miscela in modo ottimale potendo gestire al meglio la fase si incrocio delle valvole, consentendo un migliore riempimento e svuotamento della camera di combustione. L&#8217;alimentazione avviene tramite iniezione diretta di benzina con iniettori dedicati con 250 bar di pressione. l nuovo disegno della testa motore lo rende compatibile con ogni tipo di vano motore soprattutto per le vetture più compatte, ed una migliore funzionalità in fase di produzione. La forma triangolare, o delta come piace chiamarla ai tecnici Renault rende la parte alta del propulsore più compatta, riuscendo a centrate all&#8217;interno della propria sagoma anche accessori come il collettore di aspirazione e quello di scarico che in questo caso con geometria specifica. Una scelta questa che appare complessa dal punto di vista progettuale, ma che garantisce,  potendo sfruttare al meglio l&#8217;alzata della valvole allo scarico differenziato,  di sfruttare l&#8217;energia dei gas di scarico per alimentare al meglio la turbina limitandone il ritardo.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-75617" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/07/maxresdefault-5-e1532508876134.jpg" alt="maxresdefault 5 e1532508876134" width="500" height="281" title="Best Engine: Il motore 1.3 Tce frutto della collaborazione di Renault e Daimler-Benz 851" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/07/maxresdefault-5-e1532508876134.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/07/maxresdefault-5-e1532508876134-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /> <span lang="it">Il nuovo motore TCe sfrutta al massimo le possibilità offerte dalla collaborazione con Nissan utilizzando il Mirror Bore Coating, una tecnologia di rivestimento dei cilindri già utilizzata per il motore Nissan GT-R. Questo procedimento consente non usare canne dei cilindri in acciaio, inserite per interferenza come succede nella stragrande maggioranza dei motori endotermici, ma utilizza una torcia al plasma per polverizzare materiale e depositarlo sulle pareti del cilindri in alluminio. Il rivestimento che viene deposto di circa 0.2 decimi di millimetro di spessore, consente di ottenere una canna cilindri con maggiore efficienza. Come molti appassionati sanno,  la potenza non è una formula a se stante ma dipende dal rendimento del propulsore, cioè la capacità dello stesso di sfruttare al massimo l&#8217;energia fornita dalla combustione. </span></p>
<p style="text-align: justify"><span lang="it"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-75618" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/07/maxresdefault-6-e1532508921958.jpg" alt="maxresdefault 6 e1532508921958" width="500" height="281" title="Best Engine: Il motore 1.3 Tce frutto della collaborazione di Renault e Daimler-Benz 852" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/07/maxresdefault-6-e1532508921958.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/07/maxresdefault-6-e1532508921958-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" />Le perdite possono essere di vario tipo. Uno dei rendimenti più importanti è quello meccanico, dove gli attriti fra i componenti fanno perdere efficienza. Una canna cilindro con un attrito migliorato consente da sola di ottenere valori di potenza più alti pur abbassando i consumi e la CO2 emessa. Inoltre tale tecnologia, consente di poter offrire un livello di affidabilità sconosciuto ai motori con le tecnologie classiche. Questa soluzione consente anche di tenere sotto controllo la dispersione di calore consentendo di creare intercapedini di raffreddamento di disegno meno complesso e di avere una necessità di lubrificazione ridotta attraverso pompe a portata variabile. Infine il comparto Turbo, che fa a meno della valvola Westgate per la gestione sella sovrapressione di tipo meccanico, affidando il suo controllo ad un sistema elettronico. Infatti attraverso l&#8217;azione di un motorino elettrico che comanda l&#8217;asta, la valvola viene aperta e chiusa esattamente in base alle esigenze di utilizzo del motore. In questo modo si ha una gestione della pressione effettiva e dei picchi di overboost che garantiscono una migliore risposta ai bassi regimi, tenendo una pressione costante ed un buon allungo anche agli alti regimi. </span></p>
<p style="text-align: justify">In conclusione si può dire che l&#8217;unione fa la forza. I due colossi dell&#8217;auto hanno portato per la prima volta in un segmento più accessibile per la maggior parte dei propri clienti un tipo di tecnologia che prima era riservata solo alle vetture ad altissime prestazioni. Come va su strada questo propulsore nelle potenze da 140cv e 160cv sulla nuova Renault Scenic lo potrete scoprire nelle prossime settimane attraverso una prova su strada approfondita.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>https://www.youtube.com/watch?v=FXKzFNZ7gzY</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>ZF sMotion: L&#8217;innovativo sistema per il controllo delle sospensioni attive</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2018/06/22/zf-smotion-linnovativo-sistema-per-il-controllo-delle-sospensioni-attive/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=zf-smotion-linnovativo-sistema-per-il-controllo-delle-sospensioni-attive</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Jun 2018 14:52:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi al ZF, azienda leader nella produzione di componentistica per autmotive, fornitore delle maggiori case automobilistiche ha proposto la sua soluzione per un nuovo sistema di sospensioni completamente attive sMOTION, un sistema in grado di ridurre i movimenti indesiderati della scocca dovuti a buche, dossi o curve</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-75121" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/06/ZF_sMOTION_04-e1529678276115.jpg" alt="ZF sMOTION 04 e1529678276115" width="500" height="707" title="ZF sMotion: L&#039;innovativo sistema per il controllo delle sospensioni attive 853" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/06/ZF_sMOTION_04-e1529678276115.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/06/ZF_sMOTION_04-e1529678276115-300x424.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" />Se c&#8217;è un componente che di cui non finiremo mai di elogiare nel momento in cui ci viene proposta una vettura per un test drive sono le sospensioni attive. La possibilità di combinare parametri di assorbimento delle sospensioni pur salvaguardando aspetti come sicurezza, confort, combinandoli con le esigenze di sportività rende quasi indispensabile la scelta da parte del cliente di questo accessorio quando è presente nella gamma o nel listino optional.  Oggi al ZF, azienda leader nella produzione di componentistica per autmotive, fornitore delle maggiori case automobilistiche ha proposto la sua soluzione per un nuovo sistema di sospensioni completamente attive sMOTION, un sistema in grado di ridurre i movimenti indesiderati della scocca dovuti a buche, dossi o curve.  Con sMOTION, si possono realizzare i vantaggi della guida altamente automatizzata ed autonoma consentendo agli occupanti dei veicoli di viaggiare maggiormente rilassati durante la marcia.  La presenza di un attuatore intelligente consente il controllo attivo delle singole ruote, essendo in grado di adattare il movimento della sospensione ad ogni situazione di marcia e caratteristica del manto stradale. Inoltre, sMOTION offre ai costruttori una capacità di adattamento facilitato grazie ad alle interfacce modulari, adattandosi facilmente ad ogni tipologia di veicolo. IL sistema di ZF si pone l&#8217;obiettivo di ridurre uno degli annosi problemi che il viaggio in auto si porta dietro da sempre, il mal d&#8217;auto soprattutto per i passeggeri, maggiormente colpiti in quanto non impegnati e concentrati sulla guida.  Il controllo di tutti i movimenti della scocca, ha lo scopo di migliorare questo aspetto del confort per gli occupanti in modo radicale e definitivo.</p>
<p><figure id="attachment_75122" aria-describedby="caption-attachment-75122" style="width: 500px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-full wp-image-75122" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/06/ZF_sMOTION_03-e1529678332883.jpg" alt="ZF sMOTION 03 e1529678332883" width="500" height="313" title="ZF sMotion: L&#039;innovativo sistema per il controllo delle sospensioni attive 854" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/06/ZF_sMOTION_03-e1529678332883.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/06/ZF_sMOTION_03-e1529678332883-300x188.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption id="caption-attachment-75122" class="wp-caption-text">ZF Friedrichshafen AG: sMotion in Hockenheim</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify">In sostanza attraverso gli ammortizzatori intelligenti sMOTION di ZF, è possibile eliminare quasi completamente i fastidiosi movimenti e le vibrazioni dovuti al manto stradale, rendendo il sistema utile per limitare gli urti causati da grandi buche o irregolarità, e dimostrandosi efficace anche per il controllo di movimenti come beccheggio durante le frenate e le accelerate, oppure il rollio e l’imbardata durante il cambio di corsia o nella percorrenza delle curve. Il sistema sMOTION per gestire i movimenti del telaio sfrutta un’unità pompa-motore elettrico, molto compatta ed esterna con elettronica integrata che lavora come attuatore bidirezionale su ogni ruota. Questo attuatore è capace di alzare ed abbassare lo stelo dell’ammortizzatore individualmente su ogni ruota. La tecnologia ZF consente un maggiore controllo di tutti i movimenti a bassa frequenza della scocca, soprattutto nella percorrenza delle curve, bilanciando il movimento delle ruote quando queste vengono ritratte e quelle esterne estratte, mantenendo l’autovettura con un assetto orizzontale. Lo stesso vale in caso di dossi lunghi soprattutto quando hanno una sollecitazione di tipo asimmetrico per la scocca.</p>
<p style="text-align: justify">
<p><figure id="attachment_75123" aria-describedby="caption-attachment-75123" style="width: 500px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-full wp-image-75123" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/06/ZF_sMOTION_02-e1529678391469.jpg" alt="ZF sMOTION 02 e1529678391469" width="500" height="298" title="ZF sMotion: L&#039;innovativo sistema per il controllo delle sospensioni attive 855" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/06/ZF_sMOTION_02-e1529678391469.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/06/ZF_sMOTION_02-e1529678391469-300x179.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption id="caption-attachment-75123" class="wp-caption-text">ZF Friedrichshafen AG: sMotion in Hockenheim</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify">Il sistema collegato in rete con sensori ambientali, tipo telecamere,  è in grado di individuare in anticipo le caratteristiche del manto stradale e di preparare gli attuatori adattandosi mantenendo attivamente la ruota interessata all’altezza della sede stradale anziché lasciarla cadere all’interno dell’avvallamento come farebbe un ammortizzatore tradizionale. Inoltre, sMOTION rende possibile il livellamento dinamico dell’altezza da terra per ogni specifico asse o lato, così come per l’intero sottoscocca. L&#8217; sMOTION riesce a compensare anche asperità particolarmente difficili come chiusini, giunti trasversali, asfalto ruvido o ghiaia. Attraverso la tecnologia Continuous Damping Control (CDC), varia in maniera attiva e continua le caratteristiche di guida e di handling tra una taratura di tipo duro per migliorare la stabilità e alla dinamica di guida oppure morbide più orientate al comfort.</p>
<p><figure id="attachment_75124" aria-describedby="caption-attachment-75124" style="width: 500px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-full wp-image-75124" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/06/ZF_sMOTION_01-e1529678489793.jpg" alt="ZF sMOTION 01 e1529678489793" width="500" height="334" title="ZF sMotion: L&#039;innovativo sistema per il controllo delle sospensioni attive 856" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/06/ZF_sMOTION_01-e1529678489793.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/06/ZF_sMOTION_01-e1529678489793-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption id="caption-attachment-75124" class="wp-caption-text">ZF Friedrichshafen AG: sMotion in Hockenheim</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify">Il sistema concepito da ZF si dimostra innovativo anche sotto il profilo dei sensori e del collegamento in rete. I dati sulla dinamica verticale possono essere registrati direttamente all’interno delle unità degli attuatori oppure tramite sensori nel veicolo. Tali informazioni confluiscono in una centralina di comando che regola gli attuatori. L’elettronica integrata degli attuatori è asservita ad attivare motore elettrico, pompa e CDC, per produrre il minor movimento possibile della scocca. I dati trasmessi nel cloud, possono essere utilizzati per informare i veicoli che seguono o segnalare alle infrastrutture eventuali danni pericolosi sulla corsia di marcia. L&#8217;sMOTION è progettato anche per essere collegato in rete attraverso il sistema cubiX di ZF, un algoritmo di regolazione da integrare, modulare e scalabile, che coordina tutti gli attuatori attivi e semiattivi nell’automobile. In questo modo, sMOTION può agire in collegamento con il servosterzo elettrico, il sistema frenante integrato IBC, lo sterzo posteriore AKC e il sistema di trazione elettrica eVD, tutti di ZF, per il controllo completo del veicolo, avanzando il livello di sicurezza e di efficienza in vista dei futuri sviluppi che si avranno per la guida autonoma.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>F1: Il passo delle monoposto, implicazioni e differenze tra Ferrari e Mercedes</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Mar 2018 09:49:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il passo, in campo automobilistico la definizione canonica recita:  E' detto anche  interasse, cioè la distanza tra due assi, ed indica la distanza tra l'asse di una della ruota anteriore e l'asse della ruota posteriore posta sullo stesso lato</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2018/03/20/f1-il-passo-delle-monoposto-implicazioni-e-differenze-tra-ferrari-e-mercedes/">F1: Il passo delle monoposto, implicazioni e differenze tra Ferrari e Mercedes</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-73398" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/03/Wheelbase001-300x183.png" alt="Wheelbase001" width="300" height="183" title="F1: Il passo delle monoposto, implicazioni e differenze tra Ferrari e Mercedes 857">Il passo, in campo automobilistico la definizione canonica recita:  E&#8217; detto anche  interasse, cioè la distanza tra due assi, ed indica la distanza tra l&#8217;asse di una della ruota anteriore e l&#8217;asse della ruota posteriore posta sullo stesso lato. Nella fattispecie si può verificare di avere monoposto a passo corto ed a passo lungo. Nel primo caso c&#8217;è il vantaggio di una maggiore agilità, soprattutto nei veloci cambi di direzione, ma cosa molto importante c&#8217;è un maggiore trasferimento di peso sulle gomme per una maggiore velocità di spostamento delle masse. Di contro un passo lungo ha come vantaggio della maggiore stabilità soprattutto nelle curve ad alta velocità e un maggiore efficacia nelle fasi di accelerazione e frenata grazie al trasferimento di carico più dolce e più controllato. Ovviamente questo anche nel momento in cui i carichi vanno a scaricarsi sulle gomme in appoggio nel momento di affrontare una curva.  Uno degli aspetti su cui ci vogliamo soffermare in questa trattazione, è quella non tanto della dimensione numerica del passo, quando su come e dove sono situati i due assi di riferimento rispetto al baricentro della vettura.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="wp-image-73399 size-full aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/03/F1_Ferarri-Mercedes_2018-e1521537100470.jpg" alt="F1 Ferarri Mercedes 2018 e1521537100470" width="500" height="333" title="F1: Il passo delle monoposto, implicazioni e differenze tra Ferrari e Mercedes 858" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/03/F1_Ferarri-Mercedes_2018-e1521537100470.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/03/F1_Ferarri-Mercedes_2018-e1521537100470-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" />Prima di entrare nel nocciolo della questione va fatta una premessa, che potrebbe sembrare una immensa supercazzola, ma che avrà più senso nel proseguo del discorso quanto entreremo nel vivo delle influenze che il passo ha sulla monoposto. Come hanno prodotto anche altri colleghi,  l&#8217;unico modo per determinare la dimensione del passo tra le monoposto è prendere foto simili e fare dei parallelo con grafiche di riferimento, questo non perchè non avevamo un inviato a Barcellona durante i test, ma più per altro perchè è difficile che un fotografo o un giornalista possa andare con tanto di metro a misurare il passo nei box blindati durante i test. Prendere le foto dalla pista però c&#8217;è  una difficoltà oggettiva dovuta alla diversa prospettiva che assumono le monoposto rispetto all&#8217;obiettivo anche se percorrono la stessa curva ma con lievi differenze di traiettoria. Il nostro metodo quindi ha previsto come punto di riferimento il cerchio ruota anteriore. Di misura standard 13 pollici, produce un cerchio perfetto quando è perpendicolare all&#8217;obiettivo, se invece assume un angolo di prospettiva, si avrà un ellisse, ed a seconda della dimensione di quest&#8217;ultima si può definire l&#8217;angolo di variante, cosa che consente di calcolare tutte le misure in funzione di esso, riportando di fatto come se la monoposto fosse perfettamente perpendicolare all&#8217;obiettivo. Il metodo ha un solo difetto,  la precisione dipende dalla densità dei pixel della foto di partenza che determina la precisione della misura dell&#8217;ellisse.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-73414 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/03/29366423_10214337805391029_6549158659144810496_n-2.jpg" alt="29366423 10214337805391029 6549158659144810496 n 2" width="960" height="532" title="F1: Il passo delle monoposto, implicazioni e differenze tra Ferrari e Mercedes 859" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/03/29366423_10214337805391029_6549158659144810496_n-2.jpg 960w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/03/29366423_10214337805391029_6549158659144810496_n-2-768x426.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/03/29366423_10214337805391029_6549158659144810496_n-2-300x166.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/03/29366423_10214337805391029_6549158659144810496_n-2-696x386.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" />Dopo tutto sto sproloquio, abbiamo preso come riferimento il punto dove è situato il Roll-bar dietro al testa del pilota. Primo: Rappresenta uno degli elementi più standardizzati e più bloccati dal regolamento tecnico più simile per tutte le monoposto. Secondo:  E&#8217; la posizione che assume il pilota che è parte integrante per determinare il baricentro della vettura e la sua posizione in funzione della distanza dai due assi. Determinato quel punto, abbiamo preso la misura rispetto ai due assi, la cui somma determina il passo complessivo. La prima cosa che viene subito fuori è che la Mercedes ha portato a Barcellona ben due configurazioni della monoposto. Nella prima sessione dei test in pista c&#8217;era una monoposto con passo corto. Le prime conseguenze di questa scelta è venuta fuori proprio dall&#8217;usura gomme sotto stress. Per le motivazioni dette all&#8217;inizio, il peso sulle gomme posteriore non si scarica nello stesso modo di quando avviene con il passo lungo. Nella seconda sessione dei test la settimana seguente, la Mercedes ha portato il passo lungo, ma come vediamo dalla foto e dalle misure, non è stato allungato in entrambe le direzioni sui due assi, ma soltanto spostando l&#8217;asse anteriore fino a raggiungere la misura desiderata.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="wp-image-73415 size-full aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/03/29388713_10214337806071046_5935422894996717568_n-1.jpg" alt="29388713 10214337806071046 5935422894996717568 n 1" width="800" height="533" title="F1: Il passo delle monoposto, implicazioni e differenze tra Ferrari e Mercedes 860" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/03/29388713_10214337806071046_5935422894996717568_n-1.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/03/29388713_10214337806071046_5935422894996717568_n-1-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/03/29388713_10214337806071046_5935422894996717568_n-1-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/03/29388713_10214337806071046_5935422894996717568_n-1-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" />Un dettaglio di non poca importanza. Punto primo sulla base dell&#8217;esperienza della passata stagione quando la Mercedes in difficoltà contro la Ferrari è dovuta correre ai ripari progettando un altra monoposto soltanto per il Gp di Spagna, cosa che con due tipologie di auto già dai test non dovrebbe accadere, secondo,  la Mercedes spostando solo l&#8217;asse anteriore, ha provato ad avere un bilanciamento che consente di avere una maggiore stabilità soprattutto in percorrenza ma avendo conservato la distanza dal centro vettura all&#8217;asse posteriore della versione corta gli consente di avere una maggiore agilità in fase di inserimento anche con il passo lungo. Il resto lo faranno le distribuzioni delle masse che si vanno a spostare sulla monoposto, tutte sono sotto peso,  al punto da avere zavorra da sistemare, tanto per favorire l&#8217;avantreno, tanto per tenere più peso sulle gomme posteriori, in più le prove fatte dovrebbero consentire di avere un set up idoneo anche per le gomme più morbide dove i tecnici Mercedes hanno trovato difficoltà.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-73416 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/03/29495822_10214337806991069_1769757887250300928_n-1.jpg" alt="29495822 10214337806991069 1769757887250300928 n 1" width="960" height="539" title="F1: Il passo delle monoposto, implicazioni e differenze tra Ferrari e Mercedes 861" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/03/29495822_10214337806991069_1769757887250300928_n-1.jpg 960w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/03/29495822_10214337806991069_1769757887250300928_n-1-768x431.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/03/29495822_10214337806991069_1769757887250300928_n-1-300x168.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/03/29495822_10214337806991069_1769757887250300928_n-1-696x391.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" />E la Ferrari? A Maranello, hanno decisamente allungato il passo rispetto alla monoposto della passata stagione. L&#8217;allungamento è avvenuto aumentando,  anche se in modo non omogeneo, la distanza dell&#8217;asse anteriore e posteriore. Molto importante vedere come la distanza tra il centro vettura e l&#8217;asse posteriore della Mercedes e della Ferrari è molto simile, che poi è la distanza che la monoposto tedesca conserva per entrambe le monoposto portate in pista, il che è un buon segno, circa il lavoro che anche la Ferrari SF71-H produce sull&#8217;asse posteriore per trazione e gestione delle gomme. Il problema però si verifica sull&#8217;asse anteriore. La Ferrari rispetto alla seconda delle Mercedes ha un asse anteriore più lungo si rispetto alla passata stagione, ma non quanto è rilevato da quello Mercedes. Si trova in mezzo alle due soluzioni adottate dai tedeschi. Il che di fatto pone alcuni interrogativi, circa la gestione dei pesi e la loro collocazione, il set up delle geometrie anteriori.  La monoposto,  con questo passo aumentato ha perso l&#8217; agilità della passata stagione e non è detto che vada a recuperare in automatico precisione in inserimento di curva senza un adeguata taratura della nuova sospensione. Da quello che si è capito dai test ci sono stati evidenti problemi di definizione del set up per la nuova monoposto, e voci dai box parlano di un Binotto nel box della Haas, che  per inciso usa lo stesso passo della Ferrari , per capire come hanno distribuito i pesi gli americani, con un telaio progettato da Dallara.</p>
<p style="text-align: justify;">In buona sostanza questa vicenda dimostra che rispetto a quanto qualcuno poteva pensare, non basta uguagliare il passo della monoposto vincente per avere le stesse prestazioni. Dipende da come e dove sposti gli assi, come questi influiscono sulla posizione del baricentro, quante masse ha a disposizione il tecnico per compensare gli spostamenti di carico sui due assi, e come l&#8217;allontanamento dell&#8217;asse anteriore che porta anche lo spostamento dell&#8217;ala anteriore faccia lavorare il flusso aria sotto il muso prima che inizia a lambire il profilo a coltello che determina l&#8217;inizio del fondo. Ad oggi non ci sono dati certi per capire se la direzione intrapresa sia corretta o vada rivista. Solo Melbourne darà il giudizio finale su chi ha avuto ragione.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>F1 Analisi Aerodinamica: La diversità dei deflettori laterali sulle monoposto 2018</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Mar 2018 16:07:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nonostante l'aerodinamica possa sembrare una sorta di percorso obbligato che vuole tutti i team andare nella direzione di chi ha trovato la soluzione vincente, c'è una zona in particolare dove ogni team ha trovato soluzioni profondamente diverse una dall'altra ed è proprio quella che va dalla ruota anteriore alla parte iniziale dei fianchi laterali</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2018/03/06/f1-analisi-aerodinamico-monoposto/">F1 Analisi Aerodinamica: La diversità dei deflettori laterali sulle monoposto 2018</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-72766" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/03/28906548_10214214236221877_586601581_n.jpg" alt="28906548 10214214236221877 586601581 n" width="258" height="172" title="F1 Analisi Aerodinamica: La diversità dei deflettori laterali sulle monoposto 2018 862">Più di una volta abbiamo avuto modo di descrivere la complessità dell&#8217;aerodinamica che contraddistingue le moderne monoposto di Formula 1. Fin dal disegno dell&#8217;ala anteriore, ormai non solo con mansioni di carico aerodinamico ma diventata un vero e proprio elemento complesso che deve indirizzare l&#8217;aria al fondo e controllare di flussi e vortici davanti alle ruote anteriori. La parte inferiore del muso che fin da quando la Tyrrel nel 1999 lo sollevò per avere aria al fondo scalinato, un elemento che ricordiamo fu introdotto proprio per evitare effetto suolo, effetto che nelle monoposto attuali si verifica solo nella zona centrale con fondo di legno, per poi sfogare nel profilo estrattore posteriore. La zona centrale del fondo è proprio quella più cruciale, lo sapevano i tecnici Ferrari all&#8217;epoca vincente dal 2000 al 2005, lo sapeva Ross Brawn quando vinse con la sua monoposto nel 2009 e lo sa benissimo Adrian Newey che da anni si affanna a far lavorare bene quella zona mandando la giusta quantità di aria, alla corretta velocità, anche con angoli di Rake molto forti a scapito dell&#8217;efficienza, oppure con gli scarichi soffianti che sigillavano con aria calda il fondo come accadeva nell&#8217;epoca vincente RedBull.</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72767" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/03/28722083_10214214237221902_319961392_n-300x200.jpg" alt="28722083 10214214237221902 319961392 n" width="300" height="200" title="F1 Analisi Aerodinamica: La diversità dei deflettori laterali sulle monoposto 2018 863">Nonostante l&#8217;aerodinamica possa sembrare una sorta di percorso obbligato che vuole tutti i team andare nella direzione di chi ha trovato la soluzione vincente, c&#8217;è una zona in particolare dove ogni team ha progettato soluzioni profondamente diverse una dall&#8217;altra e si tratta proprio quella che va dalla ruota anteriore alla parte iniziale dei fianchi laterali. L&#8217;unica zona della monoposto dove è concessa una certa libertà regolamentare nella progettazione dei deviatori di flusso. I pannelli non solo sono aumentati di numero, ma anche di forma, conformazione anche come si può notare nelle foto a lato diventata molto complessa. Il nostro obiettivo è quello di mostrare e spiegare per quanto possibile l&#8217;idea alla base di ogni singola disegno adottato.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/03/28829041_10214214237501909_911267705_n-300x200.jpg" alt="28829041 10214214237501909 911267705 n" width="300" height="200" title="F1 Analisi Aerodinamica: La diversità dei deflettori laterali sulle monoposto 2018 864">Cominciamo dal team campione del mondo. La Mercedes (foto sopra 1) è quella che nella zona dei fianchi laterali è cambiata meno, si è affinata nella parte inferiore che si collega il fondo e ha rimpicciolito le prese aria. Ai lati della fiancata c&#8217;è ancora un arco che crea un tunnel per il passaggio dell&#8217;aria sulla fiancata, mentre ai lati c&#8217;è un grosso pannello deflettore diviso in due parti. In questo caso il flusso viene tenuto lineare vicino alla fiancata ma anche quello esterno viene diviso e tenuto lineare anche allontanandolo dalla scocca. Dietro al ruota anteriore c&#8217;è un piano d&#8217;appoggio per i pennelli verticali, con dei piccoli deflettori, nella parte superiore un un profilo alare dalla forma sinuosa e che tende a dividere il flussi che vanno al disopra della fiancata e quello sotto.  Infine ancora la Mercedes ha avanzato i pannelli curvi sulla parte anteriore del muso che comprimeva aria per velocizzare il flusso verso il fondo prima che questo arrivi a lambire i pannelli davanti alle fiancate.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72769" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/03/28741342_10214214237141900_1599635960_n-300x200.jpg" alt="28741342 10214214237141900 1599635960 n" width="300" height="200" title="F1 Analisi Aerodinamica: La diversità dei deflettori laterali sulle monoposto 2018 865">La Ferrari ( foto sopra 2)  dal canto suo, è quella che ha la fiancata più piccola in assoluto. Questo ha comportato l&#8217;adozione di un doppio anello ai lati della side pod per tenere il flusso sotto controllo. Più distante un pannello verticale che non copre tutta l&#8217;altezza e che si va sigillare con quello che è posto ai lati del muso dietro la ruota anteriore separando di netto l&#8217;aria all&#8217;esterno della monoposto. Anche in questo caso il piano dove sono istallati i deflettori, è molto complesso, ed anche in questo caso c&#8217;è una parte superiore per dividere i flussi. Quello che si denota è la differenza netta con la Mercedes. La Ferrari deve avere più elementi per tenere il flusso attaccato alla fiancata per effetto della distanza notevole per la sua intrinseca dimensione ridotta. Sicuramente ci sarà una migliore capacità di penetrazione per la ridotta sezione frontale,  a patto di non riempire troppo la monoposto di pannelli che vanificherebbero lo sforzo di avere una fiancata piccola, ed inoltre c&#8217;e da comprendere cosa succede a bassa velocità dove il flusso aria tende a staccarsi dalla fiancata, con un pannello deviatore più lontano che potrebbe avere difficoltà a tenere sotto controllo le turbolenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72775" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/03/28833149_10214214236261878_273080887_n-300x200.jpg" alt="28833149 10214214236261878 273080887 n" width="300" height="200" title="F1 Analisi Aerodinamica: La diversità dei deflettori laterali sulle monoposto 2018 866">La RedBull (Foto 3 -4 in alto ) è quella che più di tutte ha lavorato in quella zona. A Barcellona il team Austriaco si è presentato con due soluzioni. Una con una serie di pannelli laterali che decrescendo in altezza arriva quasi a lambire la ruota anteriore meno attaccato al muso dove si trovano le gambe del pilota. Lo scopo è chiaro.  Avere le turbolenze dettate dalla rotazione della ruota il più lontano possibile dalla fiancata. In più c&#8217;è un profilo superiore che è chiaramente curvo verso il basso per invitare l&#8217;aria che arriva a lambire il muso direttamente sulla parte inferiore della fiancata. La seconda soluzione vede una minore frequenza di pannelli, con quello più grande ricurvo verso l&#8217;interno secondo l&#8217;andamento della del side pod. Lo scopo sicuramente è quello di avere una doppia soluzione per piste lente e magari una per i tracciati veloci dove un numero di pannelli superiore potrebbe creare più drag aerodinamico di quanto carico andrebbero a recuperare. Una soluzione che si concentra sui flussi turbolenti delle ruote anteriori, comporta una grossa fiducia in quello che riesce a fare l&#8217;ala anteriore ed i pannelli posti sotto la sospensione anteriore per l&#8217;alimentazione dell&#8217;aria al fondo vettura.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72771" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/03/28721834_10214214237101899_764368944_n-226x300.jpg" alt="28721834 10214214237101899 764368944 n" width="226" height="300" title="F1 Analisi Aerodinamica: La diversità dei deflettori laterali sulle monoposto 2018 867">La fantasia progettuale degli elementi in questa zona non viene trascurata dai piccoli team. Ci sono soluzioni complesse e molto fantasiose, per esempio la Williams (foto mix 5 )è l&#8217;unica ad avere un profilo alare dietro le ruote anteriori orizzontale svergolato verso l&#8217;alto, mentre altri due team come la Renault e la Haas hanno adottato due filosofie diverse ma probabilmente con lo stesso scopo. La Renault oltre ad avere i soliti pannelli, sul piano in basso che li sostiene,  ha una serie di feritoie che hanno lo stesso andamento del piano. Una soluzione molto simile a quello che si sfrutta quando si aprono aperture davanti alle ruote posteriori per scaricare i vortici, in questo caso quelli da raddrizzare sono i flussi dietro alle ruote anteriori per essere portati sotto il fondo vettura. La Haas invece è l&#8217;unica che ha il pannello laterale allo spigolo della fiancata composto da una serie di profili alari posto uno sopra l&#8217;altro, multiplano,  che accelera il flusso aria verso l&#8217;esterno tentando di avere anche una certa efficienza dal punto di vista del carico, come se si volesse in modo consistente svuotare la parte di aria che lambisce il bordo anteriore delle fiancate. Particolare anche la soluzione scelta dalla Sauber, con tre piccoli pennelli di forma apparentemente irregolare sullo spigolo della fiancata ma con tre profili alari orizzontali due davanti alla presa aria ed uno nella parte superiore che hanno lo scopo di tenere più lineare possibile il flusso aria, sopra la fiancata dove si trova una seconda presa aria, in particolare la forma e l&#8217;andamento dei piccoli pannelli laterali sembrano letteralmente disegnati secondo le turbolenze che ognuno di essi singolarmente deve affrontare.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72773" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/03/28741077_10214214237741915_63644911_n-300x200.jpg" alt="28741077 10214214237741915 63644911 n" width="300" height="200" title="F1 Analisi Aerodinamica: La diversità dei deflettori laterali sulle monoposto 2018 868">In un marasma si soluzioni particolari, fanno specie tre team che apparentemente sono stati più conservatori. La Toro Rosso con un pannelli classico, molto piccolo e che riprende la sagoma della parte bassa della fiancata, come se i tecnici di Faenza avessero già tanta aria sotto la monoposto da preoccuparsi meno di quello che succede ai lati, la Force India che ha conservato soluzioni di evoluzione della monoposto della passata stagione. La monoposto indiana è da sempre una di quelle che hanno una migliore efficienza ad alta velocità,  ed ultima ma non ultima, la McLaren. Il team di Wiking ha anch&#8217;essa un piccolo pannello laterale ma si distingue per avere una sorta di tunnel fatto di carbonio nella zona dietro le ruote anteriori, e soprattutto si vede una parte bassa della lama che rappresenta l&#8217;inizio del fondo piatto con tanto di elemento di collegamento al muso. Una soluzione molto originale e che merita di essere approfondita nelle prossime trattazioni tecniche.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72774" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/03/28907655_10214214237301904_604901421_n-300x200.jpg" alt="28907655 10214214237301904 604901421 n" width="300" height="200" title="F1 Analisi Aerodinamica: La diversità dei deflettori laterali sulle monoposto 2018 869">In definitiva ogni team ha compreso che oltre al carico aerodinamico, ormai una delle cose più importanti è l&#8217;efficienza. La capacità di avere pressione verso il basso senza avere la resistenza che l&#8217;aria offre quando viene a contatto con la vettura. La monoposto deve avere tanto carico alle basse velocità, mentre deve scorrere il più fluidamente possibile alle alte velocità non solo per avere prestazioni ma anche minori consumi. Per chi sostiene che queste siano soluzioni copiate dalla Mercedes che le aveva adottate per far si che i competitors avessero problemi stando in scia, ricordiamo che questo è un male che si aveva anche nel 2008 quando le monoposto avevano una serie di appendici, pinne, ciminiere e chi più ne ha e più ne metteva per avere carico aerodinamico sulla carrozzeria visto che il fondo era limitato.</p>
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<p style="text-align: justify;">Quindi la Mercedes non ha deliberatamente danneggiato chi seguiva in scia ma è soltanto un effetto collaterale che tutte le monoposto avevano e che avranno questa stagione. Unica eccezione la Ferrari SF70H.  Nelle prime sei gare della stagione grazie al fondo deformabile, sigillava il flusso aria sotto la monoposto e quindi permetteva a Vettel di stare in scia con Hamilton anche in tracciati difficili come Melbourne, dove vinceva,  cosa che è andata persa nel momento in cui sotto la protesta RedBull il fondo è stato bloccato, ed i guai per Ferrari sono cominciati con il recupero contemporaneo della Mercedes.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Mazda &#124; La nuova generazione di motori Skyactiv benzina e diesel</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Feb 2018 07:01:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Mazda ha aggiornato il suo SUV medio la CX-5 con la nuova generazione di motorizzazioni Skyactiv, un propulsore che farà il suo debutto in Europa per il Salone di Ginevra. Due le versioni Skyactiv-G, 2.0 litri e 2.5 litri, e Skyactiv-D 2.2 litri diesel.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-72333" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/02/skyactiv-g_01-300x199.png" alt="skyactiv g 01" width="300" height="199" title="Mazda | La nuova generazione di motori Skyactiv benzina e diesel 870" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/02/skyactiv-g_01-300x199.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/02/skyactiv-g_01.png 480w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />La Mazda ha aggiornato il suo SUV medio la CX-5 con la nuova generazione di motorizzazioni Skyactiv, un propulsore che farà il suo debutto in Europa per il Salone di Ginevra. Due le versioni Skyactiv-G, 2.0 litri e 2.5 litri, e Skyactiv-D 2.2 litri diesel. Oltre alle nuove motorizzazioni la CX-5 approfitterà per un aggiornamento delle componenti  con l&#8217;adozione di un nuovi sistema di telecamere, ed il portellone elettrico oltre a nuove finiture per gli arredi dell&#8217;abitacolo.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Skiactiv-G Benzina</strong></p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-72334" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/02/skyactiv-g_03_en.png" alt="skyactiv g 03 en" width="245" height="186" title="Mazda | La nuova generazione di motori Skyactiv benzina e diesel 871">Si tratta del primo propulsore a benzina al mondo che riesce a raggiungere un rapporto di compressione di 14:1. Negli attuali motori a benzina, anche quelli più evoluti non si riesce ad avere un rapporto di compressione migliore di 12:1 con una media di 10:1. Avere un rapporto di compressione più alto migliora in modo considerevole l&#8217;efficienza termica fino al 9%,. Il motivo per cui i progettisti non vanno oltre certi valori per il rapporto di compressione non è per limiti tecnologici, ma per il semplice fatto che in genere ci sono effetti collaterali nocivi come la perdita di coppia ed il sopraggiungere del fenomeno di battito in testa fenomeno dovuto all&#8217;accensione spontanea della miscela di carburante. I tecnici della Mazda sono intervenuti sulla controllo della temperatura sfruttando la quantità di gas di scarico residui che restano in camera di combustione al momento della chiusura della valvola. l passaggio dall&#8217;8% al 4% della gas residuo, consente di abbassare la temperatura in camera di combustione al momento di immettere nuova miscela portandola ad un valore analogo per un rapporto di compressione canonico di 10:1, che corrisponde a 750°, impedendo di fatto il battito in testa sfruttando appieno il vantaggio del rapporto di compressione più elevato.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72335" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/02/skyactiv-g_04_en-300x189.png" alt="skyactiv g 04 en" width="300" height="189" title="Mazda | La nuova generazione di motori Skyactiv benzina e diesel 872" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/02/skyactiv-g_04_en-300x189.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/02/skyactiv-g_04_en.png 410w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Il modo trovato dai tecnici giapponesi per controllare la percentuale di gas di scarico residui, passa attraverso la progettazione di un collettore disegnato 4-2-1 più lungo. In questo modo quando il cilindro tre apre la valvola di scarico per fa evacuare i gas, la parte che tende e rientrare nel cilindro connesso, cosa che avviene anche in un collettore più corto dove percorrere un tratto di lunghezza maggiore, in questo modo arriverà nel cilindro in quantità ridotta. Con un condotto di scarico lungo 600mm, si è riusciti a limitare anche la perdita di coppia tipica di un motore ad alto rapporto di compressione, ovviamente per motivi di spazio il collettore non è di forma lineare come si vede in figura ma adotta una forma ad anello.  Un percorso maggiore, porta  ad un inevitabile raffreddamento dei gas di scarico prima che questi raggiungano il catalizzatore, impedendo a quest&#8217;ultimo di lavorare in modo ottimale. Per evitare questo problema la temperatura dei gas di scarico viene aumentata ritardando i tempi di accensione della miscela in fase di combustione.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72336" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/02/skyactiv-g_05-300x194.jpg" alt="skyactiv g 05" width="300" height="194" title="Mazda | La nuova generazione di motori Skyactiv benzina e diesel 873" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/02/skyactiv-g_05-300x194.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/02/skyactiv-g_05.jpg 318w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Lo studio attendo della fase di combustione da parte dei tecnici giapponesi ha consentito di ottenere una combustione omogenea grazie ad una cavità ricavata sul cielo del pistone, sfruttando l&#8217;ottimizzazione dei tempi di iniezione tenendo la miscela raccolta più vicino alla candela. La camera ricavata sul cielo del pistone ha anche permesso di migliorare le condizioni di lavoro per la testa, con un controllo della propagazione della fiamma che va lambire la parte interessata. Infine una combustione più rapida, grazie all&#8217;utilizzo di iniettori multi-foro, polverizzano e aumentano la pressione della benzina, bruciando tutta la miscela anticipando il sopraggiungere  dell&#8217;effetto del battito in testa.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Skyactiv-D</strong></p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72337" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/02/skyactiv-d_03_en-300x175.png" alt="skyactiv d 03 en" width="300" height="175" title="Mazda | La nuova generazione di motori Skyactiv benzina e diesel 874" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/02/skyactiv-d_03_en-300x175.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/02/skyactiv-d_03_en.png 337w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Per la progettazione delle motorizzazioni diesel, i tecnici giapponesi hanno posto particolare attenzione all&#8217;annoso problema del controllo degli NOx, ovvero gli ossidi di azoto, le fantomatiche polveri sottili. Questi si formano come conseguenza dell&#8217;accensione spontanea che avviene nella camera di combustione per effetto dell&#8217;alta pressione e temperatura a cui trova l&#8217;aria quando il gasolio viene iniettatonel cilindro.  La soluzione Mazda è quella di ritardare l&#8217;iniezione del gasolio fino a che il pistone non ricomincia a scendere dal punto morto superiore, in questo modo la temperatura e la pressione nel cilindro si abbassano, e la combustione genera meno NOx, un vantaggio che va a scapito dell&#8217;efficienza consumando leggermente più gasolio. Quando in diesel c&#8217;è una riduzione del rapporto di compressione,  l&#8217;accensione della miscela richiede più tempo consentendo una migliore miscelazione di aria e carburante, con una combustione più uniforme senza avere aree con picchi localizzati ad alta temperatura e zone con un apporto insufficienze di ossigeno.</p>
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<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72338" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/02/skyactiv-d_04_en-300x225.png" alt="skyactiv d 04 en" width="300" height="225" title="Mazda | La nuova generazione di motori Skyactiv benzina e diesel 875" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/02/skyactiv-d_04_en-300x225.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/02/skyactiv-d_04_en-265x198.png 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/02/skyactiv-d_04_en.png 337w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Il basso rapporto di compressione, consente allo SKYACTIV-D di avere minori sollecitazioni in fase di combustione, il che porta anche un diverso dimensionamento delle componenti del motore, dai pistoni, fino al monoblocco nella sua interezza, per un risparmio di peso complessivo nell&#8217;ordine del 25% totale, il che consente allo Skyactiv-D di avere un peso di un&#8217;analogo ad motore di pari cilindrata a benzina. Il lavoro fatto dai tecnici giapponesi non è stato comunque esente da problemi. Abbassare il rapporto di compressione può creare difficoltà di avviamento a freddo, ed accensioni non omogenee del gasolio nelle fasi critiche del riscaldamento. Gli iniettori piezoelettrici multi-foro consentono di variare il numero delle iniezioni,  la loro frequenza, la concentrazione della miscela, garantendo un perfetto avviamento a freddo.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72339" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/02/skyactiv-d_06-300x194.jpg" alt="skyactiv d 06" width="300" height="194" title="Mazda | La nuova generazione di motori Skyactiv benzina e diesel 876" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/02/skyactiv-d_06-300x194.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/02/skyactiv-d_06.jpg 318w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Nella fattispecie il nuovo iniettore può produrre fino ad un massimo di 9 iniezioni, che possono essere suddivise in pre-iniezione, iniezione principale e post-iniezione, utilizzate in base alle esigenze di utilizzo da parte del guidatore.  Nella fase di risaldamento,  la Mazda una un sistema denominato VVL,  ovvero alzata variabile della valvola di scarico. Un sistema che consente di tenere aperta la valvola durante la corsa di aspirazione per richiamare il gas di scarico caldo all&#8217;interno del cilindro, in questo modo viene aumentata la temperatura dell&#8217;aria, aumentando la temperatura di compressione, stabilizzando l&#8217;accensione.  Infine lo Skiactiv-D si dota di due turbocompressori, un turbo piccolo per ottenere un&#8217;elevata coppia con una risposta immediata ai bassi ed un turbo di dimensioni più generose in serie per ottenere un&#8217;elevata potenza agli alti regimi. In questa configurazione il nuovo diesel Mazda oltre ad essere uno dei più puliti ed efficienti del mercato, con consumi bassi, garantisce una potenza di 190cv e 450Nm di coppia massima.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Ducati Desmosedici 2017 e 2018 a confronto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danny Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2018 15:04:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Desmosedici]]></category>
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		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la presentazione della nuovissima Desmosedici in versione 2018, è ora di fare qualche valutazione paragonandola alla moto dalla quale deriva e con la quale Dovizioso ha sfiorato il titolo 2017. Oltre alle ovvie differenze di livrea visto qualche variazione negli sponsor, la prima cosa che salta all&#8217;occhio è il nuovo pacchetto aerodinamico di questa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-71944" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/01/desmosedici-2017-2018.jpg" alt="desmosedici 2017 2018" width="679" height="771" title="Ducati Desmosedici 2017 e 2018 a confronto 881" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/01/desmosedici-2017-2018.jpg 679w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/01/desmosedici-2017-2018-300x341.jpg 300w" sizes="(max-width: 679px) 100vw, 679px" />Dopo la <span style="color: #000080;"><strong>presentazione della nuovissima Desmosedici in versione 2018</strong></span>, è ora di fare qualche valutazione paragonandola alla moto dalla quale deriva e con la quale Dovizioso ha sfiorato il titolo 2017.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre alle ovvie differenze di livrea visto qualche variazione negli sponsor, la prima cosa che salta all&#8217;occhio è il nuovo pacchetto aerodinamico di questa Desmosedici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ducati abbandona il concetto provato di <a href="https://www.giornalemotori.com/2017/03/18/analisi-tecnica-del-muso-ducati-hammerhead/"><strong><span style="color: #000080;">&#8220;Hammer Head&#8221;</span></strong></a> (ve lo ricordate? Cliccate per capire la sua idea di base) e di ala a triplano, con un nuovo sistema deportante che dovrebbe garantire carico sull&#8217;anteriore senza mantenere la pulizia del flusso sulla fiancata della moto che ha il difetto di rendere la moto più complessa da direzionare.A differenza delle ali a tunnel, le feritoie ai lati del sistema aerodinamico dovrebbero deviare il flusso verso l&#8217;esterno rendendolo turbolento, in modo da evitare la pressione che un flusso lineare e pulito creerebbe ai lati del pilota e della carena.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniamo poi alla parte ciclistica, che sembra quella più rivoluzionata. Rispetto alla moto presentata un anno fa notiamo subito il cambio di forcellone. Ora lo scatolato è più grosso, la struttura è mista carbonio/alluminio, la sezione rettangolare del trave di sinistra è più lunga. Va detto però che il forcellone è molto simile a quello usato durante il finale della stagione scorsa.</p>
<p style="text-align: justify;">Se guardiamo però il forcellone 2017 e quello 2018, con le dovute proporzioni e con un pochino di &#8220;reverse engineering&#8221;, notiamo un accorciamento del forcellone che, al netto dell&#8217;angolazione, dovrebbe essere intorno al 4%.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-71946" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/01/forcellone-desmosedici-2018-2017.jpg" alt="forcellone desmosedici 2018 2017" width="748" height="815" title="Ducati Desmosedici 2017 e 2018 a confronto 882" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/01/forcellone-desmosedici-2018-2017.jpg 748w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/01/forcellone-desmosedici-2018-2017-300x327.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/01/forcellone-desmosedici-2018-2017-696x758.jpg 696w" sizes="(max-width: 748px) 100vw, 748px" /></p>
<p>Ovviamente il tutto va valutato insieme al link posteriore, ma quello va analizzato in altra sede una volta vista la moto in azione.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardando leggermente più in alto arriviamo alla struttra reggisella: sulla Desmosedici GP17, il sellino e la sua struttura si avvitavano nel telaio in alluminio grazie a due asole. Ora invece la parte superiore del reggisella ha una sua piccola sporgenza sulla quale agganciarsi, mentre la parte inferiore parrebbe entrare nel telaio in una zona appositamente fresata.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-71945" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/01/desmosedici-2018-2017-telaio.jpg" alt="desmosedici 2018 2017 telaio" width="937" height="307" title="Ducati Desmosedici 2017 e 2018 a confronto 883" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/01/desmosedici-2018-2017-telaio.jpg 937w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/01/desmosedici-2018-2017-telaio-768x252.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/01/desmosedici-2018-2017-telaio-300x98.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/01/desmosedici-2018-2017-telaio-696x228.jpg 696w" sizes="(max-width: 937px) 100vw, 937px" />Il telaio stesso è cambiato e, come anticipato qualche settimane fa da qualche sito, è effettivamente più corto. Quello che importa a noi però sono le proporzioni di questo accorciamento, fondamentali per comprendere il <a href="https://www.giornalemotori.com/2012/08/11/trittico-fondamentale-centraggio-gomme-aderenza/"><span style="color: #000080;"><strong>centraggio</strong></span></a> generale della moto.</p>
<p style="text-align: justify;">Saltano all&#8217;occhio subito le differenti saldature sul telaio, segno di un profondo lavoro sul doppiotrave in alluminio. Sempre con le dovute proporzioni, abbiamo notato che la zona di ancoraggio del forcellone si è avvicinata al motore.</p>
<p style="text-align: justify;">Capire invece il posizionamento del motore è davvero complesso e i riferimenti usati per la comparazione delle due moto non è detto che siano esatti. Guardando alcuni riferimenti parrebbe essere leggermente più in alto e un pochino avanzato, ciò sta a significare che la massa pesante data dal motore sia stata portata decisamente avanti per favorire un maggiore apporto del carico statico anteriore durante la fase di percorrenza, ma che si è cercato di portare avanti la ruota posteriore per non perdere grip statico. (Ricordiamo che allontanare la ruota posteriore dal baricentro riduce il carico statico).</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-71947" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2018/01/telaio-desmosedici-2017-2018.jpg" alt="telaio desmosedici 2017 2018" width="1284" height="475" title="Ducati Desmosedici 2017 e 2018 a confronto 884" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/01/telaio-desmosedici-2017-2018.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/01/telaio-desmosedici-2017-2018-1024x379.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/01/telaio-desmosedici-2017-2018-768x284.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/01/telaio-desmosedici-2017-2018-300x111.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2018/01/telaio-desmosedici-2017-2018-696x257.jpg 696w" sizes="(max-width: 1284px) 100vw, 1284px" />Anche sulla posizione del pilota si è lavorato parecchio: il serbatoio è compatto e permette di avvicinare la seduta del pilota che ora si trova più sopra al perno forcellone. Questa forse è una delle cose più rilevanti dal punto di vista dell&#8217;adattabilità della moto, essendo il pilota la &#8220;massa&#8221; che varia posizione in continuazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La geometria dell&#8217;anteriore invece è di più difficile interpretazione: non sapendo la posizione delle boccole di regolazione dell&#8217;angolo di sterzo delle moto in foto al momento dello scatto, non si può risalire alle sue quote. Guardandole così è plausibile pensare ad un angolo di sterzo compreso tra i 24,5 e i 26,5 gradi.</p>
<p style="text-align: justify;">La moto appare generalmente più compatta e corta dal punto di vista concettuale: si potrebbe pensare che spostando in avanti il motore si sia fatto avanzare il centraggio in modo significativo, ma l&#8217;accorciamento della zona posteriore potrebbe mantenere la distribuzione della moto 2017 su un interasse più corto.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, un motore ipoteticamente posizionato più in alto alzando leggermente il centraggio, dovrebbe migliorare la percorrenza della curva grazie ad un maggiore braccio meccanico dato poprio dalla maggiore altezza del baricentro. Se volete fare un ripassino, leggete <a href="https://www.giornalemotori.com/2013/07/28/il-momento-giusto-per-accelerare/"><span style="color: #000080;"><strong>&#8220;Il momento giusto per accelerare&#8221;</strong></span></a>. L&#8217;eventuale maggiore sottosterzo dato dal maggiore trasferimento di carico dovuto a questa soluzione, può essere facilmente compensato dal pilota con la sua posizione in sella.</p>
<p>Ora non resta che aspettare il primo test stagionale per capire il potenziale di questa nuova Desmosedici.</p>
<p><strong>Danny Garbin</strong></p>
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		<title>Formula E &#124; la tecnica delle monoposto elettriche 2017-2018</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2017/12/05/formula-e-tecnica/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=formula-e-tecnica</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2017 10:50:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima gara di Formula E ha richiesto da parte nostra un focus tecnico sulla tecnologia alla base di uno dei campionati più controversi e innovativi del panorama motoristico mondiale. Per capire la Formula E dal punto di vista tecnico, si deve fare una piccola escursione partendo dalle origini.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2017/12/05/formula-e-tecnica/">Formula E | la tecnica delle monoposto elettriche 2017-2018</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-71429" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/12/m3electro-info-blueprints-685X455px-300x199.jpg" alt="m3electro info blueprints 685X455px" width="300" height="199" title="Formula E | la tecnica delle monoposto elettriche 2017-2018 885">La prima gara di Formula E ha richiesto da parte nostra un focus tecnico sulla tecnologia alla base di uno dei campionati più controversi e innovativi del panorama motoristico mondiale. Per capire la Formula E dal punto di vista tecnico, si deve fare una piccola escursione partendo dalle origini. Il patron Alejandro Agag, ha voluto portare le vetture da corsa a portata di mano della gente, nel centro delle città dove la questione inquinamento è quanto mai all&#8217;ordine del giorno, e non c&#8217;era altra alternativa che usare la propulsione elettrica. Una idea che ha riscontrato lo scetticismo di tutti, tranne Jean Todt presidente Fia che ha dato fiducia ad Agag e collaborazione fin dall&#8217;inizio.  Uno degli obiettivi era quello di tenere bassi i costi per attirare team in un mondo che era una scommessa. Per tenere bassi i costi serviva un telaio ed una aerodinamica unica, progettata dal migliore che ci sia sul mercato, Dallara, una fornitura unica per gomme Michelin, che ha sfruttato l&#8217;occasione per usare una copertura molto simile a quella stradale che vende per le vetture sportive.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-71430" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/12/m3electro-blueprints-2-685X455px-1-300x199.jpg" alt="m3electro blueprints 2 685X455px 1" width="300" height="199" title="Formula E | la tecnica delle monoposto elettriche 2017-2018 886">La parte elettrica è la vera e propria novità, in un primo momento prevedeva una batteria unica progettata e prodotta da Williams, gestita da un inverter, un sistema di propulsione elettrica con doppio motore e con scatola del cambio progettata dalla McLaren per tutti. I team che si cimentavano nel campionato dovevano solo gestire il telaio e la parte elettrica. Nonostante l&#8217;adesione di molte aziende che avevano componenti elettrici per autotrazione nel loro catalogo, come Quacomm, Schaeffler, Marelli, queste non potevano usare la loro tecnologia limitandosi solo ad inserire il loro nome come gestore delle monoposto. Un problema che rischiava di frenare lo sviluppo di un campionato che stava promettendo bene fin dalla prima stagione.  Nella seconda edizione La Fia assieme ad Agag corre ai ripari, consentendo ai costruttori di sviluppare propri propulsori all&#8217;interno di paletti ben definiti dal regolamento tecnico. L&#8217;appetito vien mangiando,  lo spettacolo delle gare aumenta,  quindi è giusto fare un altro passo in avanti dal punto di vista tecnologico, lasciando più spazio ai singoli team per sviluppare la power unit.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-71431" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/12/season-3-of-formula-e-image-3-300x199.jpg" alt="season 3 of formula e image 3" width="300" height="199" title="Formula E | la tecnica delle monoposto elettriche 2017-2018 887">La prima ad approfittarne nella terza edizione del campionato è stato il team DS Virgin che ha optato per un motore singolo al posto dei due motori classici, montato trasversalmente e un cambio a due velocità simile, uno schema che rappresenta una variante di quello che già aveva sperimentato la Renault Sport nella seconda stagione eliminando il cambio a più velocità eliminando di fatto la scatola del cambio che era caratteristica del primo anno, per una drive line collegata direttamente al motore con presa diretta che consente al massimo due marce a seconda della volontà di utilizzo del team. Questo schema è grossomodo applicato alle monoposto protagoniste della quarta stagione del campionato di Formula E, ed andiamo a vedere nel dettaglio come è formata. La batteria continua ad essere unica per tutti i team ed è prodotta da Williams, ma nella prossima stagione sarà prevista una evoluta progettata dalla McLaren.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-71432" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/12/ext-300x188.jpg" alt="ext" width="300" height="188" title="Formula E | la tecnica delle monoposto elettriche 2017-2018 888">Il controllo del motore elettrico a 6 fasi avviene attraverso un inverter, , entrambi Magneti Marelli, ed un cambio a presa diretta po due velocità,  il tutto fruttando il nuovo sistema di recupero di energia controllato sia in automatico che attraverso il volante del pilota.  Nel dettaglio Il telaio ha un design simile a quanto visto sulle Formula Indy, progettate anche queste da Dallara, ed ha il compito di assicurare la massima efficienza aerodinamica unita ad accorgimenti per evitare che ad un eventuale contatto possano decollare. L&#8217;ala anteriore protegge il pneumatico in tutta la sua interezza, la fiancata si allarga fino a coprire il pneumatico posteriore e dietro c&#8217;è una sorta di paraurti che protegge dai contatti. La batteria ad oggi è progettata e fornita dalla Williams, ed è costituita da celle ad Ioni di Litio, raffreddata ad acqua, incastonata un una struttura telaistica direttamente progettata da Dallara.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-71434" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/12/april_fools_twitter_post_text_v2-300x158.jpg" alt="april fools twitter post text v2" width="300" height="158" title="Formula E | la tecnica delle monoposto elettriche 2017-2018 889" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/12/april_fools_twitter_post_text_v2-300x158.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/12/april_fools_twitter_post_text_v2.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Nel complesso la batteria più cella di protezione pesa 320kg, con una capacità di immagazzinare energia per 28KW/h. Nella prossima stagione la batteria sarà sostituita da un elemento progettato da McLaren più leggera, con capacità maggiore e più efficiente.  L&#8217;inverter è un sistema elettronico  di ingresso/uscita che varia la tensione e la frequenza della corrente alternata in uscita rispetto a quella in entrata. Il motore elettrico è un motore sincrono in corrente alternata la cui velocità di rotazione è sincronizzata con la la frequenza elettrica.  Comunemente si tratta di motori con alimentazione trifase, ma la Magneti Marelli ne ha sviluppato uno che lavora a 6 fasi che eroga la potenza di 200Kw, pari a 270cv. La rigenera delle batterie avviene nelle fasi passive attraverso il motore elettrico principale e l&#8217;impianto frenante che è composto anche da un classico sistema con dischi e pinze in carbonio che lavora solo nelle fasi in cui la rigenera non è consentita per motivi regolamentari.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="KsCKrixx5Qk"><iframe loading="lazy" title="How Are Formula E Cars Different In Season 3?" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/KsCKrixx5Qk?start=3&#038;feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Debriefing Valencia: l&#8217;anomalia Honda e i dubbi Yamaha</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Dec 2017 14:43:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[analisi tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica moto]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica motogp]]></category>
		<category><![CDATA[Valencia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci è voluto un pochino di tempo per far uscire il Debriefing di Valencia ma leggendo capirete il perché. Gli argomenti che toccheremo sono parecchi e magari sarà necessario qualche ripassino di fisica. Spesso sentiamo dire che la pista di Valencia non è favorevole alle Ducati, cosa che storicamente equivaleva a dire che il tracciato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2017/12/02/debriefing-valencia-lanomalia-honda-e-i-dubbi-yamaha/">Debriefing Valencia: l&#8217;anomalia Honda e i dubbi Yamaha</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci è voluto un pochino di tempo per far uscire il <strong>Debriefing di Valencia</strong> ma leggendo capirete il perché. Gli argomenti che toccheremo sono parecchi e magari sarà necessario qualche ripassino di fisica. Spesso sentiamo dire che la pista di Valencia non è favorevole alle Ducati, cosa che storicamente equivaleva a dire che il tracciato premiava la pura percorrenza nella quale la casa italiana non era particolarmente forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, a parte il fatto che l’attuale Ducati non va affatto male in percorrenza, il fatto che Pedrosa abbia vinto su Honda, ovvero sulla moto che attualmente ha i maggiori problemi di percorrenza, la dice tutta su questo circuito. Per capire bene ciò di cui andremo a parlare, ossia del &#8220;centraggio&#8221;, conviene che andiate a leggere <a href="https://www.giornalemotori.com/2012/08/11/trittico-fondamentale-centraggio-gomme-aderenza/"><strong><span style="color: #000080;">QUESTO ARTICOLO</span></strong></a> che parla proprio di come la posizione del baricentro influenza la dinamica generale della moto.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-71394" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/12/valencia.jpg" alt="valencia" width="728" height="485" title="Debriefing Valencia: l&#039;anomalia Honda e i dubbi Yamaha 893" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/12/valencia.jpg 728w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/12/valencia-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/12/valencia-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 728px) 100vw, 728px" />Le frenate a moto piegata non sono affatto prevalenti rispetto a quelle con moto dritta, e la vera difficoltà è mantenere la gomma in temperatura nell’affrontare le curve 4-5 e 10-11 molto distanti dalla frenata precedente: le moto col centraggio arretrato &#8211; più basso e con minore sbraccio rispetto al momento di rollio – rischiano la perdita dell’avantreno in fase di fine piega. Sulla base di tali considerazioni la Yamaha parrebbe favorita, e nei fatti avrebbe anche vinto se Zarco non si fosse trovato a combattere con il Re di Valencia in ottima forma: la frenata per la curva 14 non era sufficiente a pareggiare il conto.</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa più importante da rilevare è che su questa pista non c’era una moto più avvantaggiata rispetto alle altre, e alla fine a vincere è stato chi ha fatto meno errori e ha saputo interpretare al meglio il tracciato. Facciamo un piccolo elenco:</p>
<p style="text-align: justify;">Marquez a Valencia ha sbagliato poco, ma la vittoria non era il suo obiettivo. Certo, appena ha visto che il primo posto era facilmente alla sua portata ci ha provato: già qualche giro prima aveva dimostrato al suo box di poter passare con assoluta facilità, probabilmente richiedendo di potersi svincolare da un accordo che gli imponeva solo di stare tranquillo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha utilizzato la hard anteriore, ma con la sua guida è un errore veniale, lui non chiede molto all’avantreno durante la piega. Hard che comunque l’ha punito nel momento della staccata ritardata alla curva 1: trenta metri di frenata in meno significa mescola più fredda e velocità di ingresso più elevata. Buon per lui che è riuscito a tenere la moto in gara – ne parleremo in seguito – e che è riuscito a proseguire. A orecchie basse e rispettando le consegne.</p>
<p style="text-align: justify;">Pedrosa, dal canto suo, tiene la moto più alta e guida in modo esemplare. Tanto esemplare che riesce a portare la sua hard anteriore al primo posto, anche se la media continuava ad essere la scelta più corretta per evitare guai. Il suo assetto e la maggiore motricità della Honda gli consentono di utilizzare una media sulla ruota posteriore, e almeno in questo non sbaglia. Gli è andata benone ma sul tempo assoluto avrebbe potuto far di meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Zarco sceglie la soft con la moto un po’ più abbassata, in stile lorenziano. Tecnicamente non sbaglia nulla, e forse è l’unico. Un rookie sulla ruota del Re di Valencia non è un cattivo risultato. Bravi davvero, in Tech3.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-71392" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/12/2017-11-13_151426.jpg" alt="2017 11 13 151426" width="915" height="589" title="Debriefing Valencia: l&#039;anomalia Honda e i dubbi Yamaha 894" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/12/2017-11-13_151426.jpg 915w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/12/2017-11-13_151426-768x494.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/12/2017-11-13_151426-300x193.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/12/2017-11-13_151426-696x448.jpg 696w" sizes="(max-width: 915px) 100vw, 915px" />Le Ducati ufficiali su hard mi lasciano perplesso. Considerando le doti di percorrenza dei due piloti appare una scelta incomprensibile: l’assetto alto imposto da una hard finisce per scontrarsi con un feroce sottosterzo in accelerazione a causa della soft posteriore che non vuole cedere e collaborare a chiudere la curva sotto trazione. E d’altra parte l’assetto basso in percorrenza pura sulla hard crea più di un problema alla corda nelle curve di cui parlavamo, a meno che non porti sulla tabella il numero 93. Ma lo stile dei ducatisti non mi pare si avvicini a quello di Marquez.</p>
<p style="text-align: justify;">Soft posteriore e media anteriore, in Yamaha non sbagliano la scelta delle gomme ma continuano ad avere grossi problemi sulla trazione troppo scorbutica della M1 2017: se le condizioni sono buone, ne ha tanta che la coda non collabora neppure un po’ in accelerazione (e comincio a credere che sia questo il problema che a inizio anno avvertiva Rossi quando dichiarava che la moto non curvava bene); se invece le condizioni peggiorano, neppure l’elettronica riesce a tagliare correttamente un eventuale eccesso sulla manopola del gas.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so cosa ci sia di vero sui tentativi durante le prove, ma la mia impressione (mia, sia ben chiaro, a titolo di ipotesi personale) è che abbiano rilevato qualche quota dal vecchio telaio 2016 nel tentativo di capire le differenze ed eventualmente riportare la versione 2017 alle condizioni della vecchia versione. Tentativo impossibile in partenza: ad essere diverso è il comportamento dinamico delle soluzioni adottate, copiare le quote statiche non porta ad alcun risultato. Sempre a titolo personale, se mi avessero chiesto di azzardare una modifica veloce io avrei accorciato il forcellone e abbassato la moto, a costo di passare a una soft anche all’avantreno.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-71393" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/12/pedrosa-zarco-valencia.jpg" alt="pedrosa zarco valencia" width="799" height="430" title="Debriefing Valencia: l&#039;anomalia Honda e i dubbi Yamaha 895" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/12/pedrosa-zarco-valencia.jpg 799w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/12/pedrosa-zarco-valencia-768x413.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/12/pedrosa-zarco-valencia-300x161.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/12/pedrosa-zarco-valencia-696x375.jpg 696w" sizes="(max-width: 799px) 100vw, 799px" />La Suzuki merita un discorso a sé. Ho sempre ritenuto che fosse molto vicina alla M1 2016 dal punto di vista del comportamento dinamico, dunque una moto vincente che però scontava un setting discutibile. E finalmente Iannone, dopo i test di Jerez, dichiara “abbiam capito di aver sbagliato durante tutto l’anno”.</p>
<p style="text-align: justify;">Comprensibilissimo, lui veniva da una Ducati e guidava in modo aggressivo, sicuramente non abbastanza rotondo per una moto a quattro cilindri in linea. Peccato, sarà per il prossimo anno. Ma non sarà facile: Aprilia e KTM hanno dimostrato di avere un eccellente equilibrio nell’ultima parte della stagione, e tanta concretezza nello sviluppo non è mai un caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, dato che la stagione è conclusa e abbiamo tempo, possiamo valutare a bocce ferme i due interrogativi che qui a Valencia hanno tenuto banco nel dopogara: come mai la M1 2017 mostra difficoltà nel setting dell’elettronica mentre la vecchia 2016 con la stessa centralina arriva spesso davanti? E come fa Marquez a riprendere la Honda durante una caduta di anteriore? Ci arriviamo, sto ancora scrivendo 😉</p>
<p style="text-align: justify;">Primo punto, la <strong>Yamaha M1 2017</strong>. All’inizio della stagione andava fortissimo, pareva imprendibile. Addirittura Vinales sembrava in grado di cancellare le gesta di Marquez vincente alla prima stagione. Rossi per la verità era già perplesso e avvertiva qualcosa di strano nella nuova moto, ma le vittorie del suo giovanissimo compagno facevano passare in secondo piano qualsiasi rilievo. “La sento strana, non curva come l’altra”, questa era in estrema sintesi la sensazione del nove volte iridato.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esperienza Michelin dell’anno precedente aveva mostrato che la casa francese ci sapeva fare nel settore delle mescole soffici ed era in grado di realizzare gomme posteriori con elevata trazione anche con carichi verticali relativamente bassi, cosa che aveva rimesso prepotentemente in gioco una M1 che su gomme giapponesi non riusciva più a scaricare la potenza sull’asfalto. Il problema della motricità si era presentato già nel 2013, in piena era Bridgestone, e aveva portato alla realizzazione della versione 2014 con telaio allungato dal cannotto di sterzo in modo che il peso gravasse meno sull’anteriore e più sulla posteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Passo più lungo e minor carico anteriore avevano però una contropartita: se da un lato miglioravano la frenata profonda e l’accelerazione, d’altro canto la moto diventava meno agile, più delicata in fase di ingresso soprattutto a freno pinzato e meno rapida nelle curvette lente. Rossi all’epoca fece un grande lavoro sulla propria guida, veniva dagli anni in Ducati e qualcosa sulle moto sottosterzanti l’aveva capita: iniziò a sporgersi di più e ad anticipare la piega col corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo la vecchia M1 2013 col marchio Forward andava fortissimo grazie al regolamento Open che le consentiva di utilizzare sulla posteriore la mescola soft che risolveva in radice il problema di trazione. Con l’avvento della Michelin, la Yamaha riprese vigore proporzionalmente alla trazione della gomma francese, tanto buona al posteriore quanto traditrice sull’anteriore. Non si contano più le variazioni di carcasse e di specifiche introdotte dalla Michelin nel corso degli ultimi anni, ma alla fine si arriva alla stagione 2017 con un’anteriore dignitosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla scorta dell’esperienza 2016 in Yamaha decidono di tornare a moto più maneggevoli, compensando per via dinamica il minor carico statico posteriore. Nei test e nelle prime gare tutto pare funzionare benone, la trazione c’è anche col cannotto accorciato e il forcellone lungo. Anzi, ce n’è tanta che Rossi avverte qualcosa di strano. Col senno del poi probabilmente la coda della moto non allargava nemmeno un po’, scaricando interamente sull’anteriore il compito di chiudere la curva trattenendo le masse anteriori anche quando sotto gas si alleggeriva l’avantreno. E probabilmente, non essendo un analista della dinamica, avrà concluso che occorreva migliorare la gomma anteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Badate, la cosa può apparire bizzarra ma non è affatto la prima volta che mi trovo davanti a cose simili, con piloti che mi parlano di avantreno e che poi mi vedono agire sul retrotreno della moto. E che poi, a risultato raggiunto, non si raccapezzano su quanto hanno visto. Lunga storia…</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo alla stagione 2017. Michelin sforna una gomma migliorata, e Honda ringrazia sentitamente: fino ad allora non c’era verso di inserire in curva, da quel momento si inizia a scalare la classifica. Per Yamaha invece cambia poco: forse in qualche pista con ottimo grip la situazione migliora, ma non in modo decisivo. Il favore fatto ai concorrenti è sicuramente maggiore del presunto vantaggio e il gap inizia a crescere. Sulle piste a basso grip compare un nuovo problema: la moto perde bruscamente trazione e l’elettronica non riesce a tagliare abbastanza. L’extragrip dinamico presenta il conto: una volta che la ruota inizia a spinnare, tutto l’extragrip si azzera ed occorre levare trenta cavalli perché la gomma riprenda aderenza col solo carico statico.</p>
<p style="text-align: justify;">I concorrenti ne levano solo cinque, non trenta. Il setting dell’elettronica diventa difficile, non resta altro che tenerla molto chiusa ed evitare qualunque accenno di drift, persino quella piccola quota che altri utilizzano per curvare più facilmente (senza arrivare alla guida di Stoner, per capirci). Ufficialmente si parla di elettronica difficile o inadeguata, e in tanti sembrano trascurare che la vecchia 2016 col marchio Tech3 utilizza tranquillamente la stessa centralina.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante la stagione si prova di tutto, fino a Valencia dove si tenta di ricopiare le quote 2016 sul telaio 2017 senza risultato. Semmai si sarebbe dovuto applicare un processo di reverse engineering, partendo dalla statica e dalle geometrie vecchie e calcolando il comportamento dinamico 2016, poi sulla base del centraggio del modello 2017 definire la statica e le geometrie che conducessero al medesimo comportamento dinamico. E le quote finali non sarebbero state di certo uguali a quelle 2016.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il momento ci fermiamo qui, nel prossimo articolo (che uscirà tra qualche giorno) cercheremo di spiegare nel dettaglio come e perché Marquez riesce a salvarsi quando perde l&#8217;anteriore e faremo qualche altra riflessione sulla dinamica della motocicletta. Stay tuned!</p>
<p style="text-align: justify;">P.S.: per chi fatica a capire alcuni ragionamenti potete tranquillamente commentare e risponderemo nella maniera più esaustiva possibile. Per i nuovi lettori consigliamo di dare un&#8217;occhiata al nostro <a href="https://www.giornalemotori.com/tecnica-moto-indice-articoli/"><strong><span style="color: #000080;">INDICE TECNICO MOTO</span></strong></a> dove troverete tutti gli argomenti approfonditi negli anni.</p>
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		<title>Debriefing Sepang: mappa 8 e strategie Honda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Nov 2017 07:39:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le mille polemiche sulla ormai famosa Mappa 8 hanno tenuto banco dividendo appassionati ed esperti già dieci minuti dopo il traguardo, e questo ha indubbiamente messo in ombra altre e ben più concrete strategie che a mio personale avviso hanno caratterizzato la gara della Malesia. Tanto concrete e ben congegnate che a tutti il risultato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le mille polemiche sulla ormai famosa <strong>Mappa 8</strong> hanno tenuto banco dividendo appassionati ed esperti già dieci minuti dopo il traguardo, e questo ha indubbiamente messo in ombra altre e ben più concrete strategie che a mio personale avviso hanno caratterizzato la gara della Malesia.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto concrete e ben congegnate che a tutti il risultato è apparso perfino scontato. Ha vinto la Ducati: primo Dovizioso e secondo Lorenzo. “Certo, Sepang è una pista Ducati”, ho sentito praticamente ovunque. “Qui ha vinto altre volte”, rincarano altri dimostrando un qualunquismo spaventoso. Allora lo diciamo subito: le piste non discriminano la marca o il colore delle carene, le piste semmai privilegiano questa o quella soluzione, questa o quella moto in funzione delle scelte progettuali di base di ciascuna, cui corrispondono i relativi punti di forza o di debolezza. E allora vediamola meglio, questa pista.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-70950" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/11/2017-11-09_083718.jpg" alt="2017 11 09 083718" width="800" height="562" title="Debriefing Sepang: mappa 8 e strategie Honda 897" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/11/2017-11-09_083718.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/11/2017-11-09_083718-768x540.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/11/2017-11-09_083718-300x211.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/11/2017-11-09_083718-696x489.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" />Il tracciato prevede due lunghissimi rettilinei con partenza quasi da fermi, quattro frenate impegnative ma tutte a moto perfettamente dritta, nessuna inversione di piega realmente preoccupante, poche percorrenze tipo Correntaio o Bucine. Di conseguenza saranno favorite le moto con maggiore motricità e con la frenata profonda più potente, cioè quelle col centraggio arretrato.</p>
<p style="text-align: justify;">In passato questa configurazione era tipica della Ducati, ma questo non ha nulla a che vedere con una preferenza di marchio: e infatti, oggi che ad avere il centraggio più arretrato è la Honda, ecco che Pedrosa – secondo pilota, non dimentichiamolo – fa la pole position. Evidentemente la situazione si amplifica in caso di pioggia, condizione nella quale la prevalenza diviene ancora più sostanziosa. La marca c’entra poco, contano le caratteristiche di progetto del mezzo col quale si sta correndo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma l’obiettivo di Marquez, o forse è meglio dire della Honda, era quello di evitare qualsiasi guaio o contrasto – comprese anche e soprattutto le lotte all’ultima curva – mentre quello di Pedrosa era di non portare via punti al proprio compagno di team. E se in Ducati non avessero sbagliato il setting a Phillip Island, oggi in Malesia avremmo visto un’altra gara.</p>
<p style="text-align: justify;">A proposito di <strong>Pedrosa</strong>, lascia basiti la sua affermazione <em>“Alla fine abbiamo cambiato il setup, ne ho provato uno che non avevamo mai usato per cercare di ottenere un maggior grip sul posteriore, e ha funzionato! Il setup giusto e la scelta dello pneumatico posteriore morbido mi hanno dato fiducia. <strong>La sensazione ancora non era perfetta perché avevo spinning sui rettilinei, </strong>ma almeno mi ha dato il grip in curva e sono stato in grado di inclinare la moto. Abbiamo imparato qualcosa che credo possa essere utile per i tecnici nel futuro, quindi possiamo essere soddisfatti.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi ha dato grip in curva? E da quando la Honda 2017 ha problemi di spinning in curva? Sinceramente io non ricordo alcun highside, mentre al contrario ricordo tanti sterzi chiusi in lowside. Se la Honda spinna in curva, al massimo ne esce un drift (chiedere a Marquez); ma più spesso l’eccesso di trazione porta a perdite di anteriore in ingresso o in uscita di curva (citofonare: Crutchlow).</p>
<p style="text-align: justify;">Di sicuro non scalcia come una M1 2017, la sua struttura glielo impedisce. Il problema Honda, semmai, è togliere l’eccesso di grip posteriore su asfalto asciutto in modo da farla driftare apposta e chiudere le curve con la coda. Detto in altri termini: se Pedrosa avesse gravi problemi di motricità sul bagnato, allora tutte le altre marche con centraggio più avanzato farebbero meglio a restare chiuse dentro ai box. E invece abbiamo un Zarco che coraggiosamente arriva a podio. Davanti alle Honda. Sul bagnato. Con la M1 2017 di Rossi sotto la pioggia a un secondo e mezzo di distacco da Pedrosa sul traguardo. Suvvia…</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, chiariamolo, il management Honda ha fatto esattamente la cosa giusta (difficile beccarli in castagna sulle strategie, poco da dire) e io stesso, vista la classifica mondiale con sole due gare rimanenti, avrei imposto il seguente ordine: “prima cosa, non cadere. Seconda, non cadere. Terza, non cadere. Vai piano, fai passare gli scalmanati, so che potresti farcela ma io non voglio. Anzi, facciamo così: se fai podio ti dimezzo l’ingaggio, così è più chiaro? Non siamo qui perché tu vinca una gara, siamo qui per vincere il titolo mondiale.”</p>
<p style="text-align: justify;">Con questo non voglio togliere nulla all’abilità di Dovizioso o di Lorenzo, son stati superbi e non potevano letteralmente far meglio di una doppietta; ma il confronto si è giocato sul piano tattico, non sul piano tecnico. E Sepang non è una pista Ducati “da sempre e per sempre”, è solo una pista dove se piove si vince (se lo si vuole) con le moto a centraggio arretrato. Contano le scelte tecniche, non i colori delle carene: quest’anno la Honda e Marquez potevano vincere, ma non l’hanno fatto pur avendone tutti i mezzi. Hanno scelto di assicurarsi il titolo mentre tutti discutevano solo della Mappa 8.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda il resto, abbiamo l’ulteriore conferma che la miglior moto di quest’anno è la stessa dell’anno scorso: la M1 – 2016. E la Suzuki, setting permettendo, è la più vicina come caratteristiche globali: se avessero ragionato tutto l’anno come spesso son riusciti a fare i tecnici Tech3 oggi probabilmente avrebbero qualche punto in più nella classifica iridata, ma questo discorso vale un po’ per tutti. Magari a campionato concluso raccoglieremo le diverse dichiarazioni che durante la stagione hanno mostrato come, ora in un team e ora nell’altro, non sempre la lucidità abbia guidato le scelte tecniche.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Debriefing GP Australia: la rinascita Yamaha e la crisi Ducati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Oct 2017 16:44:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Australia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>crisi ducati Che nella pista australiana, riasfaltata qualche anno fa, le 4 in linea andassero bene nessuno poteva dubitarne: il grip dell’asfalto è elevato, e l’usuale denominazione delle mescole suddivise tra Soft, Medium e Hard in realtà si traduce in una scelta fra gomme che su altre piste sarebbero marcate Hard, Ancora Più Hard e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-70641" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/2017-10-23_081211.jpg" alt="2017 10 23 081211" width="879" height="540" title="Debriefing GP Australia: la rinascita Yamaha e la crisi Ducati 900" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-10-23_081211.jpg 879w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-10-23_081211-768x472.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-10-23_081211-300x184.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-10-23_081211-696x428.jpg 696w" sizes="(max-width: 879px) 100vw, 879px" /></p>
<div style="display: none;">
<h1>crisi ducati</h1>
</div>
<p>Che nella pista australiana, riasfaltata qualche anno fa, le 4 in linea andassero bene nessuno poteva dubitarne: il grip dell’asfalto è elevato, e l’usuale denominazione delle mescole suddivise tra Soft, Medium e Hard in realtà si traduce in una scelta fra gomme che su altre piste sarebbero marcate Hard, Ancora Più Hard e Granito Rosso Veronese, quello con cristalli di quarzo grossi come fave.</p>
<p style="text-align: justify;">La caratteristica del tracciato è avere curve di percorrenza lunghe e molto veloci, dalla terza marcia in su, ed è difficile perdere l’extragrip di reazione. Quasi tutti i piloti usano la gomma posteriore marcata Soft e scelgono di puntare tutto sulla percorrenza pulita, cosa che alle Yamaha e alle Suzuki riesce benissimo e a Pedrosa riesce assai meno; fa eccezione, non nella gomma ma nell’approccio, il solito Marquez che decide di tenere la moto bassissima e provare a driftare un po’. Pochino, ad essere sinceri, ma tanto basta per portare alla vittoria la sua Honda. Stesso ragionamento ha animato l’australiano Miller, forte del fatto che lui quella pista la conosce bene, e perfino Crutchlow sceglie di guidare sul posteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Due parole in più le meritano le Yamaha, in particolare con Zarco in sella al modello 2016 settato basso e Rossi sulla versione 2017: giustamente decide di utilizzare una media al retrotreno e di ottenere una moto più agile conservando la neutralità grazie all’assetto più alto. Bravissimo, non c’è dubbio, ma questo pone un interessante interrogativo: se la vecchia 2016 è pari alla nuova perfino quando il grip è tanto elevato, per quale ragione modificarla? Su quale pista la 2017 dovrebbe essere superiore?</p>
<p style="text-align: justify;">Per le Ducati non ce la caviamo così facilmente e occorrerà qualcosa in più che due parole. Non giriamoci attorno, la domanda è: ma perché tutte le Ducati non andavano, con la nuova moto perfino peggiore della vecchia? Non era ormai risolto il problema di centraggio, tanto da poter percorrere quasi quanto le Yamaha? Non è stato semplice capire l’arcano e venirne a capo, ma allo stato attuale mi sento di dire che no, non è stata colpa della moto. O comunque, non completamente. Vediamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le vecchie Ducati, tutto sommato, hanno risolto più o meno come le Honda, eccezion fatta per Pedrosa: un assetto basso  e driftarolo consentiva loro di allargare la traiettoria del retrotreno e di percorrere i curvoni in leggero sovrasterzo, complice l’azzeramento della reazione del link posteriore con un forcellone quasi orizzontale.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-70642" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/2017-10-26_184333.jpg" alt="2017 10 26 184333" width="444" height="285" title="Debriefing GP Australia: la rinascita Yamaha e la crisi Ducati 901" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-10-26_184333.jpg 444w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-10-26_184333-300x193.jpg 300w" sizes="(max-width: 444px) 100vw, 444px" />Le nuove hanno tentato la strada della pura percorrenza: e andava anche bene se non avessero deciso di “inventarsi” una maneggevolezza che la moto non possiede. Da tutte le analisi fatte nel corso dell’anno un dettaglio è sempre emerso con chiarezza: la Ducati ha un centraggio non troppo diverso da altre moto ma soffre di un ridotto accentramento delle masse, cosa che la rende tendenzialmente più difficile da imbardare. Questo non è necessariamente qualcosa di negativo, anzi: nel drifting per esempio è assai utile che la moto si intraversi in progressione, un po’ come un TIR in autostrada (per chi l’ha visto e lo può ancora raccontare). Al contrario, masse molto accentrate determinano un comportamento molto più nervoso, tipo Moto3, con la moto che piroetta molto bruscamente appena perde aderenza. E’ Fisica, non magia.</p>
<div style="display: none;">
<h1>crisi ducati</h1>
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<p style="text-align: justify;">I guai cominciano quando pensiamo di poter correggere questo comportamento che il pilota avverte come generica pesantezza nell’ingresso o come mancanza di agilità. Per entrare occorre imbardare le masse, e se sono disperse ci vuole più forza: e questa forza ce la deve mettere la ruota anteriore, non c’è altra strada. Per chi vorrà divertirsi a sviluppare il concetto, dirò subito che il reale problema di Fisica riguarda lo studio delle reazioni giroscopiche di un giroscopio in cui i tre assi non siano ortogonali, con tutte le conseguenze delle riduzioni dei gradi di libertà del sistema. Per chi invece suda dentro ai box dirò che da anni scriviamo un concetto chiarissimo: maneggevolezza e reattività son cose diverse anche se all’apparenza, finchè non si va al limite, le due cose paiono equivalenti.</p>
<p style="text-align: justify;">In soldoni, hanno chiuso l’incidenza di sterzo. “Provala così”, e fin dal primo metro la moto pare molto più pronta; cosa che il pilota scambia sistematicamente per agilità. In realtà stiamo demandando all’eccesso di reazione giroscopica il lavoro che prima dovevamo fare a braccia, ma per la ruota anteriore non cambia nulla: stiamo facendo sterzare di più la nostra moto, il che aumenta la forza laterale esercitata dal contatto a terra. Più forza uguale più imbardata, problema risolto.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi si va al limite e cominciano i guai: la moto in piena curva soffre del “blocco di piega”. Non c’è verso di superare un certo angolo di piega, ci vuole forza e la moto diventa precaria. Non è la prima volta che in Ducati commettono lo stesso errore, coi piloti che si lamentano di dover spingere furiosamente il manubrio interno in piena piega. Solo che a Phillip Island la piena piega dura una vita e la moto è lenta per l’ottanta per cento della pista. E a questo si aggiunge un altro problema marginale: poca incidenza e sterzo iper-reattivo causano un pericoloso shimmy nei rettilinei più veloci, basta una turbolenza o un’imperfezione del fondo. Vi dice nulla?</p>
<p style="text-align: justify;">C’erano altri modi per risolverlo? Certo, ma occorre per prima cosa ripartire dallo studio delle geometrie di sterzo (andate a leggere <a href="https://www.giornalemotori.com/2014/04/18/ruota-anteriore-giroscopio-e-avancorsa-prima-parte/"><span style="color: #000080;"><strong>&#8220;Ruota, giroscopio e avancorsa&#8221;</strong></span></a> per capire di che si parla) e da tutte le loro ripercussioni sugli altri parametri della moto. E trovo molto scorretto demandare a un telemetrista o a un pilota la scelta su cosa vada meglio: il telemetrista può al massimo rilevare se i parametri stabiliti sono stati rispettati ma non ha la competenza di valutare le interazioni tra i vari parametri, il pilota può dare un parere soggettivo ma non è in grado di impiantare un sistema matematico.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono certissimo che il pilota a tutta prima si trova meglio con una moto apparentemente più agile, ma il fatto che questo comporti un prezzo da pagare altrove non rientra nel suo bagaglio. Qui le gomme c’entrano poco, occorre un approccio più scientifico ai problemi del setting.</p>
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<h1>crisi ducati</h1>
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		<title>Debriefing Motegi: moto e gomme, relazione complicata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Oct 2017 11:59:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[Motegi]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Debriefing Motegi: gara indubbiamente spettacolare in Giappone, e non solo per il duello tra Marquez e Dovizioso: l’asfalto bagnato è un severo banco di prova e ha creato difficoltà un po’ a tutti, ma ha avuto il pregio di offrire qualche spunto di riflessione. Prima di qualsiasi considerazione però sarà utile ricordare ancora una volta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-70367" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/2017-10-15_183758.jpg" alt="2017 10 15 183758" width="847" height="559" title="Debriefing Motegi: moto e gomme, relazione complicata 904" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-10-15_183758.jpg 847w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-10-15_183758-768x507.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-10-15_183758-300x198.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-10-15_183758-696x459.jpg 696w" sizes="(max-width: 847px) 100vw, 847px" /><strong>Debriefing Motegi</strong>: gara indubbiamente spettacolare in Giappone, e non solo per il duello tra Marquez e Dovizioso: l’asfalto bagnato è un severo banco di prova e ha creato difficoltà un po’ a tutti, ma ha avuto il pregio di offrire qualche spunto di riflessione.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di qualsiasi considerazione però sarà utile ricordare ancora una volta il concetto che riassume i miei studi nel modo più sintetico possibile: “La moto è quel complicato accessorio che ci permette di far lavorare le gomme”. E questo ha dei risvolti estremamente importanti, primo fra tutti il successivo corollario: “O fai le gomme per la moto, o fai la moto per le gomme”.</p>
<p style="text-align: justify;">La conferma di tutto questo è la stagione 2017: non sarà sfuggito a nessuno che al progressivo miglioramento della Honda corrisponde un decadimento dell’efficienza della Yamaha, cioè le due moto attualmente agli antipodi per quanto riguarda i criteri progettuali, e nell’evoluzione delle gomme  – senza per questo ipotizzare complotti di alcun genere – indubbiamente qualcosa è successo dopo la prima parte del campionato.</p>
<p style="text-align: justify;">In Yamaha non restava altro che tentare con nuovi telai sperando di “fare la moto per le gomme”, ma senza la possibilità di svolgere adeguati test la faccenda diventa molto complicata. E non è un caso se KTM e Aprilia, più libere nello sviluppo, iniziano ad emergere adesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Nello specifico della gara giapponese tutti i piloti hanno lamentato la mancanza di grip, e con 250 cavalli sull’asfalto bagnato la cosa è addirittura banale: la sfida era limitare i danni per l’intera durata della corsa, ma non tutti hanno agito di conseguenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo Petrucci: ha onestamente ammesso di aver sbagliato gomma, con la extra soft che ha regalato un ottimo grip finchè era nuova ma alla fine col battistrada senza più intagli non era più in grado di drenare l’acqua. Giustamente in Michelin, dopo l’amara esperienza ad Aragon di una mescola valutata solo per la resistenza all’usura senza tener conto del degrado,  hanno assicurato che con tutta quell’acqua la gomma sarebbe rimasta nel suo range termico per l’intera gara evitando il degrado della mescola. Perfetto. Ma stavolta è stata l’usura a metterla KO.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi invece avrebbe potuto giovarsi della extra soft ha preferito la soft. Per non rischiare, immagino. Sull’argomento ci abbiamo scritto intere paginate ma qualche esperto, probabilmente per non urtare certe sensibilità, continua a parlare di elettronica, che resta pur sempre un bel modo di scaricare le responsabilità su sistemi complessi e inafferrabili per il grande pubblico. Insomma, si ciurla nel manico senza dire apertamente che l’elettronica non regala grip a nessuno e che i problemi stanno altrove; né è un caso che ancora una volta la prima M1 sul traguardo sia quella dello scorso anno.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-70368" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/Debriefing-Motegi.jpg" alt="Debriefing Motegi" width="870" height="430" title="Debriefing Motegi: moto e gomme, relazione complicata 905" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/Debriefing-Motegi.jpg 870w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/Debriefing-Motegi-768x380.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/Debriefing-Motegi-300x148.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/Debriefing-Motegi-696x344.jpg 696w" sizes="(max-width: 870px) 100vw, 870px" />Le due Suzuki ai piedi del podio invece ci dicono che la somiglianza con Yamaha riguarda più la M1 versione 2016 che quella attuale, e a poco serve incolpare Iannone di aver sbagliato la scelta del motore: a inizio anno ha provato la moto su asfalto asciutto e con gomme diverse, non dobbiamo dimenticarlo. Ritrovarsi dopo qualche gara con una moto dal grip delicato ha ribaltato i valori in campo consentendo al giovane Rins, sicuramente più dolce e rotondo dell’ex ducatista, di contenere più facilmente i danni.</p>
<p style="text-align: justify;">Circa Lorenzo ho il sospetto che abbia tenuto il suo assetto un filo troppo basso: quello che è certo è che a fine gara ha fatto i suoi giri migliori, riprendendo parecchie posizioni e girando più forte del duo di testa, segno di una posteriore in migliori condizioni e meno usurata rispetto agli altri. L’ipotesi, da prendere con le debite riserve, è che l’antispin – o il polso destro – con un setting più basso sia intervenuto pesantemente nella parte centrale della corsa facendogli perdere posizioni ma preservando il battistrada per le fasi finali. Con qualche giro in più oggi avremmo parlato di una Ducati in quarta posizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Pedrosa ingiudicabile, ma una cosa emerge su tutte: non è la prima volta che sotto l’acqua dichiara “sembra di guidare sul ghiaccio”. A Misano, per dire, è successa esattamente la stessa cosa: un po’ troppo per non mettere in allarme la squadra circa il modello dinamico utilizzato. Crutchlow invece è giudicabilissimo: fin troppo generoso come al solito, continua a dimenticare che le moto col centraggio arretrato non consentono di inserire in ritardo e a quella velocità: non ce la faceva la vecchia Ducati, non ce la fa la Honda attuale.</p>
<p style="text-align: justify;">La Fisica è uguale per tutti, non dipende dal colore delle carene.</p>
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		<title>Best Tech &#124; Il differenziale a slittamento LSD si evolve e diventa IntelliTrac</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Oct 2017 07:03:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Eaton ha presentato un sistema denominato IntelliTrac o eLSD, che abbina l'azione del differenziale ad un controllo elettronico. L'IntelliTrac può controllare la distribuzione di coppia che può variare da completamente aperta a completamente  piena chiusura.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70303" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/Eaton-IntelliTrac-RWD-300x215.jpg" alt="Eaton IntelliTrac RWD" width="300" height="215" title="Best Tech | Il differenziale a slittamento LSD si evolve e diventa IntelliTrac 906" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/Eaton-IntelliTrac-RWD-300x215.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/Eaton-IntelliTrac-RWD.jpg 460w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Uno degli elementi della catena cinematica che porta il moto alle ruote che ha un importanza fondamentale per il controllo del veicolo è il differenziale. In questa trattazione vogliamo portare all&#8217;attenzione dell&#8217;appassionati gli sviluppi futuri che questo elemento soprattutto nelle sue versioni a slittamento limitato avrà nei prossimi anni con l&#8217;ausilio dell&#8217;elettronica. Prima va fatta una premessa per rendere comprensibile a tutti l&#8217;utilità del differenziale. Si tratta dell&#8217;elemento che serve a portare il moto alle ruote proveniente dal cambio, cercando di adeguare per quanto è possibile la differenza di velocità e di coppia tra le due ruote. Il differenziale è costituito da una gabbia all&#8217;interno della quale vengono montati due ingranaggi chiamati satelliti a loro volta collegati con altri due ingranaggi di tipo conico chiamati planetari solidali direttamente con i semialberi che portano il ruoto in modo definitivo alle ruote.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70304" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/1302165871001_5438096707001_5146578027001-vs-300x169.jpg" alt="1302165871001 5438096707001 5146578027001 vs" width="300" height="169" title="Best Tech | Il differenziale a slittamento LSD si evolve e diventa IntelliTrac 907">Quando si verifica una perdita di aderenza da parte di una delle ruote, questa sottrae coppia all&#8217;altra fino a bloccarsi del tutto, mentre la prima gira completamente a vuoto. Per evitare questo fenomeno si usano differenziali di tipo autobloccante che consentono mediante bloccaggio del sistema di gestire più uniformemente la coppia ai due semilaberi.  In alcuni casi si può arrivare anche totale bloccaggio come per veicoli dedicati al fuoristrada per il superamento di ostacoli particolarmente impervi. Ci sono varie tipologie di differenziale autobloccante per veicoli,  TorSen, Giunto Feguson  e quello Slittamento limitato LSD.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70305" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/1302165871001_5438128641001_5173624482001-vs-300x169.jpg" alt="1302165871001 5438128641001 5173624482001 vs" width="300" height="169" title="Best Tech | Il differenziale a slittamento LSD si evolve e diventa IntelliTrac 908">In sistensi, ma non troppo, il TorSen viene  dall&#8217;unione delle parole Torque e Sensing, ed è un sistema che letteralmente i può dire sensibile alla variazione di coppia, particolarmente usato su vetture a trazione integrale, ma anche per vetture a trazione anteriore per gestire la differenza di coppia in accelerazione. Il TorSen è di tipo meccanico ad ingranaggi e funziona sottraendo la coppia alla velocità della ruota che slitta, cosa che lo rende inefficace se questa è bloccata del tutto.  Il Giunto Feguson collega i due semialberi in maniera non rigida, ma attraverso un pacco di dischi che gestiscono immersi in un liquido siliconico. Le differenze di velocità di rotazione delle due ruote, portano al trasferimento di coppia fino a bloccarlo del tutto, come un differenziale meccanico. Il suo intervento,  relativamente dolce, lo rende idoneo per la sua azione ottimale per il confort e la facilità di controllo da parte del conducente.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70306" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/pct_211714-300x254.jpg" alt="pct 211714" width="300" height="254" title="Best Tech | Il differenziale a slittamento LSD si evolve e diventa IntelliTrac 909">Abbiamo lasciato per ultimo il differenziale a slittamento limitato o altrimenti detto LSD.  In genere anche questi sono basati su un sistema a frizione, e possono essere a tre vie di intervento. Si dice ad 1 Via quando l&#8217;azione del differenziale avviene solo in accelerazione rimanendo aperto in decelerazione. Ad 2 Vie quando prevede un azione di bloccaggio anche in decelerazione in egual misura ed una terza opzione 1.5 Vie dove l&#8217;azione in decelerazione è minore rispetto a quanto avviene in accelerazione. LSD per effetto della sua versatilità soprattutto nella configurazione 1.5 Vie è il più usato per il veicoli stradali.  Proprio questo tipo di differenziale è oggetto oggi di una evoluzione che lo porta ad essere maggiormente efficacie nella sua azione. La Eaton ha presentato un sistema denominato IntelliTrac o eLSD, che abbina l&#8217;azione del differenziale ad un controllo elettronico. L&#8217;IntelliTrac può controllare la distribuzione di coppia che può variare da completamente aperta a completamente  piena chiusura. Una centralina elettronica, mediante un algoritmo preimpostato che tiene conto delle informazioni che arrivano dai sensori di bordo, attiva una pompa elettroidarulica che agisce con un tempo di risposta che può variare da 200 millisecondi fino a 100 millisecondi nelle regolazioni più aggressive l&#8217;azione delle frizioni all&#8217;interno del differenziale.  Il liquido in pressione spinge a seconda delle necessità il pacco lemellare per avere più o meno attrito e trasferire tra le due ruote esattamente la coppia necessaria.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70307" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/eaton3-6a18332e2ac6f026-300x201.jpeg" alt="eaton3 6a18332e2ac6f026" width="300" height="201" title="Best Tech | Il differenziale a slittamento LSD si evolve e diventa IntelliTrac 910">Il vantaggio maggiore sta nel miglioramento del controllo di stabilità del veicolo, reindirizzando la coppie tra le ruote con maggiore efficacia ed un migliore maggiore controllo rispetto ai già diffusamente usati sistemi che controllano la trazione attraverso la frenatura delle ruote con le pinze dei freni, soprattutto con un&#8217;azione progressiva e più dolce per il driver, oppure il controllo della  potenza sulla farfalla di alimentazione, come succede in alcuni sistemi TCS.  Nelle vetture dotate di trazione posteriore l&#8217;IntelliTrac può neutralizzare l&#8217;eccesso di coppia che si verifica in fase di partenza, una condizione che tende a scomporre il veicolo in partenza fino a generare un testacoda uniformando l&#8217;azione delle due ruote. In più l&#8217;eLSD può variare l&#8217;azione in fase di frenata rendendo più omogenea l&#8217;azione soprattutto quando si frena su fondi differenziati, evitando perdite di stabilità e riducendo gli spazi di arresto.  Nelle vetture con trazione anteriore, la coppia viene gestita progressivamente migliorando la trazione in curva, e limitando il fenomeno del sottosterzo.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70308" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/sddefault-300x225.jpg" alt="sddefault" width="300" height="225" title="Best Tech | Il differenziale a slittamento LSD si evolve e diventa IntelliTrac 911">In ogni caso il driver avrà un maggiore controllo del veicolo potendo correggere anche manovre molto difficili con azioni facili e controllate di acceleratore e sterzo. Per i driver più ortodossi, quelli che non desiderano avere un controllo che interviene per la gestione della trazione,  soprattutto per quella posteriore, l&#8217;IntelliTrac viene comunque gestito dall&#8217;azione che il pilota fa con il piede sull&#8217;acceleratore e sullo sterzo. Un driver di alto livello potrà fare comunque la differenza sfruttando il limite superiore dettato dalla regolazione dell&#8217;eLSD. Basta pensare che in Formula 1 i driver hanno un manettino che controlla il differenziale con decine di posizioni per avere una scelta di intervento la più ampia possibile.  L&#8217;IntelliTrac attraverso la sua componente elettronica è personalizzabile in funzione delle esigenze adattandosi anche alle necessità del driver più sportivo.  La compattezza del sistema che per inciso pesa quasi 10kg meno di un analogo LSD classico, consente di essere maggiormente efficiente e con la sua azione controllata sulle due ruote permette anche di tenere sotto controllo i consumi.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="lVzWbnUFoJs"><iframe loading="lazy" title="Eaton IntelliTrac electronic limited-slip differential front wheel drive features" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/lVzWbnUFoJs?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
<div class="youtube-embed" data-video_id="GYUdFWzwgeM"><iframe loading="lazy" title="Eaton IntelliTrac electronic limited slip differential rear wheel drive features" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/GYUdFWzwgeM?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Best Engine &#124; GKN e-TwinsterX la soluzione geniale per l&#8217;ibrido</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Oct 2017 09:27:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[e-twinsterx]]></category>
		<category><![CDATA[gkn]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In particolare alcune soluzioni prevedono la progettazione dell'intero comparto sospensioni per adottare il motore elettrico e differenziale, altri possono essere abbinati ad ogni tipo di telaio con leggere modifiche di progettazione delle geometrie dei componenti dell'asse. Uno dei produttori che ha fatto un deciso passo avanti in questo campo è GKN, con la presentazione del sistema e-TwinsterX</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2017/10/06/best-engine-e-twinterx-gkn-ibrido/">Best Engine | GKN e-TwinsterX la soluzione geniale per l&#8217;ibrido</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70165" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/etwinsterx-cut-model-with-sideshafts-780x488-min-300x188.jpg" alt="etwinsterx cut model with sideshafts 780x488 min" width="300" height="188" title="Best Engine | GKN e-TwinsterX la soluzione geniale per l&#039;ibrido 912">La via verso l&#8217;elettrificazione è tracciata e non si torna indietro. Tutti i brand o quasi stanno adottando tecnologia sia full elettrico, ma anche passaggi graduali dalla meccanica pura attraverso l&#8217;adozione di sistemi ibridi più o meno complessi. Come abbiamo anticipato subito dopo il Salone di Francoforte dove c&#8217;era una grossa presenza di aziende che producono componentistica ed ingegnerizzazione per i grandi brand dell&#8217;automotive, tutti hanno all&#8217;interno dei loro cataloghi propongono una driveline che consente di produrre a costi relativamente bassi vetture ibride o completamente elettriche. Un elemento che è praticamente usato da tutti i produttori è il comparto motore, trazione elettrico adattabile all&#8217;asse delle vetture dove non c&#8217;è trazione. In particolare alcune soluzioni prevedono la progettazione dell&#8217;intero comparto sospensioni per adottare il motore elettrico e differenziale, altri possono essere abbinati ad ogni tipo di telaio con leggere modifiche di progettazione delle geometrie dei componenti dell&#8217;asse. Uno dei produttori che ha fatto un deciso passo avanti in questo campo è GKN, con la presentazione del sistema e-TwinsterX</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70166" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/11-11-240x300.png" alt="11 11" width="240" height="300" title="Best Engine | GKN e-TwinsterX la soluzione geniale per l&#039;ibrido 913">Il sistema è composta da un motore elettrico, abbinato ad un cambio a doppia velocità ed un differenziale a doppia frizione che funge da torque vectoring. Detta così sembra ne più e ne meno lo stesso sistema che già usano i maggiori concorrenti, ma la GKN ha lavorato riducendo le dimensioni complessive creando un componente che ha tutti i tre gli elementi in linea su un solo asse. Un vantaggio di compattezza, di peso ridotto e di versatilità unico nel panorama di questo tipo di elementi. La compattezza del sistema consente all&#8217;eTwinsterX di essere montato su entrambi gli assi per trasformare un veicolo a singola trazione in trazione integrale, indipendentemente che all&#8217;origine sia anteriore o posteriore,  con un molteplici vantaggi dinamici e di sicurezza. La vera potenzialità è quella di poter trasformare la maggioranza dei veicoli oggi in produzione e di prossima diffusione in ibridi sfruttando la doppia motorizzazione su due assi riducendo al minimo l&#8217;intervento del motore endotermico migliorando l&#8217;efficienza del sistema nel suo complesso.  Inutile dire che la naturale applicazione dell&#8217;eTwinsterX è per i SUV sostituendo il differenziale posteriore  con pochissime modifiche allo schema sospensivo già esistente. In questo modo un SUV assolve alla sua funzione di trazione integrale, la quale  avviene in modo elettrico combinato, migliorando anche la dinamica di guida grazie all&#8217;azione differenziata sulle singole ruote.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70170" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/VolvoXC90_Hybrid2-1024x683-300x200.jpg" alt="VolvoXC90 Hybrid2 1024x683" width="300" height="200" title="Best Engine | GKN e-TwinsterX la soluzione geniale per l&#039;ibrido 914">La vera novità assoluta dell&#8217;eTwinsterX è il suo cambio abbinato a due marce.  Il sistema sfrutta una marcia ridotta per avere un maggiore spunto in partenza per per vincere l&#8217;inerzia dovuta peso del veicolo quando parte da fermo, garantendo un accelerazione ottimale. La seconda marcia  serve ad ottimizzare il funzionamento del motore elettrico che viene messo nelle condizioni di lavorare sempre nel regime ottimale per l&#8217;erogazione di coppia ed efficienza, anche con un incremento della velocità costante e regolare senza eccedere con il salire di giri.  Il sistema può gestire fino al picco massimo di  3.500Nm, con un rapporto di marcia di  1:17. Il fatto di avere tutti i componenti disposti in modo coassiale ha consentito di rinunciare al classico albero di rimando per portare la  trazione alle ruote migliorando in modo sostanziale le perdite per attrito. L&#8217;e-TwinsterX lavora cambiando velocità in modo dolce ed impercettibile, grazie ad un lavoro di affinamento ed ottimizzazione del comparto frizioni del cambio a doppia velocità.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70171" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/Volvo-XC90-T8-eTwinster-prototype-PLACEMENT-626x382-300x183.jpg" alt="Volvo XC90 T8 eTwinster prototype PLACEMENT 626x382" width="300" height="183" title="Best Engine | GKN e-TwinsterX la soluzione geniale per l&#039;ibrido 915">Il controllo della coppia tre le due ruote è affidata al Torque Vectoring che usa due frizioni, ognuna delle quali è grado di gestire fino 2.000 Nm per lato,  direzionando la coppia alle ruote esterne in funzione delle necessità. Il Torque Vectoring così concepito consente di rinunciare di fatto al differenziale classico, riducendo peso e migliorando la compattezza del sistema,  assicurando comunque la massima trazione in strada e fuoristrada con un blocco che a detta dei tecnici presenti a Francoforte può arrivare anche al 100% come succede con i differenziali meccanici quando necessita di off road estremo. Il Torque Vectoring controlla la coppia che arriva alle ruote in percorrenza di curva, quando il conducente toglie gas, il sistema stabilizza il veicolo, creando le condizioni di sottosterzo indotto molto più semplice da controllare per ogni tipologia di conducente. Un altro aspetto importantissimo è la possibilità di recupero di energia cinetica in frenata che può essere riutilizzata in fase successiva.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70182" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/GKN-eTwinsterX-7-300x178.jpg" alt="GKN eTwinsterX 7" width="300" height="178" title="Best Engine | GKN e-TwinsterX la soluzione geniale per l&#039;ibrido 916">In fase di partenza c&#8217;è una maggiore stabilità di trazione soprattutto su fondi differenziati, oppure per gestire gli eccessi di potenza che possono creare fenomeni di sbandamento in trazione da fermo.  Questa  tecnologia può fornire anche un&#8217;efficace controllo dello slittamento limitato, con la differenza che al posto di frenare la ruota con eccesso di coppia si può accelerare quella che ne ha di meno. Utilizzando un&#8217;architettura con assale a doppio motore elettrico indipendente, è possibile programmare una gamma di differenti effetti dinamici e funzioni anche per l&#8217;off-road, mediante un controllo dell&#8217;azione separata sulle ruote. La grande versatilità dell&#8217;eTwinsterX consente di viaggiare in completa modalità elettrica,  con la sola trazione posteriore, oppure come ibrido integrale bilanciando la trazione tra anteriore e posteriore in base alle necessità migliorando il consumo di energia in funzione delle necessità anche spegnendo il sistema sull&#8217;asse posteriore restando solo con trazione anteriore.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70183" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/gkn-etwinsterx-01-300x200.jpg" alt="gkn etwinsterx 01" width="300" height="200" title="Best Engine | GKN e-TwinsterX la soluzione geniale per l&#039;ibrido 917"> Dal punto di vista dinamico il controllo per i veicoli con una caratterizzazione più sportiva l&#8217;eTwinsteX può decidere di dare prevalenza ad un comportamento sottosterzante o sovrasterzante e seconda delle necessità senza che il conducente avverta il passaggio in modo brusco.  Nel caso venga utilizzato per vetture completamente ad alimentazione elettriche gli interventi possono essere ancora più accurati e differenziati da ruota a ruota, per un controllo assoluto della dinamica del veicolo. Per esempio  può produrre una coppia negativa per rallentare una singola ruota del veicolo usando la frenata in modo rigenerativo, assicurando una quantità di energia più elevata ed un suo utilizzo più efficiente, il tutto per migliorare l&#8217;autonomia delle batterie.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70184" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/front_cam_saida_01-920x575-min-300x188.jpg" alt="front cam saida 01 920x575 min" width="300" height="188" title="Best Engine | GKN e-TwinsterX la soluzione geniale per l&#039;ibrido 918">Se qualcuno pensa che tutto ciò sia deleterio per il divertimento alla guida, I tecnici GKN assicurano che il maggiore controllo dei sistemi permette ad un  pilota esperto di trovare comunque il modo di sfruttare al meglio l&#8217;elettronica per superare i limiti analogici dovuta alla percezione dei propri sensi e la lentezza nel percepire le sensazioni che trasmette il telaio, mentre gli altri utenti apprezzeranno la stabilità, la trazione e la semplicità di guida anche in condizioni limite, a prova di Alce. La forza del sistema eTwinsterX per il suo costo ridotto, e la sua compattezza può aiutare l&#8217;industria dei motori elettrici a sua volta a creare propulsori più piccoli ed efficienti. Ad oggi l&#8217;eTwinster garantisce una potenza aggiuntiva che va dai 60Kw (81cv) agli 80kW (110cv) per 10kW/h, garantendo una percorrenza in full elettrico che va dai 30 ai 50km. In futuro, con batterie più piccole e più potenti tale potenza ed autonomia aumenterà, già sono allo studio sistemi con potenze di 100Kw (136cv) a 150kW (200cv). La diffusione a tappeto di questo tipo di sistemi, sta nel fatto che  una nuova tecnologia per essere accettata dagli utenti, deve avere costi, facilità di utilizzo ed anche piacere nel guidarla, oltre che sicurezza, pari alla tecnologia esistente. Una volta che il punto di pareggia sarà raggiunto, e le infrastrutture di ricarica saranno disponibili come le odierne stazioni di servizio, allora il sistema vedrà il suo massimo utilizzo, intanto si continua ad evolvere. Il sistema eTwinsterX è un passo deciso che costringerà anche altri produttori di componentistica ad adeguarsi ed a loro volta provare ad andare avanti con lo sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify">Ad oggi l&#8217;eTwinsterx è utilizzato da SUV di grossa taglia ibridi dome la Volvo V90 nella versione T8, abbinato al motore T6 turbo  che raggiunge e gestisce circa 400cv, vettura che avremo modo di provare, ma una versione semplificata è prevista anche per la BMW per la gamma i8 abbinato al 1.5 litri 3 cilindri turbo per ottenere la massima potenza, ed infine dimostrazione di quanto il sistema sia versatile ed adatto anche alla guida al limite usato dalla Porsche 918 Spider, una delle Ipercar più veloci del mondo. GKN con l&#8217;eTwinsterX dimostra che anche i brand che hanno un certo ritardo tecnico nello sviluppo di sistemi ibridi ed elettrici possono affidarsi ad aziende leader nella progettazione e realizzazione ammortizzando costi, e riducendo i tempi di recupero sulla concorrenza.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Debriefing Aragon: i carichi verticali e la scelta delle gomme</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Oct 2017 07:46:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una piccola premessa: ogni volta che mi trovo a dover fare un’analisi di quanto accaduto in gara mi scontro con me stesso. Da un lato ci sono i lettori innamorati della motocicletta che vogliono capire come funziona ogni dettaglio, dall’altro c’è un certo numero di personaggi che sull’argomento moto ci hanno costruito la loro fortuna [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-70152" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/2017-09-27_154620.jpg" alt="2017 09 27 154620" width="881" height="562" title="Debriefing Aragon: i carichi verticali e la scelta delle gomme 925" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-09-27_154620.jpg 881w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-09-27_154620-768x490.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-09-27_154620-300x191.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-09-27_154620-696x444.jpg 696w" sizes="(max-width: 881px) 100vw, 881px" />Una piccola premessa: ogni volta che mi trovo a dover fare un’analisi di quanto accaduto in gara mi scontro con me stesso. Da un lato ci sono i lettori innamorati della motocicletta che vogliono capire come funziona ogni dettaglio, dall’altro c’è un certo numero di personaggi che sull’argomento moto ci hanno costruito la loro fortuna e che troppo spesso non si limitano a vestirsi con le penne del pavone ma se le rivendono facendoci cassa.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi rendo conto che, per rispetto di me stesso e del mio pluridecennale lavoro, la cosa più corretta da fare sarebbe quella di evitare di regalare i frutti dei miei studi a chi ne approfitta per riciclarsi come esperto – a pagamento, si capisce – senza quella competenza che deriva dall’aver poggiato le proprie chiappe su una sedia davanti ai libri di Fisica per un tempo sufficientemente lungo e con sufficiente profitto; d’altra parte, farei un torto a chi è consapevole che la narrazione mainstream fa acqua da tutte le parti ed è necessario un approccio più razionale, al di là delle consolidate superstizioni da officina.</p>
<p style="text-align: justify;">Detta in soldoni, siete ormai in parecchi ad aver capito che la Fisica non la si assorbe per osmosi dalle pareti di un box o dalla frequentazione del giro di quelli che vanno forte, e nel vedere i commenti e i ragionamenti di tanti lettori che si fanno domande e si pongono con spirito critico davanti agli aspetti più tecnici della motocicletta mi convinco che il gioco vale la candela. Si fottano i profittatori, personaggi mediocri nell’anima prima ancora che nella professione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene sì, le gomme. Per qualche imperscrutabile ragione tutti gli anni ad Aragon si finisce sempre per fare una sintesi dei problemi che riguardano le gomme, e i commenti nel dopogara lo dimostrano. Devo dire che, chi più e chi meno, in tanti “ci avete preso” pur nella semplicità dei ragionamenti. Il che non è un male, ma mi costringe a spostare l’asticella più in alto e analizzare l’origine di alcuni di essi nella convinzione che ciò possa confermare il modello qualitativo che in un modo o nell’altro siamo riusciti a trasmettervi. Dunque, eccoci qua.</p>
<p style="text-align: justify;">Rispolveriamo qualche concetto ormai trito e diciamo subito che il grip dipende dal coefficiente di attrito tra l’asfalto e la gomma e dal carico verticale sulla gomma stessa. E’ un’osservazione semplice, ma dalle applicazioni non banali: posto che le moto pesano più o meno tutte uguali, proviamo a esaminare le conseguenze e a ragionarci sopra.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando in accelerazione si arriva all’impennata l’intero peso della moto grava sulla gomma posteriore, così come capita nelle staccate più feroci per quanto riguarda l’anteriore. Questo significa che, a parità di asfalto e di mescola, al limite del ribaltamento tutte le moto hanno lo stesso carico verticale e dunque lo stesso grip.</p>
<p style="text-align: justify;">Le differenze tra una moto e l’altra riguardano il transitorio, ovvero il modo col quale partono dal loro normale grip statico – nel quale su ogni gomma grava solo la quota di pertinenza dell’intera moto – e arrivano alle condizioni, uguali per tutti, in cui su una singola gomma si scarica tutto il peso totale. Ci interessa cioè la variazione dei carichi, in modo da poter valutare se la gomma scelta sarà in grado di sopportare le forze orizzontali che noi applicheremo sul punto di contatto. In pratica, studieremo come variano i carichi verticali sulle gomme man mano che applichiamo forza (dando gas o strizzando il freno) augurandoci che questi carchi siano in ogni istante sufficienti a garantirci il grip che chiediamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-70150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/2017-10-05_092046.jpg" alt="2017 10 05 092046" width="755" height="440" title="Debriefing Aragon: i carichi verticali e la scelta delle gomme 926" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-10-05_092046.jpg 755w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-10-05_092046-300x175.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/2017-10-05_092046-696x406.jpg 696w" sizes="(max-width: 755px) 100vw, 755px" />Partiamo dall’anteriore. Posto che al culmine della frenata tutte le moto hanno lo stesso carico verticale sull’anteriore, l’unico problema è il carico di partenza. Cioè il carico statico. Le moto con l’avantreno più leggero sono costrette a iniziare la frenata in modo più progressivo, poi il carico cresce e non ci saranno più problemi: per capirci, in una frenata a moto dritta, tipo la staccata alla San Donato, ben difficilmente ci troveremo nei guai, soprattutto se il progettista ha scelto il diametro/spessore dei dischi e la mescola delle pastiglie in modo da avere un attacco più morbido e una frenata sempre più imperiosa man mano che i dischi vanno in temperatura. Tipico delle vecchie Ducati e della Honda attuale è proprio questo dettaglio: l’attacco ai dischi non è particolarmente deciso ma la frenata profonda è di tutto rispetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cose cambiano se non abbiamo frenatone lunghe a moto dritta. In questo caso ci serve la possibilità di pinzare in modo efficace per pochi metri con la moto in mezza piega: nelle fasi iniziali però dobbiamo fare i conti con un basso carico a fronte di una richiesta di grip elevata, e questo ci obbliga ad utilizzare una mescola più soffice per riportare il coefficiente di attrito a valori accettabili pur con carichi ridotti. Trascurando il problema delle traiettorie per il quale sulle curve più lente la parte anteriore della moto è soggetta a forze centrifughe superiori (per chi non gli avesse letti vi consigliamo i due pezzi sul sottosterzo: &#8220;Dove nasce il sottosterzo&#8221; <a href="https://www.giornalemotori.com/2013/08/06/dove-nasce-il-sottosterzo-prima-parte/"><span style="color: #000080;"><strong>PARTE 1</strong></span></a> e <a href="https://www.giornalemotori.com/2013/09/12/dove-nasce-il-sottosterzo-seconda-parte/"><strong><span style="color: #000080;">PARTE 2</span></strong></a>), il problema del grip è già sufficiente per capire che la Honda ad Aragon non poteva montare una anteriore hard.</p>
<p style="text-align: justify;">Marquez ce l’ha fatta per il rotto della cuffia, ma chiunque ha potuto vedere la differenza con un Pedrosa al quale sarebbe bastato qualche giro in più per passare sul suo caposquadra. Crutchlow invece si stende: impossibile frenare con basso carico in mezza piega, e senza frenata la gomma resta fredda. La scelta per Honda era tra una media e una soft, ma le condizioni della pista con qualche avvallamento di troppo finiscono per sconsigliare gomme con pressione alta, troppo sensibili e bizzose sulle ondulazioni, e la ragione impone una media con due decimi in meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Simmetricamente le moto con un elevato carico statico anteriore sono in grado di frenare efficacemente già all’attacco dei dischi e riescono a scaldare la gomma anche laddove non ci siano frenate particolarmente lunghe. La sospensione anteriore di queste moto sopporta variazioni di carico globalmente inferiori, e questo avvantaggia la forcella che in presenza di buche si comporta in modo assai più lineare: di conseguenza la scelta tra la hard e la media può essere fatta sulla base delle variazioni di temperatura del fondo, con la preferenza verso la media man mano che nel corso della giornata l’asfalto si scalda.</p>
<p style="text-align: justify;">Bizzarra la scelta di Zarco, con una soft sull’anteriore che fa pensare a una pressione piuttosto alta e a un assetto molto basso con pochissimi trasferimenti di carico. Alla fine della fiera, la scelta di anteriore corretta qui ad Aragon era una media con pressione di gonfiaggio adeguata su ogni moto in modo da ottenere la migliore temperatura.</p>
<p style="text-align: justify;">Discorso più delicato sulla posteriore, soprattutto perché la corrispondenza istante per istante tra carichi verticali e grip necessario non la si risolve con le pastiglie. Il transitorio posteriore è molto più complesso e i parametri su cui intervenire sono davvero tanti, ma su tutti ne emergono tre in particolare: il carico statico posteriore, i trasferimenti e quindi l’altezza della moto e infine la reazione del link posteriore. E qui ci tocca prendere il toro per le corna e spiegare per sommi capi a cosa si va incontro quando, nel tentativo di sfruttare in modo eccessivo i carichi di reazione, si esagera con le geometrie.</p>
<p style="text-align: justify;">Consideriamo due motociclette con differente distribuzione dei pesi e di conseguenza con diverso carico statico sulla ruota motrice, e solo per caso useremo la linea azzurra per quella con centraggio più avanzato e quella rossa per quella col centraggio arretrato: ciascuno si senta libero di usare l’arancione al posto del rosso, se lo ritiene.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-70118" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/carico-verticale-1.jpg" alt="carico verticale 1" width="580" height="433" title="Debriefing Aragon: i carichi verticali e la scelta delle gomme 927" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/carico-verticale-1.jpg 580w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/carico-verticale-1-300x224.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/carico-verticale-1-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Escludendo le reazioni del link posteriore, per esempio nell’ipotesi di un telaio rigido come le Harley Hardtail, se immaginiamo di applicare progressivamente potenza a partire da un’andatura costante – per esempio uscendo da una curva lunga percorsa a velocità costante – avremo un carico sempre maggiore man mano che apriamo il gas e il trasferimento si somma al carico statico, ma balza all’occhio la differenza: il carico disponibile sulle moto col centraggio più avanzato è inferiore,  e questo impedisce rapidi incrementi di potenza in accelerazione. Un eccesso sulla manopola del gas comporta la perdita di aderenza in quanto la gomma posteriore non risulta sufficientemente schiacciata contro l’asfalto.</p>
<p style="text-align: justify;">In anni non troppo lontani molti cronisti evidentemente non troppo esperti di Fisica e di progettazione imputavano alla Ducati un supermotore leggendario e alla Yamaha una carenza di cavalli senza rendersi conto che in qualunque pista e da qualsiasi curva ogni moto può accelerare solo quanto le permette il suo grip; e se oggi in MotoGP ci pensano i sistemi elettronici, in altre categorie i piloti sono obbligati a parzializzare le farfalle dosando con cura il gas per impedire che la potenza del motore superi il grip disponibile. Ergo, qualunque motore è “troppo”, Yamaha compresa. La differenza la fa il grip, punto.</p>
<p style="text-align: justify;">Come risolvere il problema della Yamaha senza rinunciare ai vantaggi di percorrenza e di agilità tipici di un baricentro più alto e avanzato? Il sistema più semplice è utilizzare una mescola più soffice, capace di garantire lo stesso grip della concorrenza anche in presenza di un carico verticale inferiore, ed è esattamente quanto faceva sistematicamente Lorenzo quando correva per la casa giapponese.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri preferivano sollevare molto l’assetto della propria moto per accentuare i trasferimenti di carico, ottenendo come effetto collaterale un extracarico di reazione. In cosa consiste? Consiste in quello che semplicisticamente alcuni chiamano tiro catena ma che in realtà è un fenomeno molto più complesso e ben noto in Formula Uno: probabilmente in molti avranno sentito durante le prove libere qualche pilota o qualche direttore tecnico esprimersi più o meno con le parole “abbiamo problemi di trazione nelle curve lente e dobbiamo individuare l’assetto giusto per migliorare l’accelerazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle Formula Uno non esiste il carrello posteriore, non si possono arretrare o avanzare le ruote a piacimento, né si può cambiare l’altezza da terra senza compromettere l’intero progetto aerodinamico del sottoscocca. E gli alettoni nelle curve lente non servono a nulla. Dunque?</p>
<p style="text-align: justify;">Non resta che agire proprio sulla geometria della sospensione per ottenere quelle reazioni dinamiche che nelle due ruote sono associate alla catena ma che con la catena c’entrano solo in modo accidentale. Nel fenomeno infatti sono coinvolti tantissimi parametri, tra i quali:</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">la posizione relativa tra asse posteriore, pivot e pignone secondario</li>
<li style="text-align: justify;">le masse sospese posteriori</li>
<li style="text-align: justify;">lo sbraccio della linea di forza del forcellone rispetto al baricentro</li>
<li style="text-align: justify;">l’accentramento delle masse</li>
<li style="text-align: justify;">la molla posteriore</li>
<li style="text-align: justify;">l’idraulica posteriore</li>
<li style="text-align: justify;">la posizione del forcellone istante per istante</li>
<li style="text-align: justify;">la lunghezza del forcellone</li>
<li style="text-align: justify;">la progressività dei leveraggi del link</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Senza entrare nel merito delle reciproche influenze tra i diversi parametri, sui quali non possiamo agire liberamente in quanto ognuno di essi influenza pesantemente anche altri aspetti fondamentali – basta pensare a molla e idraulica che se da un lato ci consentono di controllare l’assetto del link e dunque l’extracarico di reazione, dall’altra devono restare in grado di assorbire buche e avvallamenti senza perdere contatto col suolo – in prima approssimazione vale la regola che l’extracarico di reazione cresce man mano che solleviamo la moto sulle sospensioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo extracarico, contrariamente al carico statico o a quello di trasferimento, si genera appena diamo gas, prima ancora che la moto inizi ad accelerare, e dura pochi istanti nei quali, se i calcoli sono corretti, potremo accelerare tanto da incrementare i trasferimenti di carico innescando un processo iterativo che ci consente di conservare i benefici dei trasferimenti per tutta la durata dell’accelerazione. Ma a una condizione: non superare mai il grip disponibile, né durante i primi istanti né nella successiva accelerazione, pena la perdita totale dell’extracarico fin lì ottenuto. In questo caso l’andamento dei carichi posteriori corretti dalla reazione del link posteriore diventano pressappoco come la linea blu.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-70119" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/carico-verticale-2.jpg" alt="carico verticale 2" width="580" height="433" title="Debriefing Aragon: i carichi verticali e la scelta delle gomme 928" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/carico-verticale-2.jpg 580w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/carico-verticale-2-300x224.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/carico-verticale-2-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo recuperato un bel po’, vero? Ma attenzione: nel momento in cui si perdesse aderenza (in un impeto di esuberanza del pilota o a causa di una regolazione troppo ottimistica dell’antispin)  ci ritroveremmo di colpo col solo grip del carico statico e con parecchi problemi, come vedremo in seguito.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il momento lasciamoci trascinare dall’entusiasmo e proviamo a insistere: col fondo adatto l’extracarico diventa così evidente che potremmo addirittura usare la gomma hard, con la carcassa ben schiacciata al suolo per pochi istanti e la sensazione di poter scaricare cavalli in quantità.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-70120" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/carico-verticale-3.jpg" alt="carico verticale 3" width="580" height="433" title="Debriefing Aragon: i carichi verticali e la scelta delle gomme 929" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/carico-verticale-3.jpg 580w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/carico-verticale-3-300x224.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/carico-verticale-3-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Mai come in questo caso vale il principio che più in alto si sale e più l’eventuale caduta diventa rischiosa. Se noi isoliamo e ingrandiamo il solo contributo della reazione del link rispetto al tempo, i due grafici sarebbero più o meno così:</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-70144" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/10/carico-verticale-link.jpg" alt="carico verticale link" width="647" height="441" title="Debriefing Aragon: i carichi verticali e la scelta delle gomme 930" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/carico-verticale-link.jpg 647w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/10/carico-verticale-link-300x204.jpg 300w" sizes="(max-width: 647px) 100vw, 647px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Nella ricerca dei carichi di reazione, ad un link più esasperato corrisponde un tempo utile sempre più ridotto, tanto da diventare comparabile coi tempi totali di reazione di molti antispin: e questo non soltanto determina una oggettiva difficoltà nella messa a punto dell’elettronica della moto ma compromette anche la reale efficacia dei controlli di trazione quando si va a cercare il limite.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel momento in cui noi superiamo il grip totale (carico statico + trasferimento + reazione) anche di poco, il trasferimento e il carico di reazione crollano a zero con una riduzione del grip tanto più brusca quanto più avremo sfruttato gli incrementi dinamici del carico. Se presi dall’entusiasmo avevamo progettato un link con elevati extracarichi ci ritroveremo una moto difficilmente controllabile, con la ruota posteriore che una volta persa l’aderenza non vuol più saperne di riprenderla: ormai il grip che ci resta è solo quello statico, e nel caso di centraggi avanzati è davvero basso.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5">Trascurando il fatto che il battistrada si rovinerà in pochi giri a forza di slittare sull’asfalto e l’accelerazione è destinata a peggiorare ulteriormente – come <a href="https://www.giornalemotori.com/2017/05/12/debriefing-jerez-gomme-poche-idee-ben-confuse/"><strong><span style="color: #000080;">per esempio è successo a Jerez e lo abbiamo spiegato QUI</span></strong></a> – un simile comportamento non consente al pilota di derapare in sicurezza o di accelerare con profitto fuori dalle curve, e questo problema si accentua in modo drammatico al peggiorare delle condizioni dell’asfalto, per esempio su piste scivolose o bagnate.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5">In termini puramente matematici esistono parametri ben precisi che descrivono il limite di ogni link, e quando noi assumiamo che la perdita di aderenza sia brusca in realtà commettiamo una semplificazione che ci impedisce di trattare col necessario rigore il problema del calcolo. In natura le soluzioni di continuità sono solo apparenti e l’aderenza non fa eccezione, e questo ci permette di arrivare a determinare che nella funzione che descrive l’incremento di carico al crescere della potenza applicata lo studio della derivata seconda fornisce tutte le necessarie indicazioni affinchè in sede di progetto si resti entro valori accettabili, avvertiti dal pilota come “comportamento sufficientemente progressivo” nella perdita di trazione. Non è il caso di addentrarci in uno studio di questo tipo, ma sappiate che gli strumenti ci sono.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto il contrario naturalmente si verifica nelle moto driftarole, la cui sospensione posteriore si comporta in controreazione o, se preferite, in modo anticiclico rispetto alla potenza applicata. Gran parte del problema che oggi riscontriamo sulla Yamaha 2017 è dovuta proprio al comportamento ciclico del suo link che le rende difficile individuare la corretta mescola per ogni gara: se il link lavora nei suoi limiti, la moto pare utilizzare una mescola hard senza problemi, ma appena si lavora all’estremo del campo di esistenza indicato dalla derivata seconda i carichi si abbassano a tal punto che ci vorrebbe una soft. E basta un’elettronica un po’ troppo disinvolta per ritrovarsi in tali situazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo fa pensare che qui ad Aragon sulla Yamaha convenisse abbassare un po’ l’assetto rinunciando a un po’ di extracarico e compensando con una media per non ritrovarsi a fine gara nelle condizioni in cui il link rende la trazione troppo scorbutica e delicata.</p>
<p class="_d97" style="text-align: justify;"><span class="_5yl5">In casa Ducati ce l’avevano quasi fatta. Posto il fatto che pure lì la media con un assetto appena più alto sarebbe stata la scelta principe, la soft sulla moto di Lorenzo ha resistito quasi tutta la gara. Quasi. Ma siccome le gare si vincono sul traguardo, probabilmente una pressione maggiore avrebbe evitato alla mescola di degradare e di perdere trazione nei giri finali. Se le ondulazioni della pista avessero reso la moto troppo ballerina con due decimi in più sulla posteriore, allora si sarebbe dovuti passare alla media: e questo è stato il solo errore commesso durante le prove, non aver sondato strade diverse quando il termometro infrarossi segnava una condizione di carcassa molto vicina al limite superiore del range termico.</span></p>
<p class="_d97" style="text-align: justify;"><span class="_5yl5">Tutto questo, ovviamente, nell’ipotesi che i freni idraulici delle sospensioni fossero adeguatamente regolati, dato che nella progressione dei carichi verticali dinamici essi rivestono un’importanza fondamentale soprattutto nella prima parte delle fasi di transizione. D’altra parte non è così scontato: le sospensioni oltre a controllare l’assetto in transizione servono anche ad altro. Tipo assorbire le buche, per dire. Ma io sono ottimista per natura e son convinto che prima o dopo a qualcuno verrà in mente di separare le funzioni. Nel frattempo ci arrangeremo come possiamo e cercheremo di accordare le gomme sui carichi verticali della nostra moto. Armonizzare, diceva un certo Furusawa.</span></p>
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		<title>Debriefing MotoGP Misano: odio e grip in Romagna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Sep 2017 18:36:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non so voi, ma io Misano la odio. Non va mai bene. Ha un sacco di difetti: si sporca facilmente (e si scivola), il pomeriggio diventa troppo calda (e si scivola) a meno che non piova (e si scivola). Guardiamo il tracciato e ragioniamoci sopra. Alla Rio ci si arriva con una frenata non particolarmente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non so voi, ma io Misano la odio. Non va mai bene. Ha un sacco di difetti: si sporca facilmente (e si scivola), il pomeriggio diventa troppo calda (e si scivola) a meno che non piova (e si scivola). Guardiamo il tracciato e ragioniamoci sopra.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69767" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/09/2017-09-19_202739.jpg" alt="2017 09 19 202739" width="722" height="475" title="Debriefing MotoGP Misano: odio e grip in Romagna 934" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/09/2017-09-19_202739.jpg 722w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/09/2017-09-19_202739-300x197.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/09/2017-09-19_202739-696x458.jpg 696w" sizes="(max-width: 722px) 100vw, 722px" />Alla Rio ci si arriva con una frenata non particolarmente intensa e con la moto in mezza piega, impossibile strizzare la leva, e la precedente frenata degna di questo nome è quella prima di curva 1: questo significa un anteriore che entra freddo in una curva strettissima e piegatissima nella quale la differenza di traiettorie tra le due ruote è massima.</p>
<p style="text-align: justify;">Basso carico e forze orizzontali elevate richiedono una soft che però impone attenzione nella sua gestione perché nelle staccate per la Quercia e per il Carro si rischia di degradarla in pochi giri per eccesso di deformazione. Un rompicapo affascinante che mette a dura prova non soltanto i piloti ma anche i tecnici combattuti tra esigenze all’apparenza inconciliabili. Ogni volta è una scommessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Stavolta ci si mette di mezzo pure il meteo, e dopo due giorni di prove su asciutto la gara prende il via sull’asfalto bagnato costringendo tutti a inventare un setting al buio. Spiace che Rossi non abbia potuto correre, ero curioso di vedere come la sua esperienza soprattutto sul tracciato romagnolo avrebbe risolto la faccenda. Gomme rain soft per tutti e le moto si schierano per la partenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, se non ci fosse stato Lorenzo il mio commento tecnico sarebbe stato diverso. Senza il maiorchino avremmo detto che la Honda con la sua maggiore motricità avrebbe prevalso sui concorrenti e Marquez avrebbe vinto facile, e infatti lo avevo dato per vincente. Poi ha vinto lo stesso, ma tecnicamente non è quello il punto: se Lorenzo non si fosse distratto la previsione sarebbe stata smentita dai fatti. Vediamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Subito in partenza la Ducati 99 scatta arrivando per prima alla chicane, frena da paura, si infila girando stretta e ne esce in testa. Vabbè, siamo abituati alla particolare sensibilità di Lorenzo nel primo giro. Solo che poi lui continua ad allungare con un passo imbarazzante e con apparente facilità, senza sbavature o segnali di guida al limite, e stavolta non possiamo dare il merito a mappe speciali che forniscano cavalli supplementari per qualche giro: qui il problema non è avere più potenza ma scaricare a terra quella che c’è, ovvero perfino troppa sul bagnato.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/09/2017-09-19_203104.jpg" alt="2017 09 19 203104" width="904" height="489" title="Debriefing MotoGP Misano: odio e grip in Romagna 935" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/09/2017-09-19_203104.jpg 904w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/09/2017-09-19_203104-768x415.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/09/2017-09-19_203104-300x162.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/09/2017-09-19_203104-696x376.jpg 696w" sizes="(max-width: 904px) 100vw, 904px" />Se non ci fosse stato Lorenzo, Marquez non avrebbe chiesto di allestire la seconda moto dopo qualche giro: ma stavolta era così preoccupato della differenza di passo tra sé e la moto rossa là davanti che ha giustamente pensato di aver completamente sbagliato setting, dato che altri dimostravano che era possibile fare parecchio di meglio. Poi Lorenzo si è distratto e il problema è passato in secondo piano, ma quei primi sette giri sono qualcosa che tecnicamente pesano come un macigno. Avevamo detto già da qualche gara che la Ducati faceva paura e che Lorenzo era sulla strada giusta, ma onestamente neppure io pensavo a tanta differenza. Come giustificarla?</p>
<p style="text-align: justify;">A rincarare la dose, nelle retrovie troviamo un Pedrosa irriconoscibile alle prese – parole sue – con una moto che pareva accelerare sul ghiaccio per la prima metà della gara, e perfino Marquez ha aspettato un fondo meno bagnato prima di riprendersi. Un po’ come una qualsiasi Yamaha alle prese con la pioggia, ma almeno lì sappiamo che il problema deriva dal centraggio e dal link posteriore. In Honda invece questo rappresenta una novità di cui bisognerà trovare ragione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69769" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/09/2017-09-19_203400.jpg" alt="2017 09 19 203400" width="635" height="464" title="Debriefing MotoGP Misano: odio e grip in Romagna 936" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/09/2017-09-19_203400.jpg 635w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/09/2017-09-19_203400-300x219.jpg 300w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" />Una cosa appare chiara: le Ducati sul bagnato scaricavano meglio di chiunque altro, tanto che hanno consumato le gomme ritrovandosi un po’ nelle pesti nei giri finali. Dovizioso resiste al ritorno di Vinales su un asfalto via via più asciutto, Petrucci invece perde la testa della corsa a favore di Marquez.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia personale impressione è che nel passaggio alle gomme rain la maggior parte dei Team non abbia sollevato l’assetto a sufficienza, Honda su tutti, e che mancassero i necessari trasferimenti dinamici sia sull’anteriore che sulla posteriore. Non c’era verso di portare le gomme in temperatura per la prima metà della gara, a parte le Ducati che però hanno pagato nei giri finali un degrado da eccesso di carico. Ora, io non penso che le Ducati fossero tanto più alte delle avversarie, e men che meno quella di Lorenzo. Il quale, va pur detto, da qualche tempo sta guidando più alto del solito (per lui); il che non significa alto in termini assoluti.</p>
<p style="text-align: justify;">Mettiamola così: in una gara di moto mediamente rasoterra Lorenzo è quello più abituato a gestire la situazione e ne ha saputo approfittare meglio di chiunque altro. Molto meglio. Tanto meglio che ha stabilito un nuovo riferimento circa le possibilità della Ducati su un terreno dove la Honda spadroneggiava quanto le Ducati del passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho solo il rammarico di non aver potuto vedere cosa avrebbe inventato un Rossi sulla pista che conosce meglio e sulla quale ha girato fin da bambino col sole a picco e con la grandine: sarebbe stata una sfida interessante, e non credo che avrebbe sbagliato assetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Io, Misano, la odio.</p>
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		<title>Best Engine &#124; Il motore 2.0 Litri Drive-e T5 e T6 di Volvo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Sep 2017 06:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutte le versioni del propulsore hanno in comune oltre al numero di cilindri 4 in linea, la cilindrata di 1.969cc, ed alimentazione ad iniezione diretta di benzina. La cilindrata è ottenuta con un alesaggio di 82mm per una corsa di 93.2mm, con basamento e testa in alluminio, sovralimentati con iniezione diretta ed intercooler.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69708" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/09/web-10be-volvo-s60-300x169.jpg" alt="web 10be volvo s60" width="300" height="169" title="Best Engine | Il motore 2.0 Litri Drive-e T5 e T6 di Volvo 937">Abbiamo già parlato della rinascita Volvo in occasione della prova della nuova XC60. Il costruttore svedese ha messo in campo una famiglia di motori, basati su un&#8217;architettura unica a 4 cilindri, 2.0 litri turbo, modulare, abbinabile facilmente ad ogni modello della gamma. La sua caratteristica di modularità consente ai tecnici Volvo di poterne ricavare anche una versione meno potenza ma più compatta a versatile 3 cilindri di 1.5 litri adatta alla prossima generazione XC40.  Un motorizzazione nasce per adattarsi facilmente alla tecnologia ibrida in linea con gli annunci di Volvo di avere almeno un modello ibrido per ogni segmento in cui sarà presente. Un passaggio obbligato per arrivare all&#8217;obiettivo di avere un elettrificazione diffusa su tutta la gamma per il prossimo decennio. Una scelta quella di puntare su un solo frazionamento a 4 cilindri 2.0 litri denominato Drive-e, che ha consentito di limitare i costi potendo condividere i componenti, ma soddisfacendo ogni richiesta di potenza anche per quei clienti particolarmente esigenti.  Tutte le versioni del propulsore hanno in comune oltre al numero di cilindri 4 in linea, la cilindrata di 1.969cc, ed alimentazione ad iniezione diretta di benzina. La cilindrata è ottenuta con un alesaggio di 82mm per una corsa di 93.2mm, con basamento e testa in alluminio, sovralimentati con iniezione diretta ed intercooler. Per migliorare l&#8217;efficienza e le perdite di rendimento  tutti i propulsori hanno in comune l&#8217;adozione  della pompa dell&#8217;acqua elettrica. La differenza tra le motorizzazioni viene contraddistinta dalla sigla T5 e T6 quest&#8217;ultima anche nella recentissima versione modificata dal reparto sportivo della casa svedese Polestar.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69709" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/09/10be-specs-volvo-20l-300x169.jpg" alt="10be specs volvo 20l" width="300" height="169" title="Best Engine | Il motore 2.0 Litri Drive-e T5 e T6 di Volvo 938"> La versione T5, eroga una potenza di eroga 245 CV a 5500rpm e 350 Nm  di coppia disponibile tra i 1500rpm e 4800rpm. Il rapporto di compressione in questo caso si abbassa a 8.6:1.  Poi c&#8217;è il top di gamma rappresentato dal T6 con una potenza di 306cv a 5700rpm per un coppia di 400Nm erogati tra i 2100rpm e 4800rpm.  Questo step evolutivo prevede l&#8217;adozione di una doppia sovralimentazione composta da un compressore volumetrico che alimenta i regimi medio bassi e la classica turbina per spingere ai regimi medio alti. In questo caso i tecnici Volvo sono intervenuti anche sulla parte calda del motore, modificando le intercapedini aumentando la portata del liquido di raffreddamento, ed anche del rivestimento superficiale della testa per una maggiore resistenza alle alte temperature generate dalla maggiore pressione si sovralimentazione. Le modifiche hanno interessato anche l&#8217;impianto di scarico in prossimità del catalizzatore per evitare dannose contropressioni in fase di evacuazione dei gas di scarico.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69710" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/09/2015-10be-volvo-s60-300x169.jpg" alt="2015 10be volvo s60" width="300" height="169" title="Best Engine | Il motore 2.0 Litri Drive-e T5 e T6 di Volvo 939">Una volta messo mano allo scarico non si può non intervenire anche sulla fase di aspirazione per consentire un migliore ed ottimale riempimento della miscela nella camera di combustione. Per quello che riguarda la parte fredda del motore, ci sono nuovi cuscinetti di banco ridotti di diametro da 60mm a 53mm, migliorando il coefficiente di attrito. L&#8217;iniezione diretta è progettata e fornita dalla Denso. Per la sovralimentazione Eaton fornisce il compressore, mentre a Borg-Wamer è affidata la progettazione e dimensionamento del turbocompressore. Su questa versione Top di gamma è intervenuta la divisione sportiva Polestar che prepara le vetture della gamma prestazionale del costruttore svedese.  L&#8217;intervento della divisione sportiva ha portato la potenza a 362cv a 6000rpm con un valore di coppia di 470Nm disponibile da 3100rpm a 5100 rpm. raggiungendo una potenza specifica di 184cv/litro.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69711" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/09/specs-box-volvo-300x169.jpg" alt="specs box volvo" width="300" height="169" title="Best Engine | Il motore 2.0 Litri Drive-e T5 e T6 di Volvo 940">Per raggiungere un valore così elevato ai vertici della categoria, i tecnici svedesi hanno messo mano ad alcuni parametri come l&#8217;abbassamento del rapporto di compressione sceso ulteriormente a 8,3:1. Sono state rinforzate le bielle per far fronte alla maggiore pressione sul cielo del pistone, la rielaborazione degli alberi a camme sia in aspirazione che scarico con un nuovo aggiornamento anche per le molle delle valvole.  Per ottenere più potenza è stato adottato un turbocompressore maggiorato con una pressione di picco portata a 2.0 Bar in fase di boost. Una turbina in grado di erogare una pressione partendo da un valore di 65kPa fino a raggiungere la massima di 295kPa. Ancora una volta si è intervenuto modificando l&#8217;impianto di scarico maggiorato nelle dimensioni del collettore.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69712" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/09/bw-00081-300x200.jpg" alt="bw 00081" width="300" height="200" title="Best Engine | Il motore 2.0 Litri Drive-e T5 e T6 di Volvo 941">Questa ultima evoluzione del motore denominato B4204T9,  consente alla Volvo V60 T6R Polestar prestazioni di altissimo livello con un accelerazione sullo 0-100Km/h di 4,5s per una velocità massima autolimitata di 250km/h.  La gamma di motori modulari Volvo, oltre a raccogliere premi e riconoscimenti, dimostra che avere i capitali non basta se non c&#8217;è la capacità tecnica di dare vita ad un ottimo progetto. Un tipo di motorizzazione che per erogazione e piacere di guida non lascia rimpiangere unità propulsive plurifrazionate di analoga potenza, potendo contare su un peso ed un ingombro contenuto, maggiore efficienza e migliore capacità di adattamento anche con le diverse tecnologia soprattutto quella ibrida come la versione della Volvo XC90  e XC60 T8 Hybrid che arriva a sviluppare una potenza di 407cv grazie all&#8217;aggiunta della propulsione elettrica posteriore che sarà oggetto di focus tecnico a parte. La base tecnica di questo propulsore ha consentito di dare vita alla rispettiva gamma Turbodiesel che ha preso le denominazione  D4-190cv, D5-235cv oggetto della nostra prova sulla nuova XC60.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore </strong></p>
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		<title>Debriefing Silverstone: la giusta scelta di Vinales</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Aug 2017 16:55:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
		<category><![CDATA[Silverstone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho pochi dubbi su quale testa salterà dopo la gara di Silverstone: quella dell’operatore che in parco chiuso ha incautamente inquadrato un pezzo di battistrada facendomi esclamare “ecco la gomma di Vinales!”. E la successiva zoomata ad allargare ha confermato che si trattava proprio della moto numero 25. Da cosa si riconosceva in campo stretto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69397" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/08/2017-08-28_094312.jpg" alt="2017 08 28 094312" width="878" height="521" title="Debriefing Silverstone: la giusta scelta di Vinales 944" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-28_094312.jpg 878w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-28_094312-768x456.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-28_094312-300x178.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-28_094312-696x413.jpg 696w" sizes="(max-width: 878px) 100vw, 878px" />Ho pochi dubbi su quale testa salterà dopo la gara di <strong>Silverstone</strong>: quella dell’operatore che in parco chiuso ha incautamente inquadrato un pezzo di battistrada facendomi esclamare “ecco la gomma di Vinales!”. E la successiva zoomata ad allargare ha confermato che si trattava proprio della moto numero 25.</p>
<p style="text-align: justify;">Da cosa si riconosceva in campo stretto è presto detto: a parte i trucioli raccolti nel giro di rientro, il battistrada si presentava mosso, con creste ben formate, per nulla esasperate, nessun segno di deriva o di spinning. Perfette. Potevano fare altri dieci giri, anche quindici, senza nessun problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure a detta degli esperti i 35 gradi di asfalto erano il limite per passare dalla mescola media alla mescola hard, a riprova che l’ignoranza è una brutta cosa. Non so cosa abbia convinto Vinales a montare la mescola più morbida, sta di fatto che quella era la scelta giusta sulla M1, e alla vittoria ci è mancato davvero un soffio. Rossi dal canto suo sbaglia ancora una volta e monta una hard, ed è mia convinzione che il ragionamento sia stato sempre il medesimo: la media si stava rovinando troppo in fretta, quindi è meglio usare una gomma in cemento armato.</p>
<p style="text-align: justify;">Se volete approfondire un pochino il discorso mescole potete leggere il debrief di <a href="https://www.giornalemotori.com/2017/06/20/michelin-barcellona-debriefing-analisi-tecnica/"><span style="color: #000080;"><strong>Barcellona 2017</strong></span></a>, <a href="https://www.giornalemotori.com/2017/05/12/debriefing-jerez-gomme-poche-idee-ben-confuse/"><span style="color: #000080;"><strong>Jerez 2017</strong></span></a> o addirittura <a href="https://www.giornalemotori.com/2016/04/28/debriefing-jerez-segreti-dello-spinning-posteriore/"><strong><span style="color: #000080;">Jerez 2016</span></strong></a> dove spiegammo il perché dello spinning al posteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questa è solo una mia ipotesi, e d’altra parte devo pur provare a spiegarmi quali criteri spingano un pilota ad una scelta sbagliata. Lo ripeto ancora una volta: un conto è il degrado termico e un altro è il degrado da spinning. Se ce ne fosse la necessità sarò lieto di prestare opportuna consulenza in merito e di dimostrare alcuni concetti di base anche grazie a specifiche attrezzature facilmente implementabili sulle moto dei tester per monitorare i flussi, basta che la si finisca con superstizioni senza alcun valore scientifico.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso discorso naturalmente vale per tutte le altre moto in pista: sulla Suzuki avrei utilizzato la soft, sulla Honda – giustamente – la hard. Stendiamo un velo pietoso su certi commenti in telecronaca dove la parola d’ordine del giorno era “non ha appoggio sul posteriore”, riferita a chiunque. Non aveva appoggio la Honda, alla faccia della sua trazione: e invece a gomma nuova ne aveva fin troppo e soffriva del solito problema di centraggio. A fine gara non ne aveva Vinales, e abbiam visto una gomma perfetta in parco chiuso. Non ne aveva Rossi, e questa è la sola cosa vera: ma d’altra parte con la gomma dura e un carico limitato mica possiam pretendere che non spinni.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69396" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/08/2017-08-28_094156.jpg" alt="2017 08 28 094156" width="1101" height="615" title="Debriefing Silverstone: la giusta scelta di Vinales 945" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-28_094156.jpg 1101w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-28_094156-1024x572.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-28_094156-768x429.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-28_094156-300x168.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-28_094156-696x389.jpg 696w" sizes="(max-width: 1101px) 100vw, 1101px" />Non una parola invece su Dovizioso, davvero a corto di appoggio a causa, pure lui, di una scelta sbagliata. Ci voleva la media, la Ducati non è più quella di Stoner. E’ necessaria tutta l’abilità e la sagacia del forlivese per restare in testa, con velocità alla corda imbarazzanti e a rischio tamponamento, traiettorie spigolate e moto raddrizzata alla svelta come un 250 2T da cross su sterrato: l’importante è non perdere aderenza e riaccelerare solo a moto dritta.</p>
<p style="text-align: justify;">Iannone invece tenta di risolverla in modo diametralmente opposto: non potendo riaccelerare fuori dalle curve, per andare veloce decide di non rallentare negli ingressi. Se non perdo velocità alla corda, avrà pensato, non ho nemmeno bisogno di riaccelerare. Fa strike e finisce lì, ma ancora una volta tutto nasce da una scelta discutibile sulla gomma posteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Zarco inspiegabile: la Tech3 ha un minore extragrip rispetto alla M1 ufficiale, cosa che la rende più costante a patto di usare una gradazione più morbida al posteriore. Sceglie una hard e di conseguenza fa peggio della M1 pari equipaggiata. E se col senno del poi la soft era perfetta per Vinales, a più forte ragione la Tech3 avrebbe dovuto puntare su tale mescola.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine resta da parlare di Crutchlow che ritrova verve man mano che la hard si usura e perde un po’ di appoggio, permettendogli di curvare senza perdere l’avantreno. Prendano nota i commentatori. Che poi non si capisce in virtù di quale ragione pure Marquez stesse migliorando man mano che la sua gomma calava. Non aveva “poco appoggio a gomma nuova”? E da quando una gomma appoggia meglio quando è usurata? Son curioso…</p>
<p style="text-align: justify;">A margine: sì, è difficile vedere un motore Honda che cede, ma questo non significa un motore fragile. Sono assaai più propenso a credere, date le modalità della rottura, al cedimento di qualche particolare stupido e non dipendente da Honda, tipo una guarnizione di tenuta sul ritorno pneumatico delle valvole. Insomma, normali sfighe di produzioni esterne alla Honda. E per quanto conosco Honda, i motori rimasti sono ampiamente sufficienti a concludere la stagione senza alcun depotenziamento in quanto progettati per poter fare anche dieci gare ciascuno.</p>
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		<title>Debriefing MotoGP: dalle strategie di Brno ai fatti dell&#8217;Austria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Aug 2017 07:03:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Austria e Repubblica Ceca accomunate da una sostanziale assenza di nuovi spunti tecnici, essendo le due gare una semplice conferma di quanto già noto da anni, a cominciare dalla gigantesca supremazia della Honda in sede di programmazione gara – forse per il fatto che è la sola ad aver calcato le piste della Formula Uno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69148" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/08/2017-08-23_090054.jpg" alt="2017 08 23 090054" width="750" height="474" title="Debriefing MotoGP: dalle strategie di Brno ai fatti dell&#039;Austria 950" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-23_090054.jpg 750w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-23_090054-300x190.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-23_090054-696x440.jpg 696w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" />Austria e Repubblica Ceca accomunate da una sostanziale assenza di nuovi spunti tecnici, essendo le due gare una semplice conferma di quanto già noto da anni, a cominciare dalla gigantesca supremazia della Honda in sede di programmazione gara – forse per il fatto che è la sola ad aver calcato le piste della Formula Uno con una certa costanza – per finire ai problemi delle Yamaha. Partiamo dalla Cekia 😀</p>
<p style="text-align: justify;">Durante le prove si sussegue un’alternanza di pioggia e di asciutto con una certezza che fa capolino ovunque: le Ducati fanno paura perfino sul bagnato, dove neppure i nuovi centraggi di Gigi Dall’Igna hanno scalfitto l’eccellenza della trazione e la capacità di scaricare potenza in perfetto controllo. Qualcuno (Yamaha) preferisce dare inesistenti colpe all’elettronica Marelli sulla quale gli italiani avrebbero maggiore esperienza, cosa senza dubbio sensata se non fossero ben altre le ragioni delle mediocri prestazioni in quel di Iwata. Ne riparleremo più avanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sta di fatto che la moto bolognese comincia a dimostrare una concretezza allarmante su troppe piste: resta una moto difficile, spesso poco maneggevole, assai diversa dagli standard nipponici, ma anche molto costante, poco incline a serbare sorprese al pilota che volesse spingerla con più entusiasmo del solito. Honda e Yamaha, ognuna per il suo verso, mostrano caratteri più ombrosi sia pure in reparti opposti, la prima con la tendenza a chiudere lo sterzo in modo improvviso e la seconda col vizio di arrivare pericolosamente vicina all’highside se l’elettronica – che poi così male non è, dato che di solito ci riesce – non mettesse una pezza a una trazione poco costante che, con una gomma operativamente poco adattabile, rende assai complicata la vita di Rossi e di Vinales.</p>
<p style="text-align: justify;">Il meteo però ci mette la coda e il Team più scafato lo sfrutta in proprio favore: due moto full dry pronte ai box, con gomme e sospensioni appositamente settate, mentre tutti gli altri dormivano della grossa. Ha poca rilevanza il fatto che Marquez abbia preso il via su Rain Soft, sarebbe entrato comunque: la sola cosa che in Honda temevano era che riprendesse a piovere tanto da dover portare la gomma Rain fino alla fine, essendo impossibile rientrare ai box senza cambiare tipo di gomma.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, posto il fatto che la seconda moto doveva necessariamente utilizzare gomme differenti da quella schierata al via e che tutti i Team &#8211; eccezion fatta per Honda &#8211; si sono ritrovati a dover cambiare gomme in tempo reale, la sola spiegazione logica è che tutti avessero preparato la seconda moto con gomme intermedie. Davvero una scelta bizzarra con un meteo che prevedeva una spruzzata solo verso gli ultimi giri.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo due giri si arriva al cambio moto, Marquez inforca la sua Full Dry e guadagna dieci secondi in un giro. Solo a quel punto tutti gli altri si rendono conto di aver già perso: ogni giro di ritardo equivale a dieci secondi in pista, ma per cambiare l’assetto alle seconde moto ci vogliono tre o quattro giri. Sette minuti per cambiare le gomme, il mono, le forcelle corrispondono in pista a 40 secondi da Marquez, a parità di assetti. Troppo. Ci si limita a cambiare gomme e a qualche giro di molla in più, sia davanti che dietro, qualcuno riesce anche a chiudere un po’ i freni in compressione. Rientrano in pista dopo aver ritardato il cambio di due giri, con 20 secondi da Marquez e una moto che perde 5 secondi al giro dalla Honda. Al terzo giro la gara è già persa, lo sanno tutti. Le differenze tra i Perdenti alla fine sono dovute ai rispettivi Team e alla loro capacità di mettere in pista una moto meno peggio delle altre. Spunti tecnici, nessuno. A parte la schiacciante supremazia della strategia Honda quando il gioco si fa duro.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69146" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/08/2017-08-16_154558.jpg" alt="2017 08 16 154558" width="873" height="560" title="Debriefing MotoGP: dalle strategie di Brno ai fatti dell&#039;Austria 951" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-16_154558.jpg 873w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-16_154558-768x493.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-16_154558-300x192.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-16_154558-696x446.jpg 696w" sizes="(max-width: 873px) 100vw, 873px" />In queste condizioni si va in Austria, e la Ducati sta ancora lì davanti. Senza i capricci meteo di Brno la rossa è sempre tecnicamente minacciosa e non si può sperare in un ennesimo colpo di scena. Lorenzo va via con una strategia a lui cara ai tempi della Yamaha: mappatura da qualifica o quasi per pochi giri e poi, lontano dalla bagarre, pennellare le curve in velocità risparmiando sulle indispensabili accelerazioni in fase di duello, a pista perfettamente libera.</p>
<p style="text-align: justify;">Parte via a cannone con trenta cavalli più degli avversari, ma al momento di mettere la mappa su Economy si accorge di non riuscire a far scorrere la D16 con la stessa facilità delle sue M1 del passato. L’usura del limite delle gomme non aggiunge nulla alla perdita del podio, al rientro al box aveva poco più di un bicchiere di benzina. A poco è valso il discorso di Gigi Dall’Igna sul fatto che tutto sommato la strategia serviva a Lorenzo per riprendere l’abitudine ad andare in testa dai primi metri: più probabilmente la strategia era necessaria per dimostrare al pilota che quando un ingegnere è scettico di solito ha dei solidi motivi per esserlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69149" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/08/2017-08-23_090157.jpg" alt="2017 08 23 090157" width="749" height="428" title="Debriefing MotoGP: dalle strategie di Brno ai fatti dell&#039;Austria 952" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-23_090157.jpg 749w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-23_090157-300x171.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-23_090157-696x398.jpg 696w" sizes="(max-width: 749px) 100vw, 749px" />La soddisfazione a Borgo Panigale sarebbe totale se anche la terza moto 2017 avesse utilizzato le gomme a fascia bianca, una volta tanto suggerite perfino da Michelin che ultimamente avrà obbligato i suoi tecnici a seguire qualche corso di aggiornamento. E proprio le gomme ci confermano ancora una volta il problema della M1 in versione ufficiale. Mi spiego.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo sia ormai chiaro a tutti come funziona una gomma, non foss’altro perché dopo anni di sofferenze ai nostri timpani abbiamo provveduto a scrivere qualcosina in merito già nel 2012 (come passa il tempo, eh?). Le Michelin per una serie di ragioni già esposte &#8211; la prima delle quali è un colossale ritardo dai concorrenti nello studio delle mescole con particolare riferimento alle loro esigenze e alla funzione di tampone termico dell’intero sistema – continuano ad avere un range di utilizzo piuttosto ristretto: in pratica, passano rapidamente da una condizione troppo fredda a una condizione troppo calda.</p>
<p style="text-align: justify;">In ragione di ciò, la gomma sopporta malissimo le grandi variazioni di carico determinate da un link posteriore disegnato in funzione della massimizzazione della reazione totale del sistema al livello del contatto. Non c’è elettronica che tenga, se la reazione si azzera per una qualsiasi ragione si finisce con una variazione di carichi che il sistema gomma non riesce a gestire, e di conseguenza le variazioni di temperatura portano la mescola al di fuori dello stretto range di funzionamento.</p>
<p style="text-align: justify;">In passato avevamo scritto che nell’imminenza di una gara col materiale disponibile la sola cosa ragionevole da fare era eseguire una taratura molto conservativa dell’antispin, ma solo perché fare diversamente sarebbe stato anche peggio. E’ evidente che tagliare potenza non fa piacere a nessuno, ma non dobbiamo mai dimenticare che a contare davvero è solo la potenza trasmessa a terra.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69147" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/08/2017-08-23_085439.jpg" alt="2017 08 23 085439" width="586" height="370" title="Debriefing MotoGP: dalle strategie di Brno ai fatti dell&#039;Austria 953" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-23_085439.jpg 586w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/08/2017-08-23_085439-300x189.jpg 300w" sizes="(max-width: 586px) 100vw, 586px" />Questo significava una cosa ben precisa: occorreva correre ai ripari e riprogettare un link più costante, con minore extragrip su asfalti ad elevata aderenza, pur di non perdere troppo grip su quelli dove l’aderenza non era sufficiente. In diverse parole, un carico massimo verticale inferiore ma più costante permette di massimizzare gli estremi del campo di utilizzo e di ottenere un range termico con variazioni più contenute: questo obbligherà la M1 a tornare a soluzioni largamente utilizzate in passato, con mescola posteriore più morbida di quella anteriore diversamente da quanto visto in Austria, con gomme gialle posteriori e gomme medie anteriori.</p>
<p style="text-align: justify;">Il che, per un analista della dinamica, significa una sola cosa: il link è ancora quello sbagliato e Zarco, con un link meno spinto e su gomma soft, arriva davanti agli ufficiali. Poi, se in Yamaha preferiscono così, continuino pure a parlare di telai e di elettronica.</p>
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		<title>Michelin &#124; Il futuro della ruota con il Visionary Concept</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jul 2017 08:44:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un futuro utopistico a cui però Michelin ha dato una risposta. Il visionary concept è una ruota completa che soddisfa tutte queste caratteristiche di mobilità, con un occhio particolare all'efficienza ed al rispetto per l'ambiente.  </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-68666" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/07/actu_vista_400x400-300x300.jpg" alt="actu vista 400x400" width="300" height="300" title="Michelin | Il futuro della ruota con il Visionary Concept 954" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/actu_vista_400x400-300x300.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/actu_vista_400x400-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/actu_vista_400x400.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Il pneumatico, un degli elementi fondamentali per ogni veicolo, a due come a quattro ruote, di serie come da competizione. Un elemento complesso in grado di fare la differenza in prestazioni, confort ma soprattutto in sicurezza. Il pneumatico oltre ad avere i suddetti pregi, ha anche il difetto cronico di dover essere smaltito una volta percorsa la vita utile. Le sue componenti sono molteplici, dai polimeri in gomma, ai materiali che compongono la carcassa. Oggi lo smaltimento di un pneumatico per legge, è scaricato sulle spalle dell&#8217;automobilista con l&#8217;aggiunta la conto finale quanto vengono sostituiti, sulla fattura oggi il gommista aggiunge una  voce smaltimento. Sarebbe bello avere un pneumatico che conserva tutte le sue caratteristiche di prestazioni, confort e sicurezza ma anche biodegradabile. Un futuro utopistico a cui però Michelin ha dato una risposta. Il visionary concept è una ruota completa che soddisfa tutte queste caratteristiche di mobilità, con un occhio particolare all&#8217;efficienza ed al rispetto per l&#8217;ambiente.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-68667" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/07/michelin-visionary-concept-tire-live-at-movinon-montreal-300x169.jpg" alt="michelin visionary concept tire live at movinon montreal" width="300" height="169" title="Michelin | Il futuro della ruota con il Visionary Concept 955">Si tratta di una ruota unica senz&#8217;aria in pressione, <b> airless</b>, progettata per durare la stessa vita del veicolo con al centro, dove oggi c&#8217;è il cerchio in lega o acciaio, una struttura a nido d&#8217;ape che imita nel suo comportamento,  pur essendo completamente sintetica composta da materiale completamente riciclabile, funzioni naturali come il  processo di crescita, tipiche presenti tanto nel regno vegetale o minerale in particolare come succede con le capacità rigenerative tipiche dei coralli.  Sulla struttura viene ricavato il battistrada generato da una  stampante 3D.  Il materiale, che compone lo strato superiore utilizza la tecnologia di polimerizzazione a freddo, offrendo le stesse prestazioni di un battistrada convenzionale, con la particolarità di essere completamente biodegradabile.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-68668" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/07/18755-michelin-visionary-concept-la-ruota-stampata-in-3d-che-si-rigenera1-300x169.jpg" alt="18755 michelin visionary concept la ruota stampata in 3d che si rigenera1" width="300" height="169" title="Michelin | Il futuro della ruota con il Visionary Concept 956">Nel caso in cui il battistrada si usura o necessita di cambiare disegno, tipologia e durezza della mescola nonche la profondità del tassello come per esempio quando si devono cambiare le condizioni di marcia dall&#8217;asfalto al fuori strada, o si affrontano pioggia, neve, caldo intenso,  è possibile stampare il battistrada in apposite stazioni in pochi minuti sfruttando tecnologia di stampa 3D  aggiungendo solo la quantità di materiale che occorre dove serve, senza sprechi o perdite in modo funzionale ed efficiente. Inoltre il Vision Concept di MICHELIN può anche comunicare  con il veicolo scambiando dati con il sistema di controllo. In macchina il conducente attraverso il sistema di infotainment, ma anche in remoto con le app del suo smartphone, viene  informato sullo stato di usura del battistrada programmando la ristampa, la scelta del tipo del tipo di scolpitura in funzione dell&#8217;uso e delle esigente del momento.</p>
<p style="text-align: justify">Un approccio al concetto di ruota che potrebbe innescare una vera e propria rivoluzione nel mondo dell&#8217;automotive. Se è vero come diceva Enzo Ferrari che le gomme consentono un recupero sul giro di secondi al fronte di un recupero di pochi decimi per concetti come aerodinamica e meccanica, allora anche nel caso della salvaguardia ambientale, la rivoluzione può arrivare partendo proprio da questo fondamentale e importantissimo componente. La speranza è che Michelin dia seguito alla sua visionaria immagine di ruota, e che magari venga seguita anche da altri costruttori facendo da volano anche per le aziende che lavorano nel campo della componentistica auto.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="Tyc4Apyk2Rc "><iframe loading="lazy" title="A Visionary Concept Tire | Michelin" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/Tyc4Apyk2Rc?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Debriefing Sachsenring: il grip e asfalto, una relazione delicata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jul 2017 12:31:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica motogp]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In passato il tracciato del Sachsenring è stato oggetto di pesanti critiche per via del fondo particolarmente scivoloso in caso di pioggia, e quest’anno si presentava asfaltato a nuovo. Ma il risultato non è cambiato, con Marquez imprendibile quasi per tutti. Si illudeva chi sperava in un grip elevato: il nuovo fondo, pur fornendo un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-68660" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/07/2017-07-03_081503.jpg" alt="2017 07 03 081503" width="1094" height="662" title="Debriefing Sachsenring: il grip e asfalto, una relazione delicata 960" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/2017-07-03_081503.jpg 1094w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/2017-07-03_081503-1024x620.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/2017-07-03_081503-768x465.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/2017-07-03_081503-300x182.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/2017-07-03_081503-696x421.jpg 696w" sizes="(max-width: 1094px) 100vw, 1094px" />In passato il tracciato del Sachsenring è stato oggetto di pesanti critiche per via del fondo particolarmente scivoloso in caso di pioggia, e quest’anno si presentava asfaltato a nuovo. Ma il risultato non è cambiato, con Marquez imprendibile quasi per tutti. Si illudeva chi sperava in un <strong>grip</strong> elevato: il nuovo fondo, pur fornendo un eccellente drenaggio e una ridottissima nebulizzazione dell’acqua, ottiene l’incremento del grip sotto la pioggia grazie alla granulometria di maggiori dimensioni e quindi a una marcata ruvidità superficiale. Questo significa un grip su asciutto inferiore, con tempi sul giro peggiori dello scorso anno, e una marcata tendenza a consumare le gomme. Consumo vero, stavolta, non degrado di vario genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Per capire la differenza occorre spendere due parole in più sul <strong>grip</strong>, ovvero quello che in fisica si chiama <strong>attrito statico</strong>, distinguendo tra superfici lisce e superfici scabrose: mentre tra quelle lisce la forza di attrito dipende dai materiali delle superfici stesse e dalla forza ortogonale al piano di contatto (quella che di solito chiamiamo “carico totale”, essendo la somma tra carico statico, carico di reazione e carico dinamico), la forza di attrito statico tra due superfici scabrose è molto variabile in dipendenza delle superfici che letteralmente si incastrano tra loro con le rispettive rugosità, un po’ come gli scarponi chiodati.</p>
<p style="text-align: justify;">Man mano che le superfici diventano più scabrose (si dice così, non c’è nulla di pornografico 😛 ) la coppia dei materiali a contatto diviene sempre meno importante rispetto alla rugosità, essendo profondamente differente la natura dell’attrito stesso. Cosa significa? Significa che su fondo ruvido o perfino irregolare (pensate al fuoristrada, con gomme tassellate) gli “incastri” valgono più delle mescole, alle quali viene solo richiesto di avere la coesione sufficiente a non spezzare i tasselli dopo due giri.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza addentrarci in questo specifico campo, su asfalto drenante (ovvero molto ruvido) abbiamo due opposte esigenze: la mescola soft diventa “plastica” e si adatta alle rugosità dell’asfalto, copiandole letteralmente, ma la sua coesione è più bassa e le creste che si formano vengono continuamente spezzate e portate via, mentre la mescola dura resiste molto meglio a questo lavoro di abrasione ma purtroppo non riesce a plasmarsi sulle rugosità dell’asfalto come fosse uno stampo di fonderia. Il risultato è un grip mediocre sull’asciutto a prescindere dalla mescola, con quella soft avvantaggiata finchè non si consuma.</p>
<p style="text-align: justify;">Capiamoci: la migliore prestazione in assoluto sul giro secco vede le gomme soft decisamente favorite, ma in gara occorre accortezza evitando di forzare per almeno metà dei giri, un po’ come quando si guida sulle uova. O sul bagnato.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla griglia Lorenzo e Abraham usano le soft dappertutto, Dovizioso solo dietro e Barbera solo davanti. Mentre sulla soft anteriore avevo qualche perplessità, vedendo Dovizioso così gommato mi aspettavo una tattica attendista in stile Barcellona con la quale dare filo da torcere a tutti nel finale della corsa. E invece è partito a fionda e a metà gara aveva le gomme consumate. Strano, non è da lui.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-68662" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/07/2017-07-21_183227.jpg" alt="2017 07 21 183227" width="797" height="538" title="Debriefing Sachsenring: il grip e asfalto, una relazione delicata 961" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/2017-07-21_183227.jpg 797w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/2017-07-21_183227-768x518.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/2017-07-21_183227-300x203.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/2017-07-21_183227-696x470.jpg 696w" sizes="(max-width: 797px) 100vw, 797px" />Petrucci merita un discorso a parte. Più ci penso e più mi convinco che ci sia stato un problema sulla slitta destra del carrello posteriore, con la ruota non allineata a dovere: ancora nel giro di allineamento, con gomma appena montata,  la moto pareva strana a detta del pilota. In gara era sempre al limite nelle curve verso sinistra, e alla fine il povero Petrucci ha confessato che non riusciva neppure a stare in equilibrio con la stessa naturalezza. La cosa più probabile è che la ruota tirasse verso sinistra, costringendo l’anteriore a una sterzata supplementare nella percorrenza delle curve su quel lato. Presumibilmente qualcosa è andato storto sul tendicatena lato destro al momento di reinserire il perno durante il cambio gomma poco prima della partenza. Non c’è da scandalizzarsene, può succedere. Basta aggiungere una riga nella checklist della procedura.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Yamaha ufficiali continuano a pagare il prezzo maggiore quando il grip non è elevato, a prescindere dal telaio utilizzato. C’è sicuramente da rivedere il link, decisamente troppo scorbutico, e di conseguenza andranno corretti anche i centraggi della moto versione 2017. Tutto questo però getta un’ombra sulle scelte invernali e sull’evoluzione della versione 2016 realizzata sulla base dei settaggi medi del pilota di riferimento dell’epoca: non era Vinales, che correva sulla Suzuki, e non era Lorenzo, il cui rapporto si sarebbe concluso a fine stagione. Vedete voi, ma qualcosa è andato storto e sarebbe meglio non nascondersi dietro un dito. A tutto ciò si aggiunge il nuovo asfalto del Sachsenring ed ecco che la prima Yamaha sul traguardo è quella di Folger, profondo conoscitore del tracciato e con assetto più alto rispetto a Zarco.</p>
<p style="text-align: justify;">Non stupitevi del fatto che parlo di conoscenza del tracciato, è una cosa normale quando vengono a mancare tutti i riferimenti e la “confidenza” diventa fondamentale. Mi spiego meglio: nel corso di tutta la propria carriera, poniamo lunga 20 anni come quella di Rossi, ogni pilota finisce per “correre” sulle piste straniere  per circa tre ore all’anno, 60 ore in tutta la vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pilota di casa quelle 60 ore le ha fatte prima ancora di diventare professionista e sicuramente molto prima di diventare maggiorenne: di quel tracciato conosce tutto, ha assaggiato cento volte la ghiaia di ogni singola curva, ha sbagliato mille volte e ha anche imparato come riprendere la moto fuori dalle traiettorie ideali. Ciò che per gli altri è un errore, per lui è una semplice sbavatura che ha già vissuto tante volte, e ha la confidenza per mettere le ruote dove vuole.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa confidenza, in un 2017 dove le gomme non aiutano a trovare riferimenti certi, è di grande aiuto quando si va a forzare. E se guardiamo i risultati dell’anno in corso, scopriamo che il “fattore campo” si è dimostrato determinante in più di un’occasione. Lorenzo a Jerez, per dire. O Dovizioso al Mugello. Insomma, dato che con queste gomme si sbaglia parecchio, diventa fondamentale la capacità di rimediare in qualche modo a una frenata troppo lunga o a una traiettoria non perfetta; e la confidenza con un tracciato straconosciuto diventa un’arma formidabile quando si viaggia al limite.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-68661" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/07/2017-07-21_183036.jpg" alt="2017 07 21 183036" width="770" height="414" title="Debriefing Sachsenring: il grip e asfalto, una relazione delicata 962" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/2017-07-21_183036.jpg 770w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/2017-07-21_183036-768x413.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/2017-07-21_183036-300x161.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/07/2017-07-21_183036-696x374.jpg 696w" sizes="(max-width: 770px) 100vw, 770px" />Chi invece pare fregarsene di tutto e di tutti è il solito Marquez. Vince ancora, grazie a una moto a cui manca tutto tranne che il carico statico posteriore. Nell’assetto non ha cercato percorrenza ma piuttosto gradualità nel drift, con la moto rasoterra e la coda che allargava sotto gas. Tutto perfetto: in quelle condizioni se anche la posteriore spinna un po’, non è un grave problema. Per rendere l’idea: in gara non si è visto, ma durante le prove ho contato chiaramente sette tacche di forcella fuori dalla piastra attraverso la telecamera puntata sul pilota. Un assetto decisamente estremo, mettiamola così.</p>
<p style="text-align: justify;">Male invece va a Pedrosa. Capiamoci, un podio è sempre un podio, ma quando si tratta di fare percorrenza la Honda non ci sente: tiene la moto un po’ più alta, ma questo asfalto mangia le gomme e con quel centraggio diventa necessario guidare sporco col retrotreno che fa un po’ quello che vuole. Alla Marquez, insomma. Ma lui non è Marquez ed è costretto a mollare: le lunghe curve della pista non permettono il classico stop&amp;go che avvantaggia le moto più cariche al retrotreno – come le vecchie Ducati o le nuove Honda – e annullano la maggiore trazione con percorrenze troppo rotonde per riuscire a spigolare. Bisogna curvare di gas, senza se e senza ma, e oggi lo sa fare solo il campione del mondo in carica.</p>
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		<title>MotoGP: il debriefing di Assen</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jun 2017 13:22:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Assen]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Assen è un circuito fatto per le percorrenze: ce ne sono di tutti i tipi e per tutte le velocità, da quelle più lente a quelle velocissime, senza dimenticare i raccordi. Ha anche un buon grip quando è asciutta, il che non capita tanto spesso. In queste condizioni le Yamaha sono sicuramente favorite: è pur [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-68334" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/06/2017-06-28_145224.jpg" alt="2017 06 28 145224" width="871" height="576" title="MotoGP: il debriefing di Assen 967" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-28_145224.jpg 871w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-28_145224-768x508.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-28_145224-300x198.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-28_145224-696x460.jpg 696w" sizes="(max-width: 871px) 100vw, 871px" />Assen è un circuito fatto per le percorrenze: ce ne sono di tutti i tipi e per tutte le velocità, da quelle più lente a quelle velocissime, senza dimenticare i raccordi. Ha anche un buon grip quando è asciutta, il che non capita tanto spesso. In queste condizioni le Yamaha sono sicuramente favorite: è pur vero che le frenate impegnative sono a moto dritta, ma è anche vero che le Honda percorrono lente e qualcuno sfida il sottosterzo pur di guadagnare qualche Km/h alla corda. Le Ducati, d’altra parte, dimostrano notevole equilibrio ma rispetto alle 4 in linea pagano una certa pesantezza nei raccordi e richiedono maggiore “entusiasmo” sulla guida.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-68337" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/06/2017-06-28_152113.jpg" alt="2017 06 28 152113" width="1134" height="726" title="MotoGP: il debriefing di Assen 968" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-28_152113.jpg 1134w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-28_152113-1024x656.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-28_152113-768x492.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-28_152113-300x192.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-28_152113-696x446.jpg 696w" sizes="(max-width: 1134px) 100vw, 1134px" />E a Petrucci l’entusiasmo non fa difetto: nell’incertezza del meteo la Ducati è la più equilibrata, all purpose. Davvero eccellente, mai fuori linea sull’asciutto quanto sul bagnato: ci vuole energia, inutile negarlo, ma sicuramente aveva ancora un po’ di margine e lo ha dimostrato nell’ultimo giro, riprendendo il distacco creato dal doppiaggio di Rins. Meritava di vincere, era il pacchetto più efficace.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo che Assen è Assen, e qui tutti devon fare i conti con l’oste: nella fattispecie, Rossi. Le due Yamaha ufficiali partono entrambe su gomma posteriore hard, assumendosi il rischio di una debacle in caso di pioggia.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-68299" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/06/2017-06-25_135550.jpg" alt="2017 06 25 135550" width="935" height="506" title="MotoGP: il debriefing di Assen 969">Vinales non fa in tempo a verificarlo, Rossi invece sì e compie un mezzo miracolo. Trascurando il fatto che è mia convinzione che avrebbe mollato se la pioggia avesse insistito altri due giri, resta ammirevole la sua temerarietà: e mentre le Honda si avvantaggiano della riduzione del grip posteriore e quindi del sottosterzo, Rossi finge di non vedere le gocce sul casco e continua a spingere per tenere la sua posteriore calda come può: basta mezzo giro un po’ incerto e la gomma smette di lavorare senza possibilità di ripresa.</p>
<p style="text-align: justify;">La M1 non era la moto migliore qui in Olanda, ma dobbiamo ammettere che il suo pilota meritava la vittoria per la capacità di risolvere il congenito problema di trazione con scarso grip nel solo modo possibile: resistere e continuare a dare il gas sperando che la pioggia cessasse. La vera impresa è stata lì, a otto giri dal traguardo, non negli ultimi due giri.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi ha lasciato perplesso la strategia di Zarco con due soft. Due sono i casi: o piove, o non piove. Ma se non piove, il grip di Assen è comunque tanto buono da non consentire l’uso delle soft se non con assetti da qualifica, con moto abbassata e solo per pochi giri. E’ pur vero che sotto l’acqua una soft slick è sempre meglio che una hard slick: ma se in partenza non sta piovendo e il timore sta nella pioggia a metà gara, bè, è piuttosto evidente che le gomme soft a quel punto saranno già consumate e tu sarai l’unico a dover obbligatoriamente metter su le rain.</p>
<p style="text-align: justify;">E se per Lorenzo la pista olandese con due gocce d’acqua si trasforma in un incubo personale, è più difficile capire cosa sia successo a Pedrosa. Ok, le Honda percorrono male e occorre prendersi qualche rischio di troppo, ma onestamente mi aspettavo di meglio: e questo mi fa pensare che la moto sia più lontana dai concorrenti di quanto appaia dai risultati di Marquez e di Crutchlow.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo loro due avevano poco da perdere ed evidentemente hanno preso rischi fin troppo pesanti. Stavolta è andata bene, ma non si può pensare di competere per il titolo a suon di rischi. Giustamente Dovizioso, sicuramente più veloce di entrambi, ha deciso di seguire e di approfittare di eventuali errori: troppe volte è stato falciato dall’adrenalina altrui.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-68333" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/06/2017-06-28_125036.jpg" alt="2017 06 28 125036" width="1009" height="624" title="MotoGP: il debriefing di Assen 970" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-28_125036.jpg 1009w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-28_125036-768x475.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-28_125036-300x186.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-28_125036-696x430.jpg 696w" sizes="(max-width: 1009px) 100vw, 1009px" /></p>
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		<title>24H Le Mans &#124; La Toyota TS050, la nuova sfida</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jun 2017 05:03:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[FIA WEC]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La  Toyota  TS050, che partecipa al campionato mondiale endurance il WEC e la 24h di Le Mans 2017, rimane simile alla LMP1 che va a sostituire.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2017/06/17/24h-le-mans-toyota-ts050/">24H Le Mans | La Toyota TS050, la nuova sfida</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-68120" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/06/upTOY785.jpg" alt="upTOY785" width="300" height="115" title="24H Le Mans | La Toyota TS050, la nuova sfida 971">La  Toyota  TS050, che partecipa al campionato mondiale endurance il WEC e la 24h di Le Mans 2017, rimane simile alla LMP1 che va a sostituire. Le novità più importanti sono sotto pelle con un nuovo propulsore V6 2,4 litri twin-turbo accoppiato ad un sistema ibrido 8MJ.  Il sistema ibrido caratterizzato due MGU-Ks  cioè un motore-generatore per ciascun asse,  a differenza delle passate versioni dove si usavano per accumulare energia dei supercondensatori, nella TS050 si useranno delle batterie e ioni di litio.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-68121" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/06/uptoy1.jpg" alt="uptoy1" width="300" height="182" title="24H Le Mans | La Toyota TS050, la nuova sfida 972">Il motore è più piccolo e leggero ma soprattutto per raggiungere gli obiettivi imposti da regolamento che prevede una riduzione dei consumi del 7,5% utilizza  l&#8217; iniezione diretta con il passaggio alla categoria di 8MJ. Una serie di aggiornamenti che migliorano la coppia rispetto al propulsore precedente. La sfida dei tecnici giapponesi è stata quella di migliorare anche l&#8217;affidabilità con la riprogettazione del sistema di raffreddamento, inoltre la maggiore coppia erogata ha portato alla rielaborazione del riduttore che porta la potenza alle ruote. Dal punto di vista telaistico il sistema di sospensioni  è a doppio braccio oscillante con tiranti che azionano barre di torsione con un terzo elemento come ammortizzatore per la zona anteriore e posteriore.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-68122" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/06/upTOY89.jpg" alt="upTOY89" width="300" height="154" title="24H Le Mans | La Toyota TS050, la nuova sfida 973"> Il naso della vettura è stato sollevato leggermente per dare spazio alla nuova unità MGU-K in più c&#8217;è un evidente foro per il passaggio dell&#8217;aria anche se non è chiaro se vada ad alimentate il nuovo doppio profilo estrattore. Anche per la TS050 le fiancate hanno un andamento molto simile a quello che si vede per le Formula 1 con pance che devono ospitare masse radianti aumentate nelle dimensioni con un canale sottostante che controlla il flusso aria che arriva dall&#8217;interno delle ruote anteriori mediante una serie di pannelli e deflettori. Nelle ultime uscite si vede come davanti alle ruote posteriori c&#8217;è un restringimento che lascia scoperto un canale simile a quello delle Formula 1. Infine anche la Toyota ha lavorato tanto sul comparto freni con l&#8217;utilizzo di pinze Akebono.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-68124" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/06/upTOY673.jpg" alt="upTOY673" width="300" height="170" title="24H Le Mans | La Toyota TS050, la nuova sfida 974">Molto particolare anche il lavoro fatto per disegnare la zona posteriore contraddistinta da profilo estrattore con nuovi end plane laterali simili per forma e dimensione a quelli che si sono visti sulla ultima versione della rivale Audi R18.  Le lamelle delle due aperture dietro le ruote posteriori sono state sostituite da profili aerodinamici più complessi. La zona posteriore della TS050 è molto particolare,  si parla infatti di un doppio diffusore simile a quello che venne usato dalla Brawn Gp nel 2009, ma non ci sono fori che alimentano il profilo estrattore, anche perchè vietati dal regolamento. Quindi non si comprende appieno la funzionalità di questa zona della LMP1 anche se è chiaro dal disegno che si tratta di un sistema di profilo estrattore molto simile alla F1.  Il sistema di raffreddamento vede delle nuove aperture anche per raffreddare con aria fresca il comparto turbocompressore, inoltre anche per la TS050 ci sono tre varianti di carrozzeria in funzione del carico aerodinamico che si vuole ottenere, quella per Le Mans dovrbbe essere a basso carico con qualche modifica alle appendici esterne con inserti per la carrozzeria di forma diversa. A Le Mans la Toyota ha introdotto un nuovo tipo di faro a LED.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>.</p>
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		<title>Debriefing Mugello: i segreti della vittoria di Dovizioso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jun 2017 17:22:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[analisi tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[dovizioso]]></category>
		<category><![CDATA[ducati]]></category>
		<category><![CDATA[Honda]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
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		<category><![CDATA[Yamaha]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se diamo retta a tutti i piloti il Mugello è una pista che dà grande soddisfazione: si va forte, ci sono percorrenze, inversioni, salite, discese, e ha perfino un buon asfalto. Tutta adrenalina, non manca proprio nulla. Per i tecnici invece è una pista facile, senza particolari sfide: una frenatona a moto dritta per la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-67989" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/06/2017-06-05_130056.jpg" alt="michelin mugello" width="1014" height="642" title="Debriefing Mugello: i segreti della vittoria di Dovizioso 978" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-05_130056.jpg 1014w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-05_130056-768x486.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-05_130056-300x190.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-05_130056-696x441.jpg 696w" sizes="(max-width: 1014px) 100vw, 1014px" />Se diamo retta a tutti i piloti il <strong>Mugello</strong> è una pista che dà grande soddisfazione: si va forte, ci sono percorrenze, inversioni, salite, discese, e ha perfino un buon asfalto. Tutta adrenalina, non manca proprio nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Per i tecnici invece è una pista facile, senza particolari sfide: una frenatona a moto dritta per la San Donato, una meno esasperata ma sempre a moto dritta dopo le Biondetti, molte curve e controcurve con qualche raccordo. Questo significa che non ci saranno seri pericoli per le moto con centraggio arretrato (le frenate sono a moto dritta) che però sconteranno il problema delle percorrenze e dell’agilità.</p>
<p style="text-align: justify;">E anche i supermotori, apparentemente avvantaggiati in rettilineo, verranno bilanciati dalla differenza di percorrenza della Bucine. Il grip dell’asfalto assicura un’ottima trazione anche alle moto con la coda più leggera, ed ecco che globalmente possiamo definirla una pista “da Yamaha”. Ma stavolta vince una Ducati. Vediamo cosa è successo.</p>
<p style="text-align: justify;">Parliamo anzitutto della questione gomme, con alcuni piloti che trovavano la media asimmetrica con la fascia destra addirittura più dura della gomma hard simmetrica. Sinceramente ho molte difficoltà a crederlo e ritengo che siano semplicemente impressioni soggettive, magari indotte dalla superiore pressione di partenza sulla gomma media. Qualcuno però sceglie la hard, e il risultato parla chiaro.</p>
<p style="text-align: justify;">Già da diverso tempo abbiamo scritto che il centraggio della nuova Ducati non è troppo lontano dalle 4 in linea e che la grossa differenza di oggi sta nel superiore accentramento delle masse della Yamaha, e questa gara lo conferma ancora una volta: la Ducati si è dimostrata ben bilanciata ma fisicamente impegnativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Pesante, direbbe il pilota, che è cosa diversa da una moto sbilanciata. Ma grazie alla profonda conoscenza delle traiettorie, <strong>Dovizioso</strong> riesce a faticare meno che altrove, fermo restando il superiore impegno fisico rispetto ai piloti Yamaha. Vittoria fortemente voluta e meritatissima non soltanto per lo storico impegno del forlivese ma soprattutto per la determinazione con la quale ha costretto la moto a stare sulle traiettorie volute.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-67990" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/06/2017-06-07_192107.jpg" alt="petrucci mugello" width="800" height="501" title="Debriefing Mugello: i segreti della vittoria di Dovizioso 979" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-07_192107.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-07_192107-768x481.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-07_192107-300x188.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-07_192107-696x436.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" />E’ solo questione di fatica, poi la moto ci sta senza troppi problemi: e questo ci dimostra ancora una volta che non si tratta di centraggio ma di accentramento, con la moto che non ha difficoltà nel seguire una curva ma piuttosto nelle fasi dove occorre cambiare angolo di piega. Ingresso, uscita e inversioni, insomma. Questione di layout, non di progetto ciclistico sbagliato.</p>
<p style="text-align: justify;">Lorenzo, pur sperimentando assetti più corretti, probabilmente non riesce a metterci la forza e la fluidità necessarie per convincere la sua moto che deve entrare nelle curve. Purtroppo è sparito quasi subito dalle telecamere e non posso essere più preciso, ma le sue dichiarazioni dopo la gara mi confortano nella mia impressione: un fiorettista non si trova a suo agio quando deve maneggiare di forza una mazza ferrata, non riesce a trovare la forza né la misura.</p>
<p style="text-align: justify;">In Yamaha invece scelgono le gomme dure: moto alta, grande agilità. Perfino troppa, al limite dell’instabilità. Più di una volta ho visto sia Rossi che Vinales alle prese con uno sterzo che sbacchettava e che scuoteva l’intera motocicletta. Una moto così suscettibile finisce per essere un limite quando poi ci metti troppo entusiasmo finendo per essere impreciso ed eccessivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta comunque il fatto che la M1 ancora una volta facesse percorrenze incredibili, fino ad arrivare al sorpasso di Vinales su Petrucci in pieno rettilineo, alla faccia del supermotore. Impossibile tuttavia andare a riprendere Dovizioso, la moto iniziava a scomporsi e a sbacchettare visibilmente. Qualcosa di meglio invece me la aspettavo da Zarco, con assetto e gomme corretti, e questo mi fa pensare che il pilota francese dia il meglio di sé su piste più tortuose del tracciato toscano. Resta comunque splendido da vedere, con una naturalezza incredibile nell’appendersi alla sua moto.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-67992" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/06/2017-06-07_203839.jpg" alt="2017 06 07 203839" width="787" height="352" title="Debriefing Mugello: i segreti della vittoria di Dovizioso 980" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-07_203839.jpg 787w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-07_203839-768x344.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-07_203839-300x134.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/06/2017-06-07_203839-696x311.jpg 696w" sizes="(max-width: 787px) 100vw, 787px" />Le Honda in queste condizioni potevano fare poco: non sono così restie ad entrare in curva ma non sono bilanciate e hanno la percorrenza peggiore di tutte, e a poco serve anche la guida di Pedrosa: Correntaio e Bucine sono lunghe e le devi fare in percorrenza, a nulla serve girare cuciti stretti e rialzare dopo pochi metri di curva, il Mugello non è una gimkana, né bastano le frenate a moto dritta per compensare un avantreno con poca direzionalità. Basta una forzatura nel fine piega e l’anteriore di Pedrosa cede di colpo, travolgendo anche la Honda privata di Crutchlow.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla Suzuki e sull’Aprilia non mi posso pronunciare, non sono riuscito a vederle: tutte le telecamere erano per quei quattro là davanti, e forse è giusto così.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>MotoGP: il debriefing di Le Mans</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 May 2017 12:26:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[Le Mans]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Le Mans hanno rifatto l’asfalto, ed era ora, ma il risultato non cambia: con la pioggia vincono le moto con maggiore motricità, col sole vincono le moto più agili. E così, dopo i primi turni con Honda e Ducati all’assalto, si arriva alla gara su pista asciutta e gommata. Grip “davvero buono”, a sentire [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-67750" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/05/2017-05-22_105932.jpg" alt="2017 05 22 105932" width="1010" height="621" title="MotoGP: il debriefing di Le Mans 984" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-22_105932.jpg 1010w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-22_105932-768x472.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-22_105932-300x184.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-22_105932-696x428.jpg 696w" sizes="(max-width: 1010px) 100vw, 1010px" />A Le Mans hanno rifatto l’asfalto, ed era ora, ma il risultato non cambia: con la pioggia vincono le moto con maggiore motricità, col sole vincono le moto più agili. E così, dopo i primi turni con Honda e Ducati all’assalto, si arriva alla gara su pista asciutta e gommata. Grip “davvero buono”, a sentire i telecronisti: così buono che in tanti decidono per la gomma soft anche sulle Honda o sulle vecchie Ducati, e qualcosa vorrà dire.</p>
<p style="text-align: justify;">Col senno del poi la differenza non è stata troppo significativa, ma se chiedete a me, io al posto di diversi piloti avrei scelto le soft. Di sicuro al posto di Crutchlow non avrei usato una hard sull’anteriore, ma il discorso si farebbe lungo; e non è un caso se Pedrosa è arrivato sul podio mentre lui perdeva il confronto con un Dovizioso pur partito da una griglia meno favorevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Tante volte abbiamo parlato di come lavora una gomma o di come si comportino le moto al variare del loro centraggio, e Le Mans è una buona occasione per spiegare come mettere insieme alcuni elementi e cavarne fuori qualcosa di comprensibile. Per farlo ci sarà utile dare un’occhiata al tracciato e alle velocità in ogni punto. Grosso modo lo schema è questo:</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-67751" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/05/2017-05-28_142146.jpg" alt="2017 05 28 142146" width="772" height="569" title="MotoGP: il debriefing di Le Mans 985" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-28_142146.jpg 772w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-28_142146-768x566.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-28_142146-300x221.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-28_142146-696x513.jpg 696w" sizes="(max-width: 772px) 100vw, 772px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Balza subito all’occhio che i due rettilinei principali vengono da una doppia curva da raccordare: anche se la 8 compare come curva unica, in realtà anche quella è simile alle curve 13-14. Questo significa che le moto capaci di raccordare le curve usciranno con maggiore velocità sui rettilinei nonostante le concorrenti possano scaricare maggiore potenza fin dall’inizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è di più: solo la curva 9 consente una staccata forte a moto dritta (notate in quanto spazio si passa dalla sesta marcia alla seconda) permettendo a Honda e Ducati di scaldare adeguatamente la gomma. Il rettilineo del traguardo al contrario impone un rallentamento per la curva 1 e poi senza strizzare il freno per la curva 2 alla quale si arriva con moto già piegata.</p>
<p style="text-align: justify;">Notate quanti metri passano dalla sesta marcia alla seconda e cercate di visualizzare la forza frenante e la conseguente deformazione della carcassa: la carcassa non scalda il dovuto e ci ritroviamo con un problema nell’inversione e nel successivo approccio in curva 3, specialmente sulle moto meno cariche sull’avantreno. Basta poco per esagerare e ritrovarsi a misurare il terreno con lo sterzo chiuso. Pedrosa non esagera e finisce terzo, Crutchlow con la hard non esagera ma cede il passo, Marquez esagera e cade.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-67749" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/05/2017-05-22_095907.jpg" alt="2017 05 22 095907" width="800" height="342" title="MotoGP: il debriefing di Le Mans 986" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-22_095907.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-22_095907-768x328.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-22_095907-300x128.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-22_095907-696x298.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" />Badate, non è infrequente vedere questo errore anche nei Team più prestigiosi. Il caso classico è un pilota che esce al primo turno con due medie e al rientro nota l’anteriore precocemente usurata con marcata deriva. Ecco, una seria analisi dinamica prevede che si ricerchi la causa della deriva e si ponga rimedio, riequilibrando i carichi e le forze orizzontali massime sulle due gomme. E invece ancora oggi sono in tanti a pensare che “davanti ci vuole la hard, la media si degrada troppo in fretta”. Sappiatelo, questa di norma è l’anticamera della caduta.</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo al circuito. Le Yamaha in queste condizioni hanno pochi problemi: due gomme soft come Zarco oppure due medie se si guida aggressivi e con assetto alto come Rossi (per Vinales ci devo ancora pensare, tutto sommato è più scorrevole e meno aggressivo di Rossi).</p>
<p style="text-align: justify;">Sorprende che la Suzuki non fosse della partita: la regia non ha offerto immagini sufficienti per poterla valutare, ma la mia personalissima idea è che abbiano un po’ smarrito la strada quando la pista è tornata asciutta e occorreva stravolgere il setting precedente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ducati poteva fare meglio di Honda? A mio avviso sì, ma non mi sento di crocifiggere i piloti. Piuttosto credo che col Circo delle Gomme di questi anni sia difficile per la squadra capire quale direzione prendere.</p>
<p style="text-align: justify;">Mancano punti di riferimento certi, sulla base dei quali verificare le variazioni: e in questi casi il metodo empirico, basato sui risultati e sulle sensazioni, mostra tutti i suoi limiti rispetto alle analisi dinamiche. I piloti probabilmente sono gravati di responsabilità che forse spettano ad altri, a dirla tutta.</p>
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		<title>Pillole di collaudo, Giorgio Langella : &#8220;Ricordati che la macchina si guida con il sedere!&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 May 2017 10:53:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Novità Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella mia esperienza di tester, e di tecnico auto,  mi è stata offerta la possibilità di interagire con uno dei maestri del collaudo che risponde al nome di Giorgio Langella.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2017/05/28/pillole-collaudo-giorgio-langella-ricordati-la-macchina-si-guida-sedere/">Pillole di collaudo, Giorgio Langella : &#8220;Ricordati che la macchina si guida con il sedere!&#8221;</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-67746" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/05/14666105_10209856538522158_5227617340142785825_n-300x169.jpg" alt="14666105 10209856538522158 5227617340142785825 n" width="300" height="169" title="Pillole di collaudo, Giorgio Langella : &quot;Ricordati che la macchina si guida con il sedere!&quot; 987">Nella mia esperienza di tester, e di tecnico auto,  mi è stata offerta la possibilità di interagire con uno dei maestri del collaudo che risponde al nome di Giorgio Langella. Quando l&#8217;ho visto per la prima volta ho pensato guardando quell&#8217;<span class="text_exposed_show">ometto che per altezza, corporatura, è simile alle foto dei grandissimi del passato, che i grandi driver devono avere uno stampino da qualche parte. Il primo approccio di Giorgio è di non dire nulla,  si mette al volante e guida. Per lui la prima impressione è quella che per conta di più senza filtri, un&#8217;analisi immediata che gli fa capire a pelle la bontà dell&#8217;auto fin dai primi metri. Lo vedi instaurare un rapporto intimo con il mezzo a prescindere dalla potenza, lo farebbe con tutte le auto come ogni bravo collaudatore che si rispetti. Passando il tempo al suo fianco puoi solo cogliere le osservazioni di Giorgio, le puoi confrontare con le tue con una sicurezza che ti rasserena anche se corre come se non ci fosse un domani. Durante la prova dell&#8217;</span> Alfa Romeo Giulia &#8220;Blue&#8221; ( così affettuosamente chiamata da Giorgio), il Maestro ebbe da condividere che una affermazioni che gli appassionati pensano sia derivante da Niki Lauda, una frase passata alla storia nel film Rush <strong><em>&#8220;la macchina si guida con il sedere&#8221;</em></strong>  Giorgio ci disse che questa affermazione è un credo che viene tramandato dai collaudatori storici  dell&#8217;Alfa fin da prima della seconda guerra mondiale e via via fino alle generazioni più recenti. Per questo vogliamo portare la testimonianza di una delle legende del collaudo Alfa Romeo ai nostri lettori. E <strong><em>&#8220;RICORDATI CHE LA MACCHINA SI GUIDA COL “SEDERE”</em></strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong><em><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-67747" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/05/14731356_10209856539882192_8311185525890485355_n-300x203.jpg" alt="14731356 10209856539882192 8311185525890485355 n" width="300" height="203" title="Pillole di collaudo, Giorgio Langella : &quot;Ricordati che la macchina si guida con il sedere!&quot; 988">&#8220;Era questa una delle prime importanti frasi che i nuovi collaudatori si sentivano dire dai nostri Maestri Collaudatori Alfa Romeo. Quando i nostri Maestri Collaudatori dicevano a noi nuovi collaudatori che un’automobile si guida col “sedere”, e ci spiegavano il perché, in un primo momento pensavamo fosse una specie di scherzo, ma nel giro di poco tempo ci siamo accorti che non era una frase detta a caso, ma era una verità assoluta. Perché, seduti alla guida di una vettura per un collaudo (ma anche per la guida di tutti i giorni) ci accorgiamo che il “sedere”, inteso l’appoggio del fondo schiena sul cuscino sedile e la schiena allo schienale, è un centro informazioni per chi guida, perché in quel punto percepisce tutto del comportamento della vettura, anche prevedendo le future reazioni, esempio: vibrazioni trasmesse alla scocca, sulle quali si dovrà ricercarne la causa; comportamento in rettilineo delle sospensioni e comfort di marcia; comportamento in curva; comportamento dei pneumatici per valutarne eventuale irregolarità sia in rettilineo che in curva e così via. A questo potremmo aggiungere che anche i pollici sull’impugnatura del volante hanno la funzione di “recepire” informazioni importanti, esempio vibrazioni. Tutte queste informazioni arrivano, come detto, al “sedere”. Ed è come se chi guida fosse collegato ad una miriade di sensori a loro volta collegati ad ogni organo della vettura in movimento, e ancora, è come se di fronte a qualcosa di irregolare si accendesse una spia rossa sul quadro strumenti di bordo. In particolare il sedile guida, (come del resto il posto guida), è frutto di una ricerca tecnica, perché non è fatto esclusivamente per essere comodo, certo è importante, ma perché deve recepire tutte queste informazioni importanti per chi guida. Ecco perché quando si dice che l’auto si guida con il “sedere” sappiamo che è una verità</em></strong>.&#8221;</p>
<p><strong>Giorgio Langella</strong></p>
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		<title>Debriefing Jerez &#8211; Gomme? Poche idee, ma ben confuse!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 May 2017 07:34:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[Jerez]]></category>
		<category><![CDATA[Michelin]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rieccoci alle prese con i soliti problemi di Jerez. Ma stavolta a fine gara volano gli stracci tra qualche Team e il gommista, tutti convinti che la colpa sia degli altri. Lo dico subito, così è chiaro: la maggiore responsabilità a mio modesto avviso è dei Team, il gommista ci ha solo aggiunto il suo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-67390" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/05/2017-05-08_083456.jpg" alt="2017 05 08 083456" width="1015" height="623" title="Debriefing Jerez - Gomme? Poche idee, ma ben confuse! 992" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-08_083456.jpg 1015w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-08_083456-768x471.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-08_083456-300x184.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-08_083456-696x427.jpg 696w" sizes="(max-width: 1015px) 100vw, 1015px" />Rieccoci alle prese con i soliti problemi di Jerez. Ma stavolta a fine gara volano gli stracci tra qualche Team e il gommista, tutti convinti che la colpa sia degli altri. Lo dico subito, così è chiaro: la maggiore responsabilità a mio modesto avviso è dei Team, il gommista ci ha solo aggiunto il suo per aumentare la confusione. Riuscendoci a meraviglia, va detto.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo proprio da qui, dalle parole di Piero Taramasso: “<em>Finché le temperature dell’asfalto sono state sotto i 30° non abbiamo avuto nessun problema, né di grip né di usura. Però in gara i gradi erano 48 e per questo abbiamo sofferto di più, soprattutto all’anteriore. Inoltre,</em><em> </em><strong><em>abbastanza inspiegabilmente, la gomma media ha funzionato meglio della dura</em></strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Inspiegabilmente? Allora: il grip dipende dai carichi verticali e dal coefficiente di attrito statico tra pneumatico e asfalto, ovvero tra una coppia di materiali. L’asfalto fresco &#8211; a parità di gomma e di temperatura della medesima &#8211; offre un attrito maggiore, come chiunque può rilevare.</p>
<p style="text-align: justify;">Praticamente ovunque, la pista del pomeriggio è più lenta di quella del mattino proprio a causa della riduzione del grip. Questo comporta una minor potenza scaricabile a terra con una corrispondente minore deformazione della carcassa e, in ultima analisi, con una temperatura della mescola inferiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci ritroviamo con asfalto caldo (meno grip) e gomma fredda (ancora meno grip). Per quale dannato motivo col caldo pomeridiano tutti si sentano in dovere di mettere le mescole dure, resta un mistero insondabile. La mescola dura parte con un grip ancora inferiore, deformazioni ancora minori e temperature ancora più lontane dal range di funzionamento della gomma stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Risultato? Spesso uno spinning disastroso che brucia la superficie della gomma riducendone ulteriormente il coefficiente di attrito, come <a href="https://www.giornalemotori.com/2016/04/28/debriefing-jerez-segreti-dello-spinning-posteriore/"><span style="color: #000080;"><strong>successo lo scorso anno a Lorenzo</strong></span></a>. Nel caso specifico della Yamaha, la cui trazione dipende in modo determinante dalle reazioni del link, il fenomeno diventa addirittura disastroso e innesca un circolo vizioso che conduce la gomma sempre più lontana dal suo funzionamento corretto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma lo vedremo in dettaglio dopo, qui mi premeva semplicemente sottolineare come il gommista evidentemente ci aggiunge del suo quando non riesce a spiegare quello che per la Fisica è l’unica possibile conseguenza. Non ho elementi concreti per affermarlo ma posso supporre che il gommista, interrogato nel merito, abbia espresso il parere che col caldo la mescola media non avrebbe resistito; quella dichiarazione lo fa sospettare, mettiamola così.</p>
<p style="text-align: justify;">La scelta ultima spetta comunque al Team, e qui in tanti hanno sbagliato senza neppure far tesoro delle gare degli anni passati; la pista di Jerez è tra quelle in cui la variazione di coefficiente di attrito con la temperatura dell’asfalto è maggiore, e questo è confermato perfino dai dati storici. Tutto ciò premesso, passiamo alle moto.</p>
<p style="text-align: justify;">La Honda ha vinto con Pedrosa, ma pure Marquez è riuscito a limitare i danni: giustamente col suo carico statico posteriore riusciva ad avere il grip necessario a scaricare cavalli e portare in temperatura la gomma hard che quindi aderiva il minimo sindacale. Peraltro la guida di Marquez è piuttosto spazzolata, e questo significa una minor richiesta di forze trasversali sulla ruota anteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal canto suo Pedrosa guida senza spazzolare ma rialza la moto di scatto, con uno stile tutto suo, riducendo per altra via le pretese sulla sua anteriore. Non ho dubbi tuttavia che lui stesso durante la corsa si sarà dato mille volte del cretino per aver sbagliato scelta, il suo vantaggio sarebbe stato molto maggiore. Ma “c’era caldo…”</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-67391" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/05/2017-05-12_091840.jpg" alt="2017 05 12 091840" width="808" height="401" title="Debriefing Jerez - Gomme? Poche idee, ma ben confuse! 993" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-12_091840.jpg 808w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-12_091840-768x381.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-12_091840-300x149.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-12_091840-696x345.jpg 696w" sizes="(max-width: 808px) 100vw, 808px" />Crutchlow invece sceglie la hard ma non spigola e non spazzola: entra in piega veloce e perde l’anteriore, come da manuale.</p>
<p style="text-align: justify;">In casa Ducati l’unico a non sbagliare è Lorenzo: gomme medie e il podio è suo, sopravanzando una delle Yamaha gommate giuste grazie alla profonda conoscenza della pista. Dovizioso e Petrucci sbagliano mescola anteriore e guidano sulle uova rinunciando a forzare gli ingressi, mentre in casa Aprilia Espargaro sbaglia solo metà scelta e arriva in buona posizione. Peccato, poteva essere ottima.</p>
<p style="text-align: justify;">Capitolo Yamaha. La vecchia va meglio della nuova, questo il commento che è andato per la maggiore. E invece ancora una volta la differenza è stata la gommatura e un diverso setting di elettronica, in particolare l’antispin. Abbiamo accennato sopra alla caratteristica delle M1 di ottenere una buona motricità nonostante un carico statico posteriore piuttosto basso; questo è possibile grazie a un link posteriore che sfrutta le inerzie per trasformarle in extracarico, e funziona benissimo purché se ne comprenda la logica di funzionamento e non gli si pretenda il miracolo di simulare un carico statico anche da ferma.</p>
<p style="text-align: justify;">Il link moltiplica il grip esistente e produce un extracarico che a cascata ne genera altro secondo uno “sviluppo in serie”: ma se il grip in partenza non è sufficiente o se si esagera coi cavalli fino a superare il grip fin allora ottenuto, di colpo la ruota inizia a spinnare e tutto l’extracarico si azzera. Al pilota pare di esser finito su una chiazza d’olio, ed è quindi indispensabile una taratura dell’antispin tanto più millimetrica quanto più si sfruttano le caratteristiche del link.</p>
<p style="text-align: justify;">Rossi, che lui lo sappia o meno, coi suoi settaggi sfrutta molto questa caratteristica Yamaha, e tutto va bene finché si ha cura di non far slittare la ruota dietro, un po’ come correttamente fece nel 2016. Quest’anno invece Vinales ha fatto meglio di lui, sicuramente con un’elettronica più controllata che scongiurasse il rischio insito negli extracarichi dinamici.</p>
<p style="text-align: justify;">In breve, succede questo: il pilota esagera, l’extracarico sparisce, la gomma gira a vuoto e si brucia in superficie pur restando internamente più fredda di una gomma che aderisce (e che quindi ha l’extracarico per scaricare i cavalli necessari a deformare la carcassa). Da lì in poi si scatena l’effetto a valanga opposto: la gomma bruciata in superficie riduce ancora il suo grip, e anche dandosi una calmata le peggiorate condizioni del battistrada non consentiranno mai più di riottenere l’extracarico inizialmente previsto. La gomma è condannata a spinnare sempre più gravemente, deteriorandosi ulteriormente. Ma sia chiaro: la carcassa resta più fredda perché non consente di scaricare potenza e quindi non si deforma abbastanza. Fine della fiera.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Tech3? Elettronica ben controllata e gomme medie anche all’avantreno, altro che “vecchia versione migliore della nuova”. E questo ha permesso loro di essere efficaci anche in frenata e in inserimento, con la carcassa in temperatura mentre gli altri seguitavano a credere alle leggende e litigavano con un’anteriore <strong>inspiegabilmente </strong>disastrosa. Ma sapete, faceva caldo…</p>
<p style="text-align: justify;">Nota a margine: curioso che tocchi a noi spiegare secondo Fisica alla Yamaha come funziona un link e alla Michelin come lavora una gomma. Ma tant’è.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-67392" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/05/2017-05-12_093335.jpg" alt="2017 05 12 093335" width="789" height="598" title="Debriefing Jerez - Gomme? Poche idee, ma ben confuse! 994" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-12_093335.jpg 789w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-12_093335-768x582.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-12_093335-300x227.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/05/2017-05-12_093335-696x528.jpg 696w" sizes="(max-width: 789px) 100vw, 789px" /></p>
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		<title>Hybrid Tech &#124; Toyota Hybrid Synergy drive (HSD)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 May 2017 09:06:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Toyota è il brand che prima di tutti ha creduto nella tecnologia ibrida.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-67341" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/05/NormalDriving-300x208.jpg" alt="NormalDriving" width="300" height="208" title="Hybrid Tech | Toyota Hybrid Synergy drive (HSD) 995">La Toyota è il brand che prima di tutti ha creduto nella tecnologia ibrida. L&#8217;esperienza pluri-decennale in questo campo ha consentito di creare un sistema particolarmente evoluto l&#8217; <em>Hybrid Synergy drive (HSD), </em>che sfrutta l&#8217;azione di un motore endotermico di 1.8 litri,  alimentato a benzina,  con funzionamento secondo il ciclo Atkinson, e due motori elettrici. Si tratta di un sistema che lavora in due modalità, una in serie con la connessione diretta tra il motore a benzina (MED) ed il primo motore elettrico (G1), separatamente c&#8217;è un secondo motore elettrico (G2) che funziona in parallelo.  Il collegamento dei due sistemi,  che di fatto porta anche il moto alle ruote,  avviene tramite una trasmissione epicicloidale appositamente studiata da Toyota.  A completare il tutto c&#8217;è una batteria che fornisce energia per la marcia.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-67342" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/05/FullAccele-300x208.jpg" alt="FullAccele" width="300" height="208" title="Hybrid Tech | Toyota Hybrid Synergy drive (HSD) 996">Il sistema HSD di Toyota  sostituisce il classico automatico con l&#8217;elemento epicicloidale che si comporta come un CVT controllato elettronicamente che per similitudine la Toyota chiama e-CVT,  gestito da un unica unità di controllo.  In definitiva, la Toyota con l&#8217;HSD riesce ad avere il massimo dell&#8217;efficienza rendendosi più autonomo ed efficiente rispetto ai classici ibridi plug-in. Una vettura come la nuova Prius può circolare in modalità full elettrico usando solo G2 attingendo alla carica della batteria, mentre a G1  vengono lasciare funzioni di motorino di avviamento. A seconda delle condizioni e dello stile di guida del conducente,  la CPU regola il sistema in base alla posizione pedale acceleratore, le variazioni del percorso, condizioni di carico, stato carica batteria, utilizzo dei sistemi di bordo, richiedendo l&#8217;intervento del  motore endotermico più G1 mai collegati direttamente alle ruote passando per il per la gestione dell&#8217; e-CVT<strong>. </strong></p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-67343" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/05/hybrid-synergy-drive-11-638-300x225.jpg" alt="hybrid synergy drive 11 638" width="300" height="225" title="Hybrid Tech | Toyota Hybrid Synergy drive (HSD) 997">Per<strong> </strong>quanto il sistema HSD di Toyota consente in certe condizioni di poter viaggiare anche in full elettrico con un azionamento manuale, il massimo dell&#8217;efficienza si ha quando il driver affida completamente la gestione automatica al  computer che provvede a decidere da solo quanta potenza deve usare ognuno dei tre motori, tenendo sempre carica la batteria, decidendo in tutta autonomia  quando conviene andare in modalità completamente elettrico. Il computer gestisce i tre motori in modo che si possa avere sempre la massima coppia utilizzando al minimo la richiesta di energia sia che si tratti di benzina che di carica elettrica. La modalità di funzionamento prevede l&#8217;intervento del G2 in solitaria nelle condizioni di funzionamento da zero fino a richieste di media potenza, e prevede l&#8217;intervento del motore endotermico accoppiato a G1 da media potenza fino al massimo. Gli eccessi di coppia generati, vanno a ricaricare le batteria, cosa che avviene anche quando il veicolo è in fase di frenata mediante l&#8217;azione frenante di G1. Bisogna dire,  che per quanto complesso,  il sistema HSD di Toyota ha il pregio di essere quello che in assoluto sfrutta al massimo l&#8217;efficienza del motore endotermico con consumi ridotti al minimo, sfruttando la carica elettrica riducendo al minimo la possibilità di utilizzare sistemi di ricarica esterni, generando in modo autonomo l&#8217;energia che necessita a tutte le condizioni di funzionamento.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Debriefing di Austin &#8211; Gomme? Istruzioni per il consumo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 May 2017 06:25:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[analisi tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci risiamo. La pista di Austin in passato è stata oggetto di una precisa disamina che evidenziava come le veloci esse da fare in accelerazione imponessero alla ruota anteriore un aggravio delle condizioni e un precoce deterioramento salvo che non si prendessero opportuni provvedimenti. Vale davvero la pena rileggere nel dettaglio il debriefing di qualche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-67212" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/2017-04-24_172357.jpg" alt="2017 04 24 172357" width="877" height="523" title="Debriefing di Austin - Gomme? Istruzioni per il consumo 1000" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-04-24_172357.jpg 877w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-04-24_172357-768x458.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-04-24_172357-300x179.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-04-24_172357-696x415.jpg 696w" sizes="(max-width: 877px) 100vw, 877px" />Ci risiamo. La pista di Austin in passato è stata oggetto di una precisa disamina che evidenziava come le veloci esse da fare in accelerazione imponessero alla ruota anteriore un aggravio delle condizioni e un precoce deterioramento salvo che non si prendessero opportuni provvedimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Vale davvero la pena rileggere nel dettaglio il <a href="https://www.giornalemotori.com/2015/04/16/debriefing-austin-texas/"><span style="color: #000080;"><strong>debriefing di qualche anno fa</strong></span></a>, la pista non è cambiata. E puntualmente qualcuno commette sempre lo stesso errore, soprattutto quei piloti che dovevano ancora sbatterci il naso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha vinto la Honda, come da previsioni. Ma attenzione, non una Honda qualsiasi: quella di Marquez. Il quale, più per questioni di stile personale che di ragionamento a tavolino, tiene il suo mezzo basso. Cosa significa? Presto detto: minori trasferimenti di carico e minore alleggerimento dei carichi verticali sull’anteriore dentro le esse, minore deriva e nessun degrado.</p>
<p style="text-align: justify;">Credetemi, è più questione di setting che di gomma. D’altra parte con un grip non elevatissimo la Honda di oggi non ha bisogno di aumentare il carico sulla sua posteriore per scaricare i cavalli, se la cava benissimo anche col solo carico statico. Paga pegno nella maneggevolezza, occorre sbattersi parecchio sapendo che la moto non può invertire piega in pochi metri e dunque potrebbe essere facilmente bucata in ingresso oppure dentro le esse. Non resta che una strategia: moto bassa, subito in testa e fuga per distanziare gli avversari ed evitare il corpo a corpo. Missione compiuta, Marquez vince.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui a dire che la Honda è migliorata ce ne passa, sia ben chiaro. Semplicemente è la più performante in queste condizioni a prezzo di un impegno elevato, un po’ come le vecchie Ducati su piste simili. A riprova di tutto questo, il buon Pedrosa solleva la sua moto per avere maggior facilità di inversione ed effettivamente nei primi giri va alla grande: i tempi vengon fuori facilmente, e anche la posizione in griglia riflette la capacità di fare giri secchi molto veloci. Sulla distanza la faccenda cambia, e poco importa se avesse scelto una mescola più dura: il minore grip e la maggiore deriva avrebbero vanificato la maggiore resistenza all’abrasione della mescola. La hard non ti salva, non è la soluzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-67215" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/2017-05-01_000038.jpg" alt="2017 05 01 000038" width="800" height="415" title="Debriefing di Austin - Gomme? Istruzioni per il consumo 1001" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-05-01_000038.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-05-01_000038-768x398.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-05-01_000038-300x156.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-05-01_000038-696x361.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" />Ed eccoci arrivati al novello ma non nuovo leader della classifica iridata: appena la mattina della gara era tutto un mugugnare di tifosi pro o contro che, delusi o sghignazzanti dipende dalla loro personale posizione, blateravano che Rossi doveva migliorare nelle qualifiche, che non era capace di girare coi migliori, etc etc. E invece Rossi aveva ben presente proprio quanto avvenne due anni fa e lavorava sull’intera gara.</p>
<p style="text-align: justify;">I fatti parlano da soli: gomma media, minori trasferimenti del solito, moto meno agile, un mazzo tanto. Ma a fine gara eccolo lì. Avrebbe raggiunto Marquez? Non scherziamo, la Honda qui può esprimere prestazioni in assoluto superiori con la guida e il setting corretti. Però è indubbiamente divertente vedere il nonno che bastona i nipotini con la forza dell’esperienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Vinales? Manca la prova dei fatti, ma sono ragionevolmente convinto che avrebbe fatto la fine di Pedrosa a fine gara. Moto agile, tempi da paura, tutto bello. Ponzi-ponzi-po-po-po, ti piace vincere facile? Anche Rossi poteva settare la moto per i giri secchi, ma ha fatto altre scelte. A costo di guidare un furgone nei primi giri.</p>
<p style="text-align: justify;">Iannone monta la hard al retrotreno su una 4 in linea e sbaglia tutto: se la tiene bassa evita il degrado anteriore ma gli manca trazione, se la tiene alta pagherà l’usura sull’anteriore. Non c’è scampo, in ogni caso non potrà aprire il gas in uscita di curva. Come risultato abbiamo che il famoso motore Suzuki, a torto osannato da tanti cronisti – anche inglesi – come molto veloce si rivela per quello che è: un motore normale che appariva performante grazie all’elevata velocità delle percorrenze, cosa già segnalata da noialtri bastiancontrari e rilevata anche dai nostri più attenti lettori. Bravi, me ne compiaccio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed eccoci al tasto dolente, la Ducati. Conto fino a dieci e mi calmo, ok? La tocco piano.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando in Ducati è arrivato Gigi Dall’Igna siamo stati i primi ad apprezzare la riorganizzazione del Team, allo sbando ormai da qualche anno. Sono emersi pregi e difetti delle versioni essenzialmente derivate dalla matita di Filippo Preziosi, poi ci si è messi al lavoro sul centraggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Pian piano la moto ha migliorato nella facilità di guida perdendo vieppiù il carattere da dragster sul quale si basava l’antico progetto volto a sfruttare un motore per molti versi straordinario. Si è arrivati a un centraggio più convenzionale, simile per molti aspetti alle Aprilia o alle 4 in linea. Perdendo però nelle ultime versioni la proverbiale motricità Ducati senza peraltro ulteriori guadagni in termini di agilità.</p>
<p style="text-align: justify;">La moto continua a pesare molto nella guida, non cambia piega facilmente. Il problema lo abbiamo sviscerato da anni, si tratta del layout dell’intera moto. Ma siccome è complicato che questo entri nella testa di molti, anche e soprattutto piloti, ecco che si torna a parlare di telai da provare. Come ai bei tempi dei moncherini in carbonio o dei forcelloni in alluminio (anche se il correttore continua a suggerirmi “porcelloni”, NdA). La ragione di tutto questo la sappiamo: <strong>si continua a credere che in piega le sospensioni non lavorino</strong>, dimostrando di non aver capito una mazza sul funzionamento della ruota e figuriamoci dell’intera moto.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente l’intera faccenda sarebbe dimostrabile matematicamente, con un bel modello fisico-dinamico sufficientemente completo e un sistema di equazioni differenziali che calcolino le forze agenti sulle masse scomposte dell’intera motocicletta. Ma per farlo occorrerebbe capire come si comporta dinamicamente una moto, da qui non se ne esce. Dopo si penserà a studiare il nuovo telaio, conoscendo in anticipo quali sono le reali esigenze su basi fisiche, non secondo impressioni o opinioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Come nota a margine: sulla pista di Austin, date le caratteristiche del tracciato e il problema dei carichi, le alette sarebbero servite eccome: sarebbe stato possibile tenere la moto appena più alta migliorandone agilità e motricità senza per questo avere troppa deriva attorno ai 150/200 orari grazie all’extracarico aerodinamico che avrebbe compensato l’alleggerimento di terza marcia.</p>
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		<item>
		<title>KTM &#124; TPI, Transfer Port Injection, l&#8217;iniezione per il motore a 2 Tempi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Apr 2017 10:21:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Su questa cubatura ci sono stati studi di costruttori come la Sherco con un prototipo all'Eicma 2015, ma la spinta verso l'adozione dell'iniezioni sui 2 Tempi è la KTM, con l'introduzione del TPI ovvero il Transfer Port Injection che tradotto in italiano significa letteralmente Iniezione Nel Travaso.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2017/04/30/ktm-tpi-2-tempi/">KTM | TPI, Transfer Port Injection, l&#8217;iniezione per il motore a 2 Tempi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Le norme antinquinamento sempre più severe non risparmiano il mondo delle due ruote, il passaggio dalle norme Euro4 a quelle Euro5, ha costretto a rispolverare per i costruttori che usano motorizzazioni a due tempi, la tecnologia ad iniezione elettronica solo timidamente esplorata nel recente passato. L&#8217;&nbsp;iniezione nei due tempi&nbsp;fu pensata già sul finire del secolo scorso quando si correva ancora nella moto GP con le 500cc a 2T. Un passo inevitabile considerato la velocità con cui l&#8217;elettronica si evolveva consentendo di adottare tecnologie per gli iniettori &nbsp;da rendere matura l&#8217;iniezione anche nei motori a 2 Tempi. &nbsp;La cosa non è però così ovvia, per sua stessa natura un motore a 2 Tempi &nbsp;ha tempi di intervento dell&#8217;iniezione dimezzati rispetto al 4 Tempi, &nbsp;in più c&#8217;è la necessita avere una miscela che deve avere il compito di lubrificare le parti mobili, quindi necessita di iniettori specifici, ed uno studio della fluidodinamica completamente diversa rispetto ai motori a 4 Tempi. Una maggiore complessità per realizzare un &nbsp;motore a 2 Tempi ad iniezione potrebbe anche decretarne la morte anzitempo per mancanza di concorrenza in termini di costi realizzativi con la concorrente tecnologia a 4 Tempi. Cosa che poi è avvenuta in MotoGp con l&#8217;abbandono del motore 2 Tempi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno degli ambiti in cui questo tipo di motori è ancora molto diffuso,  e sembra non conoscere crisi,  è quello delle off-dove spopola la 300cc 2 Tempi. Su questa cubatura ci sono stati studi di costruttori come la Sherco con un prototipo all&#8217;Eicma 2015, ma la spinta verso l&#8217;adozione dell&#8217;iniezioni sui 2 Tempi è la <a href="https://www.giornalemotori.com/tag/ktm/" data-type="post_tag" data-id="58">KTM</a>, con l&#8217;introduzione del TPI ovvero il Transfer Port Injection che tradotto in italiano significa letteralmente Iniezione Nel Travaso. A differenza di quanto accade nei motori a 4 Tempi, con questa tecnologia di KTM, nel 2 Tempi <strong> </strong>inietta la benzina in un travaso, dove si miscela con l&#8217;aria. Un sistema più semplice di quanto a suo tempo progettato da costruttori come Aprilia, Piaggio e Peugeot  con il sistema Orbital, perchè non richiede componenti specifici sfruttando la tecnologia con bassa pressione rispetto al 4 Tempi, con una lubrificazione più semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore 2T ha da sempre avuto problemi quando lavora sia ai carichi più alti che a quelli più bassi, casi in cui la miscela fresca tende ad uscire dalla luce di scarico senza essere stata accesa nel primo caso o a non accendersi nel secondo, per cui sono stati adottate &nbsp;le valvole a lamelle e &nbsp;scarichi ad espansione, con l&#8217;iniezione sempre considerata come ultima ratio per correggere questa tipologia di fenomeni. Ma con le nuove norme va controllata il gas di scarico e la sua composizione per consentire al catalizzatore un migliore funzionamento, quindi l&#8217;uso dell&#8217;iniezione è apparsa obbligata per i tecnici di KTM, con nessuna perdita di potenza dicharata, &nbsp; ma sicuramente una diversa erogazione rispetto all&#8217;uso del carburatore, più dolce e più progressiva con l&#8217;iniezione. &nbsp;La KTM è la prima ad annunciare l&#8217;adozione dell&#8217;Iniezione elettronica per il 2 Tempi, ma siamo sicuri che il costruttore austriaco sarà un punto di riferimento che farà da apripista per gli altri produttori che si cimentano con questa tipologia di motori. Ai motociclisti, non resterà altro che ricordare in modo nostalgico la cattiveria, e la brutalità che contraddistingueva, almeno fino ad oggi, un motore a 2 Tempi, l&#8217;ambiente non consente certe più certi caratteri forti nei motori, nemmeno nel mondo delle moto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2017/04/30/ktm-tpi-2-tempi/">KTM | TPI, Transfer Port Injection, l&#8217;iniezione per il motore a 2 Tempi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>F1 &#124; Gp del Bahrain, Il debriefing per analizzare la vittoria di Vettel e della Ferrari</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2017/04/20/f1-bahrain-debriefing-vettel-ferrari/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=f1-bahrain-debriefing-vettel-ferrari</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Apr 2017 08:15:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vittoria della Ferrari di Vettel nel Gp del Barhain ha soddisfatto abbastanza i tifosi della rossa quasi da rendere superflua un'analisi approfondita del Gran Premio. Siccome siamo abituati a guardare in bocca anche al cavallo donato abbiamo comunque analizzato ogni aspetto possibile della stupenda affermazione di Vettel in terra araba.</p>
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<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66957" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/settori-qualifica-1-300x300.jpeg" alt="settori qualifica 1" width="300" height="300" title="F1 | Gp del Bahrain, Il debriefing per analizzare la vittoria di Vettel e della Ferrari 1003" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/settori-qualifica-1-300x300.jpeg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/settori-qualifica-1-150x150.jpeg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/settori-qualifica-1.jpeg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> Verificheremo la tesi analizzando prima la qualifica e poi la gara dividendola in tre tronconi.  Partendo dalla qualifica, possiamo vedere come la pole position di Bottas rispetto al compagno Hamilton, è stata maturata a parità di monoposto e di set up, da una diversa interpretazione del finlandese soprattutto del T1. Un punto del tracciato contraddistinto da una curva, la numero 1,  dove è fondamentale avere la capacità di mettere il piede sul gas prima di tutti e senza toglierlo in accelerazione per correggere le perdite di aderenza in accelerazione. Questo porta Bottas al termine del T1 dopo la curva 4  con un vantaggio che poi ha tenuto costantemente per tutto la restante parte del tracciato dove Hamilton era si più veloce ma non come il compagno nel solo T1. Questo ci dice che nonostante le prestazioni apparentemente inferiori al talento di Hamilton, Bottas ha una certa sensibilità nel comprendere quando è possibile accelerare costantemente dalle curve difficili in trazione come  cosa successa anche nei due Gp precedenti con le curve che portano sul traguardo, cosa che però può essere nociva quando si tratta di conservare pneumatici delicato come la mescola Rossa in gara.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66945" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/velocità-max-per-settori-300x300.jpeg" alt="velocità max per settori" width="300" height="300" title="F1 | Gp del Bahrain, Il debriefing per analizzare la vittoria di Vettel e della Ferrari 1004" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/velocità-max-per-settori-300x300.jpeg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/velocità-max-per-settori-150x150.jpeg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/velocità-max-per-settori.jpeg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Del resto basta guardare come anche la velocità di uscita di una vettura che non brilla per carico aerodinamico come la Williams di Massa era più veloce al T2. Poi c&#8217;è il discorso Ferrari. Abbiamo ipotizzato di una SAF70H scarica. Il T2 del Barhain è composto, se lo si scompone di diversi sotto-settori, in un tratto lento iniziale che termina nella strana curva 10, un rettilineo, e due curve medio veloci in uscita prima della speed trap T2. In questo settore Vettel era uno dei più lenti. Una monoposto che ha molto carico,  come supposto da molti addetti ai lavori non potrebbe essere così lenta anche considerando una giornataccia del tedesco. Inoltre la velocità all&#8217;uscita della curva 12 molto veloce in appoggio era di quasi 6 km/h più lenta dovuta a due motivi. Una è la mancanza di carico che non permette di recuperare velocità in appoggio alla curva 12, oppure avendo meno carico si deve anticipare la frenata della immediata curva 13 cosa che ha lamentato Raikkonen quando ha sofferto di sottosterzo proprio in inserimento di queste curve finali. Infine se si guarda bene la configurazione dell&#8217;ala della Ferrari ha una forma piatta con un profilo superiore meno verticale della Mercedes. La W08 aveva la forma a cucchiaio, classica, che genera per sua forma più carico che la piatta della Ferrari. Di contro si può verificare come invece le velocità di punta erano simili tra le due monoposto, ma soprattutto come la Ferrari una volta arrivata a maturare la velocità sul traguardo, continuasse ad aumentare fino a raggiungere il valore della Mercedes, cosa che in gara ha consentito a Raikkonen di sopravanzare una monoposto veloce come la Williams.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66954" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/ali--300x300.jpeg" alt="ali" width="300" height="300" title="F1 | Gp del Bahrain, Il debriefing per analizzare la vittoria di Vettel e della Ferrari 1005" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/ali--300x300.jpeg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/ali--150x150.jpeg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/ali-.jpeg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />  La SF70H in sostanza ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio di avere un equilibrio meccanico tale da consentire di viaggiare più scarica senza sacrificare troppo un tratto fondamentale e lento come il T2 ma soprattutto senza provocare un usura pneumatici tale da essere dannosa sul passo gara. Unica deroga al discorso fatto fino a questo momento è la prestazione di Raikkonen in qualifica. Il finlandese era più veloce di Vettel nel T2 la punto da far pensare ad un set up differenziato della sua Ferrari, ma potrebbe essere,  come per Bottas,  un semplice adattamento migliore a determinate condizioni del tracciato, per poi andare in difficoltà molto più evidenti in altre zone e pagare in negativo sul computo del giro totale.  E&#8217; sempre molto complesso analizzare le prestazioni del campione del mondo 2007.</p>
<p style="text-align: justify;"> <img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66947" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/settori-gara-300x300.jpeg" alt="settori gara" width="300" height="300" title="F1 | Gp del Bahrain, Il debriefing per analizzare la vittoria di Vettel e della Ferrari 1006" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/settori-gara-300x300.jpeg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/settori-gara-150x150.jpeg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/settori-gara.jpeg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Come abbiamo anticipato valuteremo la gara dividendola in tre sezioni, che una volta messe in correlazione forniranno all&#8217;appassionato una visione si spera chiara di quello che è accaduto nel Gran Premio del Barhain. La partenza. Bottas parte bene, Vettel parte meglio, Hamilton parte male, Raikkonen  meglio stendere un velo pietoso. In definitiva possiamo dire senza dubbio che la partenza di Vettel,  con il superamento di Hamilton,  dopo il breve corpo a corpo prima della curva 1,  ha portato al tedesco più della metà dell&#8217;affermazione finale. Vettel con quella mossa si è messo in pressione su Bottas, il quale dopo pochi giri già non aveva il ritmo sufficiente per creare un gap anche con pista libera. Le gomme rosse con cui la Mercedes è partita non funzionavano. Non avevano il grip, ma soprattutto si consumavano troppo rapidamente anche portando un passo più lento, riprova è il fatto che nella prima parte di gara le RedBull erano le ultime del trenino di testa senza problemi. Un usura che costringe la Mercedes a dare più carico aerodinamico, facendo leva sulla potenza della sua power unit per compensare, ma che aumenta la difficoltà a stare in scia con la monoposto che precede.  Dal canto suo Vettel aveva il passo migliore delle frecce d&#8217;argento,  ma per il discorso fatto per le qualifiche riusciva a stare incollato a Bottas fino alla curva 10 anche senza carico aerodinamico, mentre perdeva il contatto dopo la fine del T2  per effetto della diversa velocità di uscita alla curva 12, non potendo portare l&#8217;attacco sul rettilineo finale. I più attenti avranno notato, dai camera car,  la vicinanza della Ferrari negli scarichi della Mercedes alla curva 10 mentre sul traguardo era esattamente equidistante tra le due Mercedes.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66948" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/permanenza-in-corsia-box-300x300.jpeg" alt="permanenza in corsia box" width="300" height="300" title="F1 | Gp del Bahrain, Il debriefing per analizzare la vittoria di Vettel e della Ferrari 1007" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/permanenza-in-corsia-box-300x300.jpeg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/permanenza-in-corsia-box-150x150.jpeg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/permanenza-in-corsia-box.jpeg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Da qui la mossa saggia ed azzardata al tempo stesso di Rueda anticipando la sosta. A dispetto di quando successo in Australia con la Mercedes, lo stratega della Ferrari poteva contare su una monoposto che non ha problemi di aderenza se perde aria, in più avendo un set up più scarico il problema si sarebbe manifestato ancora meno rispetto alla Mercedes in netta difficoltà con Hamilton ad inseguire Vettel già dopo il giro 9 tanto da consentire l&#8217;avvicinamento delle due RedBull. Con una sosta così anticipata, montare gli pneumatici gialli, scelta logica, non sarebbe stata la più azzeccata. Rueda sapeva benissimo che la gara era lunga per portarla a termine con la mescola più dura, quindi tanto valeva provare a fare uno stint intermedio con le gomme rosse per tentare di prendere un vantaggio, fruttando poi le gomme gialle sul finale più fresche che la Mercedes.  La seconda parte di gara è stata contraddistinta dalla safety car provocata dallo scellerato contatto tra Sainz ed il quasi incolpevole Stroll. Una condizione che ha costretto la Mercedes a correre ai ripari sfruttando la finestra di rallentamento della corsa come successo in Cina. In questa situazione però la Ferrari di Vettel non era costretta al passaggio nei box, quindi anche se con poco vantaggio la Rossa è passata al comando mentre le Frecce d&#8217;argento si fermavano.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66949" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/passo-gara-1-300x215.jpeg" alt="passo gara 1" width="300" height="215" title="F1 | Gp del Bahrain, Il debriefing per analizzare la vittoria di Vettel e della Ferrari 1008">Al box Mercedes hanno provato a fare due soste insieme, Hamilton sapeva benissimo che fermandosi con la piazzola occupata, avrebbe perso la posizione su Ricciardo. Quindi ha pensato bene di usare una tattica maldestra e particolarmente evidente per stoppare l&#8217;australiano. Il risultato è stata comunque la perdita della posizione ma soprattutto la maturazione di 5 secondi di penalità.  Alla Ripartenza la Ferrari di Vettel prova a creare un distacco forzando al massimo sulle gomme Rosse. Cosa che gli consente alla seconda sosta di tornare davanti a Ricciardo, un vantaggio di non poco conto. La Mercedes,  che aveva seguito la Ferrari con Bottas nella stessa tattica,  si rende conto immediatamente che anche volendo portare il ritmo imposto dal tedesco, avrebbe portato ad usura precoce le coperture Rosse. Anche volendo credere alla storia delle pressioni non adatte lamentate da Bottas e confermate da Wolff, appare comunque evidente che l&#8217;equilibrio cinematico delle sospensioni della W08 non consente di usare al meglio le coperture più morbide. La logica conseguenza è la cessione della testa per consentire la rincorsa ad Hamilton.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66950" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/velocità-max-per-settori-in-gara-300x300.jpeg" alt="velocità max per settori in gara" width="300" height="300" title="F1 | Gp del Bahrain, Il debriefing per analizzare la vittoria di Vettel e della Ferrari 1009" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/velocità-max-per-settori-in-gara-300x300.jpeg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/velocità-max-per-settori-in-gara-150x150.jpeg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/velocità-max-per-settori-in-gara.jpeg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Togliere la W08 del finlandese davanti appena giunto il britannico alle spalle, è la diretta conseguenza del fatto che in scia avrebbero distrutto anche le gialle di Hamilton. Non c&#8217;era verso,  il team radio era obbligato dalla condizione di gara. La partita si giocava tra Vettel che nel frattempo si fermava per mettere le gomme obbligatorie per regolamento, le gialle, ed Hamilton che prova a recuperare sfruttando al massimo le sue coperture. Curioso come il britannico, non abbia compreso, mostrando una certa sorpresa, il motivo per cui alla sua seconda sosta a 20 giri circa dalla fine della gara, il team non abbia montato le gomme Rosse, ma di nuovo le gialle. Erano semplicemente le uniche che avrebbero garantito un ritmo più forte della Ferrari, il che mostra una diversa percezione tattica di quello che accade alla monoposto tra Vettel ed Hamilton.  A questo punto la vittoria era solo nelle mani di Vettel. Il tedesco doveva portare un passo di gara tale da consentire il recupero di Hamilton conservando sufficientemente competitività ai suoi pneumatici per affrontare un corpo a corpo finale a parità di usura. Come si vede nel passo gara generale che contempla tutto il Gp i due rivali non sono molto lontani, segno che Vettel nel finale aveva un passo simile alla Mercedes tanto da frenare l&#8217;emorragia di secondi persi attestandosi a 8 nel finale.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66951" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/giro-veloce-in-gara-2-300x207.jpeg" alt="giro veloce in gara 2" width="300" height="207" title="F1 | Gp del Bahrain, Il debriefing per analizzare la vittoria di Vettel e della Ferrari 1010">Inoltre il tempo migliore nel best lap di un secondo di Hamilton rispetto a Vettel, era praticamente sistematico e regolare. La velocità massima di Vettel in gara era più bassa, non per una mancanza di potenza o di sfruttamento del motore, ma per un minore stress delle gomme nelle curve prima dei rettilinei importanti, nell&#8217;ottica di preservarle nel finale. In definitiva Vettel ha amministrato il vantaggio. Una condizione nuova per la Ferrari.  Il passo gara della Ferrari poteva anche essere all&#8217;altezza della Mercedes per il fatto che Raikkonen nel finale era più veloce del compagno, in recupero sulla Mercedes di Bottas a parità di gomma. Una menzione per le Red Bull. Anche i bititari avevano deciso di andare scarichi di assetto arerodinamico in qualifica, cosa che ha pagato avvicinandosi ai primi, ma in gara è stato efficacie solo finchè la Ferrari e la Mercedes hanno giocato con la tattica ad inizio gara. Dopo la safety car una volta libere di lottare le prime due monoposto comprese le seconde guida hanno decisamente lasciato per strada la Red Bull che ha mostrato tutti i suoi limiti di telaio, ed aerodinamica oltre che di affidabilità nelle componenti accessorie come i freni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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<a href="https://www.giornalemotori.com/2017/04/20/f1-bahrain-debriefing-vettel-ferrari/confronto-qualifica-qualifica-teorica/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/confronto-qualifica-qualifica-teorica-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="confronto qualifica qualifica teorica" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/confronto-qualifica-qualifica-teorica-150x150.jpeg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/confronto-qualifica-qualifica-teorica-300x300.jpeg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/confronto-qualifica-qualifica-teorica.jpeg 500w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" title="F1 | Gp del Bahrain, Il debriefing per analizzare la vittoria di Vettel e della Ferrari 1011"></a>
<a href="https://www.giornalemotori.com/2017/04/20/f1-bahrain-debriefing-vettel-ferrari/velocita-speed-trap-in-qualifica/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/velocita-speed-trap-in-qualifica-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="velocita speed trap in qualifica" title="F1 | Gp del Bahrain, Il debriefing per analizzare la vittoria di Vettel e della Ferrari 1012"></a>
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		<title>Debriefing Argentina: l&#8217;analisi di un GP davvero curioso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Apr 2017 14:40:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[GP Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gran Premio di Argentina davvero curioso, in questa stagione. Grazie al contributo di un gommista che fa la sua sperimentazione in gara a spese e danno dei piloti, i risultati sul traguardo lasciano davvero perplessi. A spiccare sopra tutti troviamo le due Yamaha, e su una pista con buona aderenza ci sta tutto. Quello che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-66928" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/2017-04-10_082219.jpg" alt="2017 04 10 082219" width="1013" height="619" title="Debriefing Argentina: l&#039;analisi di un GP davvero curioso 1015" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-04-10_082219.jpg 1013w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-04-10_082219-768x469.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-04-10_082219-300x183.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-04-10_082219-696x425.jpg 696w" sizes="(max-width: 1013px) 100vw, 1013px" />Gran Premio di Argentina davvero curioso, in questa stagione. Grazie al contributo di un gommista che fa la sua sperimentazione in gara a spese e danno dei piloti, i risultati sul traguardo lasciano davvero perplessi.</p>
<p style="text-align: justify;">A spiccare sopra tutti troviamo le due Yamaha, e su una pista con buona aderenza ci sta tutto. Quello che non riesce a starci è che proprio le due M1 scelgano gomme medie nonostante il loro centraggio e il tipo di guida. Credo di aver visto poche volte un’anteriore media sulla moto di Rossi mentre tanti altri sceglievano la hard, e la cosa pare quantomeno singolare.</p>
<p style="text-align: justify;">La verità è che nonostante tutte le nostre ricerche ancora non ho capito chi montava cosa, e personalmente trovo poco plausibile che durante le prove i piloti e i team abbiano perso tempo nei test di una gomma che in gara non avrebbero avuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la sola eccezione di Lorenzo, al quale gioverebbe qualche sessione con un buon analista della dinamica, tutti quelli caduti avevano una hard anteriore e hanno perso proprio l’anteriore, e il sospetto che qualche media avesse una carcassa differente ha qualche fondamento tecnico.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente mi è toccato sorbirmi le solite scempiaggini sui telai flessibili negli avvallamenti di Rio Hondo, ma ormai ci sono abituato. Rilevo ancora una volta che non basta essere piloti per comprendere la fisica o la geometria, e trovo indecente sentir analizzare un’intera moto da gente che ancora non ha capito cosa è dal punto di vista geometrico una ruota. Ma siccome un bel tacer non fu mai scritto…</p>
<p style="text-align: justify;">Pedrosa e Marquez in Argentina sono accomunati dall’aver fatto il medesimo errore di aggressività sui dischi quando le condizioni della mescola non la tollerava. Succede. Crutchlow e Bautista invece interpretano la pista secondo le possibilità dei loro mezzi: non tentano di fare percorrenza e non sbagliano, attaccano i dischi a moto dritta e non si azzardano in frenate dentro la curva.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-66929" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/2017-04-19_163407.jpg" alt="2017 04 19 163407" width="1013" height="313" title="Debriefing Argentina: l&#039;analisi di un GP davvero curioso 1016" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-04-19_163407.jpg 1013w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-04-19_163407-768x237.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-04-19_163407-300x93.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-04-19_163407-696x215.jpg 696w" sizes="(max-width: 1013px) 100vw, 1013px" />Soprattutto Crutchlow ha dimostrato davvero ottime capacità di staccatore, in diversi punti la sua moto si accucciava dopo quella di chi gli stava a ruota. Per parte sua la Honda va guidata proprio in quel modo, curando molto il sostegno idraulico in fase di staccata per mandare in temperatura la carcassa anteriore per quanto possibile: superbo lavoro di Lucio Cecchinello, né scopriamo oggi le grandi capacità di un team che per anni ha sviluppato in perfetta autonomia le sospensioni Showa con risultati spesso superiori alle più blasonate sospensioni svedesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutto il resto, una brutta gara dove tanti piloti guidavano ancora una volta sulle uova, col timore che da una curva all’altra le umorali gomme francesi decidessero di giocare brutti scherzi. Come costruttore di moto sarei davvero umiliato di vedere tutto il lavoro dei mesi invernali vanificato da coperture così poco interpretabili, come pilota sarei frustrato di non poter ricercare il limite senza dover scommettere in quale curva la gomma deciderà di testa sua. Se queste sono le premesse, il mondiale somiglierà a una roulette russa.</p>
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		<title>Debriefing &#8211; Losail 2017</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Apr 2017 13:51:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[analisi tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
		<category><![CDATA[Qatar]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccoci al primo debriefing stagionale sulla pista di Losail, in Qatar. Tracciato impegnativo non solo per le condizioni del fondo, di per sé sicuramente con ottimo grip ma troppo spesso rovinato dallo sporco e dalla pioggia, ma soprattutto per la sua configurazione. E’ pur vero che le velocità sono elevate e i migliori motori in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-66618" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/2017-03-27_103711.jpg" alt="michelin qatar" width="1014" height="625" title="Debriefing - Losail 2017 1018" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-03-27_103711.jpg 1014w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-03-27_103711-768x473.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-03-27_103711-300x185.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/2017-03-27_103711-696x429.jpg 696w" sizes="(max-width: 1014px) 100vw, 1014px" />Eccoci al primo <strong>debriefing</strong> stagionale sulla pista di Losail, in <strong>Qatar</strong>. Tracciato impegnativo non solo per le condizioni del fondo, di per sé sicuramente con ottimo grip ma troppo spesso rovinato dallo sporco e dalla pioggia, ma soprattutto per la sua configurazione. E’ pur vero che le velocità sono elevate e i migliori motori in passato hanno fatto la differenza, ma dobbiamo aggiungere che di solito proprio quei motori obbligano a mezzi con un layout molto fisico, e la faccenda mal si addice alle inversioni di piega nei raccordi tra due controcurve successive. In sostanza, il grande problema è come uscire forte dalle esse per avere velocità nel successivo rettilineo.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dalla Honda. Non ho visto la gomma posteriore di Marquez e quindi prendo per buone le dichiarazioni del pilota: “gomma distrutta, avrei dovuto usare la hard”. A mio modesto avviso i conti non tornano. Se realmente la hard era indispensabile, significa che siamo tornati a un setting pasticciato, buono al più per fare il giro secco a pista libera e con qualche santo ad aiutare. La buttiamo giù piatta? Hanno sbagliato tutto e si ritrovano sostanzialmente il guaio dello scorso anno: la Honda non gira nelle curve, inutile pretendere di recuperare in accelerazione. E non parlo solo del campione del mondo ma anche delle difficoltà di un Pedrosa che nelle esse non deve prendere lezioni da nessuno.</p>
<p><figure id="attachment_66615" aria-describedby="caption-attachment-66615" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-66615" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/motogp-qatar-gp-2017-dani-pedrosa-repsol-honda-team.jpg" alt="motogp qatar gp 2017 dani pedrosa repsol honda team" width="800" height="415" title="Debriefing - Losail 2017 1019" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/motogp-qatar-gp-2017-dani-pedrosa-repsol-honda-team.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/motogp-qatar-gp-2017-dani-pedrosa-repsol-honda-team-768x398.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/motogp-qatar-gp-2017-dani-pedrosa-repsol-honda-team-300x156.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/motogp-qatar-gp-2017-dani-pedrosa-repsol-honda-team-696x361.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-66615" class="wp-caption-text">Pedrosa si sporge per accelerare mentre Espargaro dietro di lui resta più composto e riesce a curvare nonostante l&#8217;anteriore sfiori il terreno</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte la battaglia con la giovanissima Aprilia ha offerto un’ottima prova di quale distanza passi tra una ciclistica equilibrata e una un po’ troppo condizionata dalla disposizione meccanica: tra tutte le V4, quella veneta è la moto geometricamente più vicina ai 4 in linea e può contare su ampi magrini di settaggio in qualsiasi direzione. La strada non sarà facile ma in termini di progetto io sono ottimista, l’Aprilia è nata bene ed è sana e sincera; curva molto bene, tiene con facilità la traiettoria impostata e cambia piega con naturalezza.</p>
<p style="text-align: justify;">La Yamaha su questa pista si rigira come un topo nel formaggio. Non è sostanzialmente cambiata dallo scorso anno, e d’altra parte solo un pazzo lo avrebbe fatto: il link posteriore è un piccolo capolavoro e si giova dello step evolutivo compiuto lo scorso anno. Maneggevolezza e motricità sono da manuale, e la prestazione della versione Tech3 &#8211; fondamentalmente la versione 2016 – nelle mani di Zarco dimostra bene la perfezione raggiunta. La gomma media al posteriore scarica la potenza senza problemi, e la sua non elevatissima velocità di punta chiarisce quanto riesca a guadagnare sulle concorrenti in fase di percorrenza, a maggior ragione quando si tratta di curve da raccordare.</p>
<p style="text-align: justify;">Curve che invece restano il punto dolente della Ducati, costretta a scegliere se chiudere la porta in ingresso sulla prima curva e farsi bucare sulla seconda oppure farsi bucare direttamente sulla prima e cercare di uscire forte dalla seconda per riprendersi il maltolto sul rettilineo successivo senza dover ripartire da fermi. Il solito Dovizioso lotta come un leone per tappare in ingresso ma finisce per curvare larghissimo quando si tratta di invertire piega, e nonostante tutto riesce in diverse occasioni a mettere il naso davanti a tutti.</p>
<p><figure id="attachment_66621" aria-describedby="caption-attachment-66621" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-66621" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/Dovi1.jpg" alt="Dovi1" width="800" height="266" title="Debriefing - Losail 2017 1020" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/Dovi1.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/Dovi1-768x255.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/Dovi1-300x100.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/Dovi1-696x231.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-66621" class="wp-caption-text">Dovizioso stacca forte e si infila stretto ma dovrà rallentare per invertire la piega. Vinales lo sa e si prepara a bucarlo all&#8217;interno in uscita, prima della curva successiva.</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Nelle traiettorie dall’alto il problema era evidentissimo, con la Ducati costretta a rallentare davvero troppo per poter invertire la piega, e chi ci segue da più tempo sa già a cosa è dovuto: la moto è ancora bassa, il suo baricentro segue più le ruote che il pilota e si avverte la mancanza di un adeguato braccio di leva in relazione al rollio.</p>
<p style="text-align: justify;">Evidentemente sollevare la moto la rende troppo selvaggia – e qui devo dire che un pilota selvaggio come Iannone riusciva a domarla meglio – ma non credo che se ne possa fare a meno. Piuttosto, sarà necessario nei prossimi test un lavoro “bizzarro”: alzare la moto di default e poi cercare i settaggi corretti per farla funzionare in quelle condizioni, senza necessariamente andare alla ricerca del tempo facile su pista libera. In gara di solito ci sono gli avversari che tentano di bucarti da tutte le parti, non è saggio lavorare solo sul cronometro a pista libera.</p>
<p><figure id="attachment_66623" aria-describedby="caption-attachment-66623" style="width: 738px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-66623" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/rossi_getty.jpg" alt="rossi getty" width="738" height="462" title="Debriefing - Losail 2017 1021" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/rossi_getty.jpg 738w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/rossi_getty-300x188.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/rossi_getty-696x436.jpg 696w" sizes="(max-width: 738px) 100vw, 738px" /><figcaption id="caption-attachment-66623" class="wp-caption-text">In gara la battaglia è contro gli avversari, non contro il cronometro.</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Lo sa bene Rossi, per dire. Il suo podio è frutto di grandissima esperienza, e occorre dire che lui è molto attento nel “mettere la moto” in quelle condizioni senza ricercare a tutti i costi il tempo da urlo in qualifica. Terribilmente cinico ed efficace, nulla da dire.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso discorso va fatto per la Suzuki, gemella separata alla nascita dalla Yamaha. Stessa maneggevolezza e ciclistica forse anche più agile, tanto che sui rettilinei pare perfino veloce. In realtà esce forte dalle curve, e riacchiapparla in seguito non è affatto semplice per nessuno. Andava forte, e non è una novità. Poi Iannone è caduto, e neppure questa è una novità. Stava spremendo tutto, è fatto così.</p>
<p style="text-align: justify;">Che poi, vorrei capire perché quando casca Chaz Davies è sempre per “eccesso di generosità” mentre Iannone è “il solito pirla”. Vero, in vita sua ne ha combinate tante, e qualcuna perfino ai suoi compagni di squadra. Però se non ci fosse bisognerebbe inventarlo: come porta la moto lui, con quell’aggressività, son davvero in pochi. E, tecnicamente parlando, la Suzuki pare davvero pesare qualche decina di chili in meno di tutte le altre. Vedremo nelle piste europee.</p>
<p><figure id="attachment_66619" aria-describedby="caption-attachment-66619" style="width: 460px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-66619" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/04/lorenzo-qatar.png" alt="lorenzo qatar" width="460" height="307" title="Debriefing - Losail 2017 1022" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/lorenzo-qatar.png 460w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/04/lorenzo-qatar-300x200.png 300w" sizes="(max-width: 460px) 100vw, 460px" /><figcaption id="caption-attachment-66619" class="wp-caption-text">Lorenzo in combattimento contro il sottosterzo</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Buon ultimo nell’analisi, e a momenti pure in pista, troviamo Lorenzo. Il quale, per non saper quali pesci pigliare, si tiene sul suo: abbassa la moto. Sarei tentato di chiuderla qui. E invece voglio aggiungere una considerazione a metà tra un auspicio e una minaccia al team rossovestito: non vi salti in mente di chiudere l’incidenza per cercare maneggevolezza, lavorate sulle quote e sul link per farla andare con assetto alto.</p>
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		<title>Analisi tecnica del muso Ducati. Ecco a voi &#8220;Hammerhead&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Mar 2017 07:30:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Aerodinamica]]></category>
		<category><![CDATA[ducati]]></category>
		<category><![CDATA[Hammerhead]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica motogp]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Qatar abbiamo visto debuttare finalmente la soluzione aerodinamica di casa Ducati: il muso Hammerhead, come è stato ribattezzato dagli anglofoni (tradotto Testa a martello). La MotoGP ha dato il benvenuto all&#8217;aerodinamica, quella vera. Come saprete la moto è, come tutti i mezzi in movimento, un corpo immerso in un fluido, ma l&#8217;arrivo delle varie [&#8230;]</p>
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<p style="text-align: justify;">La MotoGP ha dato il benvenuto all&#8217;aerodinamica, quella vera. Come saprete la moto è, come tutti i mezzi in movimento, un corpo immerso in un fluido, ma l&#8217;arrivo delle varie alette ha scoperchiato il vaso di Pandora.</p>
<p style="text-align: justify;">Come i legislatori impareranno alla svelta, l&#8217;ingegno dei tecnici aerodinamici ha la stessa forza di un flusso acqua. Si può limitare, ingabbiare, ma se c&#8217;è un minimo anfratto, una crepa o un’ambiguità nel regolamento, questo verrà sfruttato fino al limite. Il caso delle alette è emblematico: messe al bando lo scorso anno in vista della nuova stagione 2017, sono uscite dalla porta per poi rientrare dalla finestra.</p>
<div style="display: none;">
<h1>Ducati Hammerhead</h1>
</div>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver visto <a href="https://www.giornalemotori.com/2017/01/31/svelata-la-doppia-carena-yamaha-nasconde-le-ali/" rel="follow"><span style="color: #000080;"><strong>la soluzione Yamaha</strong></span></a> e delle altre case come <a href="https://www.giornalemotori.com/2017/02/16/quali-saranno-le-novita-aerodinamiche-ducati/" rel="follow"><strong><span style="color: #000080;">Suzuki e Aprilia</span></strong></a>, è toccato alla casa italiana presentare la sua idea aerodinamica nei test conclusi da poco.</p>
<p style="text-align: justify;">La Ducati ha portato sulla sua moto una modifica originale, non bellissima a vedersi (io l&#8217;ho definita <em>&#8220;brutta come i debiti&#8221;</em>), formata da un condotto ai lati del muso della moto.Sembra la testa del Pesce Martello, da qui il nome &#8220;Hammerhead&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Una prima analisi della forma del condotto si vede chiaramente come questo abbia una forma conica, con il foro d’ingresso dell’aria di sezione inferiore rispetto alla sezione di uscita del fluido. In pratica hanno creato un condotto Venturi.</p>
<p style="text-align: justify;">Giusto per essere chiari, il principio del condotto Venturi dice una cosa molto semplice che viene definito “paradosso idrodinamico”: quando un fluido viene convogliato in un condotto, le variazioni di sezione cambiano la velocità del fluido e la pressione che lo stesso genera sulle pareti del condotto.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-66278" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/2017-03-17_191522.jpg" alt="2017 03 17 191522" width="557" height="387" title="Analisi tecnica del muso Ducati. Ecco a voi &quot;Hammerhead&quot; 1030" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/2017-03-17_191522.jpg 557w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/2017-03-17_191522-300x208.jpg 300w" sizes="(max-width: 557px) 100vw, 557px" />Come vedete nell’immagine, al ridursi della sezione del condotto la velocità aumenta ma diminuisce la pressione sul condotto. Quando la sezione si riallarga, il fluido rallenta e aumenta di nuovo la pressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo perché esiste un principio fisico (equazione di continuità) che dice che la portata (il volume del fluido) entrante nel condotto deve essere la stessa all’uscita. Ed ecco che, con la Portata costante, la velocità del fluido aumenta con la riduzione della sezione diminuendo la pressione e viceversa.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre ai cambi di pressione al suo interno, il Condotto Venturi riordina i flussi d’aria spostando le turbolenze che una carena normale crea.</p>
<p style="text-align: justify;">Un condotto come quello pensato dalla Ducati dovrebbe quindi creare intorno alla zona del pilota un flusso d’aria pulito che consente di tenere più stabile il mezzo alle alte velocità migliorando la penetrazione aerodinamica.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo dovrebbe risolvere anche i moti turbolenti che si creano intorno ai piloti con le carene “tradizionali”.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti, se una classica carena con fori e prese aria ha una certa regolarità nell&#8217;affrontare i flussi d&#8217;aria laterali, il pilota con le braccia, spalle e corpo ha una forte interferenza con i flussi aria anche se si pone in posizione aerodinamica.</p>
<p style="text-align: justify;">Passiamo ora alla parte superiore del condotto, che ha la forma di un profilo alare vero e proprio. In sostanza l&#8217;ala c&#8217;è ancora, è stata solo ingabbiata in un sistema più complesso che ha una duplice funzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Da una parte il condotto centrale aiuta il flusso aria a defluire in modo più ordinato e laminare ai lati del pilota come abbiamo spiegato sopra.</p>
<div style="display: none;">
<h1>Ducati Hammerhead</h1>
</div>
<p style="text-align: justify;">Poi c&#8217;è l&#8217;aria che passa nella parte superiore del condotto affronta il profilo alare, che funziona sicuramente meglio grazie alla pulizia dei flussi d’aria all’interno del condotto, che crea un carico concentrato verticale.<img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-66274" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/2017-03-17_113059.jpg" alt="hammerhead ducati" width="768" height="499" title="Analisi tecnica del muso Ducati. Ecco a voi &quot;Hammerhead&quot; 1031" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/2017-03-17_113059.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/2017-03-17_113059-300x195.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/2017-03-17_113059-696x452.jpg 696w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />In sostanza, l&#8217;aria che passa nel condotto crea un piccolo effetto suolo rispetto al profilo alare che si trova sulla parte superiore di questa scatola, generando carico verticale che possiamo definire una deportanza vera e propria.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-66276" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/2017-03-17_113134.jpg" alt="2017 03 17 113134" width="823" height="599" title="Analisi tecnica del muso Ducati. Ecco a voi &quot;Hammerhead&quot; 1032" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/2017-03-17_113134.jpg 823w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/2017-03-17_113134-768x559.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/2017-03-17_113134-300x218.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/2017-03-17_113134-696x507.jpg 696w" sizes="(max-width: 823px) 100vw, 823px" />La parete laterale del condotto ha la stessa funzione delle minigonne nella auto che in questo campo sono avanti di almeno 30 anni: devono sigillare il flusso d’aria in modo da renderlo costante facendolo passare su una superficie neutra inferiore.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-66277" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/schema.jpg" alt="effetto suolo" width="800" height="649" title="Analisi tecnica del muso Ducati. Ecco a voi &quot;Hammerhead&quot; 1033" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/schema.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/schema-768x623.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/schema-300x243.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/schema-696x565.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La scelta di avere un condotto potrebbe anche essere dovuta alla necessità di avere zona stabile sotto il profilo alare anche quando la moto non è più dritta alle basse velocità.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-66273" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/2017-03-17_113041.jpg" alt="2017 03 17 113041" width="775" height="500" title="Analisi tecnica del muso Ducati. Ecco a voi &quot;Hammerhead&quot; 1034" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/2017-03-17_113041.jpg 775w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/2017-03-17_113041-768x495.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/2017-03-17_113041-300x194.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/2017-03-17_113041-696x449.jpg 696w" sizes="(max-width: 775px) 100vw, 775px" />Teoricamente, la soluzione Hammerhead potrebbe essere più efficace delle classiche alette viste fino ad ora, in particolare nei transitori in piega. Le ali sulle pance delle carene funzionavano al 100% a moto dritta, con i flussi che investivano puliti la moto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma durante le fasi di percorrenza le ali non venivano più investite da flussi laminari, ma da flussi turbolenti dati dalla traiettoria “diagonale” del veicolo nel moto circolare (in curva). Quindi le ali esterne alla curva non generavano lo stesso carico dell’ala interna.</p>
<div style="display: none;">
<h1>Ducati Hammerhead</h1>
</div>
<p style="text-align: justify;">La sezione frontale è invece sempre investita da flussi puliti (scie a parte) e quindi può generare un carico costante anche nelle fasi di cambio di traiettoria o nelle pieghe, dove la minore velocità è compensata dalla superiore incidenza delle alette rispetto al vento risultante, senza il rischio di generare dannose turbolenze sulle superfici grazie al flusso guidato.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta da capire quanta forza deportante questa soluzione sia in grado di assicurare, ma in ogni caso c&#8217;è una regola non scritta tra i tecnici: una cosa bella non necessariamente funziona anche bene. Vista dall&#8217;esterno la soluzione Ducati non appare il massimo dell&#8217;estetica, ma magari funziona meglio di come appare. Come si dice: non importa se è brutta, basta che vinca.</p>
<p><strong>Danny Garbin, Daniele Amore, Federico Devoto</strong></p>
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		<title>Best Engine &#124; PSA 1,2 litri PureTech</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Mar 2017 11:17:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>ora è il momento di scoprire la concezione del gruppo PSA di questo tipo di motore con il 1.2 litri PureTech. Si tratta di un motore composto da monoblocco di alluminio con canne in ghisa integrate. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66121" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/pure-tech-engine-turbocharged-variants.115482.19-300x225.jpg" alt="pure tech engine turbocharged variants.115482.19" width="300" height="225" title="Best Engine | PSA 1,2 litri PureTech 1035">Il motore tre cilindri, è un tipo di frazionamento che si sta diffondendo nei listini di tutti i produttori a tutti i livelli, almeno per le piccole e media cilindrate. Facile da ottenere dal punto di vista dei costi industriali e dopo aver mostrato le potenzialità del tre cilindri Ford 1.0 Turbo Ecoboost, ora è il momento di scoprire la concezione del gruppo PSA di questo tipo di motore con il 1.2 litri PureTech. Si tratta di un motore composto da monoblocco di alluminio con canne in ghisa integrate.  Una soluzione quella dell&#8217;alluminio per consentire un più rapido riscaldamento del motore, senza contare i vantaggi della riduzione di peso a fronte della medesima resa meccanica della ghisa.  La cilindrata di 1.2 litri è dovuta al fatto che secondo i tecnici PSA era importante avere una cilindrata unitaria di 400cc per una configurazione ottimale della camera di combustione più efficiente. La camera di combustione è stata disegnata con una particolare attenzione all&#8217;aerodinamica del flusso interno con la <span class="goog-text-highlight">posizione dell&#8217;iniettore ottimizzata studiando la nebulizzazione del carburante e la velocità di propagazione del flusso con una frequenza fino a tre iniezioni per ciclo di combustione fruttando la pressione fino a 200 bar. </span></p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66122" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/Carbon-Deposits-Main-Art-300x184.jpg" alt="Carbon Deposits Main Art" width="300" height="184" title="Best Engine | PSA 1,2 litri PureTech 1036">Il sistema della sovralimentazione usa<span class="goog-text-highlight"> una nuova generazione di turbo ad alto rendimento che può arrivare a toccare i 240,000 giri per la girante. Un sistema che consente di ridurre il ritardo del turbo con una maggiore efficienza.  </span>Questo propulsore,  secondo i dati dichiarati da PSA offre per una Peugeot  308 con analoga motorizzazione quattro 1,6 litri VTi / THP, il  21%  di risparmio di carburante giovando anche del minor peso del propulsore.   Così come per il concorrente della Ford, anche i tecnici PSA hanno lavorato molto sull&#8217;attrito di componenti come la pompa controllata elettronicamente per fornire la quantità ottimale di lubrificazione con l&#8217;attrito di questo componente ridotto del 30%. La cura per le lavorazioni meccaniche di tutte le parti mobili ha permesso di ridurre le perdite per attrito del 20%, soprattutto stringendo le tolleranze di costruzione per il dimensionamento dell&#8217;albero motore, utilizzando un tipo di rivestimento superficiale  per gli spinotti, fasce ed anelli di tenuta per ridurre gli attriti.</p>
<p style="text-align: justify">Infine questo tre cilindri utilizza una cinghia per la trasmissione di tipo lubrificato per la riduzione dell&#8217;assorbimento di potenza.   <img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66123" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/Sample-Slide_PSAeb2-e1471619060229-300x208.png" alt="Sample Slide PSAeb2 e1471619060229" width="300" height="208" title="Best Engine | PSA 1,2 litri PureTech 1037">In definitiva questo motore tre cilindri per sua stessa natura con cilindro meno rispetto alle analoghe versione a quattro cilindri,   ha una quantità di attriti inferiore con una perdita di potenza ridotta fino al 25%  non solo per effetto dell&#8217;attrito del pistone in meno, ma anche per la maggiore efficienza per un condotto di alimentazione in meno,  con minori perdite di pompaggio e di riempimento. Ottimizzato anche l&#8217;impianto di raffreddamento che prevede negli avviamenti a freddo la circolazione del liquido contenuta consentendo al motore di riscaldarsi prima raggiungendo la temperatura di esercizio più rapidamente migliorando l&#8217;efficienza per una riduzione del consumo di carburante, condizione che consente il raggiungimento più rapido delle condizioni di funzionamento per il rispetto delle severe norme Euro6. Quando viene raggiunta la temperatura ottimale il sistema ripristina la normale circolazione del refrigerante per tenere a regime il propulsore.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66124" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/750x423-citroen-c3-pure-tech.101653-300x169.jpg" alt="750x423 citroen c3 pure tech.101653" width="300" height="169" title="Best Engine | PSA 1,2 litri PureTech 1038">Come molti sanno il tre cilindri oltre a tutti in vantaggi spiegati, ha come contropartita le maggiori vibrazioni. I tecnici PSA hanno ovviato a questa problematica lavorando sul bilanciamento del volano compensando le vibrazioni ottenendo così un funzionamento fluido e silenzioso.  Il bilanciamento delle vibrazioni produce benfici anche dal punto di vista sonoro. Come abbiamo potuto provare quando abbiamo testato sia la versione aspirata da 60cv sulla Citroen C1, (https://www.giornalemotori.com/2016/06/20/citroen-c1-airscope/ ) che la turbo con la  208 1.2 PureTech turbo da 85cv, (<a href="https://www.giornalemotori.com/2016/04/10/peugeot-208-pure-tech-gt-line/">https://www.giornalemotori.com/2016/04/10/peugeot-208-pure-tech-gt-line/</a> ) questo<span class="goog-text-highlight"> motore a tre cilindri ha una tonalità sonora diversa dalle altre unità analoghe conservando un buon carattere ed una certa </span>personalità. Il motore è contraddistinto da un&#8217; erogazione di coppia disponibile al 95% fin dai 1,50o giri/minuto e costante fino ai 3,500 giri, molto simile a quella di un motore diesel.</p>
<p style="text-align: justify">Oggi il motore PureTech dispone di diversi livelli di potenza per tutte le esigenze di ogni modelli della produzione Citroen, DS e Peugeot. Si inizia dal piccolo  1.0 litri VTi 68cv,  il 1.2 litri VTi 82cv, , la versione  1.2 litri e-VTi 82 con funzione EGC stop-start,  1.2 litri e-THP 110  stop-start,  1.2 litri e-THP 130cv con cambio a 6 marce ed automatico 6AT con stop-start.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>Best Engine &#124; Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Mar 2017 15:18:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un mondo dove ogni costruttore sta cedendo alle lusinghe del turbo e della riduzione di numero di cilindri la Ferrari continua a credere nella motorizzazione aspirata evolvendo il suo motore contraddistinto dalla sigla F140.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2017/03/05/best-engine-ferrari-f140-aspirato/">Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><span class="goog-text-highlight">In un mondo dove ogni costruttore sta cedendo alle lusinghe del turbo e della riduzione di numero di cilindri la Ferrari continua a credere nella motorizzazione aspirata evolvendo il suo motore contraddistinto dalla sigla&nbsp;</span><span class="goog-text-highlight">F140. Un motore V12 aspirato nato per raccogliere la difficile eredità del vecchio leggendario F133. Nato per equipaggiare la Ferrari Enzo nel 2002 nella sua prima versione l&#8217;F140 è un V12 con angolo tra le bancate di</span><b><span class="goog-text-highlight">&nbsp;</span></b><span class="goog-text-highlight">&nbsp;65 gradi, diffuso anche per la produzione Maserati per la sua Ipercar MC12 con la cui versione da corsa ha vinto il titolo di campione del mondo GT per più anni. &nbsp;</span><span class="goog-text-highlight">&nbsp;</span>Il motore nasce con una cilindrata di 5998 cc, ottenuto con un alesaggio di 92 mm ed una corsa di 75.2 mm. Il monoblocco e la testa sono ottenute con fusione di lega di alluminio con canne riportate in Nicasil. La testa ha quattro valvole per cilindro con doppio albero in testa per bancata, comandata con distribuzione a catena. Nella versione arrivata ad equipaggiare la Enzo, &nbsp;F140B, erogava 660cv &nbsp;a 7800 giri/min, con la zona rossa del contagiri posta ad un limite di 8200 giri/min, ed una coppia di&nbsp;657 Nm a&nbsp;<span class="nowrap">5500 giri/min. &nbsp;Valore &nbsp;che lo rende già nella sua prima versione il motore con la più alta potenza per litro disponibile per una vettura di serie per l&#8217;epoca. &nbsp;Il rapporto di compressione ha il valore di 11,2:1 ed è dotato di variatore di fase sia all&#8217;aspirazione che allo scarico. Per migliorare la risposta all&#8217;azione dell&#8217;acceleratore la Ferrari adotta per questo motore bielle in Titanio sfruttando al massimo l&#8217;esperienza maturata in Formula 1 con la lavorazione certosina delle geometrie dei condotti di aspirazione con tromboncini ad altezza variabile, il tutto comandato da una centralina elettronica per l&#8217;alimentazione&nbsp;Bosch Motronic ME7. Infine per i più nostalgici la cilindrata unitaria, valore che segnava i modelli nel passato della casa del Cavallino è di 499cc.&nbsp;</span></p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/02d175e69cc66dc44365ffec3fb86af4.jpg" alt="02d175e69cc66dc44365ffec3fb86af4" class="wp-image-65957" title="Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1039"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I migliori motori della storia Ferrari come i suoi V12, &nbsp;con diverse specifiche e livelli di potenza andavano ad equipaggiare le varie versioni delle vetture di Maranello. &nbsp;Come dimenticare le leggendaria serie 250 in molteplici versioni fino al suo apice con la 250GTO. Anche nel caso dell&#8217;F140, la Ferrari ha utilizzato questo propulsore per vari modelli diversificandolo per la lettera successiva ai numeri nella sigla. Nella versione 6.0 litri ci sono state la F140C e CE la prima destinata alla 599 GTB con potenza ridotta a 620cv e coppia per 608Nm, e la seconda destinata alla più estrema 599 GTO dove la potenza viene portata al suo massimo con 670cv ma con un valore di coppia inferiore rispetto alla Enzo di 620Nm ad un numero di giri superiore di 6500 giri/min, cosa che indica come i tecnici di Maranello per la versione estrema, &nbsp;abbiano sacrificato l&#8217;elasticità per avere una maggiore cattiveria di erogazione. Con questa cubatura la sua versione estrema è andata ad equipaggiare la 599XX ed Evo con potenza massima di 740cv non omologata per la strada.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/015_001.gif" alt="015 001" class="wp-image-65958" title="Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1040"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Successivamente la famiglia F140 si evolve e per farlo i tecnici Ferrari sono intervenuti sulla cilindrata portandola a 6262cc, con un alesaggio portato a 94 mm con la corsa invariata a 75.2 mm. Questa evoluzione portava la versione base F140EB a 660cv ad 8000 giri/min per un valore di coppia aumentato a 682Nm a 6000 giri/min. Motore che è andato ad equipaggiare una vettura votata al lusso come la Ferrari FF. Un punto di partenza che ha consentito di poter progredire con la versione F140FC &nbsp;per la Ferrari F12 e successive F12tdf, e GTC4Lusso con potenze che vanno di 680cv a 740cv &nbsp;e coppia da 690Nm a 705cv Da notare che con la nuova cubatura si è riusciti ad ottenere la stessa potenza della vecchia cilindrata riservata alla versioni estrema ma con omologazione stradale rispettando le norme. &nbsp; La versatilità di questa unità propulsiva lo ha reso compatibile con la prima powertrain ibrido di Maranello. La F140DE mostra tutto il suo potenziale raggiungendo per la parte endotermica il valore di 800cv per una coppia di 700Nm a cui veniva aggiunta la potenza del motore elettrico. Anche con la cilindrata portata a 6.3 litri ci sono stare versioni estreme dedicate a modelli speciali come la Fxx, ed Evoluzione, ed infine Fxx-K dalla potenza mostruosa di 860cv a cui va aggiunta la potenza fornita dal sistema Kers direttamente derivato dalle Formula 1 fino al 2014.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/015_003.gif" alt="015 003" class="wp-image-65959" title="Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1041"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi questa motorizzazione è ulteriormente cresciuta nella cilindrata portata a 6496cc, restando invariato l&#8217;alesaggio a 94mm ma aumentando la corsa a 78mm con la potenza analoga alla massima evoluzione della versione precedente di 800cv a 8500 giri/min per una coppia di 718Nm a 7800 giri. Conoscendo le enormi possibilità offerte da quello che appare come il migliore motore V12 della storia, possiamo affermare che ad oggi, &nbsp;questo propulsore sia ancora lungi da aver mostrato tutto del suo potenziale. &nbsp;In ultimo non bisogna dimenticare che questa motorizzazione è campione del mondo GT con la Maserati MC12 GT1, vettura soggetta a varie restrizioni della flangia si aspirazione nel tentativo di ridurne il potenziale fino al cambio radicale di regolamento che ha visto l&#8217;avvento delle moderne GT3. &nbsp;Di questa famiglia di motori F140, ci saranno altre evoluzioni, con potenze e coppia ulteriormente alzate, magari maggiormente integrate a sistemi di powertrain ibridi, ultimo baluardo difesa della motorizzazione aspirata nel mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-3 is-cropped wp-block-gallery-4 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1136" height="692" data-id="65960" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/ferrari_enzo_cut-away_02.jpg" alt="ferrari enzo cut away 02" class="wp-image-65960" title="Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1042" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/ferrari_enzo_cut-away_02.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/ferrari_enzo_cut-away_02-1024x624.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/ferrari_enzo_cut-away_02-768x468.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/ferrari_enzo_cut-away_02-300x183.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/ferrari_enzo_cut-away_02-696x424.jpg 696w" sizes="(max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /><figcaption>Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1048</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1136" height="757" data-id="65961" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/Ferrari_Museum_Italy_08.jpg" alt="Ferrari Museum Italy 08" class="wp-image-65961" title="Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1043" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari_Museum_Italy_08.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari_Museum_Italy_08-1024x682.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari_Museum_Italy_08-768x512.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari_Museum_Italy_08-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari_Museum_Italy_08-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /><figcaption>Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1049</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1136" height="852" data-id="65962" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/Ferrari_Museum_Italy_09.jpg" alt="Ferrari Museum Italy 09" class="wp-image-65962" title="Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1044" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari_Museum_Italy_09.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari_Museum_Italy_09-1024x768.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari_Museum_Italy_09-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari_Museum_Italy_09-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari_Museum_Italy_09-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari_Museum_Italy_09-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /><figcaption>Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1050</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1136" height="754" data-id="65963" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/Ferrari-LaFerrari-rear-engine-02.jpg" alt="Ferrari LaFerrari rear engine 02" class="wp-image-65963" title="Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1045" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari-LaFerrari-rear-engine-02.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari-LaFerrari-rear-engine-02-1024x680.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari-LaFerrari-rear-engine-02-768x510.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari-LaFerrari-rear-engine-02-300x199.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferrari-LaFerrari-rear-engine-02-696x462.jpg 696w" sizes="(max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /><figcaption>Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1051</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="640" height="453" data-id="65965" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/small.jpg" alt="small" class="wp-image-65965" title="Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1046" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/small.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/small-300x212.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption>Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1052</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="700" height="525" data-id="65966" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/03/8d2dfa9b45f8b7a58c5cb043c00b654b.jpg" alt="8d2dfa9b45f8b7a58c5cb043c00b654b" class="wp-image-65966" title="Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1047" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/8d2dfa9b45f8b7a58c5cb043c00b654b.jpg 700w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/8d2dfa9b45f8b7a58c5cb043c00b654b-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/8d2dfa9b45f8b7a58c5cb043c00b654b-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/03/8d2dfa9b45f8b7a58c5cb043c00b654b-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption>Best Engine | Ferrari F140 ed evoluzioni, ultimo baluardo del motore aspirato 1053</figcaption></figure>
</figure>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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		<title>I freni &#124; Il sistema di Frenata By-Wyre che si utilizza in F1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Feb 2017 13:49:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nei primi anni 50 e 60 i freni a disco sono comparsi per la prima volta nella massima formula prima di approdare alla produzione di serie. L'utilizzo nelle moderne Formula 1 di materiale frenante in carbonio ha limitato il trasferimento tecnologico alla produzione di serie</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/02/6d09brake_by_wire_layout._n_jpg.jpg" alt="6d09brake by wire layout. n jpg" class="wp-image-65752" title="I freni | Il sistema di Frenata By-Wyre che si utilizza in F1 1054"></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"><span class="goog-text-highlight">La Formula 1 da sempre è stato il banco di prova per la produzione di serie, questo concetto è quanto mai vero soprattutto se si parla di freni. Nei primi anni 50 e 60 i freni a disco sono comparsi per la prima volta nella massima formula prima di approdare alla produzione di serie. L&#8217;utilizzo nelle moderne Formula 1 di materiale frenante in carbonio ha limitato il trasferimento tecnologico alla produzione di serie. Questo materiale è efficacie solo alle alte temperature, quindi non adatto all&#8217;uso stradale, ha comunque contribuito a sviluppare sistemi altrettanto efficaci come il carboceramico. &nbsp;Oggi siamo al punto che la produzione di serie fornisce idee alla Formula 1. La tecnologia di motorizzazione ibrida e da molti anni che viene sperimentata per la produzione di serie. Per ovviare all&#8217;annoso problema della ricarica come abbiamo già spiegato nel capitolo precedente, i costruttori di auto hanno utilizzato impianti frenanti rigeneranti per utilizzare l&#8217;energia dissipata per ricaricare le batterie. </span></p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" width="266" height="190" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/02/download-1.jpg" alt="download 1" class="wp-image-65753" title="I freni | Il sistema di Frenata By-Wyre che si utilizza in F1 1055"></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><span class="goog-text-highlight">La Formula 1 &nbsp;utilizza il concetto di sistema frenante simile a quello sviluppato dalla produzione di serie per le vetture ibride di brake-by-wire cioè senza collegamento meccanico tra il pedale e l&#8217;impianto frenante, per il controllo di quelli posteriori. &nbsp;</span>Assodato che l&#8217;impianto di freno anteriore classico a disco è già chiaro, ci concentriamo per quello che riguarda l&#8217;impianto di freno posteriore. Nella parte anteriore della monoposto ci sono due cilindri separati, uno per l&#8217;impianto anteriore ed uno per quello posteriore. Una volta che il pilota preme sul pedale si attiva la valvola di riduzione della pressione che lavora in sincrono con il sistema ERS (Energy Recovery System). &nbsp;La valvola agisce sotto le istruzione che le vengono fornite da una centralina CPU che ne comanda la regolazione in funzione di quanta energia è stata immagazzinata ed in base alla richiesta aziona le pinze dei freni posteriori. Una&nbsp;cosa da dire è che il sistema gestito dalla centralina che smorza più o meno la forza frenante sulle pinze non aiuta il pilota ad impedire il bloccaggio dei freni come accadrebbe con un sistema ABS, quindi non si tratta di aiuto al pilota nella conduzione il quale se usa male la forza frenante o regola male il potenziometro per il bilanciamento della frenata blocca comunque le ruote. Per una chiara volontà regolamentare l&#8217;azione frenante viene solo resa omogenea tra i due sistemi dalla centralina ma non impedisce gli errori. &nbsp;Alla Formula 1 resta il difficile quanto importantissimo compito di dare una mano alla produzione di serie nello sviluppare componenti per la frenata ibrida sempre più efficiente e potente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>I freni &#124; impianti rigenerativi ed elettrici per il futuro della mobilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Feb 2017 10:34:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I freni si evolvono al pari della meccanica. Oggi ci sono una miriade di modelli ibridi preludio alla trazione elettrica sempre più diffusa. Anche i freni si evolvono nella stessa direzione.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">I freni si evolvono al pari della meccanica. Oggi ci sono una miriade di modelli ibridi preludio alla trazione elettrica sempre più diffusa. Anche i freni si evolvono nella stessa direzione. Sostituire in un impianto frenante &nbsp;al 100% dischi e pasticche non è ancora possibile ma possono essere accompagnati da una serie di nuovi freni elettrici che hanno anche il compito di recuperare parte dell&#8217;energia cinetica che viene trasformata in attrito per alimentar le batterie che forniscono potenza al motore elettrico. &nbsp;Il freno rigenerativo&nbsp;è appunto una tipologia di impianto che&nbsp;recupera energia mentre si rallenta il veicolo accoppiando la duplice funziona sia di frenare il veicolo che di fungere da &nbsp;generatore. Questo sistema nato per i veicoli ferroviari che utilizzano l&#8217;elettricità per il moto, ha una serie di vantaggi che possono essere utilizzati anche per i veicoli per trasporto su gomma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiano già accennato al fatto che si possono avere dischi e pasticche più piccole. Poi c&#8217;è il recupero di energia che verrebbe dissipata per alimentare le batterie limitando il problema annoso della ricarica vero tallone di Achille delle vetture elettriche moderne. Per suo rendimento il sistema di frenatura elettrica è efficace se la ruota non è mai in arresto completo quindi potendo garantire un rallentamento costante ma non un bloccaggio istantaneo. &nbsp;Ovviamente anche questo sistema non è perfetto ed ha dei limiti. A bassa velocità, per esempio non ha sufficiente forza di ricarica per le batterie, con una bassa efficienza lasciando la gran parte della frenata la sistema tradizionale accoppiato. Usare un motore elettrico anche per la frenatura provoca il surriscaldamento dello stesso che non ha tempo di raffreddarsi in condizioni di frenate continue come l&#8217;uso cittadino. Poi c&#8217;è il problema che molti dei sistemi ibridi di oggi non comportano motori su tutti gli assi con una forza frenante non omogenea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Formula 1 viene usato un sistema che analogamente a quello elettrico&nbsp;rigenerativo che lo accumula o in un volano meccanico, in batterie o condensatori o supercondensatori, ma anche in accumulatori idrostatici azionati da pompa-motore, &nbsp;per poi restituirla al sistema che aziona un motore elettrico che dona potenza al motore endotermico. In più il sistema si accoppia ad in impianto misto composto da un classico freno a disco e pasticche per la parte anteriore della monoposto e un sistema elettromeccanico per la parte posteriore gestito da una centralina che uniforma i due impianti in modo che il pilota non avverta la differenza e possa sfruttare appieno il sistema ibrido della monoposto ricaricando energia che poi utilizza in accelerazione, &nbsp;il tutto mediante l&#8217;uso del pedale del freno che non è più un comando meccanico collegato alla pompa ma un interruttore By-Wire o potenziometro. In più come abbiamo già trattato in passato ci sono molteplici costruttori che stanno sviluppando interi comparti ruota con all&#8217;interno motore elettrico, e sospensione che fungono anche da freni limitando lo spazio e di ottenere una forza frenante costante ed omogenea recuperando energia per le batterie. &nbsp;Isolando i motori elettrici dall&#8217;impianto frenante ci sono studi che hanno lo scopo di renderli sempre più efficienti e sempre più in grado di limitare l&#8217;uso del sistema tradizionale. In particolare si crea un&nbsp;campo elettrico magnetico che gira in senso contrario a quello del mozzo, questo crea un attrito elettrostatico che fa rallentare il movimento della ruota.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore&nbsp;</strong></p>
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		<title>Quali saranno le novità aerodinamiche in Ducati?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danny Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Feb 2017 10:40:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Aerodinamica]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questi test si stanno vedendo i primi approcci aerodinamici da quando è entrato in vigore il divieto delle &#8220;winglets&#8221;, le alette deportanti che si vedevano sul muso e sulle carene delle moto 2016. A Sepang la Yamaha ha svelato la sua doppia carena che dovrebbe portare flussi d&#8217;aria puliti sui fianchi e generare una [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In questi test si stanno vedendo i primi approcci aerodinamici da quando è entrato in vigore il divieto delle &#8220;winglets&#8221;, le alette deportanti che si vedevano sul muso e sulle carene delle moto 2016.</p>
<p style="text-align: justify;">A Sepang la Yamaha ha svelato la sua doppia carena che dovrebbe portare flussi d&#8217;aria puliti sui fianchi e generare una deportanza che però è tutta da verificare.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-65602" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/02/doppia-carena-yamaha.jpg" alt="doppia carena yamaha" width="655" height="436" title="Quali saranno le novità aerodinamiche in Ducati? 1062" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/doppia-carena-yamaha.jpg 655w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/doppia-carena-yamaha-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 655px) 100vw, 655px" />Attualmente quella soluzione sembra quasi più utile a pulire i flussi turbolenti che arrivano al muso della moto per poi farli uscire in maniera ordinata. Questa soluzione potrebbe generare un discreto effetto deportante ma soprattutto il flusso più pulito permette alla moto di &#8220;scorrere&#8221; meglio all&#8217;interno del fluido che in questo caso è l&#8217;aria.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-65601" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/02/doppia-carena-m1.jpg" alt="doppia carena m1" width="1000" height="800" title="Quali saranno le novità aerodinamiche in Ducati? 1063" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/doppia-carena-m1.jpg 1000w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/doppia-carena-m1-768x614.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/doppia-carena-m1-300x240.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/doppia-carena-m1-696x557.jpg 696w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" />Pur rimanendo la sezione frontale un ostacolo di fronte al muro d&#8217;aria, il flusso pulito sui fianchi della moto diminuisce le turbolenze migliorando lo scorrimento nel fluido. Potrebbe dare anche una mano al raffreddamento del motore. Questa soluzione di pulizia dei flussi sui fianchi è utilizzata moltissimo nelle auto del Campionato WEC di Endurance.</p>
<p style="text-align: justify;">La Suzuki ha presentato a Phillip Island una soluzione che non fa altro che rivestire le vecchie ali. Sarà la Race Direction a dare o meno il via libera su questa soluzione, ma in pratica hanno ridotto la lunghezza delle ali mettendole intorno un rivestimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-65588" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/02/2017-02-16_100242.jpg" alt="2017 02 16 100242" width="1158" height="760" title="Quali saranno le novità aerodinamiche in Ducati? 1064" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_100242.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_100242-1024x672.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_100242-768x504.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_100242-300x197.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_100242-696x457.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_100242-741x486.jpg 741w" sizes="(max-width: 1158px) 100vw, 1158px" />L&#8217;effetto sarà esattamente quello delle winglets classiche, ne più ne meno, ma la soluzione adottata sempra un pochino frettolosa. Basta guardare la rivettatura che fissa le protezione delle ali.</p>
<p style="text-align: justify;">Aprilia invece sembra aver lavorato a fondo in galleria del vento. Il muso della RS-GP sembra simile a quello della RSV4 SBK, con dei grandi canali aperti che fanno passare il flusso d&#8217;aria generando deportanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-65591" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/02/2017-02-16_100730.jpg" alt="2017 02 16 100730" width="750" height="339" title="Quali saranno le novità aerodinamiche in Ducati? 1065" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_100730.jpg 750w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_100730-300x136.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_100730-696x315.jpg 696w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" />Il carico parte direttamente dal muso, il flusso d&#8217;aria dovrebbe saltare il pilota avvolgendolo con un flusso &#8220;a goccia&#8221;. Si tratta sicuramente di un primo approccio ancora incompleto perché mancherebbe il raccordo dei flussi d&#8217;aria dal muso alla coda, cosa che renderebbe la moto decisamente efficace in rettilineo.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniamo ora alla Ducati e alle sue &#8220;non soluzioni&#8221; che non si sono viste, ma qualcosa bolle in pentola di sicuro. Abbiamo osservato nelle immagini ad alta risoluzione delle finestre che al momento sono chiuse.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-65599" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/02/2017-02-16_101159.jpg" alt="2017 02 16 101159" width="1082" height="742" title="Quali saranno le novità aerodinamiche in Ducati? 1066" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_101159.jpg 1082w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_101159-1024x702.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_101159-768x527.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_101159-300x206.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_101159-696x477.jpg 696w" sizes="(max-width: 1082px) 100vw, 1082px" />Si vedono nella moto con carene in carbonio di Petrucci, e poi ancora meglio nell&#8217;ingrandimento della moto di Jorge Lorenzo. Ai lati della presa dell&#8217;airbox ci sono i due tappi (si vedono le viti che li tengono chiusi) che potrebbero far pensare a  soluzioni più o meno complesse.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-65600" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/02/2017-02-16_111447.jpg" alt="2017 02 16 111447" width="822" height="572" title="Quali saranno le novità aerodinamiche in Ducati? 1067" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_111447.jpg 822w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_111447-768x534.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_111447-300x209.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/2017-02-16_111447-696x484.jpg 696w" sizes="(max-width: 822px) 100vw, 822px" />Ducati potrebbe aver seguito l&#8217;esempio della Suzuki, con una protezione esterna che contiene delle ali, ma sembra fin troppo banale e il posizionamento delle ipotetiche bocchette non sembra far pensare a questo.</p>
<p style="text-align: justify;">Più plausibile un sistema simile a quello Aprilia, con i flussi del muso che vengono coinvogliati non esattamente come nella RS-GP ma all&#8217;interno della carena magari con all&#8217;interno delle piccole alette deportanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, stiamo solo ipotizzando, a Borgo Panigale potrebbero aver pensato ad un &#8220;tunnel d&#8217;aria&#8221; per generare una sorta di effetto suolo all&#8217;interno delle carene sfruttando il percorso dell&#8217;aria dal muso alla coda.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è chiaro che percorso possano seguire i flussi che investono il muso, ma è lecito pensare ad un percorso completo che attraversi l&#8217;intera carena per arrivare addirittura fino al codone.</p>
<p style="text-align: justify;">Non resta che stare a vedere, noi intanto indaghiamo e a breve vi mostreremo una soluzione studiata la bellezza di 30 anni fa sfruttando l&#8217;effetto Coanda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Danny Garbin</strong></p>
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		<title>I Freni &#124; l&#8217;ABS e gli ausili elettronici per una frenata efficiente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Feb 2017 13:31:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pressione che si esercita sul pedale rischia di essere eccessiva e di provocare il bloccaggio delle ruote, soprattutto se si percorre una strada bagnata, con ghiaccio etc. Un fenomeno dannoso che allunga la frenata e non consente più di dirigere il veicolo. Un problema che per prima ha provato ad risolvere  Volvo, ma il merito di portare il primo Sistema di Antibloccaggio Freni detto ABS è dovuto alla Mercedes sulla sua Classe S negli anni 80 del secolo scorso.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo parlato dei vari sistemi per frenare un automobile, partendo da quelli a tamburo, per poi descrivere il funzionamento di un impianto a disco. Per quanto i progettisti nel corso degli anni si siano impegnati per fornire impianti di freni sempre più potenti ed efficienti anche sotto stress estremi, restava ancora un problema da risolvere. Il pedale del freno viene azionato sempre almeno per adesso da un umano. La pressione che si esercita sul pedale rischia di essere eccessiva e di provocare il bloccaggio delle ruote, soprattutto se si percorre una strada bagnata, con ghiaccio etc. Un fenomeno dannoso che allunga la frenata e non consente più di dirigere il veicolo. Un problema che per prima ha provato ad risolvere &nbsp;Volvo, ma il merito di portare il primo Sistema di Antibloccaggio Freni detto ABS è dovuto alla Mercedes sulla sua Classe S negli anni 80 del secolo scorso.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/02/slide_14.jpg" alt="slide 14" class="wp-image-65508" title="I Freni | l&#039;ABS e gli ausili elettronici per una frenata efficiente 1068"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema funziona utilizzando una ruota fonica, composta da una serie di denti, che viene calettata sul portamozzo. Un sensore posto in prossimità legge il passaggio dei denti, e quando si fermano per effetto del bloccaggio indica ad una centralina allentare la pressione dell&#8217;olio per ripristinare la rotazione della ruota. In questo modo la ruota si trova sempre in prossimità del bloccaggio senza bloccarsi e perdere direzione. Al conducente non resta altro che premere a &nbsp;fondo il pedale con la massima forza sarà la centralina a gestire impulsi di apertura e chiusura delle valvole per la pressione dell&#8217;olio anche 20 volte al secondo. Il conducente avvertirà una pulsazione sotto il pedale del freno quando entra in azione l&#8217;ABS. Un elemento che per chi non ha esperienza alla guida può portare al sollevamento della pressione sul pedale da parte del conducente con conseguente allungamento dello spazio di frenata. Invece il driver una volta che sente la pulsazione resosi rendersi conto che le ruote tendono a bloccarsi, deve spingere al massimo la frenata anche con la pulsazione per sfruttare al massimo l&#8217;efficienza del sistema.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" width="460" height="289" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/02/boxImg-05-Dec-2013-14-41-56-hw067639.jpg" alt="boxImg 05 Dec 2013 14 41 56 hw067639" class="wp-image-65511" title="I Freni | l&#039;ABS e gli ausili elettronici per una frenata efficiente 1069" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/boxImg-05-Dec-2013-14-41-56-hw067639.jpg 460w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/boxImg-05-Dec-2013-14-41-56-hw067639-300x188.jpg 300w" sizes="(max-width: 460px) 100vw, 460px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;Ci sono driver particolarmente esperti che riescono a tenere la vettura al limite del bloccaggio sfruttando il sorgere della pulsazione, allentando quanto basta la pressione per poi usare le merce per rallentare la vettura prima di una curva. Purtroppo questa tecnica è difficile da imparare, ma soprattutto è frutto di anni di esperienza di guida al limite, cosa alla portata solo di collaudatori veramente esperti e piloti professionisti. &nbsp;Il problema della percezione della pulsazione e del fatto che un conducente inesperto possa sollevare il piede viene impedito da un sistema evoluto che una volta percepito il bloccaggio della ruota, tiene la pressione massima frenante, questo sistema si è il BAS ovvero Brake Assistant System o HBA, Hydraulic Brake Assist. La Bosch e Continental sono andate nettamente oltre creando l&#8217;Automatic emergency breaking che mediante un sistema di telecamere video e infrarossi rileva quando il veicolo si sta avvicinando troppo a quello che precede, prima avvisa il guidatore, &nbsp;poi fornisce maggiore forza alla frenata indipendentemente di quanta forza si metta nell&#8217;azionare il pedale del freno, &nbsp;condizione tipica di una frenata di emergenza evitando la collisione a prescindere dall&#8217;azione del driver. Ci sono allo studio sistemai che riconoscono ciclisti e pedoni.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" width="460" height="408" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/02/460x408-ebd.jpg" alt="460x408 ebd" class="wp-image-65510" title="I Freni | l&#039;ABS e gli ausili elettronici per una frenata efficiente 1070" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/460x408-ebd.jpg 460w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/02/460x408-ebd-300x266.jpg 300w" sizes="(max-width: 460px) 100vw, 460px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema ABS oggi viene abbinato ad impianto frenanti che hanno 4 freni a disco dove offre le migliori prestazioni, ma anche con impianti misti dove la differenza di forza frenante dei due tipi di impianti viene gestita la meglio grazie&nbsp;ripartitore elettronico di frenata,&nbsp;&nbsp;EBD&nbsp;che si basa su un<i>&nbsp;</i>dispositivo di ripartizione già presente in tutte auto consentendo di &nbsp;modulare e correggere la frenata sui due assi, sfruttando il classico regolatore di carico sugli assi. Ovviamente l&#8217;EBD funziona al meglio anche per impianti completamente a disco. &nbsp;Il sistema ABS, vista la sua semplicità ed efficacia, viene anche usato non solo per impedire che ruote si blocchino in frenata ma anche che pattinano troppo in accelerazione. Lo stesso sensore che interviene quando la ruota fonica di blocca, legge la sua velocità e se questa ha una differenza elevata tra i due lati, tende a frenare la ruota con maggiore velocità bloccando di fatto lo slittamento. In questo caso l&#8217;ABS si abbina ad una sua variante detta ASR o TCS.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/02/C0062-1.jpg" alt="C0062 1" class="wp-image-65513" title="I Freni | l&#039;ABS e gli ausili elettronici per una frenata efficiente 1071"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Dove l&#8217;ABS mostra invece i suoi limiti è&nbsp;su terreni a tipo fango, neve o terra battuta. Infatti su questi terreni si ha una frenata più efficace quando la ruota si blocca e accumulando materiale davanti aumentando l&#8217;attrito&nbsp;meccanico. Su tali superfici l&#8217;ABS pur non diminuendo lo spazio di frenata consente comunque di conservare la capacità direzionale della vettura. &nbsp;L&#8217;ABS, in caso di lastre di ghiaccio solo su due ruote, allungherà lo spazio di frenata ma se non ci fosse si rischierebbe di perdere la direzionalità del veicolo, provocando anche un testacoda. Per controllare i fenomeni di instabilità dovuta alle frenate in curva quando il carico non è costante sulle quattro ruote è stato messo appunto il CBC ovvero&nbsp;Cornering Brake Control.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/02/traction.jpg" alt="traction" class="wp-image-65515" title="I Freni | l&#039;ABS e gli ausili elettronici per una frenata efficiente 1072"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Se in&nbsp;una curva il conducente aziona i freni, il sistema adegua la pressione frenante, in funzione dell&#8217; angolo di sterzata. Si tratta di uno dei primi sistemi che avevano il compito di controllare fenomeni di sottosterzo o sovrasterzo causato dal bloccaggio delle ruote durante una frenata in curva fornendo una forza frenante differenziata per ogni singola ruota soprattutto in condizioni di emergenza. &nbsp;La differenza con il sistema più evoluto ESP ovvero&nbsp;controllo elettronico della stabilità sta nel fatto che quest&#8217;ultimo non è un compendio dell&#8217;ABS ma un sistema che funziona in parallelo che sfrutta in parte i sensori compatibili con l&#8217;impianto di ABS. L&#8217;ESP in sostanza come vedremo in una futura trattazione specifica non funziona solo in frenata ma si attiva ogni qualvolta ci sia una condizione di perdita di aderenza anche in velocità o accelerazione in curva. &nbsp;Il sistema ABS, vista la sua semplicità ed efficacia, viene anche usato non solo per impedire che ruote si blocchino in frenata ma anche che pattinano troppo in accelerazione. Lo stesso sensore che interviene quando la ruota fonica di blocca, legge la sua velocità e se questa ha una differenza elevata tra i due lati, tende a frenare la ruota con maggiore velocità bloccando di fatto lo slittamento. In questo caso l&#8217;ABS si abbina ad una sua variante detta ASR o TCS. Oggi il controllo della trazione viene sfruttato anche per controllare gli eccessi di coppia che possono portare a sovrasterzi di potenza, con i vari sistemi di Torque Vectoring, che spesso vanno a sostituire i più costosi differenziali autobloccanti. Per i conducenti esperti, ad oggi molte case costruttrici rimangono comunque in listino accessori il differenziale classico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>


<div class="youtube-embed" data-video_id="U24v5o34WFM "><iframe loading="lazy" title="3 7 FRENATA CON SENZA ABS" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/U24v5o34WFM?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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			<media:title type="plain">La Tecnica Archivi | Giornalemotori</media:title>
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		<title>Svelata la doppia carena Yamaha che &#8220;nasconde&#8221; le ali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danny Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jan 2017 09:26:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Aerodinamica]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Doppia carena Yamaha: L&#8217;aerodinamica in MotoGP è stata oggetto di accese discussioni nel corso della stagione scorsa arrivando alla fine a decidere di vietare le cosidette &#8220;winglets&#8221; sporgenti ai fini della sicurezza. Molti sono stati i &#8220;mugugni&#8221; per questo divieto che, a dire di ingengeri e piloti, rendeva le moto molto meno sicure perché instabili [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-65359" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/2017-01-31_101216.jpg" alt="2017-01-31_101216" width="1193" height="761" title="Svelata la doppia carena Yamaha che &quot;nasconde&quot; le ali 1075" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/2017-01-31_101216.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/2017-01-31_101216-1024x654.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/2017-01-31_101216-768x490.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/2017-01-31_101216-300x191.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/2017-01-31_101216-696x444.jpg 696w" sizes="(max-width: 1193px) 100vw, 1193px" /></p>
<div style="display: none;">
<h1>Doppia carena Yamaha:</h1>
</div>
<p>L&#8217;aerodinamica in MotoGP è stata oggetto di accese discussioni nel corso della stagione scorsa arrivando alla fine a decidere di vietare le cosidette &#8220;winglets&#8221; sporgenti ai fini della sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti sono stati i &#8220;mugugni&#8221; per questo divieto che, a dire di ingengeri e piloti, rendeva le moto molto meno sicure perché instabili in rettilineo a tutta velocità.</p>
<p style="text-align: justify;">Era ovvio che le squadre si sarebbero mosse per cercare una soluzione alternativa pur senza andare contro quanto dice il regolamento che vieta senza possibilità di interpretazioni le appendici aerodinamiche sporgenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco che i reparti corse si sono mossi facendo forse la cosa più ovvia (ma anche più difficile), ovvero nascondendo delle appendici all&#8217;interno di una doppia carena.</p>
<p style="text-align: justify;">Si vedono molto bene nella foto pubblicata da <a href="http://www.motorcyclenews.com/sport/motogp/2017/january/motogp-rossi-and-yamaha-try-out-winglet-fairing-design/" target="_blank" rel="noopener"><strong>MCN</strong></a> e forse ancora meglio dalla foto pubblicata da <a href="https://www.gpone.com/it/2017013138198/motogp/eccola-la-yamaha-m1-con-la-doppia-carena.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>GPone</strong></a> e si capisce il loro semplice funzionamento: la doppia carena convoglia l&#8217;aria che arriva nella sezione frontale della moto cercando di creare quell&#8217;effetto di Downforce che si aveva prima con i &#8220;baffi&#8221;.</p>
<div style="display: none;">
<h1>Doppia carena Yamaha:</h1>
</div>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-65360" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/2017-01-31_101314.jpg" alt="2017-01-31_101314" width="981" height="467" title="Svelata la doppia carena Yamaha che &quot;nasconde&quot; le ali 1076" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/2017-01-31_101314.jpg 981w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/2017-01-31_101314-768x366.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/2017-01-31_101314-300x143.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/2017-01-31_101314-696x331.jpg 696w" sizes="(max-width: 981px) 100vw, 981px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il tutto serve ovviamente per abbassare quello che è chiamato Centro di pressione aerodinamica (ne parlammo nell&#8217;<a href="https://www.giornalemotori.com/2015/01/29/aerodinamica-delle-motogp/"><span style="color: #000080;"><strong>aerodinamica delle MotoGP</strong></span></a>) e tenere a terra la moto nel suo complesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora sta ai responsabili tecnici Dorna accettare o meno una soluzione di questo tipo, ammesso che venga poi portata in gara.</p>
<div style="display: none;">
<h1>Doppia carena Yamaha:</h1>
</div>
<p style="text-align: justify;">Molti sono gli inconvenienti: la carena è decisamente più grossa perché ovviamente è doppia. Aumenta seppur di poco il peso ma, cosa più importante, vanno verificati i flussi d&#8217;aria all&#8217;interno della carena che non è detto che siano &#8220;puliti&#8221; ed efficienti tanto quanto quelle di appendici aerodinamiche esterne.</p>
<p style="text-align: justify;">Per capirci, non è detto che con questa soluzione, a parità di superficie alare e bordo di attacco, il carico generato sia lo stesso perché le turbolenze sporcano non poco i flussi.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre vanno verificate le resistenze degli sfoghi che devono essere fatti nella zona posteriore che servono ovviamente per permettere all&#8217;aria che attraversa la carena di uscire, senza dimenticare che devono anche permettere al calore del motore di uscire.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, la Yamaha ha svelato per prima una soluzione tecnica di questo tipo. Vedremo come si svilupperà l&#8217;aerodinamica nelle prossime settimane.</p>
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		<title>I freni parte IV &#124; Freni a disco, pinze, pasticche, difetti e problematiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Jan 2017 10:22:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le pinze freni sono formate in genere da due elementi tenuti assieme da due o più viti per una maggiore facilità di intervento e costi più bassi,  oppure da un pezzo unico cosa che consente di avere maggiore rigidezza per un effetto frenante più omogeneo.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h3 class="wp-block-heading">&nbsp;</h3>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" width="500" height="335" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/16-category.jpg" alt="16-category" class="wp-image-65198" title="I freni parte IV | Freni a disco, pinze, pasticche, difetti e problematiche 1077" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/16-category.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/16-category-300x201.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo aver descritto nel dettaglio i dischi, terminiamo l&#8217;argomento con gli altri due componenti. Le pinze freni sono formate in genere da due elementi tenuti assieme da due o più viti&nbsp;per una maggiore facilità di intervento e costi più bassi, &nbsp;oppure da un pezzo unico cosa che consente di avere maggiore rigidezza per un effetto frenante più omogeneo. Per motivi economici la pinza più diffusa è quella che ha un&nbsp;singolo pistoncino che può essere in &nbsp;allumino o acciaio&nbsp;&nbsp;che si muove all&#8217;interno di un cilindretto. Per maggiori prestazioni i pistoncini possono fino a raggiungere anche il numero di 8 e non è detto che non possano aumentare in futuro. &nbsp;Le pinze possono avere un numero di pistoncini variabile a secondo del tipo di utilizzo e della potenza frenante che si intende avere. Ci sono pinze freno a 4, 6 e fino ad 8 pistoncini. Di recente si sono anche viste pinze dei freni che avevano una forma curva per coprire una maggiore superficie del disco con un numero sempre maggiore di pistoncini.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/pastiglie-dei-freni-costo.jpg" alt="pastiglie-dei-freni-costo" class="wp-image-65199" title="I freni parte IV | Freni a disco, pinze, pasticche, difetti e problematiche 1078"></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><br>I pattino o pasticche &nbsp;sono simili alle ganasce nell&#8217;idea di base, &nbsp;hanno una base&nbsp;metallica sulla quale è applicato uno strato di materiale d&#8217;attrito di varia composizione. A seconda dell&#8217;utilizzo a cui sono destinate il materiale di attrito può essere maggiormente aggressivo per una maggiore forza frenante o più conservativo per avere una maggiore durata. In ogni caso il materiale dei pattini deve essere attentamente scelto in funzione della sua compatibilità con quello del disco che deve andare a mordere. &nbsp;La forza di un impianto frenate non è data dalla sua potenza, ma quanto dalla sua efficienza. Un buon pilota o collaudatore sa che preservare i freni può fare la differenza netta in termini velocità e sicurezza, quindi bisogna limitare al massimo problemi per dischi, pinze e pattini dovuti ad un cattivo uso.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/corso-freni-45-638.jpg" alt="corso-freni-45-638" class="wp-image-65204" title="I freni parte IV | Freni a disco, pinze, pasticche, difetti e problematiche 1079"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I dischi possono essere soggetti a vari tipi di difetti. Si possono deformare, per un&nbsp;riscaldamento eccessivo, soprattutto nella fase di raffreddamento che portano ad un rammollimento del metallo che può generare deformazioni permanenti, dette anche ovalizzazioni. Avere dischi ventilati riduce la possibilità che avvenga il fenomeno, ma non lo azzera. Per surriscaldamenti molto elevati possono comparire anche crepe che portano il disco a vibrare per effetto del passaggio della crepa al contatto con il pattino. Uno dei modi per capire che si sta surriscaldando il disco, è quello di tenere d&#8217;occhio il colore che assume la ghisa o l&#8217;acciaio dopo l&#8217;utilizzo. Se si nota una colorazione&nbsp;bluastra o addirittura nera in alcune zone, dovrebbe far suonare un &nbsp;campanello di allarme nel driver che dovrebbe portate ad un uso diverso del pedale del freno.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/ebc_crepa_2.jpg" alt="ebc_crepa_2" class="wp-image-65202" title="I freni parte IV | Freni a disco, pinze, pasticche, difetti e problematiche 1080"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei difetti che maggiormente si vede sulle vetture per uso stradale è quello delle&nbsp;rigature che si verificano soprattutto quando si tengono i pattini più tempo del dovuto quando sono al limite di usura portando a contatto la base di acciaio che riga il disco. In questi casi se si cambia solo il pattino, quello nuovo avrà meno superficie di contatto per effetto di una superficie rigata o ondulata che toglie centimetri quadrati di utilizzo al pattino, quindi vanno cambiati anche i dischi. &nbsp;Unica soluzione per rigature poco profonde è quello di tornire il disco, ma per costo dell&#8217;operazione per vetture di medio livello conviene provvedere con la sostituzione.&nbsp;&nbsp;Infine per un utilizzo veramente&nbsp;troppo violento si può arrivare alla rottura dei dischi per effetto della dilatazione delle crepe per il calore eccessivo, queste posso allargarsi rapidamente fino alla rottura anche traumatica. Spesso si vede piloti di F1 andare lunghi in frenate violente in mezzo ad una nuvola nera proveniente dalle ruote anteriori per effetto della rottura dei freni.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/corso-freni-38-638.jpg" alt="corso-freni-38-638" class="wp-image-65203" title="I freni parte IV | Freni a disco, pinze, pasticche, difetti e problematiche 1081"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Di solito la pinza è uno degli elementi che gli utenti danno sempre per scontato che funzioni sempre bene e non abbia problemi a differenza dei dischi. Invece il calore prodotto dall&#8217;impianto produce effetti negativi anche per questo componente. &nbsp;Per effetto della forza frenante e del calore, &nbsp;le pinze si possono deformare perdendo l&#8217;azione &nbsp;omogenea della spinta dei pistoncini. Questi andrebbero revisionati periodicamente pulendo le sedi e sostituendo le guarnizioni di tenuta dell&#8217;olio pena la pressione sul disco non omogenea dei singoli pistoncini con casi in cui una delle due ruote frena più dell&#8217;altra innescando problemi di instabilità in frenata. In più scegliere una pinza più grande con più pistoncini appare la scelta più logica per una forza frenante maggiore, ma questo anche se si usano materiali sofisticati portano ad aumentare il peso della massa non sospesa. Si vedono spesso costruttori che spostano le pinze freno avanti o dietro per tenere centrati talvolta le masse verso il baricentro o lasciare maggiore carico all&#8217;anteriore. In F1 si mettono verso il basso per abbassare il baricentro della vettura fruttando anche il peso della pinza.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/pastiglia-1.jpg" alt="pastiglia" class="wp-image-65205" title="I freni parte IV | Freni a disco, pinze, pasticche, difetti e problematiche 1082"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I pattini o pasticche sono l&#8217;elemento che produce effettivo effetto frenante. Il loro attrito sviluppa calore che deve essere dissipato. Un pattino eccessivamente aggressivo per una maggiore forza frenante produce tanto di quel calore&nbsp;può innescare il fenomeno della &nbsp;cristallizzazione delle pasticche dei freni&nbsp;che a sua volta causerà&nbsp;l’ovalizzazione&nbsp;del disco. &nbsp;Uno dei difetti più fastidiosi è quando le pasticche fischiano, un problema dovuto allo&nbsp;sfregamento tra le pasticche dei freni e il disco&nbsp;che&nbsp;provoca quel fastidioso rumore, anche questo provocato dall&#8217;eccesso di calore che si produce, oppure da rigature presenti sul disco a contatto con la pasticca.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/PastiglieBrembo20120002.jpg" alt="PastiglieBrembo20120002" class="wp-image-65206" title="I freni parte IV | Freni a disco, pinze, pasticche, difetti e problematiche 1083"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;Spesso si usano smussare leggermente gli angoli delle pasticche freno dove si forma un leggero scalino che tende a fischiare quando va a contatto con il disco, oppure uno spray o paste che tendono a ridurre la durezza superficiale e la formazione di vapori tali da provocare il fastidioso fischio. Quando il fischio avviene a pasticche nuove, è perchè queste sono&nbsp;composte da una materiale frenante molto duro che causa&nbsp;un eccessivo attrito con disco. &nbsp;Il materiale frenante che ricopre le pastiglie dei freni in questo caso è troppo rigido spesso per un errata conservazione di stoccaggio in magazzini per lunghi periodi. &nbsp;Di solito le case che producono dischi freno più importanti hanno anche a catalogo svariate tipologie di pasticche per fruttare al meglio i due componenti con un livello di usura differenziato a seconda dell&#8217;aggressività della pasticca. Creare elementi ibridi composti da un disco di una marca e da una pasticca di un&#8217;altra con consistenza diversa comporta da parte dell&#8217;installatore o appassionato un livello di competenza che gli consente di tenere conto del materiale del disco e delle sue caratteristiche, e della pasticca per giudicarne la compatibilità e lo sfruttamento nel tempo senza spendere tanti soldi a vuoto.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/frenate.jpg" alt="frenate" class="wp-image-65207" title="I freni parte IV | Freni a disco, pinze, pasticche, difetti e problematiche 1084"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Di recente sta passando l&#8217;idea spesso alimentata da alcuni istruttori di guida, che gli impianti frenanti moderni sono talmente potenti ed efficaci da non necessitare dell&#8217;uso del cambio per scalare marcia ed usare il freno motore per ridurre la velocità dell&#8217;auto dando una grossa mano all&#8217;impianto frenante. Questo potrebbe anche essere vero nei casi di estrema emergenza. Un impianto frenante moderno ha la capacità di frenare al massimo della sua forza in circa 40-50 metri da 100 km/h. &nbsp;Quindi se serve il massimo della forza frenante in emergenza, più essere utile sfruttare al massimo i freni per fermarsi nello spazio sicuro. Ma negli altri casi la maggioranza per un uso stradale, è sempre consigliabile scalare marce durante la frenata. Per limitare il surriscaldamento dei freni, è meglio avere frenate più intense per periodi più brevi.</p>


<div class="wp-block-image size-medium wp-image-65208">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/BREMBO-6-frenate-05.jpg" alt="BREMBO-proposta-jaco_0212" class="wp-image-65208" title="I freni parte IV | Freni a disco, pinze, pasticche, difetti e problematiche 1085"><figcaption class="wp-element-caption">BREMBO-proposta-jaco_0212</figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Se il conducente usa anche il cambio questo tipo di frenate non limita nemmeno il confort per gli occupanti. Del resto nelle competizioni non c&#8217;è vettura di ogni categoria e pilota che produce una frenata prima di una curva o una variante senza usare le marce per rallentare il veicolo, anche in F1 dove le frenate sono da 6G come a Monza. Infine se ci ci si trova su una discesa, &nbsp;a prescindere dalla pendenza, &nbsp;è inutile tenere il pedale del freno premuto per tutta la durata della discesa per tenere sotto controllo la velocità del veicolo. Meglio decidere di scendere con la marcia adeguata e pur consumando più carburante tenere la velocità costante con l&#8217;uso del motore, preservando l&#8217;impianto frenante per casi di emergenza. C&#8217;è una legge non scritta che funziona da sempre. Una discesa si affronta con la sessa marcia con la cui si è affrontata quando si è fatta la salita. Da sempre come dimostra il grafico a lato, frenare bene, e frenare sempre per tutto il percorso è una delle cose più importanti per un driver. Per accelerare una F1 servono 1000cv, per frenarla in modo efficacie servono almeno 3000cv. Nelle prossime trattazioni i sistemi di ausilio alla alla frenata.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>I Freni parte 3 &#124; I freni a disco composizione e materiali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Jan 2017 10:32:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo parlato nelle due trattazione precedenti dell'impianto frenante e della sua composizione, e del freno a tamburo. E' arrivato il di parlare dell'altra tipologia quella dei freni a disco.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2017/01/15/freni-disco-materali/">I Freni parte 3 | I freni a disco composizione e materiali</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/AS018_1.jpg" alt="AS018_1" class="wp-image-65058" title="I Freni parte 3 | I freni a disco composizione e materiali 1086"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo parlato nelle due trattazione precedenti dell&#8217;impianto frenante e della sua composizione, e del freno a tamburo. E&#8217; arrivato il di parlare dell&#8217;altra tipologia quella dei freni a disco. Questo tipo di freni sono composti da un disco metallico che gira solidale alla ruota e da una pinza fissa che lo abbraccia. Il fissaggio del disco alla ruota può avvenire sul portamozzo, oppure ci sono soluzioni, usate nel passato recente dall&#8217;Alfa Romeo, in cui il disco veniva fissato internamente direttamente sul semiassi all&#8217;altezza del differenziale. La pinza freno è composta da due parti dette semipinze all&#8217;interno delle quali sono ricavati i cilindri idraulici che spingono i pattini o le pasticche come le si vogliono chiamare a mordere il disco per effetto della pressione sul pedale del freno da parte del conducente assicurando una medesima forza frenante su entrambi i lati del disco. Come abbiamo spiegato nella prima parte e ribadito nella seconda l&#8217;attrito che producono i pattini sul disco trasforma l&#8217;energia cinetica che accumula il veicolo in forza frenante.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" width="734" height="507" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/bremse_pia-17_434x300_w734.jpg" alt="bremse_pia-17_434x300_w734" class="wp-image-65059" title="I Freni parte 3 | I freni a disco composizione e materiali 1087" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/bremse_pia-17_434x300_w734.jpg 734w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/bremse_pia-17_434x300_w734-300x207.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/bremse_pia-17_434x300_w734-696x481.jpg 696w" sizes="(max-width: 734px) 100vw, 734px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I pattini hanno una superficie definita, &nbsp;quando vanno a serrare il disco ne occupano solo una parte lasciando la restante a ruotare e quindi essendo investito dall&#8217;aria consente di avere un controllo della temperatura e dell&#8217;affaticamento nettamente migliore che con i freni a tamburo. Quando si lascia il pedale del freno i pattini tornano indietro per effetto della mancanza di pressione sui pistoncini, questo non avviene in modo istantaneo rimanendo &nbsp;per qualche secondo ancora a contatto soprattutto nelle condizioni di uso estremo. Uno dei vantaggi di questa condizione è che l&#8217;impianto rimane comunque più pronto con lo spazio tra il pattino e il disco ridotto al minimo in un uso intenso e continuativo. Spesso i piloti e collaudatori più esperti sanno che dopo una sessione di pista o stradale intensa, &nbsp;prima di arrestare il veicolo, &nbsp;devono fare un pezzo di strada o un giro di pista senza usare i freni per evitare che i freni rimangano con i pattini attaccati ai dischi per effetto del surriscaldamento delle due parti.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" width="415" height="334" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/Dischi-composti-flottanti-maggiorati.jpg" alt="Dischi-composti-flottanti-maggiorati" class="wp-image-65060" title="I Freni parte 3 | I freni a disco composizione e materiali 1088" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/Dischi-composti-flottanti-maggiorati.jpg 415w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/Dischi-composti-flottanti-maggiorati-300x241.jpg 300w" sizes="(max-width: 415px) 100vw, 415px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Ormai anche su veicoli della fascia bassa del mercato, si istallano dischi freno con un sistema di raffreddamento composto da una serie di feritoie che permette l&#8217;ingresso dell&#8217;aria e per effetto delle elette interne al disco anche di dissipare il calore. In dischi più performanti sulla superficie esterna hanno la foratura. Il bordo dei &nbsp;fori serve per raschiare la pastiglia aumentandone la forza frenante, cosa che però comporta una usura precoce, ed inoltre allontanano più velocemente il velo d&#8217;acqua che si forma sulla superficie frenante durante la marcia sul bagnato. Questa soluzione è diffusa soprattutto nel campo moto. Nel campo auto invece si usa la baffatura. In pratica si ricavano sul disco dei canali che aiutano a rimuovere il materiale consumato ed i vapori dal pattino freno, in modo da evitare la vetrificazione, un indurimento del materiale del pattino che ne riduce l&#8217;attrito migliorando la forza frenante ma coma la foratura riduce in modo netto la durata del pattino.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/Brembo_F1-2014_Special_1202-15.png" alt="Brembo_F1 2014_Special_1202-15" class="wp-image-65061" title="I Freni parte 3 | I freni a disco composizione e materiali 1089"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Come tutte le innovazioni più importanti per le autovetture per uso stradale, si è partiti dalla sperimentazione in Formula 1 ed i freni a disco non hanno fatto eccezione. Per uso stradale oggi si usano dischi freno di vario tipo di materiale come la ghisa, con una composizione con un tenore di carbonio variabile a seconda della destinazione di uso e della tipologia di veicolo a cui è destinato il disco. &nbsp;Nel campo moto si usa di rado al giorno d&#8217;oggi per il fatto che il ridotto spessore dei dischi potrebbe portare a crepe e rotture sotto stress. Al posto della ghisa si può usare l&#8217;acciaio &nbsp;dove la lega di carbonio viene legata con altri materiali per cambiarne le caratteristiche di base a seconda dell&#8217;utilizzo e del veicolo a cui è destinato. I dischi in acciaio con basse percentuali di altri materiali nella lega hanno necessità di un trattamento protettivo di zincatura per evitare di fare ruggine quando non usati. Ci sono invece dischi in acciaio con un alta percentuale di&nbsp;cromo molto usati per le moto per la capacità di non arrugginire quando non vengono usati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le vetture moderne più prestazionali, le supercar per intenderci usano materiali per i dischi freno in Carbo-Ceramica. Ogni grande costruttore usa i suoi acronimi per identificarli e di solito vengono offerti in opzione recentemente anche per modelli di vetture più accessibili. &nbsp;Il disco in carbo-ceramica hanno una lega di Carburo di Silicio, con una struttura simile ai dischi in carbonio con le superfici caricate con silice. Questo consente ti avere un disco leggero come quello in carbonio pur conservando una superficie durissima che un migliore lavoro frenante da parte dei pattini anch&#8217;essi &nbsp;in materiale carbo-composito. Questo materiale migliora di netto il coefficiente di attrito riducendo drasticamente l&#8217;affaticamento.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/brembo-brake-by-wire-formula-1_6.jpg" alt="brembo-brake-by-wire-formula-1_6" class="wp-image-65063" title="I Freni parte 3 | I freni a disco composizione e materiali 1090"></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Infine soprattutto nelle competizioni ad ogni livello ormai, ci sono i dischi in Carbonio. &nbsp;Il motivo per cui non vengono utilizzati per uso stradale, sta nel fatto che per avere una efficienza nella forza frenante il disco deve avere temperature di esercizio molto alte, condizioni che si possono garantire con un uso intenso in gara, ma non per un uso stradale.<i>&nbsp;</i>L&#8217;uso del carbonio infatti garantisce un&nbsp;coefficiente di attrito maggiore all&#8217;aumentare della temperatura. La frenata avviene per la fusione delle pastiglie sul disco i cui pezzi di giunzione vengono letteralmente strappati durante la frenata. &nbsp;Basta guardare una gara di Formula 1 per vedere nuvole nere intense in condizioni di frenata al limite, o la polvere di carbonio che si solleva quando le pistole pneumatiche vanno ad intervenire sulla gomma in fase di cambio pneumatici. &nbsp;I freni con dischi in carbonio possono garantire forze frenanti con potenze maggiori di 3000cv, per lo sviluppo fino a 6G nella frenata che una Formula 1 effettua alla prima variante di Monza quando passa da 360m/h a quasi zero per effettuare la variante, il tutto per più di 50 giri. Nella prossima trattazione parleremo di pinze, pattini e di tutti i difetti che presenta un impianto frenante a disco e come provare a prevenirli.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>I freni parte II &#124; Impianto a tamburo, composizione e funzionamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2017 08:58:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questa trattazione parleremo del primo tipo cioè dei freni a tamburo o ad espansione</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-64925" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/corso-freni-12-638-300x225.jpg" alt="corso-freni-12-638" width="300" height="225" title="I freni parte II | Impianto a tamburo, composizione e funzionamento 1091">Abbiamo parlato di come si compone un impianto frenante e di come trasforma l&#8217;energia cinetica che il veicolo accumula in marcia in attrito e calore per fermarsi. La parte terminale dell&#8217;impianto frenante,  quella a cui è demandata la parte attiva della frenata è composta in genere da due elementi, <em><strong>tamburi</strong></em> o dischi freno. In questa trattazione parleremo del primo tipo cioè dei freni a<strong><em> tamburo</em></strong> o ad espansione. Questo tipo di freni è composto da un tamburo collegato al mozzo ruota e da ganasce o ceppi montate su un piatto che viene fissato a sua volta ad un supporto anch&#8217;esso fissato al portamozzo della ruota.  La frenata avviene quando il conducente premendo il pedale del freno mette in pressione l&#8217;olio che spinge le ganasce a contatto con l&#8217;interno del tamburo. Le ganasce sono rivestite di un materiale d&#8217;attrito che può essere incollato o fissato mediante chiodatura. La spinta verso l&#8217;interno del tamburo avviene mediante l&#8217;azione di dispositivi meccanici o idraulici, questi ultimi sono anche i più diffusi. Il sistema a comando idraulico è formato da cilindri di comando dotati di due stantuffi contrapposti con all&#8217;estremità due steli detti anche puntini. In sostanza durante la frenata il liquido in pressione provoca l&#8217;allargamento degli stantuffi e questi a loro volta muovono i puntalini posti all&#8217;estremità che spingono le ganasce contro l&#8217;interno del tamburo per l&#8217;azione frenante. Quando il conducente toglie la pressione dal pedale del freno apposite molle di richiamo portano in posizione di riposo le ganasce.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-64927" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/schema16-1-300x237.jpg" alt="schema16" width="300" height="237" title="I freni parte II | Impianto a tamburo, composizione e funzionamento 1092">I sistemi di azionamento idraulico possono essere di diverso tipo. Il più semplice è quello tipo Simplex  in cui l’apertura delle ganasce è attuata dal puntale a cuneo opposto al punto ci calettamento delle ganasce. Poi c&#8217;è il tipo Duo—Duplex dove  le ganasce non hanno punti calettamento sul piatto portafreni, ma sono flottanti e vengono comandate da due puntali a cuneo diametralmente opposti. Il puntale a cuneo determina l’apertura delle ganasce quando, in avanzamento si inserisce fra i due pistoncini collegati ciascuno a una ganascia. Poi c&#8217;è il comando tipo a camma.  In questo caso l’apertura delle ganasce è attuata attraverso la rotazione di una camma detta anche perno ad oliva diametralmente opposta al punto di calettamento. Come si vede dalla foto l&#8217;azione frenante e diversa a seconda del sistema che utilizza per spingere le ganasce contro il tamburo. Nel sistema Simplex la spinta avviene sulla ganascia che si trova nel senso di marcia con quella opposta che spinge di meno. Nel sistema Uni-Servo o Duo-Servo si prova a bilanciare la forza frenante delle due ganasce con l&#8217;azione della gamma opposta al pistoncino. Come si vede dalla figura però il sistema più affidabile che consente di ottenere una forza frenante omogenea è il Duo-Duplex, con due pistoncini a doppio effetto che azionano entrambi i lati della ganascia.</p>
<p style="text-align: justify">
<img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-64929" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/corso-freni-62-638-1-300x200.jpg" alt="corso-freni-62-638" width="300" height="200" title="I freni parte II | Impianto a tamburo, composizione e funzionamento 1093">Oggi sulle auto moderne non si usano più impianti di freni a tamburo sulle quattro ruote, di solito nelle vetture di fascia bassa del mercato si usano tamburi solo per l&#8217;assale posteriore. Visto la diffusione del freno a disco che spiegheremo nella prossima trattazione si pensa che la scelta sia dovuta alla maggiore forza frenante, ma non è così. I freni a tamburo possono raggiungere a parità di superfice frenante, livelli di decelerazione molto più alta rispetto a quella raggiungibile da un classico impianto a disco. In certi casi la forza frenante pura,  sempre a parità di superfici frenanti può anche essere tre o quattro volte quella di un freno a disco. In più altro punto a favore dei freni a tamburo è che quando le ganasce vengono a smettere la loro forza frenante nei primi istanti del disinnesco non hanno più nessun contatto con il tamburo mentre invece le pastiglie dei freni a disco rimangono leggermente premute sul disco, per effetto del fatto che le pinze dei freni lavorano con un azione di pressione sui pistoncini senza molle di richiamo ma solo per effetto della cessata pressione, quindi  minimo  rimane sulle pastiglie che rimangono premute sul disco per qualche secondo dopo che si è smessa l&#8217;azione frenante.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-64931" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/corso-freni-64-638-300x199.jpg" alt="corso-freni-64-638" width="300" height="199" title="I freni parte II | Impianto a tamburo, composizione e funzionamento 1094" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/corso-freni-64-638-300x199.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2017/01/corso-freni-64-638.jpg 622w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Il motivo per cui nelle competizioni prima e nella produzione di serie dopo non si usano impianti a tamburo è dovuto al fenomeno del fading. I freni a tamburo per effetto della loro enorme forza frenante producono un calore eccessivo che non viene dissipato facilmente. Nonostante l&#8217;utilizzo di alette esterne il raffreddamento del tamburo e delle sue componenti non è mai ottimale, con la conseguenza che si avrebbe la maggiore forza frenante per minor tempo soprattutto su tratti di strada dove l&#8217;utilizzo è intenso e non da tempo all&#8217;impianto di riposare. Negli anni in cui questo sistema era in voga ed era in uso nella maggior parte delle vetture, i conducenti venivano abituati fin dalle prime armi alla guida ad usare anche le marce usando il freno motore per aiutare a non surriscaldare i tamburi. In sostanza il pregio della facilità di smaltimento del calore di un freno a disco supera di gran lunga i vantaggi in termini di forza frenante pura offerta dai freni a tamburo. Ad oggi ci sono sistemi a tamburo evoluti che usano anche le leghe leggere ma sono poco usati per costi eccessivi. In ogni caso il freno a tamburo è lungi dall&#8217;essere messo in soffitta, infatti nella stragrande maggioranza delle vetture piccole e compatte sono ancora largamente usati per l&#8217;asse posteriore, quello che deve sovrintendere ad una minore forza frenante per effetto del peso maggiore che grava sull&#8217;avantreno, consentendo anche di smaltire più facilmente il calore per evitare il fading.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>
<a href="https://www.giornalemotori.com/2017/01/05/freni-tamburo/corso-freni-63-638/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/corso-freni-63-638-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="corso freni 63 638" title="I freni parte II | Impianto a tamburo, composizione e funzionamento 1095"></a>
<a href="https://www.giornalemotori.com/2017/01/05/freni-tamburo/corso-freni-67-638/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/corso-freni-67-638-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="corso freni 67 638" title="I freni parte II | Impianto a tamburo, composizione e funzionamento 1096"></a>
<a href="https://www.giornalemotori.com/2017/01/05/freni-tamburo/corso-freni-71-638/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/corso-freni-71-638-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="corso freni 71 638" title="I freni parte II | Impianto a tamburo, composizione e funzionamento 1097"></a>
<a href="https://www.giornalemotori.com/2017/01/05/freni-tamburo/freno_post_cj/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/Freno_post_cj-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="Freno post cj" title="I freni parte II | Impianto a tamburo, composizione e funzionamento 1098"></a>
<a href="https://www.giornalemotori.com/2017/01/05/freni-tamburo/freno-a-tamburo/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/freno-a-tamburo-150x150.gif" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="freno a tamburo" title="I freni parte II | Impianto a tamburo, composizione e funzionamento 1099"></a>
<a href="https://www.giornalemotori.com/2017/01/05/freni-tamburo/renault-capture-iconic-particolare-dei-freni-tamburo-posteriori/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2017/01/renault-capture-iconic-particolare-dei-freni-tamburo-posteriori-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="renault capture iconic particolare dei freni tamburo posteriori" title="I freni parte II | Impianto a tamburo, composizione e funzionamento 1100"></a>
</p>
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		<title>I freni parte I, principi di funzionamento e composizione dell&#8217;impianto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Dec 2016 07:06:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti gli appassionati di motori, la prima cosa che fanno quando vanno a vedere le caratteristiche di un'auto o una moto, sono le prestazioni, l'accelerazione, la velocità.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2016/12/30/impianto-frenante/">I freni parte I, principi di funzionamento e composizione dell&#8217;impianto</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" width="460" height="312" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/12/460x312_whatitis_brakes.jpg" alt="460x312_whatitis_brakes" class="wp-image-64846" title="I freni parte I, principi di funzionamento e composizione dell&#039;impianto 1101" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/12/460x312_whatitis_brakes.jpg 460w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/12/460x312_whatitis_brakes-300x203.jpg 300w" sizes="(max-width: 460px) 100vw, 460px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Tutti gli appassionati di motori, la prima cosa che fanno quando vanno a vedere le caratteristiche di un&#8217;auto o una moto, sono le prestazioni, l&#8217;accelerazione, la velocità. In pochi pensano a quanto impiega un veicolo per fermarsi una volta raggiunta una data velocità. L&#8217;impianto frenante resta una delle componenti fondamentali per ogni veicolo, per la sicurezza di tutti gli occupanti. Sia in campo auto che moto, per frenare un veicolo viene trasformata l&#8217;energia che questo ha accumulato prendendo velocità, in attrito e colore mediante l&#8217;azione dei freni rallentando di fatto il mezzo. Spesso nelle nostre anteprime dei gran premi mostriamo la potenza frenante con i dati forniti da Brembo, che in talune condizioni per frenare una vettura da F1 impiegano anche 3000cv, mentre per accelerare a 300Km/h da fermo necessitano meno di 1000cv. Questa differenza indica l&#8217;importanza che hanno i freni, più di quanto possa essere percepibile dall&#8217;appassionato o dall&#8217;automobilista che usa la sua vettura quotidianamente.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" width="450" height="218" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/12/cilindro_maestro_2_pompa_it-data.gif" alt="cilindro_maestro_2_pompa_it-data" class="wp-image-64847" title="I freni parte I, principi di funzionamento e composizione dell&#039;impianto 1102"></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;L&#8217;impianto frenante può essere classificato in meccanico, usato agli albori dell&#8217;automobile, idraulico ancora oggi in uso,&nbsp;aerodinamico che fa uso si appendici alari, usato dalle più recenti supercar ed ipercar, ed ancora elettrico &nbsp;sempre più in voga per effetto della diffusione delle vetture ibride ed elettriche, infine&nbsp;pneumatici in uso su veicoli di una certa stazza come autobus e autocarri. Partendo dalla descrizione di &nbsp;un circuito idraulico in questo sistema viene messo in pressione un liquido incomprimibile attraverso una pompa mediante l&#8217;azione del pilota sul comando a pedale. Oggi ci sono sistemi Wire Less in uso anche in F1 che usano il pedale come un interruttore o potenziometro non collegato meccanicamente al sistema. &nbsp;L&#8217;impianto frenante classico è composto da un serbatoio per l&#8217;olio, una pompa di comando, tubazioni composte da elementi rigidi collegati attraverso elementi flessibili e raccordi a &nbsp;tamburi con ganasce, oppure dischi con pinze e pattini per l&#8217;azione frenante vera e propria. Inoltre ci sono sistemi di controllo come correttori e regolatori di frenata, e di controllo dell&#8217;antibloccaggio delle ruote come l&#8217;ABS</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo le norme di legge vigenti da molti anni ormai gli impianti frenanti hanno due circuiti separati che comandano le ruote di un automobile. In questo modo, &nbsp;che se dovesse esserci un&#8217;avaria, &nbsp;almeno due ruote incrociate sono ancora in condizioni di poter frenare il veicolo. Ricordiamo che questo sistema non è la salvezza assoluta in caso di guasto. Un conducente difficilmente si accorge del problema in anticipo, e quando andrà ad azionale il pedale del freno, avrà solo la metà della forza frenante con un bilanciamento approssimativo. Quindi sapere di avere un impianto sdoppiato non toglie al conducente l&#8217;incombenza di avere cura meticolosa per l&#8217;efficienza del proprio impianto frenante. Ci sono anche altri sistemi di sicurezza oggi obbligatori come l&#8217;ABS, ovvero il sistema che impedisce il bloccaggio dei freni che tratteremo sia per funzionamento che per utilizzo in seguito. &nbsp;La pompa frenante mette in pressione il liquido stipato in un serbatoio di solito ben visibile e trasparente nel vano motore. Il liquido presente nel serbatoio fa parte di un circuito sigillato, di conseguenza se cala il suo livello, può dipendere solo dall&#8217;usura degli elementi frenanti che modificando la loro posizione in funzione dello stato facendo scendere il livello del liquido. Se questo scende sotto un livello minimo i casi sono due, o si è giunti al limite di usura degli elementi frenanti o c&#8217;è un problema di perdita da qualche parte nell&#8217;impianto. &nbsp;In sostanza il liquido freni non deve essere mai rabboccato, il livello torna al massimo appena si cambiano le guarnizioni frenanti, &nbsp;diversamente c&#8217;è una perdita e va individuata immediatamente.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/12/hydraulic-brakes-11-728.jpg" alt="hydraulic-brakes-11-728" class="wp-image-64849" title="I freni parte I, principi di funzionamento e composizione dell&#039;impianto 1103"></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">La pompa quindi mette in pressione il liquido che per effetto del fatto che è incomprimibile trasferisce il carico sugli elementi frenanti che faranno azione o sulle parti interne del tamburo, o esterne mordendo il disco freno. Ovviamente nei comandi meccanici, &nbsp;oggi ancora largamente diffusi, &nbsp;la pressione sul pedale determina anche quella sugli elementi frenanti. Per aumentare la forza frenante con un&nbsp; minore sforzo sul pedale da parte del conducente si usa un servofreno. Quello usato dalla maggioranza dei veicoli moderni è di tipo a depressione. Nel caso si tratti di un motore benzina o ciclo otto, il sistema utilizza la depressione fornita dal collettore di aspirazione, mentre per i motori diesel la depressione viene prodotta da una pompa di vuoto specifica. In sostanza quando il conducente aziona il pedale, il servofreno utilizzando la depressione di uno dei due sistemi sopracitati, amplifica la potenza, che può arrivare anche la doppio della forza impressa sul pedale. &nbsp;&nbsp;Il servofreno classico è formato da due camere, &nbsp;una anteriore ed una posteriore divise da una membrana elastica.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/12/Servofreno_seccionado.jpg" alt="servofreno_seccionado" class="wp-image-64850" title="I freni parte I, principi di funzionamento e composizione dell&#039;impianto 1104"></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Un tubo collega il servofreno al collettore o la pompa di vuoto, controllato da una valvola di non ritorno. Il servofreno viene collegato direttamente al pedale e su di esso viene anche montata la pompa. I più attenti monteranno allo spegnimento del motore, un netto indurimento del pedale del freno che torna ad essere direttamente collegato alla pompa senza ausilio intermedio. Ci sono sistemi che consentono di tenere un serbatoio di vuoto in modo da consentire almeno qualche frenata prima del netto indurimento del pedale del freno, che per inciso non perde ancora la sua efficacia, ma va solo azionato con maggiore veemenza per fermare il veicolo a motore spento. I più fortunati ricorderanno la forza che necessitava sulle vecchie utilitarie degli anni 50 e 60 per frenare l&#8217;auto quando non veniva usato il servofreno. Molti ricorderanno come una delle Icone delle supercar la Ferrari F40 per scelta non usava il servofreno, per la sua filosofia che la voleva vettura dura e pura sotto il controllo del pilota. Una scelta opinabile visto che il servofreno, ben tarato nella sua azione, consente di modulare più precisamente la frenata attraverso una dosaggio della forza frenante più preciso e costante.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" width="500" height="500" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/12/ctf-tubi-freno-aeronautici-_m.jpg" alt="ctf-tubi-freno-aeronautici-_m" class="wp-image-64851" title="I freni parte I, principi di funzionamento e composizione dell&#039;impianto 1105" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/12/ctf-tubi-freno-aeronautici-_m.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/12/ctf-tubi-freno-aeronautici-_m-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/12/ctf-tubi-freno-aeronautici-_m-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;impianto frenante idraulico, si basa sulla premessa che deve sfruttare l&#8217;azione di pressione su un liquido incomprimibile. Questo è formato da una olio particolare che utilizza degli additivi antischiuma con determinate caratteristiche ben definite. Per evitare fenomeni di affaticamento soprattutto per un uso intenso dell&#8217;impianto si deve evitare che si formino bolle di vapore per effetto dell&#8217;aumento della temperatura del liquido, &nbsp;quindi deve avere un elevato punto di ebollizione almeno a 260°C, inoltre deve avere una viscosità tale da funzionare bene anche alle basse temperature, e non deve avere elementi chimici al suo interno che possono danneggiare tubazioni e guarnizioni dell&#8217;impianto, infine deve aver anche capacità lubrificanti per facilitare il movimento delle guarnizioni e dei cilindretti per gli elementi frenanti veri e propri. A prescindere dal livello, &nbsp;anche se questo rimane costante nel tempo, &nbsp;per preservare le sue caratteristiche principali è sempre consigliabile una sostituzione completa del liquido almeno ogni due anni. Il liquido dei freni passa attraverso delle tubazioni. Queste sono molto complesse, formate da elementi rigidi, collegate agli elementi finali flessibili. Questi ultimi sono fondamentali soprattutto per la questione dell&#8217;affaticamento. La pressione del liquido dei freni tende ad allargare la sezione flessibile del tubo, questo porta ad una riduzione della forza frenante. La cosa diventa ancora più evidente quando l&#8217;impianto è sotto sforzo nelle condizioni di affaticamento. Questo fenomeno porta ad una riduzione della consistenza del pedale del freno, di dice che diventa spugnoso perdendo mordente, per evitare questa condizione si usano tubazioni particolari che resistono alla deformazioni per alte pressioni con il pedale del freno che rimane stabile e consistente senza perdere mordente sugli elementi finali come tamburi e dischi freno. Un controllo costante ed una sostituzione periodica delle tubazioni flessibili sono fondamentali per avere un impianto frenante nella massima efficienza, di solito le tubazioni sono gli elementi più sottovalutati erroneamente dell&#8217;impianto frenante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle prossime sezioni parleremo in modo specifico di sistemi frenanti come freni a tamburo, freni a disco e le loro evoluzioni fino alle applicazioni estreme per le competizioni ad altissimo livello.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>La dura vita del collaudatore. Piccola ode a Michele Pirro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danny Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Dec 2016 08:16:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Collaudatore]]></category>
		<category><![CDATA[ducati]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Pirro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti sappiamo bene com&#8217;è composto un team in pista: ci sono i piloti ufficiali, che sono quelle figure che ambiscono al risultato, che hanno addosso la pressione della fabbrica intera. I piloti sono assistiti a loro volta da un capotecnico, un ingegnere elettronico, il motorista, un ingegnere sospensionista e altri meccanici che devono smontare e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-64760" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/12/pirro-motogp.jpg" alt="pirro motogp" width="750" height="410" title="La dura vita del collaudatore. Piccola ode a Michele Pirro 1107" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/12/pirro-motogp.jpg 750w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/12/pirro-motogp-300x164.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/12/pirro-motogp-696x380.jpg 696w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" />Tutti sappiamo bene com&#8217;è composto un team in pista: ci sono i piloti ufficiali, che sono quelle figure che ambiscono al risultato, che hanno addosso la pressione della fabbrica intera. I piloti sono assistiti a loro volta da un capotecnico, un ingegnere elettronico, il motorista, un ingegnere sospensionista e altri meccanici che devono smontare e rimontare più volte in un week end (se va male) la stessa moto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il team a sua volta porta in pista le moto sviluppate nel Reparto Corse, dove un bel numero di tecnici e ingegneri sono davanti a un PC e a diversi banchi prova per progettare, testare, incastrare nuove componenti della moto.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra questi due elementi c&#8217;è un anello di congiunzione che è diventato sempre più importante: il Team Sviluppo. In pratica è quello che comunemente si chiama &#8220;collaudatore&#8221;. Ma cosa fa esattamente un collaudatore? Qual&#8217;è la sua prerogativa? E&#8217; importante che sia veloce? O magari solo costante?</p>
<p style="text-align: justify;">Il collaudatore in pratica è quello che deve saper fare tutto: deve essere veloce, se non come gli ufficiali, almeno andarci abbastanza vicino. Poi deve essere molto sensibile, quindi capire la moto cosa sta facendo sotto le sue mani. Deve conoscere a fondo la tecnica e deve saper comunicare con i tecnici che poi dovranno &#8220;tradurre&#8221; le sue parole in disegni e prototipi al fine di migliorare la moto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è che il collaudatore deve girare, e tanto, facendo tanti giri in una sola giornata e spesso non necessariamente alla ricerca del tempo sul giro, ma sul responso finale del comportamento dinamico del mezzo.</p>
<p style="text-align: justify;">I collaudi meccanici vengono fatti tutti in laboratorio, quindi si testano nei banchi prova i diversi componenti come motore e cambio. Gli accessori come freni e sospensioni ovviamente vengono dati in blocco dal fornitore come &#8220;elementi finiti&#8221;, quindi testati dal produttore dell&#8217;accessorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il motore e il cambio invece vengono provati per centinaia di ore, anche consecutive se parliamo di prodotto di serie, al fine di capirne il limite meccanico di durata. Oppure vengono spinti al limite per capire il carico di rottura. Il tutto per dare un range di utilizzo ai tecnici in pista e per far si che questi elementi non si rompano sul più bello.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma mentre questi test si possono fare in laboratorio, la parte dinamica va provata in pista perché per quanto i software di progettazione dinamica siano accurati, niente può dare la certezza delle scelte se non una &#8220;componente umana&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco che entra in gioco il collaudatore, che deve smazzarsi il lavoro di sgrossatura della nuova moto o dei nuovi componenti (che potrebbe essere un telaio rivisto o anche solo uno scarico o una mappatura diversa).</p>
<p style="text-align: justify;">Per farlo deve testarne i limiti non di tempo sul giro, ma limiti dinamici, quindi il povero collaudatore può ritrovarsi a fare 5 run da 12 giri tutte e cinque le volte con un assetto totalmente diverso, e spesso si fa questo lavoro andando prima in una direzione e poi nella direzione esattamente opposta.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fare un esempio molto semplificato, una volta si entra in pista con la moto tutta caricata davanti, poi con la moto caricata tutta dietro. Una volta con il pivot tutto alto, poi tutto basso; angolo di sterzo al massimo, poi al minimo, diverse opzioni di offset e così via.</p>
<p style="text-align: justify;">Io stesso mi ritrovai a fare dei collaudi per un piccolo costruttore e si passavano intere giornate in pista così, macinando anche più di cento giri al giorno dall&#8217;apertura della pista fino all&#8217;ultimo minuto utile della giornata.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche collaborando con un gommista mi ritrovai a girare con gomme sempre di profili diversi, a pressioni diverse con mescole diverse. E ogni volta bisognava descrivere nei dettagli tutto quello che la moto faceva: cosa cambiava in ingresso, in percorrenza, in uscita, come andava modulata la frenata e l&#8217;uso del gas.</p>
<p style="text-align: justify;">Non avete idea di cosa voglia dire ritrovarsi a girare sempre con una moto che, pur essendo sempre lei, in verità cambiava carattere ogni mezz&#8217;ora!</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è qui che vengo ad un collaudatore che secondo me li rappresenta al meglio: Michele Pirro. Il pilota italiano è davvero duttile, ha una capacità di adattamento che è incredibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella stagione 2015 Pirro se non ho contato male è salito su 4 moto da corsa, sempre Ducati, totalmente differenti, due SBK e due MotoGP senza contare ovviamente i vari stadi di sviluppo. In SBK aveva la moto del CIV, poi la moto laboratorio nelle wild card del Mondiale, mentre in MotoGP ha usato come wild card a volte la moto ufficiale e a volte la moto clienti.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; anche capitato che finisse un test prima su una SBK per poi scendere in pista in gara con la MotoGP, oppure viceversa. A Misano in SBK nel 2015 se non ricordo male arrivò in pista addirittura a prove libere iniziate e saltò un turno o addirittura un giorno intero di prove. Se non è capacità di adattamento questa&#8230;.</p>
<p style="text-align: justify;">Pirro è un collaudatore anomalo perché non è solo uno capace di parlare coi tecnici e tradurre le sue sensazioni in parole semplici, ma è anche uno che ha una gran manetta e va veramente forte, tanto da essere occasionalmente anche più veloce dei piloti titolari in MotoGP sul giro secco. Poi sul ritmo gara l&#8217;esperienza ovviamente ha il suo gran bel peso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il perché la Ducati si tenga stretto il suo collaudatore è presto detto: è in grado di girare a lungo in ogni condizione, sa essere veloce quando serve, è sempre a disposizione del team, interagisce molto bene anche coi piloti ufficiali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente i collaudatori ogni tanto fanno qualche exploit: ricordate Nakasuga a Valencia nel 2012? Un secondo posto in MotoGP nella gara di chiusura è una cosa da raccontare ai nipotini!</p>
<p style="text-align: justify;">E poi arriviamo a quello che è considerato forse il più lussoso dei collaudatori: Casey Stoner. Insomma, uno così, dove lo trovi?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Edit: </strong>ci siamo dimenticati un altro collaudatore storico: Marcellino Lucchi!!! Un collaudatore fenomenale, per Aprilia credo abbia collaudato qualsiasi cosa avesse un paio di ruote, le piccole cilindrate, le 250 delle quali era specialista e al Mugello faceva vedere i sorci verdi ai piloti titolari nonostante i 40 anni suonati, la Cube e tutti i prodotti sportivi Aprilia. Davvero fenomenale. Grazie ad A.J. Gabrielli che mi ha segnalato questa incredibile dimenticanza!</p>
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		<title>Toyota &#124; Continua l&#8217;evoluzione della propulsione ibrida per il costruttore giapponese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Dec 2016 07:51:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Toyota è stata la prima a credere nelle power unit di tipo ibrido per la trazione delle vetture di serie, tanto da condizionare il mercato dell'auto ed anche il motorsport con le evoluzioni ibride delle motorizzazioni sia in Formula 1 che nel WEC dove la Toyota è protagonista.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2016/12/09/toyota-2/">Toyota | Continua l&#8217;evoluzione della propulsione ibrida per il costruttore giapponese</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-64622" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/12/prius-tec-27-1-8l-2zr-fxe-engine-300x271.jpg" alt="prius-tec-27-1-8l-2zr-fxe-engine" width="300" height="271" title="Toyota | Continua l&#039;evoluzione della propulsione ibrida per il costruttore giapponese 1108">La Toyota è stata la prima a credere nelle power unit di tipo ibrido per la trazione delle vetture di serie, tanto da condizionare il mercato dell&#8217;auto ed anche il motorsport con le evoluzioni ibride delle motorizzazioni sia in Formula 1 che nel WEC dove la Toyota è protagonista. Il costruttore giapponese ha deciso di accelerare lo sviluppo della prossima generazione di power unit ibride per i propri modelli a partire da quelli che arriveranno sul mercato dal 2017, un evoluzione graduale che si evolverà nei prossimi cinque anni. La Toyota prevede di avere modelli di motorizzazioni ibride composte da 10 varianti di powertrain abbinate a quattro tipologie di trasmissione. Per Toyota e Lexus si parla di una riduzione delle emissioni inquinanti del 15% medio per i modelli venduti sui principali mercati del mondo. Il costruttore giapponese ha denominato questa nuova piattaforma tecnica con il nome di Toyota New Global Architecture (Tnga), un progetto che ha come priorità di migliorare al massimo l&#8217;efficienza delle attuali unità a benzina, abbinato ad una riduzione sostanziale del peso di tutta la vettura per migliorare l&#8217;efficienza, ogni cavallo dovrà essere tirato fuori usando meno carburante e dovrà fare meno fatica portandosi appresso il minimo di peso indispensabile. Ci sono anche affinamenti per la dinamica del veicolo come l&#8217;abbassamento del baricentro che non  disdegna di conservare un certo piacere di guida per vetture che sono nate con un occhio particolare al risparmio di carburante.  Tutti i propulsori aumenteranno la loro potenza del 10% minimo pur ottenendo comunque una riduzione dei consumi del 20% dei consumi, montati su veicoli che avranno una particolare cura per gli aspetti aerodinamici oltre che il già citato studiata riduzione di peso.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Renault &#124; EDC, il cambio automatico a doppia frizione fluido ed efficace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Dec 2016 15:31:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Renault adotta per la maggioranza dei suoi modelli presenti sul mercato un cambio automatico a doppia frizione denominato EDC (Efficient Dual Clutch), un tipo di cambio che consente rispetto alle convenzionali unità automatiche con convertitore di coppia,  di ridurre i consumi  fino al 17%, dichiarati secondo le norme di omologazione vigenti.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2016/12/01/renault-edc-doppia-frizione/">Renault | EDC, il cambio automatico a doppia frizione fluido ed efficace</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="Introduction wp-block-paragraph"><a href="https://www.giornalemotori.com/tag/renault/" data-type="post_tag" data-id="390">Renault </a>adotta per la maggioranza dei suoi modelli presenti sul mercato un cambio automatico a doppia frizione denominato EDC (Efficient Dual Clutch), un tipo di cambio che consente rispetto alle convenzionali unità automatiche con convertitore di coppia,  di ridurre i consumi  fino al 17%, dichiarati secondo le norme di omologazione vigenti. Si tratta di un cambio automatico che utilizza una  doppia frizione a secco  azionata da attuatori elettromeccanici comandate da una centralina elettronica.  Una trasmissione che consente di controllare agevolmente coppie espresse dal motore partendo da 240Nm, per un peso ridotto di 82kg comprensivo di volano bimassa, e dalle dimensioni contenute con una lunghezza di 384 mm. Questa trasmissione utilizza per il suo funzionamento 17,2 litri di olio specifico per trasmissioni automatiche.</p>



<p class="Introduction wp-block-paragraph">Nella modalità automatica&nbsp;&nbsp;i cambi di marcia cono estremamente dolci, con una centralina elettronica che gestisce la selezione del rapporto ideale. &nbsp;Il sistema a doppia frizione consente di averne una&nbsp;dedicata alle marce dispari &nbsp;quindi 1 <sup>°</sup> , 3 <sup>°</sup> e 5 <sup>°</sup>, mentre una seconda frizione controlla le marce pari &nbsp;come la 2&nbsp;, 4 &nbsp;,6 <sup>° &nbsp; </sup>e la retromarcia. &nbsp;Gli ingranaggi del cambio sono calettati su&nbsp;quattro alberi, &nbsp;due primari concentrici collegati ognuno ad una frizione &nbsp;e due alberi secondari. La selezione delle marce avviene tramite sincronizzatori,&nbsp;esattamente come avviene per un normale cambio&nbsp;manuale, anch&#8217;essi azionati da attuatori elettromeccanici controllati dalla centralina elettronica. In questo modo si ha una marcia inserita mentre viene messa già in preselezione la successiva.</p>



<p class="Introduction wp-block-paragraph">La logica di funzionamento prevede che ogni cambio marcia avvenga in prossimità del regime massimo di coppia erogata dal motore con un passaggio delle marce fluido e senza soluzione di continuità tra un rapporto e l&#8217;altro<b>.&nbsp;</b>&nbsp;Durante i cambi marcia una delle&nbsp;frizione viene chiusa trasmettendo coppia motrice alla marcia selezionata, &nbsp;mentre l&#8217;altra rimane aperta collegata alla marcia successiva. Al momento opportuno, &nbsp;la seconda frizione interviene inserendo la marcia, mentre la prima prepara &nbsp;a sua volta la marcia successiva e così via. &nbsp; L&#8217; inserimento delle 6 marce avviene con un tempo ridotto di 290 millisecondi, tempo che &nbsp;consente al cambio automatico EDC di &nbsp;fornire anche una certa reattività ai comandi adattandosi alle varie esigenze del pilota. Una velocità di cambiata paragonabile a quella che si avrebbe se il cambio avvenisse in modo manuale con la frizione a pedale. La versatilità e le prestazioni della trasmissione EDC, rende il cambio adattabile come soluzione unica anche per modelli sportivi come la versione RS della Clio con 200cv. Nel caso il driver abbia necessità il cambio può essere usato in modalità manuale con le levette dietro il volante. &nbsp;Una modalità che rimane tipica dei cambi automatici a convertitore di coppia è lo spostamento al minimo quando il conducente rilascia il pedale del freno, consentendo di gestire al meglio le manovre a bassa velocità, con un aiuto per le partenze in salita.</p>



<p class="Introduction wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>



<p class="Introduction wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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		<title>Qoros &#124; Al debutto il motore FreeValve per il suo 1.6 litri da 230cv</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Nov 2016 08:24:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa tecnologia parte dal progetto FreeValve, sviluppato da un ramo della Koenigsegg, e sarà per la prima volta vista in produzione per un nuovo costruttore la Cinese Qoros. Al  Guangzhou Auto Show è stato appunto esposto il primo esemplare di questo propulsore ed il modello che ne avrà benefici sotto il cofano.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2016/11/24/qoros-freevalve/">Qoros | Al debutto il motore FreeValve per il suo 1.6 litri da 230cv</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">In un mondo che vede sempre più obsoleta la tecnologia del motore endotermico a favore di quello elettrico, trovare chi nel campo automotive ancora crede nello sviluppo di questo propulsore è cosa quanto mai rara. Per fortuna c&#8217;è chi come i tecnici della nota casa costruttrice si ipercar la svedese Koenigsegg che hanno progettato un motore endotermico a benzina, classico a pistoni per intenderci, che funziona con una distribuzione che non fa uso dell&#8217;albero a camme. Per intenderci esisteva già il sistema Multiair Fiat dal 2009 per come doveva essere nei piano di origine nello sviluppo con Valeo poi ridimensionata conservando gli alberi a camme, ma gli svedesi della FreeValve, metteranno appunto la tecnologia QamFree per la prima volta vista in produzione per un nuovo costruttore la Cinese Qoros. Al &nbsp;Guangzhou Auto Show è stato appunto esposto il primo esemplare di questo propulsore ed il modello che ne avrà benefici sotto il cofano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore QamFree funziona con &nbsp;al posto delle camme degli attuatori pneumatici-idraulici controllati elettronicamente per il comando alzata della valvola, un risparmio in termini di rendimento meccanico considerevole e che consente di tenere sempre l&#8217;alzata delle valvole ottimale in funzione delle esigenze di utilizzo e di combustione del carburante. In sostanza si ottiene una maggiore precisione nella definizione del movimento delle valvole in base alle esigenze con miglioramento per i consumi e un considerevole aumento delle prestazioni. &nbsp;Il motore QamFree previsto per la Qoros è un 1,6 litri, quattro cilindri raggiunge la ragguardevole potenza di 230 cavalli e 320 Nm di coppia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tecnologia FreeValve riesce ad ottenere il 47 % in più di potenza e il 45 % di coppia in più rispetto ad un 1.6 litri con il classico albero a camme, con un miglioramento dell&#8217;affidabilità nell&#8217;uso comune del 15%. Il motore&nbsp;QamFree risulta anche più economico dal punto di vista della produzione, ovviamente più leggero e compatto di un motore analogo. Questo motore grazie all&#8217;alzata delle valvole ottenuta con un comando indipendente, può fare a meno anche di elementi come il classico corpo farfallato, sfruttando al meglio l&#8217; iniezione diretta.&nbsp;Questa soluzione tecnica sarà appannaggio anche delle future motorizzazioni che equipaggeranno le prossime ipercar Koenigsegg, ma la FreeValve è disponibile a concedere la licenza o la tecnologia anche ad altri brand per recuperare i costi di investimento. Abbiamo già parlato delle somiglianze del sistema svedese con il&nbsp;Multiair di Fiat, per come doveva essere. &nbsp;Lo sviluppo da parte dei tecnici FreeValve di una tecnologia senza albero a camme dimostra che anche i tecnici italiani avevano visto giusto nel credere in questa soluzione, andava solo perseguita con maggiore convinzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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		<title>Valencia: i segreti di Lorenzo spiegati nel debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danny Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Nov 2016 16:56:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gara spettacolare senza alcun dubbio, questa di Valencia. Tante battaglie, tanti sorpassi e grande divertimento nonostante il campionato non avesse più nulla da raccontare. Ma a noi qui interessano gli aspetti tecnici, quindi procediamo senz’altro. Due cenni sulla pista, liscia e con grip medio in senso assoluto. Non inganni la scelta della soft al posteriore, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-64377" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/11/2016-11-17_103151.png" alt="2016-11-17_103151" width="1130" height="710" title="Valencia: i segreti di Lorenzo spiegati nel debriefing 1110" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-17_103151.png 1130w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-17_103151-1024x643.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-17_103151-768x483.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-17_103151-300x188.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-17_103151-696x437.png 696w" sizes="(max-width: 1130px) 100vw, 1130px" />Gara spettacolare senza alcun dubbio, questa di Valencia. Tante battaglie, tanti sorpassi e grande divertimento nonostante il campionato non avesse più nulla da raccontare. Ma a noi qui interessano gli aspetti tecnici, quindi procediamo senz’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Due cenni sulla pista, liscia e con grip medio in senso assoluto. Non inganni la scelta della soft al posteriore, le gomme cambiano denominazione in funzione della pista e della scelta del gommista: in questo caso era siglata soft una gomma non eccessivamente morbida, per capirci. E difatti è stata la scelta giusta perfino sulle Honda e sulle vecchie Ducati, forse fin troppo dura per le 4 in linea.</p>
<p style="text-align: justify;">A soffrirne è l’accelerazione difficoltosa nei brevi rettilinei per le Yamaha e le Suzuki, ma questo non ha fatto altro che aggiungere pepe al duello tra un Rossi che si infilava ovunque in staccata sulle curve e un Iannone che cambiava traiettoria e angolava la curva per poter anticipare il gas e prevalere nei duecento metri di dritto successivi. Le curve di Valencia non sono facili da raccordare per nessuno tranne che per Lorenzo. Diciamolo, questa è la sua pista.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo qui il maiorchino ha tanta confidenza da affrontare la curva 13 in pieno drift meglio di chiunque altro, Marquez compreso, ed è cosa piuttosto inusuale sia per il suo repertorio che per le caratteristiche della sua M1. Ma ne parleremo più avanti. Resta indiscutibile che tra il grip non elevato e la capacità di raccordare le traiettorie, il confronto tra le diverse scuole costruttive sarebbe in pareggio se non fosse per quel T4 di Lorenzo. Naturalmente proprio lui, in funzione dei suoi assetti, avrebbe sofferto di una motricità carente nelle accelerazioni e quindi nei duelli, così sceglie di partire davanti e di non farsi rallentare nelle curve da nessun avversario. Formidabile e chirurgico, nulla da eccepire.</p>
<p style="text-align: justify;">Marquez stavolta prende bene le misure e finisce la gara al traguardo invece che in qualche via di fuga. Un’ennesima caduta sarebbe disdicevole, e lui lo sa: impossibile però riprendere il padrone di casa. Sfrutta al meglio la motricità della sua Honda e passa gli avversari rubando la traiettoria e accelerando in anticipo a moto dritta, senza arrischiare le percorrenze impossibili delle ultime gare.</p>
<p style="text-align: justify;">Bel confronto Rossi-Iannone, centraggi non troppo distanti e stili aggressivi. La differenza di accelerazione risiedeva nelle diverse traiettorie e probabilmente nella differenza di rapportatura intermedia, a lume di naso con la M1 un filo più lunga sulla terza. Ma magari sbaglio, è un’impressione personale. Una cosa però mi sento di affermare con sufficiente ragionevolezza: la gomma anteriore ha tenuto bene alle staccate e agli inserimenti di Rossi, quindi mi sembra azzardato ipotizzare un degrado precoce per chiunque altro. Bisognerebbe aver sbagliato la pressione, ecco.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Suzuki, infine, scontano una trazione anche un po’ inferiore a quella delle Yamaha, e pure questo era previsto. Resta da spiegare come mai la M1 con la motricità inferiore sia quella vincitrice, e riprendiamo l’argomento Lorenzo. Normalmente velocissimo in percorrenza, solo per questa pista ci aggiunge anche parecchio gas durante la piega.</p>
<p style="text-align: justify;">Dato per scontato che, perdendo meno velocità alla corda, è anche il pilota che dovrà riaccelerare meno, stavolta non si accontenta e lascia scappare il retrotreno in perfetto controllo pur continuando sulle traiettorie a lui consuete. Ora, di solito Lorenzo ha il sacro terrore di lasciare che la moto perda aderenza sulle ruote, non foss’altro perché ogni volta lo ha pagato caro in termini di clavicole.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui a Valencia non sembra avere il minimo timore, verrebbe da dire che guida ad occhi chiusi su una pista che conosce a memoria. Sicuramente la pressione della sua posteriore sarà stata un decimo inferiore a quella del suo compagno, in modo da scaldarla anche con minore trasferimento, ma la cosa sorprendente è la padronanza con cui approfitta di una particolare caratteristica insita nell’assetto basso: il forcellone meno inclinato rende il drift più prevedibile e meno scorbutico proprio per il ridotto extracarico da reazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli basta non perdere velocità e comandare la deriva col gas, in modo lineare. E questo ci porta a una più ampia riflessione: Lorenzo non si sente sicuro nel sovrasterzo di potenza in generale oppure è solo una questione di abitudine? Mi spiego meglio: lui viene dalla 250 ed è passato subito alla M1, una moto che certo non ti insegna a driftare.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ha mai dovuto farlo, e probabilmente da lì nasce la sua scarsa dimestichezza con tale manovra. Ma qui sulla sua pista ci gira fin da bambino, e sa perfettamente qual è il limite e il modo corretto di percorrere quel T4. Insomma, questione di fiducia. La M1 gli ha sempre fatto pagare un caro prezzo, ma qui comanda lui e può guidare “a memoria”, facendo funzionare gli automatismi di una vita vissuta su questo tracciato. E dunque, lo sa fare. Questione di fiducia, e la Ducati in questo senso è sicuramente più adatta della Yamaha. Attenzione a Lorenzo, il prossimo anno potremmo avere sorprese.</p>
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		<title>MotoGP: il debriefing della gara di Sepang</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Nov 2016 16:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Allora. Mi sono visto tutta la gara. Mica solo una volta, eh? Due volte, tre, poi quattro. L’ultima è stata ieri. Nulla da fare, non ho trovato alcuno spunto di riflessione particolare: tutto è andato come previsto, senza sorprese. Pista modificata, curva in contropendenza, asfalto modificato, eccetera eccetera. Lasciamo stare la questione della contropendenza realizzata [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-64126" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/11/2016-11-01_102532.png" alt="2016-11-01_102532" width="1174" height="687" title="MotoGP: il debriefing della gara di Sepang 1114" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-01_102532.png 1174w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-01_102532-1024x599.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-01_102532-768x449.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-01_102532-300x176.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-01_102532-696x407.png 696w" sizes="(max-width: 1174px) 100vw, 1174px" />Allora. Mi sono visto tutta la gara. Mica solo una volta, eh? Due volte, tre, poi quattro. L’ultima è stata ieri. Nulla da fare, non ho trovato alcuno spunto di riflessione particolare: tutto è andato come previsto, senza sorprese. Pista modificata, curva in contropendenza, asfalto modificato, eccetera eccetera. Lasciamo stare la questione della contropendenza realizzata “per ridurre la velocità”: una MotoGP dai 40 ai 60 orari ci mette un metro o due, e il guadagno si limita a simulare un rettilineo più corto di due metri. Capirai.</p>
<p style="text-align: justify;">Conta assai di più il tipo di asfalto, con una riduzione del grip in condizioni asciutte del 5% e la conseguente limitazione di potenza trasferita. Che poi, se devo dirla tutta, per evitare il ruscello in pista basta una pendenza verso l’interno che prosegua anche oltre il cordolo, con l’acqua che scorre tra i dossi radiali in cemento. Ma andiamo avanti. E’ stata una gara molto prevedibile, dicevo. Così prevedibile che ho scritto il nome del vincitore la sera prima. Visto che è andato tutto normalmente, la cosa più interessante che posso fare è cercare di spiegare qualche elemento di valutazione, giusto per non essere accusato di stregoneria e di finire bruciato vivo su una pira.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-64131" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/11/2016-11-13_150349.png" alt="2016-11-13_150349" width="922" height="423" title="MotoGP: il debriefing della gara di Sepang 1115" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-13_150349.png 922w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-13_150349-768x352.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-13_150349-300x138.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-13_150349-696x319.png 696w" sizes="(max-width: 922px) 100vw, 922px" />Per una botta di culo, che ogni tanto ci vuole, il sito ufficiale ha pubblicato le traiettorie di alcuni piloti nella curva incriminata. Lasciando da parte le corbellerie assolutamente arbitrarie che ho visto fiorire un po’ in tutti i siti, quelle traiettorie ci offrono lo spunto per confermare qualche ragionamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Marquez punta presto l’interno, frena con traiettoria più rettilinea (provate voi a bloccare la posteriore e vedrete che la traiettoria non la stabilite voi ma è il risultato del controsterzo necessario a non cadere), salvo dover rallentare quasi fino a fermarsi per girare la moto e ripartire. Non riesce a fare percorrenza e prende la corda in due punti diversi, tipico di un baricentro ancora basso.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-64132" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/11/2016-11-13_150649.png" alt="2016-11-13_150649" width="957" height="387" title="MotoGP: il debriefing della gara di Sepang 1116" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-13_150649.png 957w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-13_150649-768x311.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-13_150649-300x121.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/11/2016-11-13_150649-696x281.png 696w" sizes="(max-width: 957px) 100vw, 957px" />Traiettoria da manuale per le M1, e meglio ancora per la Ducati di Dovizioso, a dimostrazione che il centraggio non è troppo differente. E questo rappresenta un vantaggio formidabile sul bagnato quando si fa percorrenza. Vediamo il perché.</p>
<p style="text-align: justify;">Sappiamo che in condizioni di bagnato le moto con maggiore trazione sono generalmente favorite. Si curva lenti e si riparte. Ma se le curve sono lunghe? Ecco, nelle curve lunghe le moto con centraggio arretrato sono obbligate a prendere più volte la corda, con una traiettoria spezzata poco efficace. E si finisce per perdere davvero molto tempo. Sull’asciutto, al contrario, i piloti più aggressivi possono chiudere la curva in drift e stare su traiettorie più continue.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema del bagnato è che una volta persa l’aderenza il velo d’acqua tra gomma e asfalto si comporta come un perfetto lubrificante, azzerando o quasi quella spinta verso avanti che comunque una gomma in drift sull’asciutto riesce a fornire sulle moto con maggiore trazione. Per ritrovare l’aderenza occorre quindi ridurre la velocità in modo molto marcato, tanto che si finisce per perdere davvero troppo tempo. In altre parole: il vantaggio delle moto a maggiore trazione aul bagnato deriva dalla loro minore propensione a perdere aderenza, posto il fatto che una volta persa si ritrovano nella cacca quasi come le concorrenti. Purtroppo nelle curve molto lunghe sono costrette a spezzare la traiettoria tante di quelle volte che il vantaggio si annulla, e questo è successo proprio a Sepang.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questa ragione, il sabato di gara, alla domanda su chi avrebbe vinto ho risposto Marquez su asciutto e Dovizioso sul bagnato. A maggior ragione per via della curva lunga e in contropendenza, cosa che dal punto di vista dinamico la rende ancora più lenta e quindi, vista da sopra la sella, di lunghezza infinita.</p>
<p style="text-align: justify;">A tutto questo si aggiunge un ulteriore dettaglio: la pista che va asciugandosi riporta via via le condizioni a quelle di un grip più simile all’asciutto, con tutti i limiti delle moto a centraggio basso sulle curve lunghe: il rischio è la perdita dell’anteriore in fase di fine piega o in fase di accelerazione in conseguenza dell’assetto scelto. Mi aspettavo la caduta di Marquez, ero più possibilista circa Crutchlow – pensavo rallentasse prima di stirarsi – e, con tutto il rispetto per Iannone, ero convinto che la razionalità di Dovizioso prevalesse su tutti. E così è stato, nonostante da più parti in molti abbiano congiurato per tirarlo giù prima del traguardo.</p>
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<blockquote class="fb-xfbml-parse-ignore" cite="https://www.facebook.com/clara.gracias.3/videos/1753778161538658/"><p>Pubblicato da <a href="https://www.facebook.com/clara.gracias.3" target="_blank" rel="noopener">Clara Gracias</a> su <a href="https://www.facebook.com/clara.gracias.3/videos/1753778161538658/" target="_blank" rel="noopener">Domenica 6 novembre 2016</a></p></blockquote>
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		<title>MotoGP: il Debriefing di Phillip Island</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Oct 2016 07:30:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-63787" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/10/2016-10-24_152343.png" alt="2016-10-24_152343" width="1181" height="680" title="MotoGP: il Debriefing di Phillip Island 1119" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-10-24_152343.png 1181w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-10-24_152343-1024x590.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-10-24_152343-768x442.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-10-24_152343-300x173.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-10-24_152343-696x401.png 696w" sizes="(max-width: 1181px) 100vw, 1181px" />Inutile girarci attorno, la Honda legittima l’aspirazione al titolo costruttori con una dimostrazione di forza che non ammette repliche. L’unica Casa capace di sbagliare una moto, accorgersene in ritardo, riprogettare il layout senza toccare il motore e, caduto il suo pilota di punta, portare alla vittoria un team privato. Senza contare l’ottimo risultato di un pilota rispolverato e rimesso in fretta e furia sulla sella di una moto di classe GP. Veniamo alla gara australiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Phillip Island è un tracciato molto particolare che, caso più unico che raro, si presta ad essere affrontato in modi molto diversi: altre piste hanno alcuni tratti favorevoli alle M1 e alcuni alle Honda, ma il bello del circuito australiano è che consente due diverse interpretazioni dei medesimi tratti. E così, se le quattro in linea possono esprimere elevate percorrenze nei lunghi curvoni, è altrettanto vero che nelle mani adatte una Honda o una vecchia Ducati entrano negli stessi curvoni un po’ più adagio ma immediatamente li trasformano in un’anticipazione di rettilineo, accelerando senza rischiare highside e lasciando che l’avantreno si limiti a correggere la traiettoria disegnata dal retrotreno che allarga in progressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel dubbio, Marquez decide di fare entrambe le cose. Esce in accelerazione – a dire il vero assai meno di quanto ci si aspetterebbe – ma soprattutto pretende di entrare forte e di sfidare in inserimento e percorrenza le migliori concorrenti. Per soprammercato decide di farlo con una gomma hard all’avantreno, e basta una frenata fin dentro la curva per superare il limite e finire a terra con lo sterzo chiuso. Stesso errore di un paio di stagioni fa, probabilmente la larghezza della pista e dei suoi curvoni lo portano ad esagerare e a guidare più con l’istinto che con la disciplina e con la ragione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-63635" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/10/2016-10-23_100315.png" alt="2016-10-23_100315" width="557" height="329" title="MotoGP: il Debriefing di Phillip Island 1120" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-10-23_100315.png 557w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-10-23_100315-300x177.png 300w" sizes="(max-width: 557px) 100vw, 557px" />Anche Crutchlow sceglie le stesse gomme, ma si ricorda di essere un pilota di scuola inglese e di aver passato qualche tempo in sella alla Ducati: entra senza forzare, chiede all’anteriore il meno possibile e sfrutta la trazione della sua Honda. Vede la caduta di Marquez e gli viene qualche dubbio sulla sua gomma, ma dopo qualche giro torna a fidarsi della sua guida cercando di essere ancora più delicato sull’avantreno. Vince meritatamente, e al parco chiuso potrebbe perfino rivendersi la sua gomma anteriore, all’apparenza intonsa.</p>
<p style="text-align: justify;">Gomma hard anche per le due Suzuki, ma anche contando su un avantreno più carico rispetto alle Honda la sostanza non cambia: il rischio viene dall’avantreno, e Aleix Espargaro paga dazio forzando la staccata. A sua scusante c’è da dire che le Yamaha e le Suzuki non possono interpretare diversamente la pista australiana, devono entrare forte e percorrere veloci senza alternative, ma ad aggravare la responsabilità osservo che nessuno impediva loro di utilizzare la gomma media.</p>
<p style="text-align: justify;">Gomma morbida per Dovizioso, efficace fino a cinque giri dalla fine, quando il degrado si fa sentire obbligandolo a remare sui manubri durante le percorrenze alla ricerca di un po’ di aderenza. Esattamente come per Rossi, il quale tra una pagaiata e l’altra becca anche un lungo, alleggerendo la pinzata per evitare la caduta e rinunciando all’inseguimento finale. Ha sbagliato gomma pure lui? Ni. Partiva merdesimo, non poteva rischiare di lasciar fuggire la testa della corsa. Dieci sorpassi nel primo giro, ecco il suo obiettivo; e bisogna dire che è stato puro spettacolo, passava ovunque e in ogni curva. Certo, la gomma ha ceduto prima del traguardo, ma ha guadagnato un podio difficile su una pista dove anche i migliori sbagliano facilmente. Ed è comunque rimasto davanti a Vinales, un pilota che quanto a percorrenza e a inserimento non soffre di complessi rispetto a nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Curioso il granchio preso da una testata sportiva, la quale trascrive un’intervista dove Rossi avrebbe incolpato un eccessivo spinning posteriore assolvendo nel contempo la gomma anteriore. Di più, dichiarandola “la scelta giusta”. Ora, a parte che gli ultimi giri di gara mostrano la classica pagaia sui manubri – e quello è un chiarissimo indizio, difficile da equivocare &#8211; , e a parte anche la mia personale difficoltà a capire l’inglese degli australiani, ho sentito con le mie orecchie l’intervista in inglese rilasciata da Rossi nel retro del podio, dove i piloti vengono pesati a fine gara. Sì, era in inglese, ma ha dichiarato senza mezzi termini che il calo della ruota anteriore ormai degradata gli ha suggerito di desistere dall’inseguimento di un Crutchlow al quale non ha mancato di fare i complimenti. Coi se e coi ma non si vincono le gare, ma resto ragionevolmente convinto che Rossi partendo qualche fila più avanti avrebbe scelto proprio la media. Ma è un’opinione personale, sia chiaro.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi, a dirla tutta, sono tuttora perplesso e non riesco a trovare la ragione per cui tanti piloti abbiano preferito la hard o la soft, senza vie di mezzo. La hard è rimasta nuova per tutti, la soft ha sofferto il degrado un po’ su tutti. Magari non c’è stato il tempo di provare diverse soluzioni, dev’essere andata così. Vai a capire. Forse sulla sola moto di Lorenzo avrei giustificato la scelta più soft: e siccome ce l’aveva per davvero, la sua prestazione è un filo imbarazzante. Non ci ha neppure provato, chissà cosa gli passa in testa: nelle prove Michelin di inizio anno, qui a Phillip Island, aveva fatto il miglior tempo.</p>
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		<title>Debriefing: il festival delle cadute di Motegi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Oct 2016 16:32:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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		<category><![CDATA[Motegi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Festival delle cadute a Motegi, pista piuttosto liscia con grip non elevato, frenate importanti con moto dritta e lunghe sezioni da far scorrere a gas parzializzato. In condizioni asciutte in realtà tutte le case se la giocano alla pari o quasi, nessuna ha quel plus che le consente di prevalere sulle altre. Di conseguenza i [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-63543" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/10/2016-10-19_080128.png" alt="2016-10-19_080128" width="1178" height="704" title="Debriefing: il festival delle cadute di Motegi 1124" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-10-19_080128.png 1178w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-10-19_080128-1024x612.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-10-19_080128-768x459.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-10-19_080128-300x179.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-10-19_080128-696x416.png 696w" sizes="(max-width: 1178px) 100vw, 1178px" />Festival delle cadute a Motegi, pista piuttosto liscia con grip non elevato, frenate importanti con moto dritta e lunghe sezioni da far scorrere a gas parzializzato. In condizioni asciutte in realtà tutte le case se la giocano alla pari o quasi, nessuna ha quel plus che le consente di prevalere sulle altre. Di conseguenza i piloti son costretti a forzare e a metterci del loro per spuntarla. Vantaggio tattico per Marquez, l’unico a poter spremere fino in fondo senza compromettere il titolo mondiale grazie a un vantaggio di classifica molto consistente; al contrario, vietato sbagliare per gli altri. Che infatti sbagliano.</p>
<p style="text-align: justify;">Rossi è il primo. Entra in curva con una traiettoria un po’ forzata, frutto anche della curva precedente presa alla garibaldina, e si ritrova a scoprire il limite laterale delle gomme. La moto gli parte pulita, non riscontriamo un prematuro cedimento di una gomma rispetto all’altra a testimonianza di un setting corretto, tuttavia la tecnologia attuale non consente di superare i 2g di accelerazione trasversale e bisogna farsene una ragione. A sua giustificazione occorre dire che in ottica iridata non si poteva fare altro che tentare di arginare un Marquez in fuga, magari sperando in un suo errore.</p>
<p style="text-align: justify;">Lorenzo lo segue con la stessa dinamica: la sua moto si adagia comodamente sulla carena nel momento in cui le gomme ne hanno abbastanza, praticamente nello stesso istante. Personalmente mi convince poco la teoria della scelta sbagliata, e non perché non abbia un suo fondamento: proprio Lorenzo in passato qui a Motegi riuscì a vincere con una mescola più morbida degli avversari, e probabilmente questo fatto ha convinto il pilota di aver sbagliato scelta. Posto che la giustificazione da lui addotta “alla fine ho scelto la media perché faceva caldo” meriterebbe maggiori approfondimenti (cosa era più calda? La pista? L’aria? Son cose diverse, molto diverse) e probabilmente la mescola soft era davvero la più adatta sulla sua moto, nella caduta non ho rilevato una perdita secca dell’anteriore col retrotreno saldamente aggrappato a terra.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-63481" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/10/lore.png" alt="lore" width="1381" height="794" title="Debriefing: il festival delle cadute di Motegi 1125" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/lore.png 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/lore-1024x589.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/lore-768x441.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/lore-300x172.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/lore-696x400.png 696w" sizes="(max-width: 1381px) 100vw, 1381px" />Dalla telecamera onboard si sente distintamente che il gas era ancora chiuso, ma la ruota posteriore ha ceduto dolcemente, proprio come succede quando supera il suo limite di tenuta. Una gomma soft sull’avantreno non avrebbe alzato il limite del retrotreno e non avrebbe evitato la caduta; anzi, con molta probabilità avrebbe provocato un highside, con l’anteriore soft ancora in presa sull’asfalto e la posteriore senza la sufficiente tenuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Crutchlow invece sbaglia gomma. Forse pensando che la hard gli portasse fortuna a prescindere dalle condizioni, fa una scelta incomprensibile ma almeno capisce che non è la giornata per forzare, rimediando comunque un quinto posto.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovizioso, a parte i limiti di un setting discutibile che però riguarda un po’ tutto il suo team, non sbaglia nella guida. E ora che ci penso, non ricordo neppure l’ultima volta che ha sbagliato sulla guida. No, il Dovi non sbaglia. Si ritrova a remare un po’ con lo sterzo, segno di una gomma non proprio adatta e probabilmente mai entrata davvero in temperatura, in buon accordo con la sua abitudine a settaggi con bassi trasferimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le due Suzuki alla fine raccolgono il risultato degli errori altrui: nessuno le obbliga a forzare, non ci sono esigenze di classifica che lo impongano e filano via al proprio meglio con l’obiettivo di arrivare a qualunque costo. E arrivano bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Marquez? Perfetto, c’è poco da aggiungere. Finalmente rinsavito, sul nuovo telaio non ha neppure bisogno di compiere miracoli. L’ultima versione della RCV accelera bene, è abbastanza agile, il sottosterzo è sufficientemente contenuto e il giovanissimo spagnolo la fa derapare quanto basta a non chiedere troppo al suo avantreno. Vittoria meritata sia per il pilota che per la Honda, alla quale non è parso vero di centrare il titolo proprio in Giappone.<img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-63478" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/10/maq.jpg" alt="maq" width="800" height="450" title="Debriefing: il festival delle cadute di Motegi 1126" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/maq.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/maq-768x432.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/maq-300x169.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/maq-696x392.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Per il resto, che dire? Una gara tecnicamente noiosa, nessuno spunto degno di nota. Anzi, uno ci sarebbe: per una volta non abbiamo parlato della Michelin. Finalmente.</p>
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		<title>Debriefing Aragon: la lunga strada per capire le Michelin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Oct 2016 15:38:25 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-63190" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/10/2016-09-26_100506.png" alt="2016-09-26_100506" width="1153" height="658" title="Debriefing Aragon: la lunga strada per capire le Michelin 1130" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-09-26_100506.png 1153w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-09-26_100506-1024x584.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-09-26_100506-768x438.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-09-26_100506-300x171.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-09-26_100506-696x397.png 696w" sizes="(max-width: 1153px) 100vw, 1153px" />Gomme ancora protagoniste ad Aragon, e fin qui tutti sembrano d’accordo. Crediamo di esser stati tra i primi a denunciare i limiti della <strong>Michelin</strong> nel corso dell’intero campionato, anche se in tanti paiono non aver compreso il vero punto debole. Certo, le carcasse: ma loro sono anche diretta conseguenza delle mescole, ed è su questo dettaglio che la casa francese dimostra di essere molto indietro rispetto alle sue concorrenti. Ora che tutti hanno scritto la loro bella analisi e si sono già sbilanciati è arrivato il momento di scrivere la nostra. Tenetevi forte, state per assistere a un’analisi nel modo in cui andrebbe svolta.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo dico subito così ci leviamo il pensiero: <strong>la gomma di Pedrosa non era fallata</strong>. Non aveva nulla che non andasse. E la Michelin ha tanti difetti ma la tecnologia per produrre pneumatici tutti uguali ce l’ha. Le gomme non sono costruite a mano ma da impianti con cicli rigorosi e super controllati, e per fare le mescole non c’è un alchimista che rimesta i diversi componenti in un pentolone. Non sta lì il problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Il guaio delle gomme Michelin risiede in un range molto ristretto, così ristretto che bastano pochi gradi di temperatura di aria o di asfalto per uscire dal campo di stabilità del pneumatico per una mera questione di bilancio energetico. Pochi gradi che con le Bridgestone, autostabili per progettazione, non avevano la minima rilevanza. Ed è così che molti team sono convinti che il diverso comportamento di due gomme identiche sia dovuto a una qualità costruttiva poco standardizzata. Non scherziamo: ad essere cambiate sono le condizioni solo in apparenza sovrapponibili in cui hanno lavorato. Con le Bridgestone parevano uguali, con le Michelin no.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-63072" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/09/2016-09-26_172643.png" alt="2016-09-26_172643" width="818" height="593" title="Debriefing Aragon: la lunga strada per capire le Michelin 1131" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-26_172643.png 818w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-26_172643-768x557.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-26_172643-300x217.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-26_172643-696x505.png 696w" sizes="(max-width: 818px) 100vw, 818px" />Veniamo a questa famosa gomma. Presenta diversi blister e una fascia molto rovinata, si vede chiaramente. Sappiamo che i blister sono l’anticamera del dechappaggio e derivano da una carcassa che scalda più di quanto riesca a smaltire, finchè il calore accumulato a livello di cintura squaglia la colla del battistrada e lo fa volare via in pezzi interi nei punti di maggiore sollecitazione, quando la forza frenante fa letteralmente scivolare la carcassa al di sopra della porzioncina di battistrada aggrappata al terreno: quella porzioncina si strappa tutt’attorno e vola via lasciando la carcassa bella pulita a vista.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è quello che vediamo anche stavolta. Quindi la carcassa ha scaldato troppo. Non è una novità, quest’anno abbiamo assistito in diverse circostanze a eventi simili, sia con gomme rain che con gomme slick. Il dechappaggio nasce quindi da una deformazione troppo elevata e da un cattivo smaltimento del calore, la maggior parte delle volte a causa di una pressione troppo bassa nel tentativo di portare in temperatura una mescola che non vuol saperne. La mescola resta fredda, noi leviamo ancora un decimo, la carcassa si deforma e squaglia la colla prima che la mescola sia calda. E questo già dovrebbe far capire dove sta il vero problema Michelin. Quello che a noi interessa, tuttavia, è capire che la carcassa ha scaldato troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora concentriamoci sulla fascia rovinata: questo problema riguarda la mescola vera e propria, non la carcassa della quale abbiamo già detto. Qui la mescola si è indubbiamente rovinata. La domanda è: chi l’ha rovinata? E questo ci porta a un’analisi sistematica del battistrada: in quanti modi si può rovinare un battistrada? I principali sono quattro: usura, strappo, deriva e degrado. Partiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ usura? Come si presenta una gomma usurata? Posto che una gomma in condizioni ideali ha una mescola sufficientemente calda da diventare pastosa e arricciarsi come un tappeto quando lo spingiamo, formando creste caratteristiche in direzione ortogonale alla forza applicata, la gomma usurata si presenta con creste assenti o quasi (per avere creste occorre che ci sia ancora gomma da arricciare) e con una superficie uniformemente ruvida come un muro intonacato a cemento senza rasante. Vedete questo nella gomma di Pedrosa? Io no.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ strappo? La gomma si strappa quando la mescola si aggrappa bene al terreno pur non avendo ancora raggiunto la temperatura in cui diventa pastosa. In questo caso, se la coesione delle molecole è sufficiente la gomma si presenta liscia come fosse nuova, ma può capitare che le forze orizzontali superino la coesione della mescola e la “spezzino”, un po’ come una gomma per cancellare passata con troppa forza sul tavolo: se esageriamo, si spezza. La gomma strappata si presenta squamosa (ogni volta che si spezza, il pezzo che teniamo in mano “casca” a contatto del tavolo e la superficie di contatto si grattugia) con una fitta ragnatela di fratture più o meno profonde che si sviluppano in direzione ortogonale alla forza. Vedete nulla di tutto ciò? Io no.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ deriva? La gomma che va in deriva si presenta in una vasta gamma di aspetti di cui qui descriveremo gli estremi, posto che dall’uno all’altro si passa senza soluzione di continuità. Col fondo liscio e con mescola fredda la gomma non mostra segni particolari, pare intonsa, ma al crescere della rugosità dell’asfalto la superficie diventa via via squamosa ma senza le fratture della gomma strappata. Man mano che la mescola diventa calda e pastosa, la deriva spezza le creste normalmente presenti a gomma calda e l’aspetto diventa una ragnatela di creste più o meno regolarmente spezzate ma sempre orientate secondo la classica disposizione ortogonale alla forza applicata. La vedete? No? Nemmeno io.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-63189" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/10/2016-09-25_144908.png" alt="2016-09-25_144908" width="706" height="330" title="Debriefing Aragon: la lunga strada per capire le Michelin 1132" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-09-25_144908.png 706w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-09-25_144908-300x140.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/10/2016-09-25_144908-696x325.png 696w" sizes="(max-width: 706px) 100vw, 706px" />E’ degrado? Ma soprattutto, che cavolo è questo degrado di cui si parla tanto? Il degrado avviene quando la mescola supera la sua temperatura ideale e col passare dei chilometri perde la sua frazione più oleosa. Questo fatto capita normalmente anche in una gomma al limite del suo range in modo progressivo, e i piloti lo avvertono durante la gara. Il guaio capita quando la mescola supera di parecchio la sua temperatura, e la parte oleosa va via completamente e rapidamente. La mescola perde totalmente le sue caratteristiche, perde la sua coesione, il materiale diventa granuloso e poco malleabile e il battistrada comincia a lanciare in pista i granuli che non stanno più attaccati tra loro. L’aspetto del battistrada risulta irregolarmente corroso, come se ci aveste buttato sopra acido muriatico. Che ne dite? Ci somiglia, vero?</p>
<p style="text-align: justify;">Orbene: se in passato il blistering e il dechappaggio era dovuto a una gomma sgonfiata nel tentativo di scaldare una mescola recalcitrante, qui abbiamo una carcassa troppo calda e una mescola che ha scaldato troppo. Il difetto non sta nella gomma ma nella scelta della mescola e/o nella pressione troppo bassa. Non abbiamo avuto il cedimento della colla in anticipo sulla tenuta della mescola, stavolta sono andate oltre il limite entrambe e assieme. L’errore l’ha fatto il team, e stavolta la Michelin non ha nessuna colpa tranne quella di un range davvero stretto che obbliga tutti i team ad altrettanta precisione nel rilevamento delle condizioni di lavoro delle gomme. L’impressione è che con la Bridgestone si sia persa l’abitudine, tanto non cambiava nulla, e ora ci si debba attrezzare alle nuove esigenze mettendo a punto un metodo di lavoro organico e sistematico.</p>
<p style="text-align: justify;">Come argomento finale parliamo della Honda e della sua elettronica ritrovata. E diciamo subito che quando si vogliono confondere le acque basta dare colpe e meriti all’elettronica, questa roba supersegreta e incomprensibile che, novello deus ex machina, compie miracoli inspiegabili tipo aggiungere maneggevolezza o migliorare le accelerazioni. Ora, che io sappia non esiste ancora l’elettronica che con un tasto sul manubrio ti dimezza la massa della moto nelle inversioni, o magari ti consente di avere percorrenze più veloci grazie a chissà quali effetti centripeti. L’elettronica taglia e basta. Più o meno a seconda delle circostanze, ma non aggiunge nulla. E soprattutto obbedisce alla Fisica come tutto il resto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel sorpasso ai danni di Rossi vediamo la Honda di Marquez che finalmente torna a galleggiare di avantreno per decine di metri. Cosa significa? Significa antiwheeling finalmente un po’ più aperto. Questo presuppone un centraggio più avanzato e più alto con maggiore agilità e percorrenza senza pagare l’eccesso di sottosterzo che affliggeva la Honda di qualche gara fa. Il primo è stato Crutchlow (e da allora non ha smesso di andare bene), la gara successiva si è aggiunto Pedrosa e stavolta anche Marquez. Bel telaio. Ci voleva tanto?</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Debriefing Misano: alla fine vince il più furbo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Sep 2016 15:42:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Ma vince Pedrosa, vero?”. Ecco, che ci crediate o meno questa domanda mi è stata fatta da più parti poco prima della partenza di Misano. D’altra parte non ricordo di aver mai suggerito una gomma che non fosse la soft sulla pista romagnola, e un motivo ci sarà. Il motivo è che la pista di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-62791" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/09/2016-09-13_084213.png" alt="2016-09-13_084213" width="1167" height="665" title="Debriefing Misano: alla fine vince il più furbo 1136" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-13_084213.png 1167w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-13_084213-1024x584.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-13_084213-768x438.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-13_084213-300x171.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-13_084213-696x397.png 696w" sizes="(max-width: 1167px) 100vw, 1167px" />“Ma vince Pedrosa, vero?”. Ecco, che ci crediate o meno questa domanda mi è stata fatta da più parti poco prima della partenza di Misano. D’altra parte non ricordo di aver mai suggerito una gomma che non fosse la soft sulla pista romagnola, e un motivo ci sarà.</p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo è che la pista di Misano ha un asfalto piuttosto levigato: tolti i giorni in cui è sporco di sabbia e salsedine, l’asfalto è comunque sensibile alla temperatura e il grip in assoluto non è elevato. A mio personale parere una mescola media va bene con l’asfalto pulito, fresco e ben gommato, ma sicuramente i tecnici Michelin avevano informazioni che io non conosco e avranno certamente fatto la scelta migliore. Non ho nessun problema ad ammettere la mia ignoranza, ci mancherebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">Devo sommessamente aggiungere che quelle gomme con tutta evidenza erano ignoranti quanto me, e non hanno dato retta alle pur eccellenti ragioni che senz’altro i tecnici possedevano. Mettiamo insieme tutte queste considerazioni e applichiamole a un tracciato stretto, non particolarmente veloce, con diverse percorrenze a bassa velocità e con molti punti da raccordare. Cosa salta fuori? Che ad essere favorite sono le solite 4 in linea, agili nelle inversioni e con trasferimenti importanti. Purchè vengano gommate correttamente, si capisce.</p>
<p style="text-align: justify;">Vince Pedrosa, unico con la gomma anteriore soft. Ci sarebbe anche Pirro, il quale – probabilmente avvantaggiato dal suo ruolo di collaudatore ufficiale – conosce Misano meglio delle sue tasche e fa di testa sua senza consultarsi coi gommisti. Il capitolo Ducati però lo tratteremo alla fine perché è un caso speciale che merita un approfondimento specifico: per ora analizziamo la situazione più generale.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-62793" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/09/2016-09-16_174052.png" alt="2016-09-16_174052" width="959" height="548" title="Debriefing Misano: alla fine vince il più furbo 1137" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-16_174052.png 959w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-16_174052-768x439.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-16_174052-300x171.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-16_174052-696x398.png 696w" sizes="(max-width: 959px) 100vw, 959px" />Dicevamo di Pedrosa: sceglie la soft e vince in modo imbarazzante con una rimonta autoritaria. Qualche osservazione: da qualche gara pare trovarsi più a suo agio, e il comportamento dinamico della sua moto lascia trasparire una diversa ciclistica tra le due Honda ufficiali per quanto riguarda il centraggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un mistero che il telaio di Marquez e quello di Pedrosa fossero differenti, ma da qualche gara tali differenze sono diventate più evidenti, con un certo beneficio anche per Crutchlow il quale, tra le due linee evolutive, preferisce sicuramente quella dello spagnolo più anziano ed esperto. Pur essendo a detta di tutti in un periodo di forma strepitoso, il pilota inglese stavolta prende paga da Pedrosa. L’unico con la soft anteriore, appunto.</p>
<p style="text-align: justify;">La stragrande maggioranza degli altri piloti sceglie la media, e la classifica vede primeggiare le due M1, rigorosamente ordinate – guardaumpo’ che cosa bizzarra &#8211; secondo il trasferimento dei carichi. Ci aspetteremmo le due Suzuki, ma sbagliano gomma e scelgono la hard, lasciando il passo a un Marquez che con la sua guida di posteriore risente meno dell’errore e limita il danno rimediando la quarta posizione.</p>
<p style="text-align: justify;">E veniamo alla gomma soft e alla strategia corretta per utilizzarla. Ne avevamo parlato la volta scorsa, qui cercherò di spiegarlo coi numeri. La gomma soft ha un vantaggio di circa un secondo rispetto alla mescola media, ma paga la maggiore prestazione assoluta con una maggiore deformazione della carcassa, quindi una temperatura più elevata e infine un degrado precoce. In queste condizioni riesce a fare metà gara, poi il degrado la rende più lenta di oltre un secondo rispetto alla mescola media.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne consegue che il vantaggio guadagnato nei primi giri non è sufficiente a finire la gara in testa, e nei giri finali verrà raggiunta senza neppure potersi difendere dal ritorno delle gomme medie. Probabilmente per questa ragione molti tecnici ne sconsigliano l’utilizzo, immaginando che non ci si possa finire la gara. Poi esiste un altro modo di utilizzarla: si fa la prima metà gara con lo stesso passo delle medie, senza sfruttare quel “secondo in più” e quindi senza deformare in modo eccessivo la carcassa.</p>
<p style="text-align: justify;">La mescola resta fresca quanto quella media e non degrada in modo significativo. Da metà gara in poi, con gomma ancora perfetta, si sfrutta la maggiore prestazione fino al traguardo senza percorrere un solo metro con gomma degradata e lenta. Il vantaggio sul traguardo sta tra i cinque e i dieci secondi rispetto alla gomma media, e questo è ciò che alla fine conta davvero: il tempo totale assoluto della gara è migliore, basta capire ciò che va fatto. A Silverstone lo ha fatto Iannone, a Misano lo ha fatto Pedrosa. Si chiama strategia di gestione delle gomme, e in Formula 1 viene studiata attentamente giro per giro. Mentre qui il tecnico gommista ti dice “non dureranno, il degrado le fa rallentare troppo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Al netto delle scelte di gomme e rimettendo i valori al loro posto, a spiccare è la posizione delle Ducati, potenzialmente in grado di fare meglio. A questo proposito sono illuminanti le parole di Pirro, tra l’altro collaudatore ufficiale: <em>“<strong>I problemi, in realtà, sono noti: nei tornanti fatichiamo a mantenere una elevata velocità di percorrenza e da centro curva in avanti, in accelerazione, la moto diventa sottosterzante</strong><strong>.</strong> Inoltre, quando la temperatura è alta e il grip si riduce la differenza con gli altri aumenta e qui è accaduto questo&#8221;</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-62792" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/09/2016-09-16_173947.png" alt="2016-09-16_173947" width="800" height="513" title="Debriefing Misano: alla fine vince il più furbo 1138" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-16_173947.png 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-16_173947-768x492.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-16_173947-300x192.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-16_173947-696x446.png 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" />Questi sono i sintomi di una moto non neutra come comportamento e alla quale si cerca di rimediare con una non neutralità di sterzo di segno opposto. Ma le due cose sono profondamente diverse e non sono sovrapponibili, e ogni tentativo di mascherare uno squilibrio in un settore con l’introduzione di un simmetrico squilibrio in un altro è un semplice palliativo di cui il pilota fa le spese con un affaticamento eccessivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Di più, l’apparente riequilibrio ottenuto in questo modo rende ancora più difficile individuare il vero problema, che ad una prima impressione appare meno evidente proprio perché mascherato. Per questa strada è facile perdere la bussola, occorre fare qualche passo indietro e riesaminare con calma tutta la dinamica della moto, magari alla luce di un modello più rigoroso.</p>
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		<title>Debriefing Silverstone: i guai di Lorenzo e delle Ducati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Sep 2016 11:31:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[analisi tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
		<category><![CDATA[Silverstone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per una volta ero contento di non dover parlare di gomme, che alla fine posso sembrare paranoico. Ero lì belbello che mi apprestavo a scrivere il mio debriefing e intanto giravo sulle testate, sui forum e sui commenti per tastare il polso e rendermi conto dei dubbi e delle domande del pubblico. E cosa scopro? [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-62528" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/09/2016-09-06_095025.png" alt="2016-09-06_095025" width="1223" height="704" title="Debriefing Silverstone: i guai di Lorenzo e delle Ducati 1141" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-06_095025.png 1223w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-06_095025-1024x589.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-06_095025-768x442.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-06_095025-300x173.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/09/2016-09-06_095025-696x401.png 696w" sizes="(max-width: 1223px) 100vw, 1223px" />Per una volta ero contento di non dover parlare di gomme, che alla fine posso sembrare paranoico. Ero lì belbello che mi apprestavo a scrivere il mio debriefing e intanto giravo sulle testate, sui forum e sui commenti per tastare il polso e rendermi conto dei dubbi e delle domande del pubblico. E cosa scopro? Che dappertutto si parla di gomme, di scelta guista e di scelta sbagliata, ci voleva la dura, sta zitto tu che le Ducati andavan forte con la morbida, sì ma poi Iannone è caduto e pure il Dovi arrancava, però Vinales c’aveva il gommino. E va bene, mi ci tirano per i capelli e mi tocca. Peggio per voi.</p>
<p style="text-align: justify">Come funziona una gomma. La gomma col terreno ha un determinato grip, in funzione della mescola, del tipo di asfalto e del carico verticale applicato. Noi possiamo applicare una forza non superiore a questo grip, oltre la quale la gomma scivola e il grip si riduce. Questa forza è applicata &#8211; tramite la corona e il cerchione per la posteriore e tramite i dischi e il cerchione per l’anteriore &#8211; ai talloni della carcassa.</p>
<p style="text-align: justify">Il battistrada si trova a una certa distanza dai talloni, dai quali è separato dai fianchi della carcassa. Sulla ruota posteriore i talloni tentano di girare solidali al cerchio  mentre il battistrada a contatto con l’asfalto vorrebbe stare fermo, e simmetricamente sull’anteriore i talloni vorrebbero frenare mentre il battistrada avanza alla velocità della moto. Il risultato è analogo: i fianchi della gomma sono sottoposti a una deformazione ciclica che produce un sacco di calore scaldando la mescola. Più questa deformazione è elevata, più l’intera gomma sale di temperatura.</p>
<p style="text-align: justify">E’ evidente che a parità di condizioni una mescola più morbida ha un maggiore grip, e dunque sarà possibile scaricare una potenza maggiore prima dello slittamento: di conseguenza, una mescola morbida porta a maggiori deformazioni della carcassa, a temperature più elevate e al degrado della mescola (o al dechappaggio, ma lasciamo stare i casi limite). Ma attenzione: il degrado deriva dalla capacità di scaricare maggiori potenze.</p>
<p style="text-align: justify">Possiamo scaricare, supponiamo, 120 cavalli in media contro 110 della mescola dura, ma non siamo mica obbligati a farlo. Se scarichiamo la medesima potenza della gomma dura, la deformazione della carcassa e il calore generato saranno identici; e se le temperature di lavoro delle mescole sono simili, anche le due mescole non avranno differenze drammatiche di degrado. Sulla destra del manubrio esiste una manopola che ci consente di dosare la potenza e decidere se e come sfruttare le caratteristiche delle nostre gomme.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-17341" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/09/radialeparteuno1.jpg" alt="radialeparteuno" width="420" height="280" title="Debriefing Silverstone: i guai di Lorenzo e delle Ducati 1142" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/09/radialeparteuno1.jpg 420w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/09/radialeparteuno1-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 420px) 100vw, 420px" />Ed è quello che ha fatto Iannone, mantenendo per metà gara lo stesso ritmo di chi aveva la mescola dura per poi sfruttare le sue gomme nelle fasi finali. Poteva andare più forte nei primi giri? Sicuramente sì, ma non ha voluto farlo per scelta. Sapeva di non poter sfruttare la mescola morbida secondo le massime prestazioni possibili per non trovarsela degradata a metà gara. In definitiva, la mescola ha influito poco sulle prestazioni globali in quanto la carcassa imponeva a tutti la medesima potenza media nell’arco della gara. La scelta della mescola, a questo punto, dipende strettamente da due fattori: il carico verticale, dipendente dalla distribuzione dei pesi e dal trasferimento dei carichi, e la pressione della gomma in quanto essa permette di “aggiustare” la deformazione dei fianchi della carcassa.</p>
<p style="text-align: justify">Le moto con l’avantreno più carico e con elevati trasferimenti hanno giustamente utilizzato una mescola più dura sull’anteriore, ma questo non significa che la morbida fosse sbagliata in assoluto: bastava semplicemente non sfruttarla a fondo o comunque gestirla con attenzione, e lo stesso discorso vale sulla posteriore. Chiarito tutto questo, passiamo ai fatti.</p>
<p style="text-align: justify">Cominciamo dal vincitore Vinales, un pilota che per moltissimi versi ho già accostato in passato a Rossi per il tipo di guida. E già che ci siamo, estendiamo il ragionamento anche a Rossi. Assetto alto, elevati trasferimenti e avantreno carico: le forze verticali sull’anteriore sono le più elevate della MotoGP, il grip era ampiamente sufficiente con qualunque mescola. Con quella morbida occorre solo evitare di sottoporre la carcassa a deformazioni troppo elevate – il grip lo consentirebbe, ed è facile farsi tentare e spremerla cercando di prendere il largo dal via – che dimezzerebbero la vita della gomma stessa.</p>
<p style="text-align: justify">Con la mescola dura questo rischio non c’è, ma neppure una prestazione superiore. Per la gomma posteriore, abbiamo un retrotreno più leggero sia sulla Yamaha che sulla Suzuki, ma a metterci la pezza ci pensa un assetto più aggressivo, con trasferimenti maggiori e con una differente reazione del link posteriore sotto trazione. Non fatemi entrare adesso nei dettagli circa la scelta delle molle e dei freni idraulici che insieme alla posizione del pivot concorrono a stabilire la quota di extracarico verticale durante la fase di accelerazione: non tanto perché li abbiamo già spiegati altrove quanto perché sono costretto a tenere questo articolo entro una lunghezza decente.</p>
<p style="text-align: justify">Sta di fatto che il grip posteriore era sufficiente, la potenza applicabile era quella prevista e la carcassa deformava a sufficienza per andare in temperatura senza superarla. Superfluo aggiungere che in mancanza di elevati trasferimenti e di opportune reazioni del link posteriore la M1 resta una moto piuttosto leggera al retrotreno, e in questo caso è d’uopo utilizzare una mescola morbida per arrivare alle deformazioni previste. Lorenzo invece sceglie una posteriore hard, prendendo un granchio colossale; il carico è basso, la deformazione è insufficiente, la mescola non scalda, e arriva la genialata: abbassiamo la pressione e facciamola deformare, così scalderà e potrò scaricare cavalli. E invece il cerchio comincia a girare dentro la gomma, dimostrando che l’aggiustamento non può eccedere i limiti del buonsenso.</p>
<p style="text-align: justify">Parliamo delle Honda. Il nuovo telaio pare rivisto proprio nel centraggio ma i piloti ufficiali non sembrano gradirlo. Se per Marquez era prevedibile, visto e considerato che arretrare il centraggio era stata una sua scelta, probabilmente per Pedrosa si è trattato di un rinvio in attesa di nuove mappature elettroniche compatibili con la nuova dinamica. Crutchlow invece ringrazia e, forte di un carico anteriore già un po’ superiore in partenza, ne approfitta per alzare la sua moto e – unico tra le Honda di prima fascia – riesce a far lavorare l’anteriore hard. Ripeto, questo non gli assicura nessun particolare vantaggio, a meno che i piloti con la soft non si facciano prendere dall’entusiasmo e gestiscano male la prima parte di gara. Per quanto riguarda la posteriore, l’unica Honda con la soft non ha sofferto alcun degrado a riprova sia della particolare delicatezza del suo pilota che della difficoltà del vecchio telaio di scaricare potenza senza sottosterzare. La taratura chiusa dell’elettronica, utilizzata per evitare alleggerimenti pericolosi in uscita di curva, impedisce alla carcassa posteriore quell’eccesso di deformazione che il carico statico consentirebbe in presenza di grip elevati.</p>
<p style="text-align: justify">Prima di parlare della Ducati è necessario parlare del tracciato. Silverstone è una pista con rettilinei veloci, ma la maggiore caratterizzazione riguarda due aspetti: il fondo con molte buche che impone precisione di traiettoria e le esse veloci – il serpentone, per capirci – con tante inversioni di piega in velocità e, per finire in bellezza, qualche curva bella lunga in percorrenza verso destra. Pur essendo un tracciato veloce, l’agilità fa premio sulle altre qualità delle moto.</p>
<p style="text-align: justify">Yamaha e Suzuki con l’assetto corretto sono le più adatte, le Honda col vecchio telaio sono quelle in maggiore difficoltà e le Ducati 2016 stanno nel mezzo. Delle gomme ne abbiam già parlato, la mescola morbida se ben gestita – ovvero, se utilizzata con intelligenza e con lo stesso ritmo della hard nella prima parte di gara – non crea alcun tipo di problema. Se Dovizioso, acciaccato dalla caduta rimediata in qualifica, non era nella sua forma fisica migliore, per la caduta di Iannone il ragionamento è un po’ più articolato.</p>
<p style="text-align: justify">Particolare rivelatore è stata una dichiarazione di entrambi i piloti a fine gara: le braccia erano doloranti, soprattutto il braccio destro. La maggioranza dei commentatori si è limitata a commentare che la Ducati resta una moto faticosa e ad attribuire la caduta a pochi giri dalla fine come una conseguenza di una gomma sbagliata. “Ci voleva la gomma dura”, hanno sentenziato in tanti. Così tanti che vi è toccato sorbirvi tutta la pappardella sulle gomme anche quest’oggi.</p>
<p style="text-align: justify">Perdonate ma non potevo stare zitto: la gomma soft non c’entra per nulla. Entrambi i piloti erano consapevoli che non avrebbero dovuto sfruttarla a inizio gara e l’hanno ben gestita, lo hanno perfino dichiarato apertamente.</p>
<p style="text-align: justify">Entrambi i piloti hanno dichiarato di essere davvero distrutti fisicamente, con Dovizioso che non se la sente di forzare e Iannone che invece ci prova. Col risultato di essere poco preciso, spesso in ritardo sulle manovre, fino all’errore di traiettoria che lo ha portato su una delle famose buche in pieno inserimento. Quando si è stanchi può succedere. Più interessante però è capire il perché.</p>
<p style="text-align: justify">Cosa significa <strong>“la Ducati è una moto fisica”</strong>? Perché proprio oggi? Cosa è successo? Un tecnico esperto, a fine gara, riceve un sacco di informazioni e di impressioni da parte dei piloti, e il suo compito è quello di individuare in mezzo a un fiume di parole quelle che “incastrano” con i dati rilevati e che forniscono il pezzo mancante al quadro della situazione. Quelle cioè che permettono di individuare rapporti di causa-effetto oggettivi e allineati al modello fisico-matematico che descrive la dinamica di una motocicletta. E appena ho sentito “braccia distrutte, soprattutto il destro” ho drizzato le orecchie, non foss’altro in quanto mi sarà capitato di sentire le stesse parole almeno altre cento volte. Più d’uno, proprio qui tra i frequentatori di GM, sa bene che ho già affrontato il problema e ne conosce cause e soluzioni.</p>
<p style="text-align: justify">Le braccia fanno male quando lo sterzo non è neutro e il pilota fatica per spingere il manubrio interno durante le esse continue e durante le lunghe percorrenze. Sulle prime la moto sembra molto reattiva, e in prova può succedere di avere un buon feedback, ma dopo diversi giri il pilota non ce la fa più. Si stanca senza capire il perché, e a lungo andare compaiono i sintomi della famosa sindrome compartimentale: sbagliare traiettoria e finire sulle buche in quelle condizioni è la conclusione più probabile. Ma la causa resta un errore di ingenuità sul setting della moto, alla quale si è data poca avancorsa/incidenza.</p>
<p style="text-align: justify">Ovviamente non è un errore facile da individuare, e anzi nella maggior parte dei casi sembra una soluzione corretta: il pilota avverte una maggiore rapidità nell’inserimento e nelle veloci inversioni di piega, come se la moto avesse una minore inerzia. E in fondo il problema sta tutto qui: con un centraggio non lontano dalle 4 in linea, la Ducati sconta un minore accentramento delle masse e una conseguente maggior inerzia proprio nelle esse velocissime, e nei pochi giri di ogni stint il pilota si basa sulla sua prima impressione a muscoli freschi. Non si rende conto che, per faticare meno nel “tirare” la moto dentro alle esse, sta sovracorreggendo lo sterzo portandolo lontano dalla neutralità.</p>
<p style="text-align: justify">Succede a molti motociclisti con le moto “sportive” sulle strade più tortuose: i primi dieci minuti la moto sembra un fulmine, poi ci vogliono due braccia da gladiatore per tenere il manubrio. E se i tornanti sono lunghi, la passeggiata si trasforma in un calvario in cui al danno della fatica si aggiunge la beffa di essere ripresi e passati in tromba dal primo motardista che capita. La Ducati è un’ottima moto, e come tutte le altre ha i suoi punti di forza e le sue debolezze: nel drift è sicuramente meno scorbutica della Yamaha, ma per la stessa ragione non può avere la stessa prontezza. Inutile inventare trucchi, la botte piena e la moglie ubriaca non sono compatibili.</p>
<p>Date un&#8217;occhata a <a href="https://www.giornalemotori.com/2014/08/06/ruota-anteriore-giroscopio-e-avancorsa-terza-parte/"><span style="text-decoration: underline"><span style="color: #000080;text-decoration: underline"><strong>Questo Articolo</strong></span></span></a> per capire di cosa parliamo e di come lo sterzo reagisce quando la moto viene inclinata.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2016/09/08/debriefing-silverstone-guai-lorenzo-e-ducati/">Debriefing Silverstone: i guai di Lorenzo e delle Ducati</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<title>Best Engine &#124; Motori ad induzione 48v, il futuro della trazione elettrica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2016 10:32:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L'altra strada è quella di usare i motori a 48V che hanno  necessità di isolamento molto più limitate, sono più contenuti nelle dimensioni, quindi più autovetture.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Una cosa è certa, il futuro dell&#8217;auto non sarà a combustione interna. La tecnologia endotermica ha raggiunto forse i limiti di sviluppo al punto di costringere i produttori a trovare altre strade più economiche per rispettare i severi limiti che le normative antinquinamento impongono anno dopo anno. La tecnologia più immediata ed a buon mercato è quella della propulsione elettrica. A riguardo i tecnici stanno seguendo due tipi di strade. Una che porta a sviluppare&nbsp;unità motrici ad alta tensione, sulla convinzione in questo modo si possa abbassare le perdite all&#8217;interno degli avvolgimenti, una teoria che però non trova riscontro pratico. L&#8217;unico vantaggio che realmente hanno tensioni superiori è la possibilità di avere un filo più con ridotta trasversale, cosa vantaggiosa nel caso si parli di avvolgimenti particolarmente complessi. Un vantaggio che deve fare i conti con i costi per l&#8217; isolamento del sistema per restare nel massimo della sicurezza e una maggiore complessità intrinseca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;altra strada è quella di usare i motori a 48V che hanno&nbsp; necessità di isolamento molto più limitate, sono più contenuti nelle dimensioni, quindi più autovetture. &nbsp;Il problema sta nel dover raggiungere la stessa potenza delle unità ad alta tensione. &nbsp;Recenti sviluppi hanno portato alla concezione di un motore basato su una macchina ad induzione, che in inglese porta il nome di &nbsp;Intelligent Store Cage Drive, o ISCAD, grazie ad uno studio della Feaam, un&#8217;azienda tedesca all&#8217;avanguardia in queste tecnologie per l&#8217;autotrazione, e l&#8217;università di Monaco di Baviera.&nbsp;Il motore ha un classico statore situato in una gabbia di &nbsp;alluminio aperto ad uno dei due lati. Questo sistema consente di avere correnti non elevate, con un ottimo raffreddamento delle parti. La novità tecnica sta nel fatto che lo statore è collegato a delle barre ognuna delle quali produce una fase distinta di corrente, una soluzione che consente di superare il limite dei motori a tre fasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I vantaggi pratici sono, &nbsp;il miglioramento della coppia in maniera massiccia, il controllo del numero delle fasi permette di avere una corrente molto più omogenea e sfruttabile potendo contare su un numero variabile di fasi fino a 60-fasi come si vede nelle figure a lato dove si nota l&#8217;andamento molto più lineare delle curve di funzionamento dei due tipi di motori, oltre che ad una maggiore affidabilità. In un motore trifase, se una o due delle fasi si interrompe il motore si ferma, in un 60-fasi il motore può ancora andare bene con un piccolo calo di potenza anche con molteplici rotture di fasi, anzi questa soluzione potrebbe essere sfruttata per un utilizzo della coppia in funzione del fabbisogno necessario per un risparmio maggiore di energia, un sistema molto simile a quello che oggi si trova nei motori endotermici, con il cylinder on demand.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo tipo di motori che possono raggiungere potenza di 160Kw, ovvero 220cv circa, conservano un&#8217;efficienza del 97% costante, rispetto al rendimento del 94% di picco dei motori trifase classici. Questa nuova tecnologia per motori a 48v necessitava anche di una sistema di conversione specifico rispetto ai classici sistemi con&nbsp;transistor bipolari. Questo tipo di motore usa un sistema di controllo e conversione chiamato&nbsp;MOSFET che permette una relazione lineare tra la corrente e la&nbsp;tensione, migliorando l&#8217;efficienza soprattutto a carico parziale. Infine, la compattezza e la facilità di realizzazione, rendono perfettamente funzionale per l&#8217;utilizzo in campo automobilistico soprattutto di telaio già esistenti.&nbsp;I motori a 48 V necessitano anche di una diversa tecnologia per quello che riguarda le batterie. La batteria specifica ha un minore volume per effetto di una sistema di raffreddamento più piccolo. Vien da se che una batteria più piccola e anche più efficiente consentendo un migliore utilizzo degli spazi della vettura con risparmio di peso. La disposizione in celle delle batterie &nbsp;parallele &nbsp;piuttosto che in serie, consente anche di poter aumentare la durata delle stesse. Nuove batterie possono consentono anche di usare nuovi sistemi di ricarica più rapidi ed efficienti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato finale a parità di potenza è di un risparmio netto rispetto alla tecnologia che oggi viene usata al alta tensione per esempio nelle &nbsp;Tesla e del&nbsp; 25% &nbsp;del&nbsp;consumo di energia corrispondente per ogni 100 km &nbsp;percorsi. (https://www.giornalemotori.com/2016/02/14/engine-tesla-model-s/ ) Oggi questo tipo di motori sono allo studio nei centri ricerche dei più importanti marchi del mondo. Più volte nei nostri articoli, abbiamo parlato di modelli ibridi che usano motori a 48v. Questa tipologia di propulsione &nbsp;è allo studio di case come Continental e Michelin che che inglobano sistemi nelle ruote già trattati in un articolo dedicato, (https://www.giornalemotori.com/2014/07/29/motore-elettrico-per-auto-allinterno-delle-ruote/ ), oppure possono essere inglobati nel sistema di sospensioni già esistenti come ha dimostrato la stessa Audi nei recenti modelli Ibridi che riescono a sfruttare il movimento generato dagli ammortizzatori per generare corrente elettrica per le batterie.&nbsp;Ma la forza di questa nuova tecnologia elettrica, è che consente di sfruttare tecnologie per telaio e sospensioni già esistenti con piccoli adattamenti come dimostrano progetti in corso di Zf che tratteremo nello specifico , ma &nbsp;sono anche allo studio moduli per propulsioni ibride con motori a 48v applicabili a vetture già in listino, da parte di Schaeffler, consentendo l&#8217;adeguamento del parco auto esistente o immediatamente futuro con un dispendio economico delle case produttrici relativamente contenuti.</p>


<div class="wp-block-image wp-image-62176 size-medium">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/08/zf-s-new-modular-rear-axle-has-steering-and-electric-drive-options_3.jpg" alt="zf-s-new-modular-rear-axle-has-steering-and-electric-drive-options_3" class="wp-image-62176" title="Best Engine | Motori ad induzione 48v, il futuro della trazione elettrica 1143"><figcaption class="wp-element-caption">Sistema ZF adattabile a schemi sospensioni esistenti</figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Infine questa tecnologia può essere usato nei veicoli a trazione integrale per limitare la presenza di organi di trasmissione ingombranti il cui rendimento nuoce ai consumi in modo anche considerevole. In sostanza il futuro dell&#8217;elettrico è tracciato e passa per la tecnologia dei motori a 48v. Esistono moduli con motori a 48v talmente versatili di Bosch adattabili al telaio di una bicicletta per la pedalata assistita con batteria. Quindi tutto oro quello che luccica? In effetti il problema più grosso sta proprio nella crescente domanda. Molti costruttori non sono attrezzati per produrre questo tipo di motori essendo prevalentemente aziende di tipo meccanico. Un esempio su tutti è la Delphy. Il colosso americano di componentistica per automotive, sta tentando di trovare un accordo vantaggioso &nbsp;con un produttore esterno per dotare i suoi moduli con motori elettrici 48v. Il problema è che anche altri produttori stanno tentando la stessa strada con un evidente difficoltà nelle forniture. In ogni caso la strada è stata tracciata, per arrivare a veicoli ZEV, si deve passare per la tecnologia di motori a 48v.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Debriefing Brno: il bilancio energetico di un pneumatico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2016 08:19:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho perso il conto delle gare in cui le gomme hanno deciso il risultato, il che conferisce maggior validità a una mia annosa considerazione secondo la quale la moto è quel complicato accessorio che ci permette di far lavorare al meglio le gomme. Chi mi conosce all’opera sa bene che il mio personale modello di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-62162" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/08/2016-08-22_083357.png" alt="2016-08-22_083357" width="1154" height="659" title="Debriefing Brno: il bilancio energetico di un pneumatico 1148" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/2016-08-22_083357.png 1154w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/2016-08-22_083357-1024x585.png 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/2016-08-22_083357-768x439.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/2016-08-22_083357-300x171.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/2016-08-22_083357-696x397.png 696w" sizes="(max-width: 1154px) 100vw, 1154px" />Ho perso il conto delle gare in cui le gomme hanno deciso il risultato, il che conferisce maggior validità a una mia annosa considerazione secondo la quale la moto è quel complicato accessorio che ci permette di far lavorare al meglio le gomme. Chi mi conosce all’opera sa bene che il mio personale modello di riferimento parte dalle gomme, fa il giro di tutta la moto e si finalizza sulle gomme.</p>
<p style="text-align: justify;">La regola, per quanto ho sperimentato, è di una validità tanto universale da diventare un’ovvietà anche per quanti con me hanno collaborato in passato e collaborano nel presente. Se qualcuno non avesse chiaro che la gomma è un complesso sistema per la cui messa a punto è necessario studiare il suo bilancio energetico, posso consigliargli la lettura dei pezzi da noi pubblicati in passato sull’argomento: la struttura, l’orientamento e il numero delle tele, la gomma nella quale sono immerse sono alcuni dei fattori che determinano il bilancio energetico della gomma e che devono essere sapientemente utilizzati per massimizzare le prestazioni della gomma stessa entro il suo range di utilizzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sinceramente non ricordo se avevamo sviscerato cosa succede al di fuori di quel range, ma una cosa è certa: queste Michelin vanno spesso e volentieri al di fuori del range di bilanciamento energetico, e questo provoca gravissimi dechappaggi come non se ne vedevano da metà del secolo scorso. Ed è così che a fine gara alla Michelin son costretti a mandare in sala stampa qualcuno disposto a prender schiaffi per giustificare l’ingiustificabile: stavolta ho sentito che le carcasse tra la Rain Soft e la Rain Hard sono identiche – nessuno ha mai detto il contrario, ma questo non significa che siano adeguate – e che non sono mai state a rischio di esplosione, con l’evidente sottotraccia che i piloti di conseguenza non hanno mai corso rischi.</p>
<p style="text-align: justify;">Faccio appena notare che la perdita del battistrada crea come minimo qualche problema di tenuta e di frenata ai piloti, e finire fuori pista o peggio ancora innescare qualche carambola con gli avversari è una situazione estremamente pericolosa che nessun pilota si augura per la semplice ragione che non è affatto scontato uscirne vivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so cosa stia facendo il Responsabile della Sicurezza ma sono certo che per occuparsi di certe cose è indispensabile avere adeguate competenze tecniche ed entrare nel merito di queste situazioni, e sinceramente ho qualche dubbio che un ex pilota abbia la preparazione sufficiente per sollevare gli indispensabili rilievi al gommista. Non bastano le generiche giustificazioni o le assicurazioni del gommista che “non succederà più”, se non si vuole avere sulla coscienza qualche incidente più grave occorre realmente capire come stanno le cose e spiegarlo a Team e piloti, entrando nel merito dei problemi e valutando le soluzioni. Le gare sono belle ma si rischia la pellaccia, ricordiamolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniamo al fattaccio. Non saranno sfuggite ai lettori le considerazioni di Smeriglio sulla cronaca della gara e sulla pagella: in sintesi, è grottesco che in tanti anni di corse la maggior parte dei Team non si sia reso conto che la pista di Brno non si asciuga dopo un acquazzone, ed è inaccettabile che una gomma con la mescola sbagliata dechappi prima ancora di degradare. Partiamo dalla prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Con pochissime eccezioni tutti i Team si erano preparati al flag-to-flag con le slick, memori della figuraccia del gommista a proposito di gomme intermedie, nella convinzione che senza ulteriori scrosci la pista a partire da metà gara sarebbe stata sufficientemente asciutta. Non sapremo mai se il Team di Lucio Cecchinello abbia fatto la valutazione corretta, consapevole di una pista che non drena, oppure se abbia semplicemente sparigliato con l’idea che la mescola dura avrebbe resistito per qualche giro su pista asciutta compensando con il risparmio di tempo al box la minore prestazione sul cronometro e programmando fin dall’inizio l’intera gara senza sosta. I fatti gli hanno dato ragione, onore al merito.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-62164" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/08/2016-08-31_101158.png" alt="2016-08-31_101158" width="761" height="405" title="Debriefing Brno: il bilancio energetico di un pneumatico 1149" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/2016-08-31_101158.png 761w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/2016-08-31_101158-300x160.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/2016-08-31_101158-696x370.png 696w" sizes="(max-width: 761px) 100vw, 761px" />In casa Avintia, per non sbagliare, scelgono gomme hard sulla moto di Baz e gomme soft su quella di Barbera, e l’ordine di arrivo rivela come la scelta migliore abbia premiato il francese rispetto alla maggiore esperienza dello spagnolo sulla Ducati 2015. Gravi problemi per le moto più cariche sull’avantreno come le Ducati 2016 che pagano il tentativo di staccare gli avversari: Dovizioso esce presto e Iannone continua a tirare per qualche giro facendo a pezzi la sua anteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal canto suo Lorenzo, guarda caso un pilota rotondo come Dovizioso, ha l’esigenza di un avantreno molto preciso ed è tra i primi a rientrare appena sente qualcosa di strano sulla sua ruota, mentre altri piloti con una guida più sporca/spigolosa/istintiva/ignorante (scegliete voi) decidono di proseguire abbassando un po’ il ritmo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-62163" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/08/2016-08-31_100950.png" alt="gomma lorenzo brno" width="630" height="464" title="Debriefing Brno: il bilancio energetico di un pneumatico 1150" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/2016-08-31_100950.png 630w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/2016-08-31_100950-300x221.png 300w" sizes="(max-width: 630px) 100vw, 630px" />Su tutti la spunta Rossi, e qui devo dire una cosa: la storia del pilota che guida sopra ai problemi mi ha sempre fatto uscire dai gangheri, soprattutto per le modalità con le quali venne propinata a suo tempo al pubblico. Le due stagioni in Ducati fecero giustizia di quella leggenda e finalmente con l’avvento dell’ingegner Dall’Igna si tornò a parlare seriamente di ingegneria. Ma detto questo, occorre riconoscere a Rossi la capacità di capire quanto spremere senza perdere definitivamente la sua gomma anteriore, e certamente ha sopportato meglio del suo compagno di squadra un avantreno ormai impreciso e ballerino.</p>
<p style="text-align: justify;">E così, mentre rilevo che Marquez, Barbera e Laverty hanno finito la gara con le stesse gomme ad appena qualche secondo di distacco, devo riconoscere che la M1 è, insieme alla Suzuki e alla nuova Ducati, tra le moto cariche di avantreno e quindi più sensibili al deterioramento della ruota anteriore; e basta vedere dove son finite sul traguardo tutte le altre simili. A Cesare ciò che è di Cesare.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ultimo dettaglio, è mia personale convinzione che l’utilizzo della posteriore dura sulla Yamaha non sia stata così decisiva in quanto il limite maggiore veniva dall’anteriore, e piloti quali Marquez e Barbera – non esattamente delicati sulla manopola del gas – l’hanno portata fino in fondo con moto dal centraggio ben più arretrato. Resta il fatto che nonostante gli anni di esperienza quasi tutti i Team parevano cascare dal pero nel vedere che la pista restava bagnata, neppure fosse la prima volta che ci correvano.</p>
<p style="text-align: justify;">E parliamo finalmente di questa gomma. Fornita in due versioni di mescola sulla stessa carcassa, ha mostrato un grave problema che in passato si è verificato anche sulla slick: il dechappage. Quando una gomma dechappa siamo in presenza di un utilizzo fuori dal range consentito, e fin qui siamo tutti d’accordo. Ma cosa succede veramente? E come mai ce la prendiamo tanto?</p>
<p style="text-align: justify;">E’ presto detto: quando la temperatura sale troppo, a farne le spese in genere è la mescola che degrada velocemente, iniziando a muovere troppo fino ad arrivare a squagliarsi letteralmente. In questi casi la mescola non ha più la coesione sufficiente per resistere alle forze orizzontali: mentre la superficie esterna si aggrappa all’asfalto, lo strato immediatamente più interno “scivola” letteralmente su quello a contatto dell’asfalto.</p>
<p style="text-align: justify;">Le singole molecole della gomma non riescono più a stare attaccate tra di loro con la necessaria forza, e il pneumatico scivola sulla sua stessa mescola troppo pastosa lasciando sull’asfalto la sua parte più esterna. La gomma a fine gara appare corrosa, come se qualcuno ci avesse buttato sopra acido muriatico.</p>
<p style="text-align: justify;">Da notare che, una volta superato il limite di temperatura al quale la mescola cede, anche raffreddandola non avrà mai più caratteristiche accettabili. La moto diventa progressivamente scivolosa e il pilota lo avverte benissimo, e in genere riduce il gas per finire la gara senza troppi problemi. Ma qui è successo altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui ancora una volta è successo che la carcassa ha scaldato molto, e la produzione del calore è tutta all’interno della gomma. Questo calore non si è trasmesso al battistrada e alla mescola, come avveniva sulle Bridgestone, ma si è accumulato tra carcassa e battistrada, laddove la mescola viene incollata alla carcassa. La colla ha ceduto e il battistrada, neppure particolarmente degradato, si è staccato in grandi placche dalla carcassa come fosse una porzione di lasagna dalla teglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il bilanciamento energetico della gomma è sbagliato, il calore prodotto è eccessivo rispetto a quello che la gomma può smaltire. Il fatto che la mescola non si sia degradata dimostra una volta di più – ma ne avevamo già accennato in questa stagione – che il problema è chimico e, se non viene risolto, a nulla serviranno nuove carcasse più o meno rigide: il range di utilizzo della gomma rimarrà inesorabilmente troppo stretto.</p>
<p style="text-align: justify;">E tutto questo ci riporta alla ragione per la quale il problema non dipende primariamente dalla carcassa, in buon accordo con l’osservazione che l’anteriore hard ha resistito: con la mescola più morbida, soprattutto sulle moto cariche di avantreno, il grip è cresciuto rapidamente dopo pochi giri, appena le moto hanno smesso di tirare su le nuvole d’acqua. In combinazione con l’elevato carico verticale i piloti hanno sentito di poter staccare forte, così forte che la carcassa ha deformato più del previsto generando una quantità di calore che non poteva essere smaltita ma comunque non si trasferiva alla mescola.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-62165" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/08/2016-08-31_101354.png" alt="tyre iannone brno" width="852" height="490" title="Debriefing Brno: il bilancio energetico di un pneumatico 1151" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/2016-08-31_101354.png 852w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/2016-08-31_101354-768x442.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/2016-08-31_101354-300x173.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/08/2016-08-31_101354-696x400.png 696w" sizes="(max-width: 852px) 100vw, 852px" />Di conseguenza il distacco del battistrada – non in fase di frenata ma in pieno rettilineo, per forza centrifuga e a partire dalla fascia centrale, con velocità periferica maggiore – si è verificato per il cedimento della colla prima ancora che il calore arrivasse a far degradare la mescola. Questione di bilancio energetico dell’intero <strong>“sistema gomma”</strong>, inutile girarci attorno, e un responsabile della sicurezza non può limitarsi a ricevere improbabili giustificazioni o generiche assicurazioni da parte del tecnico di turno: se davvero ci tiene alla sicurezza deve capire come funziona una gomma e verificare ogni step evolutivo dal punto di vista ingegneristico, non certo dal semplice feedback del pilota. Il quale, in linea di massima, non ha la più pallida idea dei processi produttivi di un pneumatico né dei fattori che ne determinano il bilancio energetico, né lo deve sapere. Deve solo correre sapendo di essere in buone mani.</p>
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		<title>MotoGP: il primo debriefing austriaco di Spielberg</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Aug 2016 16:52:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima mondiale per il circuito di Spielberg, nessuno ci ha mai girato e non esistono riferimenti. A dispetto di qualche curvetta lenta il tracciato premia la percorrenza mentre l’asfalto costituisce la vera sfida del giorno: il grip non sarebbe malaccio ma è terribilmente abrasivo, e in seguito indagheremo sulle conseguenze. Per il momento limitiamoci a [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Prima mondiale per il circuito di Spielberg, nessuno ci ha mai girato e non esistono riferimenti. A dispetto di qualche curvetta lenta il tracciato premia la percorrenza mentre l’asfalto costituisce la vera sfida del giorno: il grip non sarebbe malaccio ma è terribilmente abrasivo, e in seguito indagheremo sulle conseguenze. Per il momento limitiamoci a notare che fin dalle prime prove troviamo le Ducati e le Yamaha nelle prime posizioni, mentre le vecchie Ducati e le Honda sono alle prese con improvvise perdite di aderenza sull’avantreno: con le gomme nuove la motricità è fin troppa, e ci ritroviamo alle prese con i ben noti guai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Analizziamo il comportamento di una ipotetica moto alla quale spostassimo il baricentro in posizioni differenti, cominciando da un centraggio piuttosto arretrato. La moto ha molta trazione e scegliamo un assetto basso per contrastare gli alleggerimenti in uscita e farla allargare di coda, ma la ruota posteriore a metà gara avrà grattugiato il battistrada sull’asfalto abrasivo. Allora decidiamo per un assetto più alto, ma la ruota anteriore alleggerita in uscita – sempre che evitiamo la caduta – finisce per andare in deriva, e stavolta a grattugiarsi sarà lei. Come risultato, in molti vedono la gomma rovinata e pensano che ci voglia una mescola più resistente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avanzando il baricentro e mantenendo un assetto abbassato con pochi trasferimenti, il problema per la ruota motrice diventa ancora più evidente mentre per la ruota anteriore le condizioni sono perfette. Se invece scegliamo maggiori trasferimenti e un assetto più alto, la ruota posteriore soffrirà meno ma la ruota anteriore più alleggerita in uscita avrà vita più breve. Da qui i dubbi dei tecnici Michelin, i quali sconsigliano le mescole più morbide nel timore che reggeranno anche meno. E invece.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E invece sbagliano: Iannone sceglie una gradazione più soffice e vince senza il minimo problema. Cosa è successo? E’ successo che il pilota abruzzese su gomme morbide riusciva a ottenere un eccellente grip anche con carichi verticali molto bassi, dove una gomma più dura inizia a cedere. Nessuna deriva equivale a nessuna abrasione, ed ecco che a fine gara stampa perfino il giro veloce con le gomme “sconsigliate”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello stesso momento avevamo un Dovizioso con pneumatici grattugiati più del suo compagno di squadra, un Lorenzo con la posteriore che ormai spinnava e un Rossi che non riusciva più a frenare. Alle loro spalle Vinales conferma le doti del progetto Suzuki in percorrenza e Pedrosa mette a frutto la sua guida morbida risalendo parecchie posizioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Ducati si conferma ancora una volta non distante dalle Yamaha in termini di equilibrio e di pura percorrenza, e chi imputava alla moto di Bologna &nbsp;una supremazia derivante dal solo motore dovrà ricredersi: sui rettilinei non c’è stata differenza degna di nota finchè le gomme delle Yamaha hanno tenuto. Le vere anomalie nelle prime posizioni sono Marquez e Redding: entrambi con mezzi che hanno nella percorrenza il loro punto debole, sono riusciti comunque ad inserirsi davanti alle Tech3, sulle quali purtroppo non ho elementi in quanto la regia televisiva non le ha inquadrate neppure per sbaglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta merito di Iannone aver capito che l’unico modo di preservare le gomme da un asfalto tanto abrasivo era non consentire la minima deriva, né anteriore né posteriore anche con bassi carichi verticali: due gomme morbide, qualche decimo in più e via. Splendida dimostrazione che non è sufficiente constatare che la gomma si rovina, occorre saperla leggere e capire la causa: qui in Austria non era degrado ma abrasione. Certo, nelle prove di pochi giri per stint non era facile capire, e probabilmente le gomme più dure parevano andare bene: ma il “rischio” di una gomma che non coprisse la durata della gara era tutto di chi ha permesso che scivolasse sull’asfalto di Spielberg.</p>
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		<title>Sachsenring , debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jul 2016 22:36:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Diciamolo subito, tutti i piloti e i tecnici odiano il Sachsenring. Chi vi dice il contrario sta mentendo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="size-full wp-image-61555 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/07/marc-1.jpg" alt="Sachsenring , debriefing" width="510" height="392" title="Sachsenring , debriefing 1152" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/07/marc-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/07/marc-1-300x231.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Diciamolo subito, tutti i piloti e i tecnici <strong>odiano il Sachsenring</strong>. Chi vi dice il contrario sta mentendo. La pista tedesca viene accusata di essere un toboga buono solo per i kart, ma la verità è un&#8217;altra: non c&#8217;è moto capace di adattarsi a quella pista per ragioni squisitamente tecniche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fondo liscio con basso grip sembra favorire le moto a centraggio arretrato, ma poi il tracciato è quasi completamente in piega, con un solo rettilineo insignificante, e quindi occorrerebbe un centraggio alto e avanzato per fare percorrenza e raccordare le curve. Ma il centraggio alto e avanzato ha poco grip, e torniamo al punto di partenza: le gomme non scaldano. In condizioni asciutte le moto più adatte restano le 4 in linea con gomme soft capaci di lavorare anche a temperature relativamente basse. E d&#8217;altra parte, con la moto sempre in piega non è possibile scaricare la potenza sufficiente a deformare adeguatamente le carcasse. La gomma soft è un obbligo. Poi si mette a piovere, e la situazione diventa ingestibile per tutti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pronti, via, e le moto con più trazione hanno la meglio</strong>. In quelle condizioni si va piano dappertutto, ed ecco che pure le vecchie Ducati riescono a curvare senza sfigurare. Sono le migliori, per lo meno la gomma rain riesce a entrare in esercizio. Il problema sta nel fatto che la pista va asciugandosi, e proprio le moto più arretrate solo le prime a finire la gomma. Ci vorrebbe una intermedia vera, ma esiste solo una finta intermedia fatta intagliando una soft da asciutto. Vergognoso. Va meno di una slick normale, il battistrada con gli intagli si muove e spinna perfino prima della soft da asciutto mentre la mescola &#8211; identica &#8211; non offre alcun vantaggio reale. Un aborto di gomma.</p>
<p style="text-align: justify;">Contando su una formidabile trazione, <strong>Marquez entra tra i primi e azzarda la slick soft</strong>. Gli va bene solo grazie all&#8217;incapacità del gommista francese di fornire una vera intermedia. Ora, mettetevi nei panni di Rossi: nessuno sapeva realmente come andava l&#8217;intermedia, ma una persona sana di mente crede che sull&#8217;umido vada comunque meglio della slick. E Rossi, con una 4 in linea un po&#8217; a corto di trazione, fa la scelta più razionale: portare avanti la rain finchè si può, anche contando su una durata comunque maggiore che sulle Honda, eppoi mettere la gomma intermedia. Ha sbagliato? Certo che ha sbagliato, ha ritenuto che un gommista importante facesse una intermedia che sull&#8217;umido andasse meglio di una slick. Non ha sbagliato scelta, ha sbagliato a dare fiducia alla Michelin. E dalla Michelin è stato tradito. Anzi, date le condizioni in cui si è ritrovato, fare l&#8217;ottavo posto con la M1 è stata una vera prodezza. Per trovare un&#8217;altra 4 in linea bisogna scendere fino al 12 posto, figuriamoci tutte le altre.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-full wp-image-61557 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/07/rossi-swap-1.jpg" alt="Sachsenring , debriefing" width="510" height="392" title="Sachsenring , debriefing 1153" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/07/rossi-swap-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/07/rossi-swap-1-300x231.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Certo, col senno del poi una slick intagliata senza acqua da drenare non può essere migliore della slick da asciutto, e in pista ormai c&#8217;era poco da drenare: ma una intermedia degna di questo nome deve avere una mescola dedicata, da qui non si scappa. La verità è che chi non aveva nulla da perdere ha tentato l&#8217;azzardo ed è andato bene: Marquez e Crutchlow appunto. Colpa degli altri team è stata non fare tesoro di quei primi giri di Marquez.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-full wp-image-61556 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/07/redding-1.jpg" alt="Sachsenring , debriefing" width="510" height="392" title="Sachsenring , debriefing 1154" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/07/redding-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/07/redding-1-300x231.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Coi se e coi ma non si vincono le gare, ma una cosa va detta: quando un tecnico vede una gomma slick andare sull&#8217;umido più forte delle intermedie dovrebbe fermarsi un istante e farsi due domande, soprattutto sapendo che quell&#8217;intermedia non è altro che una slick intagliata. Ne avrebbe dedotto che non c&#8217;era nulla da drenare e che gli intagli erano solo un intralcio in quanto &#8220;muovevano&#8221; e causavano uno spinning precoce anche con poca potenza applicata. E di conseguenza, la mescola intagliata non sarebbe riuscita ad entrare nel corretto range termico. In quest&#8217;ottica la classica manovra di Dovizioso che passava sull&#8217;umido con le intermedie devo dire che mi ha fatto perfino tenerezza: evidentemente era convinto che lo spinning fosse causato da una vera intermedia troppo calda, e invece era una soft troppo fredda coi tasselli che si muovevano. Ditemi voi se è giusto mandare in pista dei ragazzi che si impegnano al massimo con un prodotto scadente ma di cui tutti loro si fidano.</p>
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		<title>McLaren Honda, il dettaglio della nuova ala posteriore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jul 2016 06:57:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La McLaren è andata sorprendentemente bene nel Gp di Austria. Uno dei dettagli che più di tutti è risaltato agli occhi è la paratia dell'alettone posteriore. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-61319" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/07/aut-mclaren-rwep-300x240.jpg" alt="aut-mclaren-rwep" width="300" height="240" title="McLaren Honda, il dettaglio della nuova ala posteriore 1155">La McLaren è andata sorprendentemente bene nel Gp di Austria. Uno dei dettagli che più di tutti è risaltato agli occhi è la paratia dell&#8217;alettone posteriore. In questa zona ci sono numerose aperture sia nella parte iniziale che finale della paratia. Le aperture hanno diverso andamento in funzione della quantità d&#8217;aria che arriva ed il tipo di flusso che deve essere sfruttato per far lavorare le diverse zone dell&#8217;ala posteriore. Lo scopo comune di tutte le aperture, è quello di prendere l&#8217;aria che passa all&#8217;esterno dell&#8217;ala posteriore per farla entrare nel centro. La compensazione delle velocità dei due flussi serve ad evitare che ci siano vortici nocivi nella parte più importante dell&#8217;ala posteriore. Se si pensa bene per anni le paratie sono stare lisce e separavano in modo netto di due flussi aria interno ed esterno per evitare che la loro interazione potesse creare problemi al carico aerodinamico. Oggi invece attraverso modelli di simulazione e di verifica in galleria del vento sempre più complessi,  si è compreso che la differenza di pressione tra i due flussi può essere gestita ed utilizzata per avere maggiore carico con una migliore efficienza.  Uno dei primi effetti positivi dovrebbe essere quello di avere un maggiore bilanciamento del retrotreno e delle reazioni della monoposto più omogenee. Lo studio così profondo di questa zona dell&#8217;ala posteriore dimostra come la cura per il dettaglio sia una delle armi che i progettisti hanno per raggiungere un grado di efficienza massimo senza perdere carico aerodinamico.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Debriefing Assen: quant&#8217;è difficile usare le gomme rain</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Jul 2016 08:05:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il circuito di Assen sotto la pioggia non dovrebbe essere un problema, storicamente ci si corre più frequentemente col fondo bagnato che asciutto, quindi gomme rain per tutti. E anche l’asfalto in queste condizioni non è terribile, nel circuito del mondiale esistono piste assai peggiori quando piove. Ma a riguardare la classifica, pare davvero una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il circuito di Assen sotto la pioggia non dovrebbe essere un problema, storicamente ci si corre più frequentemente col fondo bagnato che asciutto, quindi <strong>gomme rain</strong> per tutti. E anche l’asfalto in queste condizioni non è terribile, nel circuito del mondiale esistono piste assai peggiori quando piove. Ma a riguardare la classifica, pare davvero una gara ad eliminazione con qualche sorpresa in Gara2.</p>
<p style="text-align: justify;">Se sono largamente prevedibili le prestazioni delle Ducati più vecchie così come quelle delle 4 in linea, ad essere particolarmente performanti sono anche le due GP16, davvero ben equilibrate nonostante il centraggio più avanzato delle Honda. Iannone, col suo setting più alto, parte ultimo e rimonta furiosamente sui tempi di un inarrivabile Hernandez, peccato che dimentichi di essere su una Ducati 2016: è il solo pilota che finisce in highside di potenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Eccellente prestazione anche per il più giovane degli Espargaro su M1 Tech3 e semplicemente maiuscola quella di Rossi, ancora una volta altissimo di assetto: il suo team mate con la moto più bassa evidenzia ancora una volta che i trasferimenti e le reazioni del link posteriore sono determinanti e possono stravolgere il comportamento di qualsiasi motocicletta.</p>
<p style="text-align: justify;">Bandiera rossa e si riparte con la Gara2, pochi giri tiratissimi. Giustamente si monta la gomma più morbida ma in troppi si fanno prendere la mano, come onestamente sintetizza Rossi a fine gara: la morbida permette accelerazioni migliori – soprattutto alle 4 in linea – e le velocità sono maggiori. Tanto maggiori che inizia a sorgere un problema che in tanti imputano alla frenata.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-61201" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/07/2016-07-02_095959.png" alt="2016-07-02_095959" width="662" height="260" title="Debriefing Assen: quant&#039;è difficile usare le gomme rain 1159" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/07/2016-07-02_095959.png 662w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/07/2016-07-02_095959-300x118.png 300w" sizes="(max-width: 662px) 100vw, 662px" />Invece è un fenomeno che abbiamo analizzato in passato definendolo “fine piega”: la moto è più veloce dappertutto, anche nell’ingresso e nella velocità di piega. E questa velocità di piega va “fermata” una volta che si raggiunge l’angolo voluto. Le moto con assetto più basso sono quelle più a rischio, ed ecco volare via Dovizioso e Smith con la stessa dinamica con cui era volato via Hernandez in Gara1.</p>
<p style="text-align: justify;">Lorenzo è rasoterra ma non cade perché continua a ruotare la manopola destra al contrario. Rossi fa un errore da principiante, ma bisogna dire che stava facendo miracoli col centraggio più avanzato del lotto. Marquez decide che frena dritto, con una guida spigolata e lenta alla corda mentre Pedrosa, nonostante il suo assetto più alto, paga le sue percorrenze più veloci e ricade nell’errore di fine piega.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-61200" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/07/2016-07-02_095826.png" alt="2016-07-02_095826" width="644" height="304" title="Debriefing Assen: quant&#039;è difficile usare le gomme rain 1160" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/07/2016-07-02_095826.png 644w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/07/2016-07-02_095826-300x142.png 300w" sizes="(max-width: 644px) 100vw, 644px" />Iannone si dà una calmata e non sbaglia più nulla. L’alternatore non rende giustizia a Petrucci, molto attento e preciso. A fine gara emerge una considerazione a consuntivo: ad aver sbagliato nella fase di fine piega sono stati i Senatori Rossi, Dovizioso e Pedrosa, ma anche Lorenzo che preferisce tenersi ben lontano dal limite.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad averla vinta sono stati i piloti più giovani dal punto di vista anagrafico: Marquez, Miller, Redding, Iannone, Espargaro il piccolo. Strano davvero. Col senno del poi una soft anteriore nuova (hanno praticamente tutti tenuto l&#8217;anteriore usati nella prima parte di gara) avrebbe sicuramente aiutato, ma resta il fatto che i più giovani hanno “sentito meglio” la ruota anteriore, e forse in quelle condizioni la velocità di reazione istintiva è diventata la loro arma vincente. Dico “forse”. Prendetela come una riflessione, o se preferite un dubbio, del tutto personale.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-61202" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/07/2016-07-02_100237.png" alt="2016-07-02_100237" width="679" height="333" title="Debriefing Assen: quant&#039;è difficile usare le gomme rain 1161" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/07/2016-07-02_100237.png 679w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/07/2016-07-02_100237-300x147.png 300w" sizes="(max-width: 679px) 100vw, 679px" />E veniamo al capitolo <strong>gomme da bagnato</strong>. Al di là della costruzione della carcassa – con molta gomma e poco acciaio per essere deformabile e generare calore – è evidente che qualunque mescola rain lavora fredda: la nuvola d’acqua porta via il calore così rapidamente che al battistrada ne arriva poco.</p>
<p style="text-align: justify;">Di conseguenza la mescola rain lavora un po’ come le gomme di 30 anni fa anziché come le gomme da asciutto di ultima generazione: inutile sperare di farle scaldare con un decimo di pressione in meno, resteranno comunque fredde. A garantire il grip è la pura mescola, senza correzioni con pressioni e temperature.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo comporta come corollario che la gomma rain non è auto stabilizzante come quella da asciutto. Mi spiego meglio: entro certi limiti la gomma slick tende a tornare sempre alla pressione di esercizio. Se rallentiamo e la gomma si raffredda, la sua pressione cala e la carcassa risulta più deformabile, e questo la fa scaldare di più fino a tornare alla pressione voluta.</p>
<p style="text-align: justify;">Simmetricamente, se la gomma (sia chiaro, parliamo della gomma ADATTA) scalda troppo, la pressione aumenta e la carcassa si irrigidisce diventando meno deformabile e producendo meno calore, il che si traduce in una pressione che torna al valore voluto. Nel suo range la gomma slick è un complesso sistema in controreazione realizzato per garantire costanza di prestazioni entro margini stabiliti.</p>
<p style="text-align: justify;">La gomma rain, sempre fredda e raffreddata dall’acqua, non gode di tale utilissima caratteristica e risulta in definitiva più critica e sensibile. Più traditrice, se vogliamo dirla tutta. Grandi prestazioni, ma basta una piccola variazione di fondo per cambiare bruscamente il grip senza possibilità che la gomma si possa autoadattare. E in una pista che va asciugandosi e bagnandosi una curva sì e l’altra no, commettere un errore di valutazione è assai più probabile che azzeccarle tutte. Soprattutto quando si va in pista con l’idea di fare una qualifica lunga dodici giri.</p>
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		<title>Debriefing Barcellona: come si scelgono le gomme?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jun 2016 06:46:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gomme ancora una volta protagoniste della stagione sulla pista di Montemelò, in Spagna. Una volta tanto, però, il gommista c’entra poco con i problemi lamentati un po’ da tutti i Team, e questo dovrebbe spingere le riflessioni dei vari Team Manager verso un livello diverso. Veniamo a noi. Gomme nuove, Lorenzo parte a cannone ma [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-60530" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/06/2016-06-05_141619.png" alt="2016-06-05_141619" width="157" height="387" title="Debriefing Barcellona: come si scelgono le gomme? 1165">Gomme ancora una volta protagoniste della stagione sulla pista di Montemelò, in Spagna. Una volta tanto, però, il gommista c’entra poco con i problemi lamentati un po’ da tutti i Team, e questo dovrebbe spingere le riflessioni dei vari Team Manager verso un livello diverso. Veniamo a noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Gomme nuove, Lorenzo parte a cannone ma in pochi giri si rende conto che qualcosa non va. Appena la gomma esce dal suo rodaggio il portacolori Yamaha inizia a calare il passo. Prova a resistere in ogni modo, ci mette l’anima ma infine accetta la situazione e cerca di raggranellare punti iridati nell’unico modo possibile. Ovvero tentando di mantenere le posizioni, proteggendo le traiettorie nei limiti consentiti dal suo assetto e rendendo la vita difficile a chi cerca di sorpassarlo. E questa a mio avviso è una delle concause del fattaccio con Iannone, ma per ora tiremm innanz.</p>
<p style="text-align: justify;">Rossi dal canto suo parte male, probabilmente cercando di strafare con la consapevolezza di aver trovato la quadra per la sua M1. Scivola in ottava posizione ma nessuno se ne accorge: il tempo di cambiare inquadratura ed è già quinto, in furiosa rimonta. Prendere la testa della corsa è solo questione di tempo, l’autorevolezza di chi sa di essere a posto fino all’ultimo bullone non lascia scampo a nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci prova l’eroico Marquez, imbufalito dal nonno sprint giallovestito e certamente contrariato dalla beffa sul traguardo del Mugello. Due ottime ragioni che però non bastano a coprire le carenze di una moto mal concepita per lavorare con le gomme francesi e in seguito sviluppata anche peggio. Guida impiccatissimo mentre davanti a lui Rossi pare neppure avvedersene, preciso e pulito come se fosse da solo in pista. Neppure la modifica al tracciato, indubbiamente favorevole alla Honda ma non per questo motivo decisa dalla Commissione, riesce a ribaltare un dominio più imbarazzante di quanto raccontino i distacchi: in tutta la prima parte della pista la differenza balza all’occhio, ma anche nel T4 la nuova frenata dritta viene compensata dalla stretta chicane successiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Dietro a questo prevedibile successo c’è la capacità di far lavorare le gomme hard grazie a un assetto alto e a un ritmo particolarmente aggressivo: i primi giri a gomma nuova vengono sfruttati per scaldare le gomme, e il ritmo martellante gli consente di mantenerle nel corretto – e assai stretto, bisogna riconoscere – range termico ideale. Cosa che non può riuscire a un Lorenzo con minori trasferimenti, condannato a gomme fredde che impongono di abbassare il ritmo e, con disastroso effetto domino, determinano temperature via via inferiori con riscontri cronometrici sempre peggiori.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-60592" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/06/2016-06-09_083801.png" alt="2016-06-09_083801" width="780" height="459" title="Debriefing Barcellona: come si scelgono le gomme? 1166" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/06/2016-06-09_083801.png 780w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/06/2016-06-09_083801-768x452.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/06/2016-06-09_083801-300x177.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/06/2016-06-09_083801-696x410.png 696w" sizes="(max-width: 780px) 100vw, 780px" />Non voglio neppure sottolineare che una pista riscaldata dal sole pomeridiano non richiede necessariamente una mescola più dura, ma su questo argomento correrei il rischio di ripetermi e non voglio annoiare chi legge con concetti già ampiamente trattati in passato; mi preme invece notare come ad alto livello si continui a dare credito alla leggenda che la gomma si scalda per via dell’asfalto più caldo. Peggio per loro: possiamo portare il cavallo alla fonte ma spetta al cavallo decidere di bere, e finora non c’è stato verso.</p>
<p style="text-align: justify;">In casa Ducati la situazione è pressoché identica, con un Iannone a cui non mancano i trasferimenti dinamici e un Dovizioso che neppure riesce a scaldare le gomme. E la pressione ovviamente non sale quanto dovrebbe. La cosa sconcertante è scoprire che qualcuno se ne meraviglia, come se la fisica fosse solo un’opinione alla quale qualche bizzarro analista continua inspiegabilmente a credere. “Evabbè, continuiamo a farci del male…”, avrebbe detto Nanni Moretti.</p>
<p><figure id="attachment_60591" aria-describedby="caption-attachment-60591" style="width: 854px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-60591 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/06/2016-06-09_083539.png" alt="2016-06-09_083539" width="854" height="437" title="Debriefing Barcellona: come si scelgono le gomme? 1167" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/06/2016-06-09_083539.png 854w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/06/2016-06-09_083539-768x393.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/06/2016-06-09_083539-300x154.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/06/2016-06-09_083539-696x356.png 696w" sizes="(max-width: 854px) 100vw, 854px" /><figcaption id="caption-attachment-60591" class="wp-caption-text">L&#8217;anteriore di Jorge poco prima della caduta</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna ci pensa Espargarò il piccolo a dimostrare che le medie reggono per tutta la gara. La sua strategia si dimostra inferiore a quella di un Rossi scatenato e alto di assetto, ma è un’alternativa perfettamente praticabile con settaggi meno spinti. Lorenzo ne prenda nota: <strong>usura e degrado non sono la stessa cosa</strong>, e imparare a distinguerle è fondamentale per fare la scelta più corretta.</p>
<p style="text-align: justify;">Che dire di Vinales… giovane e arrembante, gioca sulla Suzuki la medesima partita di Rossi. Non so quanto la sua scelta sia stata consapevole, ma è certo che il suo carattere lo mantiene nel corretto range delle sue gomme e il risultato si vede. Curioso rilevare che per la prossima stagione avremo due piloti fotocopia sulle Yamaha e sulle Ducati.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-60590" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/06/2016-06-09_083133.png" alt="2016-06-09_083133" width="780" height="440" title="Debriefing Barcellona: come si scelgono le gomme? 1168" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/06/2016-06-09_083133.png 780w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/06/2016-06-09_083133-768x433.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/06/2016-06-09_083133-300x169.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/06/2016-06-09_083133-696x393.png 696w" sizes="(max-width: 780px) 100vw, 780px" />Da ultimo mettiamo sotto la lente il buon Pedrosa. Ragiona giusto e sceglie la media, in perfetta controtendenza rispetto all’ondata di paura che pare attraversare tutto il paddock prima della gara circa la durata di tale soluzione. Il calo degli ultimi giri, inizialmente con troppa faciloneria attribuito alla gomma media, pare causato da un non meglio precisato controllo elettronico intervenuto a sproposito sul più bello. Naturalmente una foto alla sua gomma avrebbe dissipato qualunque dubbio, ma vista la guida del piccolo spagnolo e il riscontro sulla M1 di Espargarò è mia personale opinione che stavolta abbiano detto la verità. Questo naturalmente nulla toglie al problema della Honda che mai avrebbe potuto ottenere un risultato migliore. Pedrosa fa del suo meglio per guidare pulito e non perdere troppo in percorrenza, ma il sottosterzo e le relative contromisure messe in campo per attenuarne gli effetti continuano a limitare le sue prestazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ah, un ultima cosa: immagino la valanga di saccenti e gli attacchi della massa dei benpensanti secondo i quali “cosa ne può sapere un giornalista, vuoi che alla Honda non sappiano cosa stanno facendo?”. Non sono affatto stato duro, mi sono limitato a mostrare ciò che raccontano i fatti. Mesi fa avevamo scritto che in capo a qualche gara la Honda avrebbe portato un nuovo telaio, concedendo alla casa giapponese il tempo per analizzare la dinamica e provvedere di conseguenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Eravamo certi anche noi che la prima casa motociclistica del mondo avrebbe saputo individuare il problema, non foss’altro perché lo abbiamo scritto e motivato fino alla nausea. Poi veniamo a sapere che Pedrosa senza troppi clamori ha portato in pista il nuovo telaio e notiamo che la dinamica della moto non è cambiata di una virgola. E i test del dopogara sulla pista spagnola non potevano che dimostrare una volta di più che con le superstizioni, ancorchè consolidate negli anni, non si va da nessuna parte. Durante i test, solo l’assenza della sabbia sulle vie di fuga ha impedito ai due piloti Honda di somigliare a due totani che si rivoltano nella farina prima di finire in padella (entrambi sono caduti provando un nuovo telaio), e sarebbe ora di rifletterci. Prima di passare, come si suol dire, dalla padella alla brace.</p>
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		<title>F1: Prove tecniche per il 2017 da parte della Williams nei test di Barcellona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2016 07:29:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Williams è uno dei team che si trova più in difficoltà nel tenere il passo dei team di punta.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-60428" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/06/esp-williams-rw-300x240.jpg" alt="esp-williams-rw" width="300" height="240" title="F1: Prove tecniche per il 2017 da parte della Williams nei test di Barcellona 1169">La Williams è uno dei team che si trova più in difficoltà nel tenere il passo dei team di punta. Nei passati test di Barcellona il team britannico ha comunque dato segni di grande vitalità presentando una innovativa ala posteriore composta da un profilo alare superiore.  Si tratterebbe di un anticipo di quello che si potrebbe vedere sulla prossima monoposto. Infatti questa soluzione usata sulla FW38 di quest&#8217;anno sarebbe contro il regolamento. In sostanza i tecnici Williams stanno guardando al futuro.  C&#8217;è da capire se la nuova posizione del alettone aggiuntivo con due alette laterali ha la sola funzione di generare più carico andando a prendere un flusso aria pulito nella zona superiore oppure semplicemente tende a pulire il flusso aria che investe l&#8217;ala principale. I più esperti, gli appassionati che seguono la F1 da più anni,  ricorderanno che varie volte nel corso dei passati decenni ci sono state soluzioni simili.  La sensazione che i tecnici della Williams stavano valutando l&#8217;andamento dei flussi piuttosto che il carico, si nota dalla diversa configurazione anche della parte inferiore dell&#8217;ala. La mancanza del sedile della scimmia all&#8217;altezza dello scarico. In questa zona interna alle ruote posteriori ci sono dei profili neutri che hanno il compito di raddrizzare e indirizzare il flusso aria. Inoltre si pensa che questa soluzione con un profilo alare superiore avanzato possa essere utile nelle fasi di apertura del DRS per migliorare l&#8217;efficienza quando l&#8217;ala principale perde il profilo alare che si apre.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;occasione i test di Barcellona per capire meglio cosa potrebbe realmente accadere in pista con le nuove norme che vanno a ripensare la parte posteriore della monoposto. Ma la cosa interessante sta nel fatto che non solo è stata messa sotto controllo tutto l&#8217;ala posteriore, ma il monitoraggio è stato fatto partendo dal muso, con un grosso sensore che controllava il flusso aria che investe la monoposto. Questo per l&#8217;ormai solito discorso che una monoposto non è composta da componenti assestanti, e che per far lavorare una nuova ala posteriore come un profilo estrattore questo comincia lavorando con il flusso aria che arriva dall&#8217;avantreno.  La dimostrazione che nonostante le avanzate tecnologia della galleria del vento, la pista non ha rivali per lo sviluppo delle soluzioni future.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>MotoGP Debriefing Mugello: cavalli o baricentro?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 May 2016 17:50:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccoci al Mugello, un tracciato che meglio di altri chiede tutto alle moto: grande rettilineo che finisce il salita e impone tanti cavalli nelle marce alte ma anche tanta agilità dai telai. Non è una pista stop and go, e quindi diventa difficile da sfruttare per le moto col centraggio arretrato; in compenso non è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-full wp-image-60264 alignleft" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/05/2016-05-23_143740.png" alt="2016-05-23_143740" width="167" height="548" title="MotoGP Debriefing Mugello: cavalli o baricentro? 1173">Eccoci al Mugello, un tracciato che meglio di altri chiede tutto alle moto: grande rettilineo che finisce il salita e impone tanti cavalli nelle marce alte ma anche tanta agilità dai telai. Non è una pista stop and go, e quindi diventa difficile da sfruttare per le moto col centraggio arretrato; in compenso non è troppo stressante per le gomme, e infatti una volta tanto la Michelin non ha mostrato troppi limiti. Attenzione però a non pensare che tutti i suoi problemi siano stati risolti.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo subito dalle Yamaha. La moto di Lorenzo era piuttosto sottotono per via del solito assetto abbassato, viceversa la M1 di Rossi era perfetta, tanto che sono personalmente convinto – ma siamo nel campo delle personali opinioni, non dell’analisi a posteriori – che avesse tutti i numeri per vincere a mani basse.  Le sue concorrenti designate erano la Suzuki, agile quanto e forse più della M1, e la Ducati in forza di un motore che sul rettilineo detta legge. E probabilmente questo timore ha portato i tecnici a ritoccare il limitatore della Yamaha col risultato che tutti abbiamo visto. In molti si sono chiesti se non fosse possibile utilizzare motori nuovi di zecca, lasciando i motori “usati” per le piste tipo il Sachsenring dove la potenza non riveste tanta importanza, e la mia opinione è che “sapevano” di essere oltre il limite.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi spiego meglio: un motore usato inizia a calare di compressione per via delle fasce e degli accoppiamenti, magari risulta un filino spompato ma non soffre a livello di bielle più di un qualsiasi motore nuovo. In sostanza, non è l’usura ad aver determinato le rotture in casa Yamaha ma il limite di allungamento delle bielle o il ritorno delle valvole. Ergo, se devo forzare un motore sull’imbiellaggio, preferisco farlo su un motore che sto per mandare in pensione piuttosto che rischiare la medesima rottura con le medesime probabilità su un motore nuovo, col rischio di dover finire la stagione con un motore buono in meno.</p>
<p style="text-align: justify;">In casa Ducati erano sicuramente più tranquilli: Dovizioso parte velocissimo con la moto bassa ma, esattamente come in una sessione di qualifica, le gomme calano prima del previsto. Poi pare sia calato pure il braccio, ma questo non riguarda il setting più o meno corretto. Rilevo però che una moto più bassa è per forza di cose più impegnativa dal punto di vista fisico, e di questo bisognerà tener conto in futuro. L’assetto più alto di Iannone anche in questo caso pare la scelta migliore, come nel box Yamaha. <img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-60265" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/05/2016-05-25_193654.png" alt="2016-05-25_193654" width="800" height="546" title="MotoGP Debriefing Mugello: cavalli o baricentro? 1174" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/05/2016-05-25_193654.png 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/05/2016-05-25_193654-768x524.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/05/2016-05-25_193654-300x205.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/05/2016-05-25_193654-696x475.png 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" />Pesa la partenza con annessa impennata, ma sulla moto e sul modo di affrontare la gara non trovo nemmeno una sbavatura. Certo che la lotta feroce per risalire le posizioni ha stressato le sue gomme più del previsto, ma siccome le cattive partenze non si possono prevedere io penso che tutto sommato Iannone non potesse fare altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Honda coglie invece un risultato ottimo se lo rapportiamo alle potenzialità della moto schierata: Pedrosa non si lascia prendere dalla fretta e porta le sue gomme al traguardo in condizioni davvero buone, tanto da tentare il colpaccio su Iannone, ma il motore e la ciclistica della Ducati fanno giustizia appena si arriva sul rettilineo. Mi preme notare che il merito del momentaneo sorpasso sul pilota italiano è una splendida invenzione del piccolo spagnolo, e questo dovrebbe zittire i suoi detrattori, così come la prestazione di Marquez, voluta e cercata a marcio dispetto di tutto e di tutti. Per spiegare la situazione Honda ci vogliono però due parole in più.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’avvento delle gomme francesi, dotate di eccellente grip sulla posteriore, tutti i progetti son stati presi un po’ in contropiede. La Yamaha si è ritrovata una moto con una trazione sufficiente, non più strettamente legata a un tirocatena che, su piste con fondo liscio, può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Questo consente ai suoi piloti di forzare un filo di più senza il rischio di una moto che improvvisamente diventa scorbutica. La Suzuki ha risolto anche lei i suoi problemi di motricità. La GP16 col cambio di gomma e il ritocco al centraggio si ritrova suppergiù dove si trovava la vecchia GP15 con gomme giapponesi. La Honda si ritrova spiazzata: con le Bridgestone non aveva problemi di motricità, ma col centraggio simile a quello 2015 oggi si ritrova alla pari delle attuali GP15 su Michelin. Molto impegnativa dal punto di vista fisico.</p>
<p style="text-align: justify;">Pazienza, mi ha scritto qualcuno: basterà guidarla in drift, e il pilota ci sarebbe. Invece no: le Michelin si distruggono facilmente, la guida di traverso richiede un altro tipo di carcassa e, di conseguenza, un altro tipo di mescola. Giustamente Marquez guida più pulito degli scorsi anni ma paga un sottosterzo in uscita che rende troppo leggero il suo avantreno, impedendogli le rapide inversioni di piega e le accelerazioni a moto piegata. Tutto già visto, compresa la sensazione del pilota secondo il quale “il motore spinge troppo, è troppo brusco”. Qualcuno a suo tempo voleva appesantire il volano, altri preferiscono tagliare con l’elettronica. Ma il problema non è né il motore né l’elettronica. A questo proposito valga una considerazione: oggi la Ducati riesce a invertire le pieghe e ad accelerare in percorrenza, ma davvero voi credete che il motore sia stato appesantito o depotenziato? Guardatela in rettilineo e poi rispondete con calma 😉</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-60266" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/05/2016-05-25_194231.png" alt="2016-05-25_194231" width="822" height="388" title="MotoGP Debriefing Mugello: cavalli o baricentro? 1175" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/05/2016-05-25_194231.png 822w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/05/2016-05-25_194231-768x363.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/05/2016-05-25_194231-300x142.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/05/2016-05-25_194231-696x329.png 696w" sizes="(max-width: 822px) 100vw, 822px" />Infine, un dettaglio che metterà la pietra tombale sulle sciocchezze circa la minore potenza del motore Honda. Chi di voi ha mai fatto la Bucine? Bene, allora sapete benissimo che in quella piega infinita non esiste moto capace di mettere a terra più di qualche decina di cavalli. Perfino le Moto3, con una sessantina di cavalli, percorrono la Bucine col gas tutto parzializzato. E mi volete dire che il motore di Marquez non aveva abbastanza potenza? La verità è che conta quanti puoi scaricarne, e questo dipende dal centraggio e dal setting. Marquez ha dovuto chiudere la porta a Lorenzo prendendo la corda troppo in fretta. Ma con la moto bassa e arretrata si è ritrovato largo in uscita – tipo vecchia Ducati, ricordate? &#8211; senza alcuna possibilità di accelerare, pena la perdita dell’avantreno. Lorenzo, lasciato sfilare Marquez, ha allargato l’ingresso per prendere una corda più ritardata e uscire largo sì, ma col gas aperto. Naturalmente non vedremo mai le telemetrie, ma nel mio piccolo posso dirvi una cosa: 30 anni fa non c’erano, e le mie analisi le facevo lo stesso 😉</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Debriefing Le Mans: ancora misteri sulle Michelin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 May 2016 16:39:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quinto debriefing della stagione 2016 in Francia, a Le Mans. Partiamo subito con le considerazioni sulla pista, con grip non elevato e con curvette lente prima dei rettilinei. Il problema per anni è stato la motricità proprio in quelle curvette. Assetto alto con elevati trasferimenti era la scelta di molti team in passato, con gomme [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Quinto debriefing della stagione 2016 in Francia, a Le Mans. Partiamo subito con le considerazioni sulla pista, con grip non elevato e con curvette lente prima dei rettilinei. Il problema per anni è stato la motricità proprio in quelle curvette. Assetto alto con elevati trasferimenti era la scelta di molti team in passato, con gomme morbide e qualche problema di maneggevolezza per chi, col centraggio arretrato, rischiava di perdere l’anteriore nelle curve strette.</p>
<p style="text-align: justify">Poi arriva la Michelin e la posteriore ha fin troppa trazione. Si pasticcia nelle prime gare, qualche gomma non regge la gara, si prova una carcassa più rigida e il battistrada si stacca, allora si prova la carcassa rigida con la mescola dura e la posteriore slitta anche sul dritto, alla fine si ritorna al punto di partenza con una posteriore che ha un grip esagerato. Le 4 in linea ringraziano e monopolizzano il podio.</p>
<p style="text-align: justify">Potrebbe finire qui ma non ci sarebbe gusto, quindi la Michelin decide di movimentare la gara con la gomma anteriore. Le 4 in linea riescono a caricarla un po’ meglio, poi ci sarebbe la Ducati e infine la Honda. E proprio la moto italiana sembra aver trovato un buon compromesso con Iannone: il suo assetto più alto si traduce in un miglior trasferimento in frenata, il link sembra ben regolato e fa allargare la ruota posteriore pur mantenendo una trazione eccellente.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-59848" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/05/2016-05-08_150507.jpg" alt="2016-05-08_150507" width="568" height="268" title="Debriefing Le Mans: ancora misteri sulle Michelin 1178">Ora mettiamoci nei panni di Iannone: sa di essere un sorvegliato speciale, la sua preoccupazione è di fare un bel risultato senza manovre avventate. Riesce ad essere veloce, sta andando a riprendere il fuggitivo Lorenzo e improvvisamente cade di anteriore. Riprende la sua moto e fa altri due giri senza troppa convinzione, son quasi certo che nella sua testa pensava di essere stato prudente e di non aver sbagliato nulla. E proprio per questo era per metà perplesso e per metà incazzato. Bè, aveva ragione.</p>
<p style="text-align: justify">Al rientro nel box molla la sua moto e corre dritto filato dal suo telemetrista, il quale gli conferma tutto: in quella curva, proprio nella caduta, lui aveva meno freno, meno velocità e meno angolo rispetto ai suoi giri precedenti. Non stava forzando. Non in quella curva. E questo mette la parola fine ai commenti dei troppi cronisti che se Iannone va più forte allora stava forzando ed è colpa sua. Lui “non può” essere più veloce dei mostri sacri, come osa?</p>
<p style="text-align: justify">Tecnicamente se si verifica una caduta mentre la telemetria ci dice che non abbiamo forzato, non resta che una sola ipotesi: il grip della gomma era diverso dai giri precedenti. E visto che non stiamo parlando di pneumatici sulle tele, questo significa che il grip di quella gomma non è costante e varia troppo rapidamente da un momento all’altro. Grave.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-59846" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/05/2016-05-08_150255.jpg" alt="2016-05-08_150255" width="578" height="311" title="Debriefing Le Mans: ancora misteri sulle Michelin 1179">A conferma di ciò, immediatamente inizia una serie incredibile di cadute di anteriore. Se la caduta di Crutchlow scatena qualche facile ironia, quella di Dovizioso, più preciso di un orologio svizzero, pare inspiegabile. Lo stesso Marquez, un pilota che talvolta ha ripreso avantreni ormai perduti, casca come un sacco di patate. Qualcuno azzarda circa un fantomatico quadrato di asfalto strano, ma poi ci pensa una Tech3 a ribadire il concetto andando a cadere in un punto diverso. Sempre di anteriore. Si salva Pedrosa che, con l’assetto più alto e una guida sulle uova, porta al traguardo la sua Honda ma paga un bel distacco.</p>
<p style="text-align: justify">E questo ci porta per la quarta volta in cinque gare a parlare di gomme più che di moto e piloti. Iniziando proprio da un breve slowmotion di Rossi e di quello che la regia ha definito “wobbling”.</p>
<p style="text-align: center">[youtube]https://youtu.be/Cvz-Tsuo-AM[/youtube]</p>
<p style="text-align: justify">Facciamo una piccola digressione tecnica: il wobbling è quello che i motociclisti non blasonati chiamano sbacchettamento e si verifica in circostanze ben precise. In due parole, è uno sterzo troppo reattivo – e infatti capita con ridotte incidenze e avancorse – che innesca un serpeggiamento in perfetto sincronismo col rollio della moto. Se il telaio entra in risonanza sono guai, ma si può perdere il controllo anche senza torsioni del telaio. La cosa importante durante questo fenomeno è che la ruota anteriore non va affatto in deriva.</p>
<p style="text-align: justify">Qui invece vediamo altro: la gomma perde il grip e Rossi evita di cadere riaprendo millimetricamente lo sterzo, dopodiché la gomma riacquista aderenza e Rossi lo richiude per mantenere l’equilibrio, dato che nella riapertura di sterzo la moto inclinata cascherebbe per mancanza di forza centripeta. La manovra, a patto di avere grande esperienza, è istintiva. Non c’è il tempo di ragionare “adesso raddrizzo di sterzo e poi curvo dopo”. Ma a Rossi non manca certo l’esperienza soprattutto in condizioni di grip precario come, ad esempio, sul bagnato. E se guardate bene, la moto si comporta come se avesse appena iniziato a piovere e il grip diventa “strano”. Quello lì non è wobbling: è solo un pompaggio delle sospensioni, a partire da quella anteriore che si schiaccia quando ritrova aderenza e si estende quando la perde. E questo pompaggio con relativa variazione di assetto a singhiozzo finisce per essere avvertito anche dalla posteriore. Qui la geometria non c’entra, qui dipende dal grip.</p>
<p style="text-align: justify">Solo che a Le Mans non pioveva. E su questo, come si suol dire, non ci piove. Queste gomme lavorano malissimo, inutile prenderci in giro. E non mi va neppure di essere politicamente corretto con il gommista, visto che a rischiarci sopra la pelle sono i piloti. Si mettano d’impegno, studino, ricerchino, chiedano in giro, se non ce la fanno paghino qualche consulenza o comprino gli ingegneri dalla Bridgestone ma facciano qualcosa, seriamente.</p>
<p style="text-align: justify">Alla luce di questo, possiamo dire che tutti hanno avuto questo problema e che Yamaha e Suzuki (neppure tutte, eh) sono quelle che per ragioni di centraggio mantenevano quel minimo di grip che solo i piloti più esperti riuscivano a sfruttare per metterci una pezza. Ma questa rogna se la son dovuta grattare tutti, nessuno escluso. Riesaminiamo la gara.</p>
<p style="text-align: justify">Iannone va meglio per via dei trasferimenti dinamici, ma appena si esauriscono (a freni in rilascio) il carico si abbassa. Vola via perché il grip è sceso rispetto al giro (o forse anche alla curva) precedente. Dovizioso finisce a terra senza un perché, Marquez decide per una volta di entrare in frenata dritta e l’avantreno diventa una saponetta. Pedrosa va piano e sente di non poter rischiare. E qui non si tratta di un basso grip in assoluto, badate bene: con un grip costantemente basso probabilmente anche le scelte di assetto sarebbero state diverse e avremmo visto i vari Marquez, Hernandez e Barbera guidare di traverso. Qui il grip pareva buono o scarso da un metro all’altro. E questo è molto pericoloso. Mi aspetto di sentire il responsabile per la sicurezza delle gomme, dopotutto la Dorna ha incaricato qualcuno esattamente di questo compito.</p>
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		<title>Debriefing Jerez: i segreti dello spinning posteriore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2016 13:50:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Conclusa la gara a Jerez, una cosa era chiara a tutti: le gomme Michelin sono ancora lontane dall’affidabilità delle vecchie Bridgestone. A inizio stagione avevamo predetto modifiche di carcassa puntualmente arrivate, adesso è ora di lavorare sulle mescole, e la cosa non sarà facile. Vediamo cosa è successo in gara. Molti piloti accusano un problema [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Conclusa la gara a Jerez, una cosa era chiara a tutti: le gomme Michelin sono ancora lontane dall’affidabilità delle vecchie Bridgestone. A inizio stagione avevamo predetto modifiche di carcassa puntualmente arrivate, adesso è ora di lavorare sulle mescole, e la cosa non sarà facile. Vediamo cosa è successo in gara.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti piloti accusano un problema curioso, pare che le moto abbiano troppo spinning sulla ruota posteriore anche in marcia alta in pieno rettilineo. Eppure l’asfalto di Jerez non è scivoloso in assoluto, anzi. La risposta è solo una: la Michelin ha portato gomme posteriori con mescole a bassa aderenza per limitare la deformazione della carcassa e risolvere nell’immediato il problema di distacco del battistrada. Frustrante.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo poi si aggiunge la scelta bizzarra di molti piloti che decidono di correre con la media posteriore, probabilmente convinti che con l’asfalto così caldo la mescola morbida non avrebbe resistito. Le superstizioni, si sa, sono dure a morire, quindi lo ripeteremo ancora una volta: la temperatura dell’asfalto non c’entra nulla con la resistenza di una gomma, la mescola va scelta in funzione del tipo di asfalto, ovvero del suo grip.</p>
<p style="text-align: justify;">Meglio ancora, del grip determinato dall’accoppiamento tra mescola e asfalto nelle condizioni di gara. Molti piloti sanno bene che la mattina, con asfalto fresco, i tempi sono migliori di quelli realizzabili il pomeriggio con asfalto molto caldo, e spesso sentiamo definire “più lenta” la pista del pomeriggio. Quindi il grip “scende” con pista calda, con tutte le implicazioni connesse. Non mi credete? Ok, vediamo le gomme dei piloti e come si presentavano dopo la gara.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-59562" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/2016-04-28_153018.jpg" alt="2016-04-28_153018" width="1013" height="582" title="Debriefing Jerez: i segreti dello spinning posteriore 1185" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_153018.jpg 1013w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_153018-768x441.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_153018-300x172.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_153018-696x400.jpg 696w" sizes="(max-width: 1013px) 100vw, 1013px" />La prima gomma è quella di Lorenzo, beccata in parco chiuso mentre la solita manina tentava di sottrarla agli sguardi indiscreti secondo una prassi ormai consolidata negli ultimi due anni, da quando gira voce che alcuni loschi individui saprebbero leggere una gomma e perfino spiegare come si fa. Eccola qui.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-59561" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/2016-04-26_152100.jpg" alt="2016-04-26_152100" width="948" height="562" title="Debriefing Jerez: i segreti dello spinning posteriore 1186" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-26_152100.jpg 948w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-26_152100-768x455.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-26_152100-300x178.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-26_152100-696x413.jpg 696w" sizes="(max-width: 948px) 100vw, 948px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La parte centrale è indubbiamente rovinata, ma osservandola bene si nota il tipico disegno screpolato di un degrado dovuto a strisciamento sull’asfalto. Naturalmente cambia l’orientamento delle linee di forza, ma il fenomeno è analogo a quanto si verifica su certe anteriori che vanno in deriva in pieno sottosterzo. Vi dice nulla la gomma qui sotto?</p>
<p><figure id="attachment_50541" aria-describedby="caption-attachment-50541" style="width: 617px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-50541" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-16_105808.jpg" alt="Texas 2015" width="617" height="377" title="Debriefing Jerez: i segreti dello spinning posteriore 1187" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-16_105808.jpg 617w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-16_105808-300x183.jpg 300w" sizes="(max-width: 617px) 100vw, 617px" /><figcaption id="caption-attachment-50541" class="wp-caption-text">Texas 2015</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">C’è dell’altro. Guardiamo le spalle belle lisce e compatte, senza creste. Sapete cosa significa? Che la gomma era fredda e la mescola non era pastosa. D’altra parte se la gomma scivola sul dritto chi dovrebbe deformarla? Come può raggiungere la temperatura prevista? Ecco, non può. Appena l’asfalto si scalda (il cielo andava rasserenandosi) la gomma fa il contrario e si raffredda. E a partire dal 12° giro la “prudenziale”mescola francese a basso grip fa il resto della frittata. Sulla M1 così bassa ci voleva la soft, magari corretta con un decimo di pressione in più.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-59560" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/2016-04-26_151821.jpg" alt="2016-04-26_151821" width="740" height="563" title="Debriefing Jerez: i segreti dello spinning posteriore 1188" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-26_151821.jpg 740w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-26_151821-300x228.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-26_151821-696x530.jpg 696w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" />Ed ecco la gomma di Rossi, presa durante il sacrosanto festeggiamento. La fascia centrale è meno degradata, il suo setting più alto gli regalava un po’ di grip supplementare in uscita di curva. Eppoi qualcuno da quel lato del box sa ragionare: temperatura dell’asfalto sotto controllo H24 e cartello BRK appena si superano le condizioni previste. Ricordate le parole di Rossi il sabato? Più o meno “stiamo ragionando sulle gomme, siamo al limite tra la media e la soft e dobbiamo valutare cosa useremo in gara”.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, si rallenta sul dritto, ma si conserva la gomma senza degradarla e soprattutto conservando quel minimo di trazione necessaria a scaldarla anche sui fianchi. Guardatela bene (sfortunatamente il frame non è chiarissimo, ma il video la mostra molto chiaramente): siamo lontani da certe creste, ma sicuramente le spalle non sono lisce come una gomma mai usata. Rossi ha sopportato qualche giro in cui Lorenzo pareva guidare a testa bassa per riprenderlo, ma sapeva che quello era un fuoco di paglia e che il prezzo sarebbe stato alto in pochi giri. Spalle fredde contro spalle calde, la gara non ha avuto storia. Rossi ha vinto in curva perché ha saputo ragionare col suo tecnico in ottica gara.</p>
<p style="text-align: justify;">A ulteriore conferma, i dati delle due M1 Tech3 – entrambe su morbida posteriore – ci dicono che il calo c’è stato attorno al giro 18. Quindi chi parla di usura della gomma sull’asfalto caldo non sa quello che dice. Quella non era usura ma degrado da eccesso di deriva/spinning con conseguente bruciatura superficiale della mescola.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-59563" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/2016-04-28_154225.jpg" alt="2016-04-28_154225" width="711" height="506" title="Debriefing Jerez: i segreti dello spinning posteriore 1189" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_154225.jpg 711w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_154225-300x214.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_154225-696x495.jpg 696w" sizes="(max-width: 711px) 100vw, 711px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Passiamo alle due Suzuki, entrambe gommate media. La moto pare una M1 del 2011/2012, agilissima e compatta, alta di baricentro e con carichi dinamici elevati. Gomme posteriori eccellenti, probabilmente un decimo di pressione in meno ha aiutato a tenerle calde. Ottimo lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-59564" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/2016-04-28_154245.jpg" alt="2016-04-28_154245" width="376" height="591" title="Debriefing Jerez: i segreti dello spinning posteriore 1190" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_154245.jpg 376w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_154245-300x472.jpg 300w" sizes="(max-width: 376px) 100vw, 376px" />La Ducati di Dovizioso ha sofferto sulla posteriore solo quando ci è finita sopra l’acqua della pompa, mentre la gemella andava meglio via via che i giri passavano, tanto che nelle dichiarazioni di Iannone non c’è traccia di lamenti al riguardo.</p>
<p><figure id="attachment_59565" aria-describedby="caption-attachment-59565" style="width: 720px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-59565 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/2016-04-28_154442.jpg" alt="2016-04-28_154442" width="720" height="538" title="Debriefing Jerez: i segreti dello spinning posteriore 1191" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_154442.jpg 720w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_154442-300x224.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_154442-696x520.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_154442-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption id="caption-attachment-59565" class="wp-caption-text">La moto di Marquez</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Arriviamo alla Honda, con gomme posteriori in regola data la sua trazione. Il battistrada si presenta omogeneo e con le creste proprio dove dovrebbero essere. Il problema è che su una pista tanto guidata e con una distribuzione dei pesi così particolare, la Honda non riesce ad essere agile. Se proprio vogliamo accusare una gomma, direi che l’anteriore era la più in difficoltà. Un po’ come le vecchie Ducati. Non a caso il lunedì nei test ufficiali la Michelin cambia l’anteriore e Marquez segna il miglior tempo, ben al di sotto anche delle sue qualifiche.</p>
<p><figure id="attachment_59566" aria-describedby="caption-attachment-59566" style="width: 822px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-59566" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/2016-04-28_154456.jpg" alt="La moto di Pedrosa" width="822" height="584" title="Debriefing Jerez: i segreti dello spinning posteriore 1192" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_154456.jpg 822w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_154456-768x546.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_154456-300x213.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-28_154456-696x494.jpg 696w" sizes="(max-width: 822px) 100vw, 822px" /><figcaption id="caption-attachment-59566" class="wp-caption-text">La moto di Pedrosa</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, la Michelin ha le sue colpe per le mediocri prestazioni assolute, probabilmente ancora brucia lo smacco in mondovisione della gomma dechappata e le mescole sono da sviluppare meglio. Ma se qualche pilota ci aggiunge del suo e sbaglia la scelta “perché fa caldo”, beh, la colpa non è tutta di Michelin. Diciamo che ha vinto l’esperienza, va bene?</p>
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		<title>Debriefing 2016 Texas &#8211; Austin</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2016/04/15/debriefing-analisi-tecnica-texas-austin/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=debriefing-analisi-tecnica-texas-austin</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Apr 2016 16:28:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In assenza di immagini specifiche sulle gomme del dopogara o sulle teste di forcella, ormai introvabili a causa di una pessima regia e di una riservatezza sempre maggiore dei team, quest’anno sembra che ci dobbiamo impegnare quasi esclusivamente sulla gara e sull&#8217;incrocio dei dati ufficiali della gara. Il giorno che decideranno di non pubblicarli più, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In assenza di immagini specifiche sulle gomme del dopogara o sulle teste di forcella, ormai introvabili a causa di una pessima regia e di una riservatezza sempre maggiore dei team, quest’anno sembra che ci dobbiamo impegnare quasi esclusivamente sulla gara e sull&#8217;incrocio dei dati ufficiali della gara. Il giorno che decideranno di non pubblicarli più, il mio lavoro sarebbe praticamente impossibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Dati incrociati, dicevamo, e iniziamo con il mistero di Rossi. Sotto accusa la frizione che molti giornalisti hanno definito “gonfiata” dimenticandosi che la M1 ha la frizione a secco. Possiamo stabilire se la sua moto aveva davvero qualche problema? Sì, basta guardare le velocità massime nei due giri completati: 23 km/h e 12 km/h in meno rispettivamente nel primo e nel secondo giro, sempre rispetto alla moto di Lorenzo. Visto e considerato che la frizione dopo la partenza non viene più toccata dal pilota – ovvero, resta sempre attaccata – possiamo ipotizzare che si sia deformato qualche disco metallico in partenza e la superficie di contatto imperfetta abbia generato uno slittamento avvertibile solo a gas pieno con marcia alta, mentre a moto piegata in seconda o terza, laddove si scarica poca potenza e il rapporto è corto, la il problema non era significativo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-59101" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/2016-04-15_171913.jpg" alt="2016-04-15_171913" width="349" height="196" title="Debriefing 2016 Texas - Austin 1196" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-15_171913.jpg 349w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-15_171913-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 349px) 100vw, 349px" />A conforto di ciò vediamo i tempi, da tre a cinque decimi più lenti del suo compagno di team Lorenzo ma comunque in linea con tanti altri piloti. Questo però ci racconta di un Rossi costretto a forzare in curva per recuperare ciò che inevitabilmente perdeva nei rettilinei. La caduta nei primi giri con gomme ancora fredde ci può stare.</p>
<p style="text-align: justify;">Marquez dichiara che adesso ha adottato delle linee di ingresso in curva in stile Yamaha, più rotonde e meno spezzate, per essere più veloce in percorrenza a fronte di un’impossibilita della moto di aprire subito il gas come negli anni precedenti. Attenzione, parla di linee “in ingresso”. Visto che mi fischiavano le orecchie, sono andato a rileggermi il <a href="https://www.giornalemotori.com/2015/04/16/debriefing-austin-texas/"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>debriefing dello scorso anno</strong></span></a>, al capitolo Ducati:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Passiamo alla Ducati. Non volava nelle esse. Migliorata, per carità, sono il primo a fare i complimenti a tutti. Ma come lo stesso Dall&#8217;Igna ben sa, siamo ancora lontani da una moto perfetta. Anzitutto sconta un peso totale ancora elevato, con molta inerzia nelle curve, ma in Ducati son già al lavoro per alleggerire dove si può. Poi il setting anteriore è perfettibile, soprattutto per quanto riguarda la frenata. Capiamoci subito, la D16 non avrà mai la potenza frenante a moto dritta delle vecchie versioni per una semplice questione di centraggio: ma c’è una grande differenza tra la Ducati che scappa davanti e quella che poi è costretta a inseguire, e i problemi di frenata – o meglio, di assetto in frenata &#8211; diventano evidenti. Vediamo meglio.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Finchè la Ducati scappa, la traiettoria in ingresso è più rotonda: la moto si guida meglio in percorrenza, la frenata meno efficace è compensata dalla possibilità di tenere i freni anche in inserimento per molti metri. Il punto di staccata, in sostanza, non cambia rispetto allo scorso anno: la GP14 e la GP15 staccano nello stesso momento ma con diversa potenza frenante. La vecchia frenava in 50 metri dove la nuova frena in 60, ma quei dieci metri di differenza sono DENTRO la curva, quindi l’inizio della frenata resta lo stesso. In queste condizioni però non sempre è possibile proteggere la traiettoria interna, e Marquez si infila come un coltello nella ricotta. A questo punto la Ducati insegue, <strong>Dovizioso tenta la traiettoria stretta con la frenata a moto dritta ma la GP15 a quel punto non ha la potenza frenante. Anzi, ad essere precisi, non ha l’assetto corretto per mettere a terra la potenza frenante</strong>.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Sembra di leggere la Honda attuale, non è vero? Marquez ha una moto con basso carico statico anteriore e con bassi trasferimenti. Sceglie una morbida anteriore sapendo che dovrà trattarla bene e cerca di entrare in curva più rotondo per non perdere troppa velocità alla corda. D’altra parte abbiamo già visto come un ingresso con frenata di traverso significa una velocità alla corda inferiore. Ovviamente paga le sue gomme morbide a fine gara, con tempi più lenti a partire dal quindicesimo giro, a posizioni ormai consolidate. Tanto che tutti, compreso Lorenzo, hanno pensato che fosse una normale “gestione del vantaggio” e hanno rinunciato ad attaccarlo. Ho il ragionevole sospetto che Lorenzo su hard avesse le gomme ancora in condizioni perfette, ma mancano le foto. Peccato, la scelta sui 21 giri di gara era quella giusta.</p>
<p style="text-align: justify;">Pedrosa sceglie un maggiore trasferimento con moto più alta, ripercorrendo un po’ lo stesso errore del Rossi su Ducati. Usa un telaio diverso, simile a quello dello scorso anno che con le gomme francesi non si adatta benissimo, ma nonostante tutto i tempi sono buoni. La gomma dura all&#8217;avantreno va d&#8217;accordo col maggior carico dinamico ma sconta un problema: a inizio frenata, al momento di attaccare i dischi, il carico iniziale è solo quello statico. Nel caso di un classico Panic-Stop – tipo vecchietta che sbuca tra le auto in sosta e si butta in strada fuori dalle strisce pedonali – il bloccaggio dell’anteriore diventa una certezza. Pedrosa è tutto impegnato a stare appresso alla Ducati in rettilineo e perde il riferimento proprio quando Dovizioso arriva un po’ lungo. Frena troppo brusco e la frittata è fatta, rendendo inutile anche il tentativo di alleggerire e strizzare nuovamente la leva. La forcella “imbizzarrita” rilevata da tanti cronisti è un comportamento assolutamente normale in quelle condizioni, fidatevi della mia personale esperienza in fatto di vecchiette…</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-59100" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/2016-04-15_170800.jpg" alt="2016-04-15_170800" width="539" height="297" title="Debriefing 2016 Texas - Austin 1197" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-15_170800.jpg 539w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-15_170800-300x165.jpg 300w" sizes="(max-width: 539px) 100vw, 539px" /><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-59099" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/2016-04-15_170644.jpg" alt="2016-04-15_170644" width="471" height="292" title="Debriefing 2016 Texas - Austin 1198" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-15_170644.jpg 471w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-15_170644-300x186.jpg 300w" sizes="(max-width: 471px) 100vw, 471px" /> Ducati ben settate e giustamente gommate. Non avremo mai la prova che Dovizioso potesse fare pressione sui primi nella seconda parte della gara, ma il sospetto c’è. Ben equilibrate anche le due Suzuki, forse le sole a non soffrire un eccessivo degrado sulle gomme medie, con tempi molto costanti anche dopo il quindicesimo giro.</p>
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		<title>Le modifiche al muso della Williams al Gp del Bahrain</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2016 06:46:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nonostante il brutto gp di Barhain con la scellerata scelta di gomme che ha messo in difficoltà la Williams, il team britannico ha prodotto uno sforzo notevole per aggiornare la parte anteriore della monoposto</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-59028" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/5c511a339b7ba6ed31085a7d5c9fc28d-300x200.jpg" alt="5c511a339b7ba6ed31085a7d5c9fc28d" width="300" height="200" title="Le modifiche al muso della Williams al Gp del Bahrain 1199">Nonostante il brutto gp di Barhain con la scellerata scelta di gomme che ha messo in difficoltà la Williams, il team britannico ha prodotto uno sforzo notevole per aggiornare la parte anteriore della monoposto. Le modifiche hanno visto interessata l&#8217;ala anteriore, il muso ed i deflettori lungo le fiancate. Partendo dall&#8217;ala anteriore la paratia verticale ai lati del piccolo deflettore che si trova nella parte superiore dell&#8217;ala, non è più un pezzo unico, ma è stata ricavata una feritoia per permettere il passaggio dell&#8217;aria riducendo la pressione. Come sempre teniamo a ribadire, l&#8217;ala anteriore di una F1 non ha solo il compito di generare carico aerodinamico, ma quanto anche il compito di indirizzare il flusso aria nella parte sottostante della vettura. L&#8217;aria che arriva ad infrangersi contro il muso attraverso i vari profili alari e deflettori si scompone inviando una parte consistente sotto il fondo vettura, poi bisogna controllare le turbolenze del flusso interno alle ruote, e cercare di togliere pressione dalla massa di aria che si infrange contro la ruota anteriore. La piccola paratia modificata dai tecnici Williams per quanto di ridotte dimensioni appartiene ad un componente che in piccolo ha la stessa logica di funzionamento di ogni ala di maggiori dimensioni. Nel caso ci sia un eccesso di pressione, questa va scaricata facendo defluire l&#8217;aria ai lati. Il flusso aria che ne fuoriesce viene indirizzato sotto il centro vettura.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-59032" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/Williams-GP-Bahrai-1-300x200.jpg" alt="Williams-GP-Bahrai 1" width="300" height="200" title="Le modifiche al muso della Williams al Gp del Bahrain 1200">Sotto il muso la Williams ha adottato anche dei profili svergolati che hanno il compito di separare il flusso aria che passa sotto il muso da quello che passa vicino alla ruota sottoposto a turbolenza. La cosa che preme far notare è la differenza di spessore, di forma e di incurvatura dei tre profili. Una soluzione che rende idea di come sia complesso il moto d&#8217;aria in quella zona. Non si può indirizzare il flusso con un solo tipo di appendice, ma ogni singolo profilo lavora in modo indipendente investito da un determinato flusso aria con una finalità diversa da quello che lo precede. Un modo per capire la complessità che i tecnici affrontano quando devono far lavorare le vetture nella galleria del vento e la quantità di parametri che devono considerare quando si ha a che fare con i fluissi aria.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-59033" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/f1-bahrain-gp-2016-williams-2-300x200.jpeg" alt="f1-bahrain-gp-2016-williams 2" width="300" height="200" title="Le modifiche al muso della Williams al Gp del Bahrain 1201">Il terzo dettaglio è la modifica del deflettore che si pone davanti alle fiancate, una modifica già vista sulla Mercedes e di cui abbiamo già parlato. Lo scopo del deflettore in questione è quello di separare nettamente il flusso aria che arriva dalle ruote ed investe la fiancata da quello che passa sotto il muso e fornisce carico al fondo della vettura. Il flusso centrale deve essere sempre lineare senza disturbo. Scomporre questo pannello in tanti piccoli profili collegati tra di loro, ha lo scopo di portare maggiore aria al fondo di quanto ne arrivi da sotto il muso e nel contempo tenerla anche lineare senza turbolenze. Il fatto che anche la Williams usi lo stesso pannello già visto sulla Mercedes indica che il concetto è verosimilmente funzionale al carico.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La frizione automatica secondo Schaeffler</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Apr 2016 10:27:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Schaeffler sta fornendo soluzioni automatiche intelligenti per i sistemi di frizione in particolare sistemi fino ad oggi azionati mediante comandi meccanici o idraulici.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2016/04/13/schaeffler-e-clutch/">La frizione automatica secondo Schaeffler</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-59020" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/0009429B-300x225.jpg" alt="0009429B" width="300" height="225" title="La frizione automatica secondo Schaeffler 1202">Schaeffler sta fornendo soluzioni automatiche intelligenti per i sistemi di frizione in particolare sistemi fino ad oggi azionati mediante comandi meccanici o idraulici. Il sistema chiamato &#8220;e-Clutch&#8221; prevede di automatizzare tutte le funzioni tipiche della frizione durante la marcia.  Un sistema automatizzato permette un notevole risparmio di carburante, soprattutto quando si abbina la frizione automatica ai classici cambi manuali. In sostanza questo sistema permette di avere una terza via tra il manuale ortodosso, ed il cambio automatico, creando una terza via ibrida che automatizza solo il comando della frizione lasciando al pilota il compito di decidere la marcia. In futuro saranno molti i costruttori che metteranno a disposizione dei propri clienti anche per modelli di medio bassa fascia di mercato di modelli con frizione automatica di basso e medio livello del mercato europeo. Già oggi l&#8217;orientamento del mercato sta andando verso il cambio automatico con una percentuale vicina al 50% nel mercato globale.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-59021" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/0009427D-300x121.jpg" alt="0009427D" width="300" height="121" title="La frizione automatica secondo Schaeffler 1203" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/0009427D-300x121.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/0009427D.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Schaeffler ha sviluppato un la sua e-Clutch con tre livelli di automazione. Si parte da una variante denominata MTplus, che mantiene il sistema di trasmissione idraulica ma con l&#8217;aggiunta di un attuatore che controlla la pressione per l&#8217;inserimento e disinserimento. Con questa soluzione i tempi di azionamento si riducono, lo sforzo si abbassa. Vantaggi netti già nella configurazione base, a costi contenuti per il clienti finale con minime differenze rispetto ad un componente standard. La riduzione dei consumi passa sfruttando i momenti di disconnessione della frizione dal motore staccandolo completamente dalla trasmissione riducendo le predite e migliorando l&#8217;efficienza.  Nei cicli di omologazione per i consumi, il sistema MTplus ha garantito una riduzione minima del 2%  dei consumi fino ad una più ottimistica previsione nella migliore delle ipotesi del 8% nel ciclo urbano più intenso e gravoso secondo le specifiche di omologazione eurpeee.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-59022" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/00094271-300x146.jpg" alt="00094271" width="300" height="146" title="La frizione automatica secondo Schaeffler 1204" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/00094271-300x146.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/00094271.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Il secondo step della e-Clutch  sostituisce tutta la parte meccanica ed idraulico dell&#8217;impianto che comanda la frizione.  Il comando del pedale esiste ancora, ma aziona la frizione come un interruttore. Un sensore invia un segnale circa la posizione del pedale ad un attuatore che comanda la frizione. Il conducente preme il pedale come se fosse un normale cambio manuale senza rendersi conto che la frizione viene comandata by-wire. Un attuatore adattativo permette di controllare l&#8217;effettiva necessità interfacciando le posizioni del pedale con le reali necessità di motore e trasmissione.  Quello che potrebbe sembrare complicato invece è applicabile secondo Schaffler alla maggioranza dei veicoli in commercio riducendo notevolmente i costi.  Questo sistema permetterebbe ai guidatori che non rinuncerebbero mai ad un cambio manuale di avere tutti i pregi di quest&#8217;ultimo pur avendo le comodità di un cambio automatico.  In vantaggi di questo sistema sono quello di avere un azionamento molto più rapido soprattutto in condizioni di frenata di emergenza. Per i driver più sportivi di avere cambiate molto più rapide con un inserimento della frizione più tempestivo potendo cambiare anche modificare la logica di azionamento mediante varie mappature abbinandosi alle funzioni sport presenti sui veicoli moderni, funzione che fino ad oggi era appannaggio delle trasmissioni automatiche più evolute. Schaeffler dichiara che con questa frizione by-wire si può evere una riduzione di consumi nella migliore delle ipotesi 17%.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-59023" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/00094276-300x145.jpg" alt="00094276" width="300" height="145" title="La frizione automatica secondo Schaeffler 1205" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/00094276-300x145.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/00094276.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />L&#8217;ultimo step è la frizione elettronica ECM che si basa sul sistema precedente ma con la differenza che sparisce il pedale che comanda la frizione. Un sensore fornisce il segnale di disimpegno quando Driver è intento a voler cambiare marcia, la frizione in questo caso si attiva mediante i suoi attuatori ed il pilota passa alla marcia successiva.  L&#8217;elevato grado di automazione del sistema ECM fornisce anche base di partenza per l&#8217;integrazione di un motore elettrico nella catena cinematica. Usando una batteria per un sistema a 48 V, la frizione può far intervenire il motore elettrico in tutte quelle condizioni dove non sarebbe necessario il motore endotermico, soprattutto a bassa velocità nelle manovre nei centri urbani. Un sistema che rende una vettura a cambio manuale simile ad un ibrido con cambio automatico di ultima generazione.  L&#8217; e-clutch di Schaeffler apre un nuovo scenario per il futuro delle trasmissioni manuali, ma soprattutto indica anche nuove strade più semplici e meno costose per rendere le future ibride anche vetture già presenti nel parco circolante da tempo.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>
<a href="https://www.giornalemotori.com/2016/04/13/schaeffler-e-clutch/listener-2-54/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/Listener-2-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="Listener 2" title="La frizione automatica secondo Schaeffler 1206"></a>
<a href="https://www.giornalemotori.com/2016/04/13/schaeffler-e-clutch/listener-3-18/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/Listener-3-1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="Listener 3 1" title="La frizione automatica secondo Schaeffler 1207"></a>
<a href="https://www.giornalemotori.com/2016/04/13/schaeffler-e-clutch/listener-4-15/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/Listener-4-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="Listener 4" title="La frizione automatica secondo Schaeffler 1208"></a>
<a href="https://www.giornalemotori.com/2016/04/13/schaeffler-e-clutch/listener-5-18/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/Listener-5-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="Listener 5" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/Listener-5-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/Listener-5-1024x1024.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/Listener-5-768x768.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/Listener-5-300x300.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/Listener-5-696x696.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/Listener-5.jpg 1136w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" title="La frizione automatica secondo Schaeffler 1209"></a>
<a href="https://www.giornalemotori.com/2016/04/13/schaeffler-e-clutch/listener-233/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/Listener-1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="Listener 1" title="La frizione automatica secondo Schaeffler 1210"></a>
<a href="https://www.giornalemotori.com/2016/04/13/schaeffler-e-clutch/listener-234/"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/Listener-150x150.png" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="Listener" title="La frizione automatica secondo Schaeffler 1211"></a>
</p>
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		<title>Debriefing 2016 Argentina &#8211; Termas de Rio Hondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Apr 2016 20:37:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Argentina 2016, gara davvero ingiudicabile, spezzata in due parti a causa di un grossolano errore di valutazione del nuovo gommista.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-58695" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/1-1.png" alt="Debriefing Argentina" width="658" height="459" title="Debriefing 2016 Argentina - Termas de Rio Hondo 1212"></p>
<p style="text-align: justify;">Gara davvero ingiudicabile, spezzata in due parti a causa di un grossolano errore di valutazione del nuovo gommista. Sull&#8217;argomento ne abbiamo già discusso in un articolo a parte, con qualche precisazione nei commenti, quindi oggi lo daremo per scontato e ci occuperemo delle motociclette dal punto di vista tecnico, pur con tutte le difficoltà del caso. Difficile fare un debriefing qui sulla pista di Rio Hondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tracciato bagnato a macchia di leopardo dava sulla carta un vantaggio alle moto con maggiore motricità, quindi la vittoria di Marquez era prevista, così come la debacle di Lorenzo. Ciò che non era previsto era che le altre Honda arrivassero così distanti, sinceramente da Pedrosa e Crutchlow era lecito aspettarsi qualcosa di meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Concentriamoci dunque sulle anomalie. Prima su tutte la Yamaha di Rossi, escludendo in partenza che le due moto fossero diverse. Purtroppo una corretta analisi prevedrebbe l’esame delle gomme a fine gara, ma sembra che i team siano tutti molto gelosi di questi dettagli e non ci è stato possibile trovare le immagini a fine gara. Non resta che pensare a qualche differenza sulla pressione della gomma, magari dovuta alla differenza di tempo nel riscaldamento sotto termocoperta.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo è che la moto era abbastanza “sulle uova” rispetto a quella utilizzata nei primi giri. In alternativa, posso solo pensare che con una pista che andava asciugandosi la sua mescola si muovesse un po’ troppo. Mancava il tipico ingresso fulminante, con la moto che entra in curva come un coltello entra nella ricotta; e ogni volta che ha provato a forzare, finiva largo a centro curva e in uscita. Più che un problema di freni pareva davvero un problema di grip sull&#8217;avantreno. Sono solo ipotesi, senza l’analisi delle gomme è impossibile dire qualcosa di più preciso. Peccato, il potenziale c’era tutto e Rossi stava dando lezioni a chiunque.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-58792" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/2016-04-07_223106.jpg" alt="Debriefing Argentina" width="565" height="343" title="Debriefing 2016 Argentina - Termas de Rio Hondo 1213" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-07_223106.jpg 565w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-07_223106-300x182.jpg 300w" sizes="(max-width: 565px) 100vw, 565px" />Spesso si dice che due coincidenze sono un indizio e tre coincidenze sono una prova. In ingegneria meccanica le cose non stanno così, e due coincidenze sono già una prova. La moto di Redding è una GP15 e ha rovinato la corona come la GP15 di Dovizioso al Mugello lo scorso anno, e tanto basta per rilevare un punto critico su quella versione: la distanza tra il pignone secondario e il pivot è eccessiva rispetto alla lunghezza (o cortezza) del forcellone, e questo determina un eccesso nella variazione della tensione catena durante la corsa della sospensione posteriore per banali ragioni trigonometriche. Basta una catena appena lasca ed ecco che la catena viene centrifugata sulla corona e lavora solo sulla punta dei denti. Da lì in poi la corona ha i minuti contati.</p>
<p style="text-align: justify;">Eccellente prestazione per le nuove Ducati, soprattutto molto maneggevoli. Dovessi giudicare da qui, direi che la Ducati è la moto migliore del lotto, cosa che lo scorso anno – nonostante i risultati eccellenti delle prime gare e l’entusiasmo di tanti cronisti – non rilevavo. La facilità con cui Dovizioso si è infilato all&#8217;interno di Rossi e di Iannone cambiando traiettoria all’ultimo metro è sicuramente degna di nota, bravissimo Dall&#8217;Igna.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-58793" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/2016-04-07_223221.jpg" alt="Debriefing Argentina" width="536" height="307" title="Debriefing 2016 Argentina - Termas de Rio Hondo 1214" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-07_223221.jpg 536w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-07_223221-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" />Per tutti gli altri, una gara inutile e da dimenticare: credo di non aver mai visto una gara in cui sale a podio un pilota che ha beccato mezzo minuto di ritardo sul traguardo, e le altre moto sono arrivate ancora più lontane. Poco inquadrate e con distacchi fino a un minuto e oltre. Tecnicamente non ha alcun significato, è andata così: meglio dormirci sopra e aspettare il Texas.</p>
<p style="text-align: justify;">PS: se qualcuno trovasse le foto delle gomme di Rossi nel dopogara è pregato di segnalarcele, grazie.</p>
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		<title>Perché una gomma si distrugge? Dechappage e dintorni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danny Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Apr 2016 17:18:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La gomma distrutta di Redding. La questione gomme torna prepotentemente alla ribalta dopo il grave problema occorso a Scott Redding, che si è ritrovato con la schiena martoriata dalla mescola della gomma posteriore staccatasi in accelerazione durante le prove del GP di Argentina. Nelle ore seguenti al “fattaccio” sono uscite parecchie teorie e interpretazioni: colpa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-58730" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/2016-04-05_173259.jpg" alt="2016-04-05_173259" width="730" height="415" title="Perché una gomma si distrugge? Dechappage e dintorni 1218" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-05_173259.jpg 730w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-05_173259-300x171.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/04/2016-04-05_173259-696x396.jpg 696w" sizes="(max-width: 730px) 100vw, 730px" /><strong>La gomma distrutta di Redding. </strong>La questione gomme torna prepotentemente alla ribalta dopo il grave problema occorso a Scott Redding, che si è ritrovato con la schiena martoriata dalla mescola della gomma posteriore staccatasi in accelerazione durante le prove del GP di Argentina.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle ore seguenti al “fattaccio” sono uscite parecchie teorie e interpretazioni: colpa del calore emesso dagli scarichi della Desmo16, la Ducati è troppo potente e scalda troppo le gomme, la nuova elettronica è ancora acerba e quindi le continue derapate portano la gomma a surriscaldarsi e quindi a dechappare.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-full wp-image-58731 alignleft" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/04/2016-04-05_173402.jpg" alt="2016-04-05_173402" width="230" height="314" title="Perché una gomma si distrugge? Dechappage e dintorni 1219">Prima di spiegarvi bene cosa succede alle gomme e a cosa le porta a distruggersi, partiamo con lo smentire le ipotesi scritte sopra.</p>
<p style="text-align: justify;">Per prima cosa gli scarichi Ducati, che effettivamente passano a cavallo della gomma posteriore, al pneumatico fanno appena il solletico, per prima cosa perché anche la Honda ha un percorso degli scarichi molto simile, e poi perché c’è una piccola protezione in carbonio che di fatto “taglia” il calore impedendo il ponte termico caldo.</p>
<p style="text-align: justify;">La troppa potenza è anche un argomento decisamente opinabile visto e considerato che, motori che sviluppano tra i 230 e 240 cavalli, la differenza di potenza massima tra una moto e l’altra oscilla tra il 3 e il 5%, e le moto utilizzano la piena potenza a gas spalancato per poche decine di metri ogni giro. Impossibile credere che poca potenza in più possa portare una gomma al collasso.</p>
<p style="text-align: justify;">In altri tempi, successe che si portarono anche gomme anteriori al dechappamento, non sarà mica stata la potenza della ruota davanti?</p>
<p style="text-align: justify;">Terzo e ultimo argomento, le troppe derapate dovute all’elettronica meno sofisticata. La domanda che sorge spontanea è: gli anni scorsi non derapavano? Anche con elettronica Factory? Le gomme di Stoner sarebbero dovute durare si e no cinque giri secondo questo ragionamento, che infatti non ha senso e non ha ne capo ne coda.</p>
<p style="text-align: justify;">Per cercare di farvi capire effettivamente cosa provoca il riscaldamento e l’eventuale surriscaldamento di un pneumatico, dobbiamo fare un passo indietro scomodando un chimico, Lavoisier, e la sua legge di conservazione. Conoscerete la famosa frase “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.</p>
<p style="text-align: justify;">In pratica, quando noi facciamo bollire dell’acqua in una pentola, vedremo che il liquido via via sparisce. Magia? Scompare? No, diventa vapore acqueo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso succede nella fisica classica, e nel nostro caso tutta l’energia si trasforma in calore. Come? Con la deformazione della gomma.</p>
<p style="text-align: justify;">Un pneumatico da cosa è formato? E’ composto da diversi strati, tra i quali troviamo la Carcassa che è lo strato più profondo, dalla Cintura che è appena sopra, e per ultimo dal battistrada (o mescola).</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-17339" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/09/radialeparteuno.jpg" alt="radialeparteuno" width="420" height="280" title="Perché una gomma si distrugge? Dechappage e dintorni 1220" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/09/radialeparteuno.jpg 420w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/09/radialeparteuno-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 420px) 100vw, 420px" />Ora: sempre considerando l’ultima ipotesi delle continue derapate, come si comporterebbe un pneumatico? Possiamo capirlo prendendo una semplice gomma per cancellare: se la strofiniamo in continuazione, vedremo il truciolo di gomma e sentiremmo del calore.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che inganna, è che il calore è solo sugli strati superficiali, arriva solo fino ad un certo limite e dopodiché la gomma cede e diventa truciolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Succede la stessa cosa ad un pneumatico da moto: si grattugia, si scalda superficialmente, ma troveremo un pneumatico completamente grattugiato.</p>
<p style="text-align: justify;">La vera responsabile del riscaldamento degli pneumatici è la deformazione della carcassa: una gomma si deve scaldare dall’interno, dai suo strati più profondi.</p>
<p style="text-align: justify;">A tal proposito riprendo qui un paragrafo di un articolo scritto ancora in tempi non sospetti e che vi consiglio di leggere per approfondire l’argomento, dal titolo <a href="https://www.giornalemotori.com/2012/09/13/motogp-i-perche-delle-gomme-prima-parte/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>&#8220;I perché delle gomme&#8221;</strong></span></a>:</p>
<p style="text-align: justify;">“In una motocicletta, una volta raggiunto l’equilibrio tra potenza immessa e potenza dissipata – e cioè quando la moto è al massimo della sua velocità e il suo moto non è più accelerato – i cavalli che arrivano alla catena vengono dissipati per circa l’ottanta per cento dalla resistenza aerodinamica e per il restante venti per cento dalle gomme (nelle condizioni descritte, quasi tutto sulla posteriore che infatti è ben più grossa dell’anteriore).</p>
<p style="text-align: justify;">Significa che su 250 cavalli, una cinquantina vengono assorbiti dalle gomme e trasformati in calore nella carcassa: ora, per i più distratti, ricordiamo che 50 cavalli in calore equivalgono a una stufa elettrica da 40KW. Credo che tutti abbiano esperienza delle stufette casalinghe da 2 o 3 KW, no? Ecco, dentro la carcassa viene prodotto calore in quantità venti volte maggiore: ed è di gomma, mica in tungsteno… E’ proprio questo il calore che scalderà la mescola e contemporaneamente determinerà le caratteristiche di elasticità della carcassa, in quanto la gomma è un materiale la cui rigidità dipende dalla temperatura.”</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto successo a Redding ricalca esattamente questo fenomeno: un surriscaldamento profondo che ha portato gli strati profondi del battistrada a squagliarsi staccandolo completamente dalla carcassa, cosa non nuova in casa Michelin.</p>
<p style="text-align: justify;">La Casa francese ha da sempre costruito gomme dalla carcassa più morbida, concetto che invece la Bridgestone ha ribaltato, portando carcasse ultrarigide.</p>
<p style="text-align: justify;">Evidentemente le temperature all’interno della carcassa hanno raggiunto un valore tale da mettere in crisi la cintura e la mescola, portando quest’ultima a staccarsi con violenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo dedurre che la deformazione di quel pneumatico era eccessiva; forse una gomma fallata (capita) o forse si è provato a lavorare con pressioni più basse di quanto consigliato portando a questo eccessiva produzione di calore.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, una gomma più gonfia avrebbe scaldato meno, ma probabilmente la temperatura dello strato più superficiale della mescola sarebbe rimasto troppo freddo causando un altro inconveniente classico conosciuto come “gomma strappata”: una mescola fredda ma con troppo grip non scivola sull’asfalto ma tende a fratturarsi per mancanza di quella plasticità tipica di una gomma nel range termico corretto.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, più che di gomma fallata possiamo parlare di scelta sbagliata da parte del gommista circa l’opportunità di portare una gomma troppo morbida su questo tipo di asfalto. Ricordiamolo sempre: sporco non significa liscio.</p>
<p>Se volete approfondire il discorso, ecco i nostri tre articoli tecnici a riguardo:</p>
<p><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/10/10/come-e-fatta-una-gomma/" target="_blank">Com&#8217;è fatta una gomma</a></strong></span></p>
<p><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/09/13/motogp-i-perche-delle-gomme-prima-parte/" target="_blank">I perché delle gomme</a></strong></span></p>
<p><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/10/24/ma-le-gomme-ci-avvertono/" target="_blank">Le gomme e le deformazioni</a></strong></span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2016/04/05/perche-gomma-distrutta/">Perché una gomma si distrugge? Dechappage e dintorni</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<title>Debriefing 2016 Qatar &#8211; Losail</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Mar 2016 13:20:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima gara dell’anno con molte incognite: moto nuove ma soprattutto gomme nuove su una pista anomala per molteplici ragioni. La prima è che si corre di notte, quindi le considerazioni e i ragionamenti validi in Qatar possono tranquillamente essere smentiti nel resto della stagione. La seconda è la sabbia, e abbiamo già visto in passato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2016/03/23/debriefing-2016-qatar-losail/">Debriefing 2016 Qatar &#8211; Losail</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Prima gara dell’anno con molte incognite: moto nuove ma soprattutto gomme nuove su una pista anomala per molteplici ragioni. La prima è che si corre di notte, quindi le considerazioni e i ragionamenti validi in Qatar possono tranquillamente essere smentiti nel resto della stagione. La seconda è la sabbia, e abbiamo già visto in passato cosa significa: la pista sporca sembra richiedere una gomma morbida – che peraltro non migliora la situazione, visto che parliamo di sporco e non di asfalto troppo scivoloso – e in seguito, appena le traiettorie si gommano, la morbida smette di scivolare e ci ritroviamo con deformazioni troppo alte e un degrado precoce.</p>
<p style="text-align: justify;">Sull&#8217;altro piatto della bilancia la gomma morbida con una pista chiazzata di sabbia – magari a causa del vento che continua a sporcarla – non migliora il suo grip sui tratti sporchi ma quantomeno riesce a entrare nel suo range termico grazie ai tratti puliti. In senso assoluto può essere un vantaggio, ma il pilota si ritrova a gestire un grip singhiozzante e un comportamento scorbutico e imprevedibile. Una scelta difficile per qualsiasi tecnico, insomma, e questo spiega come mai la pista di Losail non risulti particolarmente simpatica a nessuno, neppure se ci si è già vinto.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche parola la spendiamo ancora sulle Michelin, in particolare sul loro profilo: risolto il problema di gioventù dei primissimi test, ora il profilo anteriore risulta più graduale nel passaggio dalla zona centrale alla spalla, con una curvatura sulla cintura più simile alle vecchie Bridgestone. Per restando fondamentalmente più agili, con una migrazione laterale del contatto inizialmente inferiore, ora è sparito il problema della migrazione eccessiva nel passaggio da 40 a 50 gradi di piega. La gomma, per dirla breve, è un po’ meno appuntita al centro e un po’ più bombata sulla fascia incriminata, con maggiore costanza nella migrazione del contatto rispetto alla variazione dell’angolo di piega. Resta comunque una gomma più agile, con qualche riflesso sui valori in pista.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo da Ducati. Il nuovo profilo regala agilità perfino alle vecchie GP14, la GP15 risulta quasi perfetta e la GP16 non ha nulla da invidiare alle evolutissime Yamaha. Tanto che iniziano ad ereditarne anche alcuni comportamenti a cui non eravamo abituati, primo fra tutti la possibilità di chiudere le traiettorie di anteriore, con un carico sull&#8217;avantreno più costante anche in accelerazione e la possibilità di mandarlo in deriva senza per questo finire per terra con lo sterzo chiuso.</p>
<p style="text-align: justify;">Un vantaggio in termini di feeling, non c’è dubbio, ma anche un superlavoro per la carcassa anteriore. Siamo sicuri che la mescola morbida fosse la più indicata? Io personalmente credo di no, in questo confortato dal comportamento della Ducati nella parte finale della gara, laddove il povero Dovizioso era costretto a remare col manubrio in uscita di curva per riprendere continuamente la traiettoria.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-58355" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/03/2016-03-23_134153.jpg" alt="2016-03-23_134153" width="630" height="408" title="Debriefing 2016 Qatar - Losail 1223" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/03/2016-03-23_134153.jpg 630w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/03/2016-03-23_134153-300x194.jpg 300w" sizes="(max-width: 630px) 100vw, 630px" />Purtroppo non possiamo averne conferma dal battistrada in parco chiuso in quanto molti team dallo scorso anno coprono le gomme del dopogara dagli sguardi indiscreti di alcuni ficcanaso adusi a cercare il pelo nell&#8217;uovo e a sputtanare ogni dettaglio in rete. Manca la prova del comportamento dell’altra Ducati ufficiale, con il secondo Andrea steso per un’imprecisione sulla guida. Resta peraltro il conforto di due moto che nei primi giri con l’anteriore nuova erano praticamente irraggiungibili. Sul motore ogni nostro commento è superfluo, e sicuramente il nuovo quattro cilindri Ducati ha i suoi meriti nell&#8217;aver portato a podio l’unica moto di testa con la gomma anteriore sbagliata.</p>
<p style="text-align: justify;">In casa Honda troviamo una moto sicuramente migliorata rispetto al mese scorso ma ancora difficile da far curvare. Qui in Qatar non ci sono esse impegnative ma l’impressione è quella di una maggiore difficoltà nei rapidi cambi di inversione e nel raddrizzamento in uscita di curva, tanto che neppure Pedrosa con la sua guida “a molla” riesce ad essere efficace. Questo dettaglio indica un baricentro piuttosto basso e una ridotta leva a disposizione delle gomme per cambiare piega. Marquez decide di guidare per linee spezzate, puntando subito la corda per girare stretto e riaprire tutto, e qui notiamo che la sua Honda era l’unica moto di testa che portava l’avantreno al galleggiamento.</p>
<p style="text-align: justify;">In combinazione con un baricentro basso, questo ci dice che il baricentro è più arretrato delle concorrenti e la scelta di una posteriore media ha sicuramente senso, consentendo alla sua moto di battagliare negli ultimi giri con una Ducati in difficoltà di anteriore. Pedrosa sceglie due gomme soft, e qui sinceramente non me lo so spiegare: la soft posteriore crea ancora più sottosterzo laddove la moto abbia già troppa motricità, e questo costringe il pilota ad abbassare ulteriormente la moto per ridurre i trasferimenti di carico. Ma rendendola un camion nelle curve. D’altra parte, sollevare la moto conduce a stendersi di anteriore per il sottosterzo in uscita. Siamo davanti alla famosa coperta corta, stavolta di marca giapponese, e ancora una volta si sceglie la via elettronica per mascherare un problema progettuale. La mia impressione è che presto vedremo un nuovo telaio in casa Honda.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel box Yamaha troviamo sensazioni contrastanti. Lorenzo raggiante, finalmente due gomme agili che compensano i suoi assetti bassi. Morbida posteriore e hard anteriore sono perfette, deve solo accodarsi alle due Ducati e aspettare il momento del primo calo dei due Andrea su anteriori morbide. Perfetto. Nell&#8217;altra metà del box, Rossi un po’ spaesato. Guida forte, azzarda nelle staccate ma non riesce ad avvicinarsi. Inutile cercare di incolpare la mescola posteriore, il suo assetto più alto con ogni probabilità avrebbe imposto una pressione troppo alta su una posteriore soft, con effetti potenzialmente disastrosi su qualche ondulazione presente sul tracciato e con un comportamento più brusco sull&#8217;eventuale sporco in pista. D’altra parte la sua moto non ha manifestato uno spinning posteriore eccessivo, dunque il problema non è la motricità. E allora?</p>
<p style="text-align: justify;">Dico la mia senza avere la pretesa di avere la soluzione in tasca: nell&#8217;impostazione delle curve ho notato una certa precarietà nell&#8217;individuazione del corretto angolo di piega, probabilmente dovuto al profilo delle gomme francesi nei confronti di un assetto alto e fin troppo agile. D’altra parte Rossi ha sempre mal sopportato una moto bassa e con trasferimenti di carico ridotti. Più che la gomma sbagliata a me è sembrato che ci fosse da correggere qualcosa nella geometria di sterzo, aumentando qualche millimetro di offset e compensando con un’incidenza appena maggiore. In alternativa, tornare a quote abbandonate nel 2013 a causa di una posteriore Bridgestone con grip insufficiente. Oggi le gomme francesi non hanno sicuramente quel limite.</p>
<p style="text-align: justify;">E a dimostrazione che la conoscenza e l’adattamento alle nuove gomme non è ancora concluso per nessuno, valga la considerazione che un errore di valutazione sull&#8217;anteriore ha determinato sul traguardo un buco di dieci secondi tra le hard e le soft, con la sola eccezione di Dovizioso motorizzato desmo.<img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-58356" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/03/2016-03-23_134247.jpg" alt="2016-03-23_134247" width="632" height="597" title="Debriefing 2016 Qatar - Losail 1224" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/03/2016-03-23_134247.jpg 632w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2016/03/2016-03-23_134247-300x283.jpg 300w" sizes="(max-width: 632px) 100vw, 632px" /></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2016/03/23/debriefing-2016-qatar-losail/">Debriefing 2016 Qatar &#8211; Losail</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<title>Best Engine: Mercedes-Amg M133 il 4 cilindri per la gamma A45 AMG</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Mar 2016 15:04:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E' stata chiamata in causa la AMG che ha creato un gioiello tecnologico che porta la sigla di M133.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_57984" aria-describedby="caption-attachment-57984" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-57984" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/03/m133-the-first-four-cylinder-turbo-mercedes-amg-engine-explained_7-300x225.jpg" alt="IF" width="300" height="225" title="Best Engine: Mercedes-Amg M133 il 4 cilindri per la gamma A45 AMG 1225"><figcaption id="caption-attachment-57984" class="wp-caption-text">IF</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify">La Mercedes, quando ha deciso di entrare nel segmento delle compatte premium del mercato con la gamma Classe A e le sue derivate ha dovuto affrontare anche il tema scottante delle compatte o hot hatch come le definiscono i britannici ad alte prestazioni. Per essere la migliore del segmento aveva la necessità di mettere il campo la migliore tecnologia motoristica possibile. E&#8217; stata chiamata in causa la AMG che ha creato un gioiello tecnologico che porta la sigla di M133. Si tratta di  un motore 4 cilindri benzina turbocompresso, derivato da un altro motore l’ M270.  A dire il vero di questo motore gli ingegneri della AMG hanno stravolto praticamente ogni componente rimanendo solo le misure di base simili nel nuovo M133.  Tutte le conoscenze tecniche maturate negli anni durante la progettazione dei più grandi e potenti motori M156 e M157 sono state come vedremo travasate direttamente sui componenti dell&#8217; M133.  In sostanza stiamo parlando del motore 4 cilindri più potente nella categoria 1.8/2.0 Litri  più potente del mercato.   I quattro pistoni hanno una corsa di 83 millimetri per un alesaggio di 92 millimetri, per un rapporto di compressione tipicamente basso per motori turbo da 8.6:1.   L&#8217;M133 ha un limite di fissato a quota 6.700 giri, ma ha una erogazione di potenza che da il meglio di se tra i 5.000 e 6.000 giri. Per un livello di potenza erogata di 360 cavalli metrici e 450 Nm. Un motore con un livello di potenza specifico di 180cv/Litro.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-57985" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/03/m133-the-first-four-cylinder-turbo-mercedes-amg-engine-explained_9-300x176.png" alt="m133-the-first-four-cylinder-turbo-mercedes-amg-engine-explained_9" width="300" height="176" title="Best Engine: Mercedes-Amg M133 il 4 cilindri per la gamma A45 AMG 1226">Costruito con un monoblocco e testa completamente in alluminio, su questo motore è stata fatto un lavoro di ottimizzazione di tutti i flussi interni sia nella parte bassa del monoblocco lavorando sui condotti di lubrificazione e raffreddamento che per i condotti di alimentazione della testa e la camera di combustione. Un lavoro che ha permesso ai tecnici AMG di ottenere uno dei 4 cilindri più leggeri in assoluto, con il record della categoria per il rapporto peso/potenza. Gli ingegneri tedeschi hanno usato quanto di meglio avevano a disposizione per le lavorazioni meccaniche ed la definizione delle finiture di componenti come le canne dei cilindri e fasce di tenuta con tecnologia “Nanoslide” eliminando ogni distorsione statica  causata dal contatto tra cilindro e testa,  tecnologia già usata per i motori della SLS AMG per ridurre al massimi gli attriti.  Una riduzione degli attriti che ha effetti positivi anche sui valori di consumo.  La presenza di canali ravvicinati ai cilindri consente un più veloce passaggio dell&#8217;olio per una lubrificazione più efficacie con un tempo di salita dalla coppa dell&#8217;olio più rapido in ogni fase di utilizzo del motore anche le più gravose.  Le valvole di scarico hanno un rivestimento superficiale per limitare i problemi di surriscaldamento e sono composte di un anima formata da sodio per migliorare lo scambio termico ed il raffreddamento del componente.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-57986" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/03/m133-the-first-four-cylinder-turbo-mercedes-amg-engine-explained_3-300x200.jpg" alt="m133-the-first-four-cylinder-turbo-mercedes-amg-engine-explained_3" width="300" height="200" title="Best Engine: Mercedes-Amg M133 il 4 cilindri per la gamma A45 AMG 1227">L’ M133 essendo un motore turbo, ha ha comportato un lavoro enorme dal punto di visto termodinamico. Nel M133 c&#8217;è stato uno studio per usare al meglio la miscela di aria benzina per ottenere una combustione la migliore possibile, consentendo di ottenere potenza senza penalizzare i consumi.  Un modo di concepire il motore turbo direttamente preso dalla filosofia che vede vincente la Mercedes in F1.  Il motore utilizza l&#8217; iniezione diretta di benzina a getto guidato con iniettori piezoelettrici posizionati centralmente nelle quattro camere di combustione. Come la maggior parte dei suoi rivali, anche l&#8217;AMG  ha risolto i problemi di ritardo del turbocompressore utilizzando un sistema twin-scroll per sfruttare al massimo l&#8217;energia del flusso dei gas di scarico che raggiunge la turbina fin dai regimi medio bassi. Il turbo utilizza una pressione di 1,8 bar un valore notevole per un motore di questa cilindrata.  Particolare attenzione riservata anche al sistema di raffreddamento con radiatori in gradi di lavorare con liquido particolare fino a 130°C, con l&#8217;aggiunta di un radiatore situato nella parte anteriore davanti alla ruota destra. Per migliorare l&#8217;efficienza ed i consumi sul motore  M133 viene usato un sistema di  controllo dell’alternatore per ridurre gli assorbimenti di potenza, in più controlla la variare l’utilizzo della pompa dell’olio e la funzione ECO start/stop. Il motore  così progettato consente di rispettare appieno le normative Euro6 nonostante il livello enorme di potenza rispetto alla cilindrata.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>F1: Analisi tecnica della Mercedes W07</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Mar 2016 15:05:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo aver visto Ferrari e McLaren Honda è il momento di analizzare i dettagli della Mercedes W07.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-57790" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/03/2-300x277.jpeg" alt="2" width="300" height="277" title="F1: Analisi tecnica della Mercedes W07 1228">E passata la prima fase di test a Barcellona, in questi momenti le scuderie stanno affrontando la seconda sessione di test sul tracciato spagnolo. Ormai ci sono abbastanza viste da poter spulciare nei dettagli i segreti delle monoposto che saranno protagoniste della prossima stagione. Dopo aver visto Ferrari e McLaren Honda è il momento di analizzare i dettagli della Mercedes W07.  Partendo dal muso, sembra che non sia cambiato gran che. Invece la grande differenza con la passata stagione sta tutta nell&#8217;affinamento dei dettagli. Soprattutto i deviatori sono cambiati per indirizzare meglio i flussi aria sotto la monoposto nella zona centrale dove si trova lo scalino di legno. Il muso a dire la verità presenta una importantissima verità, una grossa presa aria a forma di squalo, che funge da invito per il sistema S-Duct. Come si vede meglio ancora che nella soluzione utilizzata dalla McLaren, alla Mercedes devono aver preso molto sul serio l&#8217;importanza di avere una efficienza aerodinamica alle alte velocità svuotando l&#8217;eccesso di aria che si forma nella parte inferiore del muso.  L&#8217;aria che arriva al fondo vettura, viene ad essere pulita ed essenzialmente viaggia alla velocità ideale con la giusta portata eliminando di fatto gli eccessi. Per migliorare l&#8217;andamento del flusso aria sotto la vettura ci sono anche nuovi deflettori laterali. Quelli che si solito sono davanti ai cassoni laterali, sono stati divisi in tanti piccoli pannelli a forma di profilo alare verticale di altezza variabile. Il passo tra le alette determina la portata e l&#8217;aumento di velocità che il flusso aria deve avere prima di investire la parte inferiore della pancia laterale.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-57791" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/03/1-1-300x200.jpg" alt="1 (1)" width="300" height="200" title="F1: Analisi tecnica della Mercedes W07 1229">La forte turbolenza a cui è sottoposta l&#8217;aria proveniente dall&#8217;interno ruote, ha costretto i tecnici tedeschi a legare con un piccolo fermo aerodinamico la parte superiore delle alette più alte. La funzione del pannello era quella in origine di dividere i due flussi aria, quello della parte centrale, con quello turbolento e nocivo all&#8217;esterno della pancia stessa. La soluzione della Mercedes tende ad usare parte del flusso nocivo esterno per sigillare o dare forza all&#8217;aria con l&#8217;aiuto del flusso esterno non prima che venga però domato dai piccoli deflettori laterali. Una soluzione innovativa,  particolare che nessuno aveva adottato fino a questo momento.  La parte posteriore della Mercedes W07 è ancora più interessante. Quello che in apparenza sembra essere una evoluzione della monoposto della passata stagione, nasconde grandissime novità. La zona a coca cola tra le ruote posteriori è talmente rastremata che ha permesso di sollevare il puntone che sostiene alettone e fanalino lasciando scoperto completamente il piano del profilo estrattore. In sostanza tutto il piano liberato dalla coda della monoposto, appare come una grossa appendice aerodinamica simile a quella che si vede nelle vetture Nascar sulla coda del baule, fatto ovviamente i dovuti distinguo per forma, incidenza e grandezza.  La zona viene investita dall&#8217;aria calda che arriva dall&#8217;interno pance. Questa soluzione è stata adottata con una ragionevole certezza anche dalla Ferrari. La differenza  tra i due team, sta nella sagomatura del condotto che fa uscire l&#8217;aria calda. Nel caso della Mercedes, si tratta di un condotto piccolo e stretto intorno allo scarico centrale.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-57792" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/03/4-300x289.jpeg" alt="4" width="300" height="289" title="F1: Analisi tecnica della Mercedes W07 1230">Una volta fuoriuscita l&#8217;aria calda investe due piccoli alettoni a forma di arco nella parte alta e incurvato verso le ruote nella parte bassa. I due deflettori curvi servono a tenere l&#8217;aria calda indirizzata verso il centro del fondo piatto.  Bisogna dire che questa soluzione di stringere molto il posteriore fino ad alzarlo dal profilo estrattore, è un idea venuta per prima alla McLaren Honda, che ha costretto il costruttore giapponese a fare un power unit piccolissima nella zona del cambio, con i relativi problemi di affidabilità noti a tutti. Il fatto che oggi la Mercedes e la Ferrari stanno andando nella stessa direzione, significa che i progettisti britannici non parlavano a vanvera quando dicevano di avere carico aerodinamico ma mancavano di sola potenza. Detto questo anche a Woking avevano usato condotti di sfogo dell&#8217;aria calda dalle fiancate grandi come quelle della Ferrari. La Mercedes è unica nell&#8217;essere andata nella direzione opposta costringendo il flusso caldo a interagire e scambiare energia per velocizzare quello centrale della monoposto.  Se in Mercedes hanno ragione lo vedremo nel corso dei test, o nel corso delle prime gare. Nel caso hanno ragione i tedeschi e la loro soluzione risulterà vincente, allora si può dire che un condotto largo per l&#8217;aria calda su tutto il profilo estrattore potrebbe generare instabilità nel flusso aria che arriva da sotto la vettura ai lati dello scalino di legno dove la quantità di aria è maggiore e più tormentata per effetto di una maggiore altezza da terra delle fiancate rispetto al centro vettura.  Un problema che avevano già paventato in McLaren con una certa instabilità nelle condizioni di vento favorevole alla direzione di marcia della monoposto.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>F1: Analisi della nuova McLaren Honda Mp4-31</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Feb 2016 11:32:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La McLaren Honda MP4-31 inizia la stagione 2016 con il piede giusto. Difficile fare peggio di un disastroso 2015, ma compiere due giorni di test senza rotture è già un passo avanti sulla strada giusta. La Honda ha fatto la sua parte come si poteva prevedere essendo comunque un grande costruttore. La McLaren dal canto suo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-57681" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/02/Listener-300x300.jpg" alt="Listener" width="300" height="300" title="F1: Analisi della nuova McLaren Honda Mp4-31 1233">La McLaren Honda MP4-31 inizia la stagione 2016 con il piede giusto. Difficile fare peggio di un disastroso 2015, ma compiere due giorni di test senza rotture è già un passo avanti sulla strada giusta. La Honda ha fatto la sua parte come si poteva prevedere essendo comunque un grande costruttore. La McLaren dal canto suo sembra aver capito le esigenze della casa giapponese elaborando un nuovo telaio ed una nuova veste aerodinamica. Nella nostra trattazione andremo alla scoperta per quanto possibile di quelle che sono le particolarità della nuova McLaren. Il muso ha sempre lo stesso bulbo tra i due piloni che reggono l&#8217;ala anteriore, ma nella macchina del 2016 ha i due sostegni allargati per avere un canale del passaggio dell&#8217;aria maggiorato. Ovviamente come abbiamo detto più volte, questa soluzione consente di avere una massa d&#8217;aria maggiore ad una maggiore velocità verso il fondo piatto della vettura. Il muso è stato anche accorciato per lasciare un ampio spazio sull&#8217;ala anteriore per non interferire con il flusso aria che investe la vettura come ha fatto ormai da tempo la Mercedes. Gli stesso supporti hanno una forma tale da diventare una sorta di deflettore che obbliga l&#8217;aria che passa interno alle ruote anteriori vada a finire per quanto possibile sotto il fondo vettura. Per impedire che gli eccessi di pressione che il flusso di aria avrebbe nell&#8217;investire il pilone di sostegno ci sono delle feritoie che sfogano e ancora una volta aiutano l&#8217;aria a compiere il percorso indicato dai tecnici britannici.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-57683" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/02/mclaren-sidepods-300x100.jpg" alt="mclaren-sidepods" width="300" height="100" title="F1: Analisi della nuova McLaren Honda Mp4-31 1234">Sulla parte superiore del muso si vede benissimo che alla McLaren usano un sistema S-Duct. Ricordiamo che questa soluzione ha lo scopo di ridurre la pressione dell&#8217;aria in eccesso sotto il muso che non riesce a passare sotto il fondo. Non ha una funzione di carico aerodinamico quanto quella di migliorare la penetrazione della monoposto e l&#8217;efficienza alle alte velocità. La differenza tra le due power unit, quella del 2015 e quella del 2016, ha come caratteristica la diversa presa aria sopra la testa del pilota. Il foro nella MP4-31 è più grande e diviso in due parti ben distinte.  La zona posteriore a coca cola, si pensava dovesse aumentare le dimensioni per ospitare la nuova motorizzazione 2016, invece da quello che appare è stata ancora più rastremata rispetto alla monoposto dello scorso anno. Da quello che si è visto nei test una strozzatura così importante non ha portato per adesso problemi di affidabilità alla nuova motorizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2016/02/26/mclaren-honda-mp4-31/">F1: Analisi della nuova McLaren Honda Mp4-31</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<title>Best Engine: La propulsione elettrica della Tesla Model S</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Feb 2016 13:56:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La Tesla non ha bisogno di presentazioni. In questa trattazione dove di solito esaminiamo i migliori motori del panorama automobilistico mondiale, vogliamo parlare della power unit che alimenta le uniche vetture al mondo di livello premium full elettrico</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-57430" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/02/2013-11-06-image-4-300x182.jpg" alt="2013-11-06-image-4" width="300" height="182" title="Best Engine: La propulsione elettrica della Tesla Model S 1235">La Tesla non ha bisogno di presentazioni. In questa trattazione dove di solito esaminiamo i migliori motori del panorama automobilistico mondiale, vogliamo parlare della power unit che alimenta le uniche vetture al mondo di livello premium full elettrico. Per farlo dobbiamo parlare di comparto propulsivo nel suo complesso e non di motore nel senso stretto del termine. Partendo da un concetto più ampio,  la Tesla ha lavorato sviluppando un telaio di alluminio per l&#8217;integrazione delle batterie limitando il peso in più che comportano. Volendo fare una premessa, una vettura elettrica è assimilabile ad un computer portatile, solo che scorrazza per le strada con le ruote.  Cosi come nei notebook, l&#8217;autonomia richiede una gestione accurata dei sistemi che usano le batterie. La Tesla usa un monitoraggio continuo delle celle ai polimeri di litio-ioni che utilizzano cobalto per una potenza di 85 kWh. Continuando con il paragone la batteria del computer portatile tra i migliori del mercato può contare su 85 Wh. Fatti due rapidi calcoli è come se una Telsa avesse un pacco batterie di 1000 notebook per la Model S. La Tesla inoltre ha creato un particolare software per lo scarico e la ricarica delle batterie divise in moduli da elementi indipendenti.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-57431" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/02/electric-vehicle-chassis-battery-systems-5-638-300x225.jpg" alt="electric-vehicle-chassis-battery-systems-5-638" width="300" height="225" title="Best Engine: La propulsione elettrica della Tesla Model S 1236"> I 540 kg di batterie poste nel pianale abbassano il centro di gravità dell&#8217;auto rendendo il comportamento simile ad una delle sportive più apprezzate dagli appassionati,  la  Toyota 86 ovviamente fatti i dovuti distinguo di dimensioni e masse totali delle Model S.  La potenza ha un valore di 700 CV fornita da due motori,  224 CV davanti e 476 CV al posteriore. Il sistema è stato separato per avere una distribuzione dei pesi 48/52, per un comportamento dinamico e piacevole. Tra i due motori non ci sono elementi meccanici di collegamento, entrambi i motori sono semplicemente sincronizzati e controllati dall&#8217;elettronica di bordo, per ottimizzare gli ingombri sono montati in posizione trasversale tra le ruote. La coppia massima è superiore alla potenza con un valore di 930 Nm. Con queste caratteristiche le prestazioni sono di assoluta eccellenza per la Tesla Model S P85D.  Nel dettaglio un motore elettrico consiste in un rotore che ruota in una gabbia. Nella fattispecie la Tesla Model S P85D utilizza due motori asincroni trifase con quattro poli.  Questo tipo di motore asincrono è parte di un brevetto dello scienziato che da il nome alla società  Nikola Tesla.  Usare questo tipo di motore è una  scelta quasi obbligata per l&#8217;azienda pionieristica che produce l&#8217;unica gamma di veicoli solo elettrici.  Un motore elettrico è tecnicamente molto semplice rispetto ad un motore a combustione anche rispetto ai più moderni ed efficienti. La velocità del motore è controllata da pochi circuiti elettrici e sistemi elettronici per gestire l&#8217;enorme potenza. Sul Modello S, il motore si trova su un lato del differenziale collegato al sistema di conversione con un generatore di frequenza per avere un segnale elettrico stabile nel motore.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-57433" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/02/images.jpg" alt="images" width="259" height="194" title="Best Engine: La propulsione elettrica della Tesla Model S 1237">Per entrare nel dettaglio sul funzionamento del motore, bisogna lasciare il campo della meccanica per entrare in quello dell&#8217;elettricità. Un motore<b> </b>asincrono, noto anche come ad induzione, è un motore elettrico a corrente alternata  senza collegamento tra elemento statore ed elemento rotore. Il termine asincrono viene dalla velocità di rotazione del rotore che non è esattamente determinata dalla frequenza delle  correnti che attraversano lo statore. Questo tipo di motore viene usato di solito per mezzi di trasporto tipo, metro, treni, navi propulsione, ed appunto auto elettriche. Viene usato anche per fini industriali come macchine utensili.  Questo tipo di motore ha una resa che va dal 85 e 98%, senza necessità di usare un sistema di raffreddamento o di un sistema di lubrificazione complesso. Un motore elettrico è molto compatto rispetto ad un motore termico della stessa potenza, in più non ha vibrazioni ne rumore. Per limitare la coppia molto elevata necessita di un sistema di riduzione. Il vantaggio di questo motore sta nel fatto di essere montato di presa diretta con il differenziale, che nel caso della Model S ha un rapporto di riduzione di 9.73 a 1 ​.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-57434" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/02/foto-3-1-300x169.jpg" alt="foto-3" width="300" height="169" title="Best Engine: La propulsione elettrica della Tesla Model S 1238">La perdita di rendimento è minima proprio per l&#8217;assenza di organi di collegamento meccanico.  Un sistema che rappresenta la quinta essenza della semplicità. Il problema più grande che ne limita la diffusione nonostante tutti i pregi detti, è rappresentato dalla capacità delle batterie e dalla loro ricarica veloce.  Tesla dopo un primo blocco batterie di 60 kWh a distanza di pochi anni già si è passati ad un valore di 85 kWh.  Le batterie hanno una temperatura di utilizzo ottimale tra 15 e 25 ° C. I tecnici Tesla usano un sistema di controllo della temperatura che garantisce l&#8217;efficienza del pacco batterie sia nei mercati dove il c&#8217;è clima torrido che molto freddo. Resta il problema dei tempi di ricarica. Ad oggi il vantaggio enorme dei carburanti fossili sta nel fatto che l&#8217;utilizzatore si ferma alla stazione  di servizio per poi ripartire con pieno per molti km dopo pochi minuti. Senza contare che le stazioni di servizio ad oggi sono diffuse quasi capillarmente. La Tesla  ad oggi nella migliore delle ipotesi impiega 20 minuti per ricaricare il solo il 50% di batteria per un autonomia di 270 km.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-57435" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/02/pansonic-battery-storage-systems-16-638-300x225.jpg" alt="pansonic-battery-storage-systems-16-638" width="300" height="225" title="Best Engine: La propulsione elettrica della Tesla Model S 1239">In ogni caso vanno usate le stazioni di ricarica messe appunto da Tesla, se si usa una normale presa da 220 ​​Volt e 13 A necessitano almeno 36h per una ricarica completa partendo da zero. Tempo che si riduce a 9 ore con una presa trifase di tipo industriale fino a  4h 30&#8242; di ricarica a seconda della corrente residua nelle batterie.  La Tesla fornisce un caricatore per convertire la corrente a 400 volt trifase 32 a per limitare il problema.  Ma delle tipologie di caricamento e della loro evoluzione necessita una trattazione specifica. Per coloro che si lamentano della mancanza di rumore, allora possiamo dire che non ha senso. La tecnologia elettrica ha il vantaggio nel silenzio, per essere avvistata nei centri cittadini ci sono sistemi di sicurezza sia sonori che visivi che usano le aziende anche per i muletti elettrici. Per chi sente la nostalgia del motore nell&#8217;abitacolo, non c&#8217;è modo di risolvere il problema. Gli altoparlanti interni alla vettura che sparano varie tracce sonore, per soddisfare il cliente non hanno senso. Se il cliente vuole sentire un motore endotermico ha semplicemente sbagliato prodotto, e non è ancora pronto per il futuro della mobilità sostenibile.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore<br />
</strong></p>
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		<title>Best Engine: BMW S55B30 per M3 e M4</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jan 2016 13:43:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il BMW S55B30 che equipaggia i modelli M3 ed M4 della casa bavarese. Motore che deriva direttamente dal classico e inossidabile N55.</p>
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<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-57181" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/01/4c59d569-e8f4-7ea1-300x176.jpg" alt="4c59d569-e8f4-7ea1" width="300" height="176" title="Best Engine: BMW S55B30 per M3 e M4 1240">Abbiamo avuto modo di testare uno dei motori migliori in assoluto del mercato automobilistico. Il BMW S55B30 che equipaggia i modelli M3 ed M4 della casa bavarese. Motore che deriva direttamente dal classico e inossidabile N55. Si tratta di un 3.0 litri twin turbo iniezione diretta sei cilindri come nella tradizione della BMW che in questa massima espressione eroga oltre 430 cavalli e <span style="color: #333333">406 Nm a partire dai</span><span style="color: #333333"> 1.850  fino a 5.500, per una potenza specifica di 141,6 CV / L.  </span>Un motore che ha migliorato i valori di peso già ottimi del S65 V8 precedentemente montato sui modelli M3 della passata generazione. Nonostante sia un motore turbo riesce a girare ad un numero di giri massimo di  7600 giri al minuto, con un rapporto di compressione molto alto per un valore di 10.2:. 1, valore che rimane lo stesso del N55 6 cilindri in linea della ​335i che però eroga meno potenza.  La cilindrata è ottenuta con un alesaggio di 84,0 millimetri per una corsa di 89,6 millimetri con una cilindrata complessiva di 2979 cc. L&#8217; S55  riesce ad erogare la sua coppia con una curva costante fin dai 1850 giri mantenendone consistente e poderosa  fino ai  5500 giri. Un andamento della curva di coppia sorprendente considerando i valori di cui è composto questo propulsore. Per la sovralimentazione, la BMW usa due turbo prodotti dalla Honeywell che generano una pressione di 1,25 bar di spinta massima.  Sembra che i progettisti della casa bavarese non siano andati oltre con i valori di pressione solo per non peggiorare la guidabilità.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-57182" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/01/Flow-enhanced-manifolds-s55-655x363-300x166.jpg" alt="Flow-enhanced-manifolds-s55-655x363" width="300" height="166" title="Best Engine: BMW S55B30 per M3 e M4 1241">Nel dettaglio il BMW M TwinPower Turbo comprende due turbocompressori mono-scroll, abbinati ad un sistema di iniezione diretta High Precision Injection. La fasatura variabile delle valvole VALVETRONIC ed il sistema Doppio VANOS permette una gestione variabile della fasatura dell&#8217;albero a camme fornisce un controllo completamente variabile del movimento della valvole di aspirazione. Questo permette al motore di avere una erogazione fluida e costante, migliorando i consumi e le emissioni. Il tutto senza minimamente ridurre la risposta <span class="goog-text-highlight">dell&#8217;acceleratore che invece mostra una reattività migliore che rispetto alla serie N55  </span>Il motore a sei cilindri dispone di un design closed deck del basamento per una migliore rigidità. Le camicie sono riportate direttamente sulle pareti dei cilindri per un miglioramento consistente del peso complessivo del motore. Le eccellenti doti di prestazioni della BMW M3 berlina e BMW M4 Coupé necessita di un migliore sistema di gestione termica del motore e di tutte le sue parti. Per garantire le temperature operative ottimali sia per brevi spostamenti che anche quando il veicolo gira in pista, gli ingegneri della divisione M hanno sviluppato un sistema di raffreddamento ad alta efficienza, che comprende un radiatore principale più dei radiatori aggiuntivi per che gestiscono le temperature di  turbocompressore e trasmissione, sfruttando una pompa elettrica che stabilizza le temperature a seconda delle necessità.</p>
<p style="text-align: justify">Il sistema di lubrificazione sfrutta tutta l&#8217;esperienza che la divisione M che ha guadagnato in anni di esperienza in pista. La coppa dell&#8217;olio in magnesio abbassa il peso inoltre è dotata di una serie di intercapedini per impedire eccessivi movimenti dell&#8217;olio in accelerazione o nei movimento in curva. La conformazione dell&#8217;intero circuito del lubrificante ha anche la funzione di rendere il lavoro dei due turbo meno gravosi. L&#8217;olio viene quindi garantito continuamente a tutti i componenti del motore in tutte le situazioni di guida indipendentemente che si tratti di guida cittadina o di pista estrema.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Best Engine: McLaren M838t V8 Biturbo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Jan 2016 13:36:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La McLaren è il team che più di tutti ha vinto in F1 sfruttando questa logica. Quando il team di Woking ha fatto la scelta di entrare nel mercato di produzione con una serie di supercar, si è posto il problema di avere un motore che non fosse solo comprato. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-56788" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/01/2012-mclaren-mp4-12c-m838t-twin-turbocharged-38-liter-v-8-engine-photo-385637-s-1280x782-300x183.jpg" alt="2012-mclaren-mp4-12c-m838t-twin-turbocharged-38-liter-v-8-engine-photo-385637-s-1280x782" width="300" height="183" title="Best Engine: McLaren M838t V8 Biturbo 1242">C&#8217;erano una volta i Garagisti. Il termine che usava Enzo Ferrari per descrivere la logica che usavano i britannici per le macchine da corsa. I team di oltremanica non costruivano tutto in casa ma si limitavano ad assemblare al meglio le eccellenze che nei vari campi della meccanica il mercato potesse offrire. Una politica che ha fatto la fortuna dei team Britannici fino ad oggi con le vittorie della RedBull in F1. La McLaren è il team che più di tutti ha vinto in F1 sfruttando questa logica. Quando il team di Woking ha fatto la scelta di entrare nel mercato di produzione con una serie di supercar, si è posto il problema di avere un motore che non fosse solo comprato. Serviva un motore preso da una società esterna rispettando appieno le caratteristiche dei progettisti McLaren. Una politica molto simile a quella applicata dal costruttore nostrano Pagani con i suoi motori messi appunto specificamente dalla AMG. La scelta è caduta su un progetto rimasto in sospeso dalla Tom Wolkinshow Racing. Si tratta di un motore sviluppato su base Nissan VRH. Un propulsore inizialmente progettato per gareggiare per il campionato IRL negli USA. A sviluppare questo motore è stata chiamata la Ricardo che ha stravolto il progetto iniziale tenendo inalterato solo l&#8217;interasse dei cilindri a  93 mm, per dare vita al motore V8 chiamato M838T. <sup id="cite_ref-caranddriver_2-0" class="reference"></sup></p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-56789" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/01/3.8L-TT-V8-300x169.jpg" alt="3.8L TT V8" width="300" height="169" title="Best Engine: McLaren M838t V8 Biturbo 1243">Dal punto di vista tecnico si tratta di un V8 bi-turbo, con angolo tra le bancate di 90 gradi, lubrificazione a carter secco, albero piatto,  con una distribuzione a 32 valvole.  Un albero a camme  per banca, che comanda le valvole con bilancieri  a dito, la distribuzione è comandata tramite  catena.  La  potenza nella versione base è di circa 600cv sviluppata a 7500 giri / min, per una coppia di 600 Nm a 3000 giri / min, per un valore di emissioni certificate di 279 g / km di CO2. Questo motore ha l&#8217;attestazione per emissioni Euro5 / ULEV2. Dotato di un alesaggio di 93.0 mm per una corsa di 69.9 mm, per una cilindrata 3799 cc. Queste geometrie permettono un rapporto di compressione di 8.7: 1. Le dimensioni del motore sono di 623 mm di lunghezza  per un altezza  di 465 mm, con un peso di soli  200 kg.   Con queste caratteristiche l&#8217; M838T  è motore solo apparentemente tradizionale. Il blocco cilindri è stato progettato per contenere i pesi.  I progettisti hanno lavorato riducendo il peso di ogni dettaglio dai carter in lega di alluminio,fino all&#8217;utilizzo delle<strong> </strong>canne dei cilindri integrali, ossia ricavate direttamente nel materiale dello stesso blocco cilindri. In questo caso possono sono lambite direttamente dal liquido di raffreddamento,  una tecnica che permette un risparmio di 4 gk rispetto alla tradizionale canne in ghisa riportate.  Nel complesso il solo monoblocco pesa solo 36kg.  Anche l&#8217;albero motore è stato alleggerito usando una disposizione del manovelismo ad albero piatto piatto, che permette con una minore dimensione dei contrappesi. Questa configurazione dell&#8217;albero motore ha come caratteristica che le manovelle sono disposte a 180 gradi tra di loro. Una soluzione che non limita le vibrazioni ma permette di avere un&#8217;impianto di scarico molto meglio ottimizzato per dimensioni e peso, oltre che un sound veramente caratteristico. Per fare un esempio,  motori di questo tipo dono V8 Ferrari, V8 BMW, o V8 della Corvette C6. Questa conformazione permette di avere una corsa più breve  del pistone permettendo un abbassamento dell&#8217;altezza a soli 201 mm. Il motore ha una lubrificazione  a carter secco che  consente di abbassare il baricentro del motore rispetto al telaio.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-56790" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/01/p1_turbo_cutaway-300x194.jpg" alt="p1_turbo_cutaway" width="300" height="194" title="Best Engine: McLaren M838t V8 Biturbo 1244">La testa cilindri è stata progettata per avere una migliore camera di combustione con un ottimizzazione dei condotti che ottimizzano il flusso della miscela.  Le teste usano coperchi e componenti accessori in materiale plastico e composito per ridurre il peso di ben 2.3kg, inoltre si è lavorato tanto sulle parte per avere uno spessore dell&#8217;alluminio inferiore. L&#8217;ottimizzazione passa per il condotto che ospita la candela che consente di risparmiare altri 2,5 kg. L&#8217;angolo delle valvola più stretto riduce la larghezza  della testa. Un lavoro di integrazione del comando delle alzate delle valvole consente di ridurre anche la lunghezza delle teste.  Un lavoro certosino anche i sistemi di ritenuta per l&#8217;olio lubrificante. La dimensione della valvola di scarico è stata massimizzata per evitare limitazioni al flusso di gas il tutto per aumentare l&#8217;energia fornita alla turbina.  I condotti di aspirazione sono progettati per avere eccellente flusso di gas, pur mantenendo una buon effetto tumble, effetto che si ottiene quando la miscela ruota entrando nella camera di combustione con un angolo perpendicolare al asse cilindro, per migliorare la miscelazione aria-carburante. La portata elevata di miscela riduce le perdite di pompaggio migliorando la combustione a basso numero di giri riducendo al contempo il consumo di carburante agli alti regimi. Lo studio su flussi e sulla combustione migliora il rendimento su tutto l&#8217;acro della curva di coppia.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-56791" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2016/01/PorscheCaymanEngine-1-300x209.jpg" alt="PorscheCaymanEngine-1" width="300" height="209" title="Best Engine: McLaren M838t V8 Biturbo 1245"> Il comando delle valvole utilizza un sistema a dito per comandare l&#8217;alzata delle valvole. La massa ridotta del comparto molla/valvola, con un&#8217; elevata rigidità del sistema permette un controllo preciso del movimento anche ad alta  ad alta velocità migliorando il rendimento riducendo le  perdite per attrito.  I profili delle camme sono stati progettati anche per ridurre il rischio di perdita di contatto in condizioni estreme dove si può verificare il fenomeno di rimbalzo della camma sulla superficie della molla. La fusione della testa è stata sviluppata per evitare picchi termici di alcune zone della particolarmente sollecitate, uno studio dei flussi nelle intercapedini di  raffreddamento e delle guarnizioni ha consentito un controllo del lubrificante ottimizzato del refrigerante per la testa.  Il controllo della temperatura è un punto fondamentale per efficienza del motore, per questo motivo il V8 può contare su delle masse radianti adeguate al raffreddamento del motore. Le masse radianti possono entrare in funzione a seconda dell&#8217;utilizzo anche estremo dell&#8217;auto.  Un motore efficiente al punto da poter ridurre il regime di minimo a 650 giri/minuto, cosa che consente di avere un consumo ridotto con una ridotta emissione inquinante. Questo non impedisce nel momento in cui si chiede di erogare più di 600cv a circa 7500 giri/minuto.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;M838T è stato la base che ha equipaggiato il primo modello di supercar McLaren la Mp4-12c, per poi evolversi sui modelli seguenti con potenze sempre crescenti, dimostrandosi versatile ed in grado di arrivare ad essere equipaggiato sulla più potente Ipercar britannica la P1 che con l&#8217;ausilio della propulsione ibrida per raggiungere quasi 1000cv.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Debriefing GP Australia: l&#8217;analisi dei tempi</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2015/10/24/motogp-debriefing-australia-analisi-tempi/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=motogp-debriefing-australia-analisi-tempi</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Oct 2015 14:07:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo i primi tempi in cui la pista australiana pareva impossibile da gestire per qualsiasi gomma, oggi il tempo galantuomo ha reso l’asfalto più levigato e adatto alla maggior parte delle moto, regalando ai tifosi una gara memorabile e finalmente ad armi pari per tutti o quasi. Lasciando da parte le polemiche occorre dire che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-21_175605.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-55417" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-21_175605.jpg" alt="2015-10-21_175605" width="725" height="309" title="Debriefing GP Australia: l&#039;analisi dei tempi 1248" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-21_175605.jpg 725w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-21_175605-300x128.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-21_175605-696x297.jpg 696w" sizes="(max-width: 725px) 100vw, 725px" /></a>Dopo i primi tempi in cui la pista australiana pareva impossibile da gestire per qualsiasi gomma, oggi il tempo galantuomo ha reso l’asfalto più levigato e adatto alla maggior parte delle moto, regalando ai tifosi una gara memorabile e finalmente ad armi pari per tutti o quasi.</p>
<p style="text-align: justify">Lasciando da parte le polemiche occorre dire che a Phillip Island abbiamo visto quattro moto sostanzialmente equivalenti, includendo nel lotto anche la giovane Suzuki. L’analisi dopo gara a questo punto si concentra alla ricerca delle potenzialità dei diversi mezzi schierati in modo da poter esprimere un giudizio tecnico al netto dei diversi episodi.</p>
<p style="text-align: justify">Per fare tutto questo mi son preso i dati di ogni singolo pilota per ciascun giro di gara, ognuno diviso nei quattro settori. E dato che ciò è esattamente quanto fanno nei box a saracinesca abbassata, non mi meraviglia che Rossi abbia innescato una polemica che personalmente non ritengo motivata: ma se restiamo ai dati nudi e crudi, effettivamente Rossi era messo meglio del suo compagno. Il quale, dal canto suo, è stato salvato da qualche episodio fortuito non premeditato che a conti fatti ci sta tutto. Vediamo meglio.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-24_160019.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-55418" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-24_160019.jpg" alt="2015-10-24_160019" width="591" height="297" title="Debriefing GP Australia: l&#039;analisi dei tempi 1249" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-24_160019.jpg 591w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-24_160019-300x151.jpg 300w" sizes="(max-width: 591px) 100vw, 591px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Nella valutazione dei potenziali di gara la prima cosa da vedere sono le gomme, in particolare il loro degrado/usura/decadimento: quando capita che i tempi a fine gara rimangano ottimi, ovvero che il decadimento delle prestazioni della gomma sia ininfluente, le tabelle dei tempi si prestano a valutazioni particolari, la prima delle quali riguarda la prestazione massima della moto e la capacità di singoli piloti di sfruttarla in pieno.</p>
<p style="text-align: justify">Qui in Australia ritroviamo proprio queste condizioni: di conseguenza possiamo subito valutare le differenze tra l’ideal lap (capacità tecnica del mezzo di percorrere la pista) e il best lap di ogni pilota (capacità del pilota di sfruttarla). Vediamo subito importanti differenze: i due piloti ufficiali Yamaha, più esperti, restano a solo 15 centesimi dal limite della rispettiva moto, contro gli oltre tre decimi di piloti come Marquez e Iannone su mezzi probabilmente più impegnativi.</p>
<p style="text-align: justify">Eccellente riscontro sia per la Suzuki che per il giovane Vinales, ma con riferimento ai singoli setting troviamo un pessimo risultato per la scelta di Lorenzo: la sua moto era lenta, il majorchino l’ha guidata vicina al suo limite ma comunque il suo limite era piuttosto basso. Evidentemente un diverso settaggio era poco compatibile con la guida di Lorenzo, quindi la scelta è stata dettata dal miglior compromesso, ma qui non possiamo tacere due importanti considerazioni: la prima è che Rossi giustamente fa il setting sul massimo possibile della moto e poi adatta la propria guida al risultato, mentre Lorenzo evidentemente fa il contrario.</p>
<p style="text-align: justify">La seconda è che Rossi non ha nessuna difficoltà a settare la moto, e questo mette una pietra tombale alle polemiche sulle sue talvolta difficili qualifiche. Semmai il limite sta nell&#8217;adattamento di Rossi alla moto, ovvero quel piccolo gap che si crea tra la moto settata bene per quel circuito e il feeling che essa trasmette al pilota.</p>
<p style="text-align: justify">Rimettendo ordine tra le varie moto, la Honda resta superiore alle concorrenti per qualche decimo, ma in cambio richiede probabilmente più precisione nella guida e paga immediatamente le sbavature. La Yamaha è più performante tra le mani di Rossi a parità di gommatura, col limite di un degrado maggiore sull’avantreno spesso colmato dalla scelta di utilizzare una mescola più dura con le inevitabili conseguenze sul giro secco.</p>
<p style="text-align: justify">Iannone ha talento e migliorerà ancora, per ora è ancora troppo istintivo; Marquez lo è sempre stato ma il primo anno riusciva a sfruttare più a fondo la sua Honda, segno che sta sporcando lo stile oltre il necessario; Dovizioso ha fatto una scelta vicina a quella di Lorenzo finendo per portare al massimo (20 centesimi il suo gap sull’ideal time) un mezzo plafonato in partenza da scelte poco aggressive.</p>
<p style="text-align: justify">Per Lorenzo resta la fortuna di non aver duellato con nessuno per tutta la gara, ma il suo setting parla chiaro: l’unico confronto in gara con Marquez l’ha perso senza potersi nemmeno difendere, e tutto lascia credere che nel terzetto degli inseguitori chiunque l’avesse raggiunto e attaccato sarebbe passato senza difficoltà. Non è andata altrettanto bene, come ulteriore conferma del problema, a Dovizioso che non è riuscito a difendersi dall’attacco di Petrucci sulla vecchia moto mentre il suo compagno di team se le dava di santa ragione là davanti con Marquez e Rossi.</p>
<p style="text-align: justify">Alla fine, rileggendo i dati, Rossi dimentica di dire che lui era, è vero, più veloce di Lorenzo, ma non era più veloce né di Iannone né di Marquez: e il primo che ha raggiunto Lorenzo lo ha superato ed è andato a vincere. Sinceramente, poteva capitare indifferentemente a ognuno dei tre.</p>
<p style="text-align: justify">I dati usati come riferimento sono disponibili sul sito motogp.com</p>
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		<title>Motegi, il Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2015 06:45:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pista di Motegi storicamente è sempre stata amica delle moto a centraggio arretrato: grandi accelerazioni, grandi frenate, percorrenze non decisive. Fino a oggi. Cioè fino alla M1 rivisitata, la moto che ha saputo conciliare esigenze apparentemente in antitesi. Devo proprio dirlo, ogni volta che la vedo mi scappa un sorriso: è un bellissimo esempio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La pista di Motegi storicamente è sempre stata amica delle moto a centraggio arretrato: grandi accelerazioni, grandi frenate, percorrenze non decisive. Fino a oggi. Cioè fino alla M1 rivisitata, la moto che ha saputo conciliare esigenze apparentemente in antitesi. Devo proprio dirlo, ogni volta che la vedo mi scappa un sorriso: è un bellissimo esempio di studio della dinamica che &#8211; così ragiona la mia testa &#8211; non potrà che aprire gli occhi a tanti telaisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatto sta che nelle prove abbiamo due Yamaha davanti a tutti, col fenomeno Marquez infortunato che si becca mezzo secondo dalla pole. Tutto questo è frutto di una certosina ricerca della perfezione nell’assetto in modo da sfruttare al massimo ogni centimetro di asfalto, e di questo bisogna dare atto al duo Lorenzo-Forcada. Il vero miracolo però lo sta facendo l’inossidabile Rossi, poi vedremo il perché.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-14_130701.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-55097" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-14_130701.jpg" alt="2015-10-14_130701" width="725" height="305" title="Motegi, il Debriefing 1252" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-14_130701.jpg 725w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-14_130701-300x126.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-14_130701-696x293.jpg 696w" sizes="(max-width: 725px) 100vw, 725px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Al semaforo tutti usano gomme rain, eccellenti con molta acqua ma delicate appena la pista si asciuga. Pedrosa si adatta subito al grip in calo: i tempi peggiorano per tutti, ma per lui un po’ meno. Frena dritto puntando al cordolo, fa pochissima strada in piega e raddrizza per riaprire velocemente grazie al carico statico superiore. Rossi nei primi giri aveva accusato la solita differenza di percorrenza col suo compagno, ma con poca acqua in pista le rain iniziano a muoversi troppo, la mescola non regge i carichi trasversali e si squaglia facilmente. Peggio di lui sta solo Lorenzo: la sua guida gli impone di fare tanta strada al massimo angolo di piega e la sua spalla (non la sua, quella della sua gomma…) perde di efficacia. Occorrerebbe cambiare stile, fare meno metri in piega e sfruttare meglio la fascia un po’ più interna.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-15_083722.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-55099" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-15_083722.jpg" alt="2015-10-15_083722" width="640" height="267" title="Motegi, il Debriefing 1253" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-15_083722.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-15_083722-300x125.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a>Nelle pagelle ho visto qualcuno obiettare sul voto di Rossi ma dico subito che sono totalmente d’accordo con Smeriglio: Rossi ha visto Pedrosa e ha immediatamente cambiato guida con linee più spigolate. Frenata bella dritta, traiettorie cucite al cordolo e apertura a moto parzialmente raddrizzata.</p>
<p><figure id="attachment_55098" aria-describedby="caption-attachment-55098" style="width: 720px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-15_083359.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-55098" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-15_083359.jpg" alt="gomma pedrosa motegi" width="720" height="480" title="Motegi, il Debriefing 1254" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-15_083359.jpg 720w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-15_083359-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-15_083359-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a><figcaption id="caption-attachment-55098" class="wp-caption-text">L&#8217;anteriore di Pedrosa</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Le foto delle gomme all’arrivo mostrano bene come Pedrosa e Rossi avessero l’anteriore sfruttato nella stessa maniera, con poca forza sul massimo angolo e la maggior parte della frenata ben distribuita su una fascia più ampia, mentre quella di Lorenzo appare molto sollecitata sulla spalla estrema – si vede chiaramente lo “spostamento” della mescola dovuto alla risultante delle forze orizzontali – ma poco sfruttata sulla fascia più interna.</p>
<p><figure id="attachment_55100" aria-describedby="caption-attachment-55100" style="width: 720px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/Gomma-lorenzo-Motegi.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-55100" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/Gomma-lorenzo-Motegi.jpg" alt="Gomma lorenzo Motegi" width="720" height="499" title="Motegi, il Debriefing 1255" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/Gomma-lorenzo-Motegi.jpg 720w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/Gomma-lorenzo-Motegi-300x208.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/Gomma-lorenzo-Motegi-696x482.jpg 696w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a><figcaption id="caption-attachment-55100" class="wp-caption-text">La gomma anteriore di Jorge Lorenzo</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Immagino già l’obiezione: come mai Rossi a parità di sfruttamento sulle gomme prende paga da Pedrosa? Tanto per cominciare, che Pedrosa sia un signor pilota non è la prima volta che lo diciamo: anzi, probabilmente è il pilota che attualmente ha lo stile migliore e che tira fuori il massimo dalle caratteristiche della moto. Ma poi non dobbiamo dimenticare che quelle sono le gomme anteriori, non le posteriori. No, Rossi non poteva fare di più, la sua posteriore non lo consentiva per una precisa ragione: la ritrovata motricità della M1 sfrutta le reazioni del link sotto trazione per generare un extracarico ma dipende strettamente dalla trazione iniziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo se riesco a spiegarmi meglio. La M1 continua ad essere la più carica di anteriore, e la sua trazione statica resta inferiore alla concorrenza; il link posteriore però reagisce a quella debole trazione con un fattore di moltiplicazione dipendente a sua volta dal grip istantaneo disponibile. Sul bagnato e con gomme già stressate questo fattore di moltiplicazione è inizialmente più basso che sull’asciutto, quindi l’extracarico generato è inizialmente più debole del solito.</p>
<p style="text-align: justify;">E questo problema naturalmente non riguarda chi il carico ce l’ha anche a moto ferma grazie alla disposizione dei pesi più arretrata come la Honda. Fatti i debiti raffronti, è semplicemente impossibile che una Yamaha potesse tenere il passo di Pedrosa. È arrivato secondo, il migliore tra le M1 e davanti a tutte le altre Honda, che altro dobbiamo pretendere?</p>
<p><figure id="attachment_55101" aria-describedby="caption-attachment-55101" style="width: 720px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/gomma-rossi-motegi.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-55101" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/gomma-rossi-motegi.jpg" alt="gomma rossi motegi" width="720" height="494" title="Motegi, il Debriefing 1256" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/gomma-rossi-motegi.jpg 720w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/gomma-rossi-motegi-300x206.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/gomma-rossi-motegi-696x478.jpg 696w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a><figcaption id="caption-attachment-55101" class="wp-caption-text">La gomma anteriore di Valentino Rossi</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Su Marquez non voglio ripetermi. Diciamo che dopo un periodo di esaltazione è arrivato il momento di ammettere che il talento a volte non basta e occorre mettersi a studiare. Un maestro, tra l’altro, ce l’ha in casa; magari meno folcloristico, meno simpatico e meno estroverso ma sicuramente con qualcosa da insegnare, non solo a livello di setting. Lo dico per lui: vincere tanto all’esordio può erroneamente convincere un giovane pilota di non aver nulla da imparare. Così però non si cresce.</p>
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		<title>Debriefing MotoGP: l&#8217;analisi tecnica di Aragon</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Debriefing MotoGP: analisi tecnica di Aragon: Pista di Aragon, Spagna. Basta un’occhiata alla storia di questo tracciato per capire le sue caratteristiche: Stoner vinse le prime due edizioni, la prima delle quali con la famosa Ducati in carbonio con motore portante. L’anno successivo, con Stoner (passato alla Honda) sostituito da Rea, vinse Pedrosa che al [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-09-28_142644.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-54671" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-09-28_142644.jpg" alt="2015-09-28_142644" width="718" height="240" title="Debriefing MotoGP: l&#039;analisi tecnica di Aragon 1261" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-09-28_142644.jpg 718w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-09-28_142644-300x100.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-09-28_142644-696x233.jpg 696w" sizes="(max-width: 718px) 100vw, 718px" /></a></p>
<div style="display: none;">
<h1>Debriefing MotoGP: analisi tecnica di Aragon:</h1>
</div>
<p>Pista di Aragon, Spagna. Basta un’occhiata alla storia di questo tracciato per capire le sue caratteristiche: Stoner vinse le prime due edizioni, la prima delle quali con la famosa Ducati in carbonio con motore portante. L’anno successivo, con Stoner (passato alla Honda) sostituito da Rea, vinse Pedrosa che al suo secondo anno dietro l’australiano cominciava a sfruttare la Honda in drifting.</p>
<p style="text-align: justify;">E sempre Pedrosa, nella quarta edizione, lascia la vittoria al rookie Marquez, con moto e squadra ereditate da Stoner, dopo un disastroso highside (e qui voglio ricordare le parole dell’immenso Barry Sheene “mai conosciuto nessuno che in curva abbia perso l’anteriore per aver dato troppo gas”). Lo scorso anno vinse Lorenzo grazie alla corretta strategia di sostituire la moto sotto la pioggia mentre i due hondisti sceglievano di proseguire sulle slick finendo per misurare il terreno coi palmi delle mani.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, la pista di Aragon consente di driftare in uscita, e qui la faccenda diventa complessa e delicata. La nuova M1 pare l’unica moto che consenta di scaricare potenza senza sporcare l’uscita, lo dicevamo già nelle gare scorse: un po’ per le gomme e un po’ per l’azzeccato cinematismo posteriore, Lorenzo va via senza problemi. Nel dopogara dentro il box Yamaha il debriefing sarà durato 5 minuti al massimo, il tempo di una bicchierata e nulla da segnalare. Non so se in casa Honda ci abbiano riflettuto, ma nel mio piccolo io qualcosa da dire l’avrei avuta: non credo di essere l’unico ad aver visto un Marquez un po’ troppo egoista che, senza più reali chances iridate, decide di correre col cervello in mode OFF. Vediamo.</p>
<div style="display: none;">
<h1>Debriefing MotoGP: analisi tecnica di Aragon:</h1>
</div>
<p style="text-align: justify;">Si parte con le qualifiche e Marquez spara un giro incredibile, riprendendo per miracolo un anteriore ormai chiuso, ma invece di capire cosa va rivisto si lancia a fine turno in un altro giro fotocopia. E finisce steso di anteriore. Non è necessario che il tecnico gli chieda cosa sta succedendo, tutto sembra già evidente: alla fine dell’inserimento la richiesta di grip trasversale sulla ruota davanti è eccessiva, ancora prima di toccare il gas. Ditemi voi cosa avreste fatto. <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-05_192226.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-54683" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-05_192226.jpg" alt="2015-10-05_192226" width="555" height="267" title="Debriefing MotoGP: l&#039;analisi tecnica di Aragon 1262" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-05_192226.jpg 555w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-05_192226-300x144.jpg 300w" sizes="(max-width: 555px) 100vw, 555px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Un tecnico nel pieno possesso delle sue facoltà sarebbe andato da lui a dirgli “Caromarcmarquez – proprio così, tutto attaccato – la moto è troppo bassa e non sopporta il fine piega quindi la solleviamo, vuoi o non vuoi”. “Ma io preferisco, così la moto bassa non mi perde l’anteriore quando riprendo il gas, sennò col centraggio che abbiamo mi ritrovo lungo disteso nelle uscite”. “Caromarcmarquez, tu manchi di esperienza e soprattutto non conosci Barry Sheene. Ci sono altri modi per non perdere l’avantreno in accelerazione, primo fra tutti è allargare col retrotreno prima che lo sterzo si chiuda”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sapete come sarebbe finita? Col setting di Pedrosa, più alto di almeno una tacca ma soprattutto con un’elettronica più aperta.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardate bene le uscite di Pedrosa, con l’anteriore che galleggia: ben si capisce che il trasferimento è maggiore, la moto è più alta e la fase di fine piega è meno pericolosa. Certo, il rischio è il famoso effetto Rossi-Ducati con lo sterzo chiuso al primo tocco di gas, soprattutto se uno si illude di poter compensare il sottosterzo di trazione riducendo l’incidenza e togliendo feeling allo sterzo. Eppure Pedrosa non perde l’avantreno: si sporge come un trapezista e lascia la sua elettronica più aperta, applicando in pieno sia i consigli di Sheene che l’esperienza dei due anni appresso agli scarichi di Stoner.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-05_1923471.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-54682" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-05_1923471.jpg" alt="2015-10-05_192347" width="535" height="315" title="Debriefing MotoGP: l&#039;analisi tecnica di Aragon 1263" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-05_1923471.jpg 535w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-05_1923471-300x177.jpg 300w" sizes="(max-width: 535px) 100vw, 535px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, proprio quello che qui ad Aragon vinceva driftando sulla Ducati in carbonio. Se Marquez pur con trasferimenti inferiori al suo compagno di squadra non driftava quanto lui, c’è poco da girarci intorno: la sua elettronica glielo impediva. E questa non è sfiga, sono scelte. Poi magari fai due giri come un matto, e riesci pure a fare una pole miracolosa: ma il risultato a casa non lo porti. Le avvisaglie durante le prove c’erano tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Analogo discorso può essere fatto per Petrucci, non a caso steso di anteriore a fine piega sulla vecchia GP14. Iannone fatica ma arriva quarto con la Ducati rialzata mentre Dovizioso, con la moto più bassa alla Lorenzo ma senza l’ottimo link della Yamaha non trova abbastanza aderenza sul posteriore.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-05_192309.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-54681" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/10/2015-10-05_192309.jpg" alt="2015-10-05_192309" width="604" height="310" title="Debriefing MotoGP: l&#039;analisi tecnica di Aragon 1264" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-05_192309.jpg 604w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/10/2015-10-05_192309-300x154.jpg 300w" sizes="(max-width: 604px) 100vw, 604px" /></a></p>
<div style="display: none;">
<h1>Debriefing MotoGP: analisi tecnica di Aragon:</h1>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>MotoGP: il Debriefing di Silverstone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2015 07:33:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccoci al debriefing di Silverstone. Avete saltato quello di Brno, direte. E’ vero, ahimè: impegni personali mi hanno impedito di scrivere l’analisi sulla gara ceca. A parziale sgravio, c’è da dire che tecnicamente è stata una gara molto noiosa, con tutte le previsioni rispettate e nessun inconveniente tecnico, a parte i cornetti di aspirazione a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/09/2015-09-03_090516.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-53857" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/09/2015-09-03_090516.jpg" alt="2015-09-03_090516" width="717" height="260" title="MotoGP: il Debriefing di Silverstone 1271" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/09/2015-09-03_090516.jpg 717w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/09/2015-09-03_090516-300x109.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/09/2015-09-03_090516-696x252.jpg 696w" sizes="(max-width: 717px) 100vw, 717px" /></a>Eccoci al debriefing di Silverstone. Avete saltato quello di Brno, direte. E’ vero, ahimè: impegni personali mi hanno impedito di scrivere l’analisi sulla gara ceca. A parziale sgravio, c’è da dire che tecnicamente è stata una gara molto noiosa, con tutte le previsioni rispettate e nessun inconveniente tecnico, a parte i cornetti di aspirazione a lunghezza variabile che sulla moto di Iannone pare non abbiano funzionato a dovere limitando l’allungo del suo motore. Un cenno l’avrebbe meritato la Honda circa un dettaglio che personalmente ho notato ma che ho preferito riesaminare con calma per accertarne la natura strutturale piuttosto che quella episodica, e la gara inglese mi ha confermato la prima impressione. Partiamo però dall’inizio.</p>
<p style="text-align: justify;">La pista inglese è sicuramente un tracciato nel quale è fondamentale scaricare la potenza in terra anche a costo di perdere qualcosina nelle curve, peraltro tutte rovinate dalle frenate delle F1 e con l’asfalto ondulato in ingresso di curva. Certo, la motricità dovuta al baricentro arretrato e basso aiuta sicuramente, specialmente sul bagnato: ma è necessaria una sospensione posteriore molto a punto per poter copiare tutte quelle buche e aprire il gas.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/09/2015-09-03_091332.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-53859" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/09/2015-09-03_091332.jpg" alt="2015-09-03_091332" width="536" height="297" title="MotoGP: il Debriefing di Silverstone 1272" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/09/2015-09-03_091332.jpg 536w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/09/2015-09-03_091332-300x166.jpg 300w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">E in questo dettaglio sta la chiave della vittoria tutt’altro che inaspettata di Rossi: carico dinamico, ottima reazione del link posteriore e monoammortizzatore morbido ma veloce. Insomma, ciclistica perfetta. Lorenzo, velocissimo sull’asciutto, dovrebbe ammorbidire la sua molla e per conseguenza aprire un filo di idraulica, ma il suo assetto più basso comporta un carico dinamico inferiore e una diversa reazione del link posteriore, col forcellone troppo orizzontale in piega, che finirebbe per fargli perdere trazione. In altre parole, la scelta è tra perdere trazione per le buche con sospensione troppo rigida oppure perdere trazione per mancanza di reazione sul link. Il compromesso tra le due opposte esigenze non pare raggiungere un sufficiente equilibrio e il risultato è una moto che non riesce ad accelerare in uscita di curva.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/09/2015-09-02_141656.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-53855" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/09/2015-09-02_141656.jpg" alt="2015-09-02_141656" width="572" height="308" title="MotoGP: il Debriefing di Silverstone 1273" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/09/2015-09-02_141656.jpg 572w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/09/2015-09-02_141656-300x162.jpg 300w" sizes="(max-width: 572px) 100vw, 572px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Le Ducati si comportano bene: la vecchia GP14, impegnativa ma efficacissima nelle mani di un concentrato Petrucci, non pecca certo di motricità, e anche il controllo di una sospensione posteriore più rigida delle concorrenti a causa del maggior peso in coda non sembra creare grossi problemi. Probabilmente la grande esperienza Ducati nel setting di una moto di quella concezione ha influito sulla capacità di individuare una taratura appropriata anche sulle buche; d’altra parte cedere un po’ di motricità sul link a causa di una sospensione che in piega scende più del solito conferisce alla vecchia GP14 una eccellente progressività qualora la ruota perdesse aderenza, consentendo alla moto di allargare di coda in maniera controllabile. E resta ancora tanta motricità per accelerare.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/09/2015-09-02_141813.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-53856" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/09/2015-09-02_141813.jpg" alt="2015-09-02_141813" width="565" height="287" title="MotoGP: il Debriefing di Silverstone 1274" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/09/2015-09-02_141813.jpg 565w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/09/2015-09-02_141813-300x152.jpg 300w" sizes="(max-width: 565px) 100vw, 565px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La nuova GP15 è un po’ più “normale”: forse usciva di curva un po’ più lenta della vecchia, ma il nuovo step di motore le consentiva di viaggiare molto forte nei rettilinei, con una ciclistica molto controllabile. A fine gara, ovviamente, con gomme consumate la GP14 soffre di meno per via della sua motricità dovuta al carico statico piuttosto che a quello di reazione o a quello dinamico: e qui bisogna dare atto a Rossi di aver tenuto botta negli ultimi giri in condizioni di oggettiva difficoltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Sì, parlo proprio di difficoltà: e tanto per replicare ai complottisti, negli ultimi giri non è stato Petrucci a rallentare ma Rossi a tentare un ulteriore (e riuscitissimo) strappo finchè la matematica del cronometro non ha convinto il ducatista a rinunciare. Troppi, due secondi a un giro e mezzo dal traguardo e con un eventuale sorpasso da architettare. Ai danni di Rossi, oltretutto. Ma giusto per spiegare la superiorità della moto italiana basterà ricordare che a podio son finiti un Petrucci che partiva lontanissimo e un Dovizioso che ultimo non era, ma lo è diventato cento metri dopo la partenza e ha condotto l’intera gara in rimonta.</p>
<p style="text-align: justify;">Eccoci infine a parlare di Honda. Ingiudicabile tecnicamente la moto di Crutchlow, spazzato via dal compagno di team poco dopo la partenza, posso solo analizzare la moto di Marquez e indirettamente quella di Pedrosa, così poco inquadrata che pareva la guidasse Mattarella.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatta eccezione per la Ducati GP14, la Honda è la moto col baricentro più arretrato di tutte, e questo dovrebbe assicurarle una maggiore motricità di base a scapito di un po’ di agilità e di percorrenza. Sul quattro cilindri a V giapponese non si discute, potenza ed elettronica sono ai massimi livelli, eppure la RCV sembra soffrire proprio in accelerazione. Difficile scaricare potenza. Abbiamo parlato nell’ultimo debriefing delle geometrie del link posteriore e di come le sue reazioni si sommino al carico statico dovuto al peso e a quello dinamico dovuto all’accelerazione: e visto che il carico statico è superiore alla concorrenza ma l’accelerazione non sembra superiore, non resta altro che ipotizzare una geometria posteriore non particolarmente azzeccata e, di conseguenza, un carico totale in accelerazione inferiore alla M1.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi ci son voluti molti giorni per riportare sul mio personale modello i principali parametri della geometria Honda, ma ho il fondato sospetto che là dietro non quadrino parecchie cose. A partire da Indianapolis, già nella gara di Brno si notava un curioso comportamento della moto in ingresso con la moto che nell’ultima parte dell’inserimento, a freni in alleggerimento, manifestava un curioso saltellamento posteriore ad alta frequenza. Non quindi il precedente pompaggio in uscita ma una specie di chattering posteriore sul quale mi son messo subito ad indagare. E qui riporto in breve le considerazioni del caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il saltellamento posteriore può essere generato da un freno motore troppo elevato, ma eventualmente si manifesterebbe in una fase precedente della curva. Oppure potrebbe essere un classico chattering, con idraulica troppo chiusa e un telaio non sufficientemente rigido. Oppure un forcellone inadeguato rispetto alla struttura della carcassa posteriore, magari quando ci si avvicina alla massima piega e si utilizza una carcassa con cintura a bordo più flessibile. Oppure a una sospensione posteriore rigida di molla e troppo rapida di idraulica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, siccome io son convinto che in Honda abbiano gli strumenti per non commettere errori grossolani, non mi resta che pensare che quello trovato a Brno e Silverstone fosse il miglior compromesso possibile per risolvere un problema di geometria inadeguata e che già ad Indianapolis, con diversa taratura, aveva determinato il pompaggio in uscita per via della necessaria invasività della gestione elettronica.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/09/2015-09-02_141500.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-53854" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/09/2015-09-02_141500.jpg" alt="2015-09-02_141500" width="645" height="314" title="MotoGP: il Debriefing di Silverstone 1275" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/09/2015-09-02_141500.jpg 645w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/09/2015-09-02_141500-300x146.jpg 300w" sizes="(max-width: 645px) 100vw, 645px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nella gara ceca a Lorenzo era bastato tirare al limite fin dalla partenza – cosa che si era illuso di poter evitare in America, convincendosi che il proprio passo era già abbastanza alto ed esponendosi agli ultimi due giri “alla morte” di Marquez – per evidenziare che la Honda non poteva essere portata a quei livelli per una gara intera. Qui a Silverstone il problema è ulteriormente aggravato dalle buche proprio in traiettoria, tanto che non mi è parsa affatto strana la caduta di Marquez: in quell&#8217;ingresso veloce l’asfalto è arricciato proprio dove si deve riaprire il gas, e la mia impressione è stata che la sospensione posteriore non è riuscita a bersi le ondulazioni.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/09/2015-09-02_141438.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-53853" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/09/2015-09-02_141438.jpg" alt="2015-09-02_141438" width="632" height="317" title="MotoGP: il Debriefing di Silverstone 1276" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/09/2015-09-02_141438.jpg 632w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/09/2015-09-02_141438-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 632px) 100vw, 632px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La dinamica successiva ne è una logica conseguenza: moto che parte via, elettronica che taglia e gomma che ritrova bruscamente l’allineamento facendo partire la ruota anteriore o sbalzando il pilota. Oppure, come qui a Silverstone, entrambe le cose. Ed ecco il motivo per cui Pedrosa ha deciso per una guida meno esasperata e spesso un po’ fuori dalle linee pericolose, a costo di non poter difendere le traiettorie dagli attacchi avversari. Il guaio nasce dalla geometria e c’è da lavorarci sopra, anche se sarà difficile risolvere i problemi senza poter toccare la posizione del pignone secondario dei motori punzonati.</p>
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		<title>Debriefing Indianapolis: la M1 e il tiro catena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2015 13:16:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>MotoGP Indianapolis, debriefing: spieghiamo il tiro catena C’era un tempo in cui la pista di Indianapolis era attesa dai ducatisti come una sorta di riscatto, l’occasione in cui far valere scelte di progetto molto particolari dimostrandone i punti di forza su un tracciato a bassa aderenza e con curve secche nel quale l’importante era accelerare. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-15_150401.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-53541" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-15_150401.jpg" alt="2015-08-15_150401" width="720" height="245" title="Debriefing Indianapolis: la M1 e il tiro catena 1281" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-15_150401.jpg 720w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-15_150401-300x102.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-15_150401-696x237.jpg 696w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
<div style="display: none;">
<h1>MotoGP Indianapolis, debriefing: spieghiamo il tiro catena</h1>
</div>
<p>C’era un tempo in cui la pista di Indianapolis era attesa dai ducatisti come una sorta di riscatto, l’occasione in cui far valere scelte di progetto molto particolari dimostrandone i punti di forza su un tracciato a bassa aderenza e con curve secche nel quale l’importante era accelerare.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni seguenti è cambiato in parte il tracciato e in parte l’asfalto, ma nel frattempo cambiavano anche le moto: le accelerazioni sul fondo attuale non sono più un affare per soli dragster e la linea evolutiva delle motociclette ha riavvicinato i progetti più estremi fino al paradosso di una Ducati che cerca motricità su gomma media e una Yamaha che si permette tranquillamente di utilizzare una gomma dura.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo indica un grande lavoro di sviluppo che specialmente nell’ultimo anno ha obbligato i costruttori a cercare un rimedio ai rispettivi punti deboli. Dal punto di vista tecnico è indiscutibile che ci siano riusciti, ma tutti hanno dovuto rinunciare a qualche pregio del proprio progetto originale. Tutti o quasi. Vediamo nel dettaglio.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-08_210354.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-53357" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-08_210354.jpg" alt="petrucci" width="683" height="459" title="Debriefing Indianapolis: la M1 e il tiro catena 1282"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dalla Ducati. Gomma posteriore media per cercare trazione su tutte le versioni, ma con rendimenti piuttosto diversi: il giro secco molto buono per la vecchia versione di Petrucci denuncia una moto tenuta bassa in qualifica, molto fisica da guidare e comunque stressante per la gomma posteriore sull’intera lunghezza della gara. La nuova versione, a parità di gomma, usa un assetto un po’ più alto e all’apparenza più equilibrato ma sembra non riuscire a mettere a terra la potenza con la moto molto piegata. Tanto lavoro sull’elettronica, ma la strada intrapresa quest’anno pare piuttosto difficile da mettere a punto.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-15_150858.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-53542" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-15_150858.jpg" alt="2015-08-15_150858" width="744" height="438" title="Debriefing Indianapolis: la M1 e il tiro catena 1283" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-15_150858.jpg 744w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-15_150858-300x177.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-15_150858-696x410.jpg 696w" sizes="(max-width: 744px) 100vw, 744px" /></a></p>
<div style="display: none;">
<h1>MotoGP Indianapolis, debriefing: spieghiamo il tiro catena</h1>
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<p style="text-align: justify;">Né se la cava meglio la Honda: nonostante una gomma adatta ai centraggi più arretrati, la moto sembra molto brusca in uscita dalle curve, con un retrotreno poco progressivo nella perdita di aderenza sotto trazione e un’elettronica molto invasiva nel riprendere il controllo (negli slowmotion dal quale abbiamo preso questi fotogrammi si nota tantissimo il pompaggio del posteriore di Marc).<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-15_150911.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-53543" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-15_150911.jpg" alt="2015-08-15_150911" width="757" height="440" title="Debriefing Indianapolis: la M1 e il tiro catena 1284" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-15_150911.jpg 757w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-15_150911-300x174.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-15_150911-696x405.jpg 696w" sizes="(max-width: 757px) 100vw, 757px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La vittoria di Marquez testimonia una volontà di ferro e una capacità di guida davvero notevole, ma il confronto tecnico con la M1 resta davvero difficile, e gli slowmotion dimostravano impietosamente una Honda che pompava in uscita di curva sotto trazione laddove la Yamaha pareva perfettamente in linea. Tanto che oggi, a parte la temerarietà di Marquez, il mezzo più efficace sulla pista americana è stata proprio la M1. Appena lo scorso anno sembrava difficile perfino ipotizzarlo. Cosa sta succedendo? Come mai la moto teoricamente meno adatta in accelerazione esce così bene dalle curve?</p>
<p style="text-align: justify;">E qui bisogna dare atto ai progettisti Yamaha di aver svolto un eccezionale lavoro a livello di progetto. Ho qualche sospetto su un certo ex progettista giapponese, ma quello che è certo è che, a differenza dei concorrenti troppo spesso concentrati sull’elettronica, hanno rispolverato la loro tradizionale eccellenza in fatto di studio della ciclistica trovando un equilibrio invidiabile. Spendiamo due parole sui concetti di base.</p>
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<h1>MotoGP Indianapolis, debriefing: spieghiamo il tiro catena</h1>
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<p style="text-align: justify;">Avrete sentito spesso in F1 i piloti che “cercano grip” o che si impegnano per trovare il migliore equilibrio sulle curve lente &#8211; quelle dove l’aerodinamica pur sofisticata può fare ben poco – e vi sarete chiesti cosa cavolo significa: una F1 non può certo giocare sullo spostamento della ruota nel forcellone, né alzare o abbassare l’assetto a piacimento senza compromettere l’aerodinamica. E allora come varia questo grip?</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta sta nel cinematismo della sospensione posteriore: la vettura sotto trazione scarica parte della spinta in direzione ortogonale all’asfalto, e questa spinta si somma al carico verticale delle gomme. In parole ancora più semplici, la macchina scalcia quando accelera, spingendo le ruote verso l’asfalto con la forza prevista. In moto capita la stessa cosa, e i proprietari delle vecchie BMW serie GS se lo ricordano bene: ad ogni apertura di gas il gioco della scomposizione delle forze di trazione e di quelle del cardano determinavano il sollevamento della coda.</p>
<p style="text-align: justify;">In termini dinamici, la forza di reazione del cinematismo posteriore tendeva ad aprire la sospensione, sollevando la moto e contemporaneamente schiacciando la gomma a terra. Questo effetto viene genericamente chiamato col nome di <strong>tiro catena</strong> ma è frutto di molti fattori tra cui l’inclinazione del forcellone, la posizione del pivot posteriore rispetto al pignone della catena, le dimensioni della coppia pignone-corona (anche a parità di rapporto), la lunghezza del forcellone, la posizione della linea di azione del forcellone rispetto al baricentro, l’idraulica e la molla posteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ognuno di questi effetti ha una sua curva di risposta che si sovrappone a quella degli altri elementi coinvolti, e la curva di risposta totale dell’intero cinematismo dipende dal sapiente dosaggio dei diversi fattori: possiamo avere una sospensione che aumenta la trazione oppure una che la riduce, e anche la velocità – in termini matematici &#8211; con cui si manifesta questa variazione cambia in modo sostanziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Un perfetto equilibrio ciclistico farà in modo che le variazioni di carico verticale sulla gomma siano proporzionate alla potenza che si sta chiedendo per accelerare cosicchè il pilota possa gestire la perdita di aderenza col gas. Quando invece l’equilibrio è scarso potremmo avere una sospensione che perde aderenza troppo rapidamente, tanto che la derapata si trasforma in un disastroso highside, col pilota obbligato a chiudere il gas per ritrovare aderenza e la moto che si punta e si trasforma in una catapulta.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è certamente semplice a metà anno cambiare le quote del pignone o la disposizione della linea di azione del forcellone rispetto al baricentro, e spesso è impossibile modificare in modo sostanziale la maggior parte dei parametri che determinano il tipo di reazione della sospensione posteriore: in questo caso non resta che affidarsi alla gestione elettronica e contenere le brusche perdite di aderenza man mano che si manifestano.</p>
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<h1>MotoGP Indianapolis, debriefing: spieghiamo il tiro catena</h1>
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<p style="text-align: justify;">Con due importanti effetti collaterali: il primo è che l’elettronica impedisce la caduta ma taglia anche la potenza e limita l’accelerazione a singhiozzo (e qui intervengono gli algoritmi di previsione tarati sulla derivata della variazione di velocità della ruota posteriore nonché le mappe di potenza curva per curva, ma non è il caso di approfondirli qui).</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda è che il sistema non riesce ad essere abbastanza progressivo e si limita a intervenire quando la brusca perdita è appena avvenuta. Un po’ come l’ABS che non evita il bloccaggio in frenata ma piuttosto gestisce venti volte al secondo tantissimi microbloccaggi. Ecco, l’elettronica di fatto gestisce tanti mini-highside prima che scaraventino per aria il pilota, ma il risultato visto da fuori è un pompaggio della sospensione che in troppi attribuiscono al telaio o alla sospensione in sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Merito della Yamaha, dopo qualche tentativo di allungare il cannotto senza cambiare virgola, aver avuto la determinazione di affrontare il problema alla radice, in fase progettuale, per trasformare la M1 che scalciava nella attuale M1 progressiva. Perché il problema, con 250 cavalli, non sta nella potenza ma nel riuscire a metterla a terra.</p>
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		<title>Qual è la differenza tra una MotoGP e una SBK?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2015 08:01:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qual è la differenza tra una MotoGP e una SBK? Da anni vi è un confronto serrato che divide fan e appassionati tra la MotoGP e la Superbike. Da una parte l&#8217;avanguardia tecnologica, dall&#8217;altra l&#8217;esasperazione del prodotto di serie. C&#8217;è una radicale differenza di filosofia tra le due categorie: la MotoGP improntata al massimo livello [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-03_190932.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-53229" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-03_190932.jpg" alt="2015-08-03_190932" width="542" height="335" title="Qual è la differenza tra una MotoGP e una SBK? 1289" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-03_190932.jpg 542w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-03_190932-300x185.jpg 300w" sizes="(max-width: 542px) 100vw, 542px" /></a>Qual è la differenza tra una MotoGP e una SBK?</strong> Da anni vi è un confronto serrato che divide fan e appassionati tra la MotoGP e la Superbike. Da una parte l&#8217;avanguardia tecnologica, dall&#8217;altra l&#8217;esasperazione del prodotto di serie.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è una radicale differenza di filosofia tra le due categorie: la MotoGP improntata al massimo livello tecnologico possibile, la Superbike alla ricerca della valorizzazione del prodotto di serie. C&#8217;è quindi un grandissimo divario tecnico che divide una moto da Gran Premio e una moto derivata dalla serie.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l&#8217;avvento nel 2002 delle moto a quattro tempi nel Motomondiale, lo scontro è diventato inevitabile tra le due categorie, e mai come in queste stagioni il confronto si è fatto serrato ed è spesso capitato di poter confrontare i tempi fatti segnare dalle GP con i tempi delle migliori SBK.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo che proprio nel 2002, Edwards autore della pole sul vecchio tracciato di Assen, girò a soli 50 millesimi dal poleman della MotoGP Valentino Rossi. Rossi con la neonata RC211V fece 2.01&#8243;691, Edwards con la VTR SP-2 segnò 2.01&#8243;743 (dati verificabili sui siti ufficiali MotoGP.com e Worldsbk.com).</p>
<p style="text-align: justify;">Già nel 2003 la differenza inizia a farsi maggiore: le MotoGP hanno un anno di sviluppo alle spalle e sono meno &#8220;grezze&#8221;, e sempre sulla vecchia Assen Capirossi stampa la pole con 1.59&#8243;770, contro la pole fatta segnare da Chili in 2.00&#8243;874.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questi dati sono falsati leggermente, perché le due categorie all&#8217;epoca disponevano di gomme da qualifica, mentre in gara la situazione cambiava e il divario saliva circa 2 secondi al giro di differenza.</p>
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<p style="text-align: justify;">Passiamo ai dati più attuali, e prendiamo d&#8217;esempio la scorsa stagione, sempre ad Assen, stavolta però con il nuovo disegno del tracciato, molto ma molto diverso da quella che una volta veniva definita &#8220;L&#8217;Università della Moto&#8221; (ora la considero si e no una scuola superiore). Prendo la stagione 2014 perché la SBK era un pochino più &#8220;libera&#8221; dal punto di vista regolamentare.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo i giri migliori fatti segnare in gara: lo scorso anno in MotoGP il miglior giro fu siglato da Marquez in 1.34&#8243;575, mentre in SBK da Guintoli in 1.36&#8243;440, quasi due secondi di differenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ci pensate bene, a vederli così, i tempi dicono che un prototipo del valore di circa due milioni di euro, gira poco più forte di una moto elaborata dal costo approssimativo di 220.000 € (è una media, alcune SBK costano 150mila, altre 300mila circa).</p>
<p style="text-align: justify;">Questi due secondi valgono quindi la spesa? A vedere così la situazione si potrebbe dire di no. Ma, e abbiamo un bel ma&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">La domanda giusta, per un tecnico, sarebbe: le MotoGP in piste come Assen o Misano, girano al massimo del loro potenziale?</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta è: assolutamente NO!</p>
<p style="text-align: justify;">Le piste come Assen, Misano e le altre nelle quali le due categorie corrono insieme, tendono un pochino a mortificare un gioiello tecnologico quale è una moto da Gran Premio.</p>
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<p style="text-align: justify;">Il vero banco di prova per entrambe le moto è Sepang, pista sulla quale finalmente entrambe le categorie girano e si possono spremere le moto fino all&#8217;ultima goccia. Perché direte voi?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché Sepang è innanzitutto molto lunga ma, a differenza della vecchia Assen che aveva tantissima percorrenza e nessuna ripartenza da bassi giri a parte un tornantino, la pista malese offre ripartenza da basse, medie e alte velocità, alternate da percorrenze molto lunghe e poi ha due rettilinei lunghissimi nei quali sfogare la cavalleria.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardando i dati in gara della scorsa stagione (quest&#8217;anno in Malesia la MotoGP ancora non ci ha corso) vediamo proprio questo: Marquez ha stampato il miglioro crono in 2.01&#8243;150 , mentre il miglior tempo 2014 in SBK fu di Melandri 2.04&#8243;884. Come vedete abbiamo una differenza di circa 3,6 secondi sul giro in gara.</p>
<p style="text-align: justify;">Se guardassimo i migliori giri in qualifica, avremmo un 1.59&#8243;791 di Marquez e un 2.03&#8243;002 di Guintoli. Ma il potenziale di una MotoGP arriva al 1.58,867 fatto segnare nei test di questo inverno sul tracciato Malese.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questa differenza da dove deriva? Tecnicamente la MotoGP è davvero così diversa da una SBK?</p>
<p style="text-align: justify;">Per esperienza diretta posso dirvi che una moto da GP è totalmente diversa da una moto alla quale pensiamo noi. Provai una Honda 250 rimanendo scioccato per la rapidità della ciclistica, discesa in piega, velocità del motore a prendere giri.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come una SBK è parente lontana della moto da cui deriva, una MotoGP (che sfortunatamente non ho mai provato) è un altro pianeta rispetto alla &#8220;cugina&#8221; derivata dalla serie.</p>
<p style="text-align: justify;">Tecnicamente la prima vera differenza tra le due categorie sono le gomme: Bridgestone e Pirelli forniscono prodotti radicalmente diversi, con le gomme giapponesi che permettono staccate e angoli di piega sconosciute alle gomme italiane, che comunque garantiscono prestazioni pazzesche sia ben chiaro. E questo è il primo e ovvio punto tecnico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo è il peso: una MotoGP ha un peso minimo per regolamento di 158kg, mentre le SBK sono un po più abbondanti e devono pesare un minimo di 168kg. 10 kg in più sono molti e si fanno sentire ad ogni staccata, ad ogni accelerazione, senza contare la maggiore inerzia che si sentirà in percorrenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ciclistiche: la SBK ha un telaio di serie, modificato in alcune parti, irrigidito, ma rimane comunque una struttura decisamente più &#8220;morbida&#8221; di una MotoGP. I telai delle MotoGP hanno rigidità torsionali che una qualsiasi altra moto se le sogna di notte.</p>
<p style="text-align: justify;">La rigidità è cercata per resistere alle torsioni più estreme date dalle sollecitazioni meccaniche e dall&#8217;enorme grip offerto in curva dai pneumatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordatevi: si parla di torsioni. In dinamica abbiamo in azione sulla nostra moto dei momenti meccanici, ovvero una forza o una coppia di forze che agiscono su un punto. Il risultato è la torsione, e non la flessione come spesso si sente dire. Dinamicamente non esistono forze che agiscono in verticale sulla nostra moto in piega, nemmeno la forza peso, che quando siamo in piega in percorrenza, agisce lungo l&#8217;asse di piega della moto e non perpendicolare al terreno per semplice legge della dinamica. Parlare quindi di flessione laterale (come si sente spesso), è un piccolo ma sostanziale errore nella comprensione delle dinamiche in gioco.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-03_175441.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-53226" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-03_175441.jpg" alt="2015-08-03_175441" width="446" height="295" title="Qual è la differenza tra una MotoGP e una SBK? 1290" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-03_175441.jpg 446w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-03_175441-300x198.jpg 300w" sizes="(max-width: 446px) 100vw, 446px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il telaio ovviamente deve lavorare in sintonia con le gomme, al fine di evitare fenomeni di chattering (non ci dilungheremo sulla questione delle frequenze, affrontate nel pezzo da non perdere <a href="https://www.giornalemotori.com/2013/02/16/chattering-il-suono-frequenza-che-rovina-le-staccate/" target="_blank" rel="noopener"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>&#8220;Chattering, la frequenza che rovina le staccate&#8221;</strong></span></a>).</p>
<p><figure id="attachment_53230" aria-describedby="caption-attachment-53230" style="width: 368px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-03_191115.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-53230 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-03_191115.jpg" alt="2015-08-03_191115" width="368" height="237" title="Qual è la differenza tra una MotoGP e una SBK? 1291" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-03_191115.jpg 368w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-03_191115-300x193.jpg 300w" sizes="(max-width: 368px) 100vw, 368px" /></a><figcaption id="caption-attachment-53230" class="wp-caption-text">Il motore della RSV4</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Il terzo ma fondamentale elemento è il motore. La SBK ha un motore di derivazione stradale, quindi lavora su un range di utilizzo che arriva a 12.500/14.000 giri circa.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre molte parti del motore sono originali, quindi pensate per durare nel tempo nell&#8217;uso quotidiano, e ovviamente sono ottimizzate ma fino ad un certo punto. Il compito di un motorista della SBK è quello di portare il motore alle tolleranze di progetto, quindi di renderlo perfetto come lo era su carta.</p>
<p style="text-align: justify;">Vanno inoltre scelti pistoni e bielle di peso uguale, equilibrato l&#8217;albero motore, lavorata la testa al limite del consentito. Ricordo, in un campionato stock1000, che il team aveva 20 pistoni e li pesava tutti ma non prendeva i quattro più leggeri, bensì quelli che avevano un peso simile se non del tutto uguale. Questo per non disequilibrare il lavoro dell&#8217;albero motore, perché anche i centesimi di grammo contano quando l&#8217;albero gira a 12000 giri al minuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tutto per avere una potenza di circa 220/230 cavalli, che sono tantissimi e per un utente medio salire su un aggeggio di questa potenza equivale a farlo decollare nello spazio. La SBK rispetto alla moto di serie ha un&#8217;accelerazione quasi doppia.</p>
<p><figure id="attachment_53231" aria-describedby="caption-attachment-53231" style="width: 477px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-03_194153.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-53231 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-03_194153.jpg" alt="Motore Honda MotoGP" width="477" height="403" title="Qual è la differenza tra una MotoGP e una SBK? 1292" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-03_194153.jpg 477w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-03_194153-300x253.jpg 300w" sizes="(max-width: 477px) 100vw, 477px" /></a><figcaption id="caption-attachment-53231" class="wp-caption-text">Motore Honda MotoGP</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">La MotoGP da questo punto di vista è un altro pianeta: per prima cosa il motore è molto compatto e usa materiali pregiati. Pistoni e cilindri sono lavorati con uno speciale trattamento che Forcada ha definito &#8220;nucleare&#8221;. Le superfici vengono bombardate per aumentare resistenza alle sollecitazioni, temperatura, usura. Il tutto ad un peso assolutamente contenuto.</p>
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<p style="text-align: justify;">I motori MotoGP possono erogare 260 cavalli e girare ad un regime di 17.000 giri al minuto. I giri potrebbero essere maggiori, ma il limite di pressione dell&#8217;impianto di iniezione (10 bar) da uno stop anche all&#8217;escalation dei motori. Il primo Desmo800 del 2007, si dice arrivasse a 20.000 giri al minuto senza problemi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non è solo la potenza a fare la differenza: c&#8217;è un gap molto profondo anche nella velocità di accelerazione del motore, che schizza al regime massimo in un tempo di molto inferiore ad un motore SBK.</p>
<p style="text-align: justify;">Spiegammo bene come funziona un motore da MotoGP nel pezzo &#8220;<a href="https://www.giornalemotori.com/2011/01/12/come-funzionano-i-motori-motogp/"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000080; text-decoration: underline;"><strong>Come funzionano i motori MotoGP</strong></span></span></a>&#8220;, spiegando anche la differenza tra screamer, big bang e le varie soluzioni di scoppi. Da non perdere, una chicca.</p>
<p><figure id="attachment_53250" aria-describedby="caption-attachment-53250" style="width: 348px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-03_213135.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-53250 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-03_213135.jpg" alt="2015-08-03_213135" width="348" height="266" title="Qual è la differenza tra una MotoGP e una SBK? 1293" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-03_213135.jpg 348w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/2015-08-03_213135-300x229.jpg 300w" sizes="(max-width: 348px) 100vw, 348px" /></a><figcaption id="caption-attachment-53250" class="wp-caption-text">Esempio di Desmo. Le valvole sono richiamate meccanicamente senza ausilio di molle</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Altra caratteristica tecnica che differenzia le due categorie è la distribuzione, con l&#8217;ovvia eccezione della Ducati che usa il desmodromico in entrambi i suoi modelli SBK e MotoGP, che in pratica richiama le valvole meccanicamente evitando i problemi dati dalle molle.</p>
<p style="text-align: justify;">La distribuzione è uno dei nodi cruciali dal punto di vista motoristico, perché ad un regime di rotazione di 12.500 giri al minuto, una valvola può arrivare anche a 100 aperture al secondo. Pensate quindi che lavoro deve sobbarcarsi una molla per stare dietro a questo ritmo!</p>
<p style="text-align: justify;">Nei motori MotoGP abbiamo la famosissima distribuzione pneumatica delle valvole e l&#8217;associata distribuzione a cascata di ingranaggi per gli alberi a camme, indubbiamente molto piú precisa della distribuzione a catena di tutte le SBK che deve rimanere come quella prevista sul modello di serie.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/distribuzione-a-cascata-di-ingranaggi.png.jpg"><img decoding="async" class=" wp-image-53254 alignleft" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/distribuzione-a-cascata-di-ingranaggi.png.jpg" alt="distribuzione-a-cascata-di-ingranaggi.png" width="333" height="238" title="Qual è la differenza tra una MotoGP e una SBK? 1294" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/distribuzione-a-cascata-di-ingranaggi.png.jpg 429w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/08/distribuzione-a-cascata-di-ingranaggi.png-300x215.jpg 300w" sizes="(max-width: 333px) 100vw, 333px" /></a>Nell&#8217;anno di esordio in Australia  dell&#8217;Aprilia, era il 2010, Max Biaggi mise paura a tutti per la sua SBK altamente performante e dotata negli alberi a camme di distribuzione ad ingranaggi, che se anche approvata dalla commissione probabilmente a causa dell&#8217;estrema “confusione” esistente del regolamento dell’<strong>H</strong><strong>annspree Superbike Championship, </strong>successivamente fu riportata alla classica distribuzione a catena.</p>
<p style="text-align: justify;">La distribuzione pneumatica, al pari del desmo, permette regimi di rotazione più elevati ritardando quello che volgarmente è detto il &#8220;fuorigiri&#8221;. In pratica, al posto della molla abbiamo un cilindretto con un pistoncino al suo interno che scorre avanti e indietro. Il &#8220;ritmo&#8221; di questo scodellino è dato dall&#8217;entrata di gas ad alta pressione all&#8217;interno del cilindretto, che determina la velocità di moto della valvola. In tal modo si ha un&#8217;estrema precisione nel ritorno della valvola, che viena azionata dall&#8217;albero a camme e ritorna grazie al gas.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-03_212823.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-53249 alignleft" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/08/2015-08-03_212823.jpg" alt="2015-08-03_212823" width="223" height="319" title="Qual è la differenza tra una MotoGP e una SBK? 1295"></a>A differenza della classica distribuzione a molle che equipaggia i modelli stradali, e quindi anche le SBK, il richiamo pneumatico permette regimi elevatissimi di rotazione e alzate impensabili con la distribuzione a molle, che limitano l&#8217;alzata e il regime di rotazione perché oltre ad un determinato numero di giri la valvola entra in risonanza creando, scusate il gioco, una dissonanza col moto alternato del pistone, col rischio di danni enormi. Il rischio è quello di ritrovarsi la valvola che scende col pistone che sale.</p>
<p style="text-align: justify;">La componente elettronica è invece marginale nonostante la leggenda voglia le MotoGP come &#8220;radiocomandate&#8221;. I software che gestiscono un motore SBK e uno MotoGP sono molto simili, hanno una potenza dei processori quasi identica e sono addirittura intercambiabili. Ducati ha un software di base praticamente identico sia per la Panigale che per la Desmo16, idem per Aprilia che addirittura passava alla ART la gestione elettronica del Team Aprilia SBK.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, le MotoGP sono le armi perfette per un circuito, il massimo che si può avere. Le SBK sono moto di livello altissimo che permettono di migliorare le prestazioni della loro base di partenza di tantissimo. Diciamo che in una gara con MotoGP e SBK insieme, le derivate dalla serie soccomberebbero alla tecnologia, ma con una SBK riesco anche a fare un TT, mentre forse una MotoGP si fermerebbe prima di chiudere i 6 giri della Senior!</p>
<p style="text-align: justify;">Detto questo, spero vivamente che vi sia piaciuta questa veloce analisi tecnica sulla differenza tra una MotoGP e una SBK.</p>
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		<title>MotoGP, Sachsenring: il debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2015 06:22:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rieccoci al Sachsenring, la pista forse più anacronistica del mondiale, da tanti considerata un kartodromo un po’ cresciuto e pesantemente criticata anche da molti piloti. Il fatto che a me personalmente non dispiaccia credo sia dovuto alla difficoltà tecnica che mette a nudo i dettagli. Si sta sempre in piega come Assen ma è molto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/07/2015-07-13_151317.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-52938" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/07/2015-07-13_151317.jpg" alt="2015-07-13_151317" width="725" height="280" title="MotoGP, Sachsenring: il debriefing 1299" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/07/2015-07-13_151317.jpg 725w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/07/2015-07-13_151317-300x116.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/07/2015-07-13_151317-696x269.jpg 696w" sizes="(max-width: 725px) 100vw, 725px" /></a>Rieccoci al Sachsenring, la pista forse più anacronistica del mondiale, da tanti considerata un kartodromo un po’ cresciuto e pesantemente criticata anche da molti piloti. Il fatto che a me personalmente non dispiaccia credo sia dovuto alla difficoltà tecnica che mette a nudo i dettagli. Si sta sempre in piega come Assen ma è molto più lenta e scivolosa, non si può sperare di rimediare sul dritto agli eventuali problemi in curva.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ assolutamente necessario un ottimo equilibrio nell’assetto in modo da raccordare le curve senza strafare, azzeccando bene la progressione in uscita per trovarsi sulla traiettoria della successiva. Eppoi, dicevamo, si scivola. Tanto che la Bridgestone porta mescole molto morbide, la meno morbida delle quali viene chiamata hard solo in relazione alle altre: tenetelo presente mentre guardate la consueta tabella delle mescole utilizzate dai primi dieci arrivati.</p>
<p style="text-align: justify;">Non a caso il gommista, tenendo fede alla sua minaccia, accomuna la pista tedesca a quella olandese e decide per la nuova/vecchia carcassa &#8211; e qualcuno dovrebbe smettere di definire la variazione come una semplice questione di mescola &#8211; finendo per condizionare il risultato di molti piloti come temevamo. Cerchiamo di spiegare questo dettaglio con qualche considerazione pratica.</p>
<p style="text-align: justify;">Immaginiamo una pista con asfalto scivoloso: la cosa normale è riportare l’aderenza al valore ideale con l’utilizzo di una mescola morbida. Il grip consentirà di scaricare la potenza sufficiente a deformare la carcassa e a portare la gomma alla corretta temperatura. Ma ad Assen e ancor più al Sachsenring capita una situazione imprevista: non ci sono rettilinei dove scaricare tutta la potenza e per di più la moto percorre tantissimi chilometri in piega sulla spalla. Questo porta a una doppia difficoltà: da una parte la mescola non arriva in temperatura ma dall’altra la spalla a mescola morbida non riesce a completare tutti i chilometri dalla partenza al traguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">La gomma asimmetrica a questo proposito viene utilizzata proprio quando i chilometri di percorrenza son molto diversi sulle due spalle: in questo caso l’anteriore con spalla destra morbida, con sole tre curve su questo lato, assolveva bene il suo compito. Ma che succede alla posteriore? Succede che una mescola morbida fornirebbe il grip ma non arriva alla fine, una più dura arriva alla fine ma non entra in temperatura. Al Sachsenring si arriva addirittura ad avere che una mescola intermedia avrebbe entrambi i difetti: non entra in temperatura pur essendo troppo soffice per tutti quei chilometri di curve.</p>
<p style="text-align: justify;">Le soluzioni sono due: la prima è una mescola più dura, fatta per arrivare a fine gara, su una carcassa che ceda in modo differenziato in modo da portare la temperatura sulle spalle a valori sufficienti a garantire il grip; la seconda è disporre di una moto con abbastanza motricità da avere il grip sufficiente per deformare la carcassa con le spalle rigide anche con una mescola dura. Indovinate qual è stata la scelta del gommista…</p>
<p style="text-align: justify;">E vediamo le dichiarazioni dei piloti nei punti salienti, cioè tolti i ringraziamenti, le note di colore e le affermazioni vaghe o ambigue che spesso rilasciano con poca convinzione gli addetti ai lavori. Lorenzo lamenta mancanza di grip al massimo angolo, e per uno che ha nella percorrenza il suo punto di forza la cosa è grave. Dovizioso lamenta una bassa velocità di percorrenza: “piega di più, chi te lo impedisce” verrebbe da chiedergli, ma lui stesso precisa che non riesce a scaldare la gomma.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/07/2015-07-17_082005.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-52939" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/07/2015-07-17_082005.jpg" alt="2015-07-17_082005" width="681" height="296" title="MotoGP, Sachsenring: il debriefing 1300" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/07/2015-07-17_082005.jpg 681w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/07/2015-07-17_082005-300x130.jpg 300w" sizes="(max-width: 681px) 100vw, 681px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">E anche lui è un pilota da percorrenza. Limitano i danni Iannone e Pedrosa, loro spigolano di più e percorrono meno strada al massimo angolo. Ancora una volta le vecchie Ducati riprendono smalto su una pista che, con così tante curve, a prima vista sembrerebbe impossibile per loro. Pagano entrambi l’impegno muscolare su un mezzo così “fisico”, ma per il colombiano ho il sospetto – non verificato, non son riuscito a reperire alcunché su di lui &#8211; che abbia anche finito la gomma prima della gara. Suzuki sparite.</p>
<p style="text-align: justify;">Marquez è perfetto: moderato drift in uscita solo quando serve, inserimento pulito e senza traversi con appena qualche sbandieramento prontamente riallineato prima di piegare la moto. Alla fine dei conti, un paradosso emerge sopra tutte le altre considerazioni: al Sachsenring &#8211; pista tutta curve &#8211; con questa carcassa è controproducente fare percorrenza pura. E la controprova ce l’abbiamo se consideriamo le diverse coppie di piloti di ogni squadra: Marquez davanti a Pedrosa, Crutchlow (quello che aveva imparato sulla Tech3 osservando Lorenzo) ancora più indietro; in casa Ducati, Iannone davanti a Dovizioso; in Yamaha, Smith davanti a Espargaro e Rossi davanti a Lorenzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Come settaggi potrei aggiungere che Pedrosa, più alto e più morbido di sospensioni rispetto a Marquez, ha lamentato un equilibrio generale imperfetto col pieno di carburante, con la coda che inizialmente aveva un pompaggio eccessivo. Così come potrei aggiungere che Rossi a fine gara con tutta probabilità aveva un anteriore al limite delle possibilità.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/07/andrea_dovizioso-1.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-52830" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/07/andrea_dovizioso-1.jpg" alt="andrea_dovizioso-1" width="510" height="395" title="MotoGP, Sachsenring: il debriefing 1301"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Oppure potrei dire che l’assetto basso di Dovizioso, senza una guida opportunamente spigolata o driftarola, con ogni probabilità ha causato la perdita dell’avantreno nella classica fase di fine piega, un istante prima di arrivare alla fase di pura percorrenza. Son cose che ci stanno, piccoli dettagli che non cambiano una situazione pesantemente condizionata da una carcassa che forse qualche anno fa avrebbe fatto la gioia della Ducati ma che – sono i casi della vita – é stata realizzata solo quest’anno. A volte la sfiga, eh?</p>
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		<title>MotoGP: il debriefing di Assen</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2015 10:21:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gran premio d’Olanda, Assen, ed eccoci al nostro consueto debriefing post gara. Il tracciato, pur molto rimaneggiato rispetto all’originale, continua a presentare alcune caratteristiche inconsuete tra cui le curve piatte e senza riferimenti. Per girare forte è necessario averci corso tanti anni e sapere esattamente dove frenare e dove inserire la moto, e non è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/07/2015-06-29_160120.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-52571" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/07/2015-06-29_160120.jpg" alt="debriefing" width="716" height="276" title="MotoGP: il debriefing di Assen 1304" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/07/2015-06-29_160120.jpg 716w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/07/2015-06-29_160120-300x116.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/07/2015-06-29_160120-696x268.jpg 696w" sizes="(max-width: 716px) 100vw, 716px" /></a>Gran premio d’Olanda, Assen, ed eccoci al nostro consueto debriefing post gara. Il tracciato, pur molto rimaneggiato rispetto all’originale, continua a presentare alcune caratteristiche inconsuete tra cui le curve piatte e senza riferimenti. Per girare forte è necessario averci corso tanti anni e sapere esattamente dove frenare e dove inserire la moto, e non è un caso che Rossi diventi il riferimento per tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Poche storie, la vittoria è strameritata a prescindere dalle polemiche dell’ultimo giro sul quale, comunque, ho una mia personale opinione che però esula dal mio compito di tecnico e sconfinerebbe nel ruolo del Direttore di gara.</p>
<p style="text-align: justify;">Limitandomi alla parte tecnica devo necessariamente parlare di gomme e del nuovo pasticcio regolamentare: la corsa olandese è stata pesantemente influenzata da un fattore esterno e imprevisto quale la scelta unilaterale della Bridgestone di portare una carcassa con criteri strutturali derivati, se non identici, a quelli delle gomme delle passate stagioni. A venire penalizzati da questa scelta sono stati i piloti che prediligono la guida rotonda e le moto dal centraggio avanzato. Vediamole nei dettagli.</p>
<p style="text-align: justify;">In qualche articolo avevamo spiegato per sommi capi come è fatta una gomma e come funziona. Senza riprendere i dettagli (che potrete trovare nei nostri articoli <a href="https://www.giornalemotori.com/2012/10/10/come-e-fatta-una-gomma/"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>&#8220;Com&#8217;è fatta una gomma&#8221;</strong></span></a> e <a href="https://www.giornalemotori.com/2012/10/24/ma-le-gomme-ci-avvertono/"><strong><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000080; text-decoration: underline;">&#8220;Deformazione delle gomme&#8221;</span></span></strong></a>) riassumiamo i principali concetti: le gomme lavorano a una temperatura ben precisa, e per raggiungerla si sfrutta il calore generato dalla deformazione della carcassa sollecitata dalla trazione (per la posteriore) o dalla frenata (per l’anteriore). Ad essere ancora più precisi, per l’anteriore esistono altri fattori secondari qui trascuriamo perché il discorso di oggi riguarda la gomma posteriore e quindi la deformazione sotto trazione. Semplificando il concetto, la gomma smette di scaldare a partire dalla staccata fino al momento in cui si riapre il gas, e il problema diventa quello di conservarla alla giusta temperatura durante tutta la percorrenza.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/07/2015-07-03_121443.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-52572" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/07/2015-07-03_121443.jpg" alt="debriefing" width="720" height="374" title="MotoGP: il debriefing di Assen 1305" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/07/2015-07-03_121443.jpg 720w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/07/2015-07-03_121443-300x156.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/07/2015-07-03_121443-696x362.jpg 696w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">E qui vediamo il problema di Lorenzo, forse il più penalizzato dalla nuova carcassa: lui entra in curva largo e percorre moltissima strada al massimo della piega senza gas. Quando esce dalla curva riapre in progressione, dosando il gas per via del limitato carico verticale sulla posteriore della sua M1. Il suo problema è mantenere la gomma in temperatura su una pista dove i rettilinei sono corti e le curve sono lunghe, e una carcassa con la spalla morbida gli avrebbe consentito di rimediare all’insufficiente deformazione di trazione con una deformazione elevata sull’appoggio alla massima piega: certo, non è molto rispetto alla deformazione da trazione, ma comunque avrebbe limitato il danno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la nuova carcassa troppo rigida sulle spalle arriva fredda all’uscita della curva, e in combinazione col basso carico verticale diventa difficile scaricare potenza, innescando un circolo vizioso: non si può aprire per colpa della gomma fredda, ma la gomma resta fredda proprio perché non si può aprire.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso discorso vale per tutte le 4 in linea, penalizzate dal centraggio avanzato. La Suzuki è l’unica a provare una strada diversa: sceglie la gomma con mescola morbida per tentare di ottenere trazione in uscita pur con carico posteriore limitato, in modo da deformare la carcassa coi cavalli senza rischiare di perdere il retrotreno. Va bene finchè dura, ma la soft non arriva al traguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovizioso paga nello stesso modo un assetto basso e una guida molto rotonda, un po’ meglio va a Iannone con un assetto più alto e una guida meno pulita. Chi invece sorride è Petrucci con la vecchia Ducati: il carico posteriore non manca, lui può scaricare cavalli e deformare anche una carcassa in cemento armato. Pochi metri in piega e tanto gas in uscita gli consentono di sfruttare al meglio anche la mescola media.</p>
<p style="text-align: justify;">Crutchlow e Pedrosa non vanno male, ma era lecito attendersi qualcosa di meglio: la Honda ha fin troppa trazione, sicuramente non ha il problema di scaldare la nuova posteriore. Anzi, a dirla tutta, fino alla gara scorsa la Honda aveva il problema di massacrare la spalla per eccesso di deformazione; e solo Pedrosa, da sempre molto delicato con le gomme grazie a una guida pulitissima, riusciva a portarla al traguardo. Probabilmente dovrà prendere le misure alla nuova carcassa, e forse la mano infortunata non lo ha aiutato.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi ha tratto vantaggio da tutto questo &#8211; guarda un po’i casi della vita – è Marquez, fino a ieri con gravi problemi di degrado alla massima piega e oggi resuscitato da una scelta Bridgestone fatta senza avvisare nessuno. Giusto per capire quanto valga uno scarico e quanto invece conti una gomma adeguata.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto assolutamente prevedibile, tutto inevitabilmente consequenziale. Tutto tranne la vera anomalia di Assen, quel Rossi che conosce la pista meglio di chiunque altro. Quel Rossi che forse ha il torto di aver svelato i segreti del tracciato olandese a un Marquez attaccato agli scarichi. Quel Rossi che, a marcio dispetto di una M1 con poco carico al posteriore, non sceglie la soft ma tiene la moto alta alla ricerca di trasferimento dinamico.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ obbligato a dare il massimo per tenere la gomma calda, rallentare significa perdere grip e non riuscire più a scaldarla. No, la nuova gomma non ha in nessun modo favorito Rossi, ma forse lo ha incarognito abbastanza da fargli fare un miracolo con una 4 in linea. Onore al merito, vittoria da incorniciare alla faccia delle decisioni prese in segreto di notte tra pochi addetti ai lavori.</p>
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		<title>F1: Le modifiche al muso della Redubll, e la loro efficacia</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2015/06/26/f1-le-modifiche-al-muso-della-redubll-e-la-loro-efficacia/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=f1-le-modifiche-al-muso-della-redubll-e-la-loro-efficacia</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2015 09:31:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Torniamo a parlare di musi delle F1. Lo facciamo prendendo ad esempio quello che hanno fatto in casa Redbull dal Gp di Spagna. Presentatasi con un muso molto simile a quello della Mercedes della passata stagione con una proboscite appena accennata, evidentemente non ha funzionato fin dal primo GP in Australia.  A parte gli evidenti [&#8230;]</p>
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<p style="text-align: justify">Una maggiore quantità di aria non è detto che sia la migliore delle cose per la RB11. Se i progettisti hanno trovato la quadra nella galleria del vento con un muso ingombrante e più lungo durante l&#8217;inverno,  se lo si accorcia e lo si svuota,  il maggiore passaggio di aria potrebbe paradossalmente ingolfare la zona centrale della monoposto. In effetti dopo il GP di Barcellona per i tracciati a seguire nella parte posteriore del profilo estrattore dove il regolamento lo consentiva sono comparse anche delle feritoie per migliorare il passaggio di aria e la conseguente tenuta per effetto suolo. Una caratteristica da sempre molto importate sulle vetture della Redbull al punto che il carico sottostante diventa un vero e proprio freno aerodinamico per la monoposto da sempre assillata da velocità di punta basse, un problema quanto mai drammatico in condizioni di inferiorità motoristica.</p>
<p style="text-align: justify">Il confronto va fatto con i cugini della Toro Rosso. Infatti i tecnici italiani hanno concepito la loro monoposto con un muso arretrato e vuoto nella parte sottostante con un canale per il passaggio aria molto ampio fin dall&#8217;inizio. Un lavoro che consente di avere un maggiore equilibrio nello sfruttamento dei flussi che consente alla piccola factory du Faenza di stare spesso davanti alla Redbull. Un equilibrio che siamo sicuri non vogliono rompere i tecnici della Ferrari. Probabilmente adottare un muso con questa configurazione non da la giusta fiducia circa l&#8217;equilibrio generale dei flussi sotto la vettura. E&#8217; impensabile che dopo una modifica così estrema delle fiancate non si possa operare con la stessa efficacia nell&#8217;apportate modifiche al muso se non fosse più dannoso che risolutivo.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Debriefing di Montmelò con molte conferme e una sorpresa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2015 12:45:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Debriefing di Montmelò con molte conferme e una sorpresa. Partiamo subito da questa: la Suzukina non è male. Proprio per nulla. Finalmente una 4 in linea molto equilibrata, un piccolo capolavoro. Ora, che Suzuki sapesse fare le ciclistiche è cosa nota a tanti motociclisti, e il mitico sraddone ne è il classico esempio: datata, pesante, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/alexi_start.jpg"><img decoding="async" class=" size-full wp-image-52125 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/alexi_start.jpg" alt="alexi_start" width="510" height="286" title="Debriefing di Montmelò con molte conferme e una sorpresa 1313"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Debriefing di Montmelò con molte conferme e una sorpresa. Partiamo subito da questa: la Suzukina non è male. Proprio per nulla. Finalmente una 4 in linea molto equilibrata, un piccolo capolavoro. Ora, che Suzuki sapesse fare le ciclistiche è cosa nota a tanti motociclisti, e il mitico sraddone ne è il classico esempio: datata, pesante, tutto quello che volete, ma a distanza di millemila anni dal progetto era pur sempre una solida certezza nelle supersportive; eppure sono sinceramente sorpreso da tanta coerenza nel comportamento dinamico.</p>
<p style="text-align: justify;">Già dalle prove libere, con una soft al posteriore, si è subito dimostrata capacissima di derapare con sicurezza in curva, con appena qualche facile correzione di sterzo. In più è mostruosamente agile, capace di cambiare traiettoria in qualsiasi momento senza per questo scontare quegli sbacchettamenti che le moto agili in genere scontano sull’asfalto imperfetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensavo che la doverosa media in gara l’avrebbe ridimensionata, e invece eccola là. Ok, il software di partenza va urgentemente perfezionato, ma la ciclistica sembra sfruttare molto bene le gomme. Soprattutto pare piuttosto facile da settare, con un telaio che sente bene le variazioni del setting e permette di ritagliare agevolmente la moto in funzione delle esigenze. Solo un banale e comprensibile errore di Espargaro le ha impedito di cogliere un risultato importante, ma non me la sento di tirare la croce addosso a un pilota che non avendo ambizioni in classifica generale punta al risultato secco e, trovandosi per una volta lì davanti, finisce per esagerare giocandosi il tutto per tutto. Senza quell’errore la mia previsione per il podio si sarebbe dimostrata sbagliata, quindi faccio ammenda: il fatto che sul traguardo io ci abbia preso non toglie nulla alla mia valutazione tecnica sbagliata. A parziale giustificazione, invoco il fatto che in gara è sempre stata poco inquadrata e ancora avevo pochi elementi di valutazione. Teniamola d’occhio per il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/11419859_10206097403425746_879482530_n.jpg"><img decoding="async" class=" size-full wp-image-52225 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/11419859_10206097403425746_879482530_n.jpg" alt="11419859_10206097403425746_879482530_n" width="574" height="206" title="Debriefing di Montmelò con molte conferme e una sorpresa 1314" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/11419859_10206097403425746_879482530_n.jpg 574w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/11419859_10206097403425746_879482530_n-300x108.jpg 300w" sizes="(max-width: 574px) 100vw, 574px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Per la Yamaha avevo previsto entrambe a podio. Anzi, avevo previsto proprio la doppietta, con l’unica incertezza sull’ordine di arrivo dei due ufficiali. Come al solito, se Lorenzo fugge dal via è difficile andarlo a prendere, ma mi aspettavo maggiore resistenza proprio dalle Suzuki in partenza con un Rossi che avrebbe approfittato di un Lorenzo ostacolato nel primo giro: avremmo visto una bella battaglia tra le due M1 ufficiali, e nel corpo a corpo Rossi – non se ne dispiaccia Lorenzo – ha maggiori capacità di sfruttare traiettorie alternative.</p>
<p style="text-align: justify;">Terzo posto azzeccato per Pedrosa, e questo a dimostrazione di quanto andiamo scrivendo ormai da tempo. Siccome però l’argomento merita ulteriore approfondimento, lo tratteremo alla fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Ducati vanno benone, a detta di tutti sembrano equilibrate. Quindi, al netto della sfiga di Dovizioso – al quale, quando la corona non si rompe, ci pensa l’elettronica a stenderlo – come mai non lo mettevo tra i favoriti? Semplicemente perché la scelta della gomma anteriore era un campanello di allarme. Vediamo meglio: molte percorrenze belle lunghette, e non parlo solo delle curve 3 e 4 ma anche di qualche curva da raccordare sullo stesso lato. In pratica, si sta tanto tempo in piega dalla stessa parte. La gomma hard mi dice che tanta strada in percorrenza era ottenuta con deriva dell’avantreno, e la gomma media non avrebbe resistito. La ruota posteriore, in definitiva, non allarga ancora quanto dovrebbe: questo significa che la moto soffre ancora sottosterzo sotto trazione, con impossibilità di aprire il gas in anticipo e con l’obbligo di tenere molto chiusa l’elettronica. La sospensione posteriore ancora non è a posto, evidentemente quando la ruota cede non è così progressiva da poter essere controllata. Speriamo che il range di regolazioni possibili non sia già a fine corsa, nel qual caso occorre un piccolo step. A fine analisi, la moto non è ancora abbastanza neutra sotto trazione e il problema sta dietro. Inutile tentare di correggerlo mascherandolo con la geometria di sterzo, alla fine i nodi vengono tutti al pettine e la hard diventa l’unica opzione possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Eccoci alla Honda. Non frena, ci dicono. Qualcuno si prende la briga di esaminare gli slowmotion e osserva che Marquez frena più o meno nello stesso punto di Lorenzo ma la sua moto non rallenta abbastanza rispetto alla M1; e per evitare il tamponamento è costretto a rilasciare i freni, raddrizzare e tentare il passaggio all’esterno finendo sulla ghiaia. Insomma, la Honda non frena, ecco il problema!</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/11637833_10206097483667752_1625809058_n.jpg"><img decoding="async" class=" size-full wp-image-52226 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/11637833_10206097483667752_1625809058_n.jpg" alt="11637833_10206097483667752_1625809058_n" width="510" height="309" title="Debriefing di Montmelò con molte conferme e una sorpresa 1315" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/11637833_10206097483667752_1625809058_n.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/11637833_10206097483667752_1625809058_n-300x182.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Poi arriva Pedrosa su Smith e…OOOPS! Stacca dritto senza troppe scemenze, sollevando pure la ruota posteriore, e si infila agevolmente all’interno della M1.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/11418423_10206097456267067_1958067042_n.jpg"><img decoding="async" class=" size-full wp-image-52224 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/11418423_10206097456267067_1958067042_n.jpg" alt="11418423_10206097456267067_1958067042_n" width="510" height="311" title="Debriefing di Montmelò con molte conferme e una sorpresa 1316" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/11418423_10206097456267067_1958067042_n.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/11418423_10206097456267067_1958067042_n-300x183.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ma poi, vi pare che con due padelloni in carbonio da 340mm la Honda non avrebbe potenza frenante?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La verità è ben diversa</strong>: se freni dritto – come Stoner, ooops! – puoi strizzare la leva senza problemi, col solo limite del ribaltamento; ma se freni col traverso, il freno davanti ti tocca alleggerirlo, vuoi o non vuoi. E più sei di traverso, meno lo puoi toccare. Chiaro che se non puoi strizzare la leva, due son le cose: o inizi a frenare prima, oppure la moto non rallenta abbastanza e rischi il tamponamento. Ma i freni non c’entrano, c’entrano la guida e le scelte di setting. E se per il setting dovrei parlare non soltanto di altezze e di quote ma anche di molle, precarichi e contro molle – e la cosa diventerebbe così impegnativa che con ogni probabilità smettereste di leggere già alla seconda riga – sulla guida possiamo schematizzare con maggiore semplicità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/curva_01.jpg"><img decoding="async" class=" size-full wp-image-52234 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/curva_01.jpg" alt="curva_01" width="510" height="383" title="Debriefing di Montmelò con molte conferme e una sorpresa 1317" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/curva_01.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/curva_01-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/curva_01-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In figura abbiamo tre traiettorie differenti: quella <span style="color: #3366ff;">azzurra</span> è di Lorenzo, quella <span style="color: #ff0000;">rossa</span> di Marquez e quella <span style="color: #339966;">verde</span> è di Pedrosa. Le frecce indicano il punto più lento delle rispettive traiettorie, e qui va spiegato che le tre moto hanno velocità minime differenti: Lorenzo ha velocità maggiore, Pedrosa un po’ inferiore e Marquez è il più lento. A titolo puramente indicativo mettiamoci dei valori arbitrari, giusto per esemplificare. Diciamo che Lorenzo va a 100, Pedrosa un po’ più spigolato va a 95 e Marquez va a 85. Perché tanta differenza? Perché 5 li leviamo per via della traiettoria ancora più spigolata, e altri 5 li leviamo perché sta venendo da un traverso e deve rallentare più del previsto se vuole ritrovare l’aderenza e riallineare (teniamolo presente in seguito). I pallini invece indicano il punto in cui il pilota deve smettere di strizzare la leva del freno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E qui si vede il problema</strong>: Marquez è di traverso e alleggerisce il freno mentre Lorenzo sta ancora strizzando. Finirgli addosso è inevitabile. Ma c’è dell’altro: Marquez ha alleggerito il freno prima di tutti, eppure è il pilota che dovrà rallentare di più.</p>
<p style="text-align: justify;">Esaminiamo bene: la frenata è iniziata per tutti nello stesso momento (fuori dalla figura).</p>
<p style="text-align: justify;">Lorenzo ha staccato forte fino al pallino raggiungendo i suoi 100 km/h che terrà costanti per tutta la percorrenza, dal pallino fino alla freccia. Marquez ha iniziato la frenata nello stesso punto, ma alleggerisce prima: sul pallino sarà ancora a 110 km/h, e dal pallino alla freccia deve perdere altri 25 km/h per poter ritrovare aderenza, riallineare e quindi spigolare e ripartire da 85 km/h. Pedrosa strizza dritto e si ritrova ai 95 km/h sul pallino, poi li mantiene costanti per pochi metri fino alla freccia e riparte dai 95 km/h. Questo significa che Marquez, scendendo dalla moto, dirà al suo tecnico che non riesce a fermare la moto.</p>
<p style="text-align: justify;">I giornalisti lanciano l’allarme “la Honda non frena!” e il tecnico perde la pazienza con tutte le ragioni. Intanto Pedrosa passa Smith con la moto a carriola e nessuno lo nota… Ecco perché il suo podio era previsto.</p>
<p style="text-align: justify;">Era rimasto altro? Ah, sì,<strong> il riallineamento</strong>. Una volta per tutte diciamolo: inizialmente nel 2013 Marquez somigliava di più a Stoner. Frenava dritto e poi spigolava <strong>non disdegnando il drift sotto trazione in uscita</strong>. Andatevi a rivedere Misano 2013 (magari nel debriefing scritto a suo tempo) e capirete come aveva passato Rossi al Tramonto. Niente traversi in ingresso, niente scemenze. E d’altra parte, la devo ancora vedere una moto che col traverso su asfalto rallenta meglio di una moto che frena dritta al limite del ribaltamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma poi, <strong>il riallineamento da un traverso</strong> impone di rallentare per ritrovare aderenza, e qui sta la vera differenza con Stoner: l’australiano frenava dritto, poi usava il freno posteriore per innescare un traverso dal quale NON riallineava affatto. Da quel momento in poi Stoner dava gas e continuava tutta la curva in controsterzo, in accelerazione, senza cercare nessun riallineamento. Ecco perchè non doveva scendere agli 85 km/h.</p>
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		<title>F1: Analisi del pacchetto aerodinamico Ferrari dopo Barcellona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2015 10:13:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Ferrari al Gran Premio di Barcellona ha portato un bel po di novità tecniche al telaio ed all&#8217;aerodinamica. Prima di voler portare una analisi dettagliata delle modifiche apportate alla SF15-T abbiamo voluto prima verificare la loro effettiva efficienza verificando i risultati considerando tre tipologie di tracciato.  Dalla completezza di Barcellona, al salotto di Montecarlo, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2015/06/17/f1-analisi-del-pacchetto-aerodinamico-ferrari-dopo-barcellona/">F1: Analisi del pacchetto aerodinamico Ferrari dopo Barcellona</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/esp-ferrari-sidepod1.0.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-52208" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/esp-ferrari-sidepod1.0-300x240.jpg" alt="esp-ferrari-sidepod1.0" width="300" height="240" title="F1: Analisi del pacchetto aerodinamico Ferrari dopo Barcellona 1323"></a>La Ferrari al Gran Premio di Barcellona ha portato un bel po di novità tecniche al telaio ed all&#8217;aerodinamica. Prima di voler portare una analisi dettagliata delle modifiche apportate alla SF15-T abbiamo voluto prima verificare la loro effettiva efficienza verificando i risultati considerando tre tipologie di tracciato.  Dalla completezza di Barcellona, al salotto di Montecarlo, per finire al velocissimo tracciato di Montreal.  La particolarità del pacchetto aerodinamico che è stato introdotto a Barcellona che vogliamo portare all&#8217;attenzione dei nostri lettori è la nuova forma delle fiancate laterali. Le modifiche non hanno interessato solo i nuovi deflettori ad arco siti sul bordo di attacco della fiancata che contiene le masse radianti, ma piuttosto di una nuova forma nella parte esterna che crea una sorta di canale molto ben visibile che punta direttamente verso il basso portando aria direttamente verso la zona posteriore della monoposto. La nuova forma della fiancata ha lo scopo di creare un effetto coanda del flusso aria che investe la parte superiore del cassa.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/ala-coanda.png"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-52209" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/ala-coanda-300x126.png" alt="ala-coanda" width="300" height="126" title="F1: Analisi del pacchetto aerodinamico Ferrari dopo Barcellona 1324"></a>Volendo semplificare la massimo il concetto,  l&#8217;effetto Coanda è quando un fluido che investe un oggetto, procede lungo una superficie curva, tende a seguire la traiettoria tangente a quella superficie anche quando la superficie finisce. In sostanza il flusso di aria che investe la fiancata nella zona superiore tende a seguire la forma rimanendo aderente, questo permette se gli ingegneri gli fanno prendere una determinata direzione di poter indirizzare il flusso aria esattamente dove serve cioè nella zona del profilo estrattore posteriore per un maggiore carico aerodinamico con al contempo una minore resistenza aerodinamica della fiancata stessa. Il flusso che arriva allo scivolo estrattore aiuta inevitabilmente il flusso aria che arriva dal fondo piatto che sfoga grazie all&#8217;azione del profilo estrattore posteriore generando carico aerodinamico verticale.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/esp-ferrari-sidepod-1.2.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-52210" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/esp-ferrari-sidepod-1.2-300x238.jpg" alt="esp-ferrari-sidepod 1.2" width="300" height="238" title="F1: Analisi del pacchetto aerodinamico Ferrari dopo Barcellona 1325" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/esp-ferrari-sidepod-1.2-300x238.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/esp-ferrari-sidepod-1.2.jpg 473w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Questo effetto è stato praticamente alla base di tutta la progettazione Redbull negli anni in cui hanno vinto tutto. Newey utilizzava l&#8217;aria calda degli scarichi indirizzandola esattamente dove serviva per creare una sorta di sigillo termico che scambiasse la necessaria energia per poi velocizzare il flusso aria sotto la vettura, le varie rampe in uscita dagli scarichi erano proprio per creare effetto conada.  Questo portava enormi carichi aerodinamici oggi non più possibili con la conformazione a scarico unico. In ogni caso alla Ferrari hanno tentato di utilizzare gli effetti benefici del coanda moficando la forma della fiancata per ottenere un certo beneficio al posteriore della monoposto.  Un altro aspetto secondario ma non meno importante che ha comportato questa modifica  è stato quello di aumentare la velocità del flusso superiore della fiancata. Da un po di anni la parte inferiore dei cassoni laterali sono sempre più rastremate verso il centro della vettura lasciando scoperte grosse porzioni di fondo piatto. L&#8217;aria che passa in questa zona non avendo una resistenza  riesce ad arrivare con una maggiore velocità nella parte posteriore della vettura. Ma se poniamo come il cassone laterale come un elemento che per forma è riconducibile a quello di un grossa ala di aereoplano si può comprendere guardano la foto al lato che la velocità della aria che passa sopra è inferiore a quella che passa nella zona rastremata sottostante. Nella foto principale i flussi sono indicati con V1 e V2.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/portanza.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-52211" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/portanza-300x215.jpg" alt="portanza" width="300" height="215" title="F1: Analisi del pacchetto aerodinamico Ferrari dopo Barcellona 1326"></a> In certe condizioni si potrebbe generare una certa forza portante. Non si tratta una forza tale da far decollare la monoposto come un aeroplano, ma sicuramente si tratta di una componente che sottrae una certa quantità di carico verticale proprio nella zona centrale della monoposto. In sostanza succede quello che avviene con le vetture di serie che avendo una forma affusolata sulla parte superiore alle alte velocità tende ad alzarsi perdendo una certa stabilità. Oggi vetture di questo tipo hanno delle appendici nel posteriore che generano una certa forza verticale per compensare la forma della carrozzeria come si vede nella foto della McLaren P1 sottostante.  Su una monoposto di F1 questa funzione viene compiuta dalle ali che devono essere caricate paradossalmente anche per tracciati veloci proprio per non perdere stabilità alle alte velocità per una forma della carrozzeria come le fiancate affusolate.  La nuova forma della fiancata Ferrari aumenta la velocità di passaggio del flusso aria nella parte superiore della fiancata quindi riduce la differenza tra la parte superiore e quella inferiore generando meno spinta verso l&#8217;alto. Se c&#8217;è un maggiore equilibrio tra i due flussi viene per de se che le ali non devono essere caricate oltre il normale sul veloce per tenere stabile la vettura potendo puntare su un set up che predilige velocità massima sui lunghi rettilinei come quelli di Montreal.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/images-1.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-52212" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/images-1.jpg" alt="images (1)" width="216" height="234" title="F1: Analisi del pacchetto aerodinamico Ferrari dopo Barcellona 1327"></a>In Canada la Ferrari ha potuto viaggiare con un carico aerodinamico abbastanza basso da consentire di poter sfidare le power unit Mercedes sul dritto con le Williams che non avevano la forza nonostante il podio per battere la Ferrari e le altre Lotus e Force India non sono riuscite a tenere dietro la Ferrari in rimonta. Un esempio eclatante è stato il caso del sorpasso di Vettel a Hulkenberg, in una condizione precedente a Barcellona con la vecchia configurazione non ci sarebbe stata la possibilità di affiancare la Force India del tedesco.  In definitiva possiamo dire che se il pacchetto aerodinamico unito alle modifiche con i gettoni della power unit non ha portato il salto di qualità recuperando il gap sulla Mercedes come si sperava e come i numeri dicono senza appello, possiamo anche affermare con certezza che se a Maranello non avessero introdotto queste modifiche da Barcellona il distacco dalla capolista sarebbe aumentato in modo considerevole.  A quest&#8217;ora staremmo assistendo ad un recupero sia della Williams che delle altre motorizzate con le power unit Mercedes. Ad oggi la Ferrari è l&#8217;unica che riesce a stare a tre decimi di secondi in qualifica e può portare un passo gara non lontano dalla frecce d&#8217;argento.</p>
<p style="text-align: justify">Cosa manca? la domanda che si stanno ponendo i lettori è lecita. Manca uno sviluppo del telaio e della cinematica delle sospensioni che non è di facile soluzione. Come diceva il Vecchio Drake, con l&#8217;aerodinamica si guadagnano i decimi con le gomme i secondi. Una buona cinematica delle sospensioni con geometrie corrette mette in condizioni le difficili gomme Pirelli di lavorare in regime ottimale. Una condizione di equilibrio che deve consentire di poter scaldare le gomme in fretta ed al contempo non consumarle alla svelta. Una condizione che oggi è possibile solo alla Mercedes. Una crescita che la Ferrari dovrà fare nel tempo, un tempo che può non essere breve come i tifosi sperano.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Le Mans: La spettacolare Nissan GT-R NISMO LM</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2015 10:07:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo giunti nella settimana della 24H di Le Mans. Mai come quest&#8217;anno grazie ad un regolamento messo in campo dalla ACO, l&#8217;organizzazione che gestisce in proprio la corsa e che definisce le regole anche per il campionato WEC, promette di essere una delle più belle, affascinanti e spettacolari dal punto di vista della diversità progettuale [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/nissan-gt-lm-nismo-specs.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-51964" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/nissan-gt-lm-nismo-specs-300x200.jpg" alt="nissan-gt-lm-nismo-specs" width="300" height="200" title="Le Mans: La spettacolare Nissan GT-R NISMO LM 1332"></a>Siamo giunti nella settimana della 24H di Le Mans. Mai come quest&#8217;anno grazie ad un regolamento messo in campo dalla ACO, l&#8217;organizzazione che gestisce in proprio la corsa e che definisce le regole anche per il campionato WEC, promette di essere una delle più belle, affascinanti e spettacolari dal punto di vista della diversità progettuale dei protagonisti. Quattro i costruttori impegnanti nella massima categoria LMP. Tutti con varie tipologia  di propulsione ibrida. Ci sono Toyota campione del mondo in carica, Audi vincitrice della passata edizione della 24H, Porsche attualmente la più veloce nelle prove che hanno anticipato la corsa, e la spettacolare esotica Nissan con la  GT-R NISMO LM.  Come ogni anni andiamo ad analizzare i modelli che lotteranno per la vittoria dal punto di vista tecnico, cominciando proprio dalla più fantasiosa delle vettura la Nissan GT-R NISMO LM. Fino a quando non è comparsa questa spettacolare vettura le ruote anteriori delle LMP venivano usate per consentire di sfruttare la potenza dovuta alla propulsione ibrida come visto sulle Audi e sulle Porsche di fatto diventano trazioni integrali,  mentre Toyota ancora usava la trazione posteriore pura con il sistema ibrido che lavora in simbiosi concentrato sull&#8217;asse posteriore.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/nissan-gt-lm-nismo-specs-9.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-51965" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/nissan-gt-lm-nismo-specs-9-300x179.jpg" alt="nissan-gt-lm-nismo-specs-9" width="300" height="179" title="Le Mans: La spettacolare Nissan GT-R NISMO LM 1333"></a>Nel caso della  GT-R NISMO LM il motore si trova davanti. Non una novità assoluta anche la Panoz nella fine degli anni 90 aveva provato con un prototipo a motore anteriore, ma la vera novità sta nel fatto che anche la trazione è anteriore. Da come si vede dalla foto dell&#8217;esploso tecnico, nella parte anteriore della vettura ci sono le gomme maggiori per sopportare la trazione della maggiora parte della potenza.  La GT-R NISMO LM come le rivali più accreditate usa un sistema ibrido, che sfrutta per la parte endotermica un motore a benzina  twin-turbo, V6 a 60 gradi  denominato VRX 30A Nismo. Questo motore scarica la sua potenza direttamente sulle ruote anteriori mediante cambio a cinque marce che sfrutta una particolare frizione in carbonio Tilton. Ovviamente a questa potenza viene aggiunta quella del sistema  KERS che aiuta ad raggiungere le velocità massime necessarie per i rettilinei della Sarthe.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/nissan-gt-lm-nismo-specs-5.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-51966" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/nissan-gt-lm-nismo-specs-5-300x200.jpg" alt="nissan-gt-lm-nismo-specs-5" width="300" height="200" title="Le Mans: La spettacolare Nissan GT-R NISMO LM 1334"></a>Le dimensioni sono con una lunghezza di  4,65 m per 1,9 m di larghezza, con un peso di 870 Kg. Particolare il sistema di scarico che sfoga nella parte anteriore direttamente all&#8217;interno di un canale laterale all&#8217;abitacolo che raggiunge la zona posteriore della vettura per ridurre la resistenza aerodinamica con compiti di aiuto del profilo estrattore del fondo vettura. La massima trazione, problema annoso per tutte le anteriori, figuriamoci per vetture da competizione da 600 e passa cavalli, viene risolto passando per una particolare gestione elettronica del motore progettata in collaborazione con Cosworth e da un controllo di trazione gestito dal pilota che in rispetto del regolamento ACO può garantire la necessaria efficienza e la massima trazione soprattutto in uscita dalle curve strette e lente.  Se le gomme anteriori sono quelle maggiorare nel posteriore la Nissan avrà gomme più piccole da 16 pollici. Nella zona posteriore visto l&#8217;esigua disponibilità di spazio si è scelto di progettare una nuova tipologia di sospensione differenziata. All&#8217; anteriore ci sono quadrilateri classici con ammortizzatori tipo  Ohlins regolabili,  nella parte posteriore un particolare schema compatto ideato da Nissan con ammortizzatori Penske.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/nissan-gt-lm-nismo-specs-2.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-51967" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/nissan-gt-lm-nismo-specs-2-300x200.jpg" alt="nissan-gt-lm-nismo-specs-2" width="300" height="200" title="Le Mans: La spettacolare Nissan GT-R NISMO LM 1335"></a>Per limitare l&#8217;effetto di sottosterzo,  ci sono delle barre antirollio ad azionamento idraulico. L&#8217;assenza del motore nella solita posizione centrale libera la zona posteriore dove sono ricavati due grossi canali che dovrebbero ridurre la resistenza aerodinamica, lavorando insieme all&#8217;aria che arriva dal fondo vettura per avere un maggiore carico verticale nei curvoni veloci.  Molto piccola e rastremata la cabina per il pilota. Quello che sembra l&#8217;abitacolo di una monoposto invece è configurato per una struttura biposto con il pilota decentrato sulla destra. Resta da capire se e quanta potenza la Nissan riesce a portare alle gomme posteriori. In effetti la Nismo GT-R NISMO LM  è progettata fin dalla nascita per avere parte della potenza elettrica che agisce sulle ruote posteriori per aiutare a sfruttare al massimo la trazione diventando integrale all&#8217;occorrenza. Da quello che è dato sapere la LMP che vedremo a Le Mans non avrà questa configurazione ma sarà completamente a trazione anteriore. Salvo sorprese dovrebbe essere la prima trazione anteriore in assoluto nella 24H. Se la Nissan unica ad usare questo schema avrà ragione lo diranno solo i risultati dopo la corsa. In ogni caso un plauso al coraggio. Lo spirito della Le Mans passa soprattutto per questo tipo di progetti.</p>
<p style="text-align: center">[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=Gq8I0_wygpI[/youtube]</p>
<p style="text-align: left"><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Debriefing Mugello: ecco la nostra analisi tecnica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2015 15:15:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Debriefing Mugello: l&#8217;analisi tecnica della gara MotoGP del Mugello Il Mugello si conferma una pista dove vince la pulizia nella guida, con Lorenzo bravo a scappare da subito per evitare traiettorie imposte da eventuali duelli. Rossi fatica un po’ di più, soprattutto a causa dei sorpassi da eseguire, ma a pista libera si riavvicina senza [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2015/06/03/debriefing-mugello-ecco-la-nostra-analisi-tecnica/">Debriefing Mugello: ecco la nostra analisi tecnica</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_51807" aria-describedby="caption-attachment-51807" style="width: 721px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/2015-06-03_164813.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-51807" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/2015-06-03_164813.jpg" alt="debriefing mugello" width="721" height="249" title="Debriefing Mugello: ecco la nostra analisi tecnica 1340" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/2015-06-03_164813.jpg 721w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/2015-06-03_164813-300x104.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/2015-06-03_164813-696x240.jpg 696w" sizes="(max-width: 721px) 100vw, 721px" /></a><figcaption id="caption-attachment-51807" class="wp-caption-text">Marquez aveva opzione Hard all&#8217;anteriore e Medium al Posteriore</figcaption></figure></p>
<div style="display: none;">
<h1>Debriefing Mugello: l&#8217;analisi tecnica della gara MotoGP del Mugello</h1>
</div>
<p style="text-align: justify;">Il Mugello si conferma una pista dove vince la pulizia nella guida, con Lorenzo bravo a scappare da subito per evitare traiettorie imposte da eventuali duelli. Rossi fatica un po’ di più, soprattutto a causa dei sorpassi da eseguire, ma a pista libera si riavvicina senza problemi e agguanta il podio.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulle Yamaha c’è davvero poco da aggiungere, a parte i setting stavolta piuttosto vicini con Rossi un po’ più basso del solito. Gomme medie per tutti – a parte l’anteriore di Bradley Smith, evidentemente più alto del compagno Espargaro – la M1 mostra di essersi lasciata alle spalle l’antico problemino di un retrotreno scorbutico e incontrollabile sulle perdite di aderenza. Oddio, il controllo della derapata in accelerazione sulla Yamaha resta comunque un affare per pochi piloti al mondo, ma il caso vuole che Rossi sia esattamente uno di questi: facile non è, ma neppure impossibile come negli anni precedenti nei quali le perdite del posteriore finivano con qualche clavicola rotta.</p>
<div style="display: none;">
<h1>Debriefing Mugello: analisi tecnica mugello</h1>
</div>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/2015-06-03_145111.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-51801" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/2015-06-03_145111.jpg" alt="2015-06-03_145111" width="593" height="351" title="Debriefing Mugello: ecco la nostra analisi tecnica 1341" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/2015-06-03_145111.jpg 593w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/2015-06-03_145111-300x178.jpg 300w" sizes="(max-width: 593px) 100vw, 593px" /></a><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/2015-06-03_145137.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-51802" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/2015-06-03_145137.jpg" alt="2015-06-03_145137" width="542" height="375" title="Debriefing Mugello: ecco la nostra analisi tecnica 1342" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/2015-06-03_145137.jpg 542w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/2015-06-03_145137-300x208.jpg 300w" sizes="(max-width: 542px) 100vw, 542px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Parlando di Ducati, il discreto equilibrio generale della moto e l’estrema pulizia di guida di Dovizioso autorizzavano più di una speranza, ma la corona posteriore ha negato la soddisfazione alla prima guida della rossa. Rimedia alla sfiga un Iannone come al solito velocissimo nel giro secco, aggressivo quando occorre nei duelli ma sicuramente, senza nulla togliere all’abruzzese, meno scientifico di Dovizioso nello sfruttamento millimetrico della pista e delle risorse disponibili. E non è un caso che il Lorenzo oggi vittorioso avesse proprio nel forlivese il suo principale avversario nelle classi inferiori.</p>
<p style="text-align: justify;">Le due moto “vecchie” (le Ducati in versione 2014), in una pista con percorrenze importanti e con inversioni di piega da raccordare, non possono fare miracoli e scontano ancora una volta un centraggio adatto ai tracciati stop and go, meglio se scivolosi. L’esatto contrario della Suzuki, perfetta fino a quando non trova un rettilineo da 360 orari in salita; cosa che qui al Mugello, purtroppo, capita una volta al giro per tutta la gara.</p>
<div style="display: none;">
<h1>Debriefing Mugello: analisi tecnica mugello</h1>
</div>
<p style="text-align: justify;">Honda. Mah. Sono sinceramente imbarazzato nel fare l’analisi per molte ragioni, la prima delle quali è che devo citare me stesso. Potrei ricopiare pari pari le ultime righe del <a href="https://www.giornalemotori.com/2015/05/19/motogp-il-debriefing-di-le-mans/"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>debriefing scorso di Le Mans</strong></span></a> e commentare quelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi, sapete cosa c’è? Lo faccio. Partiamo da qui:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Honda ha un setting fatto per ridurre i trasferimenti, soluzione eccellente per intraversare ma non per vincere. I carichi verticali sulle ruote variano poco e non corrispondono abbastanza alle variazioni di grip (e quindi di richiesta di carico) necessarie nelle diverse fasi della traiettoria. A tutto questo si aggiunge un’altezza ridotta che comincia a penalizzare la maneggevolezza e crea un problema di richiesta di grip trasversale nella fase di “fine piega”, tipicamente quando si forza per iniziare un’inversione di piega come è successo a Crutchlow.”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Marquez si lamenta che la sua moto si muove troppo: si alleggerisce davanti in uscita e impenna troppo, ma nello stesso tempo non ritrova aderenza in ingresso sulla posteriore: questa, in soldoni, la sua analisi. Detta così, un tecnico è portato a credere che i trasferimenti dinamici siano eccessivi e che la moto vada abbassata, e questo è esattamente quanto è stato fatto.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/2015-06-03_145410.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-51806" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/2015-06-03_145410.jpg" alt="2015-06-03_145410" width="522" height="277" title="Debriefing Mugello: ecco la nostra analisi tecnica 1343" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/2015-06-03_145410.jpg 522w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/2015-06-03_145410-300x159.jpg 300w" sizes="(max-width: 522px) 100vw, 522px" /></a></p>
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<h1>Debriefing Mugello: analisi tecnica mugello</h1>
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<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/2015-06-03_145245.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-51804" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/06/2015-06-03_145245.jpg" alt="2015-06-03_145245" width="594" height="283" title="Debriefing Mugello: ecco la nostra analisi tecnica 1344" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/2015-06-03_145245.jpg 594w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/06/2015-06-03_145245-300x143.jpg 300w" sizes="(max-width: 594px) 100vw, 594px" /></a>Ma la moto non vuole collaborare e peggiora. Peggio ancora, la screanzata comincia a chiudere lo sterzo senza preavviso. Manca il feeling, e <strong>stavolta senza carbonio né motori portanti</strong>. La coperta si è accorciata, forse andava lavata a secco. Ah, no, aspettate: ha troppo motore. Prima che a qualcuno venga in mente di piombare i volani, Nakamoto si spazientisce e dichiara che a togliere cavalli aumentando la trattabilità ci vuole pochissimo, semmai sarebbe complicato fare il rovescio.</p>
<p style="text-align: justify;">La verità è che la guida attuale di Marquez ha necessità di variazioni di carico istantanee sulle singole ruote incompatibili con la dinamica di una motocicletta. A fine gara sulla pista di Le Mans le dichiarazioni erano state <em>“abbiamo sbagliato gomma, occorreva una hard”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">E noi, avendo già spiegato in alcuni precedenti articoli la questione del degrado e della deriva nel <a href="https://www.giornalemotori.com/2015/04/16/debriefing-austin-texas/"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>Debriefing del Texas</strong></span></a>– distinguendo da una parte tra degrado da isteresi e degrado da deriva e dall’altra tra neutralità della moto e neutralità di sterzo – scrivevamo (sempre nel Debriefing di Le Mans)</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Ci voleva la gomma dura davanti? Vi dirò: io, problemi di degrado da isteresi non ne ho visti. E la gomma più dura avrebbe solo aggravato il problema delle inversioni. Stavolta non sono riuscito a vedere l’anteriore di Marquez nel dopogara, ma l’idea che mi son fatto è questa. Sbaglierò…”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Da qui è venuta la logica conseguenza che Smeriglio ha <a href="https://www.giornalemotori.com/2015/06/01/motogp-pagellone-e-fiorentina-dal-mugello/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>pubblicato sulle pagelle</strong></span></a> “Domani cade”. L’avevamo scritto due settimane prima, mica a fatti avvenuti…</p>
<p style="text-align: justify;">Se poi vogliamo esprimere il concetto in maniera più estesa, diciamo che in una motocicletta i carichi verticali sulle ruote variano di continuo in funzione di molti parametri, la maggior parte dei quali purtroppo sono tra loro correlati: toccarne uno significa variare anche l’altro, e per compensare il secondo se ne altera un terzo e così via. Occorre quindi avere ben chiare le conseguenze a cascata di ogni singola modifica e, per quanto possibile, introdurre a livello progettuale le eventuali regolazioni che consentano al singolo parametro una maggiore indipendenza da tutto il resto.</p>
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<h1>Debriefing Mugello: analisi tecnica mugello</h1>
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<p style="text-align: justify;">E questo riguarda i carichi verticali, ma lo stesso discorso vale per quelli orizzontali: più precisamente, i carichi trasversali sui punti di contatto variano in funzione di molti parametri, compreso – anzi, sta tra quelli principali – lo stile di guida. E siccome le variazioni dei carichi verticali devono essere il più possibile appropriate alla richiesta istantanea di carico trasversale, ecco che da un lato occorrono margini operativi sulle regolazioni possibili e dall’altro uno stile di guida adeguato alle possibilità fisiche del mezzo. Se volete approfondire il discorso leggete <a href="https://www.giornalemotori.com/2014/09/21/evoluzione-motogp-ducati-d16-2014-2015-confronto/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>QUESTO ARTICOLO</strong></span></a> scritto a proposito dell&#8217;evoluzione della Ducati Desmo16)</p>
<p style="text-align: justify;">Vale la pena notare che la migliore Honda sul traguardo è stata quella di Pedrosa, ma senz’altro è un caso pure questo.</p>
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<h1>Debriefing Mugello: analisi tecnica mugello</h1>
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		<title>MotoGP: il debriefing di Le Mans</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2015 14:09:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bello carico, questo debriefing di Le Mans. Cominciamo dalla pista, fondo liscio poco abrasivo con aderenza non eccellente e qualche ondulazione di troppo. La mescola morbida si impone per tutti, il rischio di grading per isteresi è inesistente. Il tracciato prevede rettilinei a cui si accede da curvette lente e secche, da prima marcia, e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5" data-reactid=".4o.$mid=11432037638804=20d9077bdfeade04029.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".4o.$mid=11432037638804=20d9077bdfeade04029.2:0.0.0.0.0.0"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/05/2015-05-19_122831.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-51504" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/05/2015-05-19_122831.jpg" alt="2015-05-19_122831" width="714" height="241" title="MotoGP: il debriefing di Le Mans 1349" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/2015-05-19_122831.jpg 714w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/2015-05-19_122831-300x101.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/2015-05-19_122831-696x235.jpg 696w" sizes="(max-width: 714px) 100vw, 714px" /></a></span><span data-reactid=".4o.$mid=11432037638804=20d9077bdfeade04029.2:0.0.0.0.0.0">Bello carico, questo debriefing di Le Mans. Cominciamo dalla pista, fondo liscio poco abrasivo con aderenza non eccellente e qualche ondulazione di troppo. La mescola morbida si impone per tutti, il rischio di grading per isteresi è inesistente. Il tracciato prevede rettilinei a cui si accede da curvette lente e secche, da prima marcia, e occorre un buon carico statico per scaricare cavalli in terra da fermi o quasi; per contro, in accelerazione nelle marce successive le moto con centraggio arretrato tendono a impennare anche troppo. Come ciliegina sulla torta, ecco anche qualche curva da raccordare in percorrenza. La sfida, tecnicamente parlando, è esaltante.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5" data-reactid=".4o.$mid=11432037638804=20d9077bdfeade04029.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".4o.$mid=11432037638804=20d9077bdfeade04029.2:0.0.0.0.0.0">Partiamo dalla Yamaha: forte del centraggio avanzato garantito dalla sua architettura 4 in linea, la M1 può essere settata più alta delle rivali senza per questo ribaltarsi mentre snocciola le marce sui rettilinei, ottenendo inoltre un’ottima percorrenza dove occorre. Resta da gestire un eventuale sottosterzo nelle curve medie e una bassa trazione in quelle più lente: gomma morbida al retrotreno, con assetto alto a cercare trasferimento e pivot abbassato per far “cedere” la sospensione alla ripresa del gas e consentire un allargamento progressivo della coda sotto trazione.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/05/2015-05-19_160741.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-51508" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/05/2015-05-19_160741.jpg" alt="2015-05-19_160741" width="706" height="399" title="MotoGP: il debriefing di Le Mans 1350" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/2015-05-19_160741.jpg 706w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/2015-05-19_160741-300x170.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/2015-05-19_160741-696x393.jpg 696w" sizes="(max-width: 706px) 100vw, 706px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5" data-reactid=".4o.$mid=11432037638804=20d9077bdfeade04029.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".4o.$mid=11432037638804=20d9077bdfeade04029.2:0.0.0.0.0.0">Il risultato è stato una M1 sostanzialmente molto neutra, che non aveva bisogno di forzare sulla ruota anteriore per restare cucita in traiettoria, con uno sterzo un filo più aperto e con ottima frenata e velocità di piega. Tutto giusto. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5" data-reactid=".4o.$mid=11432037638804=20d9077bdfeade04029.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".4o.$mid=11432037638804=20d9077bdfeade04029.2:0.0.0.0.0.0">Come mai qualcuno pareva faticare i primi giorni, è presto detto: il venerdì si è partiti coi settaggi dello scorso anno, cercando di migliorarli e adattarli alla pista, il giorno della gara si è deciso di settare la moto secondo le indicazioni dei test dopo Jerez. Grandioso vedere le uscite di curva con la M1 che finalmente allargava millimetricamente la coda, con perfetta progressività, senza l’antico difetto di sembrare incollata finchè non scalciava.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5" data-reactid=".4o.$mid=11432041350507=20f07abd4eb7f893a62.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".4o.$mid=11432041350507=20f07abd4eb7f893a62.2:0.0.0.0.0.0">La Ducati ha definitivamente abbandonato qualche vecchio pregiudizio e oggi dimostra il suo potenziale. Anche per lei una sessione di test – al Mugello, ma non è importante – condotta con la dovuta calma ha portato i suoi frutti: è cambiato il setting di base, mica una sciocchezza. L’immagine meglio di tante parole racconta l’evoluzione, e in due parole cercherò di spiegare la linea evolutiva.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5" data-reactid=".4o.$mid=11432041350507=20f07abd4eb7f893a62.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".4o.$mid=11432041350507=20f07abd4eb7f893a62.2:0.0.0.0.0.0"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/05/2015-05-18_165732.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-51503" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/05/2015-05-18_165732.jpg" alt="debriefing di le mans" width="623" height="356" title="MotoGP: il debriefing di Le Mans 1351" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/2015-05-18_165732.jpg 623w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/2015-05-18_165732-300x171.jpg 300w" sizes="(max-width: 623px) 100vw, 623px" /></a></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5" data-reactid=".4o.$mid=11432041350507=20f07abd4eb7f893a62.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".4o.$mid=11432041350507=20f07abd4eb7f893a62.2:0.0.0.0.0.0">Il registro del cuscinetto superiore di sterzo ora appare arretrato, con l’incidenza del cannotto aumentata. Cosa significa? Significa che lo sterzo ora chiude di meno. Evidentemente non è più necessario mandare in deriva la ruota anteriore per restare in traiettoria – ricorderete il <a href="https://www.giornalemotori.com/2015/04/16/debriefing-austin-texas/"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>debriefing di Austin</strong></span></a>, dove parlavo della deriva sulla moto di Rossi, ma “casualmente” nella foto si vedeva anche la gomma di Dovizioso alle prese con qualcosa di simile… &#8211; e questo fatto non si presta a nessuna interpretazione: oggi la Ducati allarga di coda quel tanto che basta a chiudere la curva senza dover ricorrere a una sovracorrezione dello sterzo.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5" data-reactid=".4o.$mid=11432041350507=20f07abd4eb7f893a62.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".4o.$mid=11432041350507=20f07abd4eb7f893a62.2:0.0.0.0.0.0">Senza allargamento, la trazione alleggerisce l’avantreno e obbliga a una sovracorrezione di sterzo per chiudere la traiettoria, ma a farne le spese è la gomma anteriore che va in deriva e si degrada come in Texas. Sempre che, naturalmente, il carico residuo sull’anteriore sia sufficiente a garantire la necessaria aderenza: in caso contrario, invece, il carico residuo all’avantreno è insufficiente e si finisce lunghi distesi per terra con lo sterzo chiuso senza capire il perché. Come le vecchie Ducati settate alte e chiuse di sterzo.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5" data-reactid=".4o.$mid=11432041350507=20f07abd4eb7f893a62.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".4o.$mid=11432041350507=20f07abd4eb7f893a62.2:0.0.0.0.0.0">Come hanno ottenuto l’allargamento della coda? Esattamente nello stesso modo: la geometria della sospensione posteriore, più precisamente il perfetto equilibrio del tiro catena, dell’altezza del pivot rispetto al pignone secondario e alla pendenza del forcellone rispetto al baricentro, portano la sospensione posteriore a “cedere” in modo controllato, proporzionale al gas e alla trazione disponibile, agevolando il traction control che può essere meno brusco nella sua azione.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5" data-reactid=".1x.$mid=11432042961290=2230e1a0bbe39b7c187.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".1x.$mid=11432042961290=2230e1a0bbe39b7c187.2:0.0.0.0.0.0">Finiamo con la Honda. Spazziamo subito il campo da troppe sciocchezze, la Honda è una moto eccellente sotto ogni punto di vista. Per capirci ancora meglio, da tempo il comportamento dinamico della Ducati va avvicinandosi a quello della Honda tanto che oggi sono praticamente sovrapponibili: non è possibile sperticarsi di lodi per l’una e parlare di crisi per l’altra.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5" data-reactid=".1x.$mid=11432042961290=2230e1a0bbe39b7c187.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".1x.$mid=11432042961290=2230e1a0bbe39b7c187.2:0.0.0.0.0.0">Le differenze principali in questo momento stanno nei dettagli del setting: la RCV ha grande motricità, staticamente superiore a Yamaha e paragonabile a Ducati, mentre le differenze riguardano i carichi dinamici. Honda ha un setting fatto per ridurre i trasferimenti, soluzione eccellente per intraversare ma non per vincere. I carichi verticali sulle ruote variano poco e non corrispondono abbastanza alle variazioni di grip (e quindi di richiesta di carico) necessarie nelle diverse fasi della traiettoria.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5" data-reactid=".1x.$mid=11432042961290=2230e1a0bbe39b7c187.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".1x.$mid=11432042961290=2230e1a0bbe39b7c187.2:0.0.0.0.0.0">A tutto questo si aggiunge un’altezza ridotta che comincia a penalizzare la maneggevolezza e crea un problema di richiesta di grip trasversale nella fase di “fine piega”, tipicamente quando si forza per iniziare un’inversione di piega come è successo a Crutchlow.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/05/2015-05-19_155735.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-51507" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/05/2015-05-19_155735.jpg" alt="2015-05-19_155735" width="606" height="292" title="MotoGP: il debriefing di Le Mans 1352" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/2015-05-19_155735.jpg 606w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/2015-05-19_155735-300x145.jpg 300w" sizes="(max-width: 606px) 100vw, 606px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5" data-reactid=".1x.$mid=11432042961290=2230e1a0bbe39b7c187.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".1x.$mid=11432042961290=2230e1a0bbe39b7c187.2:0.0.0.0.0.0">Se vogliamo dirla in una parola, la Honda si sta Ducatizzando: cosa che va benissimo per Stoner, un po’ meno per altri piloti. Il mio personale parere è che la mancanza di Pedrosa comincia a farsi sentire. Ci voleva la gomma dura davanti? Vi dirò: io, problemi di degrado da isteresi non ne ho visti. E la gomma più dura avrebbe solo aggravato il problema delle inversioni. Stavolta non sono riuscito a vedere l’anteriore di Marquez nel dopogara, ma l’idea che mi son fatto è questa. Sbaglierò…</span></span></p>
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		<title>Debriefing  Jerez &#8211; Spagna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2015 20:38:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccoci al debriefing sulla prima pista europea della stagione, in Spagna. La pista di Jerez ha un tracciato sul quale ogni motociclista vorrebbe guidare: fondo eccellente e curve da raccordare con pieghe assurde ma tutto sommato sicure. Anche i due rettilinei, con frenate molto decise, si affrontano uscendo da curve tonde fatte per la percorrenza, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/rnd2_jerez.jpg"><img decoding="async" class=" size-full wp-image-50880 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/rnd2_jerez.jpg" alt="rnd2_jerez" width="510" height="340" title="Debriefing Jerez - Spagna 1356"></a></p>
<p>Eccoci al debriefing sulla prima pista europea della stagione, in Spagna. La pista di Jerez ha un tracciato sul quale ogni motociclista vorrebbe guidare: fondo eccellente e curve da raccordare con pieghe assurde ma tutto sommato sicure. Anche i due rettilinei, con frenate molto decise, si affrontano uscendo da curve tonde fatte per la percorrenza, quindi non occorre una grande motricità. Nessuna meraviglia se la nuovissima Suzuki, a dispetto della sua architettura e del suo progetto ancora acerbo, dice la sua fin dalle prove. Ed è perfino ovvio che su questa pista le Yamaha sono le grandi favorite.</p>
<p>Assente Pedrosa, l’unico a poterle infastidire seriamente (fosse stato presente e non convalescente, chi scrive lo avrebbe dato vincente ), la lotta sulla carta resta circoscritta a Rossi e Lorenzo. In particolare, Lorenzo ha dalla sua parte una percorrenza incredibile a patto di avere a disposizione tutta la larghezza della pista mentre Rossi ha una frenata incredibile e la capacità di seguire anche traiettorie alternative. Vediamo com’è andata.</p>
<p>Solo Lorenzo può guastare la festa a Lorenzo: stavolta, probabilmente rinfrancato da una pista che lui conosce meglio di chi l’ha costruita, fa pace con se stesso e parte bene. Pista libera davanti a sé e, con profonda conoscenza del grip di Jerez, va all’attacco dal primo metro e vince senza problemi. Dietro di lui arranca un Marquez ancora una volta incapace di capire la differenza tra un campione del mondo e il Babbo Natale del Motorshow di Bologna. Ne discuteremo più avanti, quando arriveremo ai test del dopogara, ma nel frattempo voglio mettere l’accento sulle immagini dei primi giri con le moto ancora vicine: le riprese della telecamera montata sul cupolino di Marquez mostrano una Yamaha che in uscita di curva dava la paga alla Honda, e neppure di poco. La motricità della M1 era superiore, Lorenzo apriva il gas parecchi metri in anticipo su Marquez e – cercando di modificare la propria guida – tentava il famoso “raddrizzamento a molla” di Pedrosa. Bravissimo, era ora di prendere qualche contromisura.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/05/gara_jorge-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-51179" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/05/gara_jorge-1.jpg" alt="gara_jorge-1" width="510" height="287" title="Debriefing Jerez - Spagna 1357" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/gara_jorge-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/gara_jorge-1-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Il problema lo ha avuto Rossi, incredibilmente in difficoltà con la sua M1. Frenate e ingressi meno decisi del consueto, traiettorie larghe e rotonde anche nel momento della battaglia, la sua moto sembrava fuori posto sull’avantreno. Se è facile dire il “cosa”, le immagini le abbiam viste tutti, è più complicato scoprire il “perché”. Ci ho ragionato sopra e un’idea me la sono fatta: e visto che sto qui apposta per raccontare ciò che vedo e capisco, la dico.</p>
<p>Probabilmente Rossi ha tentato la carta dell’agilità per poter battagliare con qualunque avversario ma stavolta ha esagerato. Ha chiuso troppo l’incidenza di sterzo, provocando a catena una serie di scompensi. Cerco di spiegarli come posso.</p>
<p>La M1 di Rossi è sempre settata alta, quindi in uscita è naturalmente sottosterzante. Rossi con la sua guida riesce in parte a rimediare, ma il residuo sottosterzo viene compensato dalla deriva anteriore grazie alla distribuzione dei pesi tipica delle 4 cilindri in linea. In Texas, per dire, la cosa è stata possibile anche se inconsapevole. Perché inconsapevole? Perché diversamente non si sarebbero meravigliati della gomma anteriore a fine gara. Il problema è che qui in Spagna la ruota non va in deriva, il grip è buono e la chiusura di sterzo rialza la moto. E più il pilota forza per piegare velocemente, più lo sterzo solleva la moto. Alla fine ne escono traiettorie poco aggressive, con la moto che impone la sua traiettoria e il pilota impegnato a controllare il manubrio di forza invece di concentrarsi sugli avversari. Non solo: con poca incidenza i carichi verticali sulle molle diventano maggiori, e anche l’idraulica non assicura il necessario sostegno. Chiudere l’idraulica in compressione e precaricare – o meglio irrigidire – le molle rende però la moto assai scorbutica sulle imperfezioni dell’asfalto, col rischio di ritrovarsi due pezzi di legno tra ruota e manubrio. D’altra parte, con il freno idraulico insufficiente la frenata perde mordente e la gomma finisce per lavorare poco. Insomma, una serie di effetti collaterali a cascata derivanti da una scelta poco appropriata. Spero di essermi capito 😉</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/05/gara_vale-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-51181" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/05/gara_vale-1.jpg" alt="gara_vale-1" width="510" height="383" title="Debriefing Jerez - Spagna 1358" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/gara_vale-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/gara_vale-1-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/05/gara_vale-1-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Le Ducati, poco da dire. Che non fossero quei mostri di agilità che qualche incauto giornalista aveva descritto lo avevamo già detto, e anche del problema di setting ne abbiamo già parlato. Di conseguenza le piste da raccordare restano un tallone d’Achille per la moto italiana. Inutile adesso star lì a dire che c’è stato un errore di guida: certe cose quando devi forzare per tenere un passo decente capitano perfino a un pilota preciso come Dovizioso. La verità è che sono indietro per via di settaggi ancora da individuare. Poi a livello personale ci vedo molti margini, e non vorrei che ci fosse da perfezionare il metodo.</p>
<p>Torniamo a Rossi e a Marquez, non tanto per la gara quanto per i test successivi. Rossi ha lavorato con più calma e penso abbia risolto il problema sull’anteriore, con tempi vicinissimi a quelli di Lorenzo vincitore, e questa è una buona notizia in vista di tracciati come Assen o Sachsenring.</p>
<p>Marquez invece dichiara testualmente: “Dobbiamo trovare maggiore grip all’angolo di piega e in accelerazione e migliorare l’inserimento per quanto riguarda il posteriore. Entrare in curva in derapata è divertente e bello da vedere, ma fa perdere tempo”. Bene per l’ultima frase, ci sta arrivando con un anno di ritardo ma pazienza. La prima invece mi fa un po’ cascare le braccia: ci fosse stato Pedrosa in gara si sarebbe reso conto che il grip ci sarebbe eccome, e dell’accelerazione non dovremmo neppure discuterne. Mi ci tira lui per i capelli.</p>
<p>Supponiamo di fare una curva da 80 orari. A 80 la facciamo, a 81 la gomma perde aderenza. Al di là della nostra capacità di tenere la moto di traverso, pensate di ritrovare l’aderenza scendendo fino agli 80? Evidentemente no: fisica insegna che l’attrito statico a parità di carichi è superiore all’attrito radente. Dobbiamo scendere fino a 60 per ritrovare aderenza. Marquez deve rallentare molto per trovare nuovamente l’appoggio alla corda, lo trova tardi e alla fine è lento.</p>
<p>L’accelerazione seguente non rende giustizia alle doti della sua Honda. Stoner era famoso per aprire in anticipo, Marquez ritarda ogni gara di più: alla fine Lorenzo sulla M1 lo umilia in velocità sull’appoggio e in uscita. Senza il riferimento di Pedrosa, vero maestro in circostanze simili, sta semplicemente sbagliando tutto. E la colpa del grip a massima piega o la scarsa accelerazione sono ovvie conseguenze delle sue scelte. Ha voluto con sé la sua vecchia squadra della Moto2? Ecco il risultato: si trova bene ma nessuno ha l’esperienza per dirgli dove sbaglia. E la colpa non è né della gomma né della sua moto.</p>
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		<title>Debriefing Termas de Rio Hondo &#8211; Argentina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2015 15:45:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Debriefing MotoGP Argentina: Ecco come di consueto l&#8217;analisi tecnica della gara della MotoGP in Argentina con il nostro consueto debriefing Sulla pista di Rio Hondo va in scena il festival dell’indecisione: gomma hard, media, extra hard, sono in tanti a non sapere che pesci prendere. Nel dubbio, invece di ragionare lucidamente, danno un’occhiata a quello [&#8230;]</p>
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<h1>Debriefing MotoGP Argentina:</h1>
<p>Ecco come di consueto l&#8217;analisi tecnica della gara della MotoGP in Argentina con il nostro consueto debriefing</p>
</div>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-20_145102.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50762" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-20_145102.jpg" alt="debriefing" width="720" height="272" title="Debriefing Termas de Rio Hondo - Argentina 1362" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-20_145102.jpg 720w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-20_145102-300x113.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-20_145102-696x263.jpg 696w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a>Sulla pista di Rio Hondo va in scena il festival dell’indecisione: gomma hard, media, extra hard, sono in tanti a non sapere che pesci prendere. Nel dubbio, invece di ragionare lucidamente, danno un’occhiata a quello che fa il box affianco a loro. Ma tra copiare e capire c’è una bella differenza: come risultato, qualcuno prova senza capire e fa retromarcia all’ultimo momento, qualcun altro non capisce lo stesso ma si fida della scelta altrui. Vediamo di capire cosa andava fatto e quali errori son stati commessi.</p>
<p style="text-align: justify;">La pista argentina scivola, questo il commento iniziale più diffuso. Bè, non è vero: Rio Hondo ha un fondo eccellente, con motricità tanto buona che la Bridgestone decide di portare le sue mescole più dure. Ma in tanti durante le prove hanno confuso una pista sporca con una pista scivolosa e hanno sbagliato i conti.</p>
<p style="text-align: justify;">Su una pista scivolosa è naturale usare le mescole più morbide, ma questo riguarda unicamente il tipo di fondo: se l’asfalto scivola, la gomma morbida riporta il grip gomma-asfalto al valore previsto. Ma se la pista è sporca le cose stanno diversamente: possiamo avere anche un fondo eccezionale, ma la sabbia si mette in mezzo tra la mescola e l’asfalto. Immaginate di camminare su un tappeto di biglie: la suola delle vostre scarpe potrà essere anche morbidissima, ma continuate a scivolare ugualmente. La mescola, in sostanza, non influisce sulla tenuta dei pneumatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno sembra accorgersi di questa banalità, almeno nelle prove: la pista scivola, occorre un mezzo capace di scivolare senza problemi. E così tutti partono con moto basse e gomme medie o hard. I tempi iniziali sembrano dar loro ragione, a pista sporca quello è il solo modo di portare la moto. Finchè si arriva alle FP4 e al Warm Up con la pista pulita almeno sulla traiettoria principale.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto è cambiato, molti piloti entrano in modalità panico. Tutti tranne uno: Valentino Rossi non si è fatto fregare, ha lavorato sempre con la moto alta, ha sofferto i primi giorni mentre gli altri si divertivano coi traversi, e adesso con la gomma extra-hard si ritrova un assetto perfetto. In tanti lo vedono sfrecciare e comincia il valzer dei ripensamenti: Marquez e Crutchlow provano la extra hard e si ritrovano più lenti, non capiscono che il loro assetto è troppo basso, fatto su misura per scivolare sullo sporco con la hard, e girano con un ritardo di quattro decimi.</p>
<p><figure id="attachment_50765" aria-describedby="caption-attachment-50765" style="width: 660px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-21_173846.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-50765 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-21_173846.jpg" alt="2015-04-21_173846" width="660" height="362" title="Debriefing Termas de Rio Hondo - Argentina 1363" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-21_173846.jpg 660w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-21_173846-300x165.jpg 300w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50765" class="wp-caption-text">La perdita secca del posteriore di Lorenzo</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Fanno retromarcia all’ultimo minuto e tornano su hard, a moto bassa con asfalto perfetto. In pratica, un assetto valido per una qualifica di pochi giri ma non per una gara intera. Anche Lorenzo copia: mette la extra-hard sul suo assetto basso e si ritrova una moto lenta, con grandi problemi di motricità (attorno a metà gara gli è pure scappata dietro in un principio di highside).</p>
<p style="text-align: justify;">La gomma media sull’anteriore non aiuta il bilanciamento, ma evidentemente il sottosterzo al majorchino continua a far paura. Le due Tech3, a metà strada come assetto e con l’anteriore hard, si ritrovano un po meglio bilanciate, ma sulla sella non c’è Lorenzo a fare la differenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Ducati almeno non hanno colpe, per loro la extra-hard è vietata e devono arrangiarsi come possono: a spuntarla nel box rosso è il solito Dovizioso, perfetto nella gestione di una gomma troppo morbida per le caratteristiche della sua moto. Altro che “vantaggi delle Open”…</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-21_173454.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50763" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-21_173454.jpg" alt="2015-04-21_173454" width="574" height="299" title="Debriefing Termas de Rio Hondo - Argentina 1364" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-21_173454.jpg 574w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-21_173454-300x156.jpg 300w" sizes="(max-width: 574px) 100vw, 574px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo a Marquez. Prova la extra hard, si trova male, torna su hard e fa i primi giri come una qualifica. Poi le gomme cedono, le scivolate della sua Honda diventano sempre più lunghe ma lui continua a preferire l’ingresso in curva di traverso. Arriva alla corda ancora senza appoggiarsi sulle gomme, fatica a riprendere la linea e a soffrire è l’accelerazione in uscita.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-21_173735.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50764" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-21_173735.jpg" alt="2015-04-21_173735" width="606" height="309" title="Debriefing Termas de Rio Hondo - Argentina 1365" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-21_173735.jpg 606w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-21_173735-300x153.jpg 300w" sizes="(max-width: 606px) 100vw, 606px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Tutte le traiettorie diventano spigoli, la sua moto non è più in grado di stringere la traiettoria di tenuta e finisce dritto sulla carena di Rossi. Ed ecco che Rossi si volta indietro. Non preparava nessuna trappola, è stato correttissimo: si è voltato dopo aver sentito la botta, è la cosa più normale del mondo. Poi ha proseguito per la sua strada e nell’inversione di piega è NORMALE che le ruote si spostino all’esterno (devo ancora spiegare che la moto nelle esse ruota attorno al baricentro? Devo ancora spiegare che lo sciatore sta fermo mentre i suoi sci gli si muovono sotto? Date un occhio a <a title="Dove nasce il sottosterzo - parte2" href="https://www.giornalemotori.com/2013/09/12/dove-nasce-il-sottosterzo-seconda-parte/"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>QUESTO ARTICOLO</strong></span></a> per capire bene la dinamica e i movimenti di rollio della moto).</p>
<p style="text-align: justify;">Marquez ha esagerato? No. Non consapevolmente, almeno. Per esagerare devi anzitutto avere consapevolezza che lo stai facendo, e Marquez semplicemente non pensa. Marquez agisce d’istinto, e il suo istinto gli ha sempre detto che le cose vanno sempre bene, che ha sempre trovato la scappatoia, ha sempre trovato asfalto nei suoi “lunghi”, ha sempre ripreso la moto perfino dalle scappate di avantreno.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto è sempre andato bene, Marquez non ha contezza di ciò che fa. Troppa fortuna da quando ha iniziato a correre lo ha portato a sottovalutare le conseguenze delle sue azioni. Lui semplicemente non ci pensa, non ci ha mai pensato, non ne ha mai avuto occasione. E quindi agisce senza apparente bisogno di pensare. C’è una specie di contrappasso nell’esser stati sorpassati da un pilota di 36 anni che, dopo fratture tanto gravi da comprometterne le prestazioni per parecchio tempo, è riuscito a superarle usando il cervello. Cambiando guida, per esempio. O cambiando tecnico e scegliendo la gomma giusta.</p>
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		<title>Debriefing Austin &#8211; Texas</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2015 09:18:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[austin motogp]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>debriefing austin e analisi tecnica motogp Ecco la tanto attesa analisi tecnica motogp austin, con il debriefing. Analizziamo il degrado delle gomme di rossi e dei suoi avversari Il secondo debriefing della stagione ci offre l’opportunità di verificare sul campo alcuni aspetti che avevamo già rilevato in passato, soprattutto a livello di evoluzione delle diverse [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="display: none;">
<h1>debriefing austin e analisi tecnica motogp</h1>
<p><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-16_105834.jpg&quot;" alt="Analisi tecnica motogp" title="Debriefing Austin - Texas 1370"><br />
Ecco la tanto attesa analisi tecnica motogp austin, con il debriefing. Analizziamo il degrado delle gomme di rossi e dei suoi avversari</p>
</div>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-16_105834.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50542" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-16_105834.jpg" alt="tecnica motogp" width="535" height="349" title="Debriefing Austin - Texas 1371" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-16_105834.jpg 535w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-16_105834-300x196.jpg 300w" sizes="(max-width: 535px) 100vw, 535px" /></a>Il secondo debriefing della stagione ci offre l’opportunità di verificare sul campo alcuni aspetti che avevamo già rilevato in passato, soprattutto a livello di evoluzione delle diverse moto in gara. Due gli aspetti più significativi: la Ducati, osannata come un mezzo molto agile nelle curve e nelle inversioni di piega e, nell’immediato dopogara, la polemica sulla gomma anteriore strappata sulla M1. E proprio da qui cominciamo la nostra analisi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso degli anni la M1 aveva denunciato una carenza di motricità, da tanti interpretata erroneamente come mancanza di potenza, che penalizzava l’uscita dalle curve e la velocità massima nel rettilineo successivo. Chi ci segue da parecchio sa già che la scelta del motore a quattro cilindri in linea costringe a un bilanciamento piuttosto avanzato per ovviare all’eccessiva tendenza all’impennata dovuta alla elevata distanza da terra imposta da carter larghi che in curva strisciano in terra troppo facilmente.</p>
<p style="text-align: justify;">A questa mancanza di motricità si è posto rimedio con l’allungamento della moto a partire dal cannotto di sterzo, cosa che effettivamente consente di avere un maggior carico statico posteriore senza toccare la posizione del motore. In qualche articolo noi avevamo subito messo in guardia sul sottosterzo che una simile scelta avrebbe comportato sia all’ingresso delle curvette lente che in uscita, a seconda dell’assetto scelto dal pilota. Insomma, avremmo avuto il classico problema della coperta corta.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso anno avevamo visto che Rossi – memore della fallimentare esperienza in Ducati – finalmente applicava una guida più “appesa” in curva proprio per contrastare il sottosterzo in uscita, con moto alta e forti trasferimenti di carico in modo da sfruttare il proprio proverbiale ingresso al fulmicotone. Lorenzo, con ingresso più morbido e rotondo, utilizza un assetto più basso con minori trasferimenti: in ingresso non può contare – ma la sua guida neppure lo richiede – sull’extracarico dinamico della ruota anteriore, ma in uscita sconta un alleggerimento inferiore del suo avantreno, alleggerimento che con una guida più classica e meno fisica determinerebbe un difficile sottosterzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Diverso tempo fa, negli articoli riguardanti la fisica dei veicoli a due ruote in linea, avevamo fatto la precisa distinzione tra pesi e masse, separando i carichi verticali – quelli che determinano il grip – dalle masse da accelerare. O, come in questo caso, da trattenere in curva (si tratta sempre di accelerazione, ma centripeta). Se vi siete persi l’articolo, andate <a title="La distribuzione dei pesi" href="https://www.giornalemotori.com/2012/08/22/desmosedici-pietre-o-palloncini/"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>QUI (Pietre o palloncini? La distribuzione dei pesi)</strong></span></a> e poi proseguiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ok, esaminiamo la dinamica dell’avantreno delle due M1, Rossi e Lorenzo. Le masse anteriori da trattenere in curva sono le stesse per entrambe le moto ma i carichi verticali e i conseguenti grip sono diversi nei transitori. La M1 di Rossi ha un grip elevato in ingresso, con un forte trasferimento in frenata: la sua anteriore è in grado di fornire ALLE MEDESIME MASSE un’accelerazione trasversale maggiore, con un ingresso fulminante. In tanti, ahimè, pensano che sia questa la fase che determina maggiore usura della gomma. Bè, rilassatevi, non è così: in queste condizioni abbiamo una gomma che segue fedelmente i comandi del pilota, perfettamente incollata a terra da carichi maggiori rispetto alle forze trasversali necessarie. La gomma non soffre nessuna deriva degna di nota.</p>
<p style="text-align: justify;">La moto di Lorenzo, per contro, ha sull’avantreno un carico dinamico – e un grip &#8211; inferiore: ma le masse da far curvare sono LE STESSE. Di conseguenza è più soggetta a deriva in ingresso, cioè a sottosterzo, e la fase di inserimento dovrà necessariamente essere più rotonda e morbida. Fortunatamente, se c’è qualcuno che sa come entrare rotondo in curva è proprio Lorenzo: staccate morbide, pieghe progressive e traiettorie ben raccordate sono le migliori armi per non stressare la gomma anteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi c’è l’uscita, e anche qui le due moto son molto diverse: il forte trasferimento dovuto all’altezza del suo assetto determinano un avantreno più leggero sulla moto di Rossi, ma ricordiamo che le masse da trattenere son sempre le stesse. La M1 di Rossi trasferisce il carico (non la massa, sia ben chiaro) sulla ruota posteriore, ottenendo maggiore motricità a tutto vantaggio dell’accelerazione, ma il grip anteriore si abbassa con l’alleggerimento.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-16_105808.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50541" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-16_105808.jpg" alt="2015-04-16_105808" width="617" height="377" title="Debriefing Austin - Texas 1372" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-16_105808.jpg 617w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-16_105808-300x183.jpg 300w" sizes="(max-width: 617px) 100vw, 617px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Chi trattiene le masse anteriori in curva? Ecco che la gomma anteriore si trova chiamata a un compito impegnativo: con il grip residuo deve tenere in traiettoria le stesse masse di Lorenzo, e per riuscire nell’impresa la ruota è costretta a sterzare più del previsto e andare in deriva. Come risultato, la gomma – nonostante la mescola dura – si usura e si degrada sulla fascia laterale. Si badi bene, NON sulla spalla impegnata al massimo della piega ma sulla fascia che tocca terra in uscita di curva nel pieno dell’accelerazione a moto parzialmente raddrizzata. Quella lì non era una gomma strappata, la gomma strappata è un’altra cosa. Quella era una gomma degradata dalla deriva in uscita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che il pilota non sia costretto a tirare a sé il manubrio interno per forzare la sterzata NON implica di per sé che la ruota non sia in deriva e che la moto non sia sottosterzante: molti settaggi sopperiscono allo sforzo di braccia semplicemente con una geometria anteriore piuttosto chiusa, con poca avancorsa, così il lavoro di chiudere lo sterzo se lo sobbarca il giroscopio senza che il pilota avverta nulla. MA PER LA GOMMA NON CAMBIA NULLA, RESTA SEMPRE IN DERIVA. Sapete cosa si ottiene?</p>
<p style="text-align: justify;">Che il pilota giudica tutto perfetto, non avverte nulla, poi la ruota lo molla e lui si chiede il motivo. Qualcuno arriva perfino ad accusare che “l’avantreno non mi trasmette, non ho feeling”. E qualcun altro teorizza che i telai devono flettere sennò non c’è feeling. Asini. Non dico altro e finisco qui l’argomento. Anzi, una cosa la aggiungo: imparate a leggere le gomme, che è meglio. Se volete approfondire ecco uno dei pezzi riguardanti la geometria anteriore delle moto: <a title="Giroscopio e avancorsa - prima parte" href="https://www.giornalemotori.com/2014/04/18/ruota-anteriore-giroscopio-e-avancorsa-prima-parte/"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>Ruota, giroscopio e avancorsa &#8211; prima parte</strong></span></a></p>
<p style="text-align: justify;">Passiamo alla Ducati. Non volava nelle esse. Migliorata, per carità, sono il primo a fare i complimenti a tutti. Ma come lo stesso Dall’Igna ben sa, siamo ancora lontani da una moto perfetta. Anzitutto sconta un peso totale ancora elevato, con molta inerzia nelle curve, ma in Ducati son già al lavoro per alleggerire dove si può. Poi il setting anteriore è perfettibile, soprattutto per quanto riguarda la frenata. Capiamoci subito, la D16 non avrà mai la potenza frenante a moto dritta delle vecchie versioni per una semplice questione di centraggio: ma c’è una grande differenza tra la Ducati che scappa davanti e quella che poi è costretta a inseguire, e i problemi di frenata – o meglio, di assetto in frenata &#8211; diventano evidenti. Vediamo meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Finchè la Ducati scappa, la traiettoria in ingresso è più rotonda: la moto si guida meglio in percorrenza, la frenata meno efficace è compensata dalla possibilità di tenere i freni anche in inserimento per molti metri. Il punto di staccata, in sostanza, non cambia rispetto allo scorso anno: la GP14 e la GP15 staccano nello stesso momento ma con diversa potenza frenante. La vecchia frenava in 50 metri dove la nuova frena in 60, ma quei dieci metri di differenza sono DENTRO la curva, quindi l’inizio della frenata resta lo stesso. In queste condizioni però non sempre è possibile proteggere la traiettoria interna, e Marquez si infila come un coltello nella ricotta.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-16_105915.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50543" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/2015-04-16_105915.jpg" alt="2015-04-16_105915" width="686" height="273" title="Debriefing Austin - Texas 1373" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-16_105915.jpg 686w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/2015-04-16_105915-300x119.jpg 300w" sizes="(max-width: 686px) 100vw, 686px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto la Ducati insegue, Dovizioso tenta la traiettoria stretta con la frenata a moto dritta ma la GP15 a quel punto non ha la potenza frenante. Anzi, ad essere precisi, non ha l’assetto corretto per mettere a terra la potenza frenante. Alla ricerca dell’interno spigolato la Ducati non ha più a disposizione quei dieci metri di frenata in ingresso, ed è costretta a frenare dieci metri in anticipo sulla Honda. Perché con la GP15 attuale ci vogliono 60 metri, non solo 50.</p>
<p style="text-align: justify;">Marquez neppure si preoccupa di difendere l’interno, sa bene che Dovizioso non potrà infilarsi, e guida come se fosse solo in pista. In pochi giri, complice anche la lotta per il secondo posto, va via senza forzare. Mentre i telecronisti si strappavano i capelli per la superiorità di Marquez, nessuno notava che i tempi sul giro erano piuttosto lenti. Marquez non ha guidato forte, non ha fatto il marziano: ha semplicemente capito la situazione e sfruttato la bagarre alle sue spalle.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Fastest Lap della gara non è neppure suo… Poi, per carità, è bravissimo. Probabilmente il migliore in circolazione, chi lo nega. Ma in Texas ha vinto sulle debolezze altrui, non per i suoi meriti. Onore al vincitore, ma queste cose andavano dette.</p>
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		<title>F1: Il sistema S-Duct usato dalla McLaren in Malesia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2015 12:18:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Mclaren nonostante la poca competitività che ha dimostrato nei primi due gran premi della stagione non ha mancato di mostrare alcune particolarità interessanti dal punto di vista aerodinamico. Uno dei punti più importanti è l&#8217;adozione del sistema detto S-Duct sul muso anteriore.  Con il termine S-Duct si intende un condotto ad S che prende [&#8230;]</p>
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<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/nuovo_muso_ferrari_f2008_1.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-50153" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/04/nuovo_muso_ferrari_f2008_1-300x225.jpg" alt="nuovo_muso_ferrari_f2008_1" width="300" height="225" title="F1: Il sistema S-Duct usato dalla McLaren in Malesia 1377" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/nuovo_muso_ferrari_f2008_1-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/nuovo_muso_ferrari_f2008_1-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/04/nuovo_muso_ferrari_f2008_1.jpg 432w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Uno dei punti di forza della Redbull è stato da sempre la capacità di Adrian Newey di far lavorare in modo più efficiente il fondo piatto. In effetti l&#8217;utilizzo del S-Duct ha lo scopo di togliere gli eccessi di pressione che l&#8217;aria genera quando una volta superata l&#8217;ala anteriore quando si addensa sotto il muso prima di andare ad alimentare il fondo. L&#8217;aria in eccesso viene condotta nella parte superiore dove incontra il flusso che investe il muso. Il lavoro fatto a suo tempo sulla Rebull è importante in quanto l&#8217;aerodinamico che progettò tale sistema per la casa austriaca oggi è il responsabile dell&#8217;aerodinamica McLaren Honda. Di conseguenza ha portato con se tutte le idee che sono stata usate in passato con i rivali della Redbull. Il problema  è che la MP4-30 non sembra avere l&#8217;equilibrio che avevano le varie versioni delle Redbull in passato. In sostanza non si riesce bene a capire se l&#8217;adozione dell&#8217;S-Duct sulla McLaren abbia portato benefici o peggio abbia messo in crisi la monoposto. Per tutto il week end di Malesia la monoposto inglese ha sofferto di problemi di bilanciamento.</p>
<p style="text-align: justify">C&#8217;è da tenere presente che in gara Jenson Button ha chiesto una regolazione dell&#8217;ala anteriore agli antipodi di quanto fatto per l&#8217;intero week end. Il risultato è stato un netto miglioramento della monoposto. Questo indica che la parte fondamentale dell&#8217;intera aerodinamica della MP4-30 è l&#8217;ala anteriore che dirige l&#8217;aria verso il fondo piatto. Se si riesce a capire come far funzionare la prima potrebbe avere anche senso avere il sistema S-Duct sempre nell&#8217;ottica di avere maggiore deportanza dal fondo vettura, con una penetrazione ed un efficienza migliorata alle alte velocità.</p>
<p><strong>Daniele Amore </strong></p>
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		<title>MotoGP Qatar: il Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2015 13:19:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[analisi tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[doha]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Conclusa la gara di apertura del campionato MotoGP, eccoci anche al primo Debriefing della stagione del GP di Losail, redatto non senza difficoltà. Partiamo dal vincitore, Valentino Rossi, autore di una gara magistrale grazie a scelte fatte dalla squadra con grande acume tattico. Unico dei pretendenti alla vittoria con la Hard all&#8217;anteriore, e mai scelta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/2015-03-30_163107.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-49948" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/2015-03-30_163107.jpg" alt="2015-03-30_163107" width="723" height="241" title="MotoGP Qatar: il Debriefing 1381" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/2015-03-30_163107.jpg 723w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/2015-03-30_163107-300x100.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/2015-03-30_163107-696x232.jpg 696w" sizes="(max-width: 723px) 100vw, 723px" /></a>Conclusa la gara di apertura del campionato MotoGP, eccoci anche al primo Debriefing della stagione del GP di Losail, redatto non senza difficoltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dal vincitore, Valentino Rossi, autore di una gara magistrale grazie a scelte fatte dalla squadra con grande acume tattico. Unico dei pretendenti alla vittoria con la Hard all&#8217;anteriore, e mai scelta fu più corretta.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l&#8217;unica opzione percorribile al posteriore, ovvero la media, la differenza la si poteva fare solamente sull&#8217;anteriore, e lui lo ha fatto sfruttando al massimo il suo stile di guida aggressivo e un&#8217;interpretazione molto affinata dello sporgersi fuori dalla moto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/2015-03-30_163712.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-49950" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/2015-03-30_163712.jpg" alt="2015-03-30_163712" width="626" height="270" title="MotoGP Qatar: il Debriefing 1382" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/2015-03-30_163712.jpg 626w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/2015-03-30_163712-300x129.jpg 300w" sizes="(max-width: 626px) 100vw, 626px" /></a>Rispetto allo scorso anno, dove la tecnica era ancora da affinare, ora vediamo un Rossi più pulito ed efficace, guidare una moto leggermente sottosterzante in uscita di curva. Infatti vediamo Rossi tenere traiettorie molto strette, arrivare a frenare bene fino a dentro la curva, per poi accelerare usando il peso del corpo per contrastare la moto.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/2015-03-30_163639.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-49949" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/2015-03-30_163639.jpg" alt="2015-03-30_163639" width="665" height="268" title="MotoGP Qatar: il Debriefing 1383" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/2015-03-30_163639.jpg 665w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/2015-03-30_163639-300x121.jpg 300w" sizes="(max-width: 665px) 100vw, 665px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario di Lorenzo, che pare invece voler continuare a guidare come piace a lui, Mantequilla o Martillo, e infatti lui non aveva bisogno di una gomma più dura all&#8217;anteriore perché guidava su linee molto più tonde e larghe all&#8217;ingresso. Le immagini dall&#8217;alto davano la netta differenza di guida dovuta dalle abitudini dei piloti e relative scelte tecniche che ne sono conseguite.</p>
<p style="text-align: justify;">Risultato a parte, in Qatar la differenza con Rossi sarebbe stata minima senza il problema al casco di Lorenzo che gli ha fatto perdere contatto col terzetto di testa; la differenza vera ci sarà nelle pista dove il precario equilibrio della M1 farà sentire la mancanza di grip al posteriore. Se Rossi guiderà così, sarà davanti a Lorenzo nelle piste con poco grip. Dall&#8217;onboard di Dovizioso che inquadrava Lorenzo, si vedeva che Jorge doveva comunque dare un bel colpo per raddrizzare la moto e sfruttare quanta più superficie di pneumatico possibile. Stare a bordo gomma ora come ora è assolutamente poco redditizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Capitolo Ducati: la moto è nata bene ed è affidabile. Sull&#8217;affidabilità non ce la raccontano giusta: è vero che la moto è nuova nel suo insieme, ma il motore, e meglio, le sue parti fondamentali, non sono cambiate. L&#8217;affidabilità meccanica quindi, non dovrebbe mai essere stato un problema, anzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista dinamico abbiamo visto una Desmo16 finalmente efficace in molti frangenti, ma manca ancora qualcosa dal punto di vista del setting. Sempre dalle immagini dall&#8217;elicottero, si vedeva Dovizioso costantemente lungo, segno di difficoltà in frenata. Date da cosa?</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema non è di progetto, ma solo di affinamento del setting: evidentemente c&#8217;è ancora da lavorare sulla geometria dell&#8217;anteriore, forse un po’ troppo chiusa, che tende a rendere più instabile la moto durante le frenate più forzate. Questa instabilità da una parte aiuta nelle curve da raccordare, ma dall’altra impegna il pilota nel difficile compito di stare in piedi durante le staccate ritardate, distogliendolo dalla lotta col suo avversario.</p>
<p style="text-align: justify;">Come conseguenza, e le immagini lo testimoniano molto chiaramente, Dovizioso forza la frenata, finisce lungo, gira la moto e poi esce alzando la moto e gas in mano. Forse, con una geometria leggermente più aperta, si dovrebbe lavorare di più col corpo, ma si avrebbe una moto più stabile in frenata una volta rivisto il setting della forcella.</p>
<p style="text-align: justify;">Sfortunatamente non ci sono immagini a riprova di ciò, quindi vedremo col tempo se riusciremo a fare qualche paragone in merito. Quello che è certo è che non si avrà più la possibilità di frenare con la forza della vecchia Desmo16, perché il nuovo centraggio lo impedisce.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro piccolo particolare che si è notato sulla Ducati, è un leggero pompaggio del posteriore; evidentemente si sta ancora lavorando e affinando il nuovo leveraggio che andrà adeguato alla precisione del nuovo più rigido telaio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mancherà l’occasione di ritornare su questo dettaglio, per il momento segnaliamo che sulla nuova GP15 il motore torna ad avere una funzione semiportante. Il doppio trave basso con piastre corte conferisce rigidità al pivot, ma non troviamo più il traversino tra le piastre, quindi la sua funzione viene svolta dal carter. Uno dei vantaggi sta nel disegno degli scarichi, che non devono più aggirare quel rinforzo orizzontale.</p>
<p style="text-align: justify;">Passiamo alla Honda: inizio veramente difficile, complicato dai problemi fisici di Pedrosa, e dalle marachelle in pista di Marquez. Marc aveva il passo dei primi, decimo più decimo meno. Proprio lui, che della guida di corpo ha fatto un marchio di fabbrica, stacca molto forte riuscendo comunque a far girare la moto, pur con una geometria apparentemente più aperta della Ducati. Di sicuro per il prossimo GP di Austin ritroveremo il Marquez di sempre, combattivo e spettacolare, ma il vantaggio di elettronica sulle concorrenti dello scorso anno sembra significativamente più contenuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Pedrosa invece, difficile da giudicare visti gli acciacchi. Così come sono difficili da giudicare gli altri piloti. Se possiamo vantarci di una cosa però, è l&#8217;averci visto lungo su Hernandez&#8230;..ci risentiamo alla prossima!</p>
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		<title>F1: La nuova ala anteriore Ferrari in Australia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2015 11:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Ferrari ha cominciato un mondiale di F1 con delle modifiche importanti all&#8217;ala anteriore rispetto ai test che si sono svolti a Barcellona. Nella foto nel riquadro in alto si vede chiaramente la forma classica dell&#8217;ala anteriore che ricorda quella già usata nella passata stagione. Nella versione 2015 si vede chiaramente un cambiamento quasi radicale. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/Listener-2.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-49520" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/Listener-2-300x300.jpg" alt="Listener (2)" width="300" height="300" title="F1: La nuova ala anteriore Ferrari in Australia 1385" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/Listener-2-300x300.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/Listener-2-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/Listener-2.jpg 332w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La Ferrari ha cominciato un mondiale di F1 con delle modifiche importanti all&#8217;ala anteriore rispetto ai test che si sono svolti a Barcellona. Nella foto nel riquadro in alto si vede chiaramente la forma classica dell&#8217;ala anteriore che ricorda quella già usata nella passata stagione. Nella versione 2015 si vede chiaramente un cambiamento quasi radicale.  Sulla paratia laterale è stata inserita una piccola aletta orientata verso l&#8217;alto che ha il compito di dirigere il flusso aria al di sopra della ruota anteriore. La parte di aria che investe il flusso anteriore della ruota appare molto importante per la resistenza e la penetrazione aerodinamica. Da notare la cura del dettaglio che vede l&#8217;aletta non attaccata nella sua interezza alla paratia verticale. Infatti questa viene staccata con una piccola feritoia per smaltire l&#8217;eccesso di pressione che si verifica quando l&#8217;aletta va ad unirsi alla paratia.  Ancora più evidente il cambiamento che i tecnici di Maranello hanno apportato al flap supplementare che si trova sulla parte anteriore dell&#8217;alettone. Questo flap che nella passata versione era svergolata verso l&#8217;alto, nella formazione del 2015 che viene divisa in due parti. Un piccolo flap vero e proprio forma trapezio nera. Questa diversa impostazione dell&#8217;alettone anteriore appare simile a quella già vista sulle Mercedes. Questa soluzione che si utilizza per migliorare il flusso aria che investe la ruota anteriore come per la piccola aletta sulla paratia laterale. Si passa da una funzione tipicamente utilizzata per ottenere carico aerodinamico ad un dettaglio che funge da deflettore per migliorare il flusso aria davanti alla ruota anteriore per migliorare anche la penetrazione aerodinamica.</p>
<p style="text-align: justify">Un&#8217;altra modifica importante è quella che si vede nella parte centrale dell&#8217;ala principale. Quella che si trova in basso di colore rosso nelle vicinanze del pilone di sostegno anteriore. I tecnici di Maranello hanno considerato come un sistema di tipo venturi l&#8217;ala anteriore. L&#8217;aria che investe il flap principale viene accelerato dalla nuova forma dell&#8217;ala che piega verso l&#8217;alto. In questo modo l&#8217;accelerazione del flusso genera come succede con un tubo venturi una pressione maggiore verso il basso con un incremento del carico aerodinamico. Inoltre il flusso aria che passa nella parte superiore vicino al pilone di sostegno viene indirizzato chiaramente verso il centro della zona del muso. L&#8217;aria che passa sotto il muso nella zona centrale, va ad alimentare il fondo per poi sfogare verso il profilo estrattore.</p>
<p style="text-align: justify">In sostanza l&#8217;ala anteriore è stata oggetto di un intero studio aerodinamico con una cura per il dettaglio che non si era ancora vista fino ad oggi sulle Rosse. Un sistema curato nei dettagli che fa parte integrante di un sistema aerodinamico che forma tutta la monoposto. L&#8217;ala anteriore è la prima zona che incontra l&#8217;aria di fondamentale importanza non solo per il carico che genera ma anche per come indirizza i flussi verso il muso, ai lati delle gomme, e verso il fondo per poi permettere di lavorare anche al diffusore.</p>
<p><strong>Daniele Amore.</strong></p>
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		<title>Le sospensioni parte IX, le attive, adattive e semi-attive</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2015 16:18:57 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nostro percorso sulle sospensioni  non può che concludersi con una carrellata su quelle sono le sospensioni attive o altrimenti dette  sospensione adattiva passando per quelle che sono considerate sospensioni semi-attive. Tutte queste hanno come base di partenza comune lo schema che già abbiamo descritto quando abbiamo trattato la sospensioni idropneumatica Citroen. In sostanza si tratta di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/6-e1425225603263.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-49158" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/6-300x222.jpg" alt="6" width="300" height="222" title="Le sospensioni parte IX, le attive, adattive e semi-attive 1394"></a></p>
<p style="text-align: justify">Il nostro percorso sulle sospensioni  non può che concludersi con una carrellata su quelle sono le <b>sospensioni attive</b> o altrimenti dette  <b>sospensione adattiva </b>passando per quelle che sono considerate<b> sospensioni semi-attive. </b>Tutte queste hanno come base di partenza comune lo schema che già abbiamo descritto quando abbiamo trattato la sospensioni idropneumatica Citroen.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/easy.nbosef1.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-49159" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/easy.nbosef1-300x300.jpg" alt="easy.nbosef1" width="300" height="300" title="Le sospensioni parte IX, le attive, adattive e semi-attive 1395"></a>In sostanza si tratta di sistemi che controllano il movimento delle ruote e della scocca attraverso una serie di sistemi di controllo elettronici.<b> </b>La differenza con le sospensioni passive sta nel fatto che il controllo adatta la taratura alle diverse sollecitazioni che viene dalla strada invece che lavorare con un unica logica predefinita.  Le sospensioni si dividono due categorie principali, ci sono quelle attive o adattiva e sospensione semi-attive. Le sospensioni attive usano un&#8217;attuatore per alzare e abbassare letteralmente il telaio in modo indipendente su ciascuna ruota mediante sensori elettronici.  Nel secondo caso le semi-attive variano solo la durezza dell&#8217;ammortizzatore in funzione delle sollecitazioni  o delle condizioni dinamiche.  Queste tecnologie di controllo delle sospensioni permettono un maggior grado di qualità di guida e maggiore sicurezza, il motivo sta nel fatto che riescono a mantenere le gomme sempre perpendicolari alla strada in curva migliorando la trazione ed il controllo della stabilità. Un computer di bordo rileva il movimento del corpo mediante una serie di sensori che monitorizzano i movimenti della ruota e della scocca rispetto al terreno. La centralin elabora i dati controllando l&#8217;azione delle sospensioni attive.  Il sistema ha lo scopo di opporsi al rollio migliorando nettamente la tenuta laterale, inoltre con il controllo dell&#8217;altezza della scocca in frenata e accelerazione si migliora nettamente la trazione e la stabilità.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/mercedes_benz_magic_body_control_3_cd_gallery_zoomed.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-49160" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/mercedes_benz_magic_body_control_3_cd_gallery_zoomed-300x183.jpg" alt="mercedes_benz_magic_body_control_3_cd_gallery_zoomed" width="300" height="183" title="Le sospensioni parte IX, le attive, adattive e semi-attive 1396" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/mercedes_benz_magic_body_control_3_cd_gallery_zoomed-300x183.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/mercedes_benz_magic_body_control_3_cd_gallery_zoomed-1024x626.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/mercedes_benz_magic_body_control_3_cd_gallery_zoomed-768x469.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/mercedes_benz_magic_body_control_3_cd_gallery_zoomed-696x425.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/mercedes_benz_magic_body_control_3_cd_gallery_zoomed.jpg 1136w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>La prima generazione di  sospensioni attive, utilizzavano attuatori separati i quali agivano indipendentemente sulle sospensioni. Il primo difetto di questo sistema erano evidentemente i costi elevati, ma anche una difficile messa appunto e una manutenzione complessa e costosa.  Le sospensioni Attive di dividono in due tipi, con azionamento idraulico, e con recupero elettromagnetico. Nel primo caso nel caso l&#8217;azionamento delle sospensioni è controllato da un servomeccanismo idraulico. Un pistone radiale ed una pompa idraulica ad alta pressione forniscono la pressione necessaria al sistema. I sensori controllano costantemente il movimento del corpo in funzione della marcia del veicolo. La centralina elabora i dati azionando il pistone e la pompa  collegati a ciascuna ruota.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/images.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49165" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/images.jpg" alt="images" width="283" height="178" title="Le sospensioni parte IX, le attive, adattive e semi-attive 1397"></a>Quasi istantaneamente la sospensione si irrigidisce o si ammorbidisce in funzione della posizione che si vuole ottenere rispetto al terreno. Il sistema autolivellante appare particolarmente utile per tenere l&#8217;altezza costante per migliorare gli effetti aerodinamici, nel caso di alta velocità la vettura si abbasserà in automatico per migliorare l&#8217;efficienza. Un uso particolarmente efficacie fu adottato dalla <strong><em>Williams F14B</em></strong> che dominò letteralmente la stagione 1992-93 con l&#8217;ausilio di questo tipo di sospensioni. Anche se per dovere di cronaca il sistema fu provato già dalla Lotus negli inizi degli anni 80 ma con scarsi risultati per una elettronica di bordo non ancora all&#8217;altezza rispetto a quelle che sarebbe arrivata negli anni 90 inoltrati. La prima auto che ebbe uno sviluppo notevole di questo tipo di sistema stradale fu la Mitsubishi con il <strong><em><span class="goog-text-highlight">&#8220;Dynamic ECS&#8221;</span><span class="goog-text-highlight">, </span></em></strong><span class="goog-text-highlight">Anche la Toyota fece un grosso lavoro di sviluppo con</span><i><span class="goog-text-highlight"> </span></i><strong><em>Toyota Suspension Active Control. </em></strong>Il lavoro del costruttore giapponese può dirsi alla base di ogni sistema moderno.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/INNOVATION_MAGIC-BODY-CONTRL_02-e1425225855798.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-49161" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/INNOVATION_MAGIC-BODY-CONTRL_02-300x111.jpg" alt="INNOVATION_MAGIC-BODY-CONTRL_02" width="300" height="111" title="Le sospensioni parte IX, le attive, adattive e semi-attive 1398"></a>La sospensione con recupero elettromagnetico, attiva utilizza motori elettromagnetici lineari collegati a ciascuna ruota. Il vantaggio è di offrire una risposta estremamente veloce rispetto ai sistemi idraulici. L&#8217;evoluzione dei sistemi di elaborazione e di controllo elettronico, permettono ai sistemi elettromagnetici si gestire al meglio ogni singola variazione di carico e di sollecitazione con una velocità sconosciuta ai sistemi idraulici analoghi. Uno dei sistemi più evoluti di questo tipo di sospensioni è il <em><strong>Magic Body Control</strong></em> di Mercedes. Il sistema di sospensione agisce in coordinamento con tutti i sistemi di bordo come radar, telecamere e rilevamento del manto stradale etc, anticipando quello che dovrà essere lo smorzamento da effettuare in modo più tempestivo e rapido.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/SynapticDampingControl_THUMB-e1425226004151.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-49162" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/SynapticDampingControl_THUMB-300x200.jpg" alt="SynapticDampingControl_THUMB" width="300" height="200" title="Le sospensioni parte IX, le attive, adattive e semi-attive 1399"></a>I sistemi adattivi o semi-attivi intervengono solo sullo smorzamento. Questo sistema appare limitato nella sua possibilità d&#8217;intervento, ma  le sospensioni semi-attive hanno il vantaggio di essere meno costose da progettare e più semplici da regolare. Recentemente moltissimi modelli anche di fascia media del mercato può vantare sistemi semi-attivi. Ciò ha permesso di ridurre il divario tra i sistemi di sospensione semi-attiva e pienamente attivi, migliorando comunque il comportamento stradale rispetto ad una sospensione completamente analogica. Il sistema più diffuso e quello a solenoide o mediante la valvola ad azionamento. In sostanza il sistema è costituito da un&#8217;elettrovalvola che altera il flusso del fluido idraulico all&#8217;interno del ammortizzatore, quindi modifica le caratteristiche di smorzamento  della sospensione. I solenoidi sono collegati alla centralina di controllo, che invia i comandi a seconda della logica prefissata dal costruttore.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/Range-Rover-Evoque-8-e1425226071494.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-49163" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/Range-Rover-Evoque-8-300x215.jpg" alt="Range-Rover-Evoque-8" width="300" height="215" title="Le sospensioni parte IX, le attive, adattive e semi-attive 1400"></a>Un altro sistema più evoluto è il cosiddetto <strong> </strong><i><strong>MagneRide</strong>. </i>Questo sistema utilizza centraline più veloci modificando la rigidità di tutte le sospensioni delle ruote indipendenti. In questo sistema, il fluido smorzatore negli ammortizzatori contiene particelle metalliche. Attraverso la centralina, si riesce a decidere la cedevolezza degli ammortizzatori mediante l&#8217;azione di un elettromagnete.  In sostanza,  aumentando il flusso di corrente nella serranda aumenta il livello di rigidezza, mentre una diminuzione ammorbidisce l&#8217;effetto degli ammortizzatori. Le informazioni provenienti dai sensori posti sulle ruote che indicano l&#8217;estensione della sospensione, angolo di sterzo, accelerazione, riuscendo ad ottenere dalla sospensione sempre una rigidità ottimizzata.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/TTcotout.png"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-49164" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/03/TTcotout-300x180.png" alt="TTcotout" width="300" height="180" title="Le sospensioni parte IX, le attive, adattive e semi-attive 1401" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/TTcotout-300x180.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/03/TTcotout.png 466w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>La reazione rapida del sistema permette, di rendere più morbido il passaggio di una singola ruota sopra una sconnessione stradale senza interferire con l&#8217;altra ne con la scocca. Uno dei più diffusi ed efficienti è l&#8217;<em style="font-weight: bold">Audi magnetic ride, </em>ma ci sono anche i sistemi di<strong><em> Magneti Marelli </em><em>SYNAPTIC DAMPING CONTROL</em></strong> in uso sulla gamma Alfa Romeo<strong><em>, </em></strong>ed il<strong><em>  </em><em>FlexRide </em></strong>in uso alla Opel per le ultime generazioni di Astra ed Insigne, ma molti costruttori stanno inserendo nella gamma dei propri prodotti sistemi simili di controllo dell&#8217;assetto.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore </strong></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>Le sospensioni parte VIII, le idropneumatiche di Citroen</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Feb 2015 14:12:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo parlato di sospensioni, come funzionano, come sono fatte gli schemi che si possono trovare nelle autovetture. C&#8217;è una marca che più di tutte ha portato innovazione nel campo delle sospensioni. La Citroen nei lontani anni 50 del secolo scorso inventò un sistema che aveva come unico scopo quello di coniugare il massimo confort possibile [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2015/02/15/le-sospensioni-parte-viii-le-idropenumatiche-di-citroen/">Le sospensioni parte VIII, le idropneumatiche di Citroen</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/02/6a00e54ed05fc28833019b000c888e970b-550wi.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-48808" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/02/6a00e54ed05fc28833019b000c888e970b-550wi-300x236.jpg" alt="6a00e54ed05fc28833019b000c888e970b-550wi" width="300" height="236" title="Le sospensioni parte VIII, le idropneumatiche di Citroen 1408"></a></p>
<p style="text-align: justify">Abbiamo parlato di sospensioni, come funzionano, come sono fatte gli schemi che si possono trovare nelle autovetture. C&#8217;è una marca che più di tutte ha portato innovazione nel campo delle sospensioni. La Citroen nei lontani anni 50 del secolo scorso inventò un sistema che aveva come unico scopo quello di coniugare il massimo confort possibile per gli occupanti senza perdere in doti di tenuta di strada. Sulla berlina media Citroen DS fece il suo debutto un sistema di sospensioni a ruote indipendenti dette idropneumatiche,  o più correttamente oleopneumatiche.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/02/citroen-xcar-film-e1423993963354.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48809" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/02/citroen-xcar-film-300x199.jpg" alt="citroen-xcar-film" width="300" height="199" title="Le sospensioni parte VIII, le idropneumatiche di Citroen 1409"></a>Un compito che sulla carta può sembrare facile, ma che ha necessitato all&#8217;epoca di ben dieci anni di progettazione.  Basate su uno schema a ruote indipendenti a quadrilatero quindi già perfettamente efficiente che permette di mantenere costante l&#8217;altezza da terra della vettura nelle diverse condizioni di utilizzo. Il sistema consisteva nell&#8217;utilizzo di sfere di metallo, situate una in corrispondenza di ogni ruota. Ogni sfera era riempita per una parte di olio e per una parte di  un gas come azoto. Le due sostanze sono separate tra loro da una membrana. Quando la vettura è sottoposta a carico per una sconnessione o per effetto delle sollecitazioni di beccheggio e rollio, l&#8217;olio va a comprimere l&#8217;azoto che si trova nella parte superiore della sfera. Maggiore è l&#8217;impulso a comprimere il gas, minore risulta la morbidezza delle sospensioni, poiché è impossibile ottenere una compressione completa.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/02/xansuspf.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48810" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/02/xansuspf-300x238.jpg" alt="xansuspf" width="300" height="238" title="Le sospensioni parte VIII, le idropneumatiche di Citroen 1410"></a>L&#8217;utilizzo di due fluidi con leggi di comprimibilità diverse permette di avere una flessibilità maggiore di qualsiasi molla in acciaio. La variabilità alle sollecitazioni provenienti dalle ruote permetteva un&#8217;ottima azione ammortizzante in modo particolare per le sconnessioni stradali secche come buche ed altre asperità.  La vettura aveva un sistema di autolivellamento, cioè tendeva ad avere un&#8217;altezza costante. Il sistema funziona mdediante  l&#8217;azione di una pompa a sette pistoni che aumenta o diminuisce la lunghezza della colonna d&#8217;olio presente nelle sfere. Una valvola all&#8217;interno di queste permette la compensazione dei due fluidi a seconda delle sollecitazioni e della quantità di smorzamento che necessita. La stessa pompa era collegata al sistema frenante, al servosterzo.  Questa pompa aveva il compito di livellare la quantità di olio e di gas all&#8217;interno le sfere per ottenere lo smorzamento ottimale, il tutto con il semplice utilizzo di valvole e attuatori idraulici, senza nessun ausilio elettronico. In seguito questo sistema poteva anche essere regolato manualmente su 5 posizioni mediante una leva all&#8217;interno della vettura,  arrivando ad un&#8217;altezza che permetteva anche la possibilità di sostituzione della ruota posteriore senza l&#8217;ausilio di un cric. Prove dell&#8217;epoca dimostrava addirittura che la Citroen DS per le sue proprietà auto livellanti poteva anche viaggiare senza la ruota posteriore in tutta sicurezza, compensando con le altre tre. Il sistema base degli anni 50 aveva una sfera per ogni ruota più almeno altre due per il controllo dei freni e del bilanciamento dell&#8217;altezza.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/02/hydract3.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48811" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/02/hydract3-300x216.jpg" alt="hydract3" width="300" height="216" title="Le sospensioni parte VIII, le idropneumatiche di Citroen 1411" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/02/hydract3-300x216.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/02/hydract3.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Il vero neo di questo tipo di sospensioni, era quello dettato dalla sua stessa complessità. Infatti, la sospensione oleodinamica funzionava perfettamente solo se con un efficiente manutenzione, che poteva fare solo l&#8217;assistenza Citroen a causa della complessità e dell&#8217;attrezzatura dedicata che necessitava. Quindi il confort e la tenuta erano eccellenti ma a costi elevati. Nonostante ciò il costruttore francese non si è arreso. Con il passare degli anni il sistema si è evoluto. La Citroen ha avuto il merito di insistere su questo sistema costoso migliorandolo negli anni.  Nel 1990 debutta infatti l&#8217;evoluzione <strong><em>Hydractive</em></strong>. Citroën Hydractive nelle varianti I e II della sospensione debuttò sull&#8217;ammiraglia XM e la media Xantia. In seguito con l&#8217;utilizzo diffuso di sensori e centraline elettroniche divenne Activa. <strong><em>Hydractive I</em></strong> usavano lo stessa sistema base degli anni 50 adattato ad una nuova sospensione con geometria a quadrilatero alto. Si poteva scegliere fin dall&#8217;inizio di due preselezioni, Sport e Auto. Nella impostazione della sospensione sportiva la vettura riduceva il rollio aumentando la rigidezza. Nell&#8217;impostazione Auto, la sospensione veniva commutata da morbida e passava in modalità rigida temporaneamente quando in curva ci fosse l&#8217;esigenza in funzione di alcuni fattori come  la velocità,  la posizione del pedale dell&#8217;acceleratore, la pressione del freno, angolo del volante, o movimento del telaio  rilevato da uno dei diversi sensori.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/02/hydract4.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48812" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/02/hydract4-300x215.jpg" alt="hydract4" width="300" height="215" title="Le sospensioni parte VIII, le idropneumatiche di Citroen 1412" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/02/hydract4-300x215.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/02/hydract4.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Nel sistema <strong><em>Hydractive II</em></strong>, le due funzioni principali erano Sport e Comfort. In questa nuova versione nell&#8217;impostazione Sport la sospensione non resta rigida in modo fisso,  ma si adatta alle sollecitazioni ed abbassa anche  significativamente la scocca utilizzando gli stessi sensori che tengono la vettura in assetto costante in modalità comfort, permettendo un migliore bilanciamento e una migliore risposta nella funzione rispetto al precedente Hydractive I.  Nel 2001 un ulteriore evoluzione del sistema chiamato  Hydractive 3. Utilizzato sulla Citroen C5,   in questa evoluzione la vettura rimane all&#8217;altezza di marcia anche quando il motore viene spento per un lungo periodo, rispetto all&#8217;origine in cui la scocca si abbassava sempre sulle ruote.  In questo sistema al posto dell&#8217;olio  che comanda le sfere, hanno raggiunto il numero di 10 per controllare tutte le funzioni della vettura, c&#8217;è un nuovo fluido brevettato dalla Citroen con caratteristiche migliori e un impatto ambientale ridotto.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/02/747x322-citroen-c5-hydractive3plus.138570.72.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48814" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/02/747x322-citroen-c5-hydractive3plus.138570.72-300x129.jpg" alt="747x322-citroen-c5-hydractive3plus.138570.72" width="300" height="129" title="Le sospensioni parte VIII, le idropneumatiche di Citroen 1413"></a>Ultimo affinamento è stato l&#8217; Hydractive 3+. Permette al sistema elettronico di decidere quante sfere avere in funzione per avere un assetto sempre costante e una ulteriore risposta soprattutto in condizioni di utilizzo in sport. Questa ultima evoluzione permette di avere un comportamento che si sposta decisamente verso un carattere sportivo senza mai perdere di vista il confort che è alla base della concezione del sistema nato ormai 60 anni fà. Oggi questo tipologia di sospensione idrattiva anche se con molteplici differenze è alla base di ogni sistema di controllo delle sospensioni che utilizzano anche altri costruttori per le loro vetture. Sistemi che analizzeremo nel dettaglio nella prossima trattazione. La dimostrazione se mai c&#8217;è ne fosse bisogno che senza la caparbietà di certi tecnici oggi non avremmo tutti i sistemi che l&#8217;elettronica rende utilizzabili per ogni vettura di tutti i segmenti.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>McLaren Honda Mp4/30, il dettaglio dei cerchi anteriori Enkei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Feb 2015 13:26:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
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		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/02/jerez-mclaren-rim-e1422959794122.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-48463" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/02/jerez-mclaren-rim-300x200.jpg" alt="jerez-mclaren-rim" width="300" height="200" title="McLaren Honda Mp4/30, il dettaglio dei cerchi anteriori Enkei 1415"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo che vanno avanti i test di Jerez de la Frontera, diamo un occhiata a qualche dettaglio delle monoposto che sono in pista a provare. La più caratteristica di tutte è sicuramente la McLaren Honda. La scuderia Anglonipponica nonostante i suoi problemi di gioventù sembra quella che ha una veste aerodinamica più estrema di tutte quelle viste fino ad ora. La cura dei tecnici inglesi passa per ogni dettaglio non ultimo le prese aria ricavate nei cerchi in lega della Enkei che contraddistinguono le ruote anteriori della MP4/30.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si vede nella foto, i cerchi anteriori hanno un doppio anello esterno su cui sono ricavate delle piccole alette che servono per l&#8217;espulsione rapida dell&#8217;aria calda. Con l&#8217;utilizzo della power unt che comporta il recupero di energia sui freni posteriori, questi vengono aiutati dal un sistema elettronico di frenata. I freni anteriori sono sottoposti ad un lavoro molto più gravoso e quindi a maggior ragione devono essere ben raffreddati.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro dei motivi per cui si è optato per questa soluzione delle feritoie sul bordo del cerchio è quello di tenere costante la temperatura del componente del cerchio. In questo modo il cerchio stesso stabilizza la temperatura del pneumatico. Una soluzione che già si era vista con la Redbull nelle passate stagioni e che abbiamo trattato mediante le immagini delle camere termiche messe a disposizione della Fia. Un dettaglio importante che serve non solo a frenare meglio ma anche a tenere in efficienza i pneumatici, vantaggio che può essere di importanza fondamentale per la resa sulla lunga distanza delle coperture Pirelli.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Ferrari SF15-T, Analisi Tecnica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Jan 2015 03:54:32 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La SF15-T, la nuova Ferrari che correrà nel campionato mondiale di Formula 1 2015. La prima cosa che è venuta in mente a Maurizio Arrivabene nella sua intervista di presentazione a Fiorano, è che questa monoposto è Sexy. Noi ci limitiamo a dire con un certo pragmatismo che questa monoposto è semplice. Più volte avevamo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/upferr2-e1422652173807.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-48381" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/upferr2-300x223.jpg" alt="upferr2" width="300" height="223" title="Ferrari SF15-T, Analisi Tecnica 1421"></a></p>
<p style="text-align: justify">La SF15-T, la nuova Ferrari che correrà nel campionato mondiale di Formula 1 2015. La prima cosa che è venuta in mente a Maurizio Arrivabene nella sua intervista di presentazione a Fiorano, è che questa monoposto è Sexy. Noi ci limitiamo a dire con un certo pragmatismo che questa monoposto è semplice.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/upferr1-1-e1422652042367.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48380" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/upferr1-1-300x164.jpg" alt="upferr1 (1)" width="300" height="164" title="Ferrari SF15-T, Analisi Tecnica 1422"></a> Più volte avevamo detto e ripetuto nei nostri interventi che l&#8217;unica strada che doveva percorrere il nuovo corso Ferrari era quello di affidare la macchina a progettisti che dovevano avere un solo obiettivo, fare le cose semplici.  Lavorare dapprima sul telaio, sulle sospensioni per togliere quell&#8217;annoso difetto che si porta appresso da anni ormai della mancanza di trazione. Lavorare sui difetti, tanti della monoposto della passata stagione e provare a far lavorare per quanto possibile quello che non c&#8217;è stato tempo per modificare anche se poi vedremo che in effetti ci hanno messo le mani eccome sulla sospensione anteriore.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/150012eve-1.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48382" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/150012eve-1-300x189.jpg" alt="150012eve (1)" width="300" height="189" title="Ferrari SF15-T, Analisi Tecnica 1423" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/150012eve-1-300x189.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/150012eve-1.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Volendo analizzare i dettagli della carrozzeria la prima cosa che salta all&#8217;occhio è il nuovo muso nella foto sopra. La Ferrari ha deciso di usare una soluzione più tradizionale in rispetto delle norme ma non senza spunti interessanti. Il muso che scende ripido verso l&#8217;ala anteriore la supera andando al limite massimo delle dimensione che il regolamento prevede per i musi come avevamo anticipato nella trattazione degli articoli regolamentari. Nella parte inferiore del muso si vede un andamento incurvato che lascia una specie di piccola deriva al centro che dovrebbe dirigere il flusso verso il centro del fondo della monoposto. Anche i piloni di sostegno dell&#8217;ala arretrati offrono un&#8217;ampia zona per l&#8217;ottimizzazione del flusso aria che arriva dalla punta per poi convergere verso il centro per inviare l&#8217;aria verso quello che è diventato il vero imbocco del venturi sotto il fondo monoposto.  L&#8217;aria che passa ai lati delle gomme è tenuta separata da due deflettori svergolati che mandano aria verso le fiancate.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/150014eve.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48383" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/150014eve-300x161.jpg" alt="150014eve" width="300" height="161" title="Ferrari SF15-T, Analisi Tecnica 1424" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/150014eve-300x161.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/150014eve.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Le fiancate sono più grosse. Non di molto ma appaiono ingrandite soprattutto nella parte superiore. Si vede chiaramente nella foto in alto,  come le masse radianti sono state ingrandite. Uno dei difetti della macchina della passata stagione era proprio un radiatore piccolo ma talmente denso di alette che frenava il flusso nella fiancata al posto di aiutarlo. Detto questo,  una massa radiante più grossa ma più permeabile anche se rende la fiancata più larga di qualche millimetro potrebbe essere più efficiente. Un altro aspetto da non trascurare è lo spostamento dell&#8217;intercooler nella fiancata che ha necessitato di un maggiore spazio, ma che dovrebbe senza dubbio avere il toccasana di far lavorare il motore con più potenza del 2014. Nella zona posteriore della fiancata c&#8217;è un condotto che porta aria calda delle masse radianti verso il centro del diffusore posteriore come si vede nella foto al lato. Sotto il condotto c&#8217;è la rastremazione verso la coda che rimane pressappoco uguale alla passata stagione.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/upferr1-e1422652333108.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48386" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/upferr1-300x164.jpg" alt="upferr1" width="300" height="164" title="Ferrari SF15-T, Analisi Tecnica 1425"></a>Detto questo le immagini non riescono a mostrare il lavoro fatto sulla sospensione posteriore in modo da capire angoli e posizioni dei bracci per poter fare un ragionamento concreto sull&#8217;efficacia delle modifiche soprattutto in tema di trazione. Invece per quello che riguarda la sospensione anteriore si può fare un analisi attenta. Come abbiamo parlato nella seconda parte delle nostre trattazioni sugli schemi delle sospensioni, abbiamo detto che lo schema quadrilatero ha il puntone che muove la molla o ammortizzatore  ad un determinato angolo sia che si tratti di una Push Rod classica o della Pull Rod come usa la Ferrari. Nella F14T questo braccio era pressappoco orizzontale. Con questa posizione cosi anormale per questo tipo di sospensione, il puntone aveva delle reazioni che rendevano troppo rigido l&#8217;avantreno con grossi problemi di messa appunto. Nella configurazione 2015 la Ferrari ha conservato la sospensione Pull Rod, ma ha spostato i bracci più in basso e soprattutto ha fatto si che il puntone della sospensione potesse assumere un angolo maggiore verso il basso. Non possiamo fare calcoli precisi, da quello che si vede nelle foto non siamo ancora nella posizione ottimale come una tradizionale Push Rod, ma di certo è posizionata molto meglio che nel 2014, al punto che forse consente una maggiore possibilità di regolazione,  abbastanza per dare una possibilità a questo schema così criticato anche nel 2015. La differenza è molto chiara dal confronto della foto che abbiamo messo come riquadro per confronto con la F14-T</p>
<p style="text-align: justify">In sostanza noi non siamo d&#8217;accordo con il direttore tecnico Maurizio Arrivabene, l&#8217;appellativo per questa SF15-T non è Sexy. Noi di GiornaleMotori ci sentiamo di dire che questa è la <strong>Ferrari SF15-T Easy</strong>! E come ha dimostrato Michael Schumacher nel 1997 quando fu Rory Byrne a progettare una monoposto tanto semplice quanto efficacie la F310B, non serve una vettura complessa per dare fastidio ai grandi.  Le aspettative restano ancorate saldamente con i piedi per terra, ma quando si parte da così in basso è lecito sperare in qualche soddisfazione.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>L&#8217;aerodinamica delle MotoGP</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 09:30:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo aver visto come si progetta aerodinamicamente una moto dalle potenze ridotte, passiamo alle MotoGP. Qui il discorso si fa davvero interessante e particolare, e di certo andrà a cozzare con alcune convinzioni esistente nell’infinito mondo tecnico. Perché le MotoGP non sono così aerodinamiche? Ricordate il “Momento di cabrata” che abbiamo visto nella seconda parte? [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo aver visto come si progetta aerodinamicamente una moto dalle potenze ridotte, passiamo alle MotoGP. Qui il discorso si fa davvero interessante e particolare, e di certo andrà a cozzare con alcune convinzioni esistente nell’infinito mondo tecnico.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché le MotoGP non sono così aerodinamiche? Ricordate il “Momento di cabrata” che abbiamo visto nella <a href="https://www.giornalemotori.com/2015/01/20/aerodinamica-parte2-le-piccole-cilindrate/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>seconda parte</strong></span></a>? Ecco, quello è il motivo per cui le MotoGP moderne non seguono gli stessi canoni di progettazione delle moto di minore potenza.</p>
<p style="text-align: justify;">La Ducati, aerodinamicamente molto performante, ricorse a delle piccole appendici aerodinamiche proprio perché era difficile renderla stabile alle alte velocità. La moto era aerodinamica, la carena faceva fin troppo bene il suo lavoro, ma questo generava grossi problemi di instabilità.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-23_154103.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-47957" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-23_154103.jpg" alt="2014-12-23_154103" width="510" height="383" title="L&#039;aerodinamica delle MotoGP 1428" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-23_154103.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-23_154103-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-23_154103-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Le alette infatti, se ci fate caso sono un profilo alare ma montato al contrario: quindi, se un’ala spinge un aereo verso l’alto creando portanza, le piccole appendici aerodinamiche montate al contrario creavano una deportanza utile a creare più carico sull’avantreno per renderlo stabile alle alte velocità. In pratica, si cercava di creare un Momento di Forza di verso contrario al Momento di cabrata.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, una carena così efficiente rendeva la moto poco propensa a cambiare direzione alle alte velocità, oltre a dare il problema dell’instabilità come scritto sopra. La carena così avvolgente infatti favorisce il passaggio dei flussi d’aria, creando al loro passaggio un’ulteriore pressione laterale che tende a stabilizzare il veicolo. Pensate semplicemente alle derive sotto le chiglie delle barche.</p>
<p style="text-align: justify;">In pratica è come avere uno stabilizzatore, anzi, è come guidare uno stabilizzatore! Quindi il pilota nei cambi di direzione non solo si trovava a dover lottare contro l’inerzia dell’intero veicolo, ma anche contro la pressione data dai flussi d’aria.</p>
<p style="text-align: justify;">Sfortunatamente lo studio dell’aerodinamica ideale non è sempre una scienza esatta: anche dopo ore passate in galleria del vento non è detto che si sia trovata la giusta soluzione, perché i test in galleria hanno un riscontro relativo.</p>
<p style="text-align: justify;">La tendenza attuale però ha abbandonato l’idea del “profilo perfetto”, forse perché hanno capito che la perfezione non sta nella massima efficienza aerodinamica, ma nel miglior compromesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Se guardate la parte frontale delle odierne MotoGP, non troverete più la forma pulita “a goccia”, ma la parte che precede il cupolino è abbastanza piatta e molto inclinata.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo perché l’aria che sbatte su questa superficie, farà in modo di premere con parte della sua Potenza aerodinamica verso il basso (si pensi ad una semplice scomposizione vettoriale). Per provare con quale forza l&#8217;aria spinge su un piano inclinato, mettete fuori dal finestrino della vostra auto la mano e inclinatela su e giù. Più veloce va la macchina, tanto più forte la mano sarà spinta in alto o in basso in funzione di come ruotate il palmo.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre le odierne MotoGP, con le potenze che hanno, non hanno problemi a raggiungere la velocità ottimale in rettilineo, che non sarà la massima possibile, ma semplicemente quella che serve. I tecnici hanno capito che arrivare in fondo ad un rettilineo con 6-7 km/h in più, non significa necessariamente fare il miglior tempo sul giro.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre si è iniziato a sfruttare le turbolenze invece di evitarle: la Honda come sempre si è mossa per prima, e lo si vede chiaramente guardando le carene laterali della RC-V. Non arrivano a coprire tutta la parte di motore, ma si fermano molto prima, e delle piccole fessure e deviatori portano aria dove serve o rendono più facile estrarla dalle zone calde.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche per proteggere i piloti, non si vede praticamente più la carena frontale avvolgente, ma la sezione si ferma anche ben prima della metà delle manopole.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/RepsolHonda00.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-47958" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/RepsolHonda00.jpg" alt="RepsolHonda00" width="512" height="768" title="L&#039;aerodinamica delle MotoGP 1429" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/RepsolHonda00.jpg 512w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/RepsolHonda00-300x450.jpg 300w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">E allora come lo si protegge il pilota? Semplice, con delle piccole derive che deviano il flusso d’aria creando delle turbolenze, oppure semplicemente non chiudendo l’arco di circonferenza della carena ma lasciando un arco un pochino più ampio.</p>
<p style="text-align: justify;">Come vedete dalla foto frontale, la carena fa in modo che l&#8217;aria giri letteralmente intorno alle mani e alle spalle del pilota, pur non coprendolo del tutto. In pratica, la sezione frontale delle odierne MotoGP più che fendere l’aria, fanno da vero e proprio scudo deviando l’aria dove il tecnico desidera.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tutto per fare in modo di creare una sezione frontale ottimale, che protegga il pilota, riducendo la resistenza aerodinamica ma senza compromettere l’equilibrio dinamico della motocicletta.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo breve, ma spero utile, viaggio nell’aerodinamica abbiamo visto alcune differenze tra le moto molto o poco potenti. In verità l’argomento avrebbe molte altre sfaccettature, ma per il momento forse è abbastanza così. Infatti sta proseguendo lo studio sulla rugosità superficiale, che ha mostrato che una superificie liscia non è necessariamente la migliore per fendere l&#8217;aria&#8230;.ma poi diventa un trattato di fisica dei fluidi.</p>
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		<title>Sospensioni parte VII, Retrotreno indipendente, Multilink</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Jan 2015 10:16:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nostra panoramica sui sistemi di sospensioni che le autovetture moderne adottano per il retrotreno si chiude con lo schema a ruote indipendenti. Come abbiamo visto per la zona anteriore della vettura anche al posteriore le sospensioni indipendenti possono adottare il classico McPherson. Al retrotreno tale sistema viene progettato con differenze anche marcate da costruttore [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/McPherson5-e1422179708225.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-48234" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/McPherson5-300x221.jpg" alt="McPherson5" width="300" height="221" title="Sospensioni parte VII, Retrotreno indipendente, Multilink 1437"></a></p>
<p style="text-align: justify">La nostra panoramica sui sistemi di sospensioni che le autovetture moderne adottano per il retrotreno si chiude con lo schema a ruote indipendenti. Come abbiamo visto per la zona anteriore della vettura anche al posteriore le sospensioni indipendenti possono adottare il classico McPherson. Al retrotreno tale sistema viene progettato con differenze anche marcate da costruttore a costruttore.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/05.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48232" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/05-300x225.jpg" alt="05" width="300" height="225" title="Sospensioni parte VII, Retrotreno indipendente, Multilink 1438" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/05-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/05-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/05.jpg 380w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Lo spazio a disposizione e le diverse esigenze dei progettisti hanno diversificato gli schemi. Il sistema base prevederebbe due bracci inferiori e un montante che funge da elemento elastico composto da molla e ammortizzatore. Le differenze sostanziali stanno nella tipologia e nella geometria che assumono i bracci inferiori. C&#8217;è il classico collegamento del portamozzo alla scocca longitudinale. Diverso può essere il braccio trasversale, il braccio che produce il movimento sotto l&#8217;azione delle asperità stradali. In alcuni casi ci sono due bracci di lunghezza uguale che lavorano con la ruota. Esempio di questo tipo sono le sospensioni della vecchia Lancia Delta nella foto sopra, come base per diventare campionessa nei rally abbinate alla trazione integrale.  Lo stesso è stato ripreso con grande successo sulla gamma Alfa Romeo 156/147, foto a lato. Per quello che riguarda pregi e difetti del sistema si rimanda alla trattazione che abbiamo già pubblicato in occasione della spiegazione sul McPheron all&#8217;avantreno.  Molte delle vetture che anche giapponesi che hanno fatto la storia del Rally sono partiti da questo sistema per poi evolversi verso un più efficacie Multilink.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2012-honda-civic-ex-l-sedan-technical-illustration-for-multi-link-rear-suspension-photo-398218-s-1280x782-e1422179930434.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48235" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2012-honda-civic-ex-l-sedan-technical-illustration-for-multi-link-rear-suspension-photo-398218-s-1280x782-300x183.jpg" alt="2012-honda-civic-ex-l-sedan-technical-illustration-for-multi-link-rear-suspension-photo-398218-s-1280x782" width="300" height="183" title="Sospensioni parte VII, Retrotreno indipendente, Multilink 1439"></a>Ci sono anche varianti in cui il braccio inferiore e scomposto in due bracci di lunghezza e posizione diversa detta tre bracci. In questo caso la sospensione è composta da due bracci che sono integrati con almeno uno longitudinale e da puntoni alla scocca.  I bracci che in questo caso sono definiti tirati, vengono infulcrati in posizione perfettamente perpendicolare all&#8217;asse della vettura. Questo sistema garantisce ottime doti di agilità in curva. L &#8216;esempio più famoso è lo schema che addotta la Honda Civic da molti anni ma che ha trovato la sua massima espressione con la nuova generazione della Mini, la piccola vettura anglotedesca è universalmente apprezzata per il suo comportamenti assimilabile ad un grosso Go Kart.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/sospensioni-anteriori-e1422180007693.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48237" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/sospensioni-anteriori-300x204.jpg" alt="sospensioni-anteriori" width="300" height="204" title="Sospensioni parte VII, Retrotreno indipendente, Multilink 1440"></a>Questo sistema a tre bracci  si sta diffondendo sulla maggior parte delle vetture piccole e medie di nuova diffusione come per esempio la nuova Alfa Romeo Giulietta, ma anche di vetture premium di fascia media come la BMW Serie 3. Questo perchè consente di avere tutte le caratteristiche di pregio di sospensioni tipo ponte torcente con le ruote sempre perpendicolari al terreno, ma anche costi non troppo elevati come il sistema McPherson pur migliorando gli aspetti di risposta e di prontezza nelle reazioni.  Di fatto però questo sistema a più bracci differenti ci porta direttamente nel campo della sospensione Multilink.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/figi1.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48238" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/figi1-227x300.jpg" alt="figi1" width="227" height="300" title="Sospensioni parte VII, Retrotreno indipendente, Multilink 1441"></a>Il sistema detto Multilink ovvero multibraccio, è una sospensione indipendente particolarmente adatta all&#8217;assale posteriore e si articola sull&#8217;azione combinata di più bracci longitudinali che lavorano assieme a bracci trasversali,  più di uno, e almeno un puntone diagonale, per un totale di cinque bracci nella sua versione più semplice. Molto diffuso è il sistema che ha almeno due puntoni diagonali per un totale di sei bracci. I link trasversali e i puntoni diagonali sono collegati ad un telaio ausiliario che viene collegato alla scocca.  I bracci longitudinali hanno il compito di collegare la ruota direttamente al telaio come negli schemi visti finora.  Il vantaggio dello schema Multilink e il controllo pressappoco totale della progressione geometrica su tutto l&#8217;arco di escursione della ruota quando viene sollecitata, inoltre consente di avere grandi doti di stabilità del veicolo in ogni condizione. Il retrotreno della vettura diventa molto più preciso nella risposta ai comandi del pilota e consente un facile recupero dell&#8217;assetto per sua grande progressione nelle reazioni, soprattutto in fase di scompenso del carico nelle condizioni di emergenza in curva come una frenata improvvisa per un ostacolo. Ovviamente il tutto come per il sistema McPherson è perfetto se lavora in simbiosi con una barra di torsione che mette in collegamento le due ruote.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/multilink_post.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48239" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/multilink_post-300x225.jpg" alt="multilink_post" width="300" height="225" title="Sospensioni parte VII, Retrotreno indipendente, Multilink 1442" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/multilink_post-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/multilink_post-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/multilink_post.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Tutto bene tranne che per i costi di realizzazione e progettazione del sistema. Inoltre se non si fa un attento studio delle geometrie e del dimensionamento degli bracci diventa eccessivamente ingombrante togliendo spazio sia agli occupanti che al bagagliaio. Un sistema che si è diffuso sulla maggior parte dei modelli alto di gamma, ma che stenta a fare la sua comparsa su vetture compatte. La prima ad usarlo in modo diffuso è stata la Ford Focus MKI, ma già al Volkswagen per la sua Golf usa due sistemi, a ponte torcente per i modelli popolari e multilink per quelli più prestazionali e costosi. Il Multilink per le sue doti di controllo e di efficacia ha fatto la sua comparsa anche su vetture di particolare vocazione sportiva come Ferrari 458 Italia e Nissan GT-R che hanno sostituito il classico quadrilatero  con risultati universalmente riconosciuti che fanno delle berlinetta italiana e della GT Giapponese le pietre miliari nel loro  segmento.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/how-multi-link-suspension-works-7804_2-e1422180130534.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48240" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/how-multi-link-suspension-works-7804_2-300x200.jpg" alt="how-multi-link-suspension-works-7804_2" width="300" height="200" title="Sospensioni parte VII, Retrotreno indipendente, Multilink 1443"></a>La massima espressione del sistema Multilink oggi presente sul mercato è composta da addirittura sette bracci. Inaugurata dalla BMW per la sua gamma di vetture alte prestazioni è la più raffinata poi presa ad esempio da Audi e Mercedes per le loro auto alto di gamma. I sette bracci hanno connessioni con il telaio, longitudinali, trasversali, oblique, ma grazie al braccio in più anche verticali per un controllo delle escursioni e dell&#8217;azione sulla barra stabilizzatrice perfettamente eseguito. Risulta ulteriormente migliorata la stabilità in ogni condizione di marcia, garantendo il massimo confort con un comportamento sempre neutro della ruota rispetto alla scocca. Viene di per se che questa soluzione assicura una guida precisa, rapida, e progressiva nelle correzioni. Le vetture anche di grossa taglia di due tonnellate diventano agili come delle compatte con questa tipologia di sospensione.  Nella foto a lato c&#8217;è una versione molto simile sviluppata da Mercedes per le sue vetture alto di gamma come la Classe S.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>Aerodinamica parte2: le piccole cilindrate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jan 2015 07:34:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Passiamo quindi, dopo aver dato alcuni cenni di base nel primo articolo introduttivo, a capire come funziona l’aerodinamica delle motociclette che, come anticipato, hanno esigenze diverse in funzione della loro potenza e dimensione. Siamo rimasti con una domanda alla fine del capitolo precedente: perché le moto non sono perfettamente aerodinamiche come quelle che si vedono [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Passiamo quindi, dopo aver dato alcuni cenni di base nel <a href="https://www.giornalemotori.com/2015/01/15/aerodinamica-delle-motociclette-principi-base/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>primo articolo introduttivo</strong></span></a>, a capire come funziona l’aerodinamica delle motociclette che, come anticipato, hanno esigenze diverse in funzione della loro potenza e dimensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo rimasti con una domanda alla fine del capitolo precedente: perché le moto non sono perfettamente aerodinamiche come quelle che si vedono a Bonneville durante i tentativi di record?<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-22_154217.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-47944" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-22_154217.jpg" alt="2014-12-22_154217" width="534" height="300" title="Aerodinamica parte2: le piccole cilindrate 1448" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-22_154217.jpg 534w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-22_154217-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 534px) 100vw, 534px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Infatti nelle moto da GP non vediamo carene estreme o ruote lenticolari, questo perché le moto da corsa non devono andare solo dritte, ma devono anche essere guidabili nei percorsi misti dei circuiti.</p>
<p style="text-align: justify;">La semplice ruota lenticolare per esempio porta tre grossi problemi: il primo, è che avendo ampia superficie chiusa, rende instabile la moto in caso di vento laterale. Il secondo, l’ovvio aumento di massa non sospesa. Il terzo, conseguenza del secondo punto, è l’inevitabile amplificarsi degli effetti giroscopici che porterebbero a disequilibrare non poco tutta la parte ciclistica. Senza contare che mancherebbe completamente il raffreddamento dei freni, e altre implicazioni pratiche che ora non ci riguardano.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la carena completa a goccia sarebbe problematica, perché il pilota ha bisogno di muoversi liberamente e una carena avvolgente riduce questa possibilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna quindi scendere a compromessi, e con le piccole/medie cilindrate la componente aerodinamica è davvero importante. Il semplice cambio di Coefficiente di resistenza aerodinamica di pochi centesimi di punto (inteso Cx moltiplicato per la sezione totale esposta all’aria), per esempio passando da un 0,27 a 0,31, può significare una calo della velocità massima anche di 20km/h su moto dalla potenza di 50 cv.</p>
<p style="text-align: justify;">Una delle moto probabilmente più performanti da questo punto di vista, era la Derbi 125cc che guidava Jorge Lorenzo: il suo profilo le permetteva di arrivare a velocità molto più alte di altre moto, ed è lui stesso a confermarlo in un’intervista nella quale racconta la prima vittoria ottenuta a Rio nel 2003, proprio grazie alla strategia atta a sfruttare al meglio l’aerodinamica della sua moto.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-23_143953.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-47952" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-23_143953.jpg" alt="2014-12-23_143953" width="710" height="502" title="Aerodinamica parte2: le piccole cilindrate 1449" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-23_143953.jpg 710w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-23_143953-300x212.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-23_143953-696x492.jpg 696w" sizes="(max-width: 710px) 100vw, 710px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Le piccole cilindrate quindi hanno bisogno di un’aerodinamica il più possibile pulita, con un Cx molto basso che consenta alle potenze ridotte di poter andare il più forte possibile sempre per la formula espressa nella prima parte. Quindi, riprendendo quella formula, a parità di “Potenza aerodinamica” assorbita, con un Cx e una sezione molto bassa, posso arrivare a velocità decisamente più alte.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno degli esempi più incredibili, è la Minarelli “Matita”, una motina di 27,5kg con un motore da 55cc da 5,5 cv, che è arrivata alla bellezza di 102,85 km/h con in sella un giovanissimo Fausto Gresini (ne ha parlato la rivista Motosprint nel nr.46 del 2014 dal quale è estrapolata l’immagine). Questa è l&#8217;esempio del mix leggerezza/aerodinamicità.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-23_145500.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-47953" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-23_145500.jpg" alt="2014-12-23_145500" width="544" height="337" title="Aerodinamica parte2: le piccole cilindrate 1450" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-23_145500.jpg 544w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-23_145500-300x186.jpg 300w" sizes="(max-width: 544px) 100vw, 544px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ma la ricerca di questa pulizia aerodinamica ha un costo: in primo luogo la sezione laterale che, se pensata per creare meno turbolenze possibile, sarà quindi molto avvolgente. Come per le ruote lenticolari quindi si pone un problema di superficie esposta all’aria, che rende molto sensibile la moto al vento laterale.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda questione riguarda un problema di “portanza”; la sezione laterale della moto più pilota ricorda vagamente quella che è la forma della sezione di un aereo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un così perfetto profilo genera una zona di bassa pressione al di sopra della moto creando “portanza”, e quindi alleggerendo tutta la moto all’aumentare della velocità. A velocità molto elevate, se avessimo la possibilità di misurare il carico statico che la moto scarica sulle ruote, ci renderemmo conto che la moto peserebbe molto meno che da ferma!</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il motivo per il quale la moto ad alte velocità diventa molto instabile e sempre più sensibile alle folate di vento.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre deve essere considerato il “centro di pressione aerodinamico”, ovvero il punto in cui si considera che si scarichino tutte le forze aerodinamiche agenti sulla motocicletta. In funzione di questa posizione, si può trovare anche il cosiddetto “Momento di cabrata” (o di impennata), che è dato dal prodotto tra forza che l’aria esercita sulla sezione frontale e l’altezza del centro di pressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo deriva anche che ogni motocicletta ha un limite di velocità: ipotizzando di avere una potenza disponibile a viaggiare a 400 km/h, se la nostra moto è una moto da enduro, arriveremo al ribaltamento molto prima proprio perché l’aria farà ribaltare noi e la moto già a velocità prossime ai 260 km/h.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2015-01-13_163510.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-47954" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2015-01-13_163510.jpg" alt="2015-01-13_163510" width="650" height="360" title="Aerodinamica parte2: le piccole cilindrate 1451" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2015-01-13_163510.jpg 650w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2015-01-13_163510-300x166.jpg 300w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il principale motivo per cui i veicoli che tentano i vari record di velocità sono bassi e molto lunghi: il centro di pressione aerodinamico è molto spostato all’indietro e molto in basso, proprio per dare meno “braccio” possibile alla forza agente sulla sezione frontale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le moto di piccola cilindrata come può essere un 125, una Moto3, o anche una Moto2, possono lavorare con profili molto spinti dal punto di vista aerodinamico per una serie di fattori: un peso contenuto che permette di compensare l’agilità che si può perdere con carene molto estese sui fianchi, le potenze non eccessive limitano la velocità e quindi i vari problemi di alleggerimento dati dall’aerodinamica.</p>
<p style="text-align: justify;">Diverso è il discorso con moto da 240 cavalli che superano i 340km/h. Ricordate le famose alette che la Ducati Desmo16 aveva sulle carene? Iniziate a capirne l’utilità?</p>
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		<title>Greeves Challenger: moto &#8220;unconventional&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jan 2015 02:50:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Greeves]]></category>
		<category><![CDATA[Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La motocicletta si è sempre prestata perfettamente all’applicazione di soluzioni tecniche inusuali con costruttori, grandi e piccoli, che hanno seguito strade decisamente personali nella costruzione di telai, sospensioni e motori. La Greeves non è da meno: le sue origini partono dalla Invacar, piccola azienda dedita alla costruzione di carrozzine a tre ruote motorizzate per invalidi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/1964_challenger_mx1.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48055" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/1964_challenger_mx1-300x211.jpg" alt="1964_challenger_mx1" width="300" height="211" title="Greeves Challenger: moto &quot;unconventional&quot; 1457" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/1964_challenger_mx1-300x211.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/1964_challenger_mx1.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>La motocicletta si è sempre prestata perfettamente all’applicazione di soluzioni tecniche inusuali con costruttori, grandi e piccoli, che hanno seguito strade decisamente personali nella costruzione di telai, sospensioni e motori. La Greeves non è da meno: le sue origini partono dalla Invacar, piccola azienda dedita alla costruzione di carrozzine a tre ruote motorizzate per invalidi che creò la prima carrozzina motorizzata adatta alla circolazione su strada riscuotendo un enorme successo. Dalle tre alle due ruote il passo è breve: è lo stesso Bert Greeves ad utilizzare una moto come banco prova per mettere a punto sia i motori Villiers sia le componenti meccaniche, tra cui le sospensioni, per le Invacar. Già nel 1951 apparirono delle foto di una moto Greeves e sucessivamente vennero realizzati altri prototipi a due ruote fino ad arrivare al Earls Court Show del 1953 dove vennero presentate ufficialmente le prime motociclette Greeves: si trattava di una bicilindrica stradale dotata di un due tempi British Anzani 250 denominata Fleet Wing e di tre monocilindriche col motore Villiers Mk 8E di 197 cm3 dedicate al turismo (20R), col cambio a tre marce, al trial (20T) e al motocross (20S), entrambe col cambio a quattro rapporti. Interessante notare che sulla brochure del 1954 compare il logo Greeves in corsivo, che resterà invariato per tutta la storia del Marchio.<br />
<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/mx2_03.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48060" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/mx2_03-300x239.jpg" alt="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" width="300" height="239" title="Greeves Challenger: moto &quot;unconventional&quot; 1458" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/mx2_03-300x239.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/mx2_03.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Quando una Greeves fu provata per la prima volta su strada, fù giudicata come “unconventional” e a stupire gli appassionati fu quel massiccio trave con sezione ad H in fusione di alluminio oltre agli elementi elastici in gomma denominati Metalastik azionati sulla forcella anteriore da una coppia di biscottini oscillanti e nella sospensione posteriore da una coppia di aste di collegamento al forcellone. Il motore Villiers era un ‘corsa lunga’ (59 x 72 mm) che erogava circa 8 CV a 4000 giri/min. Le nuove Greeves si inserivano nel vasto panorama del fuoristrada inglese, in cui coesistevano le grandi Case come Ariel, AJS, BSA e Matchless e i numerosi piccoli Costruttori, come James, Cotton, DOT e Francis Barnett che utilizzavano motori a due tempi Villiers o Anzani.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/1967-greeves-mx4-challenger-2-858x570.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48056" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/1967-greeves-mx4-challenger-2-858x570-300x199.jpg" alt="1967-greeves-mx4-challenger-2-858x570" width="300" height="199" title="Greeves Challenger: moto &quot;unconventional&quot; 1459" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/1967-greeves-mx4-challenger-2-858x570-300x199.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/1967-greeves-mx4-challenger-2-858x570-768x510.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/1967-greeves-mx4-challenger-2-858x570-696x462.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/1967-greeves-mx4-challenger-2-858x570.jpg 858w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Con l&#8217;ingaggio di Brian Stonebridge, pilota di motocross della Matchless e della BSA, diede ulteriore impulso all’attività sportiva della Greeves e il debutto, avvenuto nella primavera del 1957 ad Hawkstone Park, fu positivo: Stonebridge si mise in luce con la sua Greeves 200 vincendo la gara delle 350 cm3 e non sfigurò neanche di fronte alle grosse monocilindriche quattro tempi di mezzo litro, dimostrando tutta la bontà del progetto di Bert Greeves.</p>
<p>Nel 1959 la replica della moto di Stonebridge fu prodotta in piccola serie per i piloti privati col nome Hawkstone, per celebrare il luogo del suo debutto. Quello stesso anno la Greeves iniziò ad esportare le sue moto negli USA, rivelandosi un passo importante e fondamentale per il futuro della Casa di Thundersley. Stonebridge, nel frattempo, puntava a incrementare l’impegno della Casa nell’attività agonistica e per questo insistette coi proprietari affinché dedicassero risorse sufficienti a portare il nome della Greeves ai vertici del motocross internazionale. Per preparare al meglio le moto per la stagione successiva fu acquistato un banco prova e si passò al motore Villiers 31A, sempre a corsa lunga (66 x 72 mm) ma con cilindrata di 246 cm3, sul quale fu sostituito il cilindro di ghisa con un’altro in lega leggera: la potenza arrivò a 12,5 CV a 5000 giri/min. Nel 1959 la Greeves iscrisse al campionato europeo di motocross l’esperto Stonebridge: coi successi in Svizzera e Belgio Stonebridge dimostrò di poter lottare per il titolo contro il campione in carica Cizek e lo svedese Rolf Tibblin con la Husqvarna. Ma solo fino al Gran Premio d’Olanda, dove l’inglese fu costretto al ritiro per una caduta e a uno stop forzato che avvantaggiò i suoi avversari. Nelle ultime prove Stonebridge non potè fare meglio che superare in classifica Cizek, classificandosi al secondo posto dietro al nuovo campione europeo Tibblin. Quello stesso anno Stonebridge perse la vita in un incidente stradale, lasciando un grande vuoto nel motocross internazionale e nella Greeves, che perse oltre al suo miglior pilota anche un tecnico determinante per lo sviluppo delle sue moto.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/frame.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48057" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/frame-300x207.jpg" alt="frame" width="300" height="207" title="Greeves Challenger: moto &quot;unconventional&quot; 1460" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/frame-300x207.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/frame.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Nel 1960 Bickers ha dunque la completa responsabilità di mantenere al vertice il nome Greeves e lo fa nel modo migliore: debutta vincendo sia la prima prova del campionato inglese sia quella dell’europeo, candidandosi subito tra i favoriti per entrambi i titoli. A fine stagione Bickers collezionò quattro vittorie battendo nella classifica finale Smith, il cecoslovacco Miroslav Soucek e Lampkin. Un giusto tributo al lavoro di Stonebridge e alla sua Greeves, la migliore due tempi da motocross al mondo.</p>
<p>La Greeves però non si siede sugli allori e pensa già alla stagione successiva, migliorando ulteriormente la MCS con una importante opera di alleggerimento tanto che Bicker nel 1961 si riconfermò campione europeo. L’anno successivo la Greeves decise di limitare l’impegno internazionale per concentrarsi sulle gare inglesi. A fine anno la Villiers presentò un nuovo motore battezzato Starmaker che però alla resa dei conti non si dimostrò all’altezza della migliore concorrenza.</p>
<p>L’esperienza negativa con lo Starmaker e la concreta possibilità di perdere il suo miglior pilota convinse Bert Greeves che la moto per il 1964 doveva essere completamente rinnovata e montare un motore Greeves. Nacque così la Challenger 24MX1, una moto simile alla precedente nella ciclistica ma caratterizzata da serbatoio, <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/greeves04050401.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48058" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/greeves04050401-300x188.jpg" alt="greeves04050401" width="300" height="188" title="Greeves Challenger: moto &quot;unconventional&quot; 1461" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/greeves04050401-300x188.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/greeves04050401.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>parafanghi e scatola filtro in vetroresina le cui forme decisamente particolari la renderanno la più rappresentativa tra tutte le Greeves. Il telaio mantenne la medesima struttura e così la forcella, ma il motore fu profondamente rivisto: abbandonato lo Starmaker, fu proseguito lo sviluppo del motore precedente, senza però utilizzare componenti Villiers. Il cambio, separato e imbullonato al carter motore, era un quattro marce della Albion. Restava l’esteso gruppo termico in alluminio col cilindro che sul lato aspirazione montava un carburatore Amai monoblocco con interposto un distanziale isolante dal calore e allo scarico una camera d’espansione che correva obliqua sul lato destro e terminava in prossimità dell’ammortizzatore. La potenza dichiarata era superiore a quella dello Starmaker, mentre la moto completa pesava poco meno di 100 kg, un buon risultato per l’epoca, tenuto conto anche del notevole peso della complessa forcella anteriore. Queste migliorie, tuttavia, non permisero a Bickers di andare oltre il quinto posto finale nella classifica del campionato mondiale. L’esperienza agonistica, tuttavia, consentì di rimediare ad alcuni difetti della trasmissione: la Greeves 24MX2 del 1965 ebbe infatti la catena della trasmissione primaria sostituita da una duplex, un nuovo selettore del cambio e nuovi coperchi della trasmissione primaria e del cambio. I risultati non si fecero attendere: Bickers vinse tre Gran Premi classificandosi al terzo posto nel mondiale. Questo può essere considerato il canto del cigno della Greeves che da allora non comparirà più nelle posizioni alte delle classifiche mondiali.</p>
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		<title>Sospensioni parte VI, soluzioni posteriori Ponte Torcente e Semi Indipendenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jan 2015 10:40:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo introdotto nel capitolo quinto le sospensioni a ponte rigido. Abbiamo anche detto che come alternativa esistono le sospensioni a ruote indipendenti. Come sempre i progettisti spesso cercano di trovare soluzioni ibride che tentano di mettere in comune gli aspetti positivi di più schemi limitando per quanto possibile gli svantaggi. Al retrotreno esistono le sospensioni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/uno_rsus-e1421576316812.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-48093" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/uno_rsus-300x201.jpg" alt="uno_rsus" width="300" height="201" title="Sospensioni parte VI, soluzioni posteriori Ponte Torcente e Semi Indipendenti 1467"></a></p>
<p style="text-align: justify">Abbiamo introdotto nel capitolo quinto le<strong> sospensioni</strong> a ponte rigido. Abbiamo anche detto che come alternativa esistono le sospensioni a ruote indipendenti. Come sempre i progettisti spesso cercano di trovare soluzioni ibride che tentano di mettere in comune gli aspetti positivi di più schemi limitando per quanto possibile gli svantaggi. Al retrotreno esistono le sospensioni a ruote <strong>interconnesse dette anche ponte torcente o semi indipendenti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/4665544_orig-e1421576552500.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48094" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/4665544_orig-300x225.jpg" alt="4665544_orig" width="300" height="225" title="Sospensioni parte VI, soluzioni posteriori Ponte Torcente e Semi Indipendenti 1468"></a>La sospensione s<strong>emi-indipendente</strong>, viene usata per la stragrande maggioranza delle vetture a trazione anteriore, grazie al suo costo contenuto e la semplicità di realizzazione, è stata uno dei cavalli di battaglia che hanno fatto la fortuna di vetture che hanno segnato il mercato come la Volkswagen Golf e la Fiat Uno, per poi diffondersi su tutte le auto di piccola e media cilindrata che compongono il mercato dell&#8217;auto. La sospensione è composta da due bracci longitudinali collegati alla scocca e il portamozzo, questi vengono congiunti uno all&#8217;altro da una trave o traversa di collegamento. Questa traversa a differenza del ponte rigido, viene dotata di un certo grado di flessibilità. Quindi sotto l&#8217;azione dei due bracci quando vengono sollecitati,  la traversa viene sottoposta a torsione controllando il movimento delle due ruote. Il sistema viene spesso chiamato anche appunto Ponte Torcente per la sua azione, il collegamento alla carrozzeria viene affidato ai soliti elementi flessibili composti da ammortizzatori e molle anche se non sempre coassiali fra di loro.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/MotoreRuote_FOTO2.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48095" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/MotoreRuote_FOTO2-300x225.jpg" alt="MotoreRuote_FOTO2" width="300" height="225" title="Sospensioni parte VI, soluzioni posteriori Ponte Torcente e Semi Indipendenti 1469" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/MotoreRuote_FOTO2-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/MotoreRuote_FOTO2-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/MotoreRuote_FOTO2-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/MotoreRuote_FOTO2-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/MotoreRuote_FOTO2.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Anche se differente dal ponte rigido, questa soluzione conserva la caratteristica di tenere le ruote sempre perpendicolari al terreno con ottime doti di resistenza alle forze trasversali in curva. La differenza sostanziale sta nel fatto che migliora il comportamento dal punto di vista del confort e del controllo della stabilità sui fondi viscidi e sconnessi, grazie ad una risposta neutra del telaio grazie proprio alla minore rigidezza e il maggior movimento che le ruote possono avere una rispetto all&#8217;altra rispetto al ponte rigido.   Queste caratteristiche conservano anche il difetto di far lavorare tanto l&#8217;avantreno con un certo sottosterzo.  Entrando nel campo delle sospensioni indipendenti c&#8217;è una soluzione che utilizza ancora bracci longitudinali, la cui barra di collegamento tra le due ruote non viene interposta tra la mezzeria ma piuttosto collega le due ruote al punto di ancoraggio alla scocca. In questo modo il momento di torsione viene innescato dall&#8217;azione di tutto il braccio che si muove sotto le sollecitazioni provenienti dalla ruota. La barra centrale in questo caso prende la funzione vera e propria di una molla data la sua flessibilità maggiore che un ponte rigidito o un ponte torcente.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/r5rearSusp.gif"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48096" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/r5rearSusp-300x196.gif" alt="r5rearSusp" width="300" height="196" title="Sospensioni parte VI, soluzioni posteriori Ponte Torcente e Semi Indipendenti 1470"></a>Questo sistema semplice ed economico è stato la fortuna di quasi la totalità delle vetture francesi anni 70 fino agli anni 90. Vetture come la Renault 5 GT Turbo, la Peugeot 205 GTI, la Peugeot 106 Rally. Nonostante i limiti del sistema che non consentiva un perfetto controllo delle geometrie, permetteva comunque mediante un attendo studio sulla condizione di lavoro della barra di collegamento che in taluni casi era più di una, ed un attento lavoro sugli snodi di collegamento flessibili, permetteva di avere un comportamento della coda molto mobile ma soprattutto permetteva di controllare il sottosterzo con una maggiore mobilità della coda dell&#8217;auto. Le vetture che adottavano questo schema sono anche state nella loro inclinazione sportiva un punto di riferimento per tutti gli appassionati che volevano vetture da Rally con costi contenuti e comportamenti stradali controllabili ed efficaci con determinate tarature. Da notare come nella foto a lato nella sospensione della R5 GT non vi era come elemento elastico la molla vera e propria lasciando il lavoro di smorzamento agli ammortizzatori e alle barre.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/trail_coupe-e1421576682985.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48097" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/trail_coupe-300x209.jpg" alt="trail_coupe" width="300" height="209" title="Sospensioni parte VI, soluzioni posteriori Ponte Torcente e Semi Indipendenti 1471"></a>Molte delle auto che abbiamo elencato ancora oggi ad anni di distanza sono un punto di riferimento per gli appassionati della guida.  Proprio questa tipologia di sospensione, mostra come sia importante a prescindere dallo schema che si sceglie, la progettazione e il dimensionamento degli elementi da parte dei progettisti. Il tipo di barra, gli snodi dei bracci, e la progettazione delle geometrie con cui deve far lavorare la sospensione possono fare la fortuna o meno di uno schema. Questa sospensione a ruote semi indipendenti con barra di torsione di collegamento fu adottata anche dalla gamma Fiat Tipo e tutte le vetture sue derivate fino alle più sportive Alfa Romeo, quello nella foto a lato era della sportiva di casa Fiat Coupè. Siamo sicuri che tutti ricordano quella serie di berline per lo spazio e il confort ed affidabilità in tutte le condizioni di guida,  ma non certo per il loro particolare comportamento stradale divertente e sportivo come invece succede per le cugine di Francia, Peugeot e Renault.</p>
<p>Daniele Amore</p>
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		<title>Aerodinamica delle motociclette: i princìpi base</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2015 08:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Iniziamo a trattare un argomento interessante e ancora in piena fase di studio: l’aerodinamica nel mondo delle motociclette da corsa. Ovviamente non entreremo troppo nello specifico, ma cercheremo di fare comunque una bella analisi. L’aerodinamica è quella branca della scienza che studia il moto di avanzamento di un solido nell’aria, e fa parte della scienza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-22_154217.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-47944" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-22_154217.jpg" alt="2014-12-22_154217" width="534" height="300" title="Aerodinamica delle motociclette: i princìpi base 1476" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-22_154217.jpg 534w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-22_154217-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 534px) 100vw, 534px" /></a>Iniziamo a trattare un argomento interessante e ancora in piena fase di studio: l’aerodinamica nel mondo delle motociclette da corsa. Ovviamente non entreremo troppo nello specifico, ma cercheremo di fare comunque una bella analisi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’aerodinamica è quella branca della scienza che studia il moto di avanzamento di un solido nell’aria, e fa parte della scienza fluidodinamica. In pratica si cerca di capire cosa accade quando un fluido come l’aria è attraversato da un oggetto di forme diverse.</p>
<p style="text-align: justify;">Se in campo automobilistico si è arrivati a livelli incredibili di studio, anche grazie al fatto che un’automobile da corsa sfrutta l’aerodinamica principalmente per cercare di tenere l’auto incollata al suolo, in campo motociclistico ci sono molte cose ancora da approfondire ed è molto interessante andare a vedere come il concetto di aerodinamicità debba essere contestualizzato e adattato al cambiare delle categorie e delle relative potenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo però questo viaggio dagli albori: le prime motociclette non avevano alcuna protezione. Si trattava infatti di semplici biciclette con un motore alloggiato nel telaio, o sopra le ruote, e non vi era alcuna necessità di avere una protezione dall’aria visto che quei velocipedi andavano si e no alla velocità di Usain Bolt.</p>
<p style="text-align: justify;">Col passare del tempo, con l’aumentare delle velocità, si è iniziata una rincorsa ai record velocistici (perlopiù per esigenze  di marketing delle case costruttrici dell’epoca) ed è iniziato anche un primo studio sulle carene messe a protezione dei piloti.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo studio ha ricevuto una grande spinta anche grazie al comparto aeronautico che era in pieno fermento e sperimentava di continuo nuove soluzioni, dalla forma degli aeroplani alla sezione dei profili alari.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che apparve subito chiaro era che si dovesse trovare un profilo adatto a “fendere l’aria”, diminuendo il più possibile la resistenza all’avanzamento dato dal muro d’aria che ci si trovava di fronte istante dopo istante.</p>
<p style="text-align: justify;">Nacquero quindi le cosiddette “carene a goccia”, che replicavano quella che era in effetti la forma di una goccia d’acqua in caduta libera. Come sempre, Madre Natura aveva la risposta a portata di mano, e ci si è ispirati proprio alla forma che prende una goccia d’acqua in caduta verticale.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui si inizia il vero discorso tecnico, quello che è il cuore della questione. Prima di parlare dell’aerodinamica nelle varie classi e categorie del Mondiale, c’è bisogno di qualche spiegazione.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-22_161638.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-47945" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-22_161638.jpg" alt="2014-12-22_161638" width="581" height="335" title="Aerodinamica delle motociclette: i princìpi base 1477" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-22_161638.jpg 581w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-22_161638-300x173.jpg 300w" sizes="(max-width: 581px) 100vw, 581px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In una motocicletta in moto rettilineo abbiamo due attriti principali: il primo è l’attrito dato dalla somma del rotolamento delle gomme e dagli organi meccanici di trasmissione e scorrimento. Il secondo è la resistenza aerodinamica.</p>
<p style="text-align: justify;">Come vedete dal grafico, all’aumentare della velocità, la resistenza all’avanzamento data dall’aria sale notevolmente, assorbendo la maggior parte della potenza. Cresce molto meno invece la resistenza per attrito volvente e meccanico, che si ferma ad un valore di circa 1/6 della resistenza aerodinamica.</p>
<p style="text-align: justify;">Diventa quindi importantissimo trovare una forma che sia il più possibile aerodinamica, e a dirci quanto sia efficace sotto questo punto di vista c’è un valore che forse sentiamo spesso: il Cx.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-22_175034.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47946" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-22_175034.jpg" alt="2014-12-22_175034" width="219" height="392" title="Aerodinamica delle motociclette: i princìpi base 1478"></a>Ma che cos’è il Cx? Si tratta di un valore, un numero PURO (che quindi non ha dimensioni e unità di misura) che definisce quanto un profilo è efficiente nell’attraversamento di un fluido. Più basso è questo valore, e migliore sarà la sua penetrazione aerodinamica. Nello schemino qui vicino trovate alcuni esempi di Cx, e vedete il corpo affusolato (o “a goccia”) è quello aerodinamicamente più performante.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il coefficiente di resistenza aerodinamica non è l’unico elemento utile al calcolo della forza che dobbiamo usare per attraversare il fluido.</p>
<p style="text-align: justify;">Entra quindi in gioco la sezione frontale, ovvero la porzione che va “a sbattere” contro il muro d’aria: quella sezione che nel nostro caso sarà data dalla sezione frontale della motocicletta più la sezione del pilota.</p>
<p style="text-align: justify;">Per calcolare la cosiddetta “Potenza aerodinamica” entrano quindi in gioco altri fattori: la sezione totale esposta all’aria, il Cx, la velocità del avanzamento e la densità dell’aria. In molti testi tecnici, di dinamica e aerodinamica, troverete questa formula per il calcolo della potenza assorbita da un veicolo in movimento:</p>
<p style="text-align: center;">P=V*[(d*V2*Cx*S)/2]</p>
<p style="text-align: justify;">Dove:</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">V=Velocità</li>
<li style="text-align: justify;">d=densità dell’aria</li>
<li style="text-align: justify;">Cx=Coeff Aerodinamico</li>
<li style="text-align: justify;">S=Sezione frontale</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Come vedete da questa semplice formula, all’aumentare di uno dei valori aumenta automaticamente la potenza che la resistenza aerodinamica assorbe durante l’avanzamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Rendere efficiente una carena e diminuire la sezione aerodinamica è quindi fondamentale ai fini di una buona velocità massima, motivo per cui vedete i piloti sempre molto rannicchiati dietro al cupolino quando si trovano in rettilineo da soli.</p>
<p style="text-align: justify;">Altra cosa che avrete sicuramente notato è che i piloti prendono “la scia”. Il perché è presto detto: quando un oggetto attraversa un fluido, crea una turbolenza. L’entità di questa turbolenza è in funzione della forma dell’oggetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Per spiegare cos’è una turbolenza basta fare un semplice esempio: se voi passate la mano all’interno di un recipiente pieno d’acqua (lavandino o vasca da bagno) vedrete formarsi al passaggio della mano dei vortici. Ecco, quelle sono “turbolenze”, e ogni sagoma crea una turbolenza sempre diversa.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-23_110056.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-47947" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2014-12-23_110056.jpg" alt="2014-12-23_110056" width="474" height="310" title="Aerodinamica delle motociclette: i princìpi base 1479" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-23_110056.jpg 474w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/2014-12-23_110056-300x196.jpg 300w" sizes="(max-width: 474px) 100vw, 474px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In Formula1 si è lavorato in modo da ridurre al minimo le turbolenze dietro la macchina per far arrivare a chi insegue un flusso d’aria il più pulito possibile. Così facendo infatti, si toglie la possibilità all’inseguitore di “sfruttare la scia”, perché il muso della sua macchina sarà investito da un flusso d’aria “laminare” (quindi dritto, che offre la sua massima resistenza aerodinamica), e non turbolento (che al contrario, essendo irregolare, cala la sua capacità resistente).</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto viene da chiedersi: perché le moto non sono tutte a cupola, con ruote lenticolari, e perfettamente aerodinamiche?</p>
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		<title>Le sospensioni Parte V, Ponte Rigido e il De Dion</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2015 13:21:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo aver compreso come si articolano le sospensioni all&#8217;avantreno delle automobili, ora è il momento di passare al retrotreno. Nella zona posteriore anche per maggiore spazio a disposizione ci sono soluzioni molteplici e differenti schemi. Come sempre ci sono due famiglie di sospensioni, indipendenti ed a ponte rigido o interconnesse. In questa trattazione partiremo da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/5.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-47887" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/5-300x200.jpg" alt="5" width="300" height="200" title="Le sospensioni Parte V, Ponte Rigido e il De Dion 1488"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver compreso <a href="https://www.giornalemotori.com/2015/01/04/le-sospensioni-parte-iv-mcpherson-e-le-sue-derivate-per-la-parte-anteriore-dellauto/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>come si articolano le sospensioni all&#8217;avantreno</strong></span></a> delle automobili, ora è il momento di passare al retrotreno. Nella zona posteriore anche per maggiore spazio a disposizione ci sono soluzioni molteplici e differenti schemi. Come sempre ci sono due famiglie di sospensioni, indipendenti ed a ponte rigido o interconnesse. In questa trattazione partiremo da queste ultime essendo quelle che da sempre sono utilizzate per i veicoli, fin dagli albori</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2b8211c5.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47886" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/2b8211c5-300x208.jpg" alt="2b8211c5" width="300" height="208" title="Le sospensioni Parte V, Ponte Rigido e il De Dion 1489"></a>Le sospensioni a ponte rigido, come dice il nome stesso, collegano le due ruote posteriori con un elemento rigido. Il sistema cambia nella geometria se la trazione si trova all&#8217;anteriore o al posteriore. Nel caso in cui il veicolo sia a trazione anteriore, il ponte rigido è costituito da un elemento che può essere di forma diversa a seconda della scelta del progettista(2) nella foto a lato, che congiunge direttamente i mozzi delle due ruote. La posizione corretta rispetto alla cassa e alla strada è assicurata dal collegamento alla scocca da bracci longitudinali (3,4). Per evitare che il ponte abbia movimenti trasversali od oscillazioni nocive quando viene sollecitato dalle asperità stradali c&#8217;è una barra che collega un estremità del ponte direttamente alla cassa, questa barra porta il nome di barra Panhard (1). Gli elementi elastici sono composti da molle e ammortizzatori non necessariamente in un corpo unico, ma che possono anche essere separati. Ci sono casi dove gli elementi elastici sono composti da Balestre, un elemento che persiste ancora su alcune vetture americane anche di grandi prestazioni nonostante sia ritenuto datato come sistema di ammortizzamento. Questo tipo di sistema era visibile sulla gamma Alfa Romeo Alfa Sud e sue derivate Sprint, e Alfa 33 fino agli anni 90 inoltrati.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/3-e1421058352479.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47888" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/3-300x200.jpg" alt="3" width="300" height="200" title="Le sospensioni Parte V, Ponte Rigido e il De Dion 1490"></a>Uno dei pregi della sospensione a ponte rigido, è quello di avere un peso relativamente contenuto, e di consentire di tenere una geometria fissa, con le ruote posteriori sempre perpendicolare al terreno. Essendo un collegamento rigido tra le due ruote, questo sistema conserva solo discrete capacità di assorbimento delle asperità che inficiano leggermente le caratteristiche di confort per gli occupanti, soprattutto per le asperità secche che arrivano alla scocca. La sua perfetta tenuta geometrica rispetto al terreno inoltre, deve essere coadiuvata da una precisione e un sistema sospensione anteriore particolarmente efficacie, infatti in curva la sua capacità di tenuta scarica sull&#8217;avantreno la capacità di resistere alla forza laterale. Molte vetture che usano il ponte rigido hanno un aumento del sottosterzo, una cosa che tutti i progettisti cercano di infondere in un veicolo per il fatto che è molto più facilmente controllabile da un driver anche meno esperto. In sostanza quando si viaggia al limite della tenuta a cedere è sempre prima l&#8217;avantreno quando si adotta un retrotreno a ponte rigido. Uno dei sistemi a ponte rigido ancora oggi usato esempio di efficacia di lavoro in simbiosi con l&#8217;avantreno è la gamma Opel per Insigna,e  Astra.  Uno dei limiti del sistema sta proprio nella sua capacità di essere poco modulabile, potendo lavorare con un unica geometria prefissata. Inoltre anche se ha un peso contenuto, non si può dire certo che è di misura contenuta, un ponte rigido con bracci e barra Panhard occupa molto spazio al retrotreno che obbliga ad una progettazione della scocca che sacrifica parte dell&#8217;abitabilità e del bagagliaio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/images1.jpg"><br />
<img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47894" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/images1.jpg" alt="images" width="270" height="187" title="Le sospensioni Parte V, Ponte Rigido e il De Dion 1491"></a>Quando al posteriore ci sono gli organi di trazione, il ponte rigido è composto da un elemento rigido che congiunge i due mozzi all&#8217;interno del quale ci sono gli organi di trazione come i semiassi, anche qui si ha un collegamento alla scocca mediante bracci longitudinali, puntoni, e in alcuni casi una barra Panhard che può assumere diverse forme e diverso ancoraggio rispetto a quanto si ha la trazione anteriore.  Si tratta di un tipo di sospensione che si adatta molto facilmente alle vetture che hanno gli organi di trazione al posteriore, assicurando una buona trazione e una buona tenuta di strada. Nel caso in cui ci siano potenze elevate si possono avere delle criticità dovute alla stessa rigidità del sistema che non adatta gli angoli alle necessità soprattutto al limite di tenuta.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/mustangirs_lead-e1421062801548.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47896" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/mustangirs_lead-300x178.jpg" alt="mustangirs_lead" width="300" height="178" title="Le sospensioni Parte V, Ponte Rigido e il De Dion 1492"></a>Come nel caso del sistema per trazione anteriore, in condizioni limite a cedere è per primo l&#8217;avantreno. Il driver nel tentare di correggere con un rilascio dell&#8217;acceleratore, il retrotreno a ponte rigido potrebbe,  avere reazioni che con l&#8217;aggiunta della trazione  potrebbe innescare brusche reazioni che necessitano di correzioni che sono capacità di un guidatore più esperto della media. Nel caso della trazione posteriore, il ponte rigido ingloba anche gli organi di trazione come differenziale e semiassi diventando di fatto molto pesante con inerzie molto rilevanti in fase di movimento. Questo limita non poco il confort di marcia, amplificando le vibrazioni e le sollecitazioni che arrivano agli occupanti. Uno dei vantaggi rimane il costo molto basso. Questo sistema è ormai pressappoco sparito dalle vetture europee, ma persiste ancora su alcune vetture americane anche di potenza rilevante come le moderne riedizioni di muscle car. Un esempio su tutti erano la generazione do Ford Mustang fino al 2013</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/SZ-RZ_09-e1421058445176.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47890" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/SZ-RZ_09-300x224.jpg" alt="SZ-RZ_09" width="300" height="224" title="Le sospensioni Parte V, Ponte Rigido e il De Dion 1493"></a>C&#8217;è un tipo di schema di sospensioni a ponte, che è diventato simbolo di ottima tenuta di strada e di raffinatezza meccanica. Il ponte De Dion. Creato dal costruttore Francese agli albori del 900 sulle vetture che portavano il suo nome, si è sviluppato nelle vetture sportive di varie marche fino agli anni 80. Simbolo particolare delle vetture Alfa Romeo che ha sviluppato il sistema nel suo massimo livello di tenuta di strada. Di fatto viene ancora oggi considerato come un sistema di sospensione posteriore per vetture che hanno la trazione dietro, ottimale, il sistema definitivo. Consiste da due strutture congiunte. Un sistema di collegamento che ha forma ad &#8220;U&#8221; e un altra di collegamento alla scocca di forma a &#8220;V&#8221; al posto dei bracci, le quali mediante l&#8217;azione di snodi particolari controllano l&#8217;escursione verticale delle ruote mantenendole sempre perpendicolari al terreno con una notevole resistenza alle forze laterali anche con notevoli oscillazioni della carrozzeria. Al centro del ponte gli organi meccanici di trasmissione. Nel caso delle vetture Alfa Romeo nel centro del ponte vi era anche la scatola del cambio che messa al posteriore definiva lo schema detto transaxle otteneva una migliore ripartizione dei pesi con motore anteriore dietro l&#8217;asse ruota e il cambio al posteriore in blocco con la sospensione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/dedion_07.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47891" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/dedion_07-300x200.jpg" alt="dedion_07" width="300" height="200" title="Le sospensioni Parte V, Ponte Rigido e il De Dion 1494" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/dedion_07-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/dedion_07.jpg 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Il ponte De Dion assicura una precisione di guida indipendentemente da carico a cui è sottoposta la sospensione, garantendo una ottima trazione su ogni tipo di fondo. La stabilità è sempre impeccabile anche quando la vettura presenta un eccessivo rollio in curva, consentendo un utilizzo di ammortizzatori non troppo rigidi per un migliore assorbimento delle asperità per il confort degli occupanti. Uno dei difetti sostanziali è il costo veramente elevato, per la complessità dei componenti della sospensione.  Inoltre il sistema occupa ancora più spazio di un normale sistema a ponte rigido e di conseguenza un peso maggiore. Le inerzie maggiori quando viene sollecitata la rende anche particolarmente brusca quando il fondo stradale diventa particolarmente sconnesso, e nel caso di fondo viscido e bagnato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/101_7102640x480-e1421062412153.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47895" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/101_7102640x480-300x225.jpg" alt="101_7102640x480" width="300" height="225" title="Le sospensioni Parte V, Ponte Rigido e il De Dion 1495"></a>Per stabilizzare i movimenti del sistema si usa una barra che come la Panhard collega il ponte alla scocca. Ci possono essere delle varianti di quest&#8217;ultima quando  al centro della stessa viene posto un ulteriore elemento di forma romboidale che la rende ulteriormente flessibile e dividendo la barra i due bracci di collegamento, smorzando al massimo i movimenti trasversali del sistema migliorando la stabilità e le reazioni su fondi viscidi e irregolari. Questa tipologia di barra, viene anche utilizzata anche se più raramente sulle vetture a trazione anteriore. Un particolarità sta nel fatto che questo ponte De Dion non è ancora andato definitivamente in pensione essendo appannaggio di un modello molto popolare come la piccola Smart. Una soluzione che ha permesso di inglobare nel sistema di sospensioni anche tutto il sistema propulsivo e di trazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Le sospensioni Parte IV: McPherson, e le sue derivate per la parte anteriore dell&#8217;auto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2015 10:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>  Nel precedente capitolo abbiamo suddiviso le sospensioni in indipendenti e interconnesse o ponte rigido. Ci siamo concentrati sulla parte anteriore parlando delle tipologie che si possono trovare in questa parte del veicolo ed abbiamo spiegato come funziona la sospensione indipendente a quadrilatero articolato. In questa trattazione parliamo della sospensione a ruote indipendenti McPherson e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"> <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/mcpherson_2wish-e1420362760294.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-47714" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/mcpherson_2wish-300x176.jpg" alt="mcpherson_2wish" width="300" height="176" title="Le sospensioni Parte IV: McPherson, e le sue derivate per la parte anteriore dell&#039;auto 1502"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nel <a href="https://www.giornalemotori.com/2014/12/19/le-sospensioni-parte-iii-schema-quadrilatero-articolato/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong>precedente capitolo</strong></span></a> abbiamo suddiviso le <strong>sospensioni</strong> in <strong>indipendenti</strong> e interconnesse o ponte rigido. Ci siamo concentrati sulla parte anteriore parlando delle tipologie che si possono trovare in questa parte del veicolo ed abbiamo spiegato come funziona la sospensione indipendente a quadrilatero articolato. In questa trattazione parliamo della sospensione a ruote indipendenti <strong>McPherson</strong> e le sue derivate.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/mcpherson-strut-example-e1420366173114.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47720" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/mcpherson-strut-example-300x276.jpg" alt="mcpherson-strut-example" width="300" height="276" title="Le sospensioni Parte IV: McPherson, e le sue derivate per la parte anteriore dell&#039;auto 1503"></a>La sospensione McPherson fu studiata in modo particolare per le esigenze di quei veicoli che hanno un ingombro del motore all&#8217;anteriore che non permette di usare una sospensione quadrilatero che occupa tanto spazio. Nella fine degli anni 60 del secolo scorso,  infatti,  con l&#8217;avvento delle vetture a motore anteriore e trazione anteriore si è dovuto trovare una soluzione che unisse semplicità ed efficacia in uno spazio ridotto. Il sistema McPherson si è adattato ottimamente a diverse tipologie di veicoli sia per l&#8217;utilizzo all&#8217;avantreno che anche per certi schemi di sospensione per il retrotreno con vetture a trazione posteriore. La sospensione è composta nel suo schema base formato da un braccio inferiore di solito triangolare, e da un elemento verticale detto montante composto dall&#8217;ammortizzatore, che assicura il movimento verticale della ruota quando viene sollecitata dalle asperità stradali. Questa soluzione è ormai diffusa sulla quasi totalità dei modelli presenti sul mercato sia trazione anteriore ma anche con trazione posteriore e integrale ha il pregio di assicurare una buona risposta dell&#8217;avantreno, una buona direzionalità. ( foto lato)</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/renault_megane_coupe_rs_31-e1420363102118.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47715" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/renault_megane_coupe_rs_31-300x169.jpg" alt="renault_megane_coupe_rs_31" width="300" height="169" title="Le sospensioni Parte IV: McPherson, e le sue derivate per la parte anteriore dell&#039;auto 1504"></a>Il difetto rilevante è quello di non assicurare un controllo della variazione che gli angolo della geometria delle sospensioni  mentre lavorano in curva e in smorzamento. Il controllo delle geometrie come previsto dal progettista per una perfetta tenuta di strada è ottenibile solo usando particolari accorgimenti che hanno lo scopo di far lavorare i componenti secondo le geometrie impostate, come bracci di raccordo al portamozzo (Knukle), o particolari progettazioni dei supporti strutturali (strut) e opinione diffusa che questo difetto è il motivo per cui questa sospensione non viene ritenuta adatta a vetture GT o sportive in genere. La cosa non è propriamente vera. Un dimensionamento e una progettazione dedicata di ogni componente che forma il McPherson,  dal braccio, al portamozzo, fino al montante con l&#8217;aggiunta di particolari snodi possono correggere gran parte del difetto assicurando un comportamento sportivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/991-Front-Suspension-e1420365864606.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47716" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/991-Front-Suspension-300x225.jpg" alt="991 Front Suspension" width="300" height="225" title="Le sospensioni Parte IV: McPherson, e le sue derivate per la parte anteriore dell&#039;auto 1505"></a>Il problema semmai potrebbe essere quello dell&#8217;aumento dei costi con una progettazione dedicata. Possiamo affermare che progettare un McPherson complesso per una migliore tenuta di strada costa sicuramente meno che utilizzare un quadrilatero articolato con doppio braccio, che prevede una serie di componenti maggiori, snodi di qualità ed efficienza migliore, ma soprattutto la progettazione del telaio della vettura completamente diverso da quello che va ad ospitare un McPherson.  Quindi se si vuole avere un ottimo compromesso tra comportamento, costi, e confort questa soluzione appare ancora un compromesso vincente. Del resto la dimostrazione lampante sono vetture come la Porsche 911 ( foto a lato ) unica supercar ad usare questo sistema all&#8217;anteriore nonostante l&#8217;enorme disponibilità di spazio, che non difetta certo di piacere di guida e di efficienza in pista. Inoltre un&#8217;altro esempio è la Renault Megane RS Sport (Foto in alto) che  ha stabilito con questa sospensione profondamente rivista come si vede nell&#8217;esploso mostrato in foto, il record sulla pista più complessa del mondo, Il Nurburgring, dove risulta la migliore trazione anteriore in assoluto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/pagina4g-1.png"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47717" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/pagina4g-1-300x208.png" alt="pagina4g (1)" width="300" height="208" title="Le sospensioni Parte IV: McPherson, e le sue derivate per la parte anteriore dell&#039;auto 1506" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/pagina4g-1-300x208.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/pagina4g-1.png 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Nonostante questo,  la testardaggine dei Giapponesi ha permesso di progettare un sistema ibrido che si pone a metà strada tra il McPherson e il quadrilatero articolato classico. Negli anni 80,  sulle Honda Civic veniva a debuttare la <strong>sospensione indipendente a quadrilatero deformabile.</strong> Anche questa può essere utilizzata sia per la parte dell&#8217;avantreno che il retrotreno. Nella fattispecie parleremo della parte anteriore della vettura dove ha dato i suoi migliori risultati.  L&#8217;idea era quella di ottenere i vantaggio geometrici e di tenuta di strada di un tipo quadrilatero articolato, con l&#8217;ingombro e i costi paragonabili ad uno schema McPherson, il tutto per dare la possibilità di creare vetture dal comportamento sportivo senza pregiudicare il confort di marcia. In questo caso vengono utilizzati due bracci triangolari. Quello inferiore sostituisce il braccio oscillante della sospensione McPherson, quello superiore di forma ridotta abbraccia letteralmente il montante composto dall&#8217;ammortizzatore e viene collegato al portamozzo mediante un secondo braccio ricurvo con una serie di snodi alla scocca (Foto a lato)</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/200842185531_quadrilatero156.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47719" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2015/01/200842185531_quadrilatero156-300x292.jpg" alt="200842185531_quadrilatero156" width="300" height="292" title="Le sospensioni Parte IV: McPherson, e le sue derivate per la parte anteriore dell&#039;auto 1507" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/200842185531_quadrilatero156-300x292.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2015/01/200842185531_quadrilatero156.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Questo sistema è incontestabilmente la soluzione più versatile che in assoluto si adatta a qualsiasi telaio già esistente senza modifiche radicali. Consente un eccellente controllo della progressione geometrica nelle fasi di frenata, accelerazione di stress in curva. Assicura una risposta pronta ed estremamente precisa, immediata e progressiva con una riduzione notevole degli effetti di sostosterzo cioè la tendenza del muso ad andare dritto in curva. Le vetture dotate di questo sistema sono anche quelle che assicurano una grande stabilità in ogni condizione, al contempo una notevole manegevolezza in virtù del perfetto controllo delle geometrie impostate dal progettista.  Particolare efficacia si ha nelle vetture a trazione anteriore dalla notevole potenza. Per queste automobili il sistema quadrilatero alto assicura anche una ottima trazione soprattutto nelle fasi di accelerazioni in uscita da curve strette. I vantaggi comunque comportano un esborso economico maggiore che nel McPherson quindi non tutti i costruttori utilizzano questo sistema nonostante i notevoli vantaggi. Le vetture che hanno utilizzato il quadrilatero alto, sono state le Honda Civic e le derivazione sportive CRX ed Integra, la Nissan Primera, le Alfa Romeo 156/147 (Foto a lato). Di recente alcune case costruttrici tedesche stanno convertendo i loro avantreni McPherson delle produzione medio alto di gamma con avantreni a quadrilatero alto per garantire prestazioni assolute conservando il confort di marcia a riprova della eccellente efficienza di questa sospensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Daniele Amore</p>
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		<title>Le sospensioni parte III, ruote indipendenti schema quadrilatero articolato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 16:19:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo aver visto Cos&#8217;è una sospensione automobilistica e Come è composta una sospensione e i suoi schemi tipici, è arrivato il momento di entrare nel dettaglio. Abbiamo anche detto che si dividono in due grandi famiglie, quelle a ruote indipendenti e quelle a ruote interconnesse o ponte rigido. In questa fase parliamo di quelle indipendenti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/coupe05_suspension-e1419003335706.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-47483" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/coupe05_suspension-e1419003335706.jpg" alt="coupe05_suspension" width="500" height="356" title="Le sospensioni parte III, ruote indipendenti schema quadrilatero articolato 1514" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/coupe05_suspension-e1419003335706.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/coupe05_suspension-e1419003335706-300x214.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver visto <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.giornalemotori.com/2014/12/09/guida-pratica-alla-comprensione-delle-sospensioni-auto-parte/" target="_blank"><span style="color: #000080; text-decoration: underline;"><strong>Cos&#8217;è una sospensione automobilistica</strong></span></a></span> e <a href="https://www.giornalemotori.com/2014/12/13/alla-scoperta-delle-sospensioni-parte-ii-schema-tipico-ed-elementi/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000080; text-decoration: underline;"><strong>Come è composta una sospensione e i suoi schemi tipici</strong></span></span></a>, è arrivato il momento di entrare nel dettaglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo anche detto che si dividono in due grandi famiglie, quelle a <strong>ruote indipendenti</strong> e quelle a <strong>ruote interconnesse o ponte rigido</strong>. In questa fase parliamo di quelle indipendenti che si trovano nella parte anteriore dell&#8217;automobile.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/camb4.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47484" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/camb4.jpg" alt="camb4" width="481" height="297" title="Le sospensioni parte III, ruote indipendenti schema quadrilatero articolato 1515" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/camb4.jpg 481w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/camb4-300x185.jpg 300w" sizes="(max-width: 481px) 100vw, 481px" /></a>All&#8217;avantreno di un auto si trovano nel totale dei modelli presenti sul mercato e anche nelle competizioni solo sospensioni a ruote indipendenti. Nella parte anteriore del veicolo si dividono a loro volta in  <strong>quadrilatero deformabile</strong>, <strong>McPherson</strong> ed un sistema ibrido tipo <strong>quadrilatero alto</strong>.  Il cinematismo a quadrilatero è il più classico degli schemi utilizzati, diffuso fino agli anni settanta del secolo scorso sulla pressocchè totalità dei veicoli, oggi riservato per lo più a modelli sportivi, e soprattutto alle vetture da competizione dalle  GT, passando per i prototipi LMP fino alle Formule di tutte le categorie per finire alla Formula 1. La struttura è costituita essenzialmente da un quadrilatero articolato formato da due bracci sovrapposti che hanno un collegamento alla scocca che  funge da struttura portante e quello opposta collegato al portamozzo che gestisce l&#8217;asse di rotazione della ruota come mostrato nella foto principape. I pregi consistono nel limitato ingombro in altezza ma soprattutto di un buon comportamento cinematico durante i moti relativi  tra la ruota e la struttura o la cassa.  Ci sono comunque  sensibili variazioni dell&#8217;angolo di <strong>&#8220;camber&#8221;</strong> nel moto di rollio. Ricordiamo che angolo di camber rappresenta l&#8217;angolo verticale che la ruota assume rispetto al terreno, poò essere positivo, cioè con la parte alta della ruota che esce verso l&#8217;esterno della vettura e negativo quando la parte inferiore della ruota esce verso l&#8217;esterno della vettura come nella figura al lato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/2004_mazda_rx8_picture-45.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47490" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/2004_mazda_rx8_picture-45-e1419004612514.jpg" alt="2004_mazda_rx8_picture (45)" width="500" height="375" title="Le sospensioni parte III, ruote indipendenti schema quadrilatero articolato 1516" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/2004_mazda_rx8_picture-45-e1419004612514.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/2004_mazda_rx8_picture-45-e1419004612514-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/2004_mazda_rx8_picture-45-e1419004612514-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>Queste variazioni dell&#8217;angolo di camber sono dovute al fatto che il sostengono superiore e il sostegno inferiore hanno lunghezza diversa. Nelle sospensioni a quadrilatero la molla elastica e l&#8217;ammortizzatore sono posizionati tra i due bracci che compongono il sistema ma ci possono essere sistemi evoluti dove un puntone comanda l&#8217;ammortizzatore attraverso un bilanciere posizionato in un altra zona del telaio. Nel sistema a quadrilatero assume un importanza fondamentale l&#8217;angolo che assumono di due bracci quello inferiore e superiore tra di loro. Infatti a seconda che siano convergenti, paralleli o divergenti, il centro istantaneo di rotazione che è il punto intorno in cui la sospensione, compie percorsi circolari influenza anche in modo rilevante il comportamento del veicolo.  Un altro elemento che assume importanza fondamentale sono gli snodi che collegano i bracci al telaio e al portamozzo che gestisce anche il sistema sterzante. Nelle vetture di un certo livello si dedica molto tempo e risorse allo studio di questi componenti che con la loro rigidezza influiscono nettamente sul mantenimento delle geometrie di progetto e la precisione e controllo di sterzo. Alcuni snodi sono dotati di asole di fissaggio al posto di fuori sul telaio per avere una regolazione anche della posizione dei due bracci e l&#8217;angolo che assumono fra loro in ogni momento che l&#8217;utente o i tecnico lo desideri</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/pullrod_redbull-1.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47487" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/pullrod_redbull-1.jpg" alt="pullrod_redbull-1" width="450" height="312" title="Le sospensioni parte III, ruote indipendenti schema quadrilatero articolato 1517" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/pullrod_redbull-1.jpg 450w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/pullrod_redbull-1-300x208.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a>In Formula 1 si usa da sempre il sistema a quadrilatero deformabile. Nella fine degli anni sessanta del secolo scorso un progettista eclettico inglese diventato uno dei geni più famosi della storia del motorismo <strong>Gordon Murray,</strong> prese gli ammortizzatori che si trovavano tra i due triangoli sovrapposti che formavano il quadrilatero e li posizionava all&#8217;interno della scocca della monoposto. Gli ammortizzatori venivano sollecitati attraverso un puntone che collegava la ruota all&#8217;ammortizzatore mediante un bilanciere. A seconda che il puntone faccia un azione di <strong>spinta</strong> o di <strong>tiraggio</strong> sull&#8217;ammortizzatore si dice che il sistema è di tipo <strong>PUSHROD o PULLROD, </strong>dall&#8217;inglese push spinta, e pull, tirare, assieme a rod,  barra.<strong> </strong>Questi due sistemi se hanno le stesse geometrie e gli stessi angoli del puntone di collegamento hanno come unica differenza sostanziale la diversa  sollecitazione del puntone. Se spinge deve essere sicuramente più spesso e di materiale più consistete che se tira l&#8217;ammortizzatore. Inoltre la differenza sta nella posizione del puntone. Nel caso in si spinge come nella maggioranza delle Formula 1, nel caso del Pull Rod il puntone parte dalla parte alta del portamozzo per collegarsi alla parte bassa del telaio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/pullrod_pushrod_comparison.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47488" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/pullrod_pushrod_comparison-e1419003542474.jpg" alt="pullrod_pushrod_comparison" width="500" height="195" title="Le sospensioni parte III, ruote indipendenti schema quadrilatero articolato 1518" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/pullrod_pushrod_comparison-e1419003542474.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/pullrod_pushrod_comparison-e1419003542474-300x117.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>Ci sono due soli esempi in Formula 1 che hanno usato il sistema Pull Rod di recente. La <strong>Redbull</strong> ad opera di <strong>Adrian Newey</strong> ha usato questa tipologia di sospensioni per la zona posteriore. Come si vede chiaramente nella figura sopra il puntone parte dall&#8217;alto del portamozzo per entrare nella scocca pressappoco vicino al pavimento. Il vantaggio è sia in termini di abbassamento del baricentro con una sospensione prevalentemente bassa, che di tipo aerodinamico consentendo di stringere la zona superiore della carrozzeria e del telaio per un miglior flusso aerodinamico dell&#8217;estrattore e dell&#8217;ala posteriore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/pullrod_ferrari_f2012.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47489" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/pullrod_ferrari_f2012.jpg" alt="pullrod_ferrari_f2012" width="408" height="290" title="Le sospensioni parte III, ruote indipendenti schema quadrilatero articolato 1519" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/pullrod_ferrari_f2012.jpg 408w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/pullrod_ferrari_f2012-300x213.jpg 300w" sizes="(max-width: 408px) 100vw, 408px" /></a>L&#8217;altra scuderia che ha usato il sistema Pull Rod è stata la <strong>Ferrari</strong> nella parte anteriore della monoposto. A dire il vero questo sistema all&#8217;anteriore era già stato provato dalla <strong>Minardi</strong> nella fine degli anni 80, ma in quegli anni i musi erano ancora bassi e tenere il baricentro basso con piccolo ingombro nella zona anteriore aveva senso, ma nel caso della <strong>Ferrari</strong> con il muso molto  alto per alimentare il fondo con un flusso aria adeguato ha costretto il puntone della sospensione ad assumere un angolo diverso da quello ottimale. Infatti che il puntone spinga o tiri l&#8217;ammortizzatore,  l&#8217;angolo che deve assumere è pressappoco sempre lo stesso, come si vede anche nel caso della Redbull al posteriore o nella foto che mette a confronto i due sistemi contemporaneamente.  La Ferrari invece ha dovuto adottare un angolo completamente aperto del puntone che diventa quasi orizzontale non permettendo di far lavorare la sospensione in modo corretto, ma soprattutto non permette alle regolazioni che si fanno sulla sospensioni di avere una risposta costante. La rigidezza del sistema inoltre ha il limite di lavorare solo in determinate condizioni di utilizzo. Quindi in fase si messa a punto il team deve scegliere di regolare la sospensione per le curve lente a scapito di quelle veloci o viceversa. Questo spiega perchè su certe piste la Ferrari aveva una sorta di ripresa e in certe altre come quelli con curve alla Tilke i problemi si aggravavano. In sostanza un vantaggio aerodinamico dato da un sistema compatto tra i tre elementi che lo costituiscono hanno creato una serie di problemi che hanno inficiato la competitività della monoposto. Un esempio lampante è stata la McLaren nel 2013 che adottava lo stesso schema poi subito abbandonato nel 2014.  Nella prossima trattazione prenderemo andremo a scoprire il sistema a ruote indipendenti che contraddistingue tutte le vetture di grande diffusione che si trovano in commercio, il sistema McPherson e il suo derivato il quadrilatero alto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Alla scoperta delle sospensioni (parte II) Schema tipico ed elementi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Dec 2014 09:01:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le sospensioni sono composte da una serie di elementi, come abbiamo visto nel Primo Articolo. Per semplicità diremo che il sistema è composto da molle, ammortizzatori, barra antirollio, tamponi fine corsa, tasselli e snodi, oltre che la parte in contatto diretto con l&#8217;asfalto, il pneumatico.  In questa fase spiegheremo  le funzioni che hanno i singoli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/pp_schemasospensioni.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-47370" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/pp_schemasospensioni.jpg" alt="pp_schemasospensioni" width="500" height="290" title="Alla scoperta delle sospensioni (parte II) Schema tipico ed elementi 1525" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/pp_schemasospensioni.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/pp_schemasospensioni-300x174.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le sospensioni</strong> sono composte da una serie di elementi, come abbiamo visto nel <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.giornalemotori.com/2014/12/09/guida-pratica-alla-comprensione-delle-sospensioni-auto-parte/" target="_blank"><span style="color: #000080;"><strong>Primo Articolo</strong></span></a></span>. Per semplicità diremo che il sistema è composto da <strong>molle, ammortizzatori, barra antirollio, tamponi fine corsa, tasselli e snodi,</strong> oltre che la parte in contatto diretto con l&#8217;asfalto, il <strong>pneumatico</strong>.  In questa fase spiegheremo  le funzioni che hanno i singoli componenti del sistema sospensione. Descriveremo come ogni componente con le proprie caratteristiche  concorre ad ottenere una prestazione definita, in base alla geometria che viene stabilita in fase di progetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/566632.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47371" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/566632.jpg" alt="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" width="500" height="399" title="Alla scoperta delle sospensioni (parte II) Schema tipico ed elementi 1526" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/566632.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/566632-300x239.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a> Partendo dalle <strong>molle</strong>, queste possono essere di vario tipo. Si parte dalle primordiali ma non meno efficaci balestre, a quelle spirale, oppure ad aria, e per finire alle barre antirollio che in certi casi diventano unico elemento elastico della sospensione. La funzione delle molle,  di qualsiasi tipo esse siano,  è quella di sostenere il peso della vettura e di mantenerla ad un altezza prefissata da terra sia che questa sia sottoposta a carico che sia in posizione statica. Per carico si intende non solo il peso degli elementi come carrozzeria, allestimenti,  passeggeri e bagagli, ma anche il peso che grava sulla ruota quando la vettura è impegnata in curva. Infatti per effetto della forza centrifuga che spinge verso l&#8217;esterno il veicolo, assume un certo angolo di <strong>rollio</strong> intorno all&#8217;asse longitudinale che fa gravare sulla sospensione esterna un peso maggiore. Oltre che di forma e tipologia diversa le molle possono variare per dimensione. Possono essere cilindriche, coniche, con taratura fissa o progressive,  cioè che hanno la capacità di assorbire e controllare un peso variabile a seconda di quanto vengono sollecitate. L&#8217;elemento che  caratterizza le molle è la<strong> flessibilità&#8217;</strong>. Questa viene determinata dallo spessore della fascia della balestra o dal diametro del filo, dall&#8217;avvolgimento, e dal numero di spire che le compone se di tipo cilindrico. L<strong>a flessibilità&#8217; </strong>è la caratteristica che determina la variazione di assetto o di altezza da terra della vettura in base al carico. Vi sono impieghi soprattutto per veicoli sportivi o da alte prestazioni,  in  cui è necessario adottare molle a <b>flessibilità variabile </b> ottenuta modificando opportunamente il passo delle spire sulla lunghezza della molla. Per passo si intende la misura che intercorre tra una spira e quella successiva. Viene da se che la posizione della molla ed il suo carico influenzano anche la resistenza al<strong> rollio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/balestre-old-man-emu-84.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47372" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/balestre-old-man-emu-84.jpg" alt="balestre-old-man-emu-84" width="387" height="363" title="Alla scoperta delle sospensioni (parte II) Schema tipico ed elementi 1527" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/balestre-old-man-emu-84.jpg 387w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/balestre-old-man-emu-84-300x281.jpg 300w" sizes="(max-width: 387px) 100vw, 387px" /></a>Le molle lavorano in simbiosi con gli ammortizzatori. Un ammortizzatore tradizionale presenta caratteristiche strutturali non portanti e forme costruttive relativamente semplici.  L&#8217;ammortizzatore è l&#8217; elemento smorzante atto a contrastare la molla e svolge due funzioni distinte da essa.  Frena i movimenti della ruota opponendosi agli spostamenti eccessivi delle <strong>masse non sospese</strong> per tenere sotto  controllo la tenuta di strada e frena i movimenti della scocca, opponendosi agli eccessivi movimenti delle <strong>masse sospese</strong>, controllando il comfort di marcia. Queste due esigenze molto spesso sono in contrasto fra loro e soltanto con particolari regolazioni sulla frenatura degli spostamenti si può ottenere un buon compromesso. Per ottenere una buona <strong>tenuta di strada, </strong>si deve sempre garantire il contatto della ruota con il terreno, e per fare ciò lo smorzamento delle oscillazioni deve essere elevato, se invece si predilige il  <strong>comfort </strong>si deve ridurre la rumorosità e le vibrazioni dovute al fondo stradale oltre che le oscillazioni che subisce la scocca, in questo caso si procede con un tipo di frenatura minore. La fase più delicata è quando si deve regolare un ammortizzatore  quando viene sottoposto a compressione, per non sollecitare eccessivamente gli organi della sospensione quando si superano rapidamente gli ostacoli, come buche secche, o gradini le frenature non devono essere eccessive. Ci sono asperità del fondo stradale che fanno prendere una velocità tale alla ruota che può diventare molto elevata provocando addirittura la rottura dell&#8217;ammortizzatore. Quindi una vettura stradale  adotta sempre una soluzione di compromesso, che tiene conto delle condizioni, fruttando anche l&#8217;azione svolta dai tasselli elastici che collegano ammortizzatore e scocca, utilizzando tarature che tengono conto delle diverse frequenze di oscillazioni a cui viene sottoposta la sospensione. Abbiamo detto che l&#8217;ammortizzatore può essere posto o in asse all&#8217;interno della molla o anche separato. Nel secondo caso  viene contrastata la variazione di lunghezza della molla e vengono assorbite le asperità del terreno quando il pneumatico non è in grado di farlo in modo più efficacie per il confort. Sulle vetture moderne si impiegano solamente ammortizzatori idraulici, il cui funzionamento è basato sulla resistenza che il fluido di lavoro,  per la maggior parte olio,  incontra nell&#8217;attraversare fori e condotti calibrati mediante valvole opportunamente tarate.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/schema_ammortizzatore_mono_tubo-e1418459563271.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47373" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/schema_ammortizzatore_mono_tubo-e1418459563271.jpg" alt="schema_ammortizzatore_mono_tubo" width="500" height="500" title="Alla scoperta delle sospensioni (parte II) Schema tipico ed elementi 1528" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/schema_ammortizzatore_mono_tubo-e1418459563271.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/schema_ammortizzatore_mono_tubo-e1418459563271-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/schema_ammortizzatore_mono_tubo-e1418459563271-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>In sostanza <strong>l&#8217;ammortizzatore</strong> è costituito da un corpo cilindrico formato da due tubi coassiali,cioè uno dentro l&#8217;altro.  Quello interno ha la funzione di cilindro di lavoro che è sempre pieno d&#8217;olio mentre quello esterno è un vero e proprio serbatoio in cui finisce l&#8217;olio di riserva quando l&#8217;ammortizzatore viene sollecitato. Un terzo tubo, esterno agli altri due, ha la funzione protettiva nei confronti dello stelo. Il tubo è chiuso superiormente da una boccola e guarnizione a tenuta d&#8217;olio. Attraverso quest&#8217;ultima scorre lo stelo,  collegato superiormente al telaio e inferiormente allo stantuffo, sul quale sono disposte le valvole di distensione e di compensazione. Nella parte inferiore ci sono delle valvole di compressione e di aspirazione, che permettono lo scambio di olio con il serbatoio di riserva, mentre il corpo cilindrico nel suo insieme è chiuso da un tappo sul quale e posto l&#8217;attacco alla ruota.  Ci sono anche tipologie di sospensioni che vedremo nel dettaglio in seguito dove l&#8217;ammortizzatore funge anche come elemento sterzante, e diventa parte integrante fondamentale del sistema assumendo la funzione di montante. Per queste ragioni la sua costruzione è particolarmente robusta e la sua configurazione più complessa di quella dell’ammortizzatore tradizionale. L&#8217;ammortizzatore oggi più in uso è del tipo a doppio effetto. Ciò vuoi dire che l&#8217;azione smorzante nei confronti della molla si svolge sia quando questa si allunga che quando si contrae. A questi moti fanno riscontro due fasi di funzionamento, la <strong>distensione</strong><strong> </strong>altrimenti detto <b>rimbalzo</b> e la <b>compressione</b> Oggi gli ammortizzatori possono essere controllati nel movimento da sistemi elettronici che ne cambiano la taratura ad ogni metro di percorso che il veicolo compie.</p>
<p style="text-align: justify;"> <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/347zgno.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47374" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/347zgno.jpg" alt="347zgno" width="415" height="587" title="Alla scoperta delle sospensioni (parte II) Schema tipico ed elementi 1529" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/347zgno.jpg 415w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/347zgno-300x424.jpg 300w" sizes="(max-width: 415px) 100vw, 415px" /></a> Nella sospensione insieme all&#8217;ammortizzatore è abbinato un tassello in gomma con smorzamento elastico che ha la funzione di filtrare tutte le vibrazioni che potrebbero essere trasmesse dall&#8217;ammortizzatore alla scocca.  Essendo un elemento elastico non deve compromettere l&#8217;assetto della vettura in tutte le condizioni di lavoro, infatti la sua deformabilità potrebbe anche pregiudicare le geometrie e gli angoli caratteristici della sospensione,  quindi è molto importante nella fase di progettazione definire l&#8217;insieme dello smorzamento idraulico e delle caratteristiche elastiche del tassello in modo da ottimizzare il comfort vettura e da non compromettere la tenuta di strada. Le sollecitazioni di piccola entità sono trasmesse al tassello elastico e le relative vibrazioni sono <strong>assorbite</strong> dal tassello stesso, mentre per spostamenti più elevati interviene l&#8217;ammortizzatore ed il tassello assume la funzione di <strong>filtro</strong> aggiuntivo. In alcuni casi nelle vetture da competizione i tasselli sono di tipo rigido, e i bracci delle sospensioni vengono ancorati al telaio mediante snodi rigidi. Questi penalizzano il confort in quando non assorbono nulla, ma garantiscono un perfetto rispetto delle geometrie che si prefigge il progettista con ottima resta prestazionale. Per addolcire gli urti di fine corsa sugli ammortizzatori vengono impiegati tamponi <strong>limitatori </strong>che grazie ad opportuni specifiche definite in fase di progetto, possono attutire l&#8217;impatto permettendo un irrigidimento progressivo della sospensione. Nelle situazioni più gravose vengono impiegati speciali materiali elastici anziché gomma naturale. Le barre <strong>antirollio</strong> consistono in un collegamento elastico, da qui la loro similitudine con le molle,  tra due sospensioni che si trovano sullo stesso asse, anteriore o posteriore. In sostanza una barra  produce un movimento contrapposto delle sospensioni mediante una torsione della stessa  L&#8217;effetto della barra è quello di offrire una adeguata resistenza al <strong>rollio</strong><strong> </strong>che si genera normalmente in curva sulla sospensione anteriore anche se ci sono casi dove funziona benissimo anche su quella posteriore permettendo anche opportune correzioni a fenomeni di sovra o sottosterzo in curva. In questo caso si chiama <strong>barra di torsione</strong>. Le barre sono montate su appositi supporti elastici in modo che durante la loro rotazione non si generino rumorosità per l&#8217;eccessivo attrito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Guida pratica alla comprensione delle sospensioni auto (parte I)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Dec 2014 07:09:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da quando l&#8217;uomo ha cominciato a viaggiare su mezzi di trasporto che non fossero i suoi piedi, ha sempre avuto a che fare con la superficie stradali e delle loro asperità, che si trattasse di una carrozza o di un automobile dei giorni nostri. Per evitare queste sconnessioni creino problemi al veicolo,  le ruote non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/640px-Double_wishbone_suspension-e1418062834505.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-47244" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/640px-Double_wishbone_suspension-e1418062834505.jpg" alt="640px-Double_wishbone_suspension" width="500" height="447" title="Guida pratica alla comprensione delle sospensioni auto (parte I) 1534" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/640px-Double_wishbone_suspension-e1418062834505.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/640px-Double_wishbone_suspension-e1418062834505-300x268.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Da quando l&#8217;uomo ha cominciato a viaggiare su mezzi di trasporto che non fossero i suoi piedi, ha sempre avuto a che fare con la superficie stradali e delle loro asperità, che si trattasse di una carrozza o di un automobile dei giorni nostri. Per evitare queste sconnessioni creino problemi al veicolo,  le ruote non devono mai perdere il contatto con il terreno, questo per assicurare anche un adeguato confort per gli occupanti  ed una tenuta di strada che ne garantisce le condizioni di sicurezza in ogni situazione.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/800px-Ford_model_t_suspension.triddle-e1418062424648.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47241" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/800px-Ford_model_t_suspension.triddle-e1418062424648.jpg" alt="800px-Ford_model_t_suspension.triddle" width="500" height="375" title="Guida pratica alla comprensione delle sospensioni auto (parte I) 1535" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/800px-Ford_model_t_suspension.triddle-e1418062424648.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/800px-Ford_model_t_suspension.triddle-e1418062424648-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/800px-Ford_model_t_suspension.triddle-e1418062424648-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>I Pneumatici sono i primi elementi a contatto con la superficie stradale. Grazie alla loro elasticità garantiscono l&#8217;assorbimento delle asperità di piccolo livello, ma per assorbire tutte le sconnessioni anche quelle più grandi le automobili necessitano di un <strong><em>Sistema di Sospensioni elastiche</em></strong>, ovvero un collegamento <strong><em>non rigido</em></strong> tra la cella abitativa detta cassa e le ruote. La cedevolezza delle sospensioni e la loro elasticità permette di garantire il contatto di tutte le ruote sul manto stradale anche quando sono interessate da condizioni di superficie stradale diversa, come per esempio il caso in cui un&#8217;automobile si trova con una ruota su un marciapiede, con le altre tre che non perdono comunque il contatto con il terreno. La presenza delle sospensioni  ha influenza sul telaio,  producendo un effetto diretto sulla dinamica complessiva del veicolo. Infatti le sospensioni consentono un certo movimento più o meno controllato della scocca ma anche una certa variazione dell&#8217;assetto, ed una variazione degli angoli con cui le ruote hanno contatto con il terreno. Vien da se che la geometria delle sospensioni e la loro taratura influenza la risposta degli pneumatici tutte le condizioni di marcia</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/download.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47242" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/download.jpg" alt="download" width="286" height="176" title="Guida pratica alla comprensione delle sospensioni auto (parte I) 1536"></a>Per comprendere al meglio come funzionano le sospensioni  bisogna spiegare il concetto di <strong><em>Massa sospesa e Massa non sospesa</em></strong>. Indicando con <strong><em>cassa</em></strong> di un veicolo tutto ciò che <strong><em>si trova al di sopra delle sospensioni, </em></strong>in particolare la carrozzeria,  cella abitativa, il motore, passeggeri, l&#8217;insieme di questi elementi viene detta <strong><em>Massa sospesa del veicolo</em></strong>. Di solito si è portati a pensare che la cassa sia un elemento rigido, ma invece il telaio composto da travi di acciaio, allumino o Kevlar, ha sempre una certa flessibilità. Più è controllata questa flessibilità meglio si possono controllare le reazioni che avvengono in un veicolo in curva. Nelle vetture da competizione derivate dalla serie, il rollbar o gabbia di protezione, serve anche a bloccare le flessioni eccessive del telaio in curva.  Gli elementi come ruote,  comprese di cerchio, pneumatico, e la massa completa di freni, portamozzo, ponte rigido, ma anche organi di trasmissioni come i semiassi, e tutto ciò che <em><strong>non</strong></em> fa parte della massa sospesa, prende il nome di  <strong><em>Masse non sospese del veicolo. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/dinamica_veicolo_rollio_beccheggio_imbardata.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47243" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/12/dinamica_veicolo_rollio_beccheggio_imbardata.jpg" alt="dinamica_veicolo_rollio_beccheggio_imbardata" width="317" height="250" title="Guida pratica alla comprensione delle sospensioni auto (parte I) 1537" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/dinamica_veicolo_rollio_beccheggio_imbardata.jpg 317w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/12/dinamica_veicolo_rollio_beccheggio_imbardata-300x237.jpg 300w" sizes="(max-width: 317px) 100vw, 317px" /></a>L&#8217;ultimo concetto da comprendere sono  i tre movimenti che un veicolo può fare quando viaggia in strada. Il primo movimento detto <strong><em>Imbardata</em></strong> indica la rotazione del veicolo intorno al suo asse verticale. Questa rotazione provoca quello che si chiama sovrasterzo e genera,  nelle peggiori delle ipotesi un testacoda, cioè la rotazione del veicolo su se stesso. Poi c&#8217;è il <strong><em>beccheggio </em></strong>che indica un movimento intorno all&#8217;asse orizzontale del veicolo. Questo movimento avviene in fase di accelerazione quando si abbassa la coda, e in frenata con l&#8217;abbassamento del muso.  Ultimo è il <strong><em>rollio, </em></strong>che indica il movimento intorno all&#8217;asse longitudinale del veicolo. Si tratta delle oscillazioni che si verificano quando si affrontano le curve. Viene da se che la sospensioni hanno il compito di controllare mediante le proprie geometrie e tarature l&#8217;interazione tra questi tre movimenti, per il confort e la tenuta di strada del veicolo. In sostanza il compito delle sospensioni è quello di tenere sotto controllo il trasferimento di carico da un punto ad un altro del veicolo.  Una sospensione quindi deve collegare la ruota e la sua massa di componenti alla cassa mediante una serie di bracci detti <strong><em>cinematismi, </em></strong> elementi elastici, come  <strong><em>molle</em></strong>, ed elementi smorzanti detti <strong><em>ammortizzatori</em></strong><strong><em>.</em></strong>  Considerando che molle e ammortizzatori sono componenti comuni e tutte le tipologie di sospensioni, quello che cambia e che tratteremo approfonditamente nei prossimi capitoli sono le tipologie di cinematismi delle sospensioni. Le due grandi categorie in cui di dividono le sospensioni sono a<strong><em> ruote indipendenti o a ruote interconnesse/ assale rigido</em></strong>. Nei prossimi capitoli andremo ad esaminare le due tipologie e ogni sua variante.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>MotoGP, Valencia &#8211; ultimo Debriefing 2014</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2014 23:02:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ultimo debriefing, sulla pista di Valencia. I valori in campo hanno rispecchiato quasi totalmente quanto avevamo anticipato nel briefing con la sola eccezione di Marquez. Eccezione solo apparente in realtà, e poi vedremo il perché. Cominciamo dalle gomme, praticamente obbligate per tutti. La pioggia in gara ha parzialmente spostato il risultato verso i mezzi con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2014/11/23/motogp-valencia-ultimo-debriefing-2014/">MotoGP, Valencia &#8211; ultimo Debriefing 2014</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ultimo debriefing, sulla pista di Valencia. I valori in campo hanno rispecchiato quasi totalmente quanto avevamo anticipato nel briefing con la sola eccezione di Marquez. Eccezione solo apparente in realtà, e poi vedremo il perché. Cominciamo dalle gomme, praticamente obbligate per tutti.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/gomme-Valencia.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-46874" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/gomme-Valencia.jpg" alt="gomme Valencia" width="717" height="262" title="MotoGP, Valencia - ultimo Debriefing 2014 1545" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/gomme-Valencia.jpg 717w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/gomme-Valencia-300x110.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/gomme-Valencia-696x254.jpg 696w" sizes="(max-width: 717px) 100vw, 717px" /></a></p>
<p>La pioggia in gara ha parzialmente spostato il risultato verso i mezzi con maggiore motricità, e questo è facilmente intuibile: durante i giri sotto l’acqua le Yamaha perdevano il confronto salvo recuperare quando la pista si asciugava, e questo ci dice che nell’ipotesi di una gara interamente asciutta – dati i distacchi finali – oggi parleremmo dell’ultima vittoria di Rossi. Ma c’è dell’altro: la maggiore agilità delle moto alte, insieme al maggior carico dinamico di trasferimento, è stato determinante anche nelle condizioni di asfalto umido. Analizziamo con ordine.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/motogp-valencia-race-day_6228394.jpg"><img decoding="async" class="alignnone  wp-image-46882" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/motogp-valencia-race-day_6228394.jpg" alt="motogp-valencia-race-day_6228394" width="620" height="412" title="MotoGP, Valencia - ultimo Debriefing 2014 1546" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/motogp-valencia-race-day_6228394.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/motogp-valencia-race-day_6228394-768x511.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/motogp-valencia-race-day_6228394-300x200.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/motogp-valencia-race-day_6228394-696x463.jpg 696w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></a></p>
<p>In partenza va via Iannone: moto con elevata motricità e assetto alto, sufficientemente agile nelle inversioni e superiore a tutti in accelerazione pura. Il limite di quell’assetto su Ducati, lo dicevamo nel briefing, era una precoce usura delle gomme. Fortissimo nei primi giri, la pioggia non fa che esaltare le migliori caratteristiche della moto. Se la gara proseguisse con qualche goccia l’unico ostacolo sarebbe stata la condizione fisica del pilota, reduce da una recente operazione: invece la pioggia smette di cadere, e le gomme degradano come previsto. Degradano tanto che Iannone fa un dritto e, pur riprendendo la pioggia, decide di rientrare e cambiare moto. E’ appena il caso di notare che alla Ducati qualche goccia non fa paura, anzi: tra tutte le moto in gara è quella che meglio si comporta anche con le slick su asfalto umido, e in altre occasioni Iannone non sarebbe certo rientrato. Tutti si sono chiesti il perché, ed ecco la risposta: aveva già le gomme a pezzi. Tutto come previsto.</p>
<p>Dovizioso e Crutchlow non commettono questo errore, sanno che la gara è lunga: le loro gomme sono meno stressate e reggono bene, e per loro il fondo umido diventa un vantaggio. Naturalmente scontano l’assetto più basso con una minore maneggevolezza: la Pramac è indubbiamente più veloce in assoluto sul giro secco ma gli ufficiali puntano alla regolarità sulla distanza. Obiettivo centrato.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/Dovizioso-Crutchlow-Race-Valencia-2014.jpg"><img decoding="async" class="alignnone  wp-image-46881" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/Dovizioso-Crutchlow-Race-Valencia-2014.jpg" alt="Dovizioso-Crutchlow-Race-Valencia-2014" width="620" height="413" title="MotoGP, Valencia - ultimo Debriefing 2014 1547" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/Dovizioso-Crutchlow-Race-Valencia-2014.jpg 666w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/Dovizioso-Crutchlow-Race-Valencia-2014-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></a></p>
<p>Lorenzo sbaglia tutto: l’assetto basso non premia l’agilità nè la motricità. Resta una frenata più profonda sull’asciutto, ma oggi neppure il meteo lo aiuta e deve rientrare a cambiare moto prima di perdere l’anteriore in ingresso o la posteriore in uscita.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/mqdefault-e1416627584643.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-46877 alignleft" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/mqdefault-e1416627584643.jpg" alt="mqdefault" width="320" height="180" title="MotoGP, Valencia - ultimo Debriefing 2014 1548" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/mqdefault-e1416627584643.jpg 320w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/mqdefault-e1416627584643-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 320px) 100vw, 320px" /></a></p>
<p>Bravi i fratelli Espargaro, stare davanti a Bradl con una Tech3 non troppo alta o con una Forward è un’impresa degna di nota soprattutto su pista incerta. Pedrosa incomprensibile: ancora una volta setting perfetto ma risultato poco convincente.</p>
<p>Rossi superlativo, in tutto. Scelta molto aggressiva, moto altissima e grande padronanza nel controllo delle frenate “a bandiera” e del sottosterzo in uscita dalle curve più lente: stavolta non teme di aprire il gas, e la ruota posteriore risponde bene con un grande trasferimento perfino sul bagnato, dove paga pegno alle moto più arretrate ma con uno svantaggio tutto sommato contenuto. L’agilità nelle inversioni è eccellente, la guida diventa giustamente aggressiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/Valentino-Rossi-MotoGP-Valencia-Race-w6mmvZHIrCdl.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-46883 alignleft" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/Valentino-Rossi-MotoGP-Valencia-Race-w6mmvZHIrCdl.jpg" alt="Valentino+Rossi+MotoGP+Valencia+Race+w6mmvZHIrCdl" width="321" height="213" title="MotoGP, Valencia - ultimo Debriefing 2014 1549" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/Valentino-Rossi-MotoGP-Valencia-Race-w6mmvZHIrCdl.jpg 594w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/Valentino-Rossi-MotoGP-Valencia-Race-w6mmvZHIrCdl-300x199.jpg 300w" sizes="(max-width: 321px) 100vw, 321px" /></a></p>
<p>Un capolavoro cui Galbusera non è certo estraneo. Si arrende a soli due giri dalla fine (saggiamente, aggiungo da tecnico ma non da appassionato) soltanto davanti alla pioggia, colpevole di una decina di secondi di troppo sul traguardo, e a un Marquez improvvisamente rinsavito.</p>
<p>Mi spiego meglio: il giovane campione del mondo tiene la moto sconsideratamente bassa per tutti i turni di prova e di qualifica, rimediando qualche legnata in curva 4 a causa delle difficoltà di inversione e di una richiesta eccessiva sull’anteriore in fase di fine piega. Poi, non si sa né come né perché, viene folgorato sulla via di Damasco ed entra in gara con la moto più alta (o per meglio dire, meno bassa) senza neppure averla provata. Già dalle prime staccate si vede la sua moto a bandiera, e in accelerazione l’anteriore galleggia per lunghi tratti. Tempo pochi giri e in redazione si cercano le conferme; “cerca bene, guarda se trovi un fotogramma”, “ma certo che son sicuro, vedi come sbandiera?”, “guarda la 3, lo vedi che adesso non finisce tutto largo?”,“qui quella moto è più alta, non ci son xxxxx!”. E’ Aseb che alla fine trova le prove (e le immagini sotto): la Honda era tutta bassa nelle prove e nelle qualifiche, ma in gara era più alta di una tacca almeno. Più probabilmente di due.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/Marc-basso.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-46875" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/Marc-basso.jpg" alt="Marc basso" width="560" height="288" title="MotoGP, Valencia - ultimo Debriefing 2014 1550" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/Marc-basso.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/Marc-basso-300x154.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/Marc-alto.jpg"><img decoding="async" class="alignnone  wp-image-46876" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/Marc-alto.jpg" alt="Marc alto" width="557" height="312" title="MotoGP, Valencia - ultimo Debriefing 2014 1551" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/Marc-alto.jpg 744w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/Marc-alto-300x168.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/Marc-alto-696x390.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/Marc-alto-741x417.jpg 741w" sizes="(max-width: 557px) 100vw, 557px" /></a></p>
<p>Gli ingressi in curva sono finalmente puliti, senza traversi inutili, e anche in uscita la moto drifta meno ma spinge di più. Buon per lui, sul bagnato con la moto tutta bassa avrebbe perso ulteriormente trazione e sull’asciutto sarebbe stata meno agile. Proprio come in prova, con relativo rischio legnata. Invece col cambio del setting all’ultimo minuto riesce a stare davanti. Ma deve ringraziare gli spruzzi di pioggia.</p>
<p>Poi sulle ragioni per le quali quella moto è stata sollevata “al buio”, bè, dobbiamo ipotizzare che la squadra di Marquez abbia saputo ragionare nell’ultima mezz’ora come non aveva fatto per i primi due giorni. Succede, eh? Bravi comunque ad aver provveduto in tempo.</p>
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		<title>La Lotus ha mostrato come potrebbero essere i musi 2015 delle F1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Nov 2014 10:02:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo più volte detto come nel 2015 ci sarà la modifica regolamentare più importante che riguarderà il muso delle monoposto di formula 1. In linea teorica dovrebbero essere simili  con quanto visto sia dalla Mercedes che dalla Ferrari. Il muso infatti dovrebbe abbassarsi ed evitare l&#8217;utilizzo delle probosciti anteriori che hanno aggirato la norma che [&#8230;]</p>
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<p style="text-align: justify">Abbiamo più volte detto come nel 2015 ci sarà la modifica regolamentare più importante che riguarderà il muso delle monoposto di formula 1. In linea teorica dovrebbero essere simili  con quanto visto sia dalla Mercedes che dalla Ferrari. Il muso infatti dovrebbe abbassarsi ed evitare l&#8217;utilizzo delle probosciti anteriori che hanno aggirato la norma che voleva che fossero meno pericolosi, ma soprattutto che limitava fortemente il lavoro dell&#8217;aerodinamica nella parte davanti della monoposto.</p>
<p style="text-align: justify">Ci sono varie ipotesi su come saranno i musi del 2015. Una scuderia che si è avvantaggiata sul lavoro portando in pista una soluzione che dovrebbe rispettare alla lettera le nuove norme è la Lotus. La sostituzione è avvenuta nelle prove libere del Gp degli Usa. Come si vede chiaramente dalle foto la Lotus ha adottato una soluzione ibrida che si trova esattamente a metà strada tra quella Mercedes e quella Ferrari. Purtroppo i tecnici Inglesi non hanno tenuto a lungo questo muso in pista per poter avere dei riscontri certi sull&#8217;efficacia della soluzione adottata. In effetti come abbiamo più volte precisato il muso della monoposto è una parte integrante e fondamentale del sistema aerodinamico.</p>
<p style="text-align: justify">Cambiare muso così drasticamente senza anche intervenire su fondo e diffusore non ha senso. Paradossalmente la monoposto non troverebbe giovamento, si potrebbe anche peggiorare la situazione rispetto alle doppie zanne asimmetriche che la Lotus usa adesso. In ogni caso si possono vedere spunti interessanti come i supporti del muso pronunciati in avanti per fingere da guida all&#8217;aria sotto il muso e lo stesso con un evidente curva nella parte sottostante che dovrebbe limitare il più possibile l&#8217;interferenza indirizzando l&#8217;aria verso il fondo vettura. Una cosa è certa, se questa è la via la Ferrari potrebbe non aver toccato il muso di quest&#8217;anno proprio in funzione della nuova regola del 2015, in più , come hanno sottolineato alcuni team come la Force India non si tratta di una modifica di poco conto. Questo tipo di muso comporta la riprogettazione in toto di tutta la monoposto con buona pace del controllo delle spese e del budget.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>MotoGP , Valencia il briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Nov 2014 07:24:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Valencia, ultima gara del mondiale. Iniziamo il briefing con una considerazione: l’asfalto non è scivoloso come ce l’hanno presentato alcuni piloti. E non inganni la fascia colorata sulle gomme: lo steso colore indica mescole diverse su ogni tracciato, basti pensare che lo scorso anno la mescola che i piloti hanno usato per la gara era [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Valencia, ultima gara del mondiale. Iniziamo il briefing con una considerazione: l’asfalto non è scivoloso come ce l’hanno presentato alcuni piloti. E non inganni la fascia colorata sulle gomme: lo steso colore indica mescole diverse su ogni tracciato, basti pensare che lo scorso anno la mescola che i piloti hanno usato per la gara era denominata hard, e oggi è chiamata media. Se i piloti cercano grip non è per via dell’aderenza o dell’asfalto quanto perché il tracciato è tortuoso ma con curve lente e poco raccordabili. Conta la ripartenza più che la percorrenza, quindi – tanto per capirci – la Forward è fuori gioco; la gomma verde non arriva in fondo e quella bianca, dato il basso carico verticale della moto, non offre il grip sufficiente per catapultarsi fuori dalle curve lente. Niente percorrenza uguale pista Honda, verrebbe da pensare, ma le cose non son così semplici: non si fanno grandi percorrenze, è vero, ma in diversi punti diventa fondamentale l’agilità. Proprio quell’agilità che difetta ai mezzi con maggiore motricità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/valencia1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-46407" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/valencia1.jpg" alt="valencia1" width="510" height="340" title="MotoGP , Valencia il briefing 1562" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/valencia1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/valencia1-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>L’esempio migliore è la curva 3: sembra facile, invece è fondamentale uscirne bene per arrivare alla 4 sul lato sinistro della pista. E siccome alla 3 si arriva in piena accelerazione dalla curva 2, piuttosto lenta, è facile tentare un’unica accelerazione che porterebbe la moto a tagliare velocissimi sulla 3 ma uscendo tutti a destra, e a quel punto serve molta agilità per cambiare lato della pista e iniziare la frenata per la 4. Insomma, tra la 3 e la 4 c’è da fare un’inversione di piega molto tecnica che Honda e Ducati fanno con qualche difficoltà. Ah, dimenticavo: se si sbaglia, è assai probabile che per entrare nella 4 si debba forzare la frenata sul lato destro della pista e si corre il rischio di cadere…</p>
<p>Veniamo alle moto. La Yamaha è agile, e pare aver trovato una discreta motricità in queste ultime gare. Non tanto da driftare platealmente in curva 13, però nel complesso rappresenta un ottimo compromesso. Soprattutto nella configurazione di Rossi, tutta alta, con trasferimenti tanto elevati da potersi permettere il giro record su media sia anteriore che posteriore.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-46403" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/vale-2.jpg" alt="Valencia il briefing vale-2" width="560" height="308" title="MotoGP , Valencia il briefing 1563" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/vale-2.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/vale-2-300x165.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></p>
<p>Lorenzo e le altre M1, evidentemente meno esasperate, son costrette alla morbida anteriore (segno di trasferimenti inferiori) e perderanno sia in agilità che in motricità. Perché lo fanno allora? Perché la moto alta diventa instabile nelle frenate a ruota sollevata e brusca nelle eventuali perdite di aderenza.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-46400" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/lorenzo-1.jpg" alt="Valencia il briefing lorenzo-1" width="560" height="308" title="MotoGP , Valencia il briefing 1564" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/lorenzo-1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/lorenzo-1-300x165.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-46402" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/pol-2.jpg" alt="Valencia il briefing pol-2" width="560" height="308" title="MotoGP , Valencia il briefing 1565" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/pol-2.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/pol-2-300x165.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></p>
<p>E la mancanza di stabilità in frenata la vediamo bene sulla moto di Pedrosa: pure lui assetto altissimo, il massimo possibile, e pure lui ha girato su medie sia davanti che dietro. Ma l’abbiamo anche visto con la moto scomposta, a bandiera nelle frenate impegnative.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-46398" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/dani-2.jpg" alt="Valencia il briefing dani-2" width="560" height="308" title="MotoGP , Valencia il briefing 1566" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/dani-2.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/dani-2-300x165.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></p>
<p>Ci vuole manico ed esperienza per scegliere un assetto così esasperato, occorre essere sicuri di riuscire a tenerla anche in quelle condizioni: in compenso la moto diventa più agile nelle inversioni e più efficace nelle accelerazioni. Non è un caso che Pedrosa sollevasse l’avantreno per 300 metri dopo l’ultima curva (pochi centimetri, sennò sarebbe dannoso) mentre il suo compagno di squadra dopo 100 metri aveva la ruota nuovamente sull’asfalto: la moto di Marquez, più bassa &#8211; e con anteriore morbida, guardaumpo’ &#8211; in accelerazione ha un carico inferiore sulla ruota motrice.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-46401" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/marc-1.jpg" alt="Valencia il briefing marc-1" width="560" height="308" title="MotoGP , Valencia il briefing 1567" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/marc-1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/marc-1-300x165.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></p>
<p>Sicuramente drifterà più facilmente sulla 13, sarà anche spettacolare. Ma avrà qualche problema di agilità e a fine gara soffrirà la gomma consumata e non compensata dal maggiore carico dinamico.</p>
<p>In casa Ducati è Iannone ad avere la moto più alta. Non so quanto potrà resistere in gara, appena rientrato dall’operazione e con un assetto che gli impone molto movimento sulla sella, ma non è un caso che le tre moto in prima fila sono proprio quelle più alte. (sulla Ducati ci sono dei tappi che mascherano le canne della forcella ) evidentemente non vogliono far capire molto a chi guarda con attenzione.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-46397" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/canne.jpg" alt="Valencia il briefing canne" width="560" height="308" title="MotoGP , Valencia il briefing 1568" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/canne.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/canne-300x165.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></p>
<p>Certo, sulla Ducati resta un grosso problema: il regolamento le impedisce di utilizzare gomme medie, come sarebbe giusto fare qui a Valencia. Sarà costretta invece a partire su gomma bianca, e l’assetto alto combinato con la sua proverbiale motricità potrebbe far cedere la soft nel finale. Anzi, è molto probabile. E se Iannone magari pensa che la gomma resisterà meglio del suo fisico convalescente, al contrario un pilota esperto come Dovizioso tiene la sua moto più bassa anche a costo di una minore maneggevolezza. Il motivo è proprio quello: deve portare una gomma inadatta fino al traguardo, e per farlo deve limitare i trasferimenti dinamici.</p>
<p>Alla fine, il regolamento delle gomme Open non è un vantaggio per tutti:  per Ducati, anzi, è stato spesso una grave limitazione.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-46396" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/11/alexi-1.jpg" alt="Valencia il briefing alexi-1" width="560" height="308" title="MotoGP , Valencia il briefing 1569" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/alexi-1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/11/alexi-1-300x165.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></p>
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		<title>MotoGP,  Debriefing di Sepang</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2014 13:57:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Iniziamo il debriefing di Sepang facendo ammenda di un dettaglio marginale sui tempi e sulla classifica generale ma comunque innegabile: nel briefing avevo scelto con cura l’immagine di Rossi per l’apertura dell’articolo, poi non ha vinto. Ha quasi-vinto però. E a mia parziale scusante bisogna dire che non pensavo che Rossi cambiasse gomma anteriore per [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Iniziamo il debriefing di Sepang facendo ammenda di un dettaglio marginale sui tempi e sulla classifica generale ma comunque innegabile: nel briefing avevo scelto con cura l’immagine di Rossi per l’apertura dell’articolo, poi non ha vinto. Ha quasi-vinto però. E a mia parziale scusante bisogna dire che non pensavo che Rossi cambiasse gomma anteriore per la gara. Vediamo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://i.ibb.co/MD0dHj7V/gomme-sepang.jpg" alt="gomme sepang" title="MotoGP, Debriefing di Sepang 1570"><figcaption>MotoGP, Debriefing di Sepang 1571</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Pista con bassa aderenza, continuavano a dirci un po’ tutti i cronisti. Strano concetto di bassa aderenza, il loro, quando poi vediamo le Ducati in corsa con una hard sull’avantreno. Trascurando i problemi tecnici contingenti, tipo l’alimentazione carburante sulla moto di Dovizioso o l’elettronica in panne sulla moto di Crutchlow, le prestazioni delle Ducati di seconda fascia – Hernandez e Barbera – dimostrano che la Malesia è stata un’occasione sprecata. Hard anteriore, dicevamo, che ci rivela una moto più alta del solito alla ricerca di quell’agilità necessaria per raccordare le coppie di curve del tracciato. Le frenate più impegnative avvengono a moto dritta e anche la mescola dura può scaldare a sufficienza per garantire un inserimento sicuro. In definitiva non è stato commesso alcun errore sostanziale e il buon potenziale è stato mortificato da avarie più gravi sul piano del risultato che su quello concettuale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Rossi ha fatto esattamente la gara che aveva in testa, aggressiva e perfetta tranne quell&#8217;unico dettaglio: probabilmente ingannato dalla temperatura inizialmente inferiore a quella delle ultime prove, ha scelto la gomma media e si è ritrovato a fare i conti con un degrado superiore al previsto negli ultimi giri.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> Peccato, qui a Sepang era in assoluto il migliore sia in termini di guida che di setting; e parecchie volte l’ho visto preparare un sorpasso alla curva 4, una delle più impegnative, puntualmente neutralizzato da un Marquez attento nel chiudere la porta. Ora, per un pilota normale un sorpasso alla curva 4 è quasi una follia, la curva non è abbastanza lenta e non chiude abbastanza, e per tentare un sorpasso di forza in quelle condizioni ci vuole tanto pelo: ma Rossi è esattamente il pilota che inventa un sorpasso dove altri non immaginerebbero, approfittando al meglio di una difesa più disinvolta degli avversari. La sorpresa è sempre stata una sua carta vincente, onore a lui per averci provato fino a rischiare il tamponamento. E una nota di merito anche a Marquez, evidentemente ha capito quanto Rossi sa essere pericoloso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lorenzo cambia idea pure lui e sceglie la gomma giusta per la gara ma non per il proprio stile rotondo. La moto più bassa rispetto al setting di Rossi non è altrettanto agile ed è costretta a traiettorie un po’ troppo rigide, e nel corpo a corpo questo è uno svantaggio. L’idea di Lorenzo probabilmente era fuggire alla partenza e correre da solo anche su una pista che certamente gli aggrada poco. Son certo che saprà rifarsi a Valencia, anche se strappare il secondo posto in campionato a Rossi la vedo dura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In casa Honda succede un po’ di tutto: Pedrosa si smarrisce su un tracciato a lui favorevole e ancora non è chiaro il motivo, Bradl gli ruba il ruolo e guida pulito e senza fronzoli, Marquez abbassa la moto e decide che col titolo ormai acquisito vuole divertirsi anche a scapito della prestazione pura. Alla fine vince lo stesso ma deve ringraziare i problemi della gomma di Rossi. Voglio credere che alla Honda &#8211; ormai campione del mondo &#8211; abbiano concesso a Marquez di guidare in questo modo “garibaldino”, ma temere il ritorno della Yamaha in uscita di curva dimostra che non basta la spensieratezza dei vent’anni per credere di poter vincere comunque. Non si offenda nessuno, ma la differenza di guida e di professionalità con Stoner diventa evidente: sicuramente l’aussie non si divertiva, ma prendeva tutto molto seriamente e non si sarebbe perdonato alcun errore anche a campionato già vinto. Sarà per questo che Nakamoto ha voluto ad ogni costo averlo come tester anche per il 2015.</p>
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		<item>
		<title>MotoGP, Sepang &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Oct 2014 22:53:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Briefing a Sepang, pista particolare per mille motivi che possiamo analizzare nello schema riportato sotto. La piantina riporta le traiettorie e le velocità nei diversi punti del tracciato relative alle F1, e ci dice due cose: la prima è che ci corrono appunto le F1 e la seconda che esistono molti punti da 300 orarie [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Briefing a Sepang, pista particolare per mille motivi che possiamo analizzare nello schema riportato sotto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La piantina riporta le traiettorie e le velocità nei diversi punti del tracciato relative alle F1, e ci dice due cose: la prima è che ci corrono appunto le F1 e la seconda che esistono molti punti da 300 orarie molti punti da soli 100 orari. Significa frenate e accelerazioni importanti, con un asfalto che inevitabilmente risente dell’uso di mezzi performanti quali la massima serie automobilistica. E la cosa ha pesanti riflessi sulle motociclette, costrette all’accelerazione ma soprattutto alla frenata proprio dove l’asfalto risulta arricciato e ondulato. Inutile specificare che le forti variazioni di carico verticale in queste fasi si conciliano assai poco con un profilo irregolare e determinano una certa facilità di rimbalzo della gomma e l’eventualità che questa oscillazione si ripercuota su sospensioni e telai. Occorre smorzare alla radice il fenomeno: di conseguenza è impossibile usare pressioni di lavoro elevate sulle carcasse, chiamate a smorzare con l’isteresi interna dei fianchi ogni tentativo di innesco. Questo ci porterà inevitabilmente a temperature elevate e alla scelta di mescole opportunamente resistenti, a costo di rinunciare al grip di una gomma più morbida. Alla fine della fiera abbiamo un fondo che in sé non sarebbe malaccio quanto ad aderenza ma ci obbliga ad una mescola più dura della corrispondente pista liscia. E da fuori pare che il grip sia insufficiente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In una analisi più approfondita notiamo che le curve 1 e 2 si impostano dopo una frenata lunga e impegnativa, perfetta per scaldare la gomma, e sono particolarmente lente e da raccordare in agilità. Questa caratteristica la troviamo successivamente anche nelle curve 9, 14 e 15 e, in certa misura, anche nella 4, con un fondo proporzionalmente ondulato in funzione della frenata necessaria. La perfetta neutralità di sterzo sul lento è la chiave di volta per rendere naturale la percorrenza di questi punti e non perdere tempo a litigare col manubrio. Una gomma anteriore settata su queste esigenze è indispensabile per ottenere il tempo su tutto il giro e per consentire al pilota di trasformare gli ingressi in altrettante occasioni di sorpasso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le due coppie di curve 10-11 e 12-13 sono invece da raccordare in velocità, e in quest’ultima diventa importante anche la facilità della moto di invertire la piega. L’altezza della moto, ne abbiamo parlato altrove, è la migliore garanzia per rollare più facilmente il proprio mezzo, col solito limite per le moto con maggiore motricità per le quali in uscita si manifesterebbe un naturale sottosterzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto questo si riflette nella scelta dei settaggi: all’opposto dalla pista australiana dove il rischio era il ribaltamento, qui le squadre cercano il grip necessario alle frenate e alle successive accelerazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Yamaha ripartono dal nuovo setting di base messo a punto ad Aragon: moto alte ma non troppo cedevoli sul posteriore – rispetto alla prima parte della stagione, sia chiaro – in modo da ottenere elevati trasferimenti di carico e buona trazione alla prima riapertura in piega grazie alla reazione della sospensione posteriore. Gomme medie avanti e dietro per tutti ad eccezione di Rossi che preferisce un assetto da battaglia: moto ancora più alta e gomma dura sull’anteriore, forse appena più bassa di pressione ma sicuramente più stabile nei duelli in frenata. Il suo crono non è indicativo, sono ragionevolmente certo che sarà in lotta coi migliori e potrà avvantaggiarsi nella seconda parte della gara.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Identico settaggio anche per la Forward di Espargaro, la più carica in assoluto sull’avantreno: gomma hard, grande percorrenza e agilità ma attenzione all’uscita delle curve, in particolare la 2, la 9 e la 14.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Honda con tempi eccellenti, più regolare Pedrosa con la moto un po’ più alta e una guida più pulita mentre Marquez sceglie un assetto più basso, con trasferimenti inferiori e una frenata spesso lunga che lui sfrutta per intraversare l’ingresso e inserire in derapata. Giro record pazzesco, anche se in tutta sincerità non so se è la soluzione migliore. La differenza tra un Bautista e un Bradl testimonia che scivolare non sempre è così redditizio, ma se Marquez ha deciso per quell’assetto significa che ha motricità sufficiente per avanzare anche in pieno spinning.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi sicuramente ha la motricità elevata invece ha grossi problemi: la moto bassa, con avantreno leggero e ridotti trasferimenti, risulta troppo lunga nelle frenate più impegnative e troppo pesante nei cambi di direzione, ma alzarla ha come contropartita l’insorgenza di un sottosterzo che allarga le traiettorie in uscita penalizzando la chicane 12-13 e l’uscita delle curve lente, Sinceramente in tutto questo non so come incastrare la dichiarazione di Dovizioso, secondo il quale il ridotto grip della pista calda del pomeriggio costituisce un problema, e posso solo pensare che si riferisse alla moto bassa e alla frenata lunga.</p>
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		<title>MotoGP, Phillip Island &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2014 11:15:32 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cominciamo il briefing di Phillip Island dicendo da subito che la pista non è più quella di una volta. E’ bastato rifare l’asfalto nel 2013 per cambiarne radicalmente le caratteristiche: ma lo scorso anno a tenere banco furono i problemi delle Bridgestone, peraltro causati proprio dalla variazione dell’asfalto, e soltanto oggi appaiono in tutta la [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Cominciamo il briefing di Phillip Island dicendo da subito che la pista non è più quella di una volta. E’ bastato rifare l’asfalto nel 2013 per cambiarne radicalmente le caratteristiche: ma lo scorso anno a tenere banco furono i problemi delle Bridgestone, peraltro causati proprio dalla variazione dell’asfalto, e soltanto oggi appaiono in tutta la loro evidenza le diversità di questo tracciato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I due lunghi curvoni (la 2 e la 12) che aprono su rettilinei molto veloci permettevano alle moto con maggiore motricità di anticipare il gas e driftare in modo da uscire velocissimi e avvantaggiarsi nella velocità del rettilineo seguente. In particolare la curva 2 immetteva su un rettilineo interrotto dalla curva 3 (la mitica Curva Stoner, e non per caso) che con un adeguato drifting a 250 orari si percorreva in pieno. Ma oggi è cambiato tutto: il fondo con grip elevatissimo – tanto che ha imposto carcasse specifiche più rigide per evitare il disastro 2013 – consente maggiori percorrenze, rendendo meno determinante la successiva accelerazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non basta: anche le moto con retrotreni più leggeri ottengono un’ottima motricità, e il limite non è più l’improvvisa perdita del retrotreno quanto il ribaltamento in accelerazione. La carcassa più rigida ci aggiunge il suo, consentendo mescole più morbide rispetto al disastroso 2013, in cui anche le hard avevano troppa motricità nei confronti di una carcassa troppo deformabile. Il risultato finale è che la M1 rientra prepotentemente in gioco su un circuito dove ormai prevale la percorrenza. Fare in pieno la curva 3 oggi non produce una derapata continua ma un sottosterzo in uscita, e laddove anticamente esisteva un vantaggio Honda-Ducati oggi prevale il centraggio Yamaha-Forward. Esaminiamo in dettaglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Yamaha, grazie all’asfalto e alla mescola permessa dalla carcassa, la motricità è così elevata che perfino le M1 tornano a una sospensione posteriore più cedevole per garantire una deriva posteriore più progressiva: e quella che avanza, è ampiamente sufficiente per non sfigurare contro le avversarie. L’analisi dei tempi ottenuti sull’intero arco delle prove mostra un passo migliore rispetto alla Honda di Marquez e alla Ducati di Crutchlow, e questo fa pensare che i tempi assoluti dei primi due siano frutto più di un giro alla morte che di un mezzo adatto alla pista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Honda e Ducati accomunate dall’esigenza di tenere la moto bassa per evitare l’insufficiente deriva posteriore: con questo asfalto e con la loro maggiore motricità, non son sufficienti 250 miseri cavallucci per derapare di quarta marcia sulla curva 3. Impossibile correggere il sottosterzo col gas, restano due strade: abbassare la moto per tentare di minimizzarlo, ma perdendo ulteriormente percorrenza su una pista dove si sta dritti solo sul traguardo, oppure alzare l’assetto per guadagnare percorrenza un po’ ovunque – tranne che sul traguardo &#8211; ma con l’elettronica chiusa in particolare sull’antiwheeling per evitare alleggerimenti in uscita, a costo di rinunciare all’accelerazione anticipata e di pelare il gas con attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Marquez, Hernandez e Dovizioso scelgono la prima strada, Pedrosa e Crutchlow la seconda: ma sia per l’una che per l’altra esistono grossi rischi, e stanotte in Honda e in Ducati non dormiranno tranquilli. Ricordate cosa dicevamo lo scorso anno? La M1 è a fine carriera per via della scarsa motricità, a meno che non si trovi qualche mescola miracolosa. Qui a Phillip Island ci ha pensato l’asfalto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sarebbe poi da chiarire, visto che in prova si è presentata l’occasione, quelle cadute di tanti piloti in curva 4 e in curva 10: cadute che non si sono verificate in piega ma parecchi metri prima, proprio nel momento dell’inversione di piega della moto, a moto dritta. Siccome però la trattazione è complessa e richiede disegni e freccette colorate che non c’è il tempo di realizzare prima della gara, ne discuteremo un’altra volta.</p>
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		<title>MotoGP, Motegi &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Oct 2014 07:43:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Debriefing in ritardo, ma pur sempre debriefing. Motegi, la vittoria a una strepitosa M1. Cominciamo proprio dalla Yamaha e dalla dichiarazione di Lorenzo “mai avuta una M1 così”. Piccola bugia, l’ha già avuta ma non ha avuto modo di accorgersene. O meglio, non sapeva ancora se avrebbe funzionato fino in fondo a causa del flag [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Debriefing in ritardo, ma pur sempre debriefing</strong>. Motegi, la vittoria a una strepitosa M1. Cominciamo proprio dalla Yamaha e dalla dichiarazione di Lorenzo “mai avuta una M1 così”. Piccola bugia, l’ha già avuta ma non ha avuto modo di accorgersene. O meglio, non sapeva ancora se avrebbe funzionato fino in fondo a causa del flag to flag di Aragon. Ed è stata la gara spagnola il vero momento importante della M1: qualifiche tristissime, infine un colpo di genio nel warm-up le consente di trovare quel supplemento di trazione meccanica che le ha consentito di uscire dalle proprie curve con la necessaria potenza. Poi la gara bagnata ha finito per spostare altrove i fattori determinanti in corsa, ma sul piano tecnico c’era stato un rilevante miglioramento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui in Giappone si replica, e il risultato torna a dare ragione a quel setting che da oggi costituirà la nuova regolazione di base della M1. Abbiamo spiegato in due parole dopo la gara spagnole ripetiamo qui: la modifica principale ha riguardato la sospensione posteriore, e precisamente l’abbassamento della moto in piega sotto l’azione di un’accelerazione&nbsp; vicina ai 2g. Moltissimi tecnici son convinti che la sospensione morbida garantisca maggiore motricità, e questo è vero solo in determinate circostanze. Il fatto che queste determinate circostanze siano la condizione più diffusa, quella con cui ci troviamo ad avere a che fare nella maggioranza dei casi, non rende la regola vera in assoluto e in ogni condizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E qui vediamo bene:</strong> Una moto con retrotreno più leggero della concorrenza avrà generalmente una sospensione posteriore più cedevole per via delle masse posteriori inferiori, ma questo comportamento la conduce ad una compressione della sospensione proporzionalmente maggiore in fase di accelerazione. Insomma, la moto abbassa molto la coda sotto trazione. Ma la coda bassa determina un incremento del tiro catena che tende a chiudere ulteriormente la sospensione, e alla fine ci si ritrova con un perno ruota più alto del pivot o quasi; la combinazione di un elevato tiro catena con un forcellone, passatemi l’espressione, “troppo orizzontale” determina una progressiva perdita di trazione dinamica indotta. Utilissima per innescare derapate, ma poco funzionale se la nostra priorità è incrementare il grip in accelerazione. Dunque, cosa è successo alla M1? E’ successo che in piega la moto resta con la coda un po’ più alta, e il forcellone “meno orizzontale” contrasta il tiro catena e limita una ulteriore chiusura della sospensione sotto gas. La ruota, cioè, non tende a “salire” – riducendo la sua pressione sull’asfalto e quindi il grip – ma tende a “scendere”, sollevando le masse posteriori e ricavandone per reazione una ulteriore spinta istantanea verso il basso sulle masse non sospese. Cioè sul contatto della ruota.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Naturalmente questo effetto dinamico delle forze di trazione</strong>, o meglio della scomposizione sul pivot delle forze di trazione della catena e della forza di trazione vera e propria agente orizzontalmente sul contatto, non arriva a determinare una motricità pari a quella di Honda e Ducati, ma le esigenze di accelerazione di una M1 che in percorrenza viaggia più veloce delle concorrenti sono inferiori: in diverse parole, la Yamaha accelera un po’ meglio di prima, non ancora come la Honda, <strong>ma accelera da una velocità iniziale maggiore</strong> (la sua percorrenza) e la sua motricità, pur ancora inferiore, è oggi comunque sufficiente a pareggiare il conto nel successivo rettilineo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E’ così che Lorenzo va a vincere in solitaria</strong>, badando bene di scattare in testa e di non ritrovarsi qualche “tappo” in curva, cosa che riporterebbe la sua percorrenza a “velocità di tappo” e in quel caso la sua motricità non le sarebbe più sufficiente a pareggiare il conto. La gomma perfetta come pressione di esercizio consente al maiorchino di trovare un buon grip fin dal primo giro e lui ne approfitta per portarsi in prima posizione. Rossi si ritrova invece a battagliare con Marquez, e il risultato parla chiaro: <strong>la sua gomma accusa lo strapazzo e cede nel finale di gara.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche Marquez alla fine si ritrova con la gomma alla frutta: pur con la pressione maggiore in funzione della maggiore motricità della sua Honda, alla fine paga la battaglia con Rossi e i suoi traversi in ingresso. Pedrosa a fine gara risulta il più veloce in pista, con una gomma ancora valida e una condotta pulita, senza forzature. <strong>La sua Honda era perfetta</strong>, la sua posizione sul traguardo lascia perplessi ma questo esula dal discorso tecnico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Ducati tiene il passo di Pedrosa, e solo verso la fine Dovizioso decide di mantenere la posizione senza inutili rischi. I suoi giri finali sono un filo più lenti per questa ragione, non per limiti della gomma. Volendo essere pignoli, un limite di setting del quale probabilmente non si è accorto gli ha impedito una prestazione globale superiore. Mi spiego: il comportamento in accelerazione della Ducati in gara su gomma soft era piuttosto diverso da quello delle qualifiche, lasciando il sospetto che per la gara in Ducati abbiano semplicemente cambiato gomma senza adeguare il settaggio alla nuova mescola. <strong>Logica vorrebbe che a fronte di una mescola più dura si aumentasse il trasferimento di carico</strong> – ritoccando l’altezza della moto – per compensare con un superiore carico verticale il minore grip della mescola. Non farlo significa rinunciare ad una quota di accelerazione, con la posteriore che &#8211; a carichi verticali invariati &#8211; <strong>non può trasmettere al suolo la medesima potenza</strong>. A valanga, la minore potenza trasmessa riduce ulteriormente l’accelerazione e quindi il trasferimento di carico, e la moto cala drasticamente di motricità. Su una pista come quella giapponese significa rinunciare al maggior vantaggio Ducati in accelerazione. Da cosa rilevo tutto questo, è presto detto: la D16 in prova e in qualifica mostrava in accelerazione un leggero (perfetto) galleggiamento dell’avantreno, ma in gara non riusciva a scaricare la stessa potenza e ad ottenere lo stesso comportamento. <strong>Occorreva sollevarla e compensare la mescola.</strong></p>



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		<title>MotoGP, Motegi &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Oct 2014 14:01:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Eccoci al briefing di Motegi: pista liscia e poco abrasiva con rettilinei importanti e curvette secche da ripartenza. La pista è di proprietà della Honda, e si capisce subito, eppure è proprio la Honda a sembrare in difficoltà. Le cose in realtà non stanno così, e non inganni la scivolata: personalmente son convinto che Pedrosa [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Eccoci al briefing di Motegi: pista liscia e poco abrasiva con rettilinei importanti e curvette secche da ripartenza. La pista è di proprietà della Honda, e si capisce subito, eppure è proprio la Honda a sembrare in difficoltà. Le cose in realtà non stanno così, e non inganni la scivolata: personalmente son convinto che Pedrosa darà filo da torcere a tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le curve più impegnative vengono da rettilinei veloci, la frenata si svolge a moto dritta fino all’ingresso: niente curvoni in successione dove prolungare la frenata fin dentro la curva per molti metri, la Yamaha sembra perdere uno dei suoi vantaggi. Un settaggio alto con la ruota posteriore avanzata le consente di rimediare ai minori carichi statici con alti trasferimenti ed elevata agilità: occorrerà avere la traiettoria sempre libera, un rallentamento in piena curva avrebbe ripercussioni disastrose sulla successiva accelerazione. Il corpo a corpo non è impresa semplice quando non puoi scegliere la traiettoria, in compenso la gomma posteriore soft arriverà in fondo in ottime condizioni e la parte finale della gara sarà il momento giusto per la fuga. Non escludo però un primo giro eccellente, con la gomma un filo più bassa di pressione rispetto a tutti gli altri e con l’opportunità di scaldarla già dopo cento metri balzando in testa, resistendo con le unghie e con i denti fino a metà gara per poi tentare lo strappo finale col vantaggio della minore usura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi invece deve darsi una calmata è Marquez: a Motegi è fondamentale non perdere tempo e gomma con inutili spazzolate, non serve a niente staccare un metro più in là se poi le curve non consentono un lungo drift di trazione. Più esplicito: quando la curvetta è dieci metri in tutto, non puoi entrare di traverso in frenata, in stile Moto2, e ritrovarti una moto ancora scomposta a metà curva, dove tutti gli altri – entrati con la moto pulita – stanno già usando il gas per riaccelerare e non per controllare la scivolata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è la prima volta che lo scriviamo: il giovanotto sta esagerando in fase di ingresso a scapito dell’uscita, e se davanti hai un bel rettilineo l’unico risultato sarà una minore velocità di punta e un’usura precoce della gomma soft. Il suo compagno di squadra, senza andare lontani, sfrutta la sua Honda in modo assai più intelligente: frena un metro prima, entra pulito, raddrizza di scatto e accelera minimizzando le perdite di trazione già da metà curva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esattamente come oggi giustamente fanno i ducatisti, forti di una frenata a moto verticale così potente che staccano sui riferimenti di Marquez ma arrivano in curva molto più puliti, mai lunghi o in scivolata. C’entra qualcosa anche un “difetto” Ducati: la D16 non è sicuramente la più agile ma si scompone difficilmente “per colpa” del suo inferiore accentramento delle masse, e nel T4 – con una frenata da 300 a 80, curva a gomito e alla fine una curvetta secca finale – la differenza con le concorrenti è imbarazzante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tanta motricità, tanta accelerazione ma anche tanta deformazione della gomma soft: qualche decimo in più sulla pressione posteriore sarà necessario, occhio alla gomma più fredda nei primi giri. Inutile dire che Dovizioso è un maestro nell’amministrare le gomme e quindi è il ducatista favorito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le Open, Hayden e Redding sono i piloti più “spigolosi” e faranno bene, la Forward invece ha poche possibilità: la sua distribuzione dei pesi la obbliga a scegliere tra una extrasoft che non arriva a metà gara (sempre che ne abbia ancora qualcuna disponibile, le ha usate per le qualifiche) e una gomma bianca con la quale sarà difficile battagliare in uscita di curva contro le RCV1000.</p>
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		<title>MotoGP, Aragon &#8211; Debriefing</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Oct 2014 18:22:46 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gara che non ha molto da dire sul piano tecnico, gli episodi e il meteo hanno fortemente condizionato i risultati. Ma in questo debriefing possiamo ugualmente fare qualche interessante considerazione. Partiamo dalla strategia e per una volta rileviamo un errore di Suppo, da segnare sul calendario perché non capiterà mai più: la regola principale nelle [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Gara che non ha molto da dire sul piano tecnico, gli episodi e il meteo hanno fortemente condizionato i risultati. Ma in questo debriefing possiamo ugualmente fare qualche interessante considerazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://i.ibb.co/ZpgryLcx/Gomme-Aragon-e1412187196643.jpg" alt="Gomme Aragon e1412187196643" title="MotoGP, Aragon - Debriefing 1572"><figcaption>MotoGP, Aragon - Debriefing 1573</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Partiamo dalla strategia e per una volta rileviamo un errore di Suppo, da segnare sul calendario perché non capiterà mai più: la regola principale nelle gare è che se tu sei il più forte vincerai a parità di condizioni, sempre e comunque. L’unico errore da non fare è lasciare che il tuo avversario sparigli le condizioni: a costo di fare una scelta in assoluto meno efficace occorre sempre seguire le sue decisioni. Se sbaglierete, sarete in due ad aver sbagliato: ma visto che a parità di condizioni tu resti il più forte, vincerai. In caso diverso, il tuo avversario potrebbe aver fatto la scelta sbagliata – e tu vinci comunque – oppure potrebbe aver fatto una scelta migliore: e il questo caso non vincerai. Ad Aragon la Honda ha lasciato che Lorenzo sparigliasse la scelta, non ha seguito la regola d’oro che impone al più forte di marcare a uomo l’avversario anche nelle scelte, e si è verificato proprio l’ultimo caso: Lorenzo ha vinto. In F1 una leggerezza simile non la si vede da anni, qualcosa vorrà dire. Invece…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Invece è successo un paradosso incredibile: Forward e Yamaha hanno meno grip già sull’asciutto, hanno il centraggio più avanzato e soffrono il fondo bagnato. Di conseguenza non possono che cambiare moto ai box. Honda e Ducati grazie alla migliore motricità invece vanno ancora decentemente, e i piloti hanno preferito prendere un rischio piuttosto che seguire Lorenzo ed Espargaro, senza riflettere che anche con le rain le moto con centraggio arretrato sarebbero comunque risultate più efficaci a pari gommatura. Tra le Ducati arriva il solo Crutchlow per il semplice fatto che lui si trova così male sulla D16 che non riesce a sfruttarne le doti sotto l’acqua: di conseguenza rientra ai box e alla fine si salva. Siamo arrivati al paradosso che chi si trovava peggio ha vinto, e chi si trovava meglio ha sbagliato per eccesso di confidenza – in fondo non andavano malaccio sul bagnato – e per un grossolano errore strategico. Colpa del box: certe cose occorre che una mente lucida le imponga ai piloti, punto e basta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Yamaha invece merita una considerazione tecnica particolare: dopo aver navigato lontano dai tempi migliori per tutte le prove, nel warm-up finalmente trova la quadra del setting. Cosa è successo? E’ successo che la moto perdeva clamorosamente terreno nel T4 per via di una insufficiente trazione in uscita dalla curva 15 e in uscita dalla curva 17 e durante la notte hanno pensato di lavorare sul tiro catena e sul trasferimento con una sospensione posteriore un po’ più sostenuta – di molla o di link, questo non lo sapremo mai – rendendo la moto da asciutto più “rigida” in accelerazione: la piccola perdita nel T1 e nel T2 dovuta a una minore fluidità della ciclistica sul guidato è stata ampiamente compensata dal vantaggio della maggiore potenza scaricabile a terra. Il retrotreno ne ha guadagnato in precisione, con una maggiore criticità nel caso la posteriore perdesse aderenza (cosa che per fortuna non è avvenuta).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La morbida anteriore per Lorenzo mi dice che lui non ha ancora la stessa confidenza di Rossi con la guida di corpo che le moto sembrano richiedere anno dopo anno. E al di là della scivolata di Rossi, tecnicamente è andata bene e occorre complimentarsi con tutta la squadra: qui ad Aragon conta l’accelerazione già sull’asciutto, figuriamoci sul bagnato. E la Yamaha non era certo la favorita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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		<title>Aragón &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Sep 2014 01:07:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Comiciamo il briefing dicendo che ad Aragon si accelera, e questo si capisce: le curve che aprono sembrano disegnate per chi voglia scaricare i cavalli in uscita. Abbiamo parlato diverse volte di piste il cui tracciato rotondo da raccordare favoriva le Yamaha ma il fondo scivoloso finiva per impedire loro di accelerare: qui avviene il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Comiciamo il briefing dicendo che ad Aragon si accelera, e questo si capisce: le curve che aprono sembrano disegnate per chi voglia scaricare i cavalli in uscita. Abbiamo parlato diverse volte di piste il cui tracciato rotondo da raccordare favoriva le Yamaha ma il fondo scivoloso finiva per impedire loro di accelerare: qui avviene il contrario, con tante curve a bassa velocità che aprono progressivamente – l’ideale per chi vuole driftare e ha abbastanza trazione – ma con un asfalto con buona aderenza. Le sessioni di prova hanno confermato il trend dello scorso anno, con l’accelerazione che sembra diventare sempre più determinante rispetto alla percorrenza: Tra le moto con centraggio avanzato si salva solo un ottimo Espargaro con la Tech3, unica Yamaha a scendere sotto l’1.48: tutte le altre M1 si sono dovute arrendere davanti alla motricità delle 4V concorrenti, e non è un caso che oggi anche Crutchlow abbia ottenuto un buon piazzamento oppure che Barbera, risalito su una Ducati dopo quasi un anno, in poco tempo e nonostante la sfortuna riesca ad entrare nella Q2.</p>
<p>Più in dettaglio: Marquez capisce che la spazzolata in ingresso scompone la moto e rende impossibile aprire il gas in anticipo. Fa il giro record, ma francamente un tantino troppo impiccato per poter pensare di arrivare in fondo alla gara con quella guida. Bautista invece frena di traverso e guarda gli altri che se ne vanno mentre lui sta ancora tentando di ritrovare l’assetto corretto, Bradl non fa questo errore ma nemmeno sfrutta al meglio la sua Honda. Pedrosa perfetto, frena forte e dritto, poi curva e rialza la moto in fretta per non perdere nulla in accelerazione: più pulito del suo compagno di squadra, può sicuramente tenere un passo velocissimo per l’intera gara.</p>
<p>Yamaha con grossi problemi di trazione: solo sull’ultima curva prendono troppi decimi, il drift continua ad essere pericoloso e tutte le M1 se ne tengono prudentemente alla larga. Non abbiamo visto il giro record di Espargaro, ma date le premesse ho motivo di credere che il tempo sia venuto da traiettorie alla ricerca della minore piega possibile in uscita, in modo da riaprire senza il rischio di perdere il posteriore.</p>
<p>Sulle Ducati c’è poco da dire: lo scorso anno pensavano che Aragon non fosse una pista favorevole, ma noi scrivevamo che una pista da accelerazione – dove Honda si trovava benone – non poteva essere così disastrosa e che occorreva interpretarla. Quest’anno è cambiato l’approccio, e con gomma media i tempi migliori son venuti da un Dovizioso che driftava in modo evidente. Non voglio neppure prestare attenzione ai tempi della griglia conseguiti con la gomma bianca per diverse ragioni: la prima è che in gara non sarà utilizzabile, quindi quei tempi non corrispondono al passo gara. La seconda è che ritengo un errore utilizzare la gomma bianca sulla Ducati, e l’analisi della caduta di Dovizioso ci offre un’eccellente opportunità per capire questo aspetto.</p>
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<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-44452" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/04dovizioso_caduta.jpg" alt="04dovizioso_caduta" width="610" height="343" title="Aragón - Briefing 1577" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/04dovizioso_caduta.jpg 610w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/04dovizioso_caduta-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 610px) 100vw, 610px" /></p>
<p>Nelle sessioni di prova Dovizioso ha staccato eccellenti tempi su gomma media, anche se il suo miglior giro era sulla soft. L’impressione è che la gomma morbida alla fine, quando occorre un giro secco, venga utilizzata per guadagnare quel mezzo secondo utile a portarsi in prima fila. Lasciando perdere il discorso sulla durata, esaminiamo il giro secco: Dovizioso sta girando con la media, la moto drifta ma resta equilibrata e ampiamente governabile. Poi nel tentativo di fare il giro secco rientra e monta la morbida. A questo punto ha due possibilità: lasciare lo stesso identico assetto, ma la maggiore motricità gli alleggerisce l’anteriore in uscita e la moto perde l’avantreno appena riapre il gas (cosa che negli scorsi anni costituiva “il” difetto della D16). Oppure, per non alleggerire troppo l’anteriore, abbassa la moto: ma in questo caso a soffrirne sarà la percorrenza (poco male, qui ad Aragon non c’è il Correntaio) e l’inserimento. Caso vuole che la settimana scorsa abbiamo parlato proprio di questo: una moto abbassata evita il sottosterzo in uscita ma rischia il sottosterzo di ingresso. Indovinate come è caduto Dovizioso?</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-44449" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/dovi-1.jpg" alt="Briefing caduta di Dovizioso" width="560" height="336" title="Aragón - Briefing 1578" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/dovi-1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/dovi-1-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></p>
<p>Fine piega in ingresso. La sua dichiarazione è stata più o meno “Strano, evidentemente devo aver sbagliato io, devo aver esagerato…ma non mi pareva, ho fatto tutto come prima”. Esatto, ha fatto tutto esattamente come prima, l’errore è proprio quello. La gomma bianca obbliga ad una moto bassa, pena il sottosterzo in uscita se il fondo è asciutto con buon grip, ma questo limita l’ingresso. Non si può frenare fin dentro la curva, né si può inserire con la medesima rapidità. In passato Rossi su Ducati ha tentato di alzare la moto per frenare e inserire “come piace a me” ma poi si ritrovava steso in uscita, e la colpa non era né del telaio né del motore brusco: era una semplice conseguenza del settaggio scelto. Così come oggi la caduta in ingresso è stata colpa di un settaggio troppo basso. Insomma, con la morbida il pilota può scegliere se abbassare e perdere l’anteriore in ingresso oppure tenerla alta e perdere l’anteriore in uscita. Oppure può fare la cosa giusta e NON usare la gomma morbida, la quale sembra aggiungere qualcosa ma in realtà rovina l’equilibrio della moto. Badate bene, questo non è un problema intrinseco della Ducati: se a montare la morbida fosse la Honda, avrebbe esattamente gli stessi problemi: sottosterzo in ingresso o sottosterzo in uscita. Certo, con la media la moto sembra meno pulita, drifta più facilmente: ma se la stabilità di direzione è alta (e la D16 ha la maggiore stabilità di direzione tra tutte le MotoGP proprio “per colpa” del suo minore accentramento longitudinale) , qual è il problema? Lasciamola driftare in accelerazione, proprio come farebbero Marquez o Stoner. I limiti della gomma morbida, inutile girarci ancora intorno, sono questi. Con la media invece la moto sembra meno pulita: ma i limiti assoluti di una guida alla Stoner sono assai più alti, e Dovizioso nelle prove con la gomma intermedia non era troppo distante. Poi, sbagliando, al momento decisivo si è scelta la soft per il giro secco nella convinzione di prendersi il sicuro.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-44450" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/dovi-2.jpg" alt="Briefing caduta di Dovizioso" width="560" height="336" title="Aragón - Briefing 1579" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/dovi-2.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/dovi-2-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></p>
<p>E pensare che Marquez, durante le prove, ha perfino provato la hard…</p>
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		<title>Evoluzione MotoGP: Ducati D16 2014 e 2015 a confronto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Sep 2014 07:27:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Seconda parte sull’evoluzione delle MotoGP dedicata a Ducati e Honda, due mezzi molto più simili di quanto si pensi almeno per quanto riguarda la dinamica generale. Partiamo dalla moto italiana e dalla sua filosofia progettuale che, in breve, si basava sul fatto che in curva, piaccia o non piaccia, il limite di velocità è dato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/dovi-sepang-4.png"><img decoding="async" class=" wp-image-44142 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/dovi-sepang-4.png" alt="evoluzione d14" width="560" height="375" title="Evoluzione MotoGP: Ducati D16 2014 e 2015 a confronto 1587" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/dovi-sepang-4.png 795w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/dovi-sepang-4-768x514.png 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/dovi-sepang-4-300x201.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/dovi-sepang-4-696x466.png 696w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Seconda parte sull’evoluzione delle MotoGP dedicata a Ducati e Honda, due mezzi molto più simili di quanto si pensi almeno per quanto riguarda la dinamica generale. Partiamo dalla moto italiana e dalla sua filosofia progettuale che, in breve, si basava sul fatto che in curva, piaccia o non piaccia, il limite di velocità è dato dal grip della mescola che vale per tutti in eguale misura: dunque in curva le velocità saranno sempre livellate da questo limite, e la differenza tra le varie moto sarà data dalla diversa capacità di accelerare. Questo significa che, ipotizzando una sostanziale parità di motore tra tutti i concorrenti, a fare premio sarà la trazione fino al limite del ribaltamento. Come insegnano i dragster, ma anche la più recente Nissan Deltawing, occorre un elevato carico statico sulla ruota motrice unito ad un ridotto trasferimento dei carichi in accelerazione: centraggio basso e arretrato, dunque. Un progetto tanto particolare aveva bisogno di gomme specifiche – non necessariamente migliori ma semplicemente dedicate – e l’avvento del monogomma ha scombinato le carte imponendo carcasse e profili adatti alla maggior parte delle moto tranne che alla D16. Abbiamo illustrato in passato come il particolare telaio in carbonio, pur risolvendo un antico problema di eccessiva torsione del vecchio traliccio, non fosse sufficiente a controbilanciare l’inadeguatezza della nuova gommatura. Trascurando il come, sta di fatto che alla fine ci si ritrovò con una moto meno evoluta, con un telaio in alluminio meno performante del monoscocca in composito, e con tutti i problemi di un centraggio poco adatto alle gomme imposte. Da quel momento si è ripartiti con più metodo e con maggiore convinzione nelle proprie risorse umane, a partire dal team di progettisti. Qui ci fermiamo e apriamo una parentesi tecnica: quali sono i problemi di una moto col centraggio così particolare? Vediamoli.</p>
<p><strong>PRINCIPALI FORZE LATERALI SULLA GOMMA ANTERIORE IN FASE DI INSERIMENTO</strong></p>
<p>In queste immagini, qui sotto,  schematizziamo le forze laterali che agiscono sulla gomma anteriore nel punto di contatto durante le varie fasi dell’inserimento in una curva ipotizzando per semplicità tre condizioni preliminari:</p>
<ul>
<li>L’inserimento avviene a velocità costante</li>
<li>La curva finale è una circonferenza</li>
<li>La traiettoria di raccordo tra la traiettoria rettilinea e la curva costante è una clotoide</li>
</ul>
<p>Nella figura abbiamo rappresentato in verde il braccio di leva sul quale agisce la forza – in giallo – che innesca o ferma il rollio della moto; in rosso è rappresentata la forza centripeta via via necessaria affinché il baricentro si inserisca e infine resti su una traiettoria circolare; in azzurro è rappresentata la forza supplementare necessaria per accelerare le masse longitudinalmente disperse attorno all’asse di imbardata.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/moto-fig-1.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-44162 alignleft" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/moto-fig-1.jpg" alt="moto fig 1" width="293" height="291" title="Evoluzione MotoGP: Ducati D16 2014 e 2015 a confronto 1588" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/moto-fig-1.jpg 293w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/moto-fig-1-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 293px) 100vw, 293px" /></a>La moto in rettilineo sta per affrontare la curva e lo sterzo ruota dalla parte opposta (non stiamo analizzando le cause dell’innesco, stiamo valutando le forze trasversali sul punto di contatto): il baricentro continua ad andare dritto ma le ruote si spostano verso l’esterno. Il momento angolare che piega la moto è dato inizialmente dal prodotto tra la forza gialla e il braccio in verde.</p>
<p>Risulta evidente come la velocità di discesa in piega dipenda dalla forza in giallo e dall’altezza del baricentro. La dispersione verticale delle masse si oppone al rollio della moto: a parità di accelerazione angolare (la velocità con la quale piega la moto) un maggiore accentramento verticale risulta utile per ridurre la forza in giallo, così come un baricentro più alto.</p>
<p>Più il baricentro è basso e più la forza gialla crescerà se noi vogliamo che la nostra moto scenda in piega con la stessa rapidità. Su asfalto ben difficilmente questa forza sarà più elevata del grip disponibile, ma su ghiaccio già adesso abbiamo perso l’avantreno. La moto più bassa raggiunge ben più facilmente il limite del grip disponibile, ma anche su asciutto – ovvero ben dentro i limiti di tenuta – la forza da esercitare sul manubrio per una esecuzione rapida è maggiore. Da qui la sensazione di maggior pesantezza e di eccessiva stabilità nel cariare traiettoria (da non confondere con l’autostabilità dei veicoli a due ruote).</p>
<p style="text-align: justify"> Il primo problema di una moto bassa è la maneggevolezza: far ruotare le masse della moto attorno all’asse longitudinale passante per il baricentro – perché è questo che succede quando pieghiamo, il così detto rollio non avviene sui punti di contatto – richiede, a parità di dispersione verticale di massa, una maggiore forza laterale delle gomme tanto più elevata quanto minore è il braccio di leva dinamico, la distanza dal baricentro al  punto di contatto delle gomme,  sul quale questa forza laterale agisce. Ma questo braccio di leva è proprio l’altezza del nostro baricentro, quindi la moto bassa è meno maneggevole e rollerà con maggiore difficoltà chiedendo molto alle sue gomme, soprattutto l’anteriore. Questa maggiore pesantezza dinamica di guida si traduce in un inserimento più lento e difficoltoso, con un rischio ulteriore: nel nostro tentativo di pareggiare il conto con le moto più alte noi eserciteremo maggiore forza e finiremo per chiedere troppo alla nostra gomma anteriore. Nelle figure è illustrata la dinamica in ogni singolo passaggio, qui mi limiterò a dire che le difficoltà sono principalmente due: <strong>l’innesco della piega</strong>, più pesante ma senza particolari rischi, e <strong>la fine della piega</strong>, ovvero il momento in cui stiamo raggiungendo l’angolo di piega voluto e dobbiamo iniziare a “frenare” il rollio inizialmente innescato (sennò la moto continuerebbe a ruotare sull’asse longitudinale indefinitamente). Ecco, in quel momento non solo avremo ancora la sensazione di pesantezza nelle reazioni ma soprattutto stiamo mandando in crisi di tenuta la ruota anteriore.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/moto-fig-3.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-44164 alignleft" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/moto-fig-3.jpg" alt="moto fig 3" width="285" height="311" title="Evoluzione MotoGP: Ducati D16 2014 e 2015 a confronto 1589"></a></p>
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<p>La moto ha abbandonato la traiettoria rettilinea e ha appena iniziato la curva. La moto continua ad accelerare la sua “caduta” ma la forza gialla si riduce man mano che la moto casca con la rapidità voluta, raggiungendo la corretta velocità di rollio. Il braccio in verde diminuisce ma in modo non ancora sostanziale, mentre compare sia la forza in rosso, cioè la forza centripeta che si occupa di inserire in curva il baricentro – o meglio, la quota di competenza del contatto anteriore – secondo la legge:  <span class="_5yl5"><span class="null">Fc= mω²r</span></span> , che la forza in blu, ovvero quel supplemento di forza laterale necessario a imbardare le masse longitudinalmente disperse secondo l’asse Z. L’accentramento delle masse in senso longitudinale riduce la forza in blu.</p>
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<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/moto-fig-2.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-44163 alignleft" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/moto-fig-2.jpg" alt="moto fig 2" width="278" height="306" title="Evoluzione MotoGP: Ducati D16 2014 e 2015 a confronto 1590"></a>La moto sta cascando alla velocità voluta dal pilota, e da questo momento la sua velocità di rollio diventa costante. La forza gialla dunque sparisce, ma la moto continua a cascare a velocità costante: questo significa che, come una qualsiasi massa messa in rotazione secondo un determinato asse, essa continuerà a ruotare su se stessa longitudinalmente con velocità di rotazione costante fino a che qualcuno non la fermerà. Ma noi stiamo ancora inserendo e la moto deve continuare a cascare, quindi la cosa ci fa comodo. Il raggio della nostra curva sta progressivamente diminuendo, la velocità è sempre uguale ma la curva comincia a farsi stretta: la forza centripeta aumenta – forza in rosso – così come la velocità di imbardata (uguale in ogni istante per definizione alla velocità angolare della moto in curva, se la guida è tenuta come ipotizzato in partenza). L’ipotesi iniziale della traiettoria secondo una clotoide – la curva di raccordo tra una retta e una circonferenza matematicamente più naturale – ci consente di schematizzare la forza in blu come costante man mano che la curva stringe e la moto piega sempre di più.</p>
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<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/moto-fig-4.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-44165 alignleft" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/moto-fig-4.jpg" alt="moto fig 4" width="283" height="310" title="Evoluzione MotoGP: Ducati D16 2014 e 2015 a confronto 1591"></a>La moto ha fatto un altro pezzetto di traiettoria continuando a cascare a velocità costante e a imbardare a velocità crescente. La forza centripeta è ancora cresciuta, la forza supplementare in blu è ancora presente: ma ora è venuto il momento di fermare la caduta, di frenare la velocità di rollio fino a fermare la moto sull’angolo di piega definitivo, quello necessario a fare la traiettoria circolare finale. Chi se ne occuperà? Ecco ricomparire la forza in giallo, quella che si occupa di accelerare in positivo o negativo le masse che ruotano sull’asse longitudinale.</p>
<p>Ma stavolta abbiamo due problemi: il primo è che il braccio verde nel frattempo si è ridotto, e questo comporta una forza gialla maggiore per ottenere quell’accelerazione (stavolta negativa, cioè una decelerazione della rotazione) che farà fermare la caduta della nostra moto esattamente sull’angolo di piega previsto, e questa è già una cattiva notizia. Ma la seconda, anche peggiore, è che stavolta la forza gialla si somma a tutte le altre mentre inizialmente si sottraeva. Eccoci al punto critico, il “fine piega”: stiamo per raggiungere la piega voluta e alla nostra gomma, già impegnata a esercitare una forza centripeta elevata e ad accelerare l’imbardata della masse, ora chiediamo anche di fermare di colpo il rollio. In pochi gradi e con un braccio ormai ridotto. Guardate la somma delle forze: questo è il punto peggiore della curva, quello dove tutto il grip disponibile deve essere lasciato alle forze laterali. Anche la frenata prolungata fin dentro la curva deve essere già terminata, e se siamo arrivati lunghi noi potremo evitare la caduta solo se avremo il tempo di ridurre le altre due forze. Ma in quel caso dobbiamo allargare il raggio della curva e finiremo la nostra corsa in piedi sulla via di fuga; diversamente, la somma delle forze laterali avrà superato il limite del grip e saremo caduti con lo sterzo chiuso, in pieno sottosterzo d’ingresso. Facile capire come la moto bassa, con braccio di leva verde ridotto in partenza, richieda una forza gialla superiore e arrivi alla perdita di aderenza dell’avantreno con maggiore facilità.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/moto-fig-5.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-44166 alignleft" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/moto-fig-5.jpg" alt="moto fig 5" width="318" height="295" title="Evoluzione MotoGP: Ducati D16 2014 e 2015 a confronto 1592" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/moto-fig-5.jpg 318w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/moto-fig-5-300x278.jpg 300w" sizes="(max-width: 318px) 100vw, 318px" /></a>Qui siamo entrati nella traiettoria circolare. Significa che ci è andata bene e la somma delle forze non ha superato il grip disponibile nemmeno nel punto critico di fine piega. Siamo riusciti a frenare il rollio, ora la moto non rolla più e mantiene il suo angolo di piega. Resta solo la forza centripeta, mentre ormai anche la velocità di imbardata ha raggiunto il suo massimo valore – coincidente con la velocità angolare di percorrenza della curva – e non aumenta più. Di conseguenza la forza blu, quella che accelerava l’imbardata, è sparita: ricomparirà con segno opposto solo a fine curva, quando la moto dovrà smettere di imbardare – e stavolta la forza blu cambierà verso perché dovrà frenare l’imbardata che per conto suo vorrebbe proseguire all’infinito – per riassumere gradualmente una velocità di imbardata pari a zero appena affronterà il nuovo rettilineo</p>
<p>Quali considerazioni fare è presto detto: una moto col centraggio alto inserisce con maggiore facilità, minore fatica fisica e più margini di tenuta a parità di grip disponibile rispetto a una col centraggio basso. Per dirla breve, la maneggevolezza aumenta grazie al baricentro alto. Per contro, un baricentro alto dovrà necessariamente essere più avanzato per evitare l’impennata in rettilineo e gli eccessivi alleggerimenti di trazione appena si riprende in mano il gas; alleggerimenti che portano a un mezzo che non riesce a seguire la corda, che allarga le traiettorie e, in buona sostanza, a quello che chiamiamo sottosterzo in uscita.</p>
<p>In altre parole, alzare una moto con centraggio arretrato migliora l’ingresso ma penalizza l’uscita dalle curve, fermo restando che con l’opportuno stile di guida, giocando col peso del corpo e con alcuni fenomeni altrove spiegati, il pilota esperto riesce a limitare il sottosterzo in uscita di una moto con centraggio arretrato e non sufficientemente basso.</p>
<p>Notiamo infine un ultimo dettaglio: l’accentramento delle masse in senso longitudinale riduce la forza blu lasciando quindi un maggiore margine per la forza rossa e la forza gialla. E dopo aver avanzato il centraggio per poter alzare il baricentro allo scopo di aumentare il braccio verde e ridurre la forza gialla, oggi in Ducati si lavora anche per ridurre quella blu. A tutto vantaggio di quella rossa che, alla fine, è quella che serve per fare percorrenza.</p>
<p style="text-align: justify"><strong> Questo è il tipico sottosterzo in ingresso dovuto alla moto bassa</strong>. Contrariamente a quanto si é pensato di fare nel 2011 e 2012, su una moto dal centraggio arretrato questa caratteristica non è correggibile alzando la moto in quanto si finirebbe per generare in fase di accelerazione un trasferimento dinamico supplementare non previsto dal progetto sulla ruota posteriore. Carico dinamico dietro significa alleggerimento davanti, e su una moto carica di anteriore (fatta cioè con l’intento progettuale di trasferire i carichi sotto gas) la cosa funziona benissimo: il carico residuo sull’anteriore è ancora sufficiente e la moto più alta sembra non avere controindicazioni, salvo scoprire che invece su una moto già leggera di avantreno si finisce per perdere la ruota anteriore appena si ridà gas. Abbiamo altrove discusso del “momento di trazione” e di cosa comporti un simile centraggio, ma qui lo riassumiamo: col centraggio arretrato la moto bassa sottosterza in ingresso e quella alta sottosterza in uscita. La coperta è corta finchè il pilota non si decide a contrastare il sottosterzo sporgendosi dalla moto: e in queste condizioni la fatica è tanta perché la pesantezza resta, ma la moto può finalmente sfruttare il vantaggio di una motricità più elevata di tutti.</p>
<p style="text-align: justify">In aggiunta, come abbiamo visto nella prima parte, l’elevata dispersione delle masse in senso longitudinale genera un supplementare sottosterzo in ingresso a causa del superiore momento inerziale della moto rispetto all’asse di imbardata: e questo, se si cerca una guida di tenuta pura – ovvero si conduce la moto al limite della tenuta ma sempre entro i margini concessi dal grip disponibile – è sicuramente un fattore negativo.</p>
<p style="text-align: justify">Le cose cambiano quando si guida oltre quel limite: in questo caso la moto può contare su una elevata stabilità di direzione (momento inerziale rispetto all’asse Z) che le consente di intraversarsi in modo progressivo, evitando con la spazzolata in ingresso quel punto di criticità di “fine piega”, e evitando il sottosterzo in uscita con un drift controllabile (senza fare la trottola) che, a patto di lasciare la moto abbastanza bassa, riduce i pericolosi alleggerimenti dell’anteriore sotto gas.</p>
<p style="text-align: justify">Torniamo allo sviluppo. Preso atto che è piuttosto raro trovare un pilota che guida abitualmente con uno stile simile, l’imperativo nel 2013 era quello di allestire una moto un po’ meno estrema. Avanzare il baricentro per poter sollevare la moto era la strada già indicata da Preziosi prima che si perdesse tempo con assurde disquisizioni sui telai e sulle presunte flessibilità, e la rotazione del motore era un primo passo nella giusta direzione. Già nel settembre di quell’anno scorgemmo un prototipo svestito durante una sessione di test, e una serie di comparazioni ci permise di rilevare ciò che effettivamente si notava a occhio: i radiatori erano stati ridisegnati insieme ai collettori di scarico della bancata anteriore per far posto a una forcella arretrata senza il rischio di interferenze tra ruota anteriore e il motore/radiatore. Il passo appena più corto poteva all’occorrenza venir compensato da una ruota posteriore in grado di arretrare maggiormente rispetto al baricentro e i montanti orizzontali del telaio erano più alti e orizzontali, con piastre posteriori più lunghe e più massicce. In sostanza, il prototipo della 2014 (quella che corre quest’anno fino ad Aragon) aveva già le ruote arretrate, il motore più alto e il carburante parzialmente riposizionato.  E questo è ciò che ha trovato l’ing Dall’Igna all’arrivo in Ducati.</p>
<p style="text-align: justify">Posto che una delle condizioni richieste fin da subito era di avere mano libera sull’intero progetto che gli si chiedeva di sviluppare per il futuro, a costo di dover perfino rinunciare allo schema desmodromico qualora lo ritenesse necessario, Dall’Igna si rese conto in poche gare che Preziosi non aveva tutti i torti e che la Ducati era “interessante”. D’altra parte, la curiosità è la guida di ogni progettista che si rispetti, soprattutto se nasce italiano. Dalle primissime dichiarazioni invernali secondo le quali, in sintesi, avrebbe sviluppato il progetto 2015 da carta bianca senza badar troppo a ciò che rappresentava il passato Ducati, siamo passati gradualmente a una fase in cui il progetto nuovo veniva continuamente rinviato, fino all’ultima dichiarazione che la moto potrebbe esser pronta anche a campionato 2015 iniziato. Cosa stava succedendo? Stava succedendo che proprio sotto ai suoi occhi la D16 diventava sempre più interessante, tanto da meritare ulteriori test e affinamenti secondo la linea di sviluppo già tracciata. Ed ecco farsi strada l’idea che tutto sommato quella moto poteva non soltanto essere condotta in gara per puro atto di presenza nel campionato ma meritava di essere sviluppata ancora. Forse Preziosi non aveva tutti i torti, tanto da spingere Dall’Igna a non escludere nulla per il futuro, nemmeno un eventuale ritorno a un monoscocca in carbonio, sia pure in tempi più lunghi. Ecco che il motore, da tempo non più portante ma ancora dimensionato secondo antichi canoni, viene sottoposto a una rivisitazione per alleggerirlo e rimpicciolirlo in modo da accoppiarlo ad un nuovo telaio &#8211; la versione GP14.5 che vedremo da Aragon in poi – e ad un perfezionamento ulteriore del layout generale. Insomma, se questa nuova Ducati nata dallo sviluppo dell’antico progetto è stata da lui definita “un po’ figlia mia” significa che oggi Dall’Igna ci crede e ne è giustamente orgoglioso. E se andasse bene – e andrà bene &#8211; ben difficilmente la versione 2015 non farà tesoro di qualche concetto di derivazione 14.5: e difatti la GP15 ancora non è stata definita, e siamo a settembre. Tutto questo è molto positivo sotto molti aspetti, primo su tutti quello di un grande progettista che si rimette in gioco a fondo, senza preconcetti e senza risparmiarsi, su un progetto non suo che per prima cosa andava capito.</p>
<p style="text-align: justify">Torniamo alla GP14. Rispetto alla GP13 il centraggio più avanzato consente una maggiore altezza e quindi un maggiore braccio di leva delle ruote rispetto al momento inerziale relativo all’asse X, e di conseguenza la moto ha acquisito un po’ di maneggevolezza e di rapidità in ingresso riducendo anche il rischio di “fine piega”, migliorando quindi due punti deboli della versione precedente nella guida di tenuta. Migliorato anche il momento di trazione, talchè l’alleggerimento della moto in uscita &#8211; oltre a lasciare un carico anteriore mediamente maggiore – permette al nuovo sbraccio di trazione un migliore equilibrio tra il momento stesso e la riduzione della forza laterale massima ammessa da un avantreno in alleggerimento. Migliorato anche il momento di inerzia sull’asse Z grazie a un passo più corto. Tutto questo ha portato ad una riduzione progressiva dell’annoso sottosterzo Ducati, e il risultato oggi lo vediamo bene: con pista asciutta e nonostante la posteriore morbida, la GP14 non perde più l’avantreno come le versioni precedenti. Quali sono le possibili evoluzioni future? La risposta può apparire bizzarra, ma la verità è che ancora non è stato deciso: ed ecco la funzione della prossima GP14.5, fornire la risposta a quella domanda.</p>
<p style="text-align: justify">La GP14.5 proverà a ridurre il momento inerziale sull’asse Z attraverso un maggiore accentramento delle masse a parità di centraggio con la versione attuale, rendendo la moto sostanzialmente ancora più simile alla Honda: la guida di tenuta ne trarrà ulteriore vantaggio a scapito – e qui appunto occorrerà valutare “quanto scapito” – della stabilità di orientamento. In sostanza, la moto sarà ancora meno esigente sulle gomme per quanto riguarda le masse da imbardare ma diventerà un filo più “trottola” in caso di perdite del retrotreno. Ci fosse alla guida uno Stoner (o anche un Hernandez, piloti che guidano sfruttando il drift controllato e la grande motricità), probabilmente troverebbe la moto più leggera da spingere ma con prestazioni assolute un po’ inferiori. Ma siccome alla fine la maggioranza dei piloti ha uno stile meno estremo, e anche in considerazione del fatto che la massima prestazione più elevata non è umanamente facile raggiungerla per tutti i giri di una gara dove peraltro sono importanti anche le doti di maneggevolezza nel corpo a corpo con gli avversari, ecco che occorre verificare sul campo se quanto si guadagna sul versante della percorrenza sarà, in ottica gara, superiore a quanto si perde in prestazione teorica assoluta.</p>
<p style="text-align: justify">Come ulteriore test, mentre anticamente la Ducati “doveva” derapare per esprimere il proprio potenziale, oggi la manovra diventa sempre meno obbligatoria ed è più semplice per i piloti arrivare gradualmente a una guida leggermente sporca attraverso la riduzione del gap prestazionale tra i due oggi possibili stili di guida. Sono ragionevolmente certo che questa linea di sviluppo aumenterà ancora la fruibilità della Ducati per la maggior parte dei piloti, in perfetta linea con il grande lavoro in tal senso di Andrea Dovizioso. Ancora, la parte elettronica anticamente pensata più in funzione antiwheeling che in funzione antispin, verrà implementata con un software dedicato che controllerà in modo specifico la percentuale di slittamento posteriore ideale per un drift più corretto e meno violento.</p>
<p style="text-align: justify">Un’occhiata alla tendenza per la versione GP15 lascia presumere che la futura Ducati, pur nascendo di sana pianta dalla matita di Dall’Igna, implementerà tutte le indicazioni che usciranno dall’evoluzione 14.5: definita quindi la posizione del motore e di tutto ciò che concerne il centraggio, la probabilità è quella che si lavori sulla razionalizzazione dei concetti. Ad esempio, ridefinire la posizione degli ancoraggi sul carter motore consentirà un andamento più rettilineo del telaio dal cannotto al pivot, eliminando alla radice la nociva torsione/flessione delle lunghe piastre posteriori discendenti da un doppio trave troppo alto, cosa che impone alle piastre stesse un dimensionamento odierno piuttosto massiccio e pesante: e l’irrigidimento strutturale in zona pivot consentirà un risparmio di peso oppure un riutilizzo del peso laddove occorresse una superiore rigidità in zona cannotto. Il motore resterà un desmo V90 uguale o comunque strettissimamente derivato da quello attuale. Una cosa comunque appare certa: la GP15 sarà una grande sfida per Dall’Igna che ha puntato fino allo scorso anno &#8211; <a href="https://www.giornalemotori.com/2014/09/10/motogp-yamaha-m1-2014-2015-confronto/" target="_blank" rel="noopener"><span style="text-decoration: underline;color: #000080"><strong>sia pure senza gli estremi della Yamaha</strong></span></a> &#8211; sulla percorrenza di tenuta, e basta vedere l’ottima Aprilia SBK per rendersene conto, ma che con la stagione 2014 ha toccato con mano altre esigenze di una formula come la MotoGP dove le potenze crescenti e la scuola di Stoner lasciano intravvedere criteri e soluzioni meno convenzionali.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/honda-rcv1000r.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-44143 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/honda-rcv1000r.jpg" alt=" evoluzione honda-rcv1000r" width="560" height="359" title="Evoluzione MotoGP: Ducati D16 2014 e 2015 a confronto 1593" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/honda-rcv1000r.jpg 960w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/honda-rcv1000r-768x492.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/honda-rcv1000r-300x192.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/honda-rcv1000r-696x446.jpg 696w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Detto questo, ho paura che dell&#8217;evoluzine Honda ci occuperemo in una indispensabile terza parte.</p>
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		<title>MotoGP, Misano &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Sep 2014 20:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giornata memorabile, quella di Misano, non tanto per la meritatissima vittoria di Rossi quanto per la sfida tecnica in campo: due Yamaha che danno paga alle Honda su una pista non certo eccellente per il grip deve far riflettere. Cominceremo il debriefing proprio dalla M1. Lo scorso anno la vittoria andò a un pulitissimo Lorenzo [&#8230;]</p>
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<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/2014-09-14_181948.jpg"><img decoding="async" width="719" height="259" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/2014-09-14_181948.jpg" alt="debriefing  misano" class="wp-image-44003" title="MotoGP, Misano - Debriefing 1594" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/2014-09-14_181948.jpg 719w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/2014-09-14_181948-300x108.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/2014-09-14_181948-696x251.jpg 696w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Giornata memorabile, quella di Misano, non tanto per la meritatissima vittoria di Rossi quanto per la sfida tecnica in campo: due Yamaha che danno paga alle Honda su una pista non certo eccellente per il grip deve far riflettere. Cominceremo il debriefing proprio dalla M1.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scorso anno la vittoria andò a un pulitissimo Lorenzo che percorreva in piena velocità ogni curva della pista, guardandosi bene dal rallentare troppo alla corda: l’assenza di ripartenze gli consentiva di minimizzare il basso carico statico posteriore e di non perdere troppo sui rettilinei. Ricordiamo tutti come andò tra Marquez e Rossi: al Tramonto lo spagnolo frenò tardissimo ma molto composto, prese una corda molto anticipata ancora con la moto verticale o quasi e fece una traiettoria quasi rettilinea arrivando a fermare letteralmente la sua Honda proprio dove Rossi doveva mettere le ruote nella sua percorrenza. Il risultato fu per Marquez una specie di traiettoria a spigolo ritardato, ma la M1 si ritrovò la traiettoria sbarrata e dovette levare gas spezzando la linea perfetta e ripartendo lenta. La differenza di trazione in quella ripartenza obbligatoria inventata dallo spagnolo fece il resto, con la Honda che scappava sul lungo rettilineo e la Yamaha che perdeva mezzo secondo nell’accelerazione. Lo definimmo giustamente un capolavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quest’anno la M1 ha una trazione leggermente migliorata; e sarebbe un po’ più lenta nelle percorrenze a bassa velocità se non ci fosse sopra un Rossi che a casa sua decide di sporgersi dalla sua moto come a inizio anno (e come nelle ultime gare pareva fare in maniera meno decisa). Assetto alto, dunque, con elevati trasferimenti, grande agilità e tendenza al sottosterzo controllata con una guida fisica e con una media all’anteriore. Ha portato la Yamaha esattamente come la versione 2014 richiede. Lorenzo tiene la moto un filo più bassa e guida come lo scorso anno. Bravo, anzi bravissimo, ma oggi a Misano non basta: la sua accelerazione è inferiore a quella del compagno di squadra e anche l’agilità ne risente, con traiettorie obbligate e pochissimi margini nel corpo a corpo. Il secondo posto però è meritatissimo, e più avanti vedremo il perché.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Capitolo Ducati. Qualcosa è cambiato, lo dicevamo qualche gara fa. Da una parte la moto ha raggiunto un centraggio più facile, dall’altra i piloti hanno scoperto qualche vantaggio della moto italiana. Vantaggio che già esisteva in passato, ma arrivare a scoprirlo comportava da parte dei piloti un “salto” troppo grande nella guida: non era possibile, in sostanza, arrivare a scoprirlo gradualmente. In passato occorreva fidarsi alla cieca e buttarsi, e solo un pilota con un passato nelle flat track – di cui non farò il nome &#8211; poteva riuscirci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Misano invece, complice probabilmente la sessione di test di inizio mese, le Ducati apparivano meglio disposte alle derapate: senza contare l’ottimo Hernandez che qualcosa di bello in gara l’ha fatto vedere, perfino il pulitissimo Dovizioso non disdegnava qualche traverso ben controllato da un setting elettronico evidentemente più aperto e meno preoccupato del controllo sui carichi anteriori, dando ragione all’immenso Barry Sheene che a proposito del sottosterzo in uscita era solito dire “in curva non ho mai visto nessuno perdere l’anteriore per aver dato troppo gas”. Ecco, la Ducati è fatta così e va guidata di posteriore: la grande trazione del suo centraggio unita alla sua stabilità di direzione consente di fare ciò che gli avversari possono soltanto accennare. Occhio a quest’ultimo dettaglio, la stabilità di direzione: ne riparleremo prestissimo, ma già ora possiamo anticipare che ha a che vedere con l’accentramento delle masse. Sta di fatto che Dovizioso derapa in modo assolutamente controllabile e progressivo ogni giorno di più, alla faccia di chi pensa che lui sia un pilota con poca grinta. D’altra parte, lo dicevano pure di Eddy “Steady” Lawson…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gomma media, assetto non più rasoterra e tanto gas per sfruttare un’eccellente trazione che continua a spingere la Ducati fuori dalle curve anche quando la posteriore slitta. Un filo più alto Iannone, lui guida più agile e in percorrenza: finchè le gomme sono nuove tutto va per il meglio, poi subisce il degrado. Bravo, per carità, ma il calmo caposquadra Ducati ha capito meglio e prima di lui qualche concetto, e giustamente gli arriva davanti. Hernandez, che dire: ancora garibaldino ma incarna da anni lo spirito Ducati meglio dei suoi stessi tecnici che fino a ieri lo cazziavano se driftava. Oggi per fortuna ci si sta ravvedendo e gli si lascia qualche margine, e lui ripaga la squadra portando forte una moto che nessuno riusciva a capire. Il mio auspicio per il futuro è che gli diano… una 2014, come dicono tutti? No, dategli una gomma media posteriore e concentratevi sull’elettronica da drifting, perché la gomma soft non arriva a metà gara. La 2013 ha tanta di quella trazione che non c’è alcuna necessità della gomma bianca. Ing. Dall’Igna, dico a lei: faccia arrivare una gomma media e un’elettronica dedicata al drifting sulla vecchia 2013, e sicuramente potrà raccogliere interessanti indicazioni sui limiti del centraggio della futura 2015.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E veniamo alle Honda. Poche scuse, hanno sbagliato tutto, dalla A alla Z. E’ semplicemente impossibile che due moto agli antipodi, la M1 e la D16, vadano benissimo su questa pista mentre la RCV, intermedia tra le due, non cavi un ragno dal buco. Lo dico da subito, fate bene attenzione: la squadra di Marquez proviene dalla Moto2, e pensare di trasferire integralmente i criteri di guida da una classe all’altra non è corretto. Come personale impressione, Marquez poteva pure stare in piedi ma non avrebbe riacchiappato Rossi. A dirla tutta, io son ragionevolmente convinto che sarebbe stato passato da Lorenzo (ecco il secondo posto meritatissimo) e perfino da Pedrosa, con ottime probabilità di doversela sbucciare anche con Dovizioso. Vediamo meglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Honda ha progettualmente una trazione migliore della Yamaha: ma stavolta non riusciva a sfruttarla, questa di Misano era una moto con pochissima trazione e sui rettilinei le prendeva di santa ragione dalla M1. Cosa è successo? E’ successo che non sempre la moto più divertente per un pilota è anche la più veloce. E’ successo che Marquez si trovava bene nel drifting e ha esagerato con le spazzolate in ingresso in stile Moto2. E’ successo che la sua squadra pensava di essere al MotorShow e che la gara fosse un’esibizione di burnout.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bè, vi do una notizia: la moto ideale per voi è la Ducati di Hernandez, l’unica che non perde troppa spinta quando scivola. Sennò si finisce come abbiamo visto: la moto spazzola gli ingressi &#8211; bello e spettacolare &#8211; ma la ruota non si aggrappa più e la moto non riesce a venir fuori dalle curve. Troppo bassa, troppo driftarola. Con un grosso limite rispetto a Ducati: le masse accentrate la portano a sbandare troppo velocemente (mai bruscamente come la M1) e il pilota deve alleggerire il gas per evitare di girarsi. Ma mentre Marquez alleggeriva il gas e bilanciava il controsterzo, Rossi salutava e spalancava. Tentare un recupero disperato con ingressi forzati e col posteriore “a bandiera” era l’unico tentativo possibile dato il settaggio sbagliato. Tentativo possibile, dicevamo, ma perdente già sulla carta: forzare l’ingresso di traverso senza il carico delle vecchie Ducati non fa che accentuare i problemi di grip in uscita, e alla fine porta anche alla perdita del controllo della moto durante l’ingresso sempre più forzato e sempre più scivolato. Una Caporetto. La serenità di Suppo a fine gara non inganni: sono arcisicuro che a saracinesca abbassata l’ottimo manager piemontese avrà con tutte le ragioni caricato l’artiglieria pesante. E prima di aprire il fuoco avrà ricordato a tutti che la moto del 2013 che sconfisse Rossi era fatta per accelerare e frenare forte, non per giocare ai traversi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed eccoci a Pedrosa. Setting più alto, da percorrenza, con qualche problema all’anteriore tipico della guida di tenuta con centraggio non avanzato e moto alta. Occorreva una guida più fisica per sfruttare la Honda così assettata. Mi verrebbe da dire che occorreva una guida alla Pedrosa, e questo la dice lunga sul fatto che a mancare qui è stata la convinzione di un pilota che aveva tutte le carte per giocarsela a fondo. Poteva accelerare pulito come sa fare, aprire il gas meglio della M1 e senza perdere trazione, invece è caduto nell’errore di voler resistere agli ingressi scivolati che la Ducati di Dovizioso poteva permettersi con maggiore sicurezza. Doveva contare sull’uscita pulita, ma non l’ha fatto. E nell’uscita sporca è davvero difficile spuntarla su una D16 ormai evoluta ma pur sempre nata per accelerare.</p>
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		<title>MotoGP, Misano &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Sep 2014 11:10:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/2014-09-13_115702.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-43844" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/2014-09-13_115702.jpg" alt="2014-09-13_115702" width="521" height="372" title="MotoGP, Misano - Briefing 1598" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/2014-09-13_115702.jpg 521w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/2014-09-13_115702-300x214.jpg 300w" sizes="(max-width: 521px) 100vw, 521px" /></a>Briefing a Misano con un solo turno utile, data la pioggia del venerdì che ha avuto l&#8217;unico pregio di mostrare ancora una volta quali siano le moto che mettono più facilmente la potenza a terra. Il sabato mattina la pista si presenta sicuramente pulita dalla pioggia e con un discreto grip.</p>
<p style="text-align: justify">Oddio, discreto: parliamo sempre di Misano, pista infida e scivolosa, con la tendenza a sporcarsi facilmente. Ma con l&#8217;asfalto fresco della mattina le moto hanno meno problemi di quanti ne incontreranno il pomeriggio. Già da questo incipit è facile capire che in riviera adriatica il vero nodo è l&#8217;accelerazione: vero, ci sono diversi punti da percorrere in agilità e perfino due classiche percorrenze, ma alla fine non stupisce ritrovare due Ducati davanti a tutti.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/2014-09-13_114448.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-43840" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/2014-09-13_114448.jpg" alt="2014-09-13_114448" width="716" height="416" title="MotoGP, Misano - Briefing 1599" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/2014-09-13_114448.jpg 716w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/2014-09-13_114448-300x174.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/2014-09-13_114448-696x404.jpg 696w" sizes="(max-width: 716px) 100vw, 716px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Vietato però farsi illusioni, la gomma bianca al posteriore cala dopo tre o quattro giri e non reggerà per l&#8217;intera gara, mentre riemergerà qualche difficoltà nelle percorrenze e nella esse dopo il traguardo. Lieto di essere smentito, sia chiaro, il più contento di aver sbagliato sarò io.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/2014-09-13_115433.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-43843" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/2014-09-13_115433.jpg" alt="2014-09-13_115433" width="521" height="298" title="MotoGP, Misano - Briefing 1600" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/2014-09-13_115433.jpg 521w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/2014-09-13_115433-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 521px) 100vw, 521px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Nella prestazione secca vedo favorite le Honda, ottimo compromesso tra agilità e motricità, mentre in gara bisognerà conservare il posteriore fino in fondo; in particolare, se Pedrosa non sbaglierà il setting della sua moto &#8211; come gli capitò lo scorso anno &#8211; la sua guida sarà la più redditizia sul traguardo mentre Marquez dovrà invece ridurre al minimo gli ingressi spazzolati, sicuramente spettacolari ma troppo dispendiosi per la mescola.</p>
<p style="text-align: justify">Le Yamaha su medie non avranno questo problema: se partiranno davanti, e mi riferisco soprattutto a Lorenzo, potrebbero riuscire a fuggire quel tanto che basta a ritrovarsi dopo metà gara in vantaggio di gomma. Forward e Avintia possono sperare che le temperature si mantengano fresche per portare la gomma soft fino alla fine, ma il meteo non concede loro troppi margini. Anche perchè qualche ondulazione di troppo sconsiglia pressioni alte.</p>
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		<title>Evoluzione MotoGP: Yamaha M1 2014 e 2015 a confronto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2014 06:26:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Settembre, tempo di progetti: le evoluzioni delle moto in vista del 2015 cominciano a prendere forma sulla scorta dell’esperienza della stagione in corso. Anno dopo anno, ogni Casa cerca di risolvere col modello successivo le maggiori criticità del modello precedente, e su questa considerazione proviamo a tracciare le linee guida delle diverse moto. Per fare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/PA1321833.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-43660 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/PA1321833.jpg" alt="Evoluzione MotoGP: Yamaha M1" width="500" height="333" title="Evoluzione MotoGP: Yamaha M1 2014 e 2015 a confronto 1606" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/PA1321833.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/PA1321833-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Settembre, tempo di progetti: le evoluzioni delle moto in vista del 2015 cominciano a prendere forma sulla scorta dell’esperienza della stagione in corso. Anno dopo anno, ogni Casa cerca di risolvere col modello successivo le maggiori criticità del modello precedente, e su questa considerazione proviamo a tracciare le linee guida delle diverse moto. Per fare questo, occorrerà richiamare alcuni concetti in diverso modo espressi negli articoli più tecnici. Iniziamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Una moto sta in piedi quando le forze e i momenti sui diversi assi sono equilibrati, così ci hanno sempre insegnato. Esattamente come una bicicletta, in curva la forza centrifuga genera sul baricentro una coppia raddrizzante rispetto all’asse di rotazione passante per i contatti a terra che equilibra la coppia generata rispetto al medesimo asse di rotazione dalla forza di gravità agente sullo sbraccio dovuto all’inclinazione del mezzo verso l’interno della curva. Banale, vero? Però io ho scritto coppia, e non momento: e le coppie sono appunto due forze agenti in verso opposto su linee d’azione parallele non coincidenti. Sia la forza peso che la forza centrifuga agiscono in coppia su una rispettiva forza uguale e contraria ma non allineata: la forza peso sarà accoppiata alla reazione vincolare del terreno mentre quella centrifuga sarà accoppiata con la forza laterale esercitata dalle ruote. In una parola, il grip. Senza preoccuparci della reazione vincolare del suolo, sempre sufficiente a contrastare la forza peso agente sul baricentro e a generare una coppia equilibrata (a meno che non ci troviamo sulle sabbie mobili e il terreno non riesca a sostenere il peso della motocicletta), abbiamo qualche problema con il grip: se non fosse sufficiente noi non riusciremmo a contrastare la forza centrifuga e la ruota perderebbe aderenza. Nei manuali di fisica elementare c’è scritto che cadremmo, e non c’è dubbio che la maggior parte di noi effettivamente finirebbe per terra, ma la caduta è davvero l’inevitabile conclusione della perdita di aderenza? La risposta è no, evidentemente no. E questo non contrasta affatto con le leggi fisiche che, voglio dirlo apertamente, nessun pilota può ignorare e tanto meno sfidare. Il limite sta nella semplicità del modello illustrato nei manuali scolastici.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei pezzi più tecnici mi avrete sentito parlare di momenti inerziali rispetto a questo o a quell’asse. Cosa significa? Significa che la motocicletta, come ogni altro oggetto reale la cui massa non può essere puntiforme ma è distribuita lungo tutta l’estensione del corpo fisico, ha la necessità di essere messa in rotazione rispetto ai suoi assi durante la guida. Quando pieghiamo, per capirci, tutta la massa della moto rolla su un lato: ma la sua massa non puntiforme genera un momento inerziale che si oppone alla rotazione, un po’ come se volessimo mettere in rotazione un volano molto pesante e sentiamo la sua resistenza ad essere accelerato pur senza alcuna variazione del suo baricentro. Stessa cosa quando entriamo in curva, e la moto con le sue masse si oppone all’imbardata. Da questo ne conseguono molti fenomeni che adesso, volenti o nolenti, voi vi sorbirete almeno per sommi capi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/fig-2bis.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-43665" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/fig-2bis.jpg" alt="fig-2bis" width="600" height="500" title="Evoluzione MotoGP: Yamaha M1 2014 e 2015 a confronto 1607" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/fig-2bis.jpg 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/fig-2bis-300x250.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo appena detto che le masse di un corpo fisico non gradiscono venire accelerate in rotazione anche se nessuno sta spostandone il baricentro. La resistenza alla rotazione delle masse dipende, oltre che dal valore delle masse, dalla loro disposizione: considerato un asse di rotazione, le masse si opporranno con vigore maggiore man mano che la loro distanza dall’asse di rotazione aumenta. E questa maggiore resistenza non è lineare ma quadratica: in definitiva, raddoppiando la distanza di una massa dall’asse attorno al quale noi intendiamo farla ruotare, la sua resistenza diventa quattro volte. Tenetelo sempre presente, è importantissimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Immaginiamo la nostra moto che entra in curva: oltre alla forza centrifuga &#8211; come da modello semplificato – la forza laterale delle gomme dovrà incaricarsi di fornire anche quel momento occorrente ad accelerare le masse della moto rispetto all’asse z (verticale, di imbardata). Questo significa che la ruota anteriore dovrà fornire rispetto alla sola forza centrifuga una forza laterale tanto maggiore quanto più le masse sono disperse lungo la lunghezza della moto, mentre la reazione sulla ruota posteriore diventerà sempre minore al crescere della dispersione fino al punto – soltanto teorico – di essere totalmente liberata dal compito supplementare quando noi avessimo le masse interamente concentrate agli estremi della moto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/fig-4.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-43658" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/fig-4.jpg" alt="fig-4" width="600" height="500" title="Evoluzione MotoGP: Yamaha M1 2014 e 2015 a confronto 1608" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/fig-4.jpg 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/fig-4-300x250.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo quindi riassumere dicendo che la dispersione delle masse nella lunghezza della moto crea un problema alla ruota anteriore obbligandola ad un supplemento di lavoro che il grip potrebbe non riuscire a contrastare. Il risultato è un avantreno in deriva e un nuovo tipo di sottosterzo di natura differente da quello in uscita di curva, altrove già discusso e derivante dalla posizione del baricentro. Lo ripeto ancora, qui parliamo di accentramento delle masse a parità di baricentro.</p>
<p style="text-align: justify;">Esaminiamo più in dettaglio la sequenza degli eventi: per prima cosa avremo le gomme che forniranno la forza iniziale per rollare la moto mentre avanza, e supponendo la medesima dispersione delle masse rispetto all’asse di rollio ne discende che un baricentro più alto richiede minore forza laterale alle gomme. O se preferite, a parità di grip la moto col baricentro alto rolla più facilmente e inserisce con maggiore rapidità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/fig-3.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-43657" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/fig-3.jpg" alt="fig-3" width="600" height="500" title="Evoluzione MotoGP: Yamaha M1 2014 e 2015 a confronto 1609" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/fig-3.jpg 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/fig-3-300x250.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Man mano che rolla, la moto sterza dalla parte giusta e inizia l’inserimento in curva. E qui ci ritroviamo a combattere con la dispersione di massa sulla lunghezza, come illustrato sopra. Sono due distinti momenti inerziali su due diversi assi di rotazione, ma parzialmente sovrapposti nel loro effetto di resistenza alle nostre manovre, ok?</p>
<p style="text-align: justify;">Per il momento la parte teorica finisce qui (solo per il momento, non vi illudete) e adesso ci occupiamo delle moto e delle loro evoluzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Cominciamo dalla Yamaha e analizziamo il progetto originario. L’idea di base di Furusawa, il progettista, era quella di battere la Honda con un mezzo capace di curvare veloce, secondo il ragionamento che i motori son pressappoco tutti allo stesso livello e che in rettilineo si fa poca differenza; idea non priva di fondamento, soprattutto con un riferimento come Biaggi, pilota di punta della squadra e con uno stile pulitissimo. La M1 nasce quindi con caratteristiche ben precise: passo contenuto e motore alto e avanzato con masse molto accentrate. Il centraggio alto determina importanti qualità: crea un elevato braccio di azione in modo da determinare un rollio veloce senza richiedere alle gomme grossi supplementi di forza laterale e inoltre sfrutta le fasi di inizio piega e di fine piega per raccordare naturalmente le curve e per ottenere una elevata velocità di percorrenza, come spiegato <span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong><a title="Baricentro e Percorrenza" href="https://www.giornalemotori.com/2013/09/12/dove-nasce-il-sottosterzo-seconda-parte/" target="_blank" rel="noopener"><span style="color: #000080; text-decoration: underline;">QUI (Dove nasce il sottosterzo Parte2)</span></a></strong></span>. Crea inoltre, in presenza di una sufficiente aderenza, un braccio sufficiente a determinare un corretto momento di trazione in fase di uscita dalle curve, rendendo la moto molto neutra in accoppiamento col passo contenuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente un centraggio alto porterebbe presto la moto all’impennata facile, ma il posizionamento avanzato del motore 4 in linea, molto compatto nel senso longitudinale, sposta il carico statico sull’avantreno e contrasta efficacemente l’impennata, come spiegato <span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong><a title="Baricentro e Centraggio" href="https://www.giornalemotori.com/2013/08/06/dove-nasce-il-sottosterzo-prima-parte/" target="_blank" rel="noopener"><span style="color: #000080; text-decoration: underline;">QUI (Dove nasce il sottosterzo Parte1)</span></a></strong></span>. La compattezza del motore unita al passo contenuto limita inoltre il momento inerziale della moto rispetto all’asse di imbardata, consentendo oltre a una piega facile anche un inserimento rapido e poco stressante sulle gomme. In una parola, la moto non soffre minimamente di sottosterzo. La ruota posteriore ha un carico statico ridotto, ma il carico dinamico di trasferimento durante l’accelerazione riporta l’aderenza ai corretti valori.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta naturalmente una leggera difficoltà a scaricare i cavalli nelle curve a gomito, dove alla riapertura del gas il carico statico è ancora basso finchè la moto non ricomincia ad avere una sufficiente accelerazione: ma la M1 non è concepita per le curve all’americana e la sua traiettoria sarà rotonda, senza perdite di velocità e senza ripartenze da fermo o quasi. Con gli anni crescono le potenze, col risultato che il grip della ruota posteriore sull’asfalto non è più sufficiente: le condizioni di base sulle quali si fondava il progetto sono fuori dal range previsto all’origine, e cominciano i guai. La moto non riesce a scaricare la potenza a terra, l’elettronica interviene e fa apparire il motore meno dotato degli avversari: la velocità in curva resta sempre ottima, ma in uscita viene staccata dalla concorrenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi tenta di esagerare si ritrova un problema gigantesco: quando il retrotreno sotto gas perde aderenza, ci si ritrova con una ruota anteriore che tira lateralmente &#8211; col braccio costituito dalla distanza contatto-baricentro &#8211; delle masse che vanno dritte per la tangente per l&#8217;assenza di un qualsiasi vincolo posteriore. E qui va aggiunta una piccola annotazione di teoria (vi avevo detto che non era finita, no?): a frenare l&#8217;imbardata generata dalla ruota anteriore che tira su un baricentro che vuole andare dritto è solo l&#8217;attrito laterale della ruota posteriore che sbanda, e questo attrito non dipende dalla velocità di sbandata ma esclusivamente dal coefficiente di attrito radente e dal carico verticale sulla ruota. Ma la M1 ha le masse avanzate, quindi il carico verticale è sull&#8217;anteriore, e perdippiù molto accentrate. Ricordate cosa abbiamo detto sopra? La resistenza delle masse all’imbardata dipende dalla loro distanza al quadrato dall’asse di rotazione. Molto accentramento, cioè poca dispersione, equivale a pochissima resistenza all’imbardata.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignnone  wp-image-43659" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/figura-5.jpg" alt="Evoluzione MotoGP: Yamaha M1" width="600" height="444" title="Evoluzione MotoGP: Yamaha M1 2014 e 2015 a confronto 1610" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/figura-5.jpg 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/figura-5-300x222.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/figura-5-485x360.jpg 485w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Quello che era un vantaggio finchè le ruote avevano sufficiente grip, adesso con la perdita del retrotreno diventa un difetto: appena perde aderenza la M1 sbanda bruscamente, non esiste un momento di inerzia sufficiente ad opporsi all’imbardata ormai <strong>libera e non controllabile dall&#8217;attrito radente posteriore</strong>. L’unico modo di evitare la trottola è levare il gas e riprendere aderenza, ma con un rischio ancora maggiore: ritrovare aderenza con la moto in violenta sbandata porta dritti all’highside. Non ci sono soluzioni, occorre evitare elettronicamente le perdite di aderenza a costo di tagliare i cavalli e dare l’impressione di un motore fiacco. Oppure si rischia di trovarsi una piastra di titanio nella spalla e storcerla la settimana successiva, come Lorenzo nel 2013. Da qui partiamo per capire quale è stata la linea di sviluppo per il 2014 e quale sarà quella per il 2015.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciatemi dire che noi, prima ancora delle dichiarazioni dello stesso Furusawa, fummo i primi – e anche gli unici, a dirla tutta – a rilevare che la M1 per come era stata inizialmente concepita era a fine sviluppo e occorreva ripensarla, proprio mentre il resto del mondo decantava la perfezione della Yamaha. Lorenzo in realtà, a dispetto della apparente facilità di guida osservata da tanti commentatori troppo superficiali, stava facendo un incredibile miracolo che a Rossi non riusciva più: tirare al massimo con una moto che appariva molto composta ma alla quale sarebbe bastato l’impatto con una mosca per sorpassare il proprio limite e finire rovinosamente a terra. Le stesse doti che permettevano alla M1 di essere un po’ più veloce in inserimento e percorrenza la rendevano terribilmente pericolosa appena si superava il limite di tenuta delle gomme, rendendola di fatto incontrollabile. La Yamaha in tenuta ha prestazioni un po’ migliori delle moto concorrenti, è facile andare forte da subito; ma è rischiosissimo portarla al limite e impossibile da spingere oltre.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’inverno tra il 2013 e il 2014 si cerca un maggiore carico statico posteriore per poter scaricare cavalli quanto i concorrenti. Mentre la Forward, in pratica una M1 2013, risolve il problema senza cambiare un solo bullone semplicemente utilizzando una gomma posteriore soft, la Factory sconta la mescola media e si ritrova con un problema derivante dall’impostazione originale: il motore andrebbe arretrato per guadagnare motricità, ma per evitare l’impennata andrebbe contemporaneamente abbassato. Solo che il 4 in linea, fatto per essere corto e accentrare le masse, è troppo largo: montato più in basso finisce per toccare terra in piega. Occorre ridisegnarlo completamente, manca il tempo e forse anche qualche idea migliore: il motore resta al suo posto e il telaio viene allungato nella parte anteriore, arretrando il carico statico. Rispetto al carico dinamico nulla cambia: altezza e distanza dal contatto posteriore restano identiche e la moto può accelerare senza impennare esattamente quanto la precedente, ma stavolta può contare su un grip maggiore alla primissima riapertura.</p>
<p style="text-align: justify;">Modifica all’apparenza facile e risolutiva senza troppe modifiche, ma da subito dicemmo che la moto avrebbe sofferto di sottosterzo e occorreva adottare una guida di corpo inusuale per una M1. Detto e fatto, Lorenzo in Qatar perde aderenza sull’anteriore e si ritrova a zero punti. Ricorderete tutti l’umore del maiorchino e le sue rimostranze per la scelta Yamaha di puntare sulla formula Factory piuttosto che schierarsi in categoria Open e risolvere la motricità con una semplice gomma soft. E ricorderete anche che la Forward è stata da subito competitiva pur in assenza di quello sviluppo che solo un team ufficiale può garantire. Rossi mette a frutto i consigli che da sempre gli davano in Ducati per cambiare la sua guida e contrastare di corpo il sottosterzo: già nel 2013 per la stessa ragione aveva avuto grosse difficoltà e durante l’inverno aveva maturato la decisione di cambiare finalmente stile, mentre Lorenzo – sulla base degli ottimi risultati ottenuti – ancora non aveva realizzato questa necessità. Nell’articolo precampionato scrivevamo che Lorenzo si sarebbe trovato male ma che dopo un certo numero di gare avrebbe capito e adattato la sua guida, e ora sapete su quali basi stavamo ragionando: i momenti inerziali della moto allungata. E vediamoli.</p>
<p style="text-align: justify;">La M1 attuale, rispetto al progetto originario di Furusawa, ha le masse meno accentrate dovute a una forcella più lontana dal baricentro: il maggiore momento di inerzia sull’asse z in fase di inserimento combinato con un grip inferiore della ruota anteriore porta al sottosterzo in ingresso di curva, e non esiste geometria di sterzo capace di cambiare questo fatto. Il grip non ha assolutamente a che vedere con le geometrie, lo ricordo ancora una volta; e se volessimo tentare di correggere il sottosterzo inerziale con una maggiore sterzata l’unico risultato sarebbe di accentuare la deriva di una ruota già alleggerita e quindi peggiorare il sottosterzo. Ancora, un piccolo incremento della distanza tra forcella e contatto posteriore nel momento in cui la moto in accelerazione ancora piegata solleva l’avantreno genera un maggiore momento inerziale di imbardata rispetto a quello che in questa situazione è l’asse di rotazione: il contatto posteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">L’entità di questo incremento inerziale cresce secondo il quadrato della distanza, diventando elevato anche per incrementi di passo di piccola entità, e questo rende più difficile al momento di trazione in uscita contrastare la tendenza della moto ad allargare la traiettoria in aria. Sia in ingresso che in uscita non c’è che una soluzione: lavorare col peso del corpo nonostante il baricentro sia rimasto alla stessa altezza. Ed è esattamente quanto ha fatto Rossi nelle prime gare nonché quanto Lorenzo sta facendo oggi. La ruota posteriore avanzata, al duplice scopo di cercare motricità e di accorciare il passo, nonché il mollone morbido, per abbassare la moto in accelerazione e limitare l’impennata che la ruota avanzata genera, sono i settaggi più frequenti sulla M1 di oggi, ma con una inevitabile ripercussione sul tirocatena che se da una parte rende più controllabili eventuali derapate, dall’altra va in direzione opposta a quella trazione appena migliorata con il telaio allungato. In compenso, il maggiore momento inerziale sull’asse di imbardata e il maggiore attrito radente quando la posteriore perde aderenza e sbanda all’esterno rendono &#8220;rischiosissimo&#8221; ciò che fino all’anno scorso era &#8220;impossibile&#8221;: Lorenzo, e lo abbiamo appena visto <span style="text-decoration: underline; color: #000080;"><strong><a title="Lorenzo intraversa l&#039;ingresso" href="https://www.giornalemotori.com/2014/09/02/motogp-silverstone-debriefing-2/" target="_blank" rel="noopener"><span style="color: #000080; text-decoration: underline;">QUI (Debriefing Silverstone)</span></a></strong></span>, a prezzo di una concentrazione di guida sovrumana stava provando a intraversare la sua scorbutica – in quella situazione &#8211;  M1 2014. E a fine gara ha dichiarato “mai guidato così in vita mia”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo è chiaramente ben noto ai progettisti Yamaha, i quali per il 2015 hanno un preciso obiettivo: rendere la M1 meno scorbutica e traditrice, evolvendola in una moto più omogenea e sincera, alla portata di tutti i piloti. La versione futura tornerà a un passo più contenuto con un sottosterzo inferiore e la motricità sarà cercata con l’arretramento del motore, abbassandolo soltanto quanto lo consentirà uno snellimento in zona carter allo scopo di ridurne la larghezza. Se sarà necessario si compenserà il mancato abbassamento del motore col riposizionamento in basso di quanto possibile, niente escluso, arrivando perfino all’ipotesi di spostare il mollone sotto al motore e ridisegnando gli scarichi se fosse indispensabile. Come ipotesi estrema, ma non penso si arriverà a tanto, si potrebbe arrivare a ridisegnare il motore nella zona frizione e cambio per lasciare l’albero motore troppo largo alla stessa altezza attuale ma portando il primario al di sotto del secondario in modo da abbassare il baricentro senza pregiudicare l’angolo di piega possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">L’accentramento delle masse sarà più simile al progetto originale che alla M1 lunga, e la moto continuerà a preferire la percorrenza alla derapata: ma il maggiore carico posteriore consentirà, nonostante la riduzione del momento inerziale, un significativo incremento dell&#8217;attrito radente sulla gomma posteriore in sbandata, un più intuitivo controllo sullo sterzo in caso di perdita di aderenza al retrotreno e, in definitiva, permetterà un lieve superamento dei limiti di tenuta senza necessariamente finire in highside. Infine il baricentro più basso renderà, è vero, la moto un po’ meno veloce della progenitrice in curva, ma la cosa sarà ampiamente compensabile con la guida di corpo, stavolta per fare percorrenza e non per contrastare il fastidioso sottosterzo della versione 2014. Sarà sempre la più scorrevole in piega, solo un po’ meno maneggevole da guidare. Ma soprattutto meno ansiogena per i piloti, che potranno provare a forzare senza rischiare troppe fratture. E da casa qualche volta capiterà di vedere la ruota posteriore in posizione diversa dal solito tutto avanti attuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Se siete arrivati vivi fin qui, vi faccio i miei complimenti. Ma non dubitate: vi darò il colpo di grazia tra qualche giorno, quando parleremo delle altre.</p>
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		<title>MotoGP, Silverstone &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Sep 2014 17:10:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Per impegni personali mi è stato impossibile fare il consueto briefing e me ne scuso coi lettori. Per farmi perdonare, a questo debriefing seguirà a breve una riflessione speciale. Silverstone, circuito inglese con discreto grip ma con fondo sempre più ondulato, diversi rettilinei dove la potenza serve per davvero e molte curve lente da cui accelerare. L’unico curvone dove è possibile tentare un drift è così aperto che tutti passano in pieno, e il vantaggio di un’apertura anticipata è annullato. La gomma morbida sulle curve lente rischia di generare troppo sottosterzo su tutte le moto, a parte la solita Forward, soprattutto man mano che la pista va gommandosi. In aggiunta, la temperatura in crescita imporrebbe una pressione più elevata per resistere nei rettilinei a pieno motore, e questo renderebbe le moto molto precarie sullo sconnesso. Tutto questo porta finalmente anche la Ducati a fare la scelta corretta e utilizzare la media. La M1 fa la stessa scelta con pressione appena più bassa e la Forward, tra una morbida a pressione regolare e una media parecchio abbassata di pressione, sceglie la prima opzione.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/2014-09-01_104516.jpg"><img decoding="async" width="722" height="252" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/09/2014-09-01_104516.jpg" alt="2014-09-01_104516" class="wp-image-43429" title="MotoGP, Silverstone - Debriefing 1611" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/2014-09-01_104516.jpg 722w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/2014-09-01_104516-300x105.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/09/2014-09-01_104516-696x243.jpg 696w" sizes="(max-width: 722px) 100vw, 722px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Tutto corretto, una volta tanto. Il risultato lo abbiamo visto: la Ducati è perfettamente all’altezza della concorrenza a parità di condizioni anche sull’asciutto, e Dovizioso ne prende coscienza ogni giorno di più. C’è ancora da lavorare di fino sull’elettronica, ma son dettagli. Anzi, mi spingo oltre e scrivo che con un’elettronica adeguata a salire sul podio sarebbe stata proprio la moto italiana. Cosa me lo fa pensare? Presto detto. Tra i tanti fotogrammi valutati qui in redazione ne abbiamo già pubblicato uno piuttosto significativo: la lotta tra Rossi, Dovizioso e Pedrosa. Analizziamo bene. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Rossi è avanti a tutti, sta inserendo la moto in piega ed è correttamente appeso di lato. Pedrosa è l’ultimo dei tre, per lui la curva deve ancora iniziare: si è portato all’interno, l’inquadratura non è frontale (notare la luce visibile tra la sua ruota anteriore e la posteriore) ma è già appeso. Dovizioso è più avanti di Pedrosa, l’inquadratura è anche più frontale ma il casco e le spalle sono ancora perfettamente allineati sulla moto. Avrebbe ancora margine, e neppure poco: perché non si appende? Perché presumibilmente non è ancora a posto con la gestione del freno motore. E, sempre probabilmente, l’eventuale derapata diventerebbe troppo brusca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dato il centraggio della sua moto, piuttosto arretrato con masse poco accentrate e di conseguenza molto adatto proprio al drifting, il problema pare più una gestione elettronica da perfezionare che non un limite dinamico. C’è da lavorare, ma c’è ancora da guadagnare; e già in questa gara stava attaccato alla migliore concorrenza. E proprio questo mi suggerisce di scrivere a breve un articolo specifico per fare il punto della situazione che in questi briefing osserviamo dai box, ma che è utile in ottica 2015 analizzare anche a livello di sviluppo futuro. D’altra parte tra poche settimane si definiscono&nbsp; le caratteristiche delle moto per il prossimo anno, e fare la sintesi di quanto avvenuto finora ci aiuterà a prevedere le evoluzioni delle diverse moto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Torniamo alla gara. La Yamaha di Rossi alla fine l’ha spuntata su Pedrosa e Dovizioso, ma il risultato sembra più figlio di una serie di singoli episodi piuttosto che di una superiorità del mezzo. Tante volte Dovizioso ha dovuto pinzare per non tamponare la Honda in curva (e, si badi bene, senza per questo allargare o perdere l’anteriore), così come tante volte Pedrosa in percorrenza è stato meno efficace del suo standard facendosi rubare il tempo da Rossi, evidentemente molto motivato dal suo primo podio a Silverstone. E proprio su Rossi c’è da aggiungere che durante le prove ha ancora una volta tentato di costruire una moto troppo reattiva di sterzo, probabilmente nel tentativo di avere un ingresso fulminante, senza tenere conto delle ondulazioni che affliggono l’asfalto sulle piste dove corrono le F1. Risultato da dimenticare e veloce retromarcia nel verso opposto, per fortuna aggiungo io. In gara la lotta per il terzo gradino del podio ha visto sostanzialmente tre ottimi piloti con tre mezzi assolutamente validi e perfettamente assettati contendersi la posizione con una guida ortodossa, ma lasciando intravvedere qualche margine in più per la rossa italiana una volta sistemati i dettagli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c’è stata la gara davanti, quella di due piloti a cui la guida ortodossa va stretta. Marquez spazzola la pista in ogni ingresso come sulla Moto2, non esce particolarmente veloce ma entra molto sporco. Se lo scorso anno ha capito che driftare in uscita qui è solo una perdita di tempo, oggi lui prova a intraversare gli ingressi. Lorenzo vede tutto e prova a fare altrettanto su una moto sulla quale queste manovre sono pericolosissime: le masse molto accentrate e la geometria di sterzo troppo reattiva sullo sconnesso portano a sbacchettamenti e a sbandate brusche in ingresso, poco progressive e rischiosissime da controllare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le ha provate tutte, appeso alla M1 come Rossi riusciva a fare nelle prime gare di quest’anno, di traverso in frenata con la posteriore scorbutica e l’avantreno compresso sulle buche con la forcella in piedi. Ha rischiato l’osso del collo su una moto che proprio non è concepita per oltrepassare i propri limiti di tenuta. E a fine gara non mi ha stupito la sua prima dichiarazione: “ho guidato come mai in vita mia, sono davvero soddisfatto di ciò che ho fatto oggi”. Ha ragione, oggi ha tentato di superare i limiti suoi e della sua moto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Singolare scelta per Iannone: media dietro e morbida anteriore sono compatibili con un assetto basso per la guida sporca, inusuale per il pilota abruzzese che in genere predilige l’assetto alto con la moto più nervosa e uno stile un po’ più scalmanato in sella. Alla Ducati ancora manca qualcosa in termini di controllo elettronico per la guida di traverso, a meno di non essere nati driftando da piccoli sul triciclo, ma non è il caso di Iannone. Sinceramente devo ancora capire il motivo. Scelta estrema per Redding, entrambe morbide con assetto basso: il pilota inglese si sporge molto, guida pulito senza rovinare le gomme, frena senza scomporsi e accelera senza perdere aderenza, con molta misura. Lui conosce la pista e riesce meglio di altri a far scorrere la moto su traiettorie ben collaudate, agguantando la decima posizione con un secondo di vantaggio su Hernandez.</p>
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		<title>Il nuovo muso della Caterham CT05</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Aug 2014 12:54:34 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/bel-caterham-nose-e1409169939772.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-43151" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/bel-caterham-nose-e1409169939772.jpg" alt="bel-caterham-nose" width="500" height="400" title="Il nuovo muso della Caterham CT05 1613" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/bel-caterham-nose-e1409169939772.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/bel-caterham-nose-e1409169939772-300x240.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La Caterham nonostante le enormi difficoltà economiche non intende rinunciare a rincorrere un posto nei primi dieci team del mondiale di Fomrula 1, posizione che garantirebbe ossigeno economico anche per la prossima stagione. In Belgio si presenta la scuderia inglese con una nuova veste tecnica per il muso anteriore. In effetti il bizzarro design che si è visto in quella zona da inizio stagione non sono non è stata efficacie, ma sembra che sia uno dei colpevoli principali della mancanza di competitività della verde monoposto inglese.  Da come si vede dalla foto in raffronto con il muso che si va a sostituire nella nuova soluzione tecnica si conserva la proboscite nera che c&#8217;era anche prima.</p>
<p style="text-align: justify">La parte alta prima squadrata intorno alla proboscite ora e affusolata aerodinamicamente intorno alla punta in modo da migliorare la penetrazione e il flusso aria che arriva al fondo vettura dalla zona del muso. Nella parte alta dello stesso ormai è sparito pure lo scalino ingrossando in modo notevole il naso della Caterham. Nella zona inferiore del muso invece si nota una sagomatura meno pronunciata e meno spigolosa nella zona dell&#8217;attacco delle sospensioni all&#8217;altezza del triangolo inferiore. Quanto questa modifica ha avuto successo è presto detto dalle impressioni di uno come Lotterer che reduce dalla sua Audi R18 E-Tron nel mondiale WEC, in un impietoso confronto tecnico ha semplicemente detto che la sua vettura da endurance ha molta più velocità e tenuta in curva della Caterham. Non sappiamo se prima della modifica era ancora peggio ma certo questa affermazione di un campione che ha più volte vinto la 24h di Le Mans.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Brno, MotoGP &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Aug 2014 18:48:51 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/l.php_1.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-43040 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/l.php_1.jpg" alt="Debriefing" width="693" height="441" title="Brno, MotoGP - Debriefing 1617" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/l.php_1.jpg 693w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/l.php_1-300x191.jpg 300w" sizes="(max-width: 693px) 100vw, 693px" /></a></p>
<p>Apriamo il debriefing di Brno con un’immagine diversa dal Pedrosa con cui tutte le testate hanno salutato il suo ritorno alla vittoria, per due ottime ragioni: la prima, lo avevamo già messo nel briefing, <strong>unici ancora una volta</strong>, e il motivo c’era. La seconda, vogliamo approfondire quanto avevamo accennato prima della gara circa le gomme e in particolare la pressione della posteriore. E Rossi ci offre l’opportunità di osservare un dettaglio importante. Vediamo.</p>
<p>Sospensione posteriore piuttosto alta nonostante la moto sia in piena accelerazione, e il polso destro è a manetta. Significa un elevato trasferimento dei carichi, necessario per ottenere il grip in uscita progressiva dalle curve lente ma non secche. Il circuito ceco infatti è caratterizzato da molte curve e controcurve lente e lunghe dove la traiettoria americana molto a spigolo è inutilizzabile, a meno di non voler tentare due spigoli nella stessa curva. Occorre fare percorrenza. D’altra parte, sono lente e separate tra loro da brevi rettilinei, e dunque non è possibile raccordarle semplicemente a mezzo gas con la stessa marcia: bisogna per forza aprire e scaricare cavalli. Non di colpo come uscendo da un gomito, ma in velocissima progressione, raddrizzando in fretta la moto e spalancando. Ecco perché nel briefing abbiamo scritto che la pista pareva disegnata da Pedrosa: la velocità in curva è bassa, il drifting in seconda marcia non sembra una buona idea. E senza curvoni che aprono, la moto poi fatica a riprendere aderenza e viaggia verso l’esterno, con traiettorie molto larghe in uscita e con accelerazioni poco efficaci. Questo spinge il pilota a non perdere velocità in ingresso – per non essere costretto a riaccelerare troppo in uscita – entrando velocissimo, larghissimo e già di traverso. Insomma, stile Moto2 sulla quale il peso rispetto alla potenza è decisamente più alto. Qui troviamo la spiegazione dello stile col quale Marquez ha affrontato la pista, <strong>fino a spingere qualche commentatore a dire che la moto aveva problemi a fermarsi</strong>: non è così, era il pilota a non volerla fermare. A costo di entrare garibaldino e di traverso in frenata. Sicuramente l’assetto basso ha avuto le sue colpe, ma qui occorre capire come mai una Honda uguale a quella di Pedrosa avesse così poca motricità.</p>
<p>Diciamo subito in questo debriefnig che l’assetto basso comporta una minore percorrenza e una motricità inferiore, come abbiamo visto anche negli articoli tecnici, ma qui abbiamo notato una differenza di trazione davvero enorme fin dalle prove. Il sospetto è che sia stata fatta una scelta sbagliata sulla pressione. Mi spiego con l’aiuto proprio della moto di Rossi: in piena accelerazione la gomma posteriore è molto schiacciata, indice di una pressione bassa.<strong> La pressione bassa, contrariamente a quanto pensano molti,</strong> non aumenta in sé il grip ma serve per ottenere sulla carcassa la necessaria deformazione sotto trazione senza la quale la gomma non raggiunge la corretta temperatura interna. La M1, nonostante gli aggiornamenti, resta una moto piuttosto leggera dietro, e su un fondo con basso grip non può scaricare a terra la potenza della Honda a parità di mescola perché il suo carico verticale statico non glielo consente. Minore potenza significa anche minore deformazione della carcassa, e in definitiva la gomma resterebbe fredda: non resta che abbassare la pressione per raggiungere la temperatura di esercizio, ma in piena accelerazione – quando cioè i carichi dinamici intervengono a dare una mano a quelli statici – la gomma si schiaccia parecchio. Proprio come nella foto di Rossi. La Honda di Marquez ha un elevato carico statico, ma il suo particolare setting riduce i trasferimenti dinamici molto più della moto di Pedrosa: di conseguenza la sua pressione posteriore doveva tenere conto della situazione di minor carico rispetto all’assetto più alto del suo compagno, pena una carcassa più fredda e una posteriore che spinna troppo. Insomma, su una pista come Brno forse è meglio darsi una calmata e imparare qualcosa da Pedrosa</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-43045" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/gomme.jpg" alt="Go0mme debriefing" width="574" height="278" title="Brno, MotoGP - Debriefing 1618" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/gomme.jpg 574w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/gomme-300x145.jpg 300w" sizes="(max-width: 574px) 100vw, 574px" /></p>
<p>In casa Yamaha invece non sbagliano nulla: obbligati dal regolamento alla media posteriore, trovano il grip necessario senza rinunciare alla percorrenza. Due modi diversi di affrontare la gara, ma entrambi molto validi per i rispettivi piloti: assetto alto per Rossi, con anteriore dura che impiega qualche giro in più a scaldarsi ma regala staccate aggressive con avantreno molto solido; moto più bassa per Lorenzo, <strong>che evidentemente continua a temere il sottosterzo</strong> e preferisce ridurre gli alleggerimenti in uscita e utilizzare una anteriore soft. Velocissimo sin dalla partenza, porta la gomma fino al traguardo con la sua guida rotonda e mai brusca negli inserimenti. Perfetti in gara entrambi, si arrendono solo alla perfezione tecnica di un Pedrosa sempre incredibilmente elegante.</p>
<p>Ducati sconcertante, non tanto per il risultato quanto per le scelte. Per carità, Iannone a soli sette secondi da Marquez su una pista guidata è un buon risultato. Ma la morbida dietro era necessaria? Siamo certi che alla Ducati manchi carico o grip al posteriore? Giusto per capirci: la Ducati storicamente ha un elevato carico statico posteriore e un limitato trasferimento dei carichi, almeno fino alla gara di Indianapolis. Qualcosa è sicuramente cambiato, e oggi la moto appare un po’ meno carica sul retrotreno e un po’ più alta come assetto generale, ma resta una moto con elevata motricità. Questo significa potenza a terra, deformazioni elevate e gomma che dura poco. Contenere la deformazione che un grip tanto elevato comporta &#8211; soprattutto con gomma soft &#8211; significa alzare la pressione, cosa che senz’altro è stata fatta. Resta però il dubbio che una media con un assetto un filo più alto avrebbe garantito la necessaria trazione grazie al miglior trasferimento dei carichi che compensa la mescola, con una leggera deriva posteriore dovuta a una pressione meno elevata. In definitiva, forse poteva ancora guadagnare in percorrenza senza incorrere nel sottosterzo in uscita. <strong>Ottimo risultato, lo ripeto, però qualche test andrebbe fatto in proposito.</strong> Anche perché le prestazioni ormai ci sono, quello che serve è la continuità di rendimento per tutta la durata della gara.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/2014-08-17_144805.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-42949" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/2014-08-17_144805.jpg" alt="marquez iannone brno" width="540" height="275" title="Brno, MotoGP - Debriefing 1619"></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2014/08/21/brno-motogp-debriefing/">Brno, MotoGP &#8211; Debriefing</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<title>MotoGP, Brno &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Aug 2014 17:09:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[briefing]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccoci al consueto briefing pre gara. Avete presente il nuovo asfalto di Indy? Ecco, dimenticatelo: qui siamo nella vecchia Europa e l’asfalto è liscio, con granulometria arrotondata e piuttosto scivoloso soprattutto quando fa caldo. Siamo a Brno, circuito difficile e molto tecnico: tante curve a velocità contenuta ma separate da piccoli rettilinei che ne impediscono [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-42932" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/2014-08-16_180534.jpg" alt="pedrosa brno" width="777" height="363" title="MotoGP, Brno - Briefing 1621" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/2014-08-16_180534.jpg 777w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/2014-08-16_180534-768x359.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/2014-08-16_180534-300x140.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/2014-08-16_180534-696x325.jpg 696w" sizes="(max-width: 777px) 100vw, 777px" />Eccoci al consueto briefing pre gara. Avete presente il nuovo asfalto di Indy? Ecco, dimenticatelo: qui siamo nella vecchia Europa e l’asfalto è liscio, con granulometria arrotondata e piuttosto scivoloso soprattutto quando fa caldo. Siamo a Brno, circuito difficile e molto tecnico: tante curve a velocità contenuta ma separate da piccoli rettilinei che ne impediscono il raccordo con la successiva. Poche storie, qui occorre riaccelerare da bassa velocità. Non lasciatevi ingannare dalle tante curve tonde che parrebbero fatte per la percorrenza, sono comunque lente e occorre grip per uscire.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto questo, la pista sembrerebbe fatta apposta per Pedrosa, pulito in curva e con una moto che sicuramente può scaricare cavalli senza troppi problemi: e al di là del risultato ottenuto in prova, per la gara occorre tenerlo presente. Marquez spazzola come fosse in Moto2, ma qui le cose sono complicate e le curve non si aprono in uscita: anticipare il gas significa usare tutta la pista, le traiettorie non sono così comode. Dalla propria parte ha il fatto di maltrattare le gomme meno della Ducati, ma la moto italiana comincia a dare fastidio: a partire da Indianapolis Marquez ha capito che non può assolutamente dare riferimenti ai ducatisti perché loro hanno un mezzo che, diversamente dalle Yamaha, può copiare le traiettorie e fare le stesse manovre della Honda, con appena qualche difficoltà in più.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche con qualche vantaggio: la Ducati può frenare meglio ed entrare in curva più composta, sia pure con una corda meno veloce. E soprattutto può uscire stretta senza usare tutta la pista finchè le gomme lo consentono. In America è stato Dovizioso a scoprirlo, oggi è stato Iannone: in gara non sarà possibile per loro usare la gomma bianca, e senz’altro con la media anche la Ducati avrebbe sofferto lo spin posteriore, ma è indicativo come ancora una volta l’asfalto asciutto e il grip più elevato che la gomma soft può offrire non costituiscono più uno spauracchio. Il centraggio è stato finalmente raggiunto, basta limare i dettagli. Come personale opinione, vorrei aggiungere, la distribuzione di massa accentrata offre i suoi vantaggi in percorrenza ma crea anche qualche problemino se al pilota piacesse una certa progressività nell’imbardata. Chi ha orecchie per intendere… 😉</p>
<p style="text-align: justify;">Le Yamaha, arrivate sul suolo europeo, sono un tantino spiazzate. L’equilibrio è molto delicato: ci vorrebbe motricità, e Rossi la cerca con un assetto alto, ruota posteriore tutta avanti e tirocatena con pivot alto mentre Lorenzo cerca la perfezione nella traiettoria con la moto un filo più bassa e meno rischiosa sull’anteriore. Il colpaccio riesce a Smith con assetto alto, nel quarto settore esce bene dalla curva 11 e non perde tempo nelle esse prima del traguardo. Perché parlo di equilibrio delicato allora? Perché qui la differenza sarà la temperatura: se farà caldo la gomma andrà in crisi sulla Honda, ma il grip inferiore dell’asfalto caldo penalizzerebbe anche la Yamaha pur con posteriore entro i limiti. E il risultato finale, nonostante il tracciato molto diverso dalle caratteristiche di Indianapolis, potrebbe essere lo stesso. La pressione andrà fatta con molta attenzione.</p>
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		<title>MotoGP, Indianapolis &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Aug 2014 21:46:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Ok, devo ammetterlo i questo debriefing di Indianapolis: quando gli americani si impegnano in qualcosa, riescono a farla davvero bene. In questo caso, hanno deciso di rifare il fondo della pista sulla quale tanti piloti lamentavano poco grip. E il risultato è davvero eccellente: perfetta granulometria, ottimo grip, scommetto che se piovesse noi scopriremmo che è anche molto drenante. E nel briefing io ho sbagliato, ma per difetto: oggi Indianapolis ha un grip paragonabile alla sola Philip Island.&nbsp; Tutto questo, aggiunto all’eliminazione delle ripartenze da prima marcia con traiettoria a spigolo, ha portato i piloti Yamaha ad essere soddisfatti delle modifiche. Trascurando la mia personale opinione, né d’altra parte è questa del debriefing la sede per esprimerla, il tema del giorno non è “come mai Pedrosa non ottiene risultati con la moto migliore del mondo”. Il tema è un altro, ma ci arriviamo.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/l.php_.jpg"><img decoding="async" width="722" height="248" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/l.php_.jpg" alt="l.php" class="wp-image-42823" title="MotoGP, Indianapolis - Debriefing 1622" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/l.php_.jpg 722w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/l.php_-300x103.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/l.php_-696x239.jpg 696w" sizes="(max-width: 722px) 100vw, 722px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo daremo un’occhiata alle velocità massime, e finalmente scopriamo che alle M1 i cavalli non mancano affatto: si tratta solo di avere abbastanza grip da metterli a terra, e su questa pista il problema semplicemente non si pone. In tanti hanno commentato che era uno scandalo che il motore Ducati di Dovizioso non riuscisse sul rettilineo a riprendere la M1 di Rossi, ma il vero scandalo è che certi commentatori continuino a credere che in Yamaha non sappiano fare motori potenti. Anni e anni a seguire le gare con qualche taccuino o microfono in mano, eppure il livello è sempre quello. E d’altra parte, Stoner con Ducati nascondeva carburante nel telaio e Marquez in Moto2 aveva un motore più potente: la motricità e la capacità di anticipare l’apertura evidentemente per qualcuno son cose marginali. Sta di fatto che Lorenzo e Rossi, uscendo sui rettilinei da curve che paiono disegnate da Lin Jarvis, stavolta aprivano il gas come e meglio delle Honda. I crono e le velocità massime ne sono la migliore testimonianza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le moto con eccellente motricità invece si son trovate di fronte un problema ben conosciuto da Ducati e un po’ meno da Honda: la motricità troppo elevata, unita a un momento di trazione inferiore a causa del centraggio più basso, stavolta impone una limitazione di potenza proprio a loro, pena l’insorgenza del sottosterzo in uscita di curva. Occorre settare bene l’antiwheeling, un po’ più chiuso del solito, e l’unico che cerca una diversa soluzione è Marquez: moto bassa e lunga, tenta di innescare il drift in modo da evitare – con lo spinning posteriore – l’alleggerimento dell’avantreno. Da metà gara in poi, col fisiologico calo delle gomme per tutti i piloti, la manovra diventa sempre più efficace, con le M1 che insieme al grip perdono un po’ di efficacia mentre la HRC diventa sempre meno sottosterzante (vedi Pedrosa in rimonta) e nel caso di Marquez anche più driftarola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ducati con la media posteriore, per loro il calo a metà gara è stato drammatico: le due Tech3, pur perdendo efficacia col passare dei giri quanto le M1 ufficiali, soffrivano assai meno il calo rispetto alle D16. Nel briefing avevamo scritto che la posizione in griglia non autorizzava speranze, eppure…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure qualche indizio di miglioramento c’è. E se vi fidate della mia opinione, è un grosso indizio. Vediamo meglio: intanto leviamoci dalla testa che il nuovo motore abbia chissà quale guadagno, il rettilineo attaccato alla ruota delle M1 ha dimostrato l’infondatezza di questa ipotesi. E per quanto riguarda un eventuale riposizionamento del motore nel telaio, semplicemente non basta un’ottimizzazione degli spessori e delle parti non soggette a sollecitazioni per poter modificarne la posizione. Le orecchie di collegamento al telaio, per capirci, non vengono toccate, e così per la posizione del pivot posteriore o del pignone secondario. Però il motore più compatto probabilmente ha consentito il riposizionamento di qualche accessorio, ottimizzando ulteriormente la distribuzione dei pesi. Cosa me lo fa pensare?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Me lo fa pensare il fatto che la D16 di Dovizioso ha fatto un tempo eccellente in qualifica, e checché ne pensino i detrattori questo significa che la moto è in grado di farlo. A mancare, semmai, sono i riferimenti e le traiettorie per un pilota come Dovizioso che ha l’unico “difetto” di avere la testa sulle spalle e di riportare la moto ai box sana e salva a fine gara (lo so, qui non nego che le mie esperienze di tecnico povero e attento ai costi hanno il loro peso…). Però per tutto il week end i tempi sono stati notevoli, e visto che la D16 soffre il sottosterzo man mano che il grip cresce noi avremmo dovuto riscontrare una situazione disastrosa sulle nuove curvette lunghe in percorrenza e sulle relative uscite. Soprattutto con gomma più morbida degli avversari. E invece nulla, dal che si capisce che la distribuzione dei pesi è stata ulteriormente ritoccata col riposizionamento di qualche componente. Il nuovo telaio, in preparazione e prossimo al debutto, risolverà definitivamente la situazione, ma è fuor di dubbio che la moto oggi soffre più di inerzia elevata che di sottosterzo in uscita, e il prossimo passo riguarderà l’accentramento delle masse piuttosto che lo spostamento del baricentro ormai vicinissimo alla Honda. Purtroppo la scelta obbligata della mescola media ha comportato sulla pista americana una scelta conservativa, con pressione posteriore più elevata e elettronica più chiusa in uscita di curva per limitare l’alleggerimento anteriore, e questo spiega come mai sul rettilineo la Ducati inizialmente perdesse qualcosa in accelerazione rispetto alla M1 per poi riguadagnare – non abbastanza, però – nella seconda parte del rettilineo. Avanti così, ci siamo quasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho accennato a Marquez, dicendo che era l’unico a tentare una strada diversa per risolvere un incipiente sottosterzo sulla sua Honda, ma devo fare una precisazione importante: l’unico su Honda. Perché in termini assoluti ho visto anche un ottimo Hernandez sulla vecchia GP13 fare le stesse cose su un centraggio ancora più arretrato. Sono davvero dispiaciuto del contatto con Bautista al primo giro, il confronto in gara nei primi giri, ovvero finchè la gomma avesse tenuto ( e sulla GP13 significa molto meno di metà gara) sarebbe stato estremamente interessante. Semprechè la regia si fosse degnata di inquadrare le retrovie, cosa sulla quale nutro più di un dubbio. Per la stessa ragione mi sarebbe piaciuto valutare il grip della pista anche con l’altra 4 in linea schierata in gara, la Avintia, che con le nuove caratteristiche della pista dovrebbe aver limitato i danni di un centraggio avanzato. E a meno di raccogliere qualche confidenza dai box ho paura che ci terremo questa curiosità.</p>
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		<title>MotoGP, Indianapolis &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Aug 2014 08:39:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si torna negli USA per l’altra delle due gare che in questo 2014 si corrono sul suolo nordamericano, ed eccoci al Briefing. Pista molto veloce e storicamente favorevole a Honda e a Ducati per via del fondo insidioso e con poco grip, quest’anno è stata rivista nel tracciato e nell’asfalto. Il risultato è un circuito [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/vale_hard.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-42647 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/vale_hard.jpg" alt="vale_hard" width="560" height="348" title="MotoGP, Indianapolis - Briefing 1626"></a></p>
<p>Si torna negli USA per l’altra delle due gare che in questo 2014 si corrono sul suolo nordamericano, ed eccoci al Briefing. Pista molto veloce e storicamente favorevole a Honda e a Ducati per via del fondo insidioso e con poco grip, quest’anno è stata rivista nel tracciato e nell’asfalto. Il risultato è un circuito con grip eccellente, con asfalto a grana media, e senza i due punti di ripartenza dalla prima marcia che avevano finora caratterizzato in GP dell’Indiana. Non è difficile prevedere ottime prestazioni per le M1 sulle nuove curve più rotonde e da raccordare in pieno stile europeo, ma la nuova esse veloce prima del rettilineo d’arrivo è più insidiosa di quanto appaia a prima vista e obbliga i piloti ad aprire il gas per cercare velocità davanti alle tribune. A pagare le conseguenze della propria irruenza è stato Bautista con un highside per fortuna con conseguenze serie soltanto sulla moto.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/2014-motogp-bridgestone-unveils-new-tire-marking-system-78213_1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-42750" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/2014-motogp-bridgestone-unveils-new-tire-marking-system-78213_1.jpg" alt="2014-motogp-bridgestone-unveils-new-tire-marking-system-78213_1" width="560" height="315" title="MotoGP, Indianapolis - Briefing 1627" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/2014-motogp-bridgestone-unveils-new-tire-marking-system-78213_1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/2014-motogp-bridgestone-unveils-new-tire-marking-system-78213_1-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p>Velocità sul rettilineo, dunque. La Ducati qui si prende la sua rivincita, è il merito non è del nuovo motore, semplicemente ridisegnato a livello carter ma sostanzialmente identico nelle altre caratteristiche: la Ducati, pur perdendo il vantaggio del passato circa il fondo molto liscio e con poco grip, mantiene comunque una motricità superiore alla concorrenza proprio nella esse finale, senza quei problemi che affliggono in particolare le Yamaha. Di conseguenza riesce a scaricare a terra la potenza necessaria a primeggiare in velocità pura. Assolutamente inopportuna però qualsiasi illusione per la casa italiana, come lo stesso Dovizioso sa bene: la temperatura è alta, l’asfalto è ruvido e il grip è ottimo, quindi in gara la gomma morbida non potrà essere utilizzata e occorrerà raccogliere ad armi pari la sfida con la concorrenza giapponese. L’unica soluzione sarà sollevare la pressione della media e cercare di non rovinarla nei primi giri per portarla fino al traguardo in condizioni dignitose, non essendo possibile l’opzione hard su una moto che corre con regolamento Open. Situazione dunque peggiorata rispetto allo scorso anno, dove il grip inferiore da una parte metteva in crisi tutti gli altri e dall’altra comportava minori deformazioni sulla carcassa e in definitiva garantiva una durata maggiore anche sfruttando la moto fin dalla partenza.</p>
<p>Tra le Honda, anche qui potrà far bene Pedrosa: mancano, è vero, le ripartenze a spigolo nel quale lui è maestro, ma il nuovo tracciato richiede percorrenza e capacità di raccordo che non mancano certamente alla seconda guida HRC. Marquez qui potrebbe azzardare la hard posteriore, soprattutto se intende sfruttare le proprie doti nel drifting su un fondo che oggi gli garantisce un’ottima spinta anche con la ruota che pattina.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/Bridgestone-BATTLAX-MotoGP-slick-tyre-colour-scheme.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-42751" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/Bridgestone-BATTLAX-MotoGP-slick-tyre-colour-scheme.jpg" alt="Bridgestone-BATTLAX-MotoGP-slick-tyre-colour-scheme" width="640" height="360" title="MotoGP, Indianapolis - Briefing 1628" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/Bridgestone-BATTLAX-MotoGP-slick-tyre-colour-scheme.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/Bridgestone-BATTLAX-MotoGP-slick-tyre-colour-scheme-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
<p>Bene le Yamaha, ufficiali e non, che potranno far valere la superiorità nelle percorrenze e nei cambi di piega veloci sulle esse. La migliorata aderenza mi fa personalmente propendere per una prevalenza di Lorenzo su Rossi, il cui stile ha efficacia crescente man mano che il fondo diventa scivoloso e che qui a Indianapolis invece non apporta altrettanto beneficio.</p>
<p>Uno sguardo alle Open: Forward sicuramente avvantaggiata su tutti mentre le Honda Open, in compagnia di Aprilia e Avintia, paga troppa differenza di velocità in rettilineo. Cavalli piuttosto che problemi di motricità in uscita dall’ultima esse, purtroppo non siamo in grado nel briefing di azzardare un parere fondato. Ma questa non è più una novità…</p>
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		<title>Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa &#8211; terza parte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Aug 2014 10:13:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Entriamo in qualche considerazione più specifica. Abbiamo visto che la ruota anteriore della nostra motocicletta si comporta come un giroscopio e comanda la sterzata che riporterà la moto in equilibrio. Tutto giusto, ma nessun giroscopio da laboratorio o dimostrativo illustra ciò che succede quando l’asse di rotazione della precessione e quello di rotazione della perturbazione [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Entriamo in qualche considerazione più specifica. Abbiamo visto che la ruota anteriore della nostra motocicletta si comporta come un giroscopio e comanda la sterzata che riporterà la moto in equilibrio. Tutto giusto, ma nessun giroscopio da laboratorio o dimostrativo illustra ciò che succede quando l’asse di rotazione della precessione e quello di rotazione della perturbazione NON sono tra loro ortogonali. Le cose si fanno complesse ma spero di riuscire a spiegarle.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/2014-08-05_164303.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-42599" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/2014-08-05_164303.jpg" alt="2014-08-05_164303" width="720" height="281" title="Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa - terza parte 1631" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/2014-08-05_164303.jpg 720w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/2014-08-05_164303-300x117.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/2014-08-05_164303-696x272.jpg 696w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a>Immaginiamo inizialmente tre diversi avantreni senza offset, identici in tutto ma con tre diverse incidenze di sterzo (e quindi tre valori di avancorsa differenti). Le ruote girano in senso orario e la motocicletta a cui appartengono <span style="text-decoration: underline">sta cadendo verso di noi</span>. Il primo caso è quello di un asse di sterzo perpendicolare all’asse di rollio, con incidenza pari a zero: vediamo subito che ogni punto della ruota che si trova alla destra dell’asse di sterzo perde quota &#8211; cioè si abbassa verso il terreno durante il rotolamento – e quindi la sua inerzia laterale subirà una riduzione a cui la sua massa si opporrà (non scordiamo che ogni singola massa vorrebbe mantenere la velocità, in questo caso laterale e diretta verso di noi, acquisita durante il rollio mentre si trovava a una quota superiore).</p>
<p style="text-align: justify">Analogamente, tutti i punti della ruota a sinistra dell’asse di sterzo guadagnano quota e vorrebbero mantenere la loro precedente velocità laterale (pari a zero quando si trovavano a contatto del terreno): in sostanza, durante il rotolamento esse verranno accelerate lateralmente dal rollio anche se loro vorrebbero guadagnare quota senza spostarsi lateralmente. Tutto questo l’abbiamo già spiegato in dettaglio nel <a title="Tutte le volte che...la ruota gira" href="https://www.giornalemotori.com/2014/04/04/maggior-parte-giroscopio/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;color: #000080"><strong>PRIMO ARTICOLO INTRODUTTIVO</strong></span></a>, ma se vi sfugge qualcosa non esitate a rileggerlo e a fermarmi quanto tempo sarà necessario. Eventualmente chiedete ragguagli, ma NON procedete senza aver capito quali siano le inerzie laterali che determinano il comportamento di qualunque giroscopio. Decine di persone, anche molto ferrate, mi hanno sciorinato tutte le formule sul come si calcola la velocità di precessione ma alla fine avevano semplicemente acquisito un dogma, come se il giroscopio fosse un bizzarro fenomeno fisico a sé stante e separato da tutto il resto. Scusate il pistolotto, ma senza questa condizione è perfettamente inutile tutto quello che segue.</p>
<p style="text-align: justify">Torniamo a bomba: nel nostro schemino, tutti i punti che col rotolamento perdono quota tireranno la propria parte di cerchio verso destra, cioè verso di noi, mentre tutti i punti che guadagnano quota tireranno il proprio pezzo di cerchio verso la sinistra della moto, cioè verso l’interno del vostro monitor. Stavo per dire che si allontanano da noi, ma questa è un’ottima occasione per spiegare meglio il concetto: i punti che guadagnano quota verso l’alto tentano semplicemente di continuare a stare sul piano del monitor mentre la ruota cade alla sua destra verso di noi, chiaro? E siccome stanno dietro all’asse di sterzo, ecco che sembrano tirare la parte posteriore della ruota verso sinistra. Il risultato è che la ruota sterza, e fin qui è tutto regolare. Ma che succede se l’asse di sterzo non è perpendicolare all’asse di rollio?</p>
<p style="text-align: justify">Ecco il secondo schemino: l’asse di sterzo ha un angolo di incidenza diverso da zero. Cosa succede? Succede che stavolta davanti all’asse di sterzo troviamo un certo numero di punti che guadagnano quota invece di perderla. E dietro l’asse di sterzo troviamo un certo numero di punti che perdono quota invece di guadagnarla. Nel disegno queste zone sono colorate in rosso, e aumentando l’incidenza di sterzo diventano sempre più ampie. I più vispi avranno già capito: queste zone NON contribuiscono alla sterzata e, anzi, vi si oppongono in quanto determinano forze contrarie a quella che rileviamo nel giroscopio da laboratorio, dove tutto è facile perché gli assi sono sempre ortogonali.</p>
<p style="text-align: justify">Qui invece abbiamo che il gioco di inerzie laterali lavori contro la precessione (passatemi l’espressione, lo so che è ripugnante in quanto la precessione altro non è che l’effetto della sommatoria di tutte le forze laterali, comprese quelle che non ci fanno comodo e che nei giroscopi universitari di Youtube semplicemente non esistono). In sostanza, la sterzata sarà determinata solo dalle parti non colorate, ovvero da tutte quelle che perdono quota davanti all’asse di sterzo più quelle che guadagnano quota dietro all’asse di sterzo. Anzi, le restanti masse &#8211; quelle colorate – ovvero quelle che guadagnano quota pur essendo davanti all’asse di sterzo nonché quelle che perdono quota pur essendo dietro l’asse di sterzo, avranno un effetto contrario che andrà sottratto da quello generato dalle masse non colorate.</p>
<p style="text-align: justify">Ora non sto ad illustrarvi nel dettaglio le diverse entità, sappiate però che per nostra fortuna gli effetti contrari sono relativamente bassi e questo ci consentirà di dosare millimetricamente quante masse colorate mandare in contrapposizione a quelle in bianco agendo proprio sull’angolo di incidenza di sterzo. Come nota puramente accademica, posso anche aggiungere che se realizzassimo un giroscopio da laboratorio con assi non ortogonali come lo sterzo della nostra motocicletta la velocità di precessione angolare del nostro giroscopio, fermi restando gli altri parametri quali peso, raggio e velocità del giroscopio nonché la forza perturbante applicata, risulterebbe maggiore. Ma ai nostri fini non ce ne importa un fico secco, a noi interessa semplicemente la forza sterzante del giroscopio perché poi andremo ad applicarla alle masse della moto, siano esse masse solidali con lo sterzo (pesetti sui manubri, per capirci) che masse sospese gravanti sul cannotto.</p>
<p style="text-align: justify">E questa forza, abbiamo visto, è variata con l’incidenza di sterzo anche a parità di raggio, di peso e di velocità della ruota. Qui qualcuno forse intuirà la situazione, soprattutto collegando la forza inferiore con la maggiore velocità di precessione illustrata nella nota accademica: esatto, l’incidenza di sterzo maggiore si comporta esattamente come una ruota più leggera a parità di raggio e di velocità. Se vi siete mai chiesti come mai i dragster hanno forcelle tanto inclinate, eccovi la risposta: a quelle velocità e con quelle bassissime masse anteriori da deviare la ruota sarebbe troppo pesante, e quell’incidenza simula una ruota leggerissima nella sua reazione giroscopica sullo sterzo. Insomma, evita che il giroscopio anteriore comandi troppo. E d’altra parte, immaginando sulla vostra moto di sostituire la ruota anteriore con un volano di 50kg scoprireste immediatamente che a comandare lo sterzo non sarete più voi ma soltanto lui, con effetti disastrosi. Primo fra tutti, vi si chiude lo sterzo perché le masse anteriori non si oppongono a sufficienza ad una forza sterzante enorme, e avrete voglia a spingere sul manubrio interno…</p>
<p style="text-align: justify">Ma non è ancora finita: l’incidenza di sterzo ha importanti effetti anche sul braccio su cui agisce l’inerzia di ogni singola massa del cerchio.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/2014-08-06_081309.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-42603" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/08/2014-08-06_081309.jpg" alt="massa avancorsa" width="720" height="281" title="Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa - terza parte 1632" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/2014-08-06_081309.jpg 720w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/2014-08-06_081309-300x117.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/08/2014-08-06_081309-696x272.jpg 696w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a>In figura ho colorato diversamente le masse a seconda della velocità con cui variano quota: in giallo le parti che perdono o guadagnano quota più lentamente, in rosso quelle che lo fanno più rapidamente. Risulta evidente che le masse in rosso sono quelle che maggiormente contribuiscono al momento meccanico di sterzata. Ma su quale braccio agiscono? Nello schemino ho riportato in verde il braccio su cui agisce ogni singola massa, naturalmente ortogonale all’asse di sterzo: facile capire che con maggiore incidenza di sterzo noi avremo una riduzione del braccio d’azione delle masse in rosso mentre ad aumentare sarà il braccio delle masse in giallo, fermo restando che quelle bianche hanno addirittura un contributo negativo. In definitiva, aumentando l’incidenza di sterzo noi avremo che:</p>
<ul>
<li>Una parte sempre maggiore delle masse della ruota non contribuisce alla sterzata e anzi vi si oppone</li>
</ul>
<ul>
<li>Il braccio delle masse che variano rapidamente quota si riduce, mentre cresce il braccio delle masse che perdono quota più lentamente</li>
</ul>
<p style="text-align: justify">Queste variazioni sulle masse efficaci e sui loro bracci d’azione sommano i loro effetti e portano a una risposta giroscopica di minore entità, comportandosi nei confronti della stabilità come se avessimo montato una ruota più leggera.</p>
<p style="text-align: justify">Tutte le cose di cui abbiamo finora parlato sono quelle che, messe assieme, ci forniscono il momento meccanico efficace sull’asse di sterzo. Costituiscono cioè la forza efficace che noi intendiamo sfruttare per ottenere quello sterzo a stabilizzazione giroscopica di cui abbiamo parlato nei primi articoli. Ma affrontando il problema spesso abbiamo parlato di equilibrio di sterzo, quindi questa forza in qualche modo va equilibrata da una resistenza opportuna che ci porti fino al famoso equilibrio. E la prima cosa che questa forza sarà obbligata a compiere sarà accelerare le masse della forcella e tutte quelle ad essa collegate attorno all’asse di sterzo.</p>
<p style="text-align: justify">Vedremo in seguito tutto il meccanismo di “resistenza”, ma intanto voglio sgombrare il campo da un diffuso pregiudizio: le forze di cui parliamo sono di entità relativamente debole e la loro funzione è quella di conferire la stabilità voluta alla nostra motocicletta. La reazione giroscopica in sé non è assolutamente responsabile della stabilità della moto, né avrebbe la forza sufficiente; la reazione giroscopica è appena sufficiente a ruotare lo sterzo, ma solo perché esso può ruotare liberamente sul suo asse. Se siete convinti che le reazioni giroscopiche abbiano chissà quali valori, provate a stringere appena troppo i vostri cuscinetti di sterzo: agendo sul manubrio voi riuscirete comunque a sterzare con apparente facilità, ma per le reazioni giroscopiche il carico aggiuntivo è enorme, e il vostro giroscopio anteriore non avrà più la forza di comandare correttamente il vostro sterzo. E siccome a dare stabilità alla moto è proprio lo sterzo – sia pure a comando giroscopico – alla fine non riuscite a stare in piedi. Tutto per qualche grado di troppo nel serraggio di sterzo, giusto per capire quanto valgano le forze di reazione giroscopica. Ma il pregiudizio che siano loro a reggere la moto è ancora drammaticamente diffuso, e spesso anche a livelli insospettabili.</p>
<p style="text-align: justify">Ah, un ultimo dubbio che spesso attanaglia tanti motociclisti: a moto ferma, magari al semaforo, coi piedi a terra e in attesa del verde molti hanno notato che &#8220;giocherellando&#8221; con la propria moto &#8211; passandosela da un ginocchio all&#8217;altro, in pratica &#8211; lo sterzo ruota dalla parte verso cui è inclinata. Questa tendenza è maggiore quanto più è alta l&#8217;avancorsa, e da questo fatto ci si costruisce l&#8217;dea che a chiudere lo sterzo verso la curva sia la forza di gravità in combinazione con una elevata avancorsa. Non fatevi ingannare, questa è semplicemente una bestemmia: a parte che con la moto in movimento la forza di gravità agisce sempre contemporaneamente alla eventuale forza centrifuga, sicchè la risultante è SEMPRE in asse con la moto (diversamente dal vostro &#8220;giochetto&#8221;, dove la gravità è sola soletta e agisce verticalmente su una moto inclinata), l&#8217;avancorsa nasce proprio per contrastare un effetto giroscopico troppo invasivo. Tutto quello che voi rilevate in attesa del semaforo verde ( e a ruota ferma) è semplicemente inapplicabile. Durante la marcia non è il peso della moto a tirare lo sterzo ma esattamente il rovescio: è lo sterzo con la sua reazione giroscopica a deviare le masse della moto.</p>
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		<title>Williams apre delle branchie sulla pinna del cofano motore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jul 2014 12:23:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo due Gran Premi a distanza di una settimana facciamo una piccola panoramica sugli sviluppi che le varie squadre hanno portato in pista sia nell&#8217;appuntamento della Germania che in quello dell&#8217;Ungheria. Cominciamo dalla Williams una delle scuderie che più di tutte ha fatto il salto di qualità raggiungendo con una certa facilità il podio e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/ger-williams-cooling.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-42500" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/ger-williams-cooling.jpg" alt="ger-williams-cooling" width="500" height="400" title="Williams apre delle branchie sulla pinna del cofano motore 1634" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/ger-williams-cooling.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/ger-williams-cooling-300x240.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Dopo due Gran Premi a distanza di una settimana facciamo una piccola panoramica sugli sviluppi che le varie squadre hanno portato in pista sia nell&#8217;appuntamento della Germania che in quello dell&#8217;Ungheria. Cominciamo dalla Williams una delle scuderie che più di tutte ha fatto il salto di qualità raggiungendo con una certa facilità il podio e partendo quasi regolarmente alle spalle della Mercedes candidandosi ad essere la terza se non la seconda forza del campionato.</p>
<p style="text-align: justify">Una modifica importante che si è vista in Germania è l&#8217;apertura sulla pinna posteriore del cofano  motore di una serie di aperture per raffreddare meglio la power unit Mercedes. La Williams non è l&#8217;unica che ha utilizzato la pinna aerodinamica del cofano motore come veicolo per far arrivare aria alla unità propulsiva, ma si tratta della prima che ha utilizzato tutta l&#8217;estensione della pinna con una serie molto fitta di aperture a forma di branchie come si vede nella foto superiore.. Una soluzione che argina le restingenti norme sulle aperture che si possono realizzare sulla fiancata, una zona della monoposto fortemente caratterizzata da limiti regolamentari, rispetto al passato dove si vedevano molte prese aria a forma di branchie.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Il motore elettrico per auto all&#8217;interno delle ruote</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Jul 2014 14:56:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una delle sfide maggiori per i produttori di auto elettriche sarà quella della miniaturizzazione delle componenti. Una delle più importanti sicuramente sono le batterie ma anche il motore ha una importanza fondamentale. Poter disporre di sistemi di propulsione che siano alloggiati nell&#8217;interno dei cerchi ruota in un corpo unico  potrebbe consentire degli schemi di progettazione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2014/07/29/motore-elettrico-per-auto-allinterno-delle-ruote/">Il motore elettrico per auto all&#8217;interno delle ruote</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/0001A25D.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-42479" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/0001A25D.jpg" alt="????????????????????????????????????" width="500" height="333" title="Il motore elettrico per auto all&#039;interno delle ruote 1640" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/0001A25D.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/0001A25D-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Una delle sfide maggiori per i produttori di auto elettriche sarà quella della miniaturizzazione delle componenti. Una delle più importanti sicuramente sono le batterie ma anche il motore ha una importanza fondamentale. Poter disporre di sistemi di propulsione che siano alloggiati nell&#8217;interno dei cerchi ruota in un corpo unico  potrebbe consentire degli schemi di progettazione per guadagnare spazio per i passeggeri e per le batterie.  L&#8217;automobile così come la conosciamo, con l&#8217;utilizzo di questo tipo di propulsore nelle ruote e tutti i comandi di collegamento con le ruote by wyre libera la scocca permettendo nuove frontiere progettuali e nuovo sfruttamento dei volumi interni per una vivibilità sempre maggiore utilizzando meglio al tecnologia che l&#8217;elettrico in futuro può garantire.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/1.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42480" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/1.jpg" alt="1" width="500" height="375" title="Il motore elettrico per auto all&#039;interno delle ruote 1641" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/1.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/1-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/1-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>Ci sono almeno tre società che associati ad altrettanti costruttori di automobili stanno lavorando su questo tema in modo incessante con prototipi interessanti già messi su strada. Una è la  <span style="color: #444444">Protean Electric,  società americana che sta collaborando con la FAW-Volkswagen per un motore elettrico interno alle ruote. Il progetto consiste nell&#8217;utilizzo di un</span> nuovo motore elettrico per auto che  fornisce,  a detta del produttore americano,  più potenza e  coppia abbinato ad una maggiore densità di potenza rispetto al passato. Ogni ruota viene quindi motorizzata con una propria elettronica di controllo istallata  all&#8217;interno del motore che comunica con il veicolo utilizzando il sistema di controllo principale. Le  caratteristiche dei motori Protean sono lo sviluppo di  <strong>75 kW ovvero 100 CV</strong> di potenza di massima. Maggiore densità di coppia per un peso complessivo di 34 kg.  Una maggiore capacità  rigenerante in fase di frenata, che consente  un <strong>recupero fino all&#8217;85%</strong> dell&#8217;energia cinetica disponibile per poi essere immagazzinata in apposite batterie. Il motore elettrico va inserito tranquillamente  all&#8217;interno di una ruota stradale  da 18, una misura ormai ad appannaggio anche di utilitarie.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/0001A25B.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42481" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/0001A25B.jpg" alt="0001A25B" width="500" height="361" title="Il motore elettrico per auto all&#039;interno delle ruote 1642" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/0001A25B.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/0001A25B-300x217.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a><br />
Un altro costruttore che si è cimentato in questo campo è la Schaeffler Ag che collabora attivamente con la Ford, approntando un prototipo perfettamente funzionante su base Fiesta.  Il sistema della  Schaeffler Ag è denominato come <i>E-Wheel Drive</i> . Il veicolo scelto non è un caso. L&#8217; azienda tedesca ha scelto una compatta per dimostrare la sua efficacia.  La Fiesta <i>E-Wheel Drive</i> è mossa  mediante due Schaeffler <i> E-Wheel</i> che vengono installati nei passaruota posteriori. Tutti i componenti necessari per l&#8217;azionamento del motore, la frenata e il controllo del veicolo come i sistemi di sicurezza, ESP e altri  sono integrati nel gruppo ruota elettrico. All&#8217;interno è compresa anche l&#8217;elettronica di controllo, il sistema frenante, e il raffreddamento tutti all&#8217;interno del  cerchione. I dati tecnici dell&#8217; <i>E-Wheel Drive</i> sono di una potenza massima di circa 40 kW per unità, ed una potenza continua di 2 x 33 kW,  ciò equivale ad una media di  110 e 90 cavalli rispettivamente. L&#8217;unità mozzo ruota viene  raffreddato a liquido, che in questa versione Beta  può sviluppare l&#8217;impressionante valore di coppia pari a 700 Nm.  Rispetto al primo prototipo che usava come base una Opel Corsa,  l&#8217; E-Wheel Beta presenta quindi un aumento di potenza di circa un terzo, così come 75% in più di coppia. La tensione elettrica del convertitore ad alta tensione è 360-420 V. L&#8217;unità mozzo ruota ha un peso totale di 53 kg,  con  un ingombro di 16 litri, il che lo rende collocabile in un cerchio molto più diffuso della concorrente americana con la misura di 16 pollici.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/michelin_activeWheel.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42482" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/michelin_activeWheel.jpg" alt="michelin_activeWheel" width="400" height="396" title="Il motore elettrico per auto all&#039;interno delle ruote 1643" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/michelin_activeWheel.jpg 400w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/michelin_activeWheel-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/michelin_activeWheel-300x297.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>Chi invece fa un deciso passo in avanti su questa tecnologia è la Michelin. Il colosso del pneumatico ha una divisone che esplora tutte le possibilità che il futuro può offrire all&#8217; automotive dal punto di vista della salvaguardia dell&#8217;ambiente. Il progetto Michelin si chiama  <span style="color: #444444">Active Wheel System ed è un sistema dotato di due motori elettrici alloggiati all&#8217;interno della ruota, uno che si occupa della  trazione e la frenata  e un altra unità  per il controllo elettrico delle sospensioni attive. Questa soluzione rende nettamente rivoluzionario il progetto Michelin rispetto ai concorrenti citati sopra. Non c&#8217;è  più infatti nessun  motore sotto il cofano, il sistema di sospensione è completamente diverso da come è inteso sui modelli odierni. Non esiste più nemmeno la classica trasmissione con cambio marcia, differenziale e semiassi per portare movimento alle ruote, tutte le componenti essenziali sono stati integrati nella stessa ruota. </span>Senza motori, trasmissioni e sistemi ausiliari, si lasciano liberi gli spazi che una volta dovevano essere progettati per la sicurezza per assorbimento degli  impatti. Le auto possono essere più piccole, leggere  ed avere uno spazio più funzionale rispetto alle dimensioni esterne  per trasportare più persone e merci. <span style="color: #444444">Tecnicamente  o</span><span style="color: #444444">gni motore  Michelin pesa 42 kg sviluppando  una potenza di 30 kW raffreddato ad acqua per una dimensione simile ad un motorino  per avviamento. Il motore ha una serie di ingranaggi che azionano direttamente il  mozzo. Un secondo motore elettrico invece opera la regolazione delle sospensioni attive tramite una cremagliera e pignone che sostituisce in pieno ed efficacemente  l&#8217;azione di un normale ammortizzatore idraulico.  Insieme, i due motori ruota anteriori sviluppano una potenza di 60 kW (81 CV), che possono toccare un picco fino a 120 kW (163 CV) per brevi istanti.  Una vettura con questa tecnologia dovrebbe coprire il classico  0-100 km in 10 secondi con una velocità massima di 140 km / h.  L&#8217;accordo tra Michelin e  Heuliez Will  prevedono diverse configurazioni del sistema, abbinati a diversi moduli di  batterie agli ioni di litio, che offrirebbe dai 150 ai 400 km di percorrenza. Il sistema Michelin lascerebbe addirittura al cliente la scelta  di utilizzare diversi moduli di batterie a seconda delle esigenze  in un ottica di massima flessibilità.  L&#8217;  Active Wheel è  in grado di recuperare energia in frenata per aumentare la percorrenza dei veicoli. I motori elettrici nelle ruote hanno un efficienza del 90%, rispetto a circa il 15% di efficienza per un veicolo endotermico convenzionale come un utilitaria. </span></p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/Google_Driverless_Car_Tech2.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42483" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/Google_Driverless_Car_Tech2.jpg" alt="Google_Driverless_Car_Tech2" width="500" height="281" title="Il motore elettrico per auto all&#039;interno delle ruote 1644" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/Google_Driverless_Car_Tech2.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/Google_Driverless_Car_Tech2-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>I costruttori di auto e di sistemi elettrici quindi si stanno dando da fare per avere un veicolo elettrico il più funzionale ed economico possibile sul mercato. Ora il passo sta ai produttori di batterie, che devono trovare sempre nuovi metodi di ricarica veloce per rendere una volta per tutte efficienti le alternative elettiche rispetto alle comode vetture endotermiche.  Una ricaduta sull&#8217;immediato di questa corsa alla miniaturizzazione dei motori elettrici ha portato vantaggi nell&#8217;introduzione di alternatori e motirini di avviamento più efficienti e potenti, soprattutto resistenti per i sistemi di start end stop indispensabili per le attuali vetture ibride. Ormai ci sono costruttori che già usano alternatori a 48v che hanno due velocità con un minicambio all&#8217;interno per gli avviamenti a freddo ed a caldo. Questi alternatori/motori possono essere anche usati come spinta per motori endotermici ai bassi regimi creando una soluzione microibrida. Come sempre è la meccanica classica che mostra i suoi limiti rispetto alla nuova tecnologia. Infatti per far funzionare questo alternatore/motore necessita un impianto elettrico adeguato sia nella potenza che nelle specifiche di sicurezza. Inoltre tutto il comparto delle cinghie e tendicinghia di comando dovono essere riprogettate  con un costo che si rifletterebbe pari pari sulla manutenzione sulle spalle del cliente finale.  Un utilità maggiore invece viene per i sistemi ibridi. Infatti i motori elettrici così rimpiccioliti possono essere usati in diretto collegamento con l&#8217;asse delle ruote non alimentate dal motore termico. In questo modo si ha la possibilità di poter andare sia in modalità elettrica che in modalità ibrida trasformando il veicolo in una trazione integrale intelligente in tutto e per tutto. Si possono eliminare collegamenti meccanici di alberi, differenziali e semiassi che assorbono una quantità enorme di energia. In questo modo i costruttori applicano alla meccanica attuale motori elettrici intanto che la nuova tecnologia sia resa accessibile per costi ed affidabilità per i clienti. La strada è tracciata, indipendente dalla lungimiranza o meno di certi capitani di industria perennemente in ritardo, nessun costruttore può lasciare la via dell&#8217;elettrico. Passando attraverso l&#8217;ibrido le autovetture moderne stanno andando verso una nuova disposizione delle componenti interne, un nuovo modo di intendere l&#8217;auto che già comincia ad affacciarsi con il prototipo Google.</p>
<p style="text-align: center">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=kbyAMuDWkoM[/youtube]</p>
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<p style="text-align: center">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=-4ygUCbHjTc[/youtube]</p>
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		<title>Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa – Seconda parte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jul 2014 19:14:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=ty9QSiVC2g0[/youtube] Proseguiamo il discorso della geometria di sterzo con una piccola premessa qualitativa, rimandando al prossimo pezzo qualche esempio pratico. Cerchiamo di distinguere l’influenza dei singoli parametri sul sistema di sterzo, e per cominciare prenderemo in considerazione il sistema elementare composto da una ruota sterzante secondo un asse perfettamente ortogonale al terreno. Niente offset, niente [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=ty9QSiVC2g0[/youtube]</p>
<p style="text-align: justify;">Proseguiamo il discorso della geometria di sterzo con una piccola premessa qualitativa, rimandando al prossimo pezzo qualche esempio pratico.</p>
<p style="text-align: justify;">Cerchiamo di distinguere l’influenza dei singoli parametri sul sistema di sterzo, e per cominciare prenderemo in considerazione il sistema elementare composto da una ruota sterzante secondo un asse perfettamente ortogonale al terreno. Niente offset, niente avancorsa, proprio come i primi velocipedi a due ruote.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo già visto in <a href="https://www.giornalemotori.com/2014/04/04/maggior-parte-giroscopio/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"><strong>QUESTO ARTICOLO</strong></span> (La maggior parte delle volte che&#8230;la ruota gira)</a> che la ruota anteriore si comporta come un giroscopio determinando la rotazione dello sterzo ogni qualvolta il veicolo in movimento tenta di inclinarsi lateralmente. Sappiamo anche che tutto questo è determinato dalle masse della ruota anteriore in rotazione, e in rete si trovano facilmente molti video che illustrano il funzionamento di un giroscopio o l’effetto giroscopico su una ruota libera. Nessuno di quei video però, nonostante sia intuibile che l’effetto giroscopico c’entra in qualche modo, fa realmente capire cosa succede sullo sterzo di una moto. E’ quindi il caso di notare un dettaglio: in tutti i video proposti la ruota o la massa giroscopica in rotazione costituisce il 90% delle masse presenti, e le forze perturbanti l’asse di rotazione sono di entità piuttosto ridotta: la ruota appesa al filo, per capirci, è soggetta a una forza pari semplicemente al proprio peso, e nei giroscopi da laboratorio si usano piccoli pesi di entità assolutamente paragonabile alle masse rotanti e spesso più piccoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel nostro velocipede invece, così come nella nostra motocicletta, la forza che tenta di cadere lateralmente – e che va a perturbare il giroscopio anteriore – è quella dell’intero mezzo, pilota compreso. In una bici la ruota anteriore pesa meno di un kg e viene perturbata dal rollio e dal tentativo di caduta di tutto il resto, ciclista compreso: circa cento volte rispetto alle masse rotanti. Un po’ come se a quei giroscopi dimostrativi noi provassimo ad appendere un peso di dieci chili. Succederebbero due cose: la prima, l’asse del giroscopio non si limiterebbe a una semplice precessione e diventerebbe evidente che in realtà esiste anche un movimento verso il basso del peso applicato, normalmente impercettibile data la sua piccola entità ma comunque sempre presente; la seconda è che la famosa “precessione”, la quale avviene con velocità proporzionale alla forza perturbante di caduta, avverrebbe a velocità cento volte maggiori. In pratica, la ruota sterza di colpo e con violenza: le piccole masse della ruota tenterebbero disperatamente di opporsi alle enormi masse che stanno cascando di lato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, questo è esattamente ciò che capitava nei primi velocipedi ad asse di sterzo verticale: la ruota anteriore sterzava immediatamente fino ai 90 gradi e il mezzo si ritrovava la propria corsa ostacolata dalla propria stessa ruota anteriore ormai messa di traverso. L’inevitabile risultato è che la ruota anteriore sottoposta a una forza ortogonale al proprio piano di rotolamento perdeva aderenza e il velocipede cadeva. E la cosa capitava tanto spesso che nessuno a quei tempi li riteneva veicoli veri e propri, ma soltanto pericolosi giocattoli per eccentrici benestanti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/michauxstaal1868.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-42454 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/michauxstaal1868.jpg" alt="michauxstaal1868" width="400" height="405" title="Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa – Seconda parte 1647" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/michauxstaal1868.jpg 400w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/michauxstaal1868-300x304.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">E’ appena il caso di notare che quanto capitava all’antico velocipede è un fenomeno assai simile a quello che tuttora capita su una moto leggera di avantreno nella quale qualche brillante furbacchione so-tutto-io decidesse di migliorare la maneggevolezza semplicemente riducendo l’incidenza di sterzo senza adeguare le masse e i carichi statici in misura proporzionale. Invece di migliorare la maneggevolezza, alla fine il risultato sarà di sentire poco lo sterzo e di arrivare continuamente alla chiusura di sterzo senza apparenti motivi. Dopotutto, tecnicamente anche il famoso velocipede altro non faceva che “prendere sotto” di sterzo, e l’equilibrio era mantenuto solo grazie alla perizia del pilota che controllava col manubrio l’eccesso di reazione della ruota anteriore. Non era per nulla facile. Finché a qualcuno non venne l’idea di utilizzare meglio gli effetti giroscopici.</p>
<p style="text-align: justify;">Inclinare l’asse di sterzo è stata la prima soluzione: detta in due parole, con l’asse di sterzo inclinato non tutte le masse rotanti forniscono il proprio contributo alla sterzata e, anzi, una parte sempre crescente comincia ad opporvisi. In sostanza si determina una sorta di competizione tra le masse rotanti della ruota anteriore, e il risultato efficace sullo sterzo sarà la somma vettoriale dei singoli contributi che al variare dell’incidenza di sterzo assumeranno valore positivo o negativo, incrementando l’effetto sterzante oppure opponendosi alla sterzata stessa. Inclinare la forcella determina dunque, a parità di peso e diametro ruota, la quota di reazione giroscopica che noi intendiamo far agire sullo sterzo e, successivamente, sulle masse anteriori della moto.</p>
<p style="text-align: justify;">Cominciamo dallo sterzo. La moto piega, la ruota anteriore tenta di sterzare. Cosa si oppone a questa sterzata? Chi farà in modo che lo sterzo non faccia la fine del velocipede, chiuso a 90 gradi? Abbiamo inclinato la forcella, e in tal modo abbiamo prelevato dal “sistema giroscopico anteriore” solo una quota del suo valore massimo, riducendo quindi il momento sterzante efficace. La prima cosa sulla quale questo momento agisce sono proprio le masse della forcella e tutte quelle “non rotanti” ma comunque sterzanti in quanto solidali con lo sterzo: piastre forcella, steli, pinze freni, manubrio, leve. Un sacco di masse che comunque devono essere accelerate attorno all’asse di sterzo contro la loro volontà.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui cominciamo a capire la funzione, nelle motociclette dotate di geometria particolarmente spinta con forcella quasi verticale, di quei pesetti all’estremità dei manubri: servono principalmente a ritardare uno sterzo troppo reattivo, con poca avancorsa e con la tendenza a “chiudere” fin dal primissimo inserimento. Certo, sono anche utili per coadiuvare l’ammortizzatore di sterzo nel limitare gli sbacchettamenti, ma la loro funzione principale è quella. Ora, io lo so che da domani lo sapevano già tutti; così come sono certo che tutti sanno che cambiare il peso delle masse rotanti con cerchio e/o gomma diversa impone il riadeguamento di questi parametri a meno che non si stia ricercando una specifica variazione.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/cicl34641.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-42458 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/cicl34641.jpg" alt="cicl3464" width="670" height="446" title="Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa – Seconda parte 1648" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/cicl34641.jpg 670w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/cicl34641-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 670px) 100vw, 670px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Inclinare la forcella ha però un altro importantissimo effetto: determina la leva tramite la quale il giroscopio (nella sua quota efficace, sia sempre chiaro) agisce rispetto a terra. A questo punto dobbiamo ringraziare i giroscopi da laboratorio sui quali abbiamo studiato e congedarli: sono stati estremamente utili – per chi ha saputo come utilizzarli – ma da questo momento noi ragioneremo sulla coppia sterzante e sulle leve/masse sulle quali essa agisce indipendentemente dalla sua genesi. In altre parole, dopo aver valutato le risposta del nostro sistema giroscopico anteriore, quindi la reattività della quota da noi prelevata rispetto alle masse da sterzare, adesso cominceremo ad esaminare l’azione di questa coppia residua rispetto alle masse della motocicletta e alla strada. Parliamo cioè non semplicemente del “giroscopio efficace così come individuato” ma del “giroscopio che tocca terra in un punto preciso” attorno al quale si svolge la sterzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Aver inclinato l’asse di sterzo allo scopo di prelevare dal nostro giroscopio la sola quota che occorre per sterzare con la necessaria progressività le masse sterzanti comporta un importante fatto collaterale: la ruota tocca terra in un punto situato dietro l’intersezione dell’asse di sterzo sul terreno. Questo parametro è chiamato avancorsa, lo sappiamo tutti. Succede però che la sterzata della ruota attorno al punto di contatto comporta uno spostamento laterale del cannotto di sterzo verso il lato della sterzata, come già spiegato in <a href="https://www.giornalemotori.com/2014/04/18/ruota-anteriore-giroscopio-e-avancorsa-prima-parte" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"><strong>QUESTO ARTICOLO</strong></span> (Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa &#8211; prima parte)</a>. E succede anche che questo spostamento laterale di solito è eccessivo: in pratica, la ruota che sterza incontra l’opposizione delle masse anteriori della moto che tentano di resistere al proprio spostamento laterale. Cioè alla propria accelerazione. Quanto vale questa accelerazione è presto detto: dipende appunto dall’entità delle masse anteriori. Maggiore sarà la nostra avancorsa – o meglio, l’avancorsa ortogonale ad essa connessa – e maggiore sarà lo spostamento. E’ evidente che un grande spostamento, cioè un’elevata avancorsa, tipica di ruote di grande diametro e/o di forcelle molto inclinate, non va d’accordo con masse anteriori elevate: la grande massa unita a uno spostamento troppo ampio impedisce di fatto la sterzata della ruota e in ultima analisi “favorisce” la caduta laterale della moto, la quale non ritrova più il necessario equilibrio. Nell’esempio della scopa rovesciata, è come se qualcosa frenasse il movimento della vostra mano impedendovi di riprendere l’equilibrio con la sufficiente rapidità. Viceversa, con ruote piccole e forcelle molto in piedi la nostra mano sarà velocissima, al punto da impedire qualsiasi tentativo di piega alla nostra scopa. E non è tutto: lo spostamento del cannotto impica un ulteriore squilibrio tra il baricentro della scopa – pardon, della moto – e il punto di contatto. Nell’ordine: la moto sta cadendo perché il suo baricentro non è più allineato con il punto di contatto, la ruota reagisce alla caduta e sterza dalla stessa parte (accelerando in prima istanza le masse sterzanti non in rotazione), il cannotto viene spostato verso la parte della caduta e lo squilibrio iniziale aumenta ulteriormente. L’effetto è di uno sterzo troppo reattivo, e si impone la necessità di ottenere la stessa avancorsa con qualche sistema che si opponga all’eccessivo scostamento laterale del punto di contatto. Ecco come nasce l’offset.</p>
<p style="text-align: justify;">Per vostra fortuna non scriverò le formule matematiche che descrivono lo scostamento del contatto durante la sterzata e durante la piega della moto al variare del diametro ruota, dell’incidenza di sterzo e dell’offset: mi limito a dire che uno sterzo decente è frutto dell’incrocio di tutti i parametri menzionati, dal diametro ruota al peso del cerchio, dal peso della forcella al peso dei piombi sui manubri, dall’incidenza all’offset fino al peso delle masse anteriori, al passo della moto e al profilo della carcassa, proprio perché stiamo parlando del perfetto controllo dello scostamento del punto di contatto anteriore durante la sterzata e la piega. E non è assolutamente vero quanto comunemente si crede, cioè che per ottenere maneggevolezza occorre avere poca incidenza: la maggior parte delle volte ci ritroveremo come il famoso velocipede, con lo sterzo insensibile che chiude di colpo perché non adeguato al centraggio della nostra moto.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Viaggio nei sistemi di sicurezza per l&#8217;auto, L&#8217;ESP e le sue derivazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Jul 2014 14:33:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le autovetture moderne da qualche anno sono dotate di un dispositivo che aiuta il conducente a tenere stabilmente in strada il veicolo,  quello che la grande massa conosce come ESP.  Tale sistema viene chiamato con una serie di nomenclature a seconda del paese di origine e del costruttore di auto che ne ha messo a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/images.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-42283" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/images.jpg" alt="images" width="301" height="167" title="Viaggio nei sistemi di sicurezza per l&#039;auto, L&#039;ESP e le sue derivazioni 1657"></a></p>
<p style="text-align: justify">Le autovetture moderne da qualche anno sono dotate di un dispositivo che aiuta il conducente a tenere stabilmente in strada il veicolo,  quello che la grande massa conosce come ESP.  Tale sistema viene chiamato con una serie di nomenclature a seconda del paese di origine e del costruttore di auto che ne ha messo a punto il funzionamento. Per gli inglesi si tratta dell&#8217; ESC <i style="color: #252525">Electronic Stability Control</i><span style="color: #252525">, oppure ESP <i>Elektronisches Stabilitätsprogramm</i> dal tedesco visto che sono stati i primi ad inserirlo su una vettura di serie. Oppure <i>VDC</i> <i>Vehicle Dynamic Control, </i>spesso usato sulle vetture italiane, <i> </i> <i>DSC</i> <i>Dynamic Stability Control. </i>Non resta altro che trovare sul libretto di uso e manutenzione la nomenclatura che viene usata sulla propria auto per capire se il sistema è di serie e il pulsante che lo controlla sulla plancia. In ogni caso le due icone che si trovano nella strumentazione per identificare l&#8217;accensione del sistema sono solo due e sono raffigurate sotto. </span></p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/esp.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42284" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/esp.jpg" alt="esp" width="500" height="337" title="Viaggio nei sistemi di sicurezza per l&#039;auto, L&#039;ESP e le sue derivazioni 1658" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/esp.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/esp-300x202.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>Molti addetti ai lavori pensano che l&#8217;utilizzo del ESP di serie sia dovuto ad una povera Alce Svedese. In effetti nel lontano 1998 la Mercedes con la sua inedita monovolume piccola da città incappò in fase di presentazione in una brutta figura. La Classe A venne sottoposta alla prova che si svolge in Svezia che consiste nell&#8217;evitare un Alce ad una determinata velocità senza decelerare. La piccola monovolume non riuscì a superare la prova capottando in modo rovinoso. Questo fece si che la Mercedes corresse ai ripari utilizzando un sistema che stava appena facendo capolino sulle vetture di alto di gamma. L&#8217;ESP appunto per tenere a bada il baricentro alto della piccola monovolume. Il successo fu immediato, e la diffusione dell&#8217;ESP fu anticipata di qualche anno. Oggi tutte le vetture o quasi sono dotate del sistema. Anche senza l&#8217; alce Svedese siamo sicuri che con qualche anno di ritardo come successo per L&#8217;ABS anche l&#8217;ESP sarebbe arrivato alla diffusione di massa.</p>
<p style="text-align: justify">
<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/esp_g_3.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42288" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/esp_g_3.jpg" alt="esp_g_3" width="500" height="290" title="Viaggio nei sistemi di sicurezza per l&#039;auto, L&#039;ESP e le sue derivazioni 1659" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/esp_g_3.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/esp_g_3-300x174.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>Il sistema ESP agisce controllando la sbandata del veicolo, agendo o limitando la potenza del motore mediante l&#8217;elettronica di bordo, in più agendo sui freni usando il sistema ABS come appoggio, o addirittura usando entrambe le opzioni come nei sistemi più evoluti. Il sistema entra in funzione ogni qualvolta ci sia una manovra errata del conducente che provoca una perdita di equilibrio, come per esempio <span style="color: #252525">improvvisa deviazione di traiettoria,  il caso dell&#8217;alce, evitando che il veicolo sbandi. Inoltre può limitare fenomeni di sottosterzo e sovrasterzo quando il conducente commette un errore in fase di inserimento curva o di percorrenza della stessa. La centralina di comando utilizza le informazioni che arrivano dai 4 sensori istallati nel mozzo ruota che rilevano le velocità di ogni singola ruota. In aggiunta alle informazioni che arrivano dal sensore posto sul volante che informa della posizione dello sterzo e della intensità con cui viene azionato. Poi ci sono tre accelerometri, organi che calcolano l&#8217;accelerazione che si sviluppa per i tre assi che contraddistinguono il veicolo. C&#8217;è quello trasversale che calcola i movimenti di beccheggio in accelerazione e frenata, quello della asse longitudinale che calcola il movimento del veicolo in curva che viene detto rollio, e quello secondo l&#8217;asse in altezza del veicolo per i movimenti di imbardata tipica del testacoda. Ancora gli ESP più evoluti usano anche informazioni provenienti dalla posizione della farfalla dell&#8217;acceleratore e un sensore sul pedale del freno. La centralina di comando usa tutte le informazioni che consentono all&#8217;impianto di base dei freni e centralina di gestione motore di chiudere la potenza quando eccessiva e fare azione frenante su ogni singola ruota correggendo di fatto la sbandata frenando più o meno  seconda delle necessità le ruote per stare in traiettoria. </span></p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/esp-1-1.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42289" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/esp-1-1.jpg" alt="esp--1-" width="500" height="218" title="Viaggio nei sistemi di sicurezza per l&#039;auto, L&#039;ESP e le sue derivazioni 1660" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/esp-1-1.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/esp-1-1-300x131.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>Nel caso più particolare sono le correzioni di situazioni limite in curva come fenomeni di sottosterzo, quel particolare caso in cui il muso della vettura tende da andare dritto in curva.  Il sistema agisce sulla limitazione della coppia sulla centralina, e frena la ruota posteriore interna alla curva che si oppone tirando il muso di nuovo in traiettoria. Se invece si verifica che la coda tende a ruotare in curva superando il muso tipico del sovrasterzo, prima che si verifichi un testacoda l&#8217;ESP frena la ruota anteriore esterna alla curva un movimento completamente opposto rispetto al sottosterzo tenendo a bada la coda.</p>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #252525"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/download.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42290" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/download.jpg" alt="download" width="269" height="187" title="Viaggio nei sistemi di sicurezza per l&#039;auto, L&#039;ESP e le sue derivazioni 1661"></a>Nelle sue evoluzioni l&#8217;ESP può anche controllare i veicoli dal baricentro alto come suv o veicoli commerciali che per affetto dell&#8217;altezza tendono non solo a sbandare ma anche a ribaltarsi con una certa facilità. Ricordiamo a tutti che, ogni veicolo più alto di 1,40cm è sempre intrinsecamente instabile. Quindi i costruttori hanno sviluppato una variante dell&#8217; ESP chiamata ARP ovvero Active Roller Protection. In questo caso un ulteriore sensore rileva anche il sollevamento di una delle ruote dal manto stradale intervenendo come se sbandasse sulla limitazione della potenza  agendo sui freni per far ritornare in posizione il veicol.  Il sistema può anche aiutare il conducente a tenere fermo il veicolo nella partenze in salita, o nell&#8217;affrontare le discese particolarmente ripide.  L&#8217; Hill Holder,  cosi viene chiamato, utilizzando gli accelerometri,  la centralina comprende la posizione di fermo in salita e quando si toglie il piede dal freno le ruote rimangono ancora frenate fin quando non si accelera. Così come in discesa dove il sistema controlla sia la potenza frenante che la potenza del motore per una andamento sicuro e dolce. </span></p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/2010-porsche-911-turbo-ptv-porsche-torque-vectoring-illustration-photo-303651-s-1280x782.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42291" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/2010-porsche-911-turbo-ptv-porsche-torque-vectoring-illustration-photo-303651-s-1280x782.jpg" alt="2010-porsche-911-turbo-ptv-porsche-torque-vectoring-illustration-photo-303651-s-1280x782" width="500" height="305" title="Viaggio nei sistemi di sicurezza per l&#039;auto, L&#039;ESP e le sue derivazioni 1662" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/2010-porsche-911-turbo-ptv-porsche-torque-vectoring-illustration-photo-303651-s-1280x782.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/2010-porsche-911-turbo-ptv-porsche-torque-vectoring-illustration-photo-303651-s-1280x782-300x183.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>L&#8217;ESP viene abbinato di solito anche ad altri sistemi che prima venivano usati in modo indipendente. Il TC traction control, che permette al veicolo di avere la massima accelerazione senza perdite di aderenza delle gomme. In questo modo si evitano le spettacolari gomme fumanti in accelerazione e consente al pilota di pigiare l&#8217;acceleratore come un interruttore invece di parzializzare per evitare il pattinamento tanto il sistema limita potenza e frena le ruote che hanno troppa esuberanza. C&#8217;è anche il Torque Vectoring, un sistema molto in voga da un po di tempo a questa parte. Il suo compito è quello di sostituire ad un differenziale autobloccante,  efficacie per la ripartizione della coppia alle ruote in curva, ma anche costoso ed limitante per il confort, con un sistema elettronico che usando sensori e accelerometri dell&#8217;ESP frena e limita la coppia alla ruota interna alla curva per fornirla a quella esterna bilanciando le sbandate per eccesso di potenza. Gli amanti del controsterzo classica delle trazioni posteriori avranno qualche difficoltà perchè il Torque Vectoring fa tutto da solo limitando l&#8217;intervento del pilota. Ultimo ma di non poca importanza è il Trailer ESC, un sistema che permette di controllare la posizione e sbandamento di eventuali rimorchi. Molto utile per veicoli pesanti, ma anche auto dotate di roulottes e carrelli appendice. Se il rimorchio sbanda il sensore percepisce tale fenomeno, e agisce come sempre sui freni del veicolo trainante facendolo tornare in equilibrio e sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Considerazioni finali</strong></p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/220px-Kontrollleuchte_ESP_2_black.svg_.png"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42292" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/220px-Kontrollleuchte_ESP_2_black.svg_.png" alt="220px-Kontrollleuchte_ESP_2_black.svg" width="220" height="176" title="Viaggio nei sistemi di sicurezza per l&#039;auto, L&#039;ESP e le sue derivazioni 1663"></a>L&#8217;Unione Europea ha stabilito che l&#8217;ESP di base deve essere di serie su tutti i veicoli di nuova immatricolazione dal novembre 2011.  Con il susseguirsi delle norme anche altri sistemi di supporto ad esso saranno messi di serie per legge dal 2015. Rimane l&#8217;annoso problema del piacere di guida. I guidatori che hanno qualche capello grigio sicuramente storceranno il naso dopo la lettura delle capacità enormi di sicurezza che l&#8217;ESP in tutte le sue varianti comporta su un veicolo,  non si può anche non pensare che ci sono molte forse troppe limitazioni al piacere di guidare. Molti driver di esperienza hanno imparato che con il controllo ESP attivo,  tentare di correggere il veicolo anche manualmente si crea una pericolosa fase di ridondanza. In sostanza il sistema corregge e la manovra di correzione del conducente potrebbe anche</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/220px-Kontrollleuchte_ESP_black.svg_.png"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42293" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/220px-Kontrollleuchte_ESP_black.svg_.png" alt="220px-Kontrollleuchte_ESP_black.svg" width="220" height="176" title="Viaggio nei sistemi di sicurezza per l&#039;auto, L&#039;ESP e le sue derivazioni 1664"></a>portare il veicolo a sbandare dalla parte opposta per una doppia azione che non era necessaria. Con il tempo i driver più esperti hanno imparato a coadiuvare il sistema agendo in simbiosi con esso, usandolo come aiuto piuttosto che un impedimento al piacere di guida. La vecchia cara sbandata controllata in accelerazione sarà sempre più difficile oppure paradossalmente potrebbe anche diventare alla portata di tutti. La Ferrari 459 Speciale ha un sistema che mediante il Differenziale elettronico, il Torque Vectoring, il traction control, e l&#8217;ESP risce a capire quando il pilota da troppa potenza, lasciando che la vettura perde stabilità andando di traverso ma anche controllando l&#8217;angolo di imbardata per una sbandata controllata degna dei migliori piloti esperti di questa spettacolare quanto impegnativa guida. Noi do Giornale Motori non siamo contro la tecnologia, ma vogliamo dire a tutti i nostri lettori soprattutto quelli più giovani che la sicurezza non passa per la corrente generata da un sensore elettronico che passa in un filo, ma è generata dal nostro buon senso e dal nostro cervello. La sicurezza al volante deve avere come prima sistema quello umano e della saggezza, il quale può usare più meno invasivamente quelli elettronici. Per i più ortodossi le case prevedono che il sistema ESP possa sempre essere disinserito, quindi c&#8217;è ancora una certo piacere al volante anche delle auto moderne.  Per costoro portiamo una testimonianza del Sir Frank Williams a proposito delle critiche alle sue vetture con sospensioni attive nel 1992. Il costruttore inglese disse che un pilota del valore di Ayrton Senna, un nome non a caso, nonostante tutti in controlli elettronici troverà sempre il modo per fare la differenza e usare tali sistemi a suo vantaggio meglio degli altri.</p>
<p style="text-align: center">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=GXnqXBAD3yE[/youtube]</p>
<p style="text-align: center">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=tQdFb04jwl4[/youtube]</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>MotoGP, Sachsenring &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jul 2014 19:14:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il debriefing conferma che anche quest’anno il problema principale per i tecnici è stata la gastrite nervosa: dopo due giorni di prove si va in gara senza alcuna certezza sulle condizioni della pista. Vediamo com’è andata. Sbaglia tutto il team di Cecchinello, e questa è una notizia visto che per quanto mi sforzi non ricordo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/image.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-42045 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/image.jpg" alt="image" width="722" height="242" title="MotoGP, Sachsenring - Debriefing 1672" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/image.jpg 722w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/image-300x101.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/image-696x233.jpg 696w" sizes="(max-width: 722px) 100vw, 722px" /></a></p>
<p>Il debriefing conferma che anche quest’anno il problema principale per i tecnici è stata la gastrite nervosa: dopo due giorni di prove si va in gara senza alcuna certezza sulle condizioni della pista. Vediamo com’è andata.</p>
<p>Sbaglia tutto il team di Cecchinello, e questa è una notizia visto che per quanto mi sforzi non ricordo in passato errori di LCR: sta di fatto che Bradl sulla sua pista si ritrova con sospensioni morbide da bagnato e un assetto ondeggiante. L’errore è tanto macroscopico che la discussione dopogara sarà durata al massimo cinque minuti: a tutti era molto chiaro il problema, fine del discorso.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/gpalemania_3.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-42057" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/gpalemania_3.jpg" alt="gpalemania_3" width="560" height="389" title="MotoGP, Sachsenring - Debriefing 1673" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/gpalemania_3.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/gpalemania_3-300x208.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p>Per tutti gli altri il Sachsenring si è presentato in condizioni davvero anomale: lo scroscio di pioggia ha rinfrescato l’aria lasciando la pista sostanzialmente asciutta a parte qualche zona più umida, opportunamente utilizzata dalle gomme extramorbide per ottenere un raffreddamento supplementare. Il risultato è stato un netto vantaggio per quelle Open che in condizioni normali l’avrebbero massacrata in pochi giri. Iannone quinto sul traguardo conclude la gara senza troppi problemi, ma anche Crutchlow apprezza un mezzo che con le gomme bianche può essere guidato di pura tenuta, bassa di assetto e con  sottosterzo ridotto, senza obbligarlo a una guida che lui continua a rifiutare in partenza.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/gpalemania_5.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-42059" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/gpalemania_5.jpg" alt="gpalemania_5" width="562" height="348" title="MotoGP, Sachsenring - Debriefing 1674" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/gpalemania_5.jpg 562w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/gpalemania_5-300x186.jpg 300w" sizes="(max-width: 562px) 100vw, 562px" /></a> <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/gpalemania_2.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-42056" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/gpalemania_2.jpg" alt="gpalemania_2" width="560" height="372" title="MotoGP, Sachsenring - Debriefing 1675" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/gpalemania_2.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/gpalemania_2-300x199.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a> <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/gpalemania_1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-42055" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/gpalemania_1.jpg" alt="gpalemania_1" width="560" height="321" title="MotoGP, Sachsenring - Debriefing 1676" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/gpalemania_1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/gpalemania_1-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p>Le due Honda HRC gommate medie con l’assetto alto ci mettono qualche giro per scaldare le gomme ma alla fine prendono il largo, forti della maggiore motricità rispetto alle Yamaha che, dal canto loro, soffrono la pista fredda nei primi giri: in quelle condizioni Rossi si avvantaggia del suo assetto più alto e della guida più “appesa”, poi quando la pista ritorna perfettamente asciutta Lorenzo riesce a fare la differenza sul suo compagno di squadra che probabilmente – non scordiamoci della sua età – non riesce a tenere uno stile così fisicamente dispendioso per 45 minuti di fila con la stessa efficacia. Per quanto riguarda il settaggio però, era perfetto per ognuno dei due piloti. Difficile fare più di così. Stesso discorso per le Tech3, più alta quella di Espargaro e più bassa quella di Smith, ma sostanzialmente con l’identico limite di una media difficile da scaldare.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/gpalemania_6.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-42060" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/gpalemania_6.jpg" alt="gpalemania_6" width="560" height="341" title="MotoGP, Sachsenring - Debriefing 1677" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/gpalemania_6.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/gpalemania_6-300x183.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p>E qui devo notare che il maggiore degli Espargaro, Aleix, aveva il mezzo per stare davanti: la M1-Open aveva le gomme soft e poteva stare davanti alle M1 Factory contando su una miglior trazione – simile alle Honda su gomme medie – e su una maggiore percorrenza. Merito di Iannone essergli rimasto davanti, non lo metto in dubbio, però la Forward era molto adatta, ben gommata e giustamente assettata. Purtroppo non sono stato in grado di capire se avesse qualche problema perchè la regia &#8211; sempre più imbarazzante &#8211; continua a inquadrare solo i primi, disinteressandosi totalmente di chi in pista sta comunque correndo e lottando sia pure nelle posizioni di rincalzo, come l’ottimo Petrucci ma anche i vari Redding e Bautista. E degli slowmotion senza eventi o situazioni che li giustifichino, detto sinceramente, non me ne faccio nulla.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/gpalemania_4.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-42058" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/gpalemania_4.jpg" alt="gpalemania_4" width="560" height="359" title="MotoGP, Sachsenring - Debriefing 1678" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/gpalemania_4.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/gpalemania_4-300x192.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
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		<title>Scopriamo le nuove tecnologie Laserlight delle auto moderne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jul 2014 15:34:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;evoluzione dei fari delle moderne autovetture vede un progresso tecnologico assoluto e importante arrivando alla sua ultima fase con l&#8217;adozione della spettacolare tecnologia laserlight. Nel corso degli anni si è passati dalle normali lampade con la classica luce giallognola alogena, ma anche di varia natura bianca e super bianca, via via passando per fari allo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/Bmw-i8.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-42028" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/Bmw-i8.jpg" alt="Bmw-i8" width="500" height="375" title="Scopriamo le nuove tecnologie Laserlight delle auto moderne 1686" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/Bmw-i8.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/Bmw-i8-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/Bmw-i8-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;evoluzione dei fari delle moderne autovetture vede un progresso tecnologico assoluto e importante arrivando alla sua ultima fase con l&#8217;adozione della spettacolare tecnologia laserlight. Nel corso degli anni si è passati dalle normali lampade con la classica luce giallognola alogena, ma anche di varia natura bianca e super bianca, via via passando per fari allo Xseno, e Bixeno.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/bmw-i8-laser-light.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42029" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/bmw-i8-laser-light.jpg" alt="bmw-i8-laser-light" width="500" height="281" title="Scopriamo le nuove tecnologie Laserlight delle auto moderne 1687" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/bmw-i8-laser-light.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/bmw-i8-laser-light-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a> A tal proposito prima di spiegare come funzionano le nuove tecnologie, vogliamo spiegare come usare quelle esistenti. Molti automobilisti hanno provato ad adattare gli Xseno ai fari classici con centraline aggiuntive e modifiche aftermarket, dimenticando però che i proiettori Xseno e Bixseno hanno necessità di una parabola specicifica per avere un fascio di luce che rispetta le norme vigenti, altrimenti si rischia di abbagliare i veicoli contromano e sequestri della carta di circolazione da parte delle forze dell&#8217;ordine.  Ricordiamo infatti che per quanto si voglia e si possa migliorare il fascio di luce di un faro, la capacità e l&#8217;intensità viene comunque regolata per legge per evitare abbagliamenti pericolosi.  L&#8217;evoluzione tecnica è andata avanti passando alla tecnologia Led, e ultima arrivata sulle Audi e BMW, quella laserlight per i fari anteriori. I due marchi hanno fatto a gara per lanciare per primi sul mercato la propria tecnologia. L&#8217;Audi ha sperimentato per anni nelle competizioni la tecnologia laserlight per le sue R18 E-Tron alla 24h di Le Mans, ma chi è giunta sul mercato per prima è stata la BMW con la sua coupè ibrida I8.  Analizzeremo entrambe le tecnologie partendo proprio da quella BMW</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/bmw-i8-laser-light-05.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42031" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/bmw-i8-laser-light-05.jpg" alt="bmw-i8-laser-light-05" width="500" height="354" title="Scopriamo le nuove tecnologie Laserlight delle auto moderne 1688" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/bmw-i8-laser-light-05.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/bmw-i8-laser-light-05-300x212.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>BMW ha introdotto una tecnologia che permette ai nuovi fari  laser di emettere un fascio di luce di intensità  fino a 344 lux in modalità abbaglianti  ( il lux è<span style="color: #252525"> un&#8217;unità di misura relativa alla luce visibile, e pertanto dipendente dalle caratteristiche dell&#8217;occhio umano)</span>, in contrapposizione al 180 lux offerto dalle ultime fari a LED. Facendo un confronto con vecchi  fari allo xeno essi avevano 120 lux, mentre i fari alogeni tradizionali possono arrivare ad  un massimo di 100 lux però in modalità abbaglianti.  La luce creata dal proiettore di nuova generazione è emessa da diodi laser, utilizzando  un materiale fluorescente come il  fosforo. Il sistema viene descritto come monocromatico, cioè le sue onde luminose possiedono tutte la stessa lunghezza. Questo permette  una maggiore luminosità ed intensità, specialmente sulle lunghe distanze.  Gli Xseno per esempio cambiano tonalità di colore in funzione della direzione del fascio prendendo la caratteristica colorazione azzurrino.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/BMW-Dynamic-Light-Spot-and-Laser-Light-technology-9.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42030" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/BMW-Dynamic-Light-Spot-and-Laser-Light-technology-9.jpg" alt="BMW-Dynamic-Light-Spot-and-Laser-Light-technology-9" width="500" height="333" title="Scopriamo le nuove tecnologie Laserlight delle auto moderne 1689" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/BMW-Dynamic-Light-Spot-and-Laser-Light-technology-9.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/BMW-Dynamic-Light-Spot-and-Laser-Light-technology-9-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>In sostanza  le proprietà monocromatiche dei nuovi proiettori laser permettono  di illuminare la strada per una distanza fino a 600 metri, mentre i led arrivavano a massimo 300 e i vecchi alogeni non oltre i 100 metri. E&#8217; chiaro come il vantaggio sta nel raddoppiare la distanza di unità LED. Le proprietà più stabili del fascio luminoso consentono una più precisa regolazione sia orizzontale che verticale per le funzioni adattive, come illuminare precise zone della carreggiata, oppure adattare  la luce abbagliante con sistemi anti-abbagliamento, proprio per rispettare le norme di cui sopra abbiamo già detto.  La  BMW  ha previsto una  intensità iniziale del fascio laser, che può raggiungere addirittura circa 400 lux, ma è stato  leggermente ridotto per diminuire i riflessi sulla segnaletica stradale riflettente. Come sempre più spesso accade la tecnologia supera il livello tecnologico delle infrastrutture stradali.  Oltre ad offrire una maggiore intensità luminosa, i nuovi proiettori laser hanno una efficienza per  il 30 per cento migliorata rispetto all&#8217; ultima generazione di proiettori a LED, che offre circa 170 lumen (unità fotometrica di emissione di luce) per watt di potenza che viene sfruttato.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/2013-frankfurt-iaa-audi-618.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42032" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/2013-frankfurt-iaa-audi-618.jpg" alt="2013-frankfurt-iaa-audi-618" width="500" height="333" title="Scopriamo le nuove tecnologie Laserlight delle auto moderne 1690" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/2013-frankfurt-iaa-audi-618.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/2013-frankfurt-iaa-audi-618-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a><br />
La tecnologia Audi non è da meno a quella BMW anche se con qualche distinguo nell&#8217;utilizzo della luce laser che viene abbinata nella finzione anabagliante abbinata alla luce Led migliorata nel frattempo. Infatti<span class="goog-text-highlight"> Audi con la sua prossima generazione di sportive e di vetture di lusso userà una tecnologia di illuminazione combinando la  MatrixBeam LED abbinata a  tecnologie di luce laser. </span>Due elementi trapezoidali a basso profilo sono visibili all&#8217;interno i fari, quello esterno genera la luce anabbagliante con MatrixBeam LED, mentre l&#8217;elemento interno produce luce laser per la funzionalità high-beam. I potenti diodi laser sono notevolmente più piccoli rispetto ai diodi LED. Infatti quelli laser sono solo alcuni micron di diametro. Questa tecnologia permette di illuminare la strada per una distanza di circa 500 metri.  Il laser a luce abbagliante è circa il doppio della gamma di illuminazione e tre volte la luminosità delle luci abbaglianti a LED così come per la rivale BMW.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/0.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42033" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/0.jpg" alt="0" width="500" height="375" title="Scopriamo le nuove tecnologie Laserlight delle auto moderne 1691" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/0.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/0-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/0-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a> In modalità abbagliante, assicura un fascio luminoso con una illuminazione omogenea della strada. Il sistema si affievolisce se la  luce  dovesse essere emanata direttamente su veicoli in arrivo o che  precedono. In ogni caso il fascio di luce continua ad illuminare pienamente le zone nei lati bui senza creare pericolo. Questo sistema funziona grazie gli abbaglianti  essendo suddivisi in numerosi singoli diodi emettitori di luce anche variabile. La nuova tecnologia Matrix LED si attiva da una velocità di 30 chilometri all&#8217;ora fuori dei centri abitati e da 60 km / h in città. Ciò avviene solo se l&#8217;interruttore della luce  è impostato su &#8220;automatico&#8221; ed i fari abbaglianti sono accesi. Una telecamera nel veicolo assicura che altri veicoli vengono rilevati e adatta il fascio in automatico.  La tecnologia a LED Matrix può fare ancora di più. Essa adotta  nuove funzioni, che forniscono una maggiore sicurezza. Lavorando in abbinamento con  i fanali di coda assicura una  visione notturna ottimale per tutto il veicolo. Non appena viene rilevato un pedone in un intervallo critico davanti al veicolo i singoli LED lampeggiano brevemente tre volte consecutive per avvisare la persona davanti,  rendendolo maggiormente visibile  al conducente concentrando il fascio di luce su di esso.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/turnsignal.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42034" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/turnsignal.jpg" alt="turnsignal" width="500" height="250" title="Scopriamo le nuove tecnologie Laserlight delle auto moderne 1692" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/turnsignal.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/turnsignal-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a> Inoltre, la Audi Matrix  LED funzionano adattando il fascio di  luce in curva. I proiettori lavorano utilizzando i  dati di percorso predittivi forniti dalla navigazione plus MMI, la messa a fuoco del fascio di luce è spostato verso la curva ancor prima che il guidatore gira il volante.  Per la prima volta, un faro LED utilizza indicatori di svolta dinamici. I LED illuminati ora lampeggiano in blocchi all&#8217;interno del faro in modo intermittente nella direzione in cui il conducente intende attivarli. L&#8217;indicatore di direzione è quindi più intuitivo ed è riconosciuto più rapidamente dagli altri conducenti.  Come si è visto entrambi i costruttori hanno dato il meglio di se nel progettare sistemi di visione che permettono di non aver nessun angolo cieco, ne di trascurare quelle che sono le problematiche della sicurezza e dell&#8217;efficienza anche nei confronti degli altri conducenti e dei pedoni. Paradossalmente di questo passo ad essere inadeguate saranno le norme e le segnaletiche che faticano ad adattarsi alle nuove tecnologie. Come sempre queste tipologie di tecnologie avanzate,  sono per ora disponibili solo su modelli di lusso e sportive ma possiamo contarci da qui a qualche anno,  prima che si pensi, saranno a disposizione anche di vetture compatte e piccole da città. In questo modo anche i costi finale per gli utenti saranno ridotti ed accessibili con una sicurezza globale migliorata per tutti.</p>
<p style="color: #303030;text-align: center">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=KpMas6aV6ls[/youtube]</p>
<p style="color: #303030;text-align: center">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=jHBbEcHW8PI[/youtube]</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>MotoGP, Sachsenring – Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2014 23:05:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(NDR la foto viene dalla Moto3 ma la pubblichiamo per fare capire la pendenza pazzesca della curva undici e l&#8217;ingresso in fondo alla dodici dove si vede bene lo spazio di fuga che oggi ha salvato parecchi piloti in tutte e tre le classi) Eccoci al briefing di una pista molto particolare, il Sachsenring, generalmente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/12marquezgpalemania_ds-_s1d7884_slideshow.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-41855 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/12marquezgpalemania_ds-_s1d7884_slideshow.jpg" alt="12marquez,gpalemania_ds-_s1d7884_slideshow" width="560" height="396" title="MotoGP, Sachsenring – Briefing 1697" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/12marquezgpalemania_ds-_s1d7884_slideshow.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/12marquezgpalemania_ds-_s1d7884_slideshow-300x212.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">(NDR la foto viene dalla Moto3 ma la pubblichiamo per fare capire la pendenza pazzesca della curva undici e l&#8217;ingresso in fondo alla dodici dove si vede bene lo spazio di fuga che oggi ha salvato parecchi piloti in tutte e tre le classi)</p>
<p style="text-align: justify;">Eccoci al briefing di una pista molto particolare, il Sachsenring, generalmente detestata dai piloti salvo che non vincano. Per i tecnici invece è una bella sfida foriera di gastriti di vario livello. Tracciato più tortuoso che guidato, ha un tratto finale da panico, con una discesa a cui le immagini televisive non rendono giustizia e che in comune col resto della pista ha solo il fondo molto liscio e ondulato. A complicare la vita ci si mette anche un avvallamento che da quest’anno sarà più facile evitare grazie allo spostamento a destra del cordolo in curva 11, cosa che lascia più spazio tra il bordo della pista e il fosso. Attenzione, il passaggio era molto critico fino allo scorso anno, con la moto piegatissima e velocissima in uscita dalla curva dieci: occorreva invertire piega di forza e in velocità proprio nel momento in cui la ruota davanti scollinava e si alleggeriva. Oggi la manovra è più semplice ma con una controindicazione: si scende più veloci e la curva 12 arriva in un lampo. Cosa ha di particolare la 12 è presto detto: è liscia e si fa in percorrenza, la frenata in discesa è forte ma non è possibile spigolare tenendo la moto dritta. Insomma, bisogna piegare tanto e per tanti metri. Un po’ come la mitica Curva Rainey a Laguna Seca, ma qui il fondo è liscio. E le uscite di pista stanno a testimoniare la difficoltà della curva 12, quest’anno un po’ più rischiosa.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/lorenzo-2.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-41856 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/lorenzo-2.jpg" alt="lorenzo-2" width="560" height="313" title="MotoGP, Sachsenring – Briefing 1698" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/lorenzo-2.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/lorenzo-2-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo detto pista tortuosa, ci vuole tanta percorrenza e le Yamaha sono in questo senso avvantaggiate rispetto alla Forward. Il motivo è che la Forward percorre meglio ma ottiene la motricità con una gomma che in gara non potrà sfruttare come in qualifica: come minimo dovrà sollevare la pressione e farla lavorare un po’ più fredda, col rischio di brusche perdite di aderenza e di highside disastrosi. La M1 invece ha migliorato la propria motricità, e c’è Rossi che ha provato con le gomme hard e assetto davvero alto, compensando il sottosterzo nelle parti più guidate con il movimento del corpo all’interno.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/rossi_su_hard.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-41810 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/rossi_su_hard.jpg" alt="rossi_su_hard" width="560" height="315" title="MotoGP, Sachsenring – Briefing 1699"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Non credo che in gara siano utilizzabili, soprattutto al posteriore, ma tutto lascia pensare ad un setting molto aggressivo. Lorenzo preferisce un assetto un filo più basso, più composto e solo apparentemente più facile: sarà obbligato a fare la lepre nei primi giri, gli serve a tutti i costi la pista libera per sfruttarne tutta la larghezza e dovrà piegare tantissimo. Espargaro e Smith sulle Tech3, per restare sull’assetto, son più vicini a Lorenzo che a Rossi.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Honda si possono permettere un po’ di spinning, la trazione resta buona e il sottosterzo viene compensato da una moderata deriva posteriore. La minore percorrenza teorica verrà bilanciata da un equilibrio generale che la rende un po’ più fisica ma che tutto sommato perdona le esagerazioni che invece i piloti Yamaha rischiano di pagare carissime. Pedrosa fa un assetto alto e privilegia la guida precisa e pulita, tipo Yamaha ma con migliore motricità e meno criticità; Marquez resta un po’ più basso, cerca di non piegare troppo e per troppo tempo. Una guida, se vogliamo, più Ducati style. D’altra parte non è un mistero che la sua forza sia quella di uscire dalle curve accelerando in anticipo, e questo avrà il suo peso in curva 10 e in curva 12 e 13. Tra i due ufficiali, come assetto, si sistemano le altre due Honda, con Bradl più simile a Pedrosa e Bautista più sporco in accelerazione.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/marc_curva_3.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-41857 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/marc_curva_3.jpg" alt="marc_curva_3" width="560" height="315" title="MotoGP, Sachsenring – Briefing 1700" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/marc_curva_3.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/marc_curva_3-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda Ducati<strong> le previsioni dicono pioggia</strong>, e in questo caso Dovizioso sembra molto ben attrezzato: sull’asciutto l’unica gomma possibile è quella media, e il sottosterzo in percorrenza si farà sentire. D’altra parte abbassare la pressione per cercare deriva distruggerebbe la posteriore, così come alzare la moto e utilizzare una hard con pressione più bassa sarebbe una soluzione che gli imporrebbe una guida stile Stoner/Marquez, e francamente sta nelle corde più di Hernandez che di Dovizioso. Crutchlow non si trova a suo agio nelle curve lunghe in appoggio, e questo lo vediamo tutti, mentre Iannone risentirà del calo delle gomme dopo metà gara.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Honda Open continuano a sfruttare in prova una gomma che in gara facilmente cederà, e sinceramente valuterei un assetto alto con l’opzione media; cosa, quest’ultima, che difficilmente l’Avintia potrà fare con il suo quattro in linea.</p>
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		<title>La lotta al peso passa attraverso la diffusione dell&#8217;alluminio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Jul 2014 16:54:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I costruttori di automobili possono adottare qualsiasi metodo per rendere più efficienti motori e sistemi ibridi, ma saranno tutti sforzi vani se non dichiarano guerra al peso eccessivo delle vetture moderne. Il peso comporta che le auto hanno bisogno di più potenza per spostarsi e questo comporta un maggiore consumo. Di per se si comprende [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/jaguar_c_xf_uff_01.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-41652" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/jaguar_c_xf_uff_01.jpg" alt="jaguar_c_xf_uff_01" width="432" height="433" title="La lotta al peso passa attraverso la diffusione dell&#039;alluminio 1705" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/jaguar_c_xf_uff_01.jpg 432w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/jaguar_c_xf_uff_01-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/jaguar_c_xf_uff_01-300x301.jpg 300w" sizes="(max-width: 432px) 100vw, 432px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">I costruttori di automobili possono adottare qualsiasi metodo per rendere più efficienti motori e sistemi ibridi, ma saranno tutti sforzi vani se non dichiarano guerra al peso eccessivo delle vetture moderne. Il peso comporta che le auto hanno bisogno di più potenza per spostarsi e questo comporta un maggiore consumo. Di per se si comprende come una vettura più leggera consuma di meno e il minor consumo è il migliore metodo per aiutare a ridurre le emissioni di CO2 nell&#8217;ambiente. Uno dei materiali che da sempre prima nel campo aeronautico, poi nelle auto da corsa per poi affacciarsi timidamente nella grande produzione di massa è stato l&#8217;alluminio.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/007__scaled_600.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41653" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/007__scaled_600.jpg" alt="007__scaled_600" width="500" height="333" title="La lotta al peso passa attraverso la diffusione dell&#039;alluminio 1706" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/007__scaled_600.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/007__scaled_600-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>Questo materiale, è leggero più dell&#8217;acciaio a parità di caratteristiche meccaniche, ma ha una difficoltà di lavorazione maggiore e un costo di estrazione più alto ne fa lievitare i costi e non lo rende adeguato alla grande produzione di grande serie. Una delle prime che ha sposato l&#8217;alluminio come filosofia costruttiva è stata da sempre l&#8217;Audi. Il costruttore tedesco negli anni ha sposato per prima l&#8217;utilizzo di questo prezioso materiale essendo il primo costruttore in assoluto a proporre una carrozzeria in alluminio per la grande massa con il lancio sul mercato della A2 nel 1999. Purtroppo la piccola di casa Audi è stata un flop. Non è chiaro se per le la linea poco riuscita o per il costo elevato dovuto alla tecnologia impiegata, questa piccola efficiente monovolume non ha avuto il successo che l&#8217; Audi sperava per ripagare l&#8217;investimento. Anche la BMW ci ha provato qualche anno dopo a  diffondere l&#8217;alluminio nelle sue vetture. Il modello che più di tutti ha avuto la diffusione di questo materiale fu la Serie 5 E60 prodotta nel 2010. Molte delle componenti del frontale dal telaio alla carrozzeria erano in alluminio ma i costi erano troppo elevati tanto che nella serie successiva attualmente in vendita la casa di Monaco è tornata ad usare il caro vecchio acciaio per le stesse parti.  Diverso l&#8217;approccio di Mercedes.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/Audi-A2-Montage.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41654" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/Audi-A2-Montage.jpg" alt="Audi-A2-Montage" width="340" height="241" title="La lotta al peso passa attraverso la diffusione dell&#039;alluminio 1707" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/Audi-A2-Montage.jpg 340w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/Audi-A2-Montage-300x213.jpg 300w" sizes="(max-width: 340px) 100vw, 340px" /></a>La casa della stella ha cominciato ad usare alluminio per i suoi modelli di punta dalla supercar SLS, una vettura da altissime prestazioni che giustifica costi elevati dal prezzo di vendita elevato. Poi si è passati alla vettura di lusso della Mercedes la Classe S, volumi produttivi maggiori ma ancora un prezzo finale abbastanza elevato da giustificare l&#8217;investimento. In seguito la casa di Stoccarda ha usato una politica di utilizzo misto tra acciaio e alluminio per ridurre il peso della nuova Classe E, e da poco visto il successo e il segno positivo nei guadagni ha usato la stessa tecnica per la nuova Classe C.  La stessa Honda ha messo in cantiere uno strumento che consente di unire elementi alluminio e acciaio per la scocca e le carrozzerie dei suoi modelli come abbiamo già trattato. Senza dimenticare l&#8217;Audi non certo ferma essendo stata la prima in questo campo. La strada verso la grande diffusione dell&#8217;alluminio ora è tracciata e non si torna indietro, tanto che anche gli americani della Ford sul modello più diffuso del mercato americano la nuova generazione del Pic Up F150 ha deciso di usare una carrozzeria interamente in alluminio. Paradossalmente è come se in Italia si usasse una scocca in alluminio per la Panda o la Punto per capire il livello di diffusione della F150 negli USA</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/2015-mercedes-benz-c-class-chassis-detail.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41655" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/2015-mercedes-benz-c-class-chassis-detail.jpg" alt="2015-mercedes-benz-c-class-chassis-detail" width="500" height="333" title="La lotta al peso passa attraverso la diffusione dell&#039;alluminio 1708" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/2015-mercedes-benz-c-class-chassis-detail.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/2015-mercedes-benz-c-class-chassis-detail-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>Il timore più grande da parte dei consumatori d&#8217;oltreoceano che i costi di questa corsa alla riduzione del peso siano spostati verso il cliente. Se l&#8217;ottimizzazione dei processi produttivi possono non far aumentare il prezzo di partenza dei modelli, poi resta da vedere come andranno quelli dei ricambi e delle riparazioni da effettuare su un materiale che non è certo dei più facili da lavorare per i carrozzieri. Del resto la diffusione per i lamierati di carrozzeria come alternativa può attingere agli ultimi ritrovati in polimero che viene utilizzato per cofani, porte e parafanghi. Di recente abbiamo parlato di molle in polimero per Audi. Il problema di questo tipo di materiali è la capacità di tenere la impeccabile finitura di vernice nel tempo senza causare differenze di tinta che costruttori di classe premium come Audi, BMW e Mercedes non possono tollerare e quindi ecco che si riaffaccia alla ribalta l&#8217;alluminio, lasciando ai polimeri la diffusione su modelli di fascia più bassa e con meno pretese. Il concetto è che un cliente che possiede una vettura premium con un elemento in alluminio potrebbe ritrovarsi con un esborso di 1635 euro per uno dei cofani più costosi del mercato quello della Jaguar XF nella foto principale, Per inciso la Jaguar è  uno dei costruttori che hanno più esperienza di tutti nell&#8217;utilizzo dell&#8217;alluminio da sempre.</p>
<p style="text-align: justify">Unica soluzione sarebbe quella che le case costruttrici di pari passo con l&#8217;evoluzione tecnica, aiutino anche le officine sul campo ad avere sistemi di riparazione più efficienti. Le carrozzerie devono cambiare completamente metodo di riparazione, attrezzature, professionalità per ridurre  tempi e modalità di riparazione. Senza considerare che un modello con ampie componenti di alluminio per la carrozzeria in una seconda fase ha un deprezzamento maggiore sul mercato proprio perchè un eventuale secondo cliente sa di dover sborsare cifre che talvolta superano il valore dell&#8217;auto per il suo ripristino.  La lotta al peso va bene,  porta benefici a tutti gli utenti con la riduzione delle emissioni di Co2 a patto però che il costo di tale evoluzione non sia completamente a carico degli utenti finali anche se si tratta di un cliente facoltoso che compra una vettura di classe premium. La cosa diventa quanto mai di attualità vista la grande diffusione verso i segmenti inferiori di tale materiale.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Mercedes W05, evoluzione dell&#8217;ala anteriore, cura maniacale per i dettagli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2014 09:52:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ad inizio stagione mostrammo grazie a dei disegni come era fatta l&#8217;ala Mercedes, e azzardammo anche un confronto con  l&#8217;ala anteriore della Ferrari per spiegare le differenze che poi si sono viste in termini prestazionali in campionato. Con questa trattazione vogliamo mostrare ai nostri appassionati come la Mercedes nonostante l&#8217;enorme vantaggio tecnico non stia mai [&#8230;]</p>
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<p style="text-align: justify">Ad inizio stagione mostrammo grazie a dei disegni come era fatta l&#8217;ala Mercedes, e azzardammo anche un confronto con  l&#8217;ala anteriore della Ferrari per spiegare le differenze che poi si sono viste in termini prestazionali in campionato. Con questa trattazione vogliamo mostrare ai nostri appassionati come la Mercedes nonostante l&#8217;enorme vantaggio tecnico non stia mai ferma con le mani in mano portando continuamente piccoli sviluppi per questa delicata zona della monoposto che ne hanno completamente cambiato la fisionomia.</p>
<p style="text-align: justify">
<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/cascadedifference11.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41536" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/cascadedifference11.jpg" alt="cascadedifference1" width="219" height="214" title="Mercedes W05, evoluzione dell&#039;ala anteriore, cura maniacale per i dettagli 1713"></a>Nella foto in alto abbiamo accomunato in una sola immagine entrambe le ali, quella a sinistra era la prima progettata ad inizio stagione, quella a destra è l&#8217;ultima sua evoluzione prima dopo il Gran Premio di Austria. Uno degli elementi che saltano subito all&#8217;occhio e la diversa forma della paratia laterale. Spezzata nella prima versione con una piccola aletta che devia il flusso verso il basso, nella seconda è diventata un pezzo unico conformato per separare il flusso al di fuori dell&#8217; ala e indirizzarlo chiaramente verso l&#8217;esterno della ruota anteriore conservando la piccola aletta laterale.  Un altro elemento importantissimo che subito non poche modifiche è la piccola aletta che si trova nella parte anteriore. Questa ha lo scopo di lavorare sui flussi che investiranno la ruota anteriore. Questo componente se lo si prendere singolarmente mostra tutta la complessità di una grande ala ma in scala ridotta. La prima cosa che si vede è l&#8217;assenza del sensore che controlla la temperatura dei pneumatici. Evidentemente fonte di turbolenze nocive in quella posizione. Poi anche la sagomatura di ogni singola aletta è cambiata. Nella seconda versione è formato da due alette verticali che invitano il flusso verso l&#8217;esterno ruota.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/underbodystrakes2.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41537" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/underbodystrakes2.jpg" alt="underbodystrakes2" width="232" height="250" title="Mercedes W05, evoluzione dell&#039;ala anteriore, cura maniacale per i dettagli 1714"></a>Nella vecchia soluzione era tutto poggiato su uno solo sostegno.  Anche l&#8217;ala principale ha un andamento di ogni singolo profilo alare che ha una curvatura ad onda molto più accentuata. Nella parte più esterna viene suddivisa in più profili per evitare picchi di pressioni al di la delle alette svergolate prima della paratia laterale. Sotto l&#8217;ala principale sono state inserite delle alette supplementari che sono la vera e propria novità che nel corso dei gran premi ha contraddistinto l&#8217;evoluzione di questo componente. Si tratta di quattro alette di forma e lunghezza variabile che hanno il compito di gestire il flusso di aria che intercorre sotto l&#8217;ala principale. La cura maniacale per il dettaglio ha portato i tecnici Mercedes ha istallare dei piccolissimi componenti tra una ala e l&#8217;altra del profilo principale sempre allo scopo di allentare le pressioni che vengono a crearsi in quella zona, ed aiutare il flusso aria davanti alla ruota anteriore che creerebbe una forte resistenza aerodinamica.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>McLaren modifica la sua sospensione a farfalla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jul 2014 10:17:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando in anteprima abbiamo visto la sospensione con i bracci a doppia farfalla della McLaren siamo rimasti talmente sorpresi da pensare che fosse una ottima trovata. A suo tempo demmo delle spiegazioni per come avrebbe dato un certo vantaggio con le nuove n norme che limitano il carico aerodinamico delle monoposto in confgurazione 2014. Purtroppo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/aut-mclaren-diffuser.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-41496" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/aut-mclaren-diffuser.jpg" alt="aut-mclaren-diffuser" width="500" height="262" title="McLaren modifica la sua sospensione a farfalla 1718" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/aut-mclaren-diffuser.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/aut-mclaren-diffuser-300x157.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Quando in anteprima abbiamo visto la sospensione con i bracci a doppia farfalla della McLaren siamo rimasti talmente sorpresi da pensare che fosse una ottima trovata. A suo tempo demmo delle spiegazioni per come avrebbe dato un certo vantaggio con le nuove n norme che limitano il carico aerodinamico delle monoposto in confgurazione 2014. Purtroppo quello che sulla carta sembrava essere una genialata progettuale invece in corsa sembra si sia rilevato forse uno dei mali della monoposto di Woking.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/aut-mclaren-diffuser1.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41497" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/aut-mclaren-diffuser1.jpg" alt="aut-mclaren-diffuser1" width="518" height="276" title="McLaren modifica la sua sospensione a farfalla 1719" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/aut-mclaren-diffuser1.jpg 518w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/aut-mclaren-diffuser1-300x160.jpg 300w" sizes="(max-width: 518px) 100vw, 518px" /></a>La McLaren infatti sembra essere quella che più di tutte le motorizzate Mercedes  riescea sfruttare appieno i vantaggi della ottima power unit tedesca. In Austria c&#8217;è stato un parziale passo indietro che ha riguardato proprio questa soluzione per i bracci della sospensione posteriore.  Una modifica importante che faceva parte del pacchetto molto più ampio che ha coinvolto anche l&#8217;ala anteriore  della MP4-29 trattata separatamente in un altro articolo. Infatti si vede chiaramente dalle foto il triangolo superiore ora è di forma classica, che ha debuttato nelle prove nelle libere del Canada ed è stato portato in gara in Austria.  L&#8217;obiettivo sarebbe quello di limitare la resistenza aerodinamica conservando parte della sua funzione di generare carico sotto il fondo usando solo il triangolo inferiore a forma di fungo. Il lavoro di sviluppo ha coinvolto anche tutto il diffusore.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/aut-mclaren-diffuser2.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41498" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/aut-mclaren-diffuser2.jpg" alt="aut-mclaren-diffuser2" width="482" height="277" title="McLaren modifica la sua sospensione a farfalla 1720" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/aut-mclaren-diffuser2.jpg 482w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/aut-mclaren-diffuser2-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 482px) 100vw, 482px" /></a>Il piccolo nolder che si trova sopra lo scivolo estrattore è stato cambiato nella curvatura esterna, migliorando l&#8217;espansione dell&#8217;aria che arriva dal fondo vettura. Una particolarità sono le piccolissime alette che si vedono nella parte inferiore centrale del diffusore. Queste piccole alette  dovrebbero generare dei piccoli vortici che avrebbero il compito di accelerare l&#8217;aria che proviene dal fondo vettura. In dimensione miscroscopica si tratta della  stessa funzione che aveva il ventilatore che usava la Brabham negli anni 70 per togliere aria dal fondo e schiacciare la vettura a terra.  Resta da capire i reali effetti che si sono avuti in gara da questo pacchetto di nuove soluzioni, in effetti la McLaren non è che abbia fatto passi da gigante. Inoltre va verificato che questo pacchetto di soluzioni sia destinato solo ai tracciati veloci come il Canada e l&#8217;Austria o verrà confermato anche per i tracciati molto più complessi come il prossimo di Silverstone dove ci sono molti più curvoni che rettilinei.</p>
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		<title>Le nuove fiancate della Toro Rosso al Gp d&#8217;Austria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2014 09:30:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>  La Toro Rosso non è uscita dal Gp Austriaco certo con le ossa intere. Le due monoposto hanno sofferto non poco di problemi di affidabilità di varia natura. Comunque la piccola scuderia di Faenza satellite delle più grande RedBull, ha portato non poche importante modifiche soprattutto alle fiancate della STR9. La prima cosa che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"> <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/aut-str-sidepods.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-41449" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/aut-str-sidepods.jpg" alt="aut-str-sidepods" width="500" height="221" title="Le nuove fiancate della Toro Rosso al Gp d&#039;Austria 1724" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/aut-str-sidepods.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/aut-str-sidepods-300x133.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La Toro Rosso non è uscita dal Gp Austriaco certo con le ossa intere. Le due monoposto hanno sofferto non poco di problemi di affidabilità di varia natura. Comunque la piccola scuderia di Faenza satellite delle più grande RedBull, ha portato non poche importante modifiche soprattutto alle fiancate della STR9. La prima cosa che è saltata all&#8217;occhio rispetto alla monoposto che ha corso in Canada nella foto sotto, è la riduzione della massa del cofano motore. Ora la bombatura nella zona posteriore è stata addolcita per portare più aria alla zona della sospensione posteriore, per una maggiore efficienza aerodinamica.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/aut-str-sidepods1.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41450" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/aut-str-sidepods1.jpg" alt="aut-str-sidepods1" width="528" height="349" title="Le nuove fiancate della Toro Rosso al Gp d&#039;Austria 1725" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/aut-str-sidepods1.jpg 528w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/aut-str-sidepods1-300x198.jpg 300w" sizes="(max-width: 528px) 100vw, 528px" /></a>La curiosità è soprattutto per la diversa conformazione delle due prese laterali per lo smaltimento dell&#8217;aria calda delle masse radianti. Una soluzione molto simile a quella adottata dalla Ferrari per alimentare il profilo estrattore posteriore ed aiutare l&#8217;aria che esce dal fondo vettura per avere maggiore carico aerodinamico senza sacrificare l&#8217;efficienza. In effetti la Mercedes come la Redbull già adottavano una soluzione del genere e ormai anche la Toro Rosso come la Ferrari ma anche altre scuderie coma la Force India ha fatto importanti modifiche per tenere il flusso caldo più basso.  L&#8217;abbassamento della parte posteriore delle fiancate ha portato anche ad avere molta più aria davanti all&#8217;ala posteriore dove ha fatto la ricomparsa il sedile della scimmia che forse ora lavora in modo diverso con questa configurazione. Come si vede dalle foto della vista laterale, l&#8217;abbassamento della zona posteriore ha portato ad un nuovo disegno anche della zona laterale della fiancata.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/aut-str-sidepods2.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41451" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/aut-str-sidepods2.jpg" alt="aut-str-sidepods2" width="500" height="381" title="Le nuove fiancate della Toro Rosso al Gp d&#039;Austria 1726" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/aut-str-sidepods2.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/aut-str-sidepods2-300x229.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>In questa parte della monoposto si vede come la fiancata è stata molto rastremata in avanti per lasciare più spazio all&#8217;aria proveniente dalla zona anteriore che poi viene indirizzata al di sotto del tubo che funge da sfogo aria calda del motore. L&#8217;intenzione dei tecnici è quella di ricreare in qualche modo quel famoso sigillo termico che usa ancora oggi la Redbull che gli consente di avere carico aerodinamico e trazione anche quando sono state limitate le zone aerodinamiche posteriori e l&#8217;assenza degli scarichi soffianti. Volendo fare un raffronto con la Ferrari che aveva portato una modifica importante alla fiancata, mentre i progettisti di Maranello avevano optato per una fiancata dritta che spingeva aria verso il posteriore, i tecnici della Toro Rosso hanno abbandonato tale soluzione per avere una fiancata scavata che offre un maggiore spazio per il passaggio dell&#8217;aria fresca. Ancora la volta si dimostra come nonostante le vie regolamentari siano bloccate ci sono sempre molteplici soluzioni tecniche che i tecnici perseguono con risultati alterni. Quanto queste modifiche abbiano influito sulla affidabilità della Toro Rosso non è dato saperlo, ma il risultato in termini prestazionali con le due monoposto nei primi 10 in qualifica e nelle prime monoposto per velocità di punta mostra che la strada tracciata è quella giusta.</p>
<p style="text-align: justify">Daniele Amore</p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>MotoGP, Assen &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2014 06:24:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[debriefing]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Previsioni rispettate: due Honda e una Ducati sul podio con pista bagnata, con Lorenzo in grande difficoltà. Il debriefing di Assen è l’occasione per valutare le differenze tra le diverse moto: la Ducati evidenzia ancora il centraggio più arretrato e lo dimostra nel momento in cui si torna alle slick col fondo ancora umido. Neppure [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/2014-07-02_075140.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-41460" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/2014-07-02_075140.jpg" alt="2014-07-02_075140" width="643" height="355" title="MotoGP, Assen - Debriefing 1728" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/2014-07-02_075140.jpg 643w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/2014-07-02_075140-300x166.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /></a>Previsioni rispettate: due Honda e una Ducati sul podio con pista bagnata, con Lorenzo in grande difficoltà. Il debriefing di Assen è l’occasione per valutare le differenze tra le diverse moto: la Ducati evidenzia ancora il centraggio più arretrato e lo dimostra nel momento in cui si torna alle slick col fondo ancora umido. Neppure la grande guida di Marquez è sufficiente a colmare il passo di Dovizioso, migliore per i primi due giri dopo il cambio di moto. Eccellente lavoro del maggiore tra gli Espargaro, ottimo quarto, e grande prova di Rossi il cui limite è sembrato più strategico che tecnico; non è questa la sede per discuterne né probabilmente mi compete, anche se un’idea me la sono fatta.</p>
<p style="text-align: justify">Interessante piuttosto cercare di capire le ragioni del cattivo umore della prima guida Yamaha: fin dall’inizio della stagione avevamo parlato di un Lorenzo infastidito per la decisione dei vertici giapponesi di schierare un mezzo in configurazione Factory senza neppure interpellare il proprio pilota di riferimento.</p>
<p style="text-align: justify">Qui in Olanda abbiamo avuto prova della fondatezza della questione: la M1 in versione 2014 ha perso in percorrenza molto più di quanto abbia guadagnato in termini di motricità, col risultato che la Forward le sta davanti con una certa autorevolezza. Oggi è lo stesso majorchino ad ammettere che qualcosa va cambiato nella sua guida e che le attuali moto richiedono un approccio molto diverso. Approccio che invece il suo compagno di team ha affrontato &#8211; e non per caso lo precede anche nella classifica iridata &#8211; riuscendo sul traguardo a infiltrarsi con la sua Yamaha in una classifica che premia essenzialmente le doti di trazione delle moto.</p>
<p style="text-align: justify">Qualche parola in più la dedichiamo alla Ducati. Le parole dell’ing. Dall’Igna non lasciano spazio ai dubbi: la nuova D16 versione 2015 avrà sempre un motore V90 ma verrà ridisegnato con ingombri ridotti per consentire un centraggio simile alla moto di Marquez, dando consistenza a ciò che da tempo avevamo individuato come causa primaria del congenito sottosterzo della bolognese.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, la marcia di avvicinamento alla Honda sta proseguendo, e le moto col quattro in linea prima o dopo ne dovranno tenere conto: i motori troppo magri diventano bruschi e non si addicono a mezzi col centraggio avanzato, ma i quattro in linea sono troppo larghi per poter essere abbassati nel telaio e finiscono per strisciare l’asfalto in piega. E il montaggio in alto richiede anche un centraggio avanzato per contrastare il sottosterzo e l’impennata sotto trazione. Resta come ipotesi teorica una strategia completamente diversa da parte del gommista, anche se personalmente ci credo poco: sarà davvero difficile anche per i francesi realizzare qualcosa di diverso e altrettanto valido rispetto alle Bridgestone di questa stagione.</p>
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		<title>Audi con molle in polimero per i modelli alto di gamma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jul 2014 14:46:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;Audi sarà la prima ad adottare sui suoi modelli di serie per l&#8217;alto di gamma molle non più in acciaio ma costituite da materiale sintetico. Le molle saranno prodotte in  materiale fibrorinforzato  che viene denominato GFRP (Glass Fiber Reinforced Polymer) o, in italiano, PRFV (Poliestere Rinforzato con Fibra di Vetro). Le fibre di vetro possono essere denominate di tipo E [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/audi-molle-in-frp-1-5.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-41435" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/audi-molle-in-frp-1-5.jpg" alt="audi-molle-in-frp-1-5" width="400" height="267" title="Audi con molle in polimero per i modelli alto di gamma 1731" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/audi-molle-in-frp-1-5.jpg 400w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/audi-molle-in-frp-1-5-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;Audi sarà la prima ad adottare sui suoi modelli di serie per l&#8217;alto di gamma molle non più in acciaio ma costituite da materiale sintetico. Le molle saranno prodotte in <span style="color: #252525"> materiale fibrorinforzato  che viene denominato </span><b style="color: #252525">GFRP</b><span style="color: #252525"> (Glass Fiber Reinforced Polymer) o, in italiano, </span><b style="color: #252525">PRFV</b><span style="color: #252525"> (Poliestere Rinforzato con Fibra di Vetro). Le fibre di vetro possono essere denominate di tipo E contraddistinte da un modulo elastico di  72 GPa e una  resistenza a trazione di  3445 MPa a temperatura ambiente, oppure di tipo S con modulo elastico di 87 GPa e con resistenza a trazione di 4890 MPa a temperatura ambiente. Questo tipo di molle garantiranno gli stessi standard di sicurezza e di efficacia che garantivano le molle in acciaio. </span></p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/cq5dam.web_.1280.1280.jpeg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41436" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/07/cq5dam.web_.1280.1280.jpeg" alt="cq5dam.web.1280.1280" width="500" height="334" title="Audi con molle in polimero per i modelli alto di gamma 1732" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/cq5dam.web_.1280.1280.jpeg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/07/cq5dam.web_.1280.1280-300x200.jpeg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>La caratteristica delle molle sintetiche saranno quelle che a parità di altezza, avranno un minore numero di spire, con una sezione maggiore della sezione della molla. Il peso complessivo sarà ridotto del 40% con un peso di soli 1,6Kg rispetto ai 2,7kg della classica molla in acciaio. Un risparmio che sulla massa totale di una vettura che si avvicina alle due tonnellate può sembrare esiguo ma che è molto importante nella gestione delle masse non sospese, fondamentali per la tenuta di strada e l&#8217;equilibrio del veicolo nel comportamento in curva. Con queste molle i tecnici dell&#8217;Audi garantiscono una maggiore precisione di guida, ma soprattutto miglioramento del confort generale. Infatti questo materiale con cui sono composte le molle ha la capacità di smorzare le vibrazioni in modo maggiore. Questo particolare vantaggio è dato proprio dalle fibre di vetro che vengono intrecciate e impregnate con la resina epossidica. In sostanza la molla è composta da un nucelo centrale che costituisce l&#8217;anima della spira della molla, intorno a cui sono avvolte ed intrecciate le fibre con un angolo tra di loro di 45 gradi rispetto all&#8217;asse portante della spira. Per rinforzare ulteriormente il materiale si procede ad apportare un rivestimento esterno che viene cotto alla temperatura di 100° che dona alle molle il colore verde che si vede nelle foto.</p>
<p style="text-align: justify">Un altra caratteristica da non sottovalutare è la particolare resistenza agli agenti atmosferici, come per esempio il sale che viene disposto sulle strade quando nevica di inverno, ma anche prodotti di lavaggio, e grassi provenienti dai vari organi meccanici. Uno dei fattori che potrebbe portare un ulteriore sviluppo di questo tipo di molle verso un utilizzo anche sportivo, è il fatto che le resine possono permettere di ottenere elementi elastici di resistenza variabile controllata, con una diversa capacità di assorbimento in base alle esigenze del pilota e alle condizioni di curva. Ultimo ma non da sottovalutare è il risparmio energetico nel processo produttivo che porta sicuramente benessere anche all&#8217;ambiente.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>la Nuova MINI con nuovi motori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2014 14:14:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Nuova MINI continua a crescere. Dopo il successo del suo lancio sul mercato, la gamma di motori per il nuovo Originale del segmento delle piccole auto premium continuerà ad ampliarsi a partire dal luglio 2014. In futuro, la scelta comprenderà la Nuova MINI Cooper SD, la variante diesel più potente, e il nuovo modello [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/slide-7.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-41411" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/slide-7.jpg" alt="slide (7)" width="500" height="375" title="la Nuova MINI con nuovi motori 1736" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/slide-7.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/slide-7-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/slide-7-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La Nuova MINI continua a crescere. Dopo il successo del suo lancio sul mercato, la gamma di motori per il nuovo Originale del segmento delle piccole auto premium continuerà ad ampliarsi a partire dal luglio 2014. In futuro, la scelta comprenderà la Nuova MINI Cooper SD, la variante diesel più potente, e il nuovo modello MINI One First dotato di un motore d’ingresso a benzina. Entrambe le novità offrono un equilibrio eccezionale tra divertimento di guida e consumi contenuti. In totale, vi sono ora sette propulsori disponibili per il modello costruito nello stabilimento britannico di MINI ad Oxford, quattro motori a benzina e tre<br />
diesel, tutti di nuovissimo sviluppo.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/slide-2.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41412" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/slide-2.jpg" alt="slide (2)" width="500" height="375" title="la Nuova MINI con nuovi motori 1737" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/slide-2.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/slide-2-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/slide-2-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>La nuova generazione di motori a tre o quattro cilindri e la tecnologia MINI TwinPower Turbo creano le basi per un evidente miglioramento in termini sia di agilità sia di efficienza nella nuova versione di MINI. Lo dimostrano anche gli ultimi arrivi nella gamma. Il propulsore della Nuova MINI Cooper SD è il motore diesel più potente di sempre per un veicolo del marchio MINI. Questo motore 2,0 litri 4 cilindri eroga una potenza massima di 125 kW/170 CV ed una coppia massima di 360 Nm già a 1.500 giri/min. La sua tecnologia MINI TwinPower Turbo dispone di un sistema di turbocompressione con geometria variabile della turbina e di iniezione common rail, con iniettori a magnete che funzionano ad una pressione massima di 2.000 bar. Questo abbinamento consente sia un’erogazione della potenza altamente spontanea sia un’alimentazione controllata del carburante.<br />
Grazie alla potenza del nuovo motore diesel, la MINI Cooper SD accelera da zero a 100 km/h in 7,3 secondi. La trasmissione Steptronic a sei velocità, disponibile come opzione, consente un’accelerazione da zero a 100 km/h in 7,2 secondi.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/slide-3.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41413" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/slide-3.jpg" alt="slide (3)" width="500" height="375" title="la Nuova MINI con nuovi motori 1738" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/slide-3.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/slide-3-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/slide-3-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>Questo temperamento sportivo viene abbinato ad un consumo medio di 4,0-4,1 litri di carburante per 100 chilometri in entrambi i casi, con emissioni di CO2 di 110 grammi per chilometro (trasmissione automatica: 104-108 g/km, valori derivati dal ciclo di prova UE, a seconda del formato di pneumatici scelto).  Anche nella Nuova MINI One First, l’avanzata tecnologia motoristica assicura che il divertimento di guida tipico del marchio venga abbinato ad un’efficienza esemplare. La tecnologia MINI TwinPower Turbo del suo motore 3 cilindri a benzina comprende turbocompressione, iniezione diretta della benzina e il controllo variabile dell’albero a camme sui lati dell’aspirazione e dello scarico (doppio VANOS). In tal modo, una potenza di 55 kW/75 CV viene erogata dal motore 1,2 litri. Questa variante d’ingresso tra i motori a benzina offre anche un’erogazione spontanea della potenza, con la coppia massima di 150 Nm già disponibile a 1.400 giri/min. La nuova MINI One First raggiunge la velocità di 100 km/h in 12,8 secondi. I suoi consumi medi si assestano sui 5,0-5,2 litri per 100 chilometri, mentre le emissioni di CO2 sono tra i 117 ed i 122 grammi per chilometro (valori basati sul ciclo di prova UE, a seconda del formato degli pneumatici scelto).</p>
<p style="text-align: justify">
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2014/06/30/nuova-mini-motori/">la Nuova MINI con nuovi motori</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<title>Anche la McLaren modifica l&#8217;ala anteriore nel Gp Austria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jun 2014 12:07:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche la McLaren nonostante la profonda crisi cerca in qualche modo di sfruttare l&#8217;enorme potenzialità della Power unit Mercedes. Infatti in Austria la scuderia inglese si è presentata come molte concorrenti con una nuova ala anteriore. La modifica più importante riguarda il profilo alare secondario diviso in tre flap. Ora con la nuova versione non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/aut-mclaren-fw.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-41354" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/aut-mclaren-fw.jpg" alt="aut-mclaren-fw" width="500" height="400" title="Anche la McLaren modifica l&#039;ala anteriore nel Gp Austria 1740" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/aut-mclaren-fw.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/aut-mclaren-fw-300x240.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Anche la McLaren nonostante la profonda crisi cerca in qualche modo di sfruttare l&#8217;enorme potenzialità della Power unit Mercedes. Infatti in Austria la scuderia inglese si è presentata come molte concorrenti con una nuova ala anteriore. La modifica più importante riguarda il profilo alare secondario diviso in tre flap. Ora con la nuova versione non hanno tutte lo stesso tipo di curvatura ma tra la seconda e la terza in alto c&#8217;è un notevole spazio. Il solito scopo non è quello di generare carico quando quello di far lavorare la parte centrale del muso della monoposto con maggiore aria al fondo vettura ma soprattutto con una qualità del flusso aria migliore.</p>
<p style="text-align: justify;">Una piccola curiosità sono le alette direzionali che si trovano nella parte anteriore dell&#8217;alettone davanti alla ruota. C&#8217;è nel piccolo riquadro una foto della soluzione Mercedes, ebbene la McLaren sembra che abbia copiato in toto il tipo e la forma delle alette per direzionare il flusso aria davanti alla ruota che limiterebbe l&#8217;efficienza aerodinamica. Un piccolo segno di umiltà che porta a copiare i migliori pur di avere un vantaggio in termini di competitività.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>MotoGP Assen: il briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2014 09:28:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Assen]]></category>
		<category><![CDATA[briefing]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pista di Assen a detta di moltissimi piloti è divertente, ma lasciatemi dire che dal punto di vista tecnico io l’ho sempre trovata un filo noiosa: c’è poco spazio per le invenzioni e la guida pulita è esaltata. Vediamo. Prima parte tutta da guidare in raccordo e percorrenza, l’unico che fa eccezione è il [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La pista di Assen a detta di moltissimi piloti è divertente, ma lasciatemi dire che dal punto di vista tecnico io l’ho sempre trovata un filo noiosa: c’è poco spazio per le invenzioni e la guida pulita è esaltata. Vediamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima parte tutta da guidare in raccordo e percorrenza, l’unico che fa eccezione è il solito Marquez che non può certo driftare in uscita come su altre piste: la curva successiva è troppo vicina, occorre arrivarci con la moto perfettamente in linea per fare percorrenza. Niente curvoni che aprono su rettilinei. Ma il campione del mondo ottiene un ottimo tempo sul T1 grazie alla frenata di traverso in fondo al rettilineo di partenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, se non può uscire sporco dalle curve lui comunque lavora sugli inserimenti dopo i rettilinei. Un po’ come fanno tanti piloti in Moto2 (lo stesso Iannone di due anni fa non usciva di traverso ma entrava eccome). Il T2 riparte quasi da fermo su un rettilineo, serve grip ma ancora niente drift. Il T3 è forse il più difficile e conta la percorrenza: e proprio lì la Forward-M1 2013 costruisce il suo vantaggio: se le temperature, come parrebbe, consentiranno l&#8217;utilizzo in gara della gomma soft, allora sarà un osso duro. Il T4 ha una esse prima del traguardo, ma ci si entra ancora con una frenata che il solo Marquez affronta di traverso senza perdere troppa velocità in modo da compensare la minore agilità della Honda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I giochi son presto fatti: nessun problema di chattering, nessun telaio imbizzarrito, gomme assolutamente all’altezza per tutti i piloti, alla fine a decidere tutto sarà la percorrenza delle Yamaha e la frenata di Marquez. Settaggio alto per tutti, la Ducati soffre ancora un filo di sottosterzo e il solito Iannone si sbatte e tira fuori un buon tempo. Credo che rimarrà isolato, in gara è difficile guidare dall’inizio alla fine in quel modo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E lo sa bene anche Rossi, tornato a una guida più old style e meno fisica: ma la cosa non è preoccupante, qui ad Assen il sottosterzo non è feroce e conta molto di più la percorrenza e l’agilità. La pioggia naturalmente può stravolgere tutto a favore delle Honda e in parte delle Ducati, e ad essere scontento sarebbe Lorenzo che deve sperare in una pista asciutta per stare davanti al compagno di squadra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le altre moto, grazie a riprese sempre più d’effetto e sempre più inutili, non sono pervenute. Grazie alla regia, i miei complimenti…</p>
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		<title>Le implicazioni tecniche del cambio di gomme</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jun 2014 06:30:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La notizia che la Michelin sarà il nuovo fornitore di pneumatici è uscita da tempo, ma è arrivato il momento di analizzare bene cosa comporta tecnicamente questo cambiamento alle squadre e soprattutto ai progettisti. Parlammo di gomme, di profili e di carcasse in diversi articoli, che vi invito a leggere prima di proseguire qui, in [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">La notizia che la Michelin sarà il nuovo fornitore di pneumatici è uscita da tempo, ma è arrivato il momento di analizzare bene cosa comporta tecnicamente questo cambiamento alle squadre e soprattutto ai progettisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parlammo di gomme, di profili e di carcasse in diversi articoli, che vi invito a leggere prima di proseguire qui, in modo da comprendere diverse cose. Ecco gli articoli in questione</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/08/14/ducati-questione-di-feeling/" target="_blank" rel="noopener"><span style="text-decoration: underline; color: #0000ff;"><strong>Ducati, questione di feeling</strong></span></a><br><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/09/13/motogp-i-perche-delle-gomme-prima-parte/" target="_blank" rel="noopener"><span style="text-decoration: underline; color: #0000ff;"><strong>I perché delle gomme &#8211; parte prima</strong></span></a><br><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/10/10/come-e-fatta-una-gomma/" target="_blank" rel="noopener"><span style="text-decoration: underline; color: #0000ff;"><strong>Com&#8217;è fatta una gomma &#8211; parte seconda</strong></span></a><br><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/10/24/ma-le-gomme-ci-avvertono/%20" target="_blank" rel="noopener"><span style="text-decoration: underline; color: #0000ff;"><strong>Le gomme ci avvertono? &#8211; parte terza</strong></span></a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Come saprete i team si stanno muovendo per fare al più presto dei test sulle coperture Michelin. Il costruttore francese ha molta esperienza nella MotoGP, quindi si è certi che riuscirà a garantire gomme sicure.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema però per le squadre è che le loro moto ora sono progettate per sfruttare le Bridgestone, gomme molto rigide di carcassa che hanno fatto dannare moltissimo i progettisti. La carcassa infatti è la base della gomma, ne determina rigidità e profilo, e da questi due elementi fondamentali deve partire la progettazione di una moto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non per nulla la Dorna ha convinto la Bridgestone a rimanere ancora per il 2015, perché i giapponesi avrebbero lasciato alla fine di quest’anno, termine del contratto di fornitura dei pneumatici. Li ha convinti a rimanere proprio per non gettare nel panico i progettisti che si sarebbero ritrovati con pochissimo tempo per adattare le loro moto alle nuove coperture. Già a fine stagione 2014 i team prenderanno contatto con le nuove gomme, per proseguire con un programma di test durante il 2015 e farsi trovare pronti per l’inizio del 2016.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cambiamento supponiamo che sarà pesante: già nel 2008, prima dell’avvento del monogomma, Michelin e Bridgestone erano filosoficamente molto distanti sia come rigidità della carcassa sia come forma del profilo. I giapponesi hanno portato nella MotoGP moderna una gomma di una rigidità mai vista, cosa che ha costretto i progettisti a rivoluzionare completamente i telai.<br>La gomma infatti, è la base. Le gomme sono “le scarpe” della moto, solo che se noi abbiamo delle scarpe che ci fanno male le cambiamo, in MotoGP invece le scarpe rimangono quelle e dovremmo noi….cambiare piedi!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo tipo di coperture ha portato l’arretramento del centraggio di tutte le moto, in modo da poter sfruttare alla grande l’accelerazione. Col tempo si è quindi passati da moto che potevano contare sulla percorrenza trasformate in moto dal centraggio spostato più indietro e che quindi dovevano avere come caratteristica principale l’accelerazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi questo cambiamento potrebbe portare ad un nuovo stravolgimento dei valori in campo, con il ritorno di moto che possono sfruttare l’equilibrio dato da un baricentro in posizione più neutra, o addirittura avanzato come lo era la prima Yamaha M1.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’anno di transizione probabilmente servirà alla Michelin anche per avvicinarsi alla struttura delle gomme Bridgestone ed evitare alcuni gravi problemi di cui soffrivano i pneumatici francesi, primo fra tutti il chattering dovuto alla preponderanza dell’aria come sostegno principale dei carichi: non dobbiamo dimenticarci che proprio le coperture Michelin hanno evidenziato in passato qualche grosso limite sia in F1 che in MotoGP proprio a causa della filosofia del marchio transalpino, con molte importanti ripercussioni sulle sospensioni e sulle geometrie chiamate a un compito che le gomme giapponesi svolgono egregiamente all’interno della loro carcassa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il cambiamento non sarà solo nel comparto carcassa-profilo-mescola: la Michelin ha dichiarato che porterà in MotoGP coperture da 17 pollici al posto delle coperture da 16,5 pollici attuali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mezzo pollice, che sarà mai direte voi. E invece no, perché a parità di peso una ruota di dimensioni maggiori genererà un maggiore Momento d’inerzia. Ipotizzando il peso di una ruota in 10kg, l’incremento sarà del 6%, non proprio pochino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre l’aumento di dimensioni dei cerchi permetterà il montaggio di dischi freno più grandi, a tutto discapito delle masse non sospese che potrebbero aumentare in maniera sensibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi le implicazioni tecniche sono davvero molte, e costringeranno i costruttori a pesanti sforzi tecnici ed economici per riadattare le moto a queste nuove gomme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza contare che anche i piloti dovranno riadattarsi a nuove coperture che potrebbero richiedere uno stile di guida molto differente, avvantaggiando magari piloti dalla guida più pulita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà davvero interessante vedere come la situazione si evolverà, e faremo attenzione ai particolari sin dai primi test che pare potrebbero essere organizzati già in questa stagione.</p>
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		<title>Mercedes curva come una moto con il Curve Tilting Function</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2014 14:23:09 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come da sempre la Mercedes introduce ogni qualvolta rinnova la sua gamma di lusso un concetto di sicurezza nuovo che sarà scuola per tutti i costruttori. La nuova Classe S Coupé non fa eccezione a questa regola. Per migliorare la tenuta di strada in curva la Mercedes adotta un sistema che fa si che la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/1059905_2109921_1024_683_14C420_26.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-41172" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/1059905_2109921_1024_683_14C420_26.jpg" alt="1059905_2109921_1024_683_14C420_26" width="500" height="333" title="Mercedes curva come una moto con il Curve Tilting Function 1744" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/1059905_2109921_1024_683_14C420_26.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/1059905_2109921_1024_683_14C420_26-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Come da sempre la Mercedes introduce ogni qualvolta rinnova la sua gamma di lusso un concetto di sicurezza nuovo che sarà scuola per tutti i costruttori. La nuova Classe S Coupé non fa eccezione a questa regola. Per migliorare la tenuta di strada in curva la Mercedes adotta un sistema che fa si che la sua Classe S Coupé si comporti come se fosse una moto. Riesce in tale intendo usando il nuovo sistema <strong>curve tilting function</strong><strong> </strong>ovvero <strong> </strong>di inclinazione vettura in  curva. Il sistema fa la sua comparsa per la prima volta  mondiale per vetture una vettura di serie. In sostanza il veicolo si appoggia in curva sfruttando la tecnica che usano motociclisti e sciatori migliorando l&#8217;agilità la tenuta e il comfort nonostante la mole impressionante del veicolo in questione.</p>
<p style="text-align: justify"><span><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/441712_728958_300_399_356467a2001f5110.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41173" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/441712_728958_300_399_356467a2001f5110.jpg" alt="441712_728958_300_399_356467a2001f5110" width="300" height="399" title="Mercedes curva come una moto con il Curve Tilting Function 1745"></a>L&#8217;accelerazione laterale che agisce sui passeggeri viene ridotta al minimo per massimizzare il confort<span>. Il sistema è particolarmente efficacie sulle </span><span>strade di campagna, la nuova  </span><strong>curve tilting function</strong> è parte integrante dell&#8217;<strong> </strong> Active Body Control (ABC), il sistema che gestisce le  sospensione  che oltre al confort aumenta anche il piacere di guida. <span>L&#8217;obiettivo non è quello di raggiungere maggiori velocità in curva, ma fornire una nuova esperienza di guida facendo si che nuova  la Classe S Coupé scorre elegantemente in curva. </span>Con la funzione <strong>curve tilting function</strong>, gli attacchi delle molle in acciaio integrati nei bracci della sospensione ABC vengono sollevate mediante appositi pistoni su un lato del veicolo, e abbassati dall&#8217;altro, a seconda della curva che si deve affrontare. Questo permette al veicolo di inclinarsi in modo automatico e continuo anche per  frazioni di secondo, il tutto considerato il  raggio di curvatura e la velocità del veicolo. Il pilota e i passeggeri avvertono in modo particolare l&#8217;effetto  in quanto il veicolo normalmente tenderebbe ad inclinarsi verso l&#8217;esterno mentre in questo caso piega verso l&#8217;interno curva come una moto.  </span>Questo innovativo sistema riconosce  la tipologia di curve con l&#8217;aiuto della telecamera stereo posizionata dietro il parabrezza, che registra  il tipo di superficie stradale fino a 15 metri prima che sopraggiunga, e utilizzando un sensore di accelerazione laterale supplementare istallato nella sospensione ABC aiuta a capire di quanto il veicolo debba inclinarsi. La funzione <strong>curve tilting function</strong> di  può essere selezionata con l&#8217;interruttore ABC mediante tre stadi. C&#8217;è la  modalità &#8220;Curve&#8221; che si  attiva per una  gamma di velocità tra 15-180 km / h. Poi ci sono <span style="color: #606061">altre modalità selezionabili come  &#8220;Comfort&#8221; utilizzando anche il MAGIC BODY CONTROL con MANTO STRADALE SCAN che visiona lo stato del manto stradale adattando la rigidezza delle sospensioni per il massimo confort e infine  &#8220;Sport&#8221; per i clienti più dinamici ed esigenti. </span></p>
<p style="text-align: justify"><span><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/1059907_2109927_1024_683_14C421_101.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41174" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/1059907_2109927_1024_683_14C421_101.jpg" alt="1059907_2109927_1024_683_14C421_101" width="500" height="333" title="Mercedes curva come una moto con il Curve Tilting Function 1746" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/1059907_2109927_1024_683_14C421_101.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/1059907_2109927_1024_683_14C421_101-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>L&#8217;innovativa  <strong>curve tilting function </strong>è disponibile in combinazione con il sistema di sospensione MAGIC BODY CONTROL optional su tutta la gamma Classe S Coupè e  per i modelli a trazione posteriore. <span>In combinazione con 4MATIC trazione integrale, la Classe S Coupé offre il completo le  sospensioni pneumatiche AIRMATIC con il adattivo ADS smorzamento del sistema PLUS, più adatto al comportamento e al carattere sportivo di questa vettura.  </span></span>Visto che lo abbiamo accennato  la  Classe S, e la  nuova Classe S Coupé è anche in grado di riconoscere ondulazioni superficiali in anticipo quando è dotata del  MAGIC BODY CONTROL. In combinazione con SUPERFICIE STRADALE SCAN rileva le ondulazioni con l&#8217;aiuto della telecamera stereo, MAGIC BODY CONTROL regola la sospensione  anticipando la buca,  utilizzando l&#8217;idraulica attiva delle sospensioni per aumentare o diminuire il carico su ogni singola ruota. La sospensione si adatta ad ogni situazione  in frazioni di secondo, consentendo movimenti del telaio ridotti al minimo per evitare ogni tipo di scossone ai passeggeri. Il risultato è un comfort di guida impeccabile. Anche il  SUPERFICE STRADALE SCAN è basato su telecamera, funziona di giorno, con una buona visibilità, con strutture superficiali non sterrate o disastrate ad una velocità fino a 130 km / h quindi non può fare miracoli su alcune tipologie di strade di casa nostra. La fotocamera stereo della SUPERFICIE STRADALE SCAN controlla  fino a 15 metri prima, e fornisce un&#8217;immagine precisa dei contorni della superficie stradale. Usando le immagini della telecamera e le informazioni sulle condizione di marcia del veicolo, la centralina calcola continuamente la migliore strategia di controllo per far fronte a tratti irregolari come lunghe ondulazioni.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2014/06/24/mercedes-curva-come-moto-curve-tilting-function/">Mercedes curva come una moto con il Curve Tilting Function</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<title>MotoGP Barcellona &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jun 2014 14:05:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il dopogara del circuito di Montmelo ci dice subito che le gomme Bridgestone, accusate all’inizio della stagione di non essere all’altezza delle aspettative, si dimostrano invece superiori a quelle dello scorso anno sia come durata che come prestazione pura: la mescola media è stata la scelta di quasi tutti i piloti, e occorre dire che [&#8230;]</p>
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<p>Il dopogara del circuito di Montmelo ci dice subito che le gomme Bridgestone, accusate all’inizio della stagione di non essere all’altezza delle aspettative, si dimostrano invece superiori a quelle dello scorso anno sia come durata che come prestazione pura: la mescola media è stata la scelta di quasi tutti i piloti, e occorre dire che nessuno ha lamentato problemi di alcun tipo. A guadagnarci è stato sicuramente lo spettacolo con i primi quattro piloti capaci di darsi battaglia ad armi pari fino all’ultimo giro.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/primo_giro.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-40934" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/primo_giro.jpg" alt="primo_giro" width="560" height="336" title="MotoGP Barcellona - Debriefing 1755"></a></p>
<p>Per contro, le telecamere son rimaste incollate ai loro duelli e non abbiamo immagini sufficienti a capire cosa sia successo nelle retrovie. L’ordine di arrivo ci racconta di Espargaro in lotta fino all’ultimo con un Dovizioso alle prese con un calo di grip, ma dieci secondi dietro di loro ha concluso Iannone che, unico nella top ten a utilizzare la morbida, avrebbe dovuto soffrire un calo assai peggiore del suo compagno di marca. Al momento non possiamo essere più precisi e ci limitiamo a registrare le diverse dichiarazioni, tra le quali spicca l’ennesimo problema sulla moto di Crutchlow.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/cal_out-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-40981" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/cal_out-1.jpg" alt="cal_out-1" width="560" height="353" title="MotoGP Barcellona - Debriefing 1756" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/cal_out-1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/cal_out-1-300x189.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p>Sui quattro di testa invece c’è da riflettere: nonostante le caratteristiche del tracciato siano tipicamente europee, con curve da raccordare e percorrenze importanti, a prevalere sia pure di poco è stata la maggiore capacità della Honda di scaricare i cavalli a terra. E questa, inutile ignorarlo, è un’importante indicazione per lo sviluppo delle moto del prossimo anno: in accelerazione le moto compensano ampiamente la minore percorrenza del centraggio arretrato, e in futuro la sfida non sarà per piegare di più ma per aprire il gas in anticipo.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/marc_vaL_ped-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-40983" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/marc_vaL_ped-1.jpg" alt="marc_vaL_ped-1" width="560" height="353" title="MotoGP Barcellona - Debriefing 1757" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/marc_vaL_ped-1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/marc_vaL_ped-1-300x189.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p>Non per caso le due Honda si sono dimostrate un filo più efficaci; e tra le due gemelle, sul traguardo ha vinto quella che curvava più lenta, e in questo semplice fatto emerge la lezione di guida di Marquez. Mi spiego meglio: fino a pochi anni fa sui circuiti guidati una moto che piega forte e inserisce in fretta poteva rubare la traiettoria ai dragster impedendo loro di accelerare in anticipo e di fatto annullandone, nel duello serrato, il principale vantaggio. Oggi Marquez ribalta questa convinzione: Pedrosa negli ultimi giri è sicuramente più veloce di lui e riesce a entrare all’interno ma questo non basta più, e la successiva accelerazione vede il recupero in pochi metri di chi tiene la moto più dritta.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/ped_marc-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-40984" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/ped_marc-1.jpg" alt="ped_marc-1" width="560" height="353" title="MotoGP Barcellona - Debriefing 1758" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/ped_marc-1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/ped_marc-1-300x189.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/ped_marc-2.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-40985" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/ped_marc-2.jpg" alt="ped_marc-2" width="560" height="353" title="MotoGP Barcellona - Debriefing 1759" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/ped_marc-2.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/ped_marc-2-300x189.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p>Ci si doveva arrivare, prima o dopo: con potenze crescenti il problema diventa la trasmissione dei cavalli sul terreno, esattamente come da sempre si vede nel cross. Le traiettorie a spigolo, con la moto che sembra andare lunga, quasi si ferma, gira con una traiettoria molto spezzata e infine riparte col gas tutto aperto è la norma tra le ruote artigliate nelle massime cilindrate. E anche le piste più arrotondate, quando i cavalli son troppi rispetto all’aderenza, vengono percorse con una tecnica stop&amp;go: i motori sono così potenti che, pur ripartendo da quasi fermi, si arriva in uscita a una velocità maggiore di chi invece, pur velocissimo in inserimento e in percorrenza, si ritrova troppo piegato per accelerare. Nel penultimo giro questa è stata appunto la manovra crossistica di Marquez: ha lasciato che Pedrosa gli entrasse all’interno e lo sfilasse in percorrenza, addirittura rallentando ancora di più e approfittando di quel momento per effettuare il suo spigolo su una traiettoria esterna e apparentemente troppo lunga. Appena il codone della moto di Pedrosa gli è passato di fianco, Marquez ha avuto traiettoria quasi rettilinea “da ripartenza” e ha potuto spalancare completamente la manopola mentre il suo compagno, velocissimo e piegato, non poteva ancora riprendere in mano il gas. Prima della successiva curva Marquez era nuovamente davanti.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/marc_down-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-40982" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/marc_down-1.jpg" alt="marc_down-1" width="560" height="353" title="MotoGP Barcellona - Debriefing 1760" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/marc_down-1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/marc_down-1-300x189.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p>E qui la riflessione fatta all’inizio prende consistenza: Marquez ha dovuto rinunciare al drift e ha dovuto cambiare guida ma ha saputo ugualmente sfruttare al meglio la potenza a sua disposizione. Lo dico subito, la cosa è poco elegante: tutti noi amiamo i percorsi ricchi di curve per la capacità delle motociclette di piegare, raccordare e pennellare le traiettorie. E invece il futuro sembra fatto di uno stile assai poco elegante, molto spezzato proprio laddove anticamente si faceva percorrenza. Se la guida di trazione è spettacolare sui curvoni aperti con il retrotreno che spazzola in progressione, sulle curve lunghe e strette oggi abbiamo la dimostrazione che è più conveniente la linea spezzata che obbliga a prendere due corde nella stessa curva: la prima in frenata e la seconda in piena accelerazione a moto dritta. Bisogna dar merito a Marquez che per primo ha capito come far lavorare una moto a bassa percorrenza su un tracciato guidato. Se la formula della massima categoria resterà quella attuale, guardiamo bene i piloti più eleganti come Lorenzo, Pedrosa e Rossi: tra qualche anno saranno soltanto un ricordo, altro che torsiometro&#8230;</p>
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		<title>MotoGP Barcellona &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jun 2014 15:54:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Briefing pregara a Montmelo, Barcellona. Il fondo di asfalto liscio richiede la morbida ma la temperatura è alta, e il tracciato ha il T2 e il T4 disegnati per la percorrenza. Vediamo che succede in pista. Pedrosa sembra il pilota progettato apposta per questo tracciato: non cerca un drift che col fondo liscio finirebbe per [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/post_dani.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-40902 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/post_dani.jpg" alt="post_dani" width="453" height="339" title="MotoGP Barcellona - Briefing 1765" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/post_dani.jpg 453w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/post_dani-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/post_dani-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 453px) 100vw, 453px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Briefing pregara a Montmelo, Barcellona. Il fondo di asfalto liscio richiede la morbida ma la temperatura è alta, e il tracciato ha il T2 e il T4 disegnati per la percorrenza. Vediamo che succede in pista.</p>
<p style="text-align: justify;">Pedrosa sembra il pilota progettato apposta per questo tracciato: non cerca un drift che col fondo liscio finirebbe per “spingere” poco, viaggia veloce nelle percorrenze e sa mettere a frutto anche le mescole più morbide senza danneggiarle troppo. Il suo setting è quello più efficace e pulito: un centimetro e mezzo di canne fuori, ruota posteriore a metà con mescola media. Sospensioni ben frenate sull’idraulica e con molle morbide, carcasse all’altezza del compito e telaio fermo in ogni circostanza. Marquez non penso ami questa pista sulla quale il drift è inefficace: è costretto a fare percorrenza, inutile intraversare la moto in ingresso e fare la curva col posteriore che spazzola. Alla fine è costretto a guidare sfruttando tutta la larghezza in ingresso e uscita come le Moto3. E quando esagera partendo dal cordolo esterno per sfruttare mezzo metro in più, la sua moto lo punisce. L’assetto è identico a quello del suo compagno, lo stile invece no.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/post_hrc.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-40898 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/post_hrc.jpg" alt="post_hrc" width="560" height="342" title="MotoGP Barcellona - Briefing 1766" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/post_hrc.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/post_hrc-300x183.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/ant_hrc.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-40899 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/ant_hrc.jpg" alt="ant_hrc" width="560" height="388" title="MotoGP Barcellona - Briefing 1767" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/ant_hrc.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/ant_hrc-300x208.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Bradl si dimostra ogni gara più concreto, al di là della sfortuna che lo perseguita. È tanto preciso che quasi non si nota, ma i tempi sono sempre molto buoni. Bautista invece a Barcellona non emerge: è vero che la sua Honda forse non è ferma quanto le HRC, ma forse anche lui si agita un po’ troppo sulla sella. E qui a Montmelo ci vuole misura e precisione.</p>
<p style="text-align: justify;">Misura e precisione non mancano sicuramente a Lorenzo che, sulle piste europee, può finalmente tenere la moto più alta e fare percorrenza senza temere un eccesso di sottosterzo in uscita. Gomme medie anche per lui: ruota a metà ma con trasferimenti dinamici importanti, riesce a trovare un’ottima motricità anche sulla M1. Il suo compagno di squadra invece pare scivolare decisamente troppo, e in tutta sincerità non riesco a darmene valida ragione. Perfino le Tech3 sembrano più a posto della sua.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/ant_m1-2.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-40900 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/ant_m1-2.jpg" alt="ant_m1-2" width="560" height="388" title="MotoGP Barcellona - Briefing 1768" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/ant_m1-2.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/ant_m1-2-300x208.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Forward sulla gomma bianca, non vedo altre soluzioni: la moto va molto bene, è facile da guidare su piste come questa. E gomma bianca anche per le altre moto col centraggio avanzato. In controtendenza Ducati, con gomma bianca nonostante la grande motricità: la percorrenza impone di non fare un assetto troppo basso, con un rischio sottosterzo ben gestibile data la conformazione del tracciato e il fondo liscio. Ho molti dubbi sulla durata della gomma bianca, forse neppure la proverbiale gestione di Dovizioso riuscirà nell’impresa. Ecco perché alla fine penso che in gara useranno una media, con un assetto del tutto simile alle Honda. Purtroppo non ho mai visto inquadrare Hernandez, ma confesso che sarei curioso di capire come fa una D16 2013 a stare davanti alle più equilibrate 2014.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine spendiamo due parole in più per capire il dilemma delle gomme. L’asfalto liscio con gomme dure non offre il sufficiente grip per poter scaricare la potenza necessaria a scaldare la mescola. La gomma morbida invece sì, ma la potenza scaricata comporta temperature difficilmente controllabili con l’aria esterna così calda. Si deve necessariamente giocare sul filo delle pressioni per controllare la deformazione e la temperatura. In altre occasioni, per chiarire meglio, Marquez avrebbe sollevato un filo la moto utilizzando la hard posteriore, ma qui il grip non lo consente: userà la più morbida a sua disposizione, con qualche decimo di pressione in più per evitare l’eccesso di deformazione su una moto a centraggio arretrato. Questo comporta una gomma un po’ “rimbalzosa” sulle asperità, il che comporta un’idraulica meglio frenata e molle più morbide. Tutto a posto finchè non si sale sul cordolo a scalini, e la gomma gonfia non è capace di assorbire e comincia a rimbalzare davvero: la moto sta ferma ma il grip diventa singhiozzante, con tutti i problemi del caso. Questo mi fa ritenere che Pedrosa abbia un leggero vantaggio sul compagno per via delle sue traiettorie tutte all’interno delle strisce bianche. E la stesso problema si pone identico per le Ducati. Le Yamaha, alla fine dei conti, sembrano quelle che riusciranno a sfruttare bene le proprie gomme senza strapazzarle e senza salire di pressione.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I segreti del sistema frenante Brembo per la Formula Uno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Jun 2014 08:27:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Brembo ci aiuta a capire meglio il nuovo sistema frenante delle Formula 1 2014 con un bel video esplicativo. Da questa stagione infatti è stato adottato il sistema Brake by Wire. In sostanza si tratta della frenata controllata non mediante il solito impianto frenante azionato idraulicamente dall&#8217;azione del pedale del freno, ma quest&#8217;ultimo è vincolato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/maxresdefault.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-40611" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/maxresdefault.jpg" alt="maxresdefault" width="500" height="281" title="I segreti del sistema frenante Brembo per la Formula Uno 1770" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/maxresdefault.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/maxresdefault-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La Brembo ci aiuta a capire meglio il nuovo sistema frenante delle Formula 1 2014 con un bel video esplicativo. Da questa stagione infatti è stato adottato il sistema <strong>Brake by Wire. </strong>In sostanza si tratta della frenata controllata non mediante il solito impianto frenante azionato idraulicamente dall&#8217;azione del pedale del freno, ma quest&#8217;ultimo è vincolato ad un sistema elettronico che aziona i freni in  base alla spinta e la posizione del pedale senza collegamento diretto meccanico.</p>
<p style="text-align: justify">Nel video si vede chiaramente come la Brembo l&#8217;azienda italiana leader per gli impianti frenanti spiega come è cambiato il modo di frenare in formula 1. Il sistema infatti ora è di tipo misto, mentre all&#8217;anteriore si frena ancora con i classici dischi e pasticche con la pompa che comprime olio, al posteriore dove c&#8217;è l&#8217;azione del ERS-K viene messa in ballo la parte più elettronica. Infatti il sistema deve gestire la parte frenante classica più quella elettronica del sistema di recupero energia. Il tutto regolato e gestito sia dai tecnici ai box che dal pilota in vettura mediante i comandi sul volante.</p>
<p style="text-align: justify">Un sistema che ancora una volta vede impegnata la Brembo nell&#8217;essere l&#8217;azienda prima nel mondo dal punto di vista dello sviluppo tecnologico che sarà direttamente ponte per la futura produzione di serie, compito che da sempre è stato demandato alla massima serie del motorismo.</p>
<p style="text-align: center">[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=FmCuReJWVk0[/youtube]</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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			</item>
		<item>
		<title>MotoGP, Mugello &#8211; Debriefing</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2014/06/04/motogp-mugello-debriefing/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=motogp-mugello-debriefing</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Jun 2014 07:14:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E alla fine ha vinto il motore, ma di pochissimo. Eccoci al debriefing del Mugello, e iniziamo dalla partenza. Prendete un dragster, spostate i pesi sulla ruota dietro, poi abbassatelo per evitare di impennare e rifinite l’opera con la mescola più morbida in circolazione: difficile vincere la gara, ma avete appena realizzato una catapulta. Iannone [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-40450" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/2014-06-04_084815.jpg" alt="2014-06-04_084815" width="551" height="223" title="MotoGP, Mugello - Debriefing 1776" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/2014-06-04_084815.jpg 551w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/2014-06-04_084815-300x121.jpg 300w" sizes="(max-width: 551px) 100vw, 551px" />E alla fine ha vinto il motore, ma di pochissimo. Eccoci al debriefing del Mugello, e iniziamo dalla partenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendete un dragster, spostate i pesi sulla ruota dietro, poi abbassatelo per evitare di impennare e rifinite l’opera con la mescola più morbida in circolazione: difficile vincere la gara, ma avete appena realizzato una catapulta. Iannone poi ha resistito anche troppo, probabilmente ha usato un filo di pressione in più al posteriore: resta comunque sconcertante che la moto con la maggiore motricità del motomondiale venga equipaggiata con la gomma soft quando neppure la Forward, la più avanzata del lotto, riesce a sfruttarla.<img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-40449" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/2014-06-03_104127.jpg" alt="2014-06-03_104127" width="718" height="259" title="MotoGP, Mugello - Debriefing 1777" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/2014-06-03_104127.jpg 718w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/2014-06-03_104127-300x108.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/2014-06-03_104127-696x251.jpg 696w" sizes="(max-width: 718px) 100vw, 718px" /></p>
<p style="text-align: justify;">L’ipotesi più probabile è che all’ultimo minuto, nella confusione, il corriere abbia sbagliato la consegna e abbia scambiato il pacco delle gomme tra i due team. Pochi giri e Rossi dalla quarta fila ha ragione di sette piloti e si porta all’inseguimento della coppia di testa composta da un Lorenzo ritrovato e di un Marquez che con questa pista ha un conto aperto da regolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi Lorenzo in testa. Partenza e primi giri irresistibili come suo stile, finalmente con la concentrazione giusta. Lasciamo stare il discorso sui freni da 340, la vera chiave di volta è una pista senza ripartenze e con diverse percorrenze. Il sottosterzo qui non è un problema grave, la motricità neppure: ed ecco che la sua guida – che nel dopo Stoner possiamo definire “retrò” – ridiventa terribilmente efficace. Lui si esalta e torna a fare quei miracoli di pieghe con una moto a cui basterebbe l’impatto con un moscerino per cadere rovinosamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Lorenzo non sbaglia, e il secondo posto non rende giustizia al suo coraggio. Una gara da incorniciare su una M1 precaria, con un setting perfetto tra avantreno e retrotreno ma pericolosamente vicina al limite del possibile. A questo punto è lecito chiedersi se Rossi avesse qualche problema: ma la risposta è no, anche la sua moto era molto a posto. E fino al limite a cui l’ha portata Rossi non compariva neppure quella criticità che, con qualche decimo in meno, era evidente sulla Yamaha del compagno.<br />
<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/2014-06-04_084928.jpg"><br />
<img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-40453" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/2014-06-04_084928.jpg" alt="2014-06-04_084928" width="609" height="316" title="MotoGP, Mugello - Debriefing 1778" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/2014-06-04_084928.jpg 609w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/2014-06-04_084928-300x156.jpg 300w" sizes="(max-width: 609px) 100vw, 609px" /></a>La mia personale opinione è che Rossi, su una pista che ha sempre affrontato con la sua antica guida, qui non si sia reso conto di aver guidato nuovamente “sopra” la moto, perdendo quel vantaggio che nelle prime gare lo aveva riportato ad essere il pilota Yamaha più veloce. E nella guida di pura tenuta c’è poco da dire, il majorchino è quasi imbattibile.</p>
<p style="text-align: justify;">E dico quasi perché ancora ricordo un Pedrosa capace in passato di funambolismi altrettanto incredibili. Quando è fisicamente a posto. Ma non era questa la giornata, il braccio è ancora un problema che nel giro secco si può sopportare ma in tutta la gara evidentemente no. Il fatto che non se ne lamenti non è una prova: non ricordo si sia mai lamentato in vita sua, nonostante tutte le ossa rotte. Insomma, signori si nasce: e Pedrosa, modestamente, lo nacque.</p>
<p style="text-align: justify;">E veniamo al suo compagno di squadra, Marquez. Vince dopo una durissima lotta, ma dalla sua ha la furbizia di impedire il controsorpasso di Lorenzo spezzandogli la traiettoria e obbligandolo di fatto a una ripartenza non prevista. Ma soprattutto ha dalla sua un motore che allunga molto meglio rispetto alla M1. Per una volta non è questione di ripartenza o di motricità: il sorpasso avveniva nel rettilineo con la 5 e 6 marcia, e lì è questione di potenza pura, che favorisce una rapportatura diversa. Non ci sono problemi di grip o di elettronica che taglia, non ci sono problemi di centraggio: più probabilmente ci sono problemi di consumi che la Honda ha risolto meglio della Yamaha, con conseguente differenza sui cavalli che il motore può esprimere in gara con 20 litri totali.<br />
<img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-40451" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/2014-06-04_084842.jpg" alt="2014-06-04_084842" width="700" height="392" title="MotoGP, Mugello - Debriefing 1779" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/2014-06-04_084842.jpg 700w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/2014-06-04_084842-300x168.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/2014-06-04_084842-696x390.jpg 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Nelle curve da terza marcia la cosa non è importante, si deve parzializzare per forza: ma in quinta e sesta la faccenda diventa seria. Per il resto la moto di Marquez era settata non diversamente da quella del suo compagno, e le perdite al posteriore non erano volute ma piuttosto erano il risultato di una guida sanguigna.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovizioso non sbaglia gomma e alla fine è il miglior ducatista sul traguardo. Nulla da dire sul suo settaggio, era sicuramente il più appropriato alla situazione. Ancora grossi problemi per Crutchlow, e qui occorre una riflessione: la sua gomma è salita di pressione nei primi giri e lui ha perso l’anteriore travolgendo un incolpevole e sfortunato Bradl. Ragioniamo: la gomma aumenta la sua pressione quando scalda, e cioè quando la sua carcassa si deforma troppo. Ma i carichi della sua moto non sono diversi da quelli delle altre Ducati, e la pressione di partenza è la stessa. Qualcosa la sta deformando in modo costante anche fuori dalle staccate. <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/2014-06-04_084859.jpg"><br />
<img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-40452" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/06/2014-06-04_084859.jpg" alt="2014-06-04_084859" width="614" height="345" title="MotoGP, Mugello - Debriefing 1780" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/2014-06-04_084859.jpg 614w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/06/2014-06-04_084859-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 614px) 100vw, 614px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Aggiungiamoci che da qualche gara sempre la sua moto ha problemi sui freni e arriverete alla stessa conclusione che qui riporto: la pompa freno a riposo comunica tramite un forellino col sovrastante serbatoio del liquido freni. Se il pilota, magari nell’intento di avere un freno con meno gioco e più pronto, elimina totalmente il gioco fino a chiudere quel forellino anche con freno a riposo il risultato sarà che le pastiglie strisciano sul disco anche in rettilineo.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo porta all’ebollizione il liquido freno, come successo in gare precedenti. E il disco maggiorato, pur risolvendo malamente il problema dell’ebollizione, continua comunque ad offrire resistenza all’avanzamento, determinando una costante deformazione in senso longitudinale della carcassa e portandola a temperature elevate, con le conseguenti pressioni eccessive. Una verifica della pompa e delle “preferenze” personali del pilota per quanto riguarda il gioco sulla leva anteriore si impone su ogni altra cosa, mi pare. E se questo fosse verificato, bisognerebbe trarre anche qualche conclusione supplementare che oggi è prematuro anticipare.</p>
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		<title>MotoGP Mugello &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 May 2014 16:49:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccoci al Mugello per il consueto briefing. Pista veloce, tipicamente europea con tante inversioni di piega e due curvoni in appoggio. Fondo con buona aderenza ma piuttosto ondulato, specie nei curvoni. Inutile negarlo: nonostante sia un circuito “da guidare” qui occorre parecchio motore. D’altra parte le derapate sono possibili solo in pochissime curve (Palagio, per [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Eccoci al Mugello per il consueto briefing. Pista veloce, tipicamente europea con tante inversioni di piega e due curvoni in appoggio. Fondo con buona aderenza ma piuttosto ondulato, specie nei curvoni. Inutile negarlo: nonostante sia un circuito “da guidare” qui occorre parecchio motore. D’altra parte le derapate sono possibili solo in pochissime curve (Palagio, per esempio) e in misura molto limitata. Così limitata che per una volta Pedrosa si trova a suo agio.</p>
<p style="text-align: justify;">Poche le reali difficoltà tecniche o gli accorgimenti a livello di setting, qui principalmente occorre il manico: le caratteristiche del tracciato non sono tali da renderlo particolarmente vantaggioso per una moto piuttosto che per l’altra. E anche il lungo rettilineo in salita, che parrebbe avvantaggiare i motori più potenti, si affronta uscendo da una curva lunga in appoggio, per cui le moto col centraggio arretrato – tipicamente favorite nel trasferimento a terra della potenza – sono svantaggiate dalla minore percorrenza, e i conti si pareggiano.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/2014-05-31_184114.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-40346" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/2014-05-31_184114.jpg" alt="2014-05-31_184114" width="623" height="370" title="MotoGP Mugello - Briefing 1783" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/2014-05-31_184114.jpg 623w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/2014-05-31_184114-300x178.jpg 300w" sizes="(max-width: 623px) 100vw, 623px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Pedrosa sarebbe il favorito: a fronte di un mezzo sicuramente efficace in accelerazione, ha dalla sua ottime doti di percorrenza. Gomme medium e assetto alto sono tipici del suo modo di guidare, il limite sta nel braccio operato qualche settimana fa. Marquez segue la stessa filosofia con una moto un filo più bassa e una guida più fisica, le due Honda satellite fanno altrettanto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/2014-05-31_183741.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-40345" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/2014-05-31_183741.jpg" alt="2014-05-31_183741" width="579" height="299" title="MotoGP Mugello - Briefing 1784" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/2014-05-31_183741.jpg 579w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/2014-05-31_183741-300x155.jpg 300w" sizes="(max-width: 579px) 100vw, 579px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Abbandonata la soft anteriore, anche le Yamaha fanno i conti con le temperature di gara presumibilmente maggiori rispetto alle prove. Moto alte per tutti, alla ricerca di una guida pulita e senza sbavature. E qui notiamo qualcosa di anomalo rispetto al passato: le M1 perdono terreno soprattutto dei settori 3 e 4, e cioè sulle curve lunghe in appoggio e nelle Biondetti, proprio i punti di forza del passato, mentre tra i più veloci nel settore 4 si posizionano i ducatisti, con Crutchlow in particolare nell’ultimo tratto dal Correntaio fino al traguardo. Perfino Rossi, qui più vicino alla sua guida del passato, non riesce a venirne fuori. Inutile anche l’assalto finale con la soft anteriore: con le temperature del pomeriggio la soluzione non sembra appropriata.</p>
<p style="text-align: justify;">Tecnicamente non c’è molto da aggiungere se non che le gomme a fascia bianca con le quali le Ducati ottengono buoni risultati sul giro secco sono quasi impossibili da utilizzare per 20 giri. Al contrario, sulla lunga distanza e con gomme medie Rossi vanta ancora il passo migliore tra tutte le M1, e sicuramente in gara si dovranno fare i conti con lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ultima nota, il pompaggio posteriore di alcuni piloti non riguarda tanto la sospensione posteriore quanto proprio il fondo della pista, molto ondulato sui curvoni proprio vicino al cordolo interno: nel momento in cui si prende la corda per l’accelerazione è quasi inevitabile finirci sopra. Ma questo problema riguarda tutti, senza distinzioni. Questione di traiettoria: e alla fine, al Mugello, il fattore davvero determinante resta il manico.</p>
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		<title>Jaguar e Land Rover con il Multiair Fiat per il prossimo futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 May 2014 17:08:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Jaguar e la Land Rover da molti anni ormai fanno parte del colosso indiano Tata. Il costruttore indiano però ha dovuto trovare un accordo con la vecchia proprietà, la Ford, sfruttando le piattaforme progettuali e i motori per avere il tempo di creare qualcosa di nuovo con cui far camminare i due marchi inglesi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/cq5dam.web_.1280.12803.jpeg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-39967" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/cq5dam.web_.1280.12803.jpeg" alt="cq5dam.web.1280.1280" width="570" height="382" title="Jaguar e Land Rover con il Multiair Fiat per il prossimo futuro 1788" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/cq5dam.web_.1280.12803.jpeg 570w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/cq5dam.web_.1280.12803-300x201.jpeg 300w" sizes="(max-width: 570px) 100vw, 570px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La Jaguar e la Land Rover da molti anni ormai fanno parte del colosso indiano Tata. Il costruttore indiano però ha dovuto trovare un accordo con la vecchia proprietà, la Ford, sfruttando le piattaforme progettuali e i motori per avere il tempo di creare qualcosa di nuovo con cui far camminare i due marchi inglesi in modo indipendente producendo profitto. Una scommesa fallita dal costruttore americano ma che gli indiani hanno raccolto con entusiasmo.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/cq5dam.web_.1280.1280-1.jpeg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-39968" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/cq5dam.web_.1280.1280-1.jpeg" alt="cq5dam.web.1280.1280 (1)" width="570" height="382" title="Jaguar e Land Rover con il Multiair Fiat per il prossimo futuro 1789" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/cq5dam.web_.1280.1280-1.jpeg 570w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/cq5dam.web_.1280.1280-1-300x201.jpeg 300w" sizes="(max-width: 570px) 100vw, 570px" /></a> A colpi di miglioramento della qualità, e attraverso una durissima opera di riqualificazione dell&#8217;immagine opacizzata dei due marchi, oggi la Tata è in grado di dare la possibilità ai tecnici inglesi di Jaguar e Land Rover di progettare una linea di prodotti inediti dal design veramente accattivante tecnologicamente all&#8217;avanguardia e che nulla hanno a che invidiare alla migliore produzione tedesca del settore premium sia berline che sportive che soprattutto SUV.  La prima piattaforma che vede la luce nel Regno Unito che sarà base si partenza per tutti i modelli attuali e futuri è quella denominata con la sigla di progetto XE. Il nuovo pianale modulare sarà comune a quasi tutti i modelli dei due marchi. Per avere una totale indipendenza costruttiva però necessita che sotto il cofano dei modelli futuri ci siano unità propulsive completamente progettare in Regno Unito. I tecnici inglesi stanno lavorando ad una famiglia di motori che consenta di tagliare il cordone ombelicale che li legava al gruppo Ford e Psa per i motori benzina che diesel.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/cq5dam.web_.1280.1280-2.jpeg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-39970" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/cq5dam.web_.1280.1280-2.jpeg" alt="cq5dam.web.1280.1280 (2)" width="570" height="381" title="Jaguar e Land Rover con il Multiair Fiat per il prossimo futuro 1790" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/cq5dam.web_.1280.1280-2.jpeg 570w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/cq5dam.web_.1280.1280-2-300x201.jpeg 300w" sizes="(max-width: 570px) 100vw, 570px" /></a>In ogni modo,  oggi giorno nessun costruttore per quanto grande e potente economicamente,  riesce con una certa facilità a costruire tutte le componenti in casa. Il grosso delle unità motrici si progetteranno e si realizzeranno in Regno Unito ma c&#8217;è un componente che sarà di fondamentale importanza per questi motori ed è l&#8217;adozione come sistema di alimentazione il Multiair di progettazione Fiat. Infatti l&#8217;obiettivo di ottenere prestazioni esaltanti con consumi ed emissioni in grado di rispettare tutte le normative dei vari paesi del globo, hanno fatto propendere i tecnici Jaguar/Land Rover per il sistema di alimentazione italiano.  Il Multiair in sostanza è un sistema che permette l&#8217;alzata variabile delle valvole con un meccanismo elettroidraulico che permette di avere sempre la migliore fasatura e l&#8217;eliminazione della valvola a farfalla nel collettore di aspirazione con un vantaggio in termini di consumi ed emissioni di notevole importanza. Tale sistema ormai diffuso sulla produzione Fiat dal bicilindrico delle piccole Panda e 500 che sarà  appannaggio dei futuri modelli premium inglesi.</p>
<p style="text-align: justify">Un riconoscimento che fa capire come nonostante la pochezza di mezzi e la fuga di cervelli verso paradisi tecnici più appaganti in Italia l&#8217;automobilismo è tutt&#8217;altro che defunto. La tecnica Italiana continua dopo la creazione a suo tempo sempre da Fiat del Common Rail ad essere un punto di riferimento per tutti i costruttori e i progettisti mondiali di motori.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>MotoGP, Le Mans &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 May 2014 07:37:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Classico debriefing dopo la bella gara di Le Mans, e occorre dire che al di là dei risultati della classifica questa gara consente di valutare con più chiarezza i valori tecnici in campo. Come al solito trascuriamo gli episodi accidentali che inevitabilmente falsano la classifica finale, ma le gare son fatte anche di questo e [&#8230;]</p>
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<p style="text-align: justify">Classico debriefing dopo la bella gara di Le Mans, e occorre dire che al di là dei risultati della classifica questa gara consente di valutare con più chiarezza i valori tecnici in campo. Come al solito trascuriamo gli episodi accidentali che inevitabilmente falsano la classifica finale, ma le gare son fatte anche di questo e vanno comunque accettate.</p>
<p style="text-align: justify">Anzitutto rileviamo che la pista si è mantenuta poco gommata. E a questo proposito vale una considerazione che apparirà ovvia subito dopo averla detta, ma che comunque va fatta: non necessariamente un fondo ruvido ha molto grip e uno liscio ne ha poco, questo dipende dalle mescole bituminose adottate e dal loro coefficiente di attrito con la gomma. Ma la granulometria riveste una certa importanza nel fattore “gommatura della pista”, con i circuiti più lisci (Sachsenring, Indianapolis, Le Mans) che si gommano poco rispetto a quelli più granulosi. Con un limite importante: se la pista si gomma troppo, ovvero il fondo è troppo ruvido, l’eccesso di gommatura riduce il grip soprattutto con l’asfalto caldo. Detto questo, nelle qualifiche notiamo il gran tempo di Dovizioso con una moto molto estrema, gommata extrasoft, con enorme motricità e grande impegno nel giro secco. In altre parole, la moto con la maggiore motricità in assoluto – la Ducati, appunto – ha migliorato i tempi quando ha aumentato ulteriormente la motricità tramite la mescola. Dunque il limite di Le Mans è questo: non esiste “troppa” motricità e occorre fare di tutto per aumentarla, compatibilmente con la durata della gomma in gara.</p>
<p style="text-align: justify">Assumiamo che la scelta del vincitore sia stata la migliore e facciamo le nostre considerazioni sulla base delle scelte di ogni pilota. Qui di seguito c’è la tabella riassuntiva delle gommature alla partenza.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/l.php_.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-39712" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/l.php_.jpg" alt="l.php" width="714" height="240" title="MotoGP, Le Mans - Debriefing 1800" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/l.php_.jpg 714w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/l.php_-300x101.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/l.php_-696x234.jpg 696w" sizes="(max-width: 714px) 100vw, 714px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Marquez stavolta decide di guidare più pulito del solito: con bassa motricità la ruota posteriore che slitta non spinge abbastanza e si finisce per perdere tempo, quindi le sole driftate appena accennate le vediamo in curva 7, la sola che apre a sufficienza per consentire alla moto di raddrizzarsi durante la derapata recuperando progressivamente la trazione. Gomma bianca e altezza media garantiscono la trazione necessaria.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/dani_front-11.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-39674 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/dani_front-11.jpg" alt="dani_front-1" width="456" height="309" title="MotoGP, Le Mans - Debriefing 1801" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/dani_front-11.jpg 456w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/dani_front-11-300x203.jpg 300w" sizes="(max-width: 456px) 100vw, 456px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Setting praticamente identico allo standard del suo compagno di squadra che proprio nella guida “di trazione” ma senza slittamenti ha il suo punto di forza. Il deludente risultato di Pedrosa, che su piste come questa ha la guida forse più efficace, può essere spiegato solo con le sue condizioni fisiche: scattare a molla come suo stile per raddrizzare la moto in pochissimi metri ha creato seri problemi all’avambraccio appena operato, al di là delle ottimistiche dichiarazioni della vigilia sul suo stato fisico.</p>
<p style="text-align: justify">Buon risultato per Bautista che invece dal punto di vista fisico non è pilota che si risparmia, e personalmente sono molto contento che finalmente arrivi un risultato di prestigio per l’ottimo Team Gresini e per il loro grande lavoro di sviluppo sulle sospensioni Showa condotto in perfetta autonomia: è una grande responsabilità e non è affatto facile. Complimenti.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/bautista_3.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-39716 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/bautista_3.jpg" alt="bautista_3" width="526" height="358" title="MotoGP, Le Mans - Debriefing 1802" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/bautista_3.jpg 526w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/bautista_3-300x204.jpg 300w" sizes="(max-width: 526px) 100vw, 526px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">E proprio la sospensione posteriore credo abbia giocato un brutto scherzo a Bradl: la sua ruota posteriore, identica a quella delle HRC, è andata benissimo per dieci giri per poi calare vistosamente. Segno che la gomma bianca su una moto col centraggio della Honda era al suo limite di carico, un eccesso di trasferimento avrebbe regalato sicuramente più grip ma la maggior potenza scaricabile avrebbe mandato in crisi la carcassa prima del previsto. Delle due l’una: o la moto era un filo troppo alta (le HRC questo errore non l’hanno commesso, bravi), oppure ha scelto un tiro catena negativo che gli garantiva maggiore trazione all’apertura del gas. Personalmente propendo per questa seconda ipotesi sulla base del comportamento piuttosto pulito della sua moto finchè la gomma era nuova, con la contropartita di un retrotreno che con gomma degradata diventa brusco e meno controllabile rispetto a quello di una moto più alta ma col tiro catena positivo. Varrà la pena prima o dopo di affrontare in un articolo più tecnico anche questo aspetto del setting di una moto da corsa.</p>
<p><figure id="attachment_39593" aria-describedby="caption-attachment-39593" style="width: 560px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/wp-2.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-39593 size-full" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/wp-2.jpg" alt="wp-2" width="560" height="305" title="MotoGP, Le Mans - Debriefing 1803"></a><figcaption id="caption-attachment-39593" class="wp-caption-text">( NDR : tiro catena di Jorge Lorenzo mentre innesta la prima marcia )</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify">Ducati con eccellente trazione, dicevamo. E’ sicuramente quella col centraggio più arretrato (un po’ più della Honda, ma non più come in passato, sia chiaro), e a parità di gomma aveva sicuramente il potenziale per scaricare più cavalli. A pneumatico nuovo. E in partenza l’abbiamo vista schizzare davanti a tutti con una facilità incredibile. Lo diciamo subito, per chiarire equivoci: quello non è “motore” come molti pensano, quella è “motricità statica”. L’eccessiva deformazione della carcassa tuttavia ne ha condizionato la durata fino a farle perdere terreno dopo i primi giri. Iannone ingiudicabile, caduto quasi subito, e Crutchlow ancora disorientato, poco inquadrato dalle telecamere per potersi fare un’idea dei suoi problemi.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/dovi_canne.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-39675 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/dovi_canne.jpg" alt="dovi_canne" width="640" height="368" title="MotoGP, Le Mans - Debriefing 1804" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/dovi_canne.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/dovi_canne-300x173.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Casa Yamaha. La gomma bianca su una moto non troppo carica sul retrotreno consente un assetto più alto, con maggiori trasferimenti di carico e percorrenza più elevata, e Rossi è maestro: ormai padrone della tecnica con cui controllare il sottosterzo, tiene la moto più alta e batte in percorrenza il suo caposquadra pur con qualche sbavatura dovuta a un movimento in sella ancora da perfezionare.</p>
<p style="text-align: justify">Nessuno l’ha notato che man mano che i giri passano Rossi tende a riassumere una guida meno estrema? Questione di vecchie abitudini e anche un po’ dell’età: d’altra parte cambiare guida a 35 anni, lo ripetiamo ancora, è da campioni di prima grandezza.</p>
<p style="text-align: justify">Lorenzo perde in percorrenza e in motricità, la sua carcassa non ha certo problemi di deformazione eccessiva. Pol Espargaro tiene la moto a metà tra le due ufficiali e prova a driftare come faceva in Moto2 ma la motricità non è sufficiente a passare Bautista, Smith neppure ci prova e fa la moto come Lorenzo ma senza ancora avere la sensibilità del majorchino.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/pol_esp_canne.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-39678 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/pol_esp_canne.jpg" alt="pol_esp_canne" width="499" height="334" title="MotoGP, Le Mans - Debriefing 1805" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/pol_esp_canne.jpg 499w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/pol_esp_canne-300x201.jpg 300w" sizes="(max-width: 499px) 100vw, 499px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Stupisce invece la scelta di Aleix Espargaro: la sua moto è la più carica di avantreno, può montare la extrasoft al posteriore e recuperare tutta la motricità dei migliori ma decide di non farlo. Sceglie la strada di Rossi con moto alta e tanto trasferimento dinamico, col vantaggio di non soffrire di sottosterzo grazie al telaio corto: ma a quel punto la gomma davanti non può essere la bianca, adatta per carichi leggeri come la M1 di Rossi o – ancora peggio – la Honda di Marquez. A fine gara assistiamo alla lotta tra due moto squilibrate in senso opposto: la Ducati e la Forward, ognuna coi suoi problemi. Sia l’una che l’altra dovranno imparare la lezione per il futuro.</p>
<p style="text-align: justify">In fondo alla classifica di Le Mans troviamo infine le Open, tutte ordinate per “motricità”. Qualcosa vorrà dire.</p>
<p style="text-align: justify">Spendiamo infine due parole per entrare nel merito dell’inevitabile querelle sulle diavolerie di cui sarebbe equipaggiata la Honda di Marquez. Premesso che tutte le moto hanno il loro bravo sistema di misurazione dello slittamento della ruota posteriore corredato di piattaforma inerziale che “impara” (o meglio, riporta i dati che permettono al software di &#8220;imparare&#8221;) la pista e sa in anticipo quanto gas ci vorrà nella curva che sta arrivando, il punto non è affatto la velocità del sensore impiegato ma la rapidità con la quale il motore risponde all’input della centralina: ed è proprio su questo aspetto che il motore screamer, oltre ai vantaggi di potenza e di robustezza, dimostra la sua maggiore capacità di controllo. Qualunque sensore e qualunque centralina venga adottata da ciascuno, sappiate che la velocità di rilevamento e di elaborazione è largamente superiore alla velocità con la quale il motore può reagire, quindi il lavoro di sviluppo deve essere concentrato sul vero “collo di bottiglia” del sistema. E allora cosa mai avrà Marquez più degli altri? Semplice: la guida.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/marc_bradl_1.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-39676 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/marc_bradl_1.jpg" alt="marc_bradl_1" width="548" height="362" title="MotoGP, Le Mans - Debriefing 1806" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/marc_bradl_1.jpg 548w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/marc_bradl_1-300x198.jpg 300w" sizes="(max-width: 548px) 100vw, 548px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Chissà perché, troppa gente ha difficoltà ad ammettere l’evidenza e a cercare trucchi anche dove la semplice fisica dimostra certe differenze. Qualche anno fa toccò a Stoner difendersi dall’accusa di imbarcare benzina illegale, ora è la volta di Marquez che disporrebbe di sistemi elettronici miracolosi: la verità è che sia Stoner che Marquez applicano in pieno quanto noi avevamo spiegato <span style="text-decoration: underline"><span style="color: #0000ff"><strong><a href="https://www.giornalemotori.com/2013/07/28/il-momento-giusto-per-accelerare/"><span style="color: #0000ff;text-decoration: underline">qui (Il momento giusto per accelerare)</span></a></strong></span></span>, parlando di cerchi di percorrenza differenti tra baricentro e ruote. E chi si sporge meglio all’interno può contare su una maggiore velocità delle proprie ruote a parità di forza laterale (cioè di grip). Marquez a parità di moto viaggia più veloce perché il suo baricentro viaggia più lento, e basta vedere qualche immagine per notarlo. A titolo di esempio abbiamo messo un fotogramma di Marquez su Bradl e uno di Marquez su Rossi: guardate la differenza nella posizione del corpo e vi renderete conto che lo spostamento del peso all’interno produce vantaggi anche in percorrenza, non solo in uscita.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/marc_vale_2.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-39677 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/marc_vale_2.jpg" alt="marc_vale_2" width="499" height="334" title="MotoGP, Le Mans - Debriefing 1807" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/marc_vale_2.jpg 499w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/marc_vale_2-300x201.jpg 300w" sizes="(max-width: 499px) 100vw, 499px" /></a></p>
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		<title>MotoGP, Le Mans &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 May 2014 08:45:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ed eccoci al briefing di Le Mans. Pista liscia, quella francese, tanto da stravolgere le caratteristiche del tracciato. Ed è ripartito con la soft. Il problema di Le Mans sta tutto qui. Potete capire cosa può succedere se si corresse sul bagnato. E diventa chiaro anche il motivo per cui, sotto la pioggia, la vecchia [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ed eccoci al briefing di Le Mans. Pista liscia, quella francese, tanto da stravolgere le caratteristiche del tracciato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è ripartito con la soft. Il problema di Le Mans sta tutto qui. Potete capire cosa può succedere se si corresse sul bagnato. E diventa chiaro anche il motivo per cui, sotto la pioggia, la vecchia D16 era perfettamente in grado di vincere. Stavolta per fortuna si correrà sicuramente sull’asciutto, ma il tema dominante resta la motricità. Tuttavia abbiamo parlato della maneggevolezza e della percorrenza, e quindi il baricentro alto è avvantaggiato. Velocità alte e temperatura dell’aria attorno ai 20 gradi garantiscono un sufficiente smaltimento del calore quindi la mescola morbida è una scelta possibile, e chi può cercherà di montare la extrasoft al posteriore. <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/dani_front-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-39520" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/dani_front-1.jpg" alt="dani_front-1" width="456" height="309" title="MotoGP, Le Mans - Briefing 1812" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/dani_front-1.jpg 456w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/dani_front-1-300x203.jpg 300w" sizes="(max-width: 456px) 100vw, 456px" /></a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutte le frenate avvengono in rettilineo con tutto il tempo di scaldare la mescola prima di entrare in piega, quindi l’anteriore sarà presumibilmente una medium. Sulle moto col centraggio più arretrato, alte per non penalizzare la percorrenza e la maneggevolezza nelle chicane, occorrerà particolare attenzione in uscita dalle curve più rotonde per contrastare l’inevitabile sottosterzo creato dalla trazione, e chi lo saprà fare meglio si troverà avvantaggiato. <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/comp_1.jpg"><img decoding="async" width="560" height="321" class="alignnone size-full wp-image-39521" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/comp_1.jpg" alt="comp_1" title="MotoGP, Le Mans - Briefing 1813" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/comp_1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/comp_1-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a> <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/comp_2.jpg"><img decoding="async" width="560" height="321" class="alignnone size-full wp-image-39522" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/comp_2.jpg" alt="comp_2" title="MotoGP, Le Mans - Briefing 1814" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/comp_2.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/comp_2-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a> <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/comp_3.jpg"><img decoding="async" width="560" height="321" class="alignnone size-full wp-image-39523" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/comp_3.jpg" alt="comp_3" title="MotoGP, Le Mans - Briefing 1815" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/comp_3.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/comp_3-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a>Detto questo, proviamo a mettere in fila i valori in pista. Le Honda sono chiaramente avvantaggiate, con una leggera prevalenza della guida di Pedrosa su tutti. Le Ducati probabilmente sarebbero all’altezza, ma come parere personale dovranno cedere qualcosa in termini di altezza – e quindi di percorrenza – per non rischiare la perdita dell’avantreno in uscita da curve come la 6 o la 11. Iannone avvantaggiato sui compagni per il suo stile che lo porta a giocare parecchio col peso. Crutchlow, a parte il problema ai freni, sembra ancora troppo influenzato dallo stile ex-M1, tanto da non sembrare inglese. Al contrario di Smith che invece riesce a far qualcosa di buono sulla sua Tech3, e non è la prima volta che lo notiamo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E sempre in casa Yamaha notiamo un Lorenzo migliorato – sta tentando di uscire dalla moto in piega facendo il percorso di Rossi – ma ancora troppo basso rispetto al suo compagno. La Forward, pur al massimo della sua altezza, paga sicuramente la motricità inferiore e la extrasoft non sembra sufficiente. Uno sguardo alle posizioni più arretrate ci conferma tra le Open la superiorità della Honda rispetto alla Avintia, e anche qui la motricità sembra il fattore determinante. Tanto lavoro da fare ancora per la PBM-Aprilia, i tempi lo dimostrano. Purtroppo la mancanza di immagini non ci consente nel nostro classico briefing di capire in quale direzione occorra sviluppare il progetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente man mano che si&nbsp;gommerà la pista tirerà fuori il suo carattere europeo e il tracciato diventerà prevalente sul fondo. Domani vedremo quanto.</p>
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		<title>MotoGP, Jerez &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 May 2014 12:30:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccoci al debriefing della gara di Jerez. Gran caldo e situazione complicata sulle gomme: la pista a 58 gradi e l’aria a 30 contrastano con un asfalto liscio e poco abrasivo. Appena la ruota inizia a driftare la mancanza di rugosità superficiale azzera la trazione e la moto non esce dalle curve. Ci vorrebbe la [&#8230;]</p>
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<p>Eccoci al debriefing della gara di Jerez. Gran caldo e situazione complicata sulle gomme: la pista a 58 gradi e l’aria a 30 contrastano con un asfalto liscio e poco abrasivo. Appena la ruota inizia a driftare la mancanza di rugosità superficiale azzera la trazione e la moto non esce dalle curve. Ci vorrebbe la soft, ma la temperatura alta lascia pochissimo margine per lavorare all’interno del range termico ottimale. Come hanno affrontato il problema i diversi team? Vediamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Marquez sceglie gomme medium davanti e dietro: sa che non potrà far valere la sua guida con le uscite di traverso a gas pieno ed è costretto a lavorare non tanto per avere trazione in drifting ma per ottenere trazione senza scivolamenti. La gomma media posteriore offre alla sua Honda la sufficiente coesione per resistere alla temperatura dovuta alla deformazione della potenza applicata, e la moto ha il carico posteriore a garantire la necessaria trazione per scaricarla senza scivolamenti. Insomma, il setting per una volta è preso di peso dallo stile di Pedrosa, con una moto più adatta alla percorrenza e alla guida pulita. Pedrosa dal canto suo sceglie esattamente lo stesso assetto e cerca di fare il “Pedrosa”: questa pista premia proprio una guida come la sua, fatta di raddrizzamenti veloci per sfruttare i cavalli con la moto dritta, possibilmente senza derapate inutili. Al di là del risultato personale, ancora inspiegabile dal punto di vista tecnico, la sua moto era perfetta: sufficientemente alta per garantire buona percorrenza con carichi dinamici importanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/marc-canne.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-38842" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/marc-canne.jpg" alt="marc canne" width="536" height="335" title="MotoGP, Jerez - Debriefing 1823" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/marc-canne.jpg 536w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/marc-canne-300x188.jpg 300w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Per restare in casa Honda, vediamo le differenze di assetto sulle altre due factory. Bradl usa le stesse gomme ma abbassa la sua moto, probabilmente temendo un eccessivo sottosterzo: il risultato è che il carico dinamico è troppo basso per la potenza applicata, e in quelle condizioni la medium non riesce ad avere trazione sufficiente. La moto scivola troppo facilmente, pur restando bene dentro il limite di temperatura. Anzi, son certo che la sua gomma fosse la più fredda tra le Honda di serie A. La prestazione opaca dall’inizio alla fine è il conseguente risultato.</p>
<p style="text-align: justify;">Bautista abbassa pure lui, ma usa la soft al posteriore: trasferimenti bassi, ma la mescola soft è sufficiente a mettere per terra i cavalli anche con carichi verticali inferiori. La percorrenza piuttosto bassa e il rischio di sottosterzo impongono una guida più violenta, con forti accelerazioni per recuperare ciò che si perde in curva. Ma a Jerez le curve sono tante, e molte vanno raccordate. E poi c’è il problema di temperatura: la soft con basso carico verticale trasmette (e deforma) in modo simile alla medium delle due HRC dotate di maggiori trasferimenti, ma la mescola a parità di temperatura non ha la medesima coesione. All’ultima curva resta al palo e perde il duello per il quinto posto proprio per una gomma posteriore troppo sfruttata.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui dobbiamo parlare dell’ottimo lavoro di Dovizioso. Per la seconda volta non perde la testa e conserva le gomme: con un assetto assai simile a quello della Honda di Bautista parte con la catapulta (gomma soft e alto carico statico) e allarga la prima curva (moto rasoterra e bassa percorrenza). Guida pulito e tratta bene la sua posteriore, e al momento decisivo, dopo metà gara, ogni volta che apre il gas in uscita la sua accelerazione ridicolizza gli avversari. Qualche commentatore ha ricominciato a parlare di “motorone Ducati”, la verità è che Dovizioso ha usato le risorse a disposizione con grande intelligenza e giudizio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/dovizioso-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-38841" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/dovizioso-1.jpg" alt="dovizioso-1" width="583" height="375" title="MotoGP, Jerez - Debriefing 1824" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/dovizioso-1.jpg 583w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/dovizioso-1-300x193.jpg 300w" sizes="(max-width: 583px) 100vw, 583px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/dovi-5.jpg"><img decoding="async" class="alignnone  wp-image-38845" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/dovi-5.jpg" alt="dovi-5" width="582" height="413" title="MotoGP, Jerez - Debriefing 1825" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/dovi-5.jpg 516w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/dovi-5-300x213.jpg 300w" sizes="(max-width: 582px) 100vw, 582px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Iannone tiene la moto più alta e cerca una guida più aggressiva, ma la soft lo punisce con una trazione inaspettata nel momento in cui prende il gas in mano per controllare l’ingresso dell’ultima curva con la moto di traverso, un po’ come faceva in Moto2. La gomma trova aderenza, l’avantreno si alleggerisce e lui si sdraia con lo sterzo chiuso. Crutchlow invece bestemmia mentre rientra ai box, e non so come dargli torto: un guaio come quello che gli è successo, col liquido freni a temperatura troppo alta, significa un grave errore della sua personale squadra. Credo che bisognerebbe chiarire col suo capotecnico, non è la prima volta che la moto viene restituita al pilota senza le indispensabili verifiche.</p>
<p style="text-align: justify;">E veniamo alle Yamaha. Rossi sceglie bene: moto alta, con ottima percorrenza e forti trasferimenti. E’ un assetto da battaglia che gli permette di essere molto costante anche a fine gara. Il sottosterzo di una moto così alta non gli fa più paura, il secondo posto è meritatissimo. Gommatura diversa per Lorenzo, il quale tiene la moto più bassa e paga in percorrenza: evidentemente il sottosterzo resta la maggiore preoccupazione del majorchino. Moto più bassa, dicevamo, ma non abbastanza per utilizzare una soft al posteriore; e d’altra parte, una moto ancora più bassa avrebbe significato perdere ulteriormente in percorrenza e pagare dazio nei raccordi del T4. Alla fine ha scelto un compromesso poco convincente, e il risultato descrive bene la situazione. Se il 2013 ha convinto Rossi a rivedere certe sue convinzioni, il 2014 saprà fare altrettanto con Lorenzo. A meno che il gommista che sostituirà Bridgestone non faccia un miracolo, è ovvio, ma tocca aspettare il 2016.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/marc-rossi.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-38843" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/marc-rossi.jpg" alt="marc-rossi" width="583" height="375" title="MotoGP, Jerez - Debriefing 1826" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/marc-rossi.jpg 583w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/marc-rossi-300x193.jpg 300w" sizes="(max-width: 583px) 100vw, 583px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/rossi-marc.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-38844" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/rossi-marc.jpg" alt="rossi-marc" width="583" height="375" title="MotoGP, Jerez - Debriefing 1827" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/rossi-marc.jpg 583w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/rossi-marc-300x193.jpg 300w" sizes="(max-width: 583px) 100vw, 583px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Tech3 con assetti simili tra di loro, ma con due diverse altezze: Espargaro, con guida più acrobatica, usa la moto alta e la stessa gommatura di Rossi, mentre Smith, da buon anglofono, usa una moto più bassa e più fisica. La hard anteriore diventa una media, la media posteriore diventa una soft. Tecnicamente le moto erano ben bilanciate, con una leggera prevalenza della moto di Espargaro su una pista come questa. E in assenza di problemi sulle moto, dobbiamo concludere che su certe piste il manico conta ancora tanto.</p>
<p>E che l’esperienza sulle piste della vecchia Europa sia fondamentale lo dimostra pure la Forward: moto perfetta, gommata come mai le era stato concesso lo scorso anno, ideale su questa pista. Tecnicamente era tra le più performanti in gara, e qualche pilota non l’ha ancora mandata giù.</p>
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		<title>MotoGP, Jerez &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2014 09:10:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo le prime tre gare si torna in Europa, su circuiti più convenzionali e guidati. Jerez è una pista ben conosciuta da tutti: curve di diversi raggi ma tutte sempre molto raccordate e fondo senza particolari esigenze, liscio e con grip non elevato. Se un vantaggio esiste, lo dovremmo riconoscere alle moto con migliore percorrenza: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo le prime tre gare si torna in Europa, su circuiti più convenzionali e guidati. Jerez è una pista ben conosciuta da tutti: curve di diversi raggi ma tutte sempre molto raccordate e fondo senza particolari esigenze, liscio e con grip non elevato. Se un vantaggio esiste, lo dovremmo riconoscere alle moto con migliore percorrenza: e in quest’ottica la Forward è probabilmente la moto più adatta su una pista che non pretende ingressi di curva troppo secchi o grandi accelerazioni da bassa velocità.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua gomma soft garantisce la motricità che l’anno scorso mancava, con qualche dubbio sulla durata della mescola se le temperature dovessero salire troppo. E il discorso sulle temperature comincia a vedersi nella seconda sessione, dove in generale i piloti hanno accusato un calo della mescola: l’aderenza crescente ha cominciato a generare deformazioni troppo elevate sulla carcassa e la temperatura maggiore dell’aria non consentiva un adeguato raffreddamento. Occorrerà lavorare sulle pressioni o usare mescole più resistenti durante la gara. Oppure guidare con estrema fluidità senza sottoporre la posteriore a stress eccessivi, un po’ sullo stile di Lorenzo. Vediamo qualche dettaglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Marquez nel pomeriggio migliora il suo tempo ma usa le hard su entrambe le ruote: sa che qui il drifting non è fondamentale quanto la percorrenza e tiene la moto alta con forti trasferimenti di carico e gomme dure. Pedrosa conta sulla sua proverbiale capacità di trattare bene le gomme più morbide e preferisce una medium al posteriore, sempre con un assetto alto. Raddrizzerà la moto di colpo senza derapare come il suo personalissimo stile ci ha abituato a vedere, qui a Jerez lui guida a memoria in quel modo fin da bambino.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/2014-05-02_153334.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-38580" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/2014-05-02_153334.jpg" alt="2014-05-02_153334" width="479" height="328" title="MotoGP, Jerez - Briefing 1831" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/2014-05-02_153334.jpg 479w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/2014-05-02_153334-300x205.jpg 300w" sizes="(max-width: 479px) 100vw, 479px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Lorenzo e Rossi con medie sia davanti che dietro lasciano un po’ perplessi: se le HRC usano la hard sull’avantreno, a parità di altezza e di trasferimenti di carico la hard anteriore può essere usata a maggior ragione sulla M1. L’unica spiegazione è che non abbiano grossi trasferimenti di carico, ovvero le moto non siano alla massima altezza. Probabilmente per non affaticare la media posteriore e per poterla utilizzare anche in gara. In sostanza, tutto lascia pensare che abbiano fatto l’assetto per coprire l’intera gara con le medie minimizzando il degrado degli ultimi giri. Con il medesimo criterio le Tech3 scelgono la soft dietro e la media davanti, ma la motricità della posteriore è eccessiva rispetto all’altezza e Smith finisce lungo disteso di anteriore.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/2014-05-02_145021.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-38524" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/2014-05-02_145021.jpg" alt="smith crash" width="630" height="282" title="MotoGP, Jerez - Briefing 1832"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Metà altezza su gomme medie anche per le Honda di Bradl e di Bautista: la percorrenza non è la migliore dote della Honda e il setting non aiuta a migliorarla. La soluzione di Marquez per un pilota normale è forse quella più indicata: rende la moto più agile, un po’ più nervosa – sulle piste europee non guasta una certa rapidità nelle reazioni e nei trasferimenti – e senza problemi anche in caso di temperature alte e di grip crescente. Le medium probabilmente costringeranno a limitare i trasferimenti e perdere percorrenza e fluidità: in caso contrario, difficilmente eviteranno il calo a metà gara. Forse è il caso di ripensarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Ducati alle prese con una pista decisamente poco amichevole. Servirebbe percorrenza con una moto alta, ma dietro non si può usare che la medium e quindi la moto va tenuta bassa e con trasferimenti ridotti. Ruota posteriore tutta arretrata per limitare il carico statico. Anteriore media per evitare il sottosterzo dovuto all’eccessiva motricità della medium posteriore. Le moto di Iannone e Dovizioso però non hanno lavorato in ottica gara e hanno usato una soft posteriore: dura pochissimo e obbliga a una moto bassissima e molto fisica. Per le qualifiche potrebbe pure andare ma il passo di gara è un altro, inutile farsi illusioni. Il fatto che abbiano provato il setting per il giro secco dimostra che il solo sabato non era sufficiente a trovare un assetto da tempo in griglia, e quindi hanno utilizzato anche il venerdì per capire la moto nel primo circuito guidato della stagione. L’assetto da gara probabilmente sarà lo stesso del miglior giro secco ma con la posteriore media, con un piccolo sollevamento della moto durante il warm-up. Ogni risultato di livello sarà un mezzo miracolo.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/2014-05-03_110438.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-38581" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/05/2014-05-03_110438.jpg" alt="dovizioso ducati" width="700" height="453" title="MotoGP, Jerez - Briefing 1833" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/2014-05-03_110438.jpg 700w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/2014-05-03_110438-300x194.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/05/2014-05-03_110438-696x450.jpg 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ultima annotazione: qui le mescole possibili sono tre per le Factory (hard-medium-soft) e altrettante per le Open (medium-Soft-Extrasoft). Le temperature presumibilmente elevate però credo che impediranno l&#8217;uso in gara della mescola extrasoft, a meno di non utilizzare pressioni più alte. Ma nelle piste europee, con curve da raccordare senza raddrizzare la moto per lunghi tratti, il rischio delle gomme che rimbalzano in piena piega è elevato. Pressioni più basse evitano il problema ma escludono mescole troppo soffici.</p>
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		<title>MotoGP, Rio Hondo &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Apr 2014 12:26:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tutto secondo le previsioni. Il circuito di Rio Hondo si dimostra una pista veloce e con tutte le caratteristiche preferite dalle moto di ultima generazione, fatte più per sfruttare i cavalli che per curvare veloci. Marquez vince facilmente, e anche questo era previsto, ma è interessante trarre qualche conclusione sulle gomme. Vediamo. Il fondo della [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2014/04/30/motogp-rio-hondo-debriefing/">MotoGP, Rio Hondo &#8211; Debriefing</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-29_1858281.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-38445 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-29_1858281.jpg" alt="2014-04-29_185828" width="424" height="180" title="MotoGP, Rio Hondo - Debriefing 1840" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-29_1858281.jpg 424w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-29_1858281-300x127.jpg 300w" sizes="(max-width: 424px) 100vw, 424px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/tires_gara.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-38443 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/tires_gara.jpg" alt="tires_gara" width="424" height="180" title="MotoGP, Rio Hondo - Debriefing 1841" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/tires_gara.jpg 424w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/tires_gara-300x127.jpg 300w" sizes="(max-width: 424px) 100vw, 424px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto secondo le previsioni. Il circuito di Rio Hondo si dimostra una pista veloce e con tutte le caratteristiche preferite dalle moto di ultima generazione, fatte più per sfruttare i cavalli che per curvare veloci. Marquez vince facilmente, e anche questo era previsto, ma è interessante trarre qualche conclusione sulle gomme. Vediamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fondo della pista si presenta eccellente come grip senza particolari problemi di abrasività: tolta la soft, impossibile da usare per il grip troppo alto che l’avrebbe distrutta in pochi giri, sia la media che la dura si sono rivelate all’altezza del compito, e questo ha portato i diversi team a scelte anche molto diverse.</p>
<p style="text-align: justify;">Marquez e Rossi con la hard su entrambe le ruote hanno sicuramente trovato la migliore soluzione: segnale importante perché ci dice quanto Rossi oggi chieda al suo avantreno assai meno che in passato in termini di tenuta. Per lo spagnolo non è una novità, il suo stile ormai lo conosciamo; per Rossi invece c’è ancora qualcosina da perfezionare. Al di là delle polemiche c’è stata qualche sbavatura di troppo, pagata con qualche “lungo” quando lo spostamento trasversale del corpo non è stato abbastanza tempestivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Capiamoci, la gara è composta da oltre 300 curve e noi qui stiamo parlando di 2 sbavature, mica di 20. Succede questo: quando lo spostamento non risulta abbastanza rapido o fluido la M1 si comporta per quello che è, cioè una moto sottosterzante con la tendenza ad allargare la traiettoria. La guida di peso serve ad evitare il sottosterzo ma la manovra va eseguita con decisione, e ogni incertezza torna a trasformare la M1 in una moto meno scorrevole che in passato: la richiesta di tenuta sull’avantreno torna a crescere e la ruota hard non è in grado di assicurare il grip necessario a stare dentro la curva.</p>
<p style="text-align: justify;">In compenso offre la possibilità di una prestazione costante in frenata anche nella seconda parte di gara. La gommatura interamente hard della moto di Rossi ci dice che lui si era preparato per una gara tutta all’attacco, fatta di concentrazione e di guida estrema fino all’ultimo giro a patto di non commettere errori. Diciamo che Rossi ha accettato il rischio, scommettendo con se stesso sulla precisione in inserimento pur di avere un mezzo competitivo fino all’ultimo metro. Sicuramente una scelta coraggiosa, quindi, e bisogna ammettere che il passo per arrivare al podio c’era. Peccato per quelle due curve, ma è importante rilevare la scelta aggressiva e poco conservativa.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-30_140746.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-38439" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-30_140746.jpg" alt="2014-04-30_140746" width="699" height="343" title="MotoGP, Rio Hondo - Debriefing 1842" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-30_140746.jpg 699w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-30_140746-300x147.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-30_140746-696x342.jpg 696w" sizes="(max-width: 699px) 100vw, 699px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Scelta che invece non fa Lorenzo. Pur cominciando a provarci, lui non si sporge ancora abbastanza e gli serve un avantreno che lo tenga in curva anche con poco carico e molta forza laterale. Sceglie la media anteriore, consapevole del fatto che nei giri finali dovrà essere più delicato. Ma la sua strategia è quella di fare la lepre nei primi giri, con una gomma che trova aderenza da subito, e poi gestire la gara in solitaria senza duelli, devastanti per la mescola, negli ultimi giri. A scappare subito ci è riuscito, ad evitare i duelli finali invece no: il sorpasso di Marquez con la anteriore hard ci sta tutto, ma quello di Pedrosa proprio in staccata era inevitabile?</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta è sì. Pedrosa aveva la stessa gommatura, è vero. Ma la Honda drifta meglio sui lunghi curvoni e chiede meno al suo avantreno più leggero. A fine gara la sua anteriore media era ancora in ottime condizioni e Pedrosa ha potuto attaccare la Yamaha del connazionale. Secondo posto meritato, costruito con grande intelligenza tattica.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-28_121607.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-38317" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-28_121607.jpg" alt="bradl rossi" width="586" height="264" title="MotoGP, Rio Hondo - Debriefing 1843" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-28_121607.jpg 586w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-28_121607-300x135.jpg 300w" sizes="(max-width: 586px) 100vw, 586px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La cosa non riesce invece a Bradl, e la media al posteriore su una moto con tanta motricità è stata decisamente sbagliata. Certo, nei primi giri il vantaggio nella prestazione pura è evidente: lo stesso Rossi subisce un sorpasso proprio perché non chiude la porta a un Bradl valutato troppo lontano per inserirsi all’interno. Ma il tedesco aveva una media anteriore e poteva staccare più aggressivo. D’altra parte, il vantaggio dei primi giri con la gommatura più morbida andava sfruttato subito per costruire un margine sufficiente a resistere quando la mescola avrebbe calato.</p>
<p style="text-align: justify;">Giusto quindi il sorpasso, direi obbligatorio. Non è stato però sufficiente a contenere il ritorno di un Rossi aggressivo e costante fino al traguardo. E non tanto per la gomma anteriore, quanto per la scelta posteriore: derapare con una moto con tanta motricità significa scaricare molti cavalli, più che con la gomma hard. La carcassa è sottoposta a deformazioni più elevate e la mescola media soffre il degrado. Prestazioni eccellenti finchè durano, poi il calo è inevitabile.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-30_142045.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-38440" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-30_142045.jpg" alt="2014-04-30_142045" width="584" height="246" title="MotoGP, Rio Hondo - Debriefing 1844" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-30_142045.jpg 584w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-30_142045-300x126.jpg 300w" sizes="(max-width: 584px) 100vw, 584px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Esattamente come Iannone, con tutte le aggravanti di una moto ancora più carica sul retrotreno. Ma in Ducati le specifiche Open non consentivano l’uso della hard, e l’ottimo Andrea (stavolta lui, non l’altro) ha fatto il possibile e forse anche qualcosa in più. La soddisfazione in Pramac, probabilmente eccessiva per i non addetti ai lavori, sta proprio nell’aver ottenuto un buon sesto posto nonostante l’enorme limite della mescola. In qualche immagine della battaglia si è visto chiaramente un Iannone che opponeva resistenza in tutti i modi con un posteriore che scappava bruscamente sotto trazione. Non ho dubbi che con la hard anche dietro avrebbe detto la sua anche nella lotta per il podio, e fossi stato all’interno del suo box avrei festeggiato come una vittoria. Davvero bravo, punto.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-30_142122.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-38441" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-30_142122.jpg" alt="2014-04-30_142122" width="662" height="277" title="MotoGP, Rio Hondo - Debriefing 1845" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-30_142122.jpg 662w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-30_142122-300x126.jpg 300w" sizes="(max-width: 662px) 100vw, 662px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Due parole sull’anteriore hard: l’efficienza della Ducati in frenata pura è ormai evidente, probabilmente è la moto che frena più forte in assoluto. La scelta della hard anteriore, diversamente dalle Honda e nonostante un carico statico inferiore, deriva proprio da quello. Purtroppo l’inserimento a freni tirati è ancora il punto debole, e questo annulla il vantaggio della potenza decelerante: la gomma media, a prezzo di grosse difficoltà di guida, probabilmente avrebbe consentito un inserimento un po’ più profondo ma avrebbe scontato col degrado precoce una frenata così potente, esattamente come ad Austin. Qui a Rio Hondo il grip era anche superiore, ed ecco la scelta hard.</p>
<p style="text-align: justify;">Su Dovizioso ho cercato notizie e ho trovato solo qualche nota su una leggera perdita di olio, peraltro senza precisazioni circa l’origine, e su generici problemi di altra natura. Mi spiace non poter essere più preciso ma son certo che una prestazione così mediocre ha la sua ragione in qualche problema contingente. Nulla di strutturale o di sbagliato nel setting, insomma.</p>
<p style="text-align: justify;">La Forward. La più carica di avantreno non poteva che correre con la hard anteriore e con la media posteriore, nessuna sorpresa su questo. Ma la hard anteriore impone più attenzione nei primi giri perfino da piloti come Marquez e Rossi, figurarsi Espargaro. Ci voleva un Lorenzo alla guida.</p>
<p style="text-align: justify;">Una nota a margine. La posizione di Bradl in griglia è stata condizionata durante le prove da una caduta che l’ha messo fuori gioco dopo soli due giri. Vale la pena notare che si è trattato di un highside imputabile al mancato funzionamento (non necessariamente un’avaria, basta un semplice errore nel setting) dell’antispin. E questo non fa altro che confermare quanto sia necessaria una progressione assolutamente lineare con le moto attuali. Un perfetto drifting è il risultato di tanti fattori, dall’elettronica al motore. La Ducati dimostra che l’elettronica senza motore screaming non basta, la Honda di Bradl dimostra che il motore screaming senza elettronica non basta. Ci vogliono entrambe.</p>
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		<title>Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa &#8211; Prima parte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Apr 2014 07:32:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Continua la nostra analisi tecnica della parte anteriore e, dopo aver spiegato cosa fisicamente succede ad una ruota quando si piega e si curva, iniziamo a parlare del rapporto tra ruota anteriore, giroscopio e avancorsa. Vorrei che fosse chiaro un concetto di base: stabilizzazione giroscopica o stabilizzazione tramite giroscopio son due cose diverse. La prima [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Continua la nostra analisi tecnica della parte anteriore e, dopo aver spiegato cosa fisicamente <a href="https://www.giornalemotori.com/2014/04/04/maggior-parte-giroscopio/" target="_blank"><strong><span style="text-decoration: underline"><span style="color: #0000ff;text-decoration: underline">succede ad una ruota quando si piega e si curva</span></span></strong></a>, iniziamo a parlare del rapporto tra ruota anteriore, giroscopio e avancorsa.</p>
<p style="text-align: justify">Vorrei che fosse chiaro un concetto di base: stabilizzazione giroscopica o stabilizzazione tramite giroscopio son due cose diverse. La prima è una stabilizzazione con la quale la reazione giroscopica si oppone direttamente allo squilibrio introdotto, la seconda è una stabilizzazione ottenuta tramite riallineamento del punto di contatto col centro di gravità “comandata” da un giroscopio. Un po’ come gli elicotterini giocattolo: un giroscopio comanda il perfetto equilibrio dei motori elettrici, ma in sé non è capace di opporsi allo squilibrio. Il primo caso, per capirci, è il treno monorotaia Brennan (1907) in cui due grossi, pesanti e veloci giroscopi interni fornivano la reazione dinamica necessaria all’equilibrio: e infatti stava dritto anche da fermo, purchè i giroscopi girassero.</p>
<p><figure id="attachment_37793" aria-describedby="caption-attachment-37793" style="width: 294px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080407.jpg"><img decoding="async" class=" wp-image-37793" alt="monorotaia brennan" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080407.jpg" width="294" height="389" title="Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa - Prima parte 1854"></a><figcaption id="caption-attachment-37793" class="wp-caption-text">La monorotaia Brennan</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 14px;line-height: 1.5em"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080545.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-37796" alt="2014-04-18_080545" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080545.jpg" width="213" height="208" title="Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa - Prima parte 1855"></a>Il secondo caso è la nostra motocicletta, in cui un debole giroscopio, neppure troppo veloce, si occupa di comandare la sterzata che riporterà il contatto sotto il baricentro. Da questo ne discende che il treno Brennan non ha difficoltà a stare in piedi sul ghiaccio mentre la nostra moto, non disponendo più del grip sufficiente alla ruota per riportarsi nella posizione corretta, cadrà pur avendo correttamente sterzato.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 14px;line-height: 1.5em">A questo punto il problema è la “taratura” del nostro “giroscopio di comando”. Quanta sterzata occorre? In quali tempi deve reagire il sistema di sterzo? E a quale velocità diventa efficace oppure, al contrario, diventa insufficiente o magari eccessivo? In pratica, quali parametri determinano le caratteristiche del mio sistema di sterzo? Ecco, io so che voi vorreste passare direttamente all’avancorsa. E invece no, l’avancorsa arriva dopo. Prima occorre capire con quanta forza reagisce il nostro giroscopio, poi penseremo a come bilanciare la sua forza nei confronti della nostra moto in modo da avere una risposta adeguata al nostro caso.</span></p>
<p style="text-align: justify">Ragioniamo sulla ruota, ovvero quella massa in rotazione responsabile della nostra sterzata. <strong>Massa-in-rotazione</strong>. La prima cosa che notiamo è che la ruota deve avere una massa: senza massa non si genera alcuna sterzata. Simmetricamente una ruota di massa elevata, a parità di rotazione, quando inclino non sente ragioni e vuole sterzare con grande forza. Adesso, visto che parliamo di “forza di sterzata”, sarà il caso di chiamarla “<strong>momento sterzante</strong>” prima che qualcuno – molto correttamente – mi seppellisca di insulti. Comunque, penso di essermi spiegato.</p>
<p style="text-align: justify">Abbiamo anche visto che il momento sterzante dipende dalla variazione di quota dei singoli punti della ruota: in realtà tutti i punti della ruota, eccetto il suo asse di rotazione geometrico che sta sempre alla stessa altezza, variano la propria quota durante la rotazione. A scopo esemplificativo però noi considereremo solo i punti periferici, la gomma e il cerchio, per due motivi: la massa della ruota è concentrata quasi tutta lì, e la variazione di quota dei punti periferici è molto elevata rispetto, chessò, ai punti che compongono i dischi o il mozzo. Di conseguenza il contributo al momento sterzante del mozzo sarà quasi zero mentre il contributo del cerchio sarà proporzionalmente elevato e fornirà quasi tutta la reazione dinamica rilevata.</p>
<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080626.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-37798 aligncenter" alt="ruota giroscopio" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080626.jpg" width="719" height="332" title="Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa - Prima parte 1856" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080626.jpg 719w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080626-300x139.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080626-696x321.jpg 696w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 14px;line-height: 1.5em">Variazione di quota, abbiamo detto. Ma anche tempo necessario a variare la quota: se questa variazione di quota avviene in una settimana, difficilmente rileveremo qualche effetto giroscopico. La quota deve variare rapidamente. E qui abbiamo materiale per ragionare ancora.</span></p>
<p style="text-align: justify">Una ruota pesante avrà un momento maggiore, l’abbiamo capito. Ora variamo le dimensioni. A parità di peso una ruota più piccola avrà una variazione di quota inferiore, quindi mi aspetto una reazione inferiore e un momento sterzante più debole. La velocità laterale di caduta del suo punto più alto, per capirci, è più bassa che in una ruota alta, il cui punto più alto ha una maggiore distanza da terra. E a ben guardare, notiamo anche che questa minore velocità laterale acquisita dal punto alto ha anche una minore efficacia: quando il punto alto si sposta per effetto della rotazione della ruota nel punto più avanzato (all’altezza dell’asse ruota) noi possiamo vedere che la sua inerzia laterale agisce su una leva pari al raggio della ruota stessa. Forza inferiore su un braccio ridotto, ecco che la reazione giroscopica diventa parecchio inferiore. Il momento sterzante è molto più basso, la ruota sterza con meno convinzione.</p>
<p style="text-align: justify">Ma è anche vero che la mia ruotina piccolina, a parità di velocità della moto, girerà più veloce. Il tempo per coprire questo “quarto di giro” sarà inferiore. Qui consentitemi di passare sopra i calcoli necessari (a disposizione per chiunque voglia cimentarsi, è una minaccia) e di affermare che la maggiore velocità non compensa la riduzione del raggio della ruota – inteso come braccio di forza dell’inerzia laterale – né la minore variazione di quota totale rispetto a una ruota alta. L’effetto di reazione sarà quindi comunque inferiore, e il momento sterzante della ruota piccolina sarà più basso. Ci siamo?</p>
<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080433.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-37794 aligncenter" alt="2014-04-18_080433" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080433.jpg" width="709" height="397" title="Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa - Prima parte 1857" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080433.jpg 709w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080433-300x168.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080433-696x390.jpg 696w" sizes="(max-width: 709px) 100vw, 709px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Però c’è un però. Sennò che gusto ci sarebbe, dico io. La ruota piccolina ha una variazione “istantanea” di “quota del suo punto più alto” maggiore della ruota grande. Questo significa che, pur con un momento sterzante globalmente inferiore, la ruota piccolina che gira più forte reagisce alla caduta laterale in un tempo inferiore. E’ più reattiva. Tira fuori il suo pur debole effetto a velocità (della moto) più basse. Tutto questo naturalmente a parità di velocità di piega della nostra moto. Cosa significa questo? Che se noi sbattiamo velocemente la moto in piega, ovvero in un tempo inferiore, il nostro punto alto della ruota nello stesso tempo si sarà spostato meno e avrà perso meno quota. Detto in altre parole, quando sarà arrivato nella sua posizione più avanzata, dopo il solito quarto di giro, noi avremo già piegato di parecchi gradi e la velocità laterale di caduta sarà diventata più elevata. Esattamente come nel caso di una ruota troppo lenta. Di conseguenza noteremo un maggiore ritardo di reazione a fronte di una risposta successivamente più violenta.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080522.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-37795" alt="2014-04-18_080522" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080522.jpg" width="714" height="328" title="Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa - Prima parte 1858" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080522.jpg 714w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080522-300x138.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080522-696x320.jpg 696w" sizes="(max-width: 714px) 100vw, 714px" /></a>Quale che sia il momento di sterzata che otteniamo, la domanda è come utilizzarlo. Mi spiego meglio: tutti sappiamo che in curva la moto si piega di molte decine di gradi. Ma lo sterzo va spostato solo di qualche grado, ed effettivamente nella nostra moto succede proprio questo. Eppure a cadere su un lato non è una semplice ruota col suo stesso peso ma un’intera motocicletta. Quando a cadere lateralmente è una semplice ruota libera, è il suo peso a generare la sterzata che la porterà a descrivere una traiettoria curva e a rialzarsi. Ma quando a cascare velocemente è un’intera moto che noi abbiamo squilibrato per entrare in curva, è come se noi forzassimo la ruota libera a cadere lateralmente più velocemente di quanto farebbe naturalmente: la reazione sarebbe una sterzata molto decisa che ci impedirebbe di piegare. Da qui la necessità di opporre qualcosa al momento di reazione della ruota anteriore. E qui iniziamo a capire le quote di sterzo.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080351.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-37792" alt="avancorsa moto" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080351.jpg" width="540" height="399" title="Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa - Prima parte 1859" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080351.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080351-300x222.jpg 300w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a>L’asse di rotazione dello sterzo della motocicletta è più avanzato del punto di contatto della ruota sul terreno secondo una quota chiamata avancorsa. Cosa significa? Significa che, e lo possiamo vedere anche a moto ferma, se noi sterziamo la ruota afferrandola per il cerchio vediamo che durante la sterzata tutto l’avantreno della moto si sposta verso il lato della sterzata. In altre parole, la nostra ruota durante la sterzata dovrà “deviare” dalla traiettoria rettilinea tutte le masse anteriori della nostra motocicletta. Masse che naturalmente vorrebbero continuare dritte e che quindi si oppongono con la loro inerzia allo spostamento laterale che la sterzata vuole imporre.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080705.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-37799" alt="2014-04-18_080705" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080705.jpg" width="719" height="298" title="Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa - Prima parte 1860" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080705.jpg 719w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080705-300x124.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080705-696x288.jpg 696w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Facile capire che una avancorsa lunga, ovvero un braccio lungo, eserciterà una forza laterale sulle masse anteriori più bassa di un’avancorsa corta. Ovvero, l’avancorsa “data la ruota” e quindi “dato il momento giroscopico di reazione” andrà calcolata sulla base delle masse anteriori che si oppongono alla sterzata. E la cosa non è per nulla facile, perché la reazione giroscopica della ruota, cioè quella che determina il momento di sterzata, ha tempi di reazione e valori diversi al variare della velocità. Supponiamo che io abbia stabilito che la mia ruota, date le masse anteriori e data la mia velocità, sia ben contrastata da una certa avancorsa, ok?</p>
<p style="text-align: justify">Poi io rallento: la mia reazione giroscopica arriverà in ritardo, consentendo alla mia moto di “cadere troppo” prima che lo sterzo reagisca con la sterzata e mi riporti il punto di contatto sotto il baricentro. Poi finalmente mi arriva la sterzata, ma con la ruota più lenta la sterzata diventa eccessiva, e le mie masse anteriori non risultano sufficienti ad opporsi con la loro inerzia allo spostamento laterale. In altre parole, scopro che a bassa velocità il momento giroscopico di reazione è eccessivo e mi ci vorrebbe una maggiore avancorsa affinchè le mie masse anteriori esercitino una resistenza adeguata. Non potendo variare nè l’avancorsa né la ruota, sarò costretto a puntare il manubrio interno e impedire a viva forza che il momento giroscopico prevalga sull’inerzia delle mie masse anteriori. Ci siamo fin qui?<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080319.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-37790" alt="ducati streetfighter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080319.jpg" width="525" height="219" title="Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa - Prima parte 1861" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080319.jpg 525w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080319-300x125.jpg 300w" sizes="(max-width: 525px) 100vw, 525px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Al contrario, ad alta velocità io avrò un altro problema: se io ho un’avancorsa lunga le mie masse anteriori si oppongono con troppa forza alla sterzata della ruota, non consentendomi di entrare in curva con la rapidità che io richiedo. Le masse anteriori dovrebbero venir deviate con maggiore velocità in quanto la forza con cui esse si oppongono allo spostamento è la stessa con la quale stiamo impedendo allo sterzo di ruotare. E se lo sterzo non ruota, noi troveremo la moto troppo dura da piegare in quanto le inerzie dei “pezzi di cerchio in rotazione”, non potendosi più scaricare sotto forma di sterzata (mantenendo quindi la loro velocità laterale di caduta, che è  appunto il principio della reazione giroscopica) si opporranno “direttamente” alla variazione del loro piano di rotazione che noi con la nostra piega vorremmo imporre loro. Un po’ come se avessimo lo sterzo bloccato (o l’ammortizzatore di sterzo troppo chiuso). La mia moto finisce per essere troppo stabile e troppo dura nelle variazioni di traiettoria e mi tocca appendermi di peso se voglio che la ruota sterzi quanto serve.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080559.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-37797" alt="2014-04-18_080559" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-18_080559.jpg" width="584" height="326" title="Ruota anteriore, giroscopio e avancorsa - Prima parte 1862" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080559.jpg 584w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-18_080559-300x167.jpg 300w" sizes="(max-width: 584px) 100vw, 584px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Naturalmente noi potremo sempre utilizzare una ruota di diverso diametro, supponiamo più piccola, e compensare il suo minore momento di sterzata con un&#8217;avancorsa proporzionalmente più piccola. La reattività della moto sarà superiore ma la sua autostabilità decresce in proporzione. Estremizzando, se mandiamo a zero il momento di sterzata con una ruota ipoteticamente di peso nullo, anche con avancorsa nulla non avremo più alcuna tendenza della ruota anteriore a riportarsi sotto il baricentro durante gli squilibri.</p>
<p style="text-align: justify">Per questa ragione le ruote piccoline sono utilizzabili finchè il peso del mio mezzo è abbastanza basso da poterne correggere uno squilibrio con un mio piccolo spostamento in sella, mentre con un mezzo pesante la scelta è molto meno consigliabile in quanto tutto l&#8217;equilibrio resterebbe affidato unicamente alla mia prontezza nel guidare la ruota anteriore senza l&#8217;aiuto di una sufficiente reazione giroscopica.</p>
<p style="text-align: justify">Esigenze opposte alle diverse velocità, dicevamo. Ma sempre commisurate alle masse anteriori. Una moto leggera di avantreno non potrà avere una bassa avancorsa (a parità di ruota e condizioni, si capisce) perché le sue masse anteriori sono troppo basse e io dovrò dotarle di un braccio abbastanza lungo per permettere loro di opporsi al momento di sterzata della mia ruota. Il contrario con una moto staticamente carica di avantreno. Da qui possiamo capire tutta una serie di errori che qualche tecnico non abbastanza preparato commette su moto con centraggi diversi da quelli coi quali ha sempre lavorato. E questo, sia detto senza giri di parole, succede quando ci si basa sulla “consuetudine” e si agisce senza collegare il cervello. Vediamo.</p>
<p style="text-align: justify">Ho davanti una moto col centraggio avanzato, ok? Voglio rendere il suo ingresso in curva un po’ più rapido. Raddrizzo un po’ il mio asse di sterzo col duplice effetto di ridurre l’avancorsa, ovvero il braccio di leva con cui le masse anteriori si oppongono alla rotazione dello sterzo, e di prelevare dalla mia ruota anteriore una maggiore quota del momento di reazione (qui dovete fidarvi, ne parleremo più avanti). La moto, già piuttosto agile (il centraggio avanzato implica già in partenza una migliore percorrenza e una agilità superiore in quanto è più alto) guadagna in rapidità di risposta alle alte velocità e risulta più leggera da piegare in fretta. Il grip anteriore dato dal suo carico statico è sempre buono, la moto sopporta piuttosto bene l’aumento locale del carico trasversale richiesto dall’ingresso più rapido. Nella mia testa si forma il sillogismo “bassa avancorsa=più agilità”, senza apparenti controindicazioni.</p>
<p style="text-align: justify">Poi mi ritrovo con una moto dal centraggio arretrato. E quindi basso. La mia moto, a parità di curva, deve piegare di più di quella precedente. Le ragioni della maggiore piega sono diverse: dallo <span style="color: #0000ff"><strong><span style="text-decoration: underline"><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/08/14/ducati-questione-di-feeling/"><span style="color: #0000ff;text-decoration: underline">scostamento laterale dei punti di contatto al suolo</span></a></span></strong></span> alla traiettoria del mio baricentro <strong><span style="text-decoration: underline"><span style="color: #0000ff"><a href="https://www.giornalemotori.com/2013/09/12/dove-nasce-il-sottosterzo-seconda-parte/"><span style="color: #0000ff;text-decoration: underline">meno raccordata e più esterna</span></a></span></span></strong>. Sta di fatto che nelle esse mi trovo malissimo: anziché passare da una piega di 40° a destra a 40° a sinistra io mi ritrovo a passare da 50° a destra a 50° a sinistra, con traiettorie molto meno favorevoli. Scendo dalla moto e dico al meccanico che la moto è un camion, mi serve più agilità per entrare in curva. Il meccanico raddrizza la forcella pensando di risolvere con la geometria di sterzo un problema che in realtà nasce altrove. Nel tentativo di darmi un mezzo con la stessa agilità di quello col centraggio avanzato mi ridurrà l’avancorsa oltre il necessario. Non mi risolverà nulla, visto che non è quello il problema. Ma mi crea un guaio mica da ridere: le mie masse anteriori non sono sufficienti per opporsi al momento di sterzata con un braccio di leva così ridotto. Io avvertirò lo sterzo più reattivo, ma perderò la sensibilità: non riesco più a “sentire” l’avantreno, è come se io montassi un servosterzo su un’auto già troppo leggera. E non mi accorgerò che le mie masse sono insufficienti a contrastare il momento di sterzata, né che il mio carico anteriore non è sufficiente a sopportare il maggior carico trasversale a cui sto costringendo la ruota anteriore che sterza più rapidamente. Sapete qual è il risultato? Che lo sterzo mi si chiude senza preavviso. E la moto si comporta diversamente da come il mio meccanico aveva creduto.</p>
<p style="text-align: justify">Badate, siamo solo all’inizio. No, non solo della forcella. Siamo all’inizio della sola avancorsa, che è solo una parte della funzione “sterzo”, che è solo una delle quattro funzioni della forcella. Regolatevi, ci sentiamo al prossimo articolo!</p>
<p style="text-align: justify">Se sull&#8217;argomento di questo articolo non vi è chiaro qualcosa, commentate pure e verrà risposto nel minor tempo possibile.</p>
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		<title>History Engine: Il v8 della Ferrari/Lancia D50 F1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Apr 2014 15:03:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1954 il regolamento del campionato di Formula 1 recitava che i motori potevano essere di 2500 cm3 se aspirati e 750 cm3 se si adottava la sovralimentazione. All&#8217;epoca Vittorio Jano progettava il motore V8 che poi andò ad equipaggiare la Lancia D50.&#160;Questa spettacolare monoposto fu ceduta dome tutti gli appassionati sanno a Ferrari per [&#8230;]</p>
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<figure class="wp-block-image"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/images.jpg"><img decoding="async" width="260" height="194" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/images.jpg" alt="images" class="wp-image-37766" title="History Engine: Il v8 della Ferrari/Lancia D50 F1 1863"></a></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1954 il regolamento del campionato di Formula 1 recitava che i motori potevano essere di 2500 cm3 se aspirati e 750 cm3 se si adottava la sovralimentazione. All&#8217;epoca Vittorio Jano progettava il motore V8 che poi andò ad equipaggiare la Lancia D50.&nbsp;Questa spettacolare monoposto fu ceduta dome tutti gli appassionati sanno a Ferrari per il ritiro della Lancia dai Gran Premi.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/motore1.gif"><img decoding="async" width="295" height="272" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/motore1.gif" alt="motore1" class="wp-image-37767" title="History Engine: Il v8 della Ferrari/Lancia D50 F1 1864"></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">La scelta di un V8 aspirato fu alquanto particolare da parte di Vittorio Jano, infatti in passato il progettista italiano si era sempre cimentato con motori sovralimentati, ma nonostante il regolamento di Formula 1 prevedesse un coefficiente di equiparazione tra i due tipi di motore di 3,333:1 che assimilava un 750 sovralimentato ad un aspirato di 2475cm³, Jano optò per il V8 aspirato convinto che la cilindrata di 750 cm³&nbsp;fosse troppo penalizzante. &nbsp;Sotto la direzione di Vittorio Jano l&#8217;ing&nbsp;Ettore Zaccone Mina progettava un V8 con angolo tra le bancate di 90°per una cilindrata complessiva di&nbsp;2485,99&nbsp;cm³ ottenuta con un&nbsp;alesaggio mm 76 e corsa mm 68,5. Per questo motore si fece uso delle leghe leggere più avanzate dell&#8217;epoca per tenere basso il peso. Potrebbe sembrare una scelta logica essendo un motore dedicato alla massima formula dell&#8217;automobilismo,è data dal fatto che il basamento del motore è parte integrante della struttura stessa della macchina, essendo rigidamente connesso con elementi del telaio tubolare, quindi importante era dotarlo di strutture di irrigidimento che consentissero di poter sopportare le sollecitazioni derivanti dagli sforzi di telaio e sospensioni che venivano ancorate al monoblocco.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/download.jpg"><img decoding="async" width="274" height="184" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/download.jpg" alt="download" class="wp-image-37768" title="History Engine: Il v8 della Ferrari/Lancia D50 F1 1865"></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">La distribuzione era &nbsp;con quattro albero a camme&nbsp;in testa due per ciascuna bancata, &nbsp;mossi da una cascata di &nbsp;ingranaggi. Particolare &nbsp;attenzione fu riservata al raffreddamento delle valvole di scarico, che sono annegate nel condotto dell’acqua di raffreddamento delle testate. Il comando delle valvole avviene con molle a spillo, mentre i bilancieri per il comando delle valvole &nbsp;sono del tipo a dito.&nbsp;&nbsp;Il sistema di alimentazione fu oggetto di accesa discussione, &nbsp;Jano voleva un sistema classico a carburatori, mentre Zaccone Mina voleva optare per &nbsp;l&#8217;alimentazione ad iniezione diretta. Nonostante gli sforzi di quest&#8217;ultimo spalleggiato da niente di meno che Vincenzo Lancia,&nbsp;&nbsp;alla fine, a prevalere fu l&#8217;idea di usare un sistema di alimentazione&nbsp;tramite quattro carburatori&nbsp;invertiti doppio corpo Solex 40 PIJ. &nbsp;Con il senno di poi, ed il fatto che da li a poco la Mercedes avrebbe vinto in Formula 1 proprio con l&#8217;iniezione diretta possiamo dire che Zaccone Mina era nel giusto. &nbsp;L’accensione aveva un sistema che dopo anni diventa fiore all&#8217;occhiello della produzione di serie dell&#8217;Alfa, l&#8217;accensione a doppia candela&nbsp;per ciascun cilindro detta Twin Spark. Una particolarità di questo motore è il montaggio con una inclinazione di 12° circa rispetto all&#8217;asse longitudinale della vettura, onde far sì che il passaggio dell&#8217;albero di trasmissione avvenga alla sinistra del sedile di guida e consenta l&#8217;abbassamento del sedile stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo non è facile capire le potenze che derivavano da questi motori di Formula 1 dell&#8217;epoca. &nbsp;Presumibilmente la potenza&nbsp;erogata va da un minimo di 250-255 HP ad un massimo di 265 HP, i regimi di rotazione si collocano tra gli 8.000 ed i 9.000 giri/minuto, il rapporto di compressione varia&nbsp;tra 10,5:1 e 12:1. Come abbiamo detto questo motore si è evoluto sempre restando un V8 a 90° &nbsp;con cilindrate di &nbsp;2485,99&nbsp;cm³ &nbsp;per un alesaggio mm 76,00 e corsa mm 68,50, &nbsp;poi successivamente a &nbsp;2488,02&nbsp;cm³ &nbsp;per un alesaggio mm 73,60 e corsa mm 73,10, &nbsp;una terza evoluzione motore &nbsp;D50A da 2477,29&nbsp;cm³ con alesaggio mm 74,00 e corsa mm 72,00. Questo motore spingeva la&nbsp;&nbsp;D50, nella sua versione più potente e con il rapporto di demoltiplicazione più “lungo” è dell’ordine dei 300&nbsp;km all’ora.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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		<title>MotoGP, Austin &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Apr 2014 07:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gara spettacolare molto ricca di spunti e di riflessioni per il nostro classico debriefing, e non solo per la questione delle gomme. Partiamo dall’immagine in parco chiuso: la Ducati di Dovizioso ha la ruota posteriore completamente arretrata e le canne abbastanza sporgenti, la Honda di Pedrosa ha la ruota a metà ed è molto alta, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Gara spettacolare molto ricca di spunti e di riflessioni per il nostro classico debriefing, e non solo per la questione delle gomme.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/posteriore-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-37692" alt="posteriore-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/posteriore-1.jpg" width="560" height="378" title="MotoGP, Austin - Debriefing 1870" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/posteriore-1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/posteriore-1-300x203.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p>Partiamo dall’immagine in parco chiuso: la Ducati di Dovizioso ha la ruota posteriore completamente arretrata e le canne abbastanza sporgenti, la Honda di Pedrosa ha la ruota a metà ed è molto alta, la Honda di Marquez ha la ruota completamente avanzata e l’altezza è a metà. Concentriamoci sulle prime due, che avendo le stesse gomme sono tra loro facilmente paragonabili. Quasi 17 secondi sul traguardo, ma Dovizioso partiva dalla quarta fila e Pedrosa dalla prima, e le analisi dei tempi in gara ci dicono che le due moto non sono troppo diverse quanto a prestazione pura.</p>
<p>La condizione sostanzialmente uguale delle due posteriori dopo la gara ci dice che entrambe hanno trovato il giusto carico per il tipo di gomma,  ma la differenza delle regolazioni per ottenere questo risultato indica che esistono ancora differenze nel centraggio di progetto: la Ducati denuncia ancora un centraggio troppo arretrato, con la necessità di un setting più basso e con ruota arretrata, con tutte le conseguenze sulla percorrenza, mentre la Honda gode di un assetto sicuramente più agile. La Honda di Marquez ha la dura posteriore, completamente avanzata per non pagare troppo in termini di aderenza, con un settaggio più nervoso e con percorrenza un po’ inferiore. Dal punto di vista del comportamento possiamo dire che Marquez preferisce una moto col centraggio un po’ più arretrato e con carichi dinamici inferiori anche a scapito della percorrenza, e che con quel setting la hard è una scelta efficace in ottica gara. Peccato solo che Ducati non possa sceglierla, varrebbe la pena di provarla almeno nei test privati.</p>
<p>Nel briefing avevamo scritto che qui si vince in accelerazione, in puro stile americano. Chi riesce a sfruttare la propria moto in uscita dalle curvette ne ricava un vantaggio sui due rettilinei difficilmente colmabile, e non è un caso che sul podio ci siano due Honda e una Ducati. Cosa è successo agli altri?</p>
<p>Inutile giraci intorno, un problema sulle gomme Bridgestone c’è stato. Ma dopo molte riflessioni sui dati incrociati sono convinto che non fosse così terribile come ci è stato dipinto. Il vero problema è stato sulla durata delle gomme, e buona parte delle responsabilità nel cedimento di diverse anteriori sta nei settaggi scelti. Non ripeterò tutta la pappardella su cosa sia la coesione della gomma, qui mi limiterò a dire che esiste un limite per la mescola oltre il quale il materiale è soggetto ad isteresi e la sua deformazione locale diventa permanente.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/1614328_761376360562931_369271636513279696_o.jpg"><img decoding="async" class="alignnone  wp-image-37686" alt="1614328_761376360562931_369271636513279696_o" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/1614328_761376360562931_369271636513279696_o.jpg" width="369" height="498" title="MotoGP, Austin - Debriefing 1871" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/1614328_761376360562931_369271636513279696_o.jpg 714w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/1614328_761376360562931_369271636513279696_o-300x405.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/1614328_761376360562931_369271636513279696_o-696x940.jpg 696w" sizes="(max-width: 369px) 100vw, 369px" /></a></p>
<p>Hector Brbera</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/10151843_10203558141982567_5703508072396167430_n.jpg"><img decoding="async" class="alignnone  wp-image-37687" alt="10151843_10203558141982567_5703508072396167430_n" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/10151843_10203558141982567_5703508072396167430_n.jpg" width="367" height="524" title="MotoGP, Austin - Debriefing 1872" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/10151843_10203558141982567_5703508072396167430_n.jpg 502w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/10151843_10203558141982567_5703508072396167430_n-300x428.jpg 300w" sizes="(max-width: 367px) 100vw, 367px" /></a></p>
<p>Marc Marquez</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/10172640_10203550171376676_7047450461283365949_n.jpg"><img decoding="async" class="alignnone  wp-image-37688" alt="10172640_10203550171376676_7047450461283365949_n" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/10172640_10203550171376676_7047450461283365949_n.jpg" width="367" height="367" title="MotoGP, Austin - Debriefing 1873" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/10172640_10203550171376676_7047450461283365949_n.jpg 320w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/10172640_10203550171376676_7047450461283365949_n-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/10172640_10203550171376676_7047450461283365949_n-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 367px) 100vw, 367px" /></a></p>
<p>Valentino Rossi</p>
<p>Orbene, questa isteresi varia con la temperatura e coi carichi: se io su una gomma carico il doppio del peso ne ottengo anche il doppio dell’aderenza, ma solo se rimango all’interno del campo di utilizzo. Aggiungo un 20% di carico, e potrò accelerare o frenare col 20% di forza in più, ok? Ma se io non sollevo la pressione, io avrò anche una deformazione maggiore della carcassa e quindi una maggiore temperatura. Con una temperatura maggiore io però mi ritrovo con una mescola che perde coesione sotto forze (carico + gas/freno) maggiori del 20%, e la mescola si spappola secondo linee di forza corrispondenti ai piani di scorrimento dei diversi strati di gomma. Da tutto questo si capisce che se io aumento il carico del 20% dovrò stare attento a non sfruttare l’intero incremento del carico ma limitarmi ad una frenata/accelerazione migliore solo del 10%, sennò la gomma mi dura poco non per l’abrasione ma per lo sfaldamento. Avevamo anche scritto nel precampionato che, ferme restando le considerazioni sulle diverse moto (Honda perfetta, Ducati migliorata e Yamaha con problemi), avremmo dovuto imparare a conoscere le gomme 2014. Ecco, oggi lo stiamo facendo: oggi sappiamo che la carcassa è molto morbida e sente molto le variazioni di carico trasferendole immediatamente sulla temperatura di esercizio (NdA: pare che la extra-hard, finora mai portata in pista, non la voglia nessuno perché avrebbe una carcassa tutta sua, praticamente di pietra, e non si riesce a farla funzionare. Curioso, lo stesso problema della hard 2012/2013.  La hard versione 2014 non sembra avere quel problema, alla faccia delle garanzie Bridgestone che il mese scorso dichiarava di non aver cambiato nulla…).</p>
<p>Detto questo, mettiamo le moto in ordine secondo i carichi anteriori:</p>
<p>Honda Marquez, basso carico statico (centraggio normale, posteriore tutta avanti) e basso carico dinamico (moto bassa)</p>
<p>Ducati Dovizioso, basso carico statico (posteriore arretrata ma centraggio arretrato) basso carico dinamico (moto bassa)</p>
<p>Ducati Iannone, basso carico statico, medio carico dinamico (moto un po’ più alta di Dovizioso)</p>
<p>Honda Pedrosa, basso carico statico (ma più di Marquez), alto carico dinamico</p>
<p>Honda Bradl, come Pedrosa</p>
<p>Honda Bautista, come Pedrosa</p>
<p>Yamaha Lorenzo, medio carico statico, medio carico dinamico</p>
<p>Yamaha Smith, medio carico statico, medio carico dinamico</p>
<p>Yamaha Espargaro, medio carico statico, medio carico dinamico</p>
<p>Forward Espargaro, alto carico statico, medio carico dinamico</p>
<p>Yamaha Rossi, medio carico statico, alto carico dinamico</p>
<p>Le prime in questa classifica sono rimaste ben lontane dal limite di isteresi della gomma, e il loro calo è da attribuire a una prevedibile usura con un modesto degrado. Le ultime erano a rischio, e a salvare la Forward è stato il suo inferiore limite di ribaltamento (è quella col centraggio statico più avanzato) che non le ha permesso di strizzare la leva quanto le altre. Insomma, si è attenuta ad una minore percentuale di forza rispetto al suo maggior carico e ha portato la gomma fino alla fine.</p>
<p>E qui occorre fare una riflessione sulla guida. Sappiamo che il sottosterzo in uscita si contrasta appendendosi alla moto come Stoner insegna. Questo consente di tenere la moto un po’ più alta, con maggiore percorrenza e superiore motricità. Ma anche maggiore carico dinamico in frenata, ed è quello che fa Rossi. Lui ha cambiato guida in modo da poter frenare come in passato, ma senza subire il sottosterzo della M1 allungata. Continua cioè a chiedere molto alla sua ruota anteriore in inserimento. Si sporge apparentemente come Marquez, ma l’intento è molto diverso. Marquez non cerca carico dinamico sull’avantreno: tiene la moto bassa pur partendo da un carico statico anteriore inferiore per progetto. Non contento, avanza la posteriore montando la hard e riduce ancora il carico statico anteriore. Lui non cerca il carico in frenata ad ogni costo, non entra a freni tirati fin dentro la curva. Lui cerca di aprire in anticipo. Il sottosterzo che deve correggere non deriva da una moto troppo alta rispetto al proprio centraggio ma da una moto troppo arretrata rispetto all’altezza. Sembrano cose simili, invece sono due filosofie diverse. Marquez frena forte, ma frena dritto: non arriva a scaricare il massimo della forza frenante sulla spalla di una gomma molto carica, e la spalla non si spappola.</p>
<p>I report dei tempi giro dopo giro di tutti i piloti coi rispettivi cali – e ci è voluta tanta pazienza per incrociare i dati &#8211; confermano questa analisi. Quindi alla fine sì, il problema è stato di gomme. Ma era davvero così imprevedibile? Il fatto che già nelle prove si fosse manifestato quel “difetto” non doveva far riflettere su cosa lo generava, invece di limitarsi a una generica lamentela sulle Bridgestone brutte e cattive? Una gomma difettosa ci può anche stare in una stagione, ma davvero possiamo pensare che siano state così numerose e che siano finite tutte sempre sulla stessa moto? O invece il tipo di difetto non è stato riconosciuto da chi avrebbe dovuto saperlo fare? Cerchiamo piuttosto di fare esperienza per il futuro e di imparare a cavare il massimo dal materiale disponibile. Che avrà tutti i suoi limiti, ma comunque sono uguali per tutti.</p>
<p>Dovizioso, per capirci, ha ben compreso che sulla Ducati il limite era la durata: ma non potendo usare una hard e avanzare la ruota ha deciso per una condotta accorta nei primi giri, quando la lotta in bagarre ha un prezzo molto alto sulla durata totale. Ha stretto i denti e ha resistito alla tentazione di accettare la battaglia con gli avversari che lo superavano, e per un pilota questo è un vero supplizio. Il podio finale gli ha dato ragione.</p>
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		<title>Audi R18 E-Tron Quattro 2014</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Apr 2014 07:48:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Audi Sport&#160;&#160;sostiene, &#160;come del resto i suoi avversari, che &#160;la vettura 2014 è la macchina da corsa più complessa che abbia mai costruito. Così come Toyota e Porsche anche Audi ha cominciato a sviluppare la R18-Etron nel 2012 per essere pronta nel 2014 con le nuove specifiche. A differenza delle avversarie, &#160;la casa degli anelli [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Audi Sport&nbsp;&nbsp;sostiene, &nbsp;come del resto i suoi avversari, che &nbsp;la vettura 2014 è la macchina da corsa più complessa che abbia mai costruito. Così come Toyota e Porsche anche Audi ha cominciato a sviluppare la R18-Etron nel 2012 per essere pronta nel 2014 con le nuove specifiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A differenza delle avversarie, &nbsp;la casa degli anelli non ha deciso di usare le due power unit elettriche ma di usare il classico schema alimentazione elettrica all&#8217;asse anteriore ricaricando l&#8217;energia con il &nbsp;volano come accadeva sui modelli precedenti. &nbsp;In questo modo l&#8217;Audi può immaginare soltanto&nbsp;&nbsp;4MJ/lap a Le Mans a fronte dei 6MJ della Toyota e gli 8MJ della Porsche. Per Audi è più importante usare sistemi collaudati e sicuramente affidabili dovendo fare gare di tipo endurance.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Novità importantissima per Audi è il passaggio per il telaio da Dallara alla Ycom, con un lavoro incessante e certosino per portare il nuovo telaio al limite di peso di &nbsp;870kg per una vettura ibrida. L&#8217;idea è quella di ottenere gli stessi tempi delle passate edizioni consumando meno, ottimizzando quello che già c&#8217;era di buono e puntare sull&#8217;affidabilità.&nbsp;&nbsp;Il motore V6 Turbodiesel è completamente nuovo. L&#8217;Audi ha ridisegnato il motore sfruttando qualche libertà di progettazione che concede il regolamento 2014.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto nell&#8217;ottica di tenere il peso basso il più possibile, ma senza compromettere l&#8217;affidabilità del componente più importante per l&#8217;auto. &nbsp;Con la riprogettazione completa del motore si è trovato il modo per fare a meno di concentrarsi troppo sulla &nbsp;MGU-H . Il funzionamento è simile alla versione LMP1 del 2013 e la gestione è affidata parte al comando del pilota nell&#8217;utilizzo della potenza aggiuntivo, parte alla gestione elettronica automatica a &nbsp;seconda delle necessità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema di recupero di energia utilizzando il classico volano che attualmente soddisfa le esigenze dei tecnici Audi. La filosofia costruttiva è del quello che non c&#8217;è non si rompe. Per risparmiare peso ed energia l&#8217; Audi ha migliorato anche &nbsp;il suo sistema di luce sulla nuova &nbsp;R18 e ha introducendo un sistema di &nbsp;laser in aggiunta ai LED che sono diventati spettacolarmente tipici delle Audi in pista. Una tecnologia a retroilluminazione con fascio laser blu mediante una lente di cristallo a fosforo giallo attraverso il quale il fascio di luce viene poi emessa. Questa nuova tecnologia di illuminazione Audi sarà sicuramente copiata anche da altri a Le Mans. La luce laser &nbsp;apre nuove possibilità per i &nbsp;modelli di serie in futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La &nbsp;R18, giunge alla terza edizione in versione &nbsp;LMP1, un evoluzione che dura da tre anni e che &nbsp;non porta cambiamenti nel nome. La verità è che forse ci sono problemi di diritti sui nomi R19 a R20. &nbsp;Il&nbsp;&nbsp;TDI V6 portato a 4.0 litri ma completamente diverso dal precedente. Sull&#8217;asse anteriore è montato un &nbsp;motore elettrico, questo funge da MGU ricaricando e fornendo anche potenza aggiuntiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La gestione del Turbo è molto simile nel posizionamento &nbsp;e nel funzionamento ai &nbsp;sistemi sulle vetture da F1 essendo posizionato tra le bancate e collegato ad una unità elettrica. &nbsp;Questa unità invia energia &nbsp;sempre mediante il volano, tra l&#8217;altro migliorato nell&#8217;efficienza. Abbiamo già detto che preferendo di usare più motore endotermico costringe la R18 a non poter immagazzinare e riutilizzare come trazione Quattro che 4MJ di energia</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come nel modello della passata stagione c&#8217;è &nbsp;motore-generatore-Unit (MGU) anteriore &nbsp;che durante le frenate recupera energia. C&#8217;è un ulteriore recupero attraverso &nbsp; il turbocompressore che viene collegato ad un motore elettrico. &nbsp;Quando il turbo raggiunge il suo limite di pressione l&#8217;eccedenza di potenza alimenta il volano immagazzinando &nbsp;altra energia .</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando si accelera, l&#8217;energia immagazzinata può o rifluire al MGU sull&#8217;asse anteriore migliorando la trazione, &nbsp;oppure all&#8217;occorrenza restituirla al &nbsp;turbocompressore aumentando la spinta, &nbsp;seconda della strategia di funzionamento.   In termini aerodinamici &nbsp;migliorare l&#8217; efficienza è la chiave per la nuova R18, l&#8217;intera macchina è per regolamento &nbsp;100 mm più stretta con pneumatici più piccoli, questa porta ad una significativa riduzione della resistenza aerodinamica. Ma l&#8217;altezza della vettura deve essere aumentata ad un minimo di 1.050 millimetri, 20 millimetri più alta rispetto a prima, e &nbsp;abitacolo deve essere più grande. L&#8217;Audi a questo proposito ha realmente alzato il cupolino e non usato trucchi tipo appendici sul tetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto riguarda la progettazione del frontale, gli ingegneri Audi hanno rifatto quasi tutto da zero.&nbsp;Invece di un semplice splitter ora c&#8217;è una vera e propria ala anteriore con un nuovo splitter modificato secondo le nuove specifiche regolamentari. &nbsp;Questo promette vantaggi aerodinamici riducendo i costi e aumentando la funzionalità, in quanto questa parte della carrozzeria si presta a facili modifiche per soddisfare le esigenze di carico nelle varie piste del mondiale, senza dover fare più versioni del cofano anteriore. &nbsp;Dopo le restrizioni sui diffusori ora gli scarichi &nbsp;escono sulla mezzeria vettura.&nbsp;Si ritiene che Audi ha ritrovato un modo per ottimizzare i gas di scarico, per migliorare la penetrazione aerodinamica più che il carico.&nbsp;<span style="line-height: 1.5em;"><br></span></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il telaio stesso deve essere più resistente per essere in grado di sopportare carichi elevati. Sono stati apportati rinforzi dove previsto dalle nuove norme per la protezione dei piloti .L&#8217;R18 è contraddistinta da un particolare foro di raffreddamento &nbsp; appena dietro l&#8217;abitacolo del pilota la cui funzione ancora ci è oscura.&nbsp;È stato ampiamente notato che la parte anteriore della monoscocca è molto più stretta e più vita bassa di quella della vettura 2013.&nbsp;Questa sezione della vettura ospita anche il motore anteriore, a giudicare dalle dimensioni dei semiassi si tratta di una unità elettrica più grande e &nbsp;più potente di quello utilizzato nel 2013 .</p>



<p class="wp-block-paragraph">disegni &nbsp;di&nbsp;http://lemansprototypes.over-blog.it/</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>MotoGP, Austin &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Apr 2014 07:27:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pista americana con asfalto liscio e un tracciato che comprende un po’ di tutto, dai rettilinei alle curve secche, dalle curve da raccordare al curvone in appoggio. Ma gli americani sono americani: le gimkane non sanno cosa siano, per loro ogni pretesto è buono per scaricare cavalli. Non gliene frega una mazza dell’abilità o della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/motogp_140409_rizzo_keith_43624_slideshow_1691.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-37175 aligncenter" alt="motogp_140409_rizzo_keith_43624_slideshow_169" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/motogp_140409_rizzo_keith_43624_slideshow_1691.jpg" width="560" height="315" title="MotoGP, Austin - Briefing 1881" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/motogp_140409_rizzo_keith_43624_slideshow_1691.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/motogp_140409_rizzo_keith_43624_slideshow_1691-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Pista americana con asfalto liscio e un tracciato che comprende un po’ di tutto, dai rettilinei alle curve secche, dalle curve da raccordare al curvone in appoggio. Ma gli americani sono americani: le gimkane non sanno cosa siano, per loro ogni pretesto è buono per scaricare cavalli. Non gliene frega una mazza dell’abilità o della perizia nel dosaggio certosino del gas, loro son contenti quando c’è da aprire tutto. E ad Austin una caratteristica prevale su tutte: l’accelerazione. Nel resto della pista &#8211; loro ragionano così &#8211; c’è soltanto da limitare i danni: poi sul rettilineo si vince o si perde, punto.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/Austin-USGPF1-1-599x4041.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-37177 aligncenter" alt="Austin-USGPF1-1-599x404" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/Austin-USGPF1-1-599x4041.jpg" width="599" height="404" title="MotoGP, Austin - Briefing 1882" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/Austin-USGPF1-1-599x4041.jpg 599w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/Austin-USGPF1-1-599x4041-300x202.jpg 300w" sizes="(max-width: 599px) 100vw, 599px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La mattina, col fresco, si monta la più morbida disponibile. Grip al massimo, deformazioni elevate sulla carcassa, ma l’aria della corsa raffredda a sufficienza. Marquez tiene la moto a metà altezza, Pedrosa parte con cautela e sceglie un assetto alto e forse un filo europeo. Trascuriamo per ora il discorso su Marquez, il resoconto della giornata dice già tutto. Parliamo invece di Pedrosa che col passare della giornata ha progressivamente abbassato la moto passando dai primi giri prudenti, alla ricerca di percorrenza e di equilibrio globale, ad un assetto più aggressivo con una guida più impegnata. In FP1 l’abbiamo visto con la moto inizialmente così alta che ha rischiato la carriola in qualche frenata, alla fine delle FP2 stava ricominciando a capire che la Honda va guidata facendo driftare il posteriore in accelerazione per anticipare il rettilineo e spuntare maggiori velocità massime. Bradl capisce subito tutto, per Bautista occorre arrivare alle FP2. Il risultato comunque parla chiaro, le moto di testa sono quelle con maggiore trazione.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/marc_setting-1.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-37180 aligncenter" alt="marc_setting-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/marc_setting-1.jpg" width="560" height="331" title="MotoGP, Austin - Briefing 1883" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/marc_setting-1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/marc_setting-1-300x177.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">E anche in Ducati sanno bene che Austin è una pista particolarmente favorevole per la D16. Solo Hernandez, con la versione 2013, non trova la quadra: tutti gli altri vanno benone, soprattutto Iannone e Dovizioso. Il fresco permette di usare la gomma a fascia bianca, la moto è bassa ma comunque bilanciata meglio rispetto all’anno scorso. Le curve importanti sono tutte ad aprire e anche il sottosterzo non fa paura. Un discorso a parte merita invece Crutchlow: sarà stata la militanza sulla Tech3, sarà stato l’apprendistato che lui per primo dichiara di aver fatto con Lorenzo come modello, sta di fatto che non sembra un pilota inglese. Si sposta poco su una moto che invece va guidata alla Marquez, un po’ come al rodeo. Soprattutto ad Austin. E non è un caso che a trovare fantastica la pista texana è Kevin Schwantz, da molti definito il crossista dell’asfalto per la sua capacità di spostare lateralmente e/o longitudinalmente il peso del corpo per bilanciare il grip tra avantreno e retrotreno in ogni singolo metro di pista. Poi ci aggiungiamo che Crutchlow ha un contenzioso aperto con un’elettronica dispettosa, ed ecco che gli è venuto difficile anche cercare di adeguarsi nei pochi giri percorsi.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/bradl-1.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-37182 aligncenter" alt="bradl-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/bradl-1.jpg" width="560" height="364" title="MotoGP, Austin - Briefing 1884" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/bradl-1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/bradl-1-300x195.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/rossi-1.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-37183 aligncenter" alt="rossi-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/rossi-1.jpg" width="560" height="364" title="MotoGP, Austin - Briefing 1885" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/rossi-1.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/rossi-1-300x195.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In casa Yamaha siamo ancora lontani dalla serenità della Honda. Si deve ancora scoprire il potenziale del mezzo, o comunque capire come cavarne fuori il meglio possibile. E qui mi sento di fare un applauso a Galbusera: abbiamo avuto la prova che in Qatar non aveva sbagliato nulla. Dopo la prima gara ho raccolto qualche dubbio sul suo operato: “ok, ha allungato dietro e l’ha tenuta più alta, ma non poteva fare come Marquez e utilizzare la dura?”. Qui in redazione naturalmente ci eravamo già accapigliati nei primi giri della gara sulla questione, e la conclusione era stata “no, non poteva perché pur con un miglioramento del sottosterzo in ingresso per via del passo più corto, la gomma dura e avanzata a parità di grip avrebbe avuto il difetto di essere poco progressiva nella derapata. Alla fine il pilota sarebbe rimasto più abbottonato oppure avrebbe rischiato la caduta”. E infatti Marquez, nella battaglia ravvicinata con Rossi, aveva il posteriore molto scorbutico (<a href="https://www.giornalemotori.com/2014/03/25/motogp-losail-debriefing/" target="_blank"><strong>rilevato anche nel debriefing</strong></a>). Con una Honda. Figuriamoci cosa diventava su una Yamaha.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/polespargaro_setting.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" alt=",polespargaro_setting" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/polespargaro_setting.jpg" width="560" height="424" title="MotoGP, Austin - Briefing 1886"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo ai fatti di Austin. Lorenzo copia il setting del Rossi del Qatar, Rossi d’accordo con Galbusera copia se stesso. La sua guida però è più aggressiva, si sposta più di Lorenzo. Di conseguenza la sua moto soffre meno il sottosterzo, e lui può sollevarla quel filo che basta per trovare trasferimento di carico e trazione. Bravi tutti. Lorenzo invece teme il sottosterzo, la sua moto è più bassa e non trova trazione. Avrebbe una gran voglia di montare la gomma bianca, ma sulle Factory non si può. Si rassegna a veder fuggire sia il compagno di squadra che la sua vecchia 2013 gommata bianca, nell’attesa della FP2 dove la pista più gommata e la deformazione della carcassa finalmente adeguata faranno lavorare in temperatura la sua “medium” pur con l’assetto basso. Buon per lui che la gara si correrà nelle ore più calde.</p>
<p style="text-align: justify;">Rossi poi in FP2 tenta l’opzione “Marquez-Qatar”. Volevate la prova dei nostri ragionamenti di Losail? Eccovi serviti: Rossi monta la dura per metà delle prove senza cavarne zuppa. Pur con la sua guida più efficace resta sempre dietro a un Lorenzo che nel frattempo ritrova un po’ di grip, la sua posteriore viene perfino immortalata in uno slowmotion nel quale in uscita perde bruscamente aderenza senza driftare, costringendo Rossi a rischiare la caduta o ad aprire in ritardo. Negli ultimi dieci minuti rinsavisce, torna ai box e forse chiede scusa a Galbusera. Ruota morbida e arretrata, in pochi giri risorpassa Lorenzo ed è di nuovo coi migliori, come in FP1. Unico tra le Yamaha a tener botta a suon di trasferimenti di carico longitudinali (per l’altezza della moto) e trasversali (per il suo nuovo stile) alle Honda e alle Ducati.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/colinedwards_setting.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" alt="colinedwards_setting" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/colinedwards_setting.jpg" width="560" height="369" title="MotoGP, Austin - Briefing 1887"></a>Abbiamo voluto riservare l’ultima osservazione a Marquez in un paragrafo tutto suo. E parliamo proprio di Marquez, non della Honda; poi vedremo il perché. Cominciamo subito col dire che è partito con la precisa idea di sfruttare la propria capacità di guida in drifting: il setting è quello consueto, moto più bassa rispetto a Pedrosa e gomme uguali. Carichi statici uguali, un filo di meno per quelli dinamici.</p>
<p style="text-align: justify;">Fuori dalle curve secche da trazione non è diverso dagli altri, e la sua velocità massima in linea con i suoi diretti inseguitori ci dice che non è sulle curvette precedenti ai rettilinei che lui apre in anticipo. Però rifila un secondo al suo più diretto inseguitore. Dove lo prende? Dove si può driftare con profitto. Un drifting su una curva di un metro non fa guadagnare nulla, la vera differenza sta nei curvoni lunghi che aprono: e dove gli altri guidano in appoggio e in percorrenza, col motore appena in tiro, lui invece scarica cavalli e accelera curvando con la posteriore in derapata.</p>
<p style="text-align: justify;">Merito del particolare pilotaggio in stile flat-track (moto con la quale peraltro si stava allenando quando ha avuto l’incidente con annessa frattura alla gamba). Senza quella guida, la Honda non è poi troppo diversa dalla Ducati, e la classifica dei tempi lo dimostra. Come personale corollario, uno Stoner oppure lo stesso Marquez sulla D16 avrebbe probabilmente ottenuto lo stesso risultato. Detto questo, con un secondo di distacco su tutti gli altri, ha avuto il tempo nella parte finale della FP1 di testare la gomma dura. Risultati buoni, certamente, ma non all’altezza della gomma media.</p>
<p style="text-align: justify;">E anche il retrotreno nuovamente nervoso ci racconta di una ruota troppo avanzata alla ricerca di una sufficiente trazione, compromettendo il buon equilibrio e la progressione nel drifting. Magari vengo smentito, ma io non penso che la userà in gara anche se qualcuno un po’ distratto potrebbe abboccare e magari copiare sbagliando tutto. Poi se il grip della pista aumentasse ancora, tutto potrebbe essere rimesso in discussione. E la hard, senza più necessità di eccessivi avanzamenti, potrebbe dire la sua. La scelta di domenica sulla griglia di partenza ci svelerà se sussisteranno le condizioni, e in questo caso si dovranno fare i conti anche con Lorenzo.</p>
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		<title>Toyota Ts040, Analisi tecnica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Apr 2014 07:21:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Toyota ha cominciato nel 2012 a sviluppare la sua LMP1 che correrà nel campionato mondiale endurance mentre già correva nel WEC. Quindi da anni sta progettando la TS040 HYBRID per le nuove specifiche che da quest&#8217;anno l&#8217;ACO ha impostato per la 24H di Le Mans. L&#8217;aerodinamica e il telaio della TS040 HYBRID è una [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La Toyota ha cominciato nel 2012 a sviluppare la sua LMP1 che correrà nel campionato mondiale endurance mentre già correva nel WEC. Quindi da anni sta progettando la TS040 HYBRID per le nuove specifiche che da quest&#8217;anno l&#8217;ACO ha impostato per la 24H di Le Mans.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;aerodinamica e il telaio della TS040 HYBRID è una evoluzione diretta dell&#8217;esperienza che si è maturata sul campo con la &nbsp;TS030 HYBRID, considerando ovviamente il cambio regolamentare delle dimensioni e delle specifiche 2014. &nbsp;La vettura è &nbsp;ora 10 centimetri più stretta, con &nbsp;pneumatici &nbsp;più stretti. Si sono dovuti introdurre nuovi elementi di sicurezza quali attacchi delle ruote, una struttura di protezione dagli urti, nuovi criteri &nbsp;per la visibilità del conducente e il rafforzamento delle protezioni per l&#8217;impatto laterale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sfida principale è stata quella di progettare una macchina con un sistema &nbsp;ibrido &nbsp;più complesso del passato, per aumentare la potenza del sistema &nbsp;con un minor peso, &nbsp;ridotto di &nbsp;45kg. I tecnici Toyota hanno utilizzato materiali leggeri e processi di ottimizzazione della progettazione più efficienti. Il propulsore sarà un V8 aspirato supportato da sistema di recupero dell&#8217;energia cinetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore a benzina è stato progettato per massimizzare l&#8217;efficienza del carburante, &nbsp;mentre il sistema ibrido ha subito un raddoppio quasi della potenza disponibile. Il consumo del motore a benzina ha un importanza rilevante per la TS040 Hybrid. La prestazione sul giro sarà frutto della combinazione del sistema ibrido, unito all&#8217; efficienza aerodinamica e &nbsp;l&#8217; utilizzo delle gomme. &nbsp;Bisogna considerare che da quest&#8217;anno il quantitativo del flusso di carburante è controllato come avviene un F1 mediante una unità di controllo della Fia</p>



<p class="wp-block-paragraph">In pratica si è passati da uno sfruttamento della massima potenza ad un ottimizzazione di potenza in considerazione dei consumi. &nbsp;La Toyota comunque è ottimista sulla conservazione di una potenza maggiore della concorrenza dell&#8217;intero sistema. Si parla di secondi in cui entrambi i sistemi assieme possono fornire 1000cv. &nbsp;A differenza del passato ora il controllo del flusso è indipendente dal tipo di carburante. &nbsp;La la quantità di combustibile controllata sarà uguale sia benzina che diesel.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La potenze del motore endotermico dovrà essere compensata a seconda della necessità con l&#8217;energia del sistema ibrido. &nbsp;I tecnici giapponesi contano di avere le stesse prestazioni dell&#8217;anno scorso con un consumo del 25% in meno di carburante. Nel dettaglio il sistema ibrido di Toyota comprende un motore V8 a benzina aspirato con cilindrata 3.7l. &nbsp;Su cui è stato fatto un lavoro di ottimizzazione di ogni aspetto della combustione per ridurre il consumo specifico</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2014 Toyota impiegherà, &nbsp;rispetto alla TS030 &nbsp;un ulteriore MGU sull&#8217;asse anteriore. I nuovi regolamenti permettendo infatti più libertà per la trazione elettrica sulle ruote anteriori. &nbsp;Un sistema Denso MGU per l l&#8217; asse &nbsp;anteriore e &nbsp;un &#8216;Aisin AW MGU per l&#8217; asse posteriore. Rimane un condensatore Nissinbo utilizzato per lo stoccaggio di energia abbinato ad un inverter Denso&nbsp;&nbsp;per controllare il flusso di energia elettrica da rimandare come potenziamento del motore benzina.&nbsp;In termini prestazionali il sistema ibrido con peso limitato, ha comportato anche uno studio completo della ripartizione dei pesi, e una ricollocazione di batterie e motori elettrici, assieme alle masse di raffreddamento in modo differente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A differenza della Porsche che ha deciso di utilizzare la massima possibilità di conservazione energetica di 8MJ limitando il motore benzina con un piccolo V4 Turbo, &nbsp;Toyota immagazzinerà di meno &nbsp;con 6MJ per giro per ottenere il miglior equilibrio tra l&#8217;utilizzo del motore benzina ed elettrico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da notare come la &nbsp;Toyota ha scelto di non usare il turbo con la possibilità di collegarlo all&#8217;MGU ma di migliorare l&#8217;efficienza del sistema di recupero dell&#8217;energia cinetica puntando su un motore aspirato accuratamente progettato. Un plauso che darà agli appassionati la possibilità di vedere in pista più soluzioni diverse. L&#8217;utilizzo del Turbo comportava anche un recupero dei gas di scarico con EGR, che però peggiora il rendimento di combustione, con perdita di potenza e peggioramento dei consumi. &nbsp;I due sistemi elettrici possono immagazzinare energia in frenata. Il livello di accumulo tra anteriore o posteriore viene considerato in funzione della quantità di frenata tra i due assi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siccome la potenza in frenata di questo tipo di vetture è molto forte per accumulare l&#8217;energia necessita di super condensatore ad alto rendimento per raccogliere la quantità di energia prodotta in un secondo di frenata ad altissima velocità. Una volta accumulata l&#8217;energia viene alimentato l&#8217; MGU nelle condizioni di media velocità ma soprattutto all&#8217;uscita delle curve, perché massimizza la potenza di accelerazione e quindi effettivamente migliora il tempo sul giro. Inoltre, in questo caso, l&#8217;energia di rilascio su tutte le quattro ruote, anziché due ruote, è molto più efficace per la trazione. Un altro vantaggio del sistema a quattro ruote motrici &nbsp;che migliora le prestazioni in condizioni di bagnato, ma anche in curve da bassa velocità e le varianti.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/Toyota-ts040_RearWing-LOW.jpg"><img decoding="async" width="423" height="499" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/Toyota-ts040_RearWing-LOW.jpg" alt="Toyota-ts040_RearWing-LOW" class="wp-image-37118" title="Toyota Ts040, Analisi tecnica 1888" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/Toyota-ts040_RearWing-LOW.jpg 423w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/Toyota-ts040_RearWing-LOW-300x354.jpg 300w" sizes="(max-width: 423px) 100vw, 423px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista aerodinamico il muso appare molto più originale nella TS040 che nella vettura dello scorso anno. I parafanghi cono molto più sottili e spigolosi. Con uno sviluppo più verticale ma che tendono ad offrire molta meno resistenza all&#8217;avanzamento essendo appuntiti nella zona fari. Anche lo splitter anteriore ha uno spazio maggiore per il passaggio dell&#8217;aria nella parte sottostante della vettura. Il naso ora leggermente rialzato permette una migliore aerodinamica e consente di spostare in avanti il gruppo sospensione per fare spazio al sistema elettrico anteriore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle foto in alto si vede come dietro i parafanghi anteriori, &nbsp;così come le altre LMP1 di ultima generazione, &nbsp;ci sono una serie di deflettori che permettono di migliorare il flusso aria ai lati del cassone per le masse radianti. L&#8217;aria viene prima raddrizzata poi inviata attraverso il alto della vettura fino alla zona posteriore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scopo è quello di migliorare la penetrazione aerodinamica e l&#8217;efficienza. In un ottica di lavoro sincronizzato dei flussi, &nbsp;nella zona della ruota anteriore ci sono anche degli originali sfoghi per i parafanghi al di sopra dei side pod laterali. Questo serve a tenere vicino alla vettura e lineare il flusso che viene dal centro attraverso i deflettori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche al posteriore c&#8217;è stato un grosso lavoro di affinamento sia delle prese aria di sfogo dei parafanghi più sinuose, curve e con delle alette alzate, con un andamento a convergere verso l&#8217;interno per far &nbsp;defluire l&#8217;aria ai lati della ruota posteriore all&#8217;interno della paratia alettone. Parte dell&#8217;aria che viene dal rotolamento della gomma posteriore viene sfogata attraverso uno canale nella parte bassa che si inarca verso la paratia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Porsche 919 Hybrid analisi tecnica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Apr 2014 07:59:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Porsche correrà il campionato mondiale endurance e la 24H di Le Mans con una delle vetture più complesse e veloci della sua storia, &#160;la 919 Hybrid. Utilizzando due sistemi di recupero energetico, è in grado di correre nella categoria 8MJ a Le Mans. In effetti le LMP1 da quest&#8217;anno saranno suddivise all&#8217;interno della massima categoria [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Porsche correrà il campionato mondiale endurance e la 24H di Le Mans con una delle vetture più complesse e veloci della sua storia, &nbsp;la 919 Hybrid. Utilizzando due sistemi di recupero energetico, è in grado di correre nella categoria 8MJ a Le Mans.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> In effetti le LMP1 da quest&#8217;anno saranno suddivise all&#8217;interno della massima categoria per il livello di energia che il sistema di recupero può immagazzinare per poi rilasciarlo in aiuto a quello termico. I costruttori possono utilizzare più motore diesel/benzina oppure sacrificarlo per avere energia supplementare elettrica. Meno si usa il motore endotermico più si può immagazzinare elettricità. Nel caso della Porsche il massimo consentito appunto di 8MJ. &nbsp;La vettura dispone di un sistema KERS sull&#8217;asse anteriore che la rende di fatto una trazione integrale. Un motore elettrico azionato dai gas di scarico simile al concetto di recupero di energia come usato in F1 attualmente &nbsp;è alloggiato nella parte posteriore. La differenza sostanziale è che questo può anche funzionare come un motore aggiuntivo e fornire ulteriore potenza. L&#8217;energia da entrambi &nbsp;i sistemi elettrici viene immagazzinata in una batteria fornita esclusivamente alla Porsche. La parte endotermica è alimentata da un motore V4 da 2 litri, che è stato completamente progettato apposta per questa vettura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;La 919, &nbsp;utilizzerà la tecnologia ibrida simile a quella utilizzata in Formula 1 adattata alle specifiche di Le Mans per &nbsp;quest&#8217;anno. &nbsp;Nel 2014 la categoria LMP1 ha adottato una formula che limita in consumi sullo stile della Formula 1. Il flusso di carburante segnerà l&#8217;efficienza energetica piuttosto che sulle prestazioni assoluti. &nbsp; La differenza rispetto alla Formula 1 c&#8217;è grande libertà &nbsp;di decidere come ottenere potenza sulle LMP1. I motori a combustione interna non hanno limiti progettuali di cubatura, alimentazione e configurazione &nbsp;cosa che permetterà di avere tre costruttori con unità diverse. &nbsp;Audi per un diesel alimentato V6. La &nbsp;Toyota per un aspirato V8, &nbsp;mentre Porsche ha scelto un originale due litro turbo V4. &nbsp;Il turbocompressore è collegato ad un gruppo generatore in tutto simile a quello che usano in Formula 1 &nbsp;chiamato MGU-H. Anche se in realtà sarebbe più logico chiamarlo un GU-H per qualche limite in più di utilizzo, in quanto non può agire per limitare il &nbsp;ritardo del turbo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre il secondo sistema ibrido montato anteriormente, rende il &nbsp;Il layout &nbsp;della sospensione anteriore originale nel progetto, infatti &nbsp;invece di utilizzare la classica sospensione &nbsp;a barra di torsione comune in LMP1, &nbsp;la &nbsp;919 utilizza complesso molla / ammortizzatore montato orizzontale all&#8217;interno della scocca per limitare l&#8217;ingombro e ripartire il peso. La batteria per l&#8217;energia immagazzinata viene collocata sotto il sedile passeggero.&nbsp;Il motore V4 molto piccolo e compatto ha &nbsp;campana del cambio in fibra di carbonio compresa la frizione per limitare i pesi. &nbsp;Ovvio che anche l&#8217;impianto di raffreddamento è stato adeguato pur rimanendo molto compatto e leggero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista aerodinamico la linea della 919 Hybrid sembra molto semplice, si notano i dettagli dello &nbsp;splitter anteriore con uno studio specifico come le ali delle vettura da formula 1.Infatti si vede come nella parte centrale ha ha un &nbsp;canale che porta aria al fondo vettura come succede con le ali della massima formula. Si vede chiaramente nel disegno vista da sotto nella parte colorata di giallo. Inoltre ai lati assume una forma concava che permette di far smistare il flusso aria sia ai lati interno alla ruota anteriore che aiutare il flusso aria interno al parafango ad uscire più velocemente dall&#8217;apertura superiore.&nbsp;&nbsp; La presa aria montata sul tetto ha una forma interessante perchè sembra che i tecnici Porsche abbiano usato parte dei sostegni rollbar all&#8217;interno della forma. &nbsp;Si vedono chiaramente dalle foto i canali d&#8217;aria di sezione a forma di V, &nbsp;per un paio di piccole prese sul cofano motore. davanti alle ruote che aiutano a togliere aria in pressione dai parafanghi. Anche i profili aerodinamici nella parte alta del tetto hanno il compito di rispettare le nuove norme per l&#8217;altezza minima fissate nel 2014 compresa la forma bizzarra della presa aria propensa per tutto il cupolino. In ogni caso le varie aperture sul tetto dovrebbero soddisfare anche l&#8217;esigenze di raffreddamento del sistema ERS che si trova nella parte superiore del motore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ai lati si vede chiaramente il grosso lavoro che i tecnici Porsche hanno fatto per far si che il flusso aria che entra nella parte anteriore della LMP1 sia comunque raddrizzato e adeguatamente corretto lungo la fiancata mediante l&#8217;utilizzo di una serie di deviatori di flusso che hanno lo scopo di fungere da separatori e da raddrizzatori delle turbolenze che si formano immediatamente davanti all&#8217;attacco del cassone che porta aria ai radiatori. Inoltre una parte del flusso aria in basso viene reindirizzata all&#8217;interno per migliorare anche la capacità aerodinamica del fondo ai lati del motore. Cosa che aiuta anche a far lavorare il profilo estrattore posteriore. &nbsp;Nella parte posteriore le due zone alle spalle dei parafanghi che sovrastano il fondo piatto, ai lati dello scivolo diffusore posteriore, hanno una serie di alette sagomate per fare in modo di togliere aria dai parafanghi senza avere resistenza aerodinamica. Per dare una mano al fondo, nella parte bassa della finestratura ci sono dei piccoli deflettori che separano i flussi aria che arrivano dal laterale della ruota e non deve mescolarsi con il centro del prototipo dopo tutta la fatica per far si che venga alimentato il profilo estrattore con un flusso pulito di aria che genera deportanzA</p>



<p class="wp-block-paragraph">disegni&nbsp;http://lemansprototypes.over-blog.it/</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>La maggior parte delle volte che&#8230;gira la ruota</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Apr 2014 21:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La maggior parte delle volte che proviamo ad immaginare un ingegnere progettista al lavoro, ci pare di scorgere un individuo immerso nei suoi calcoli e talvolta lontano dalla realtà, come una specie di alieno, una razza a parte che perfino qualche addetto ai lavori ritiene esclusivamente teorico e, tra le righe, anche un po’ ottuso [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La maggior parte delle volte che proviamo ad immaginare un ingegnere progettista al lavoro, ci pare di scorgere un individuo immerso nei suoi calcoli e talvolta lontano dalla realtà, come una specie di alieno, una razza a parte che perfino qualche addetto ai lavori ritiene esclusivamente teorico e, tra le righe, anche un po’ ottuso nel non capire ciò che al pilota o al meccanico di turno serve davvero.</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, anche trascurando il fatto che tanti “esperti” in realtà non dispongono degli adeguati strumenti per trattare la materia con la serietà necessaria – ma non rendendosene conto ritengono di poter mettere becco dappertutto – tanti giornalisti si stupiscono quando, magari in qualche intervista, scoprono che il progettista è una persona brillante, per nulla legata a preconcetti e aperta alla discussione. Purché, sia ben chiaro, si proceda con la medesima onestà da entrambe le parti, al di fuori dei dogmi e delle semplicistiche apparenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno arriva a scoprire che perfino i progettisti hanno un cuore e sono animati da sincera passione, spinta all’estremo da una inguaribile curiosità di capire e di sapere. Estremo che si manifesta nella formalizzazione di leggi fisiche e di concetti attraverso formule che la maggior parte dei praticoni non capisce, il più delle volte per pigrizia o per mancanza di elasticità mentale. Quei numeri che per tanti sono aridi, lo sarebbero anche per il progettista se lui non avesse sempre molto chiaro che essi non “sono” l’oggetto del suo lavoro ma lo “rappresentano” nel modo più sintetico possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci si innamora di una formula ma del concetto che essa rappresenta. Insomma, che ci crediate o meno, c’è emozione in quei numeri in quanto essi altro non sono che la codifica di una passione umana non diversa – ok, forse un filino estremizzata &#8211; da quella del semplice appassionato. Cambia il linguaggio, non l’argomento. Perché scrivo tutto questo? Perché come in ogni passione esistono dei contrasti emotivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo la <strong>forcella</strong>: è un accrocco improponibile, strutturalmente inefficiente, pieno di difetti. Ma non riusciamo a farne a meno, un po’ come essere innamorati di un/a bastardo/a: non dovremmo, ma alla fine ci caschiamo. Non riusciamo proprio a farne a meno, e diventa un rapporto di amore/odio ricco di spunti vitali. Il progettista bestemmia fra sé e sé, continua a chiedersi perché cavolo l’abbiano inventata, la trova arcaica e anacronistica però nel frattempo la disegna e la calcola.<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-04_121804.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-36824" alt="forcella motogp" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-04_121804.jpg" width="636" height="433" title="La maggior parte delle volte che...gira la ruota 1890" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-04_121804.jpg 636w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-04_121804-300x204.jpg 300w" sizes="(max-width: 636px) 100vw, 636px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La forcella, dunque. Sterza, supporta la frenata, incassa le asperità e controlla l’assetto, quattro funzioni con due tubi scorrevoli. E appena tocchi qualcosa da una parte, immediatamente crei qualche scompenso dall’altra. Pare incredibile che alla fine si trovi un compromesso accettabile, e ancora resta da stabilire se l’inventore vada ringraziato o ghigliottinato. Procediamo con ordine e analizziamo separatamente le diverse funzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo sempre immaginare un veicolo con forcella rigida e senza freno, tipo una vecchia bicicletta scassata: tre funzioni su quattro sono assenti, ma potremmo ancora utilizzarla, quindi la funzione principale è la sterzata. I primi veicoli a due ruote avevano l’asse di sterzo perfettamente verticale, con il punto di contatto della ruota anteriore coincidente con la proiezione a terra dell’asse di sterzo. Si sterzava, ma si cadeva moltissimo. Con l’esperienza abbiamo introdotto l’inclinazione dell’asse di sterzo e l’offset delle piastre (o le forcelle curve, come nelle bici), e la situazione è migliorata parecchio. Abbiamo imparato che la geometria di sterzo in una moto è fondamentale per la sua stabilità e la sua guidabilità, e in questo articolo cercheremo di spiegare perché una moto sta in piedi. Cominciamo.</p>
<p style="text-align: justify;">La geometria di sterzo di una moto è caratterizzata da una serie di parametri collegati tra di loro quali incidenza di sterzo, offset, avancorsa etc., che lavorano in sinergia con le masse rotanti della ruota anteriore determinando un meccanismo di reazione dinamica che in un range sufficientemente ampio di condizioni riporta la motocicletta, staticamente instabile per costituzione, all’equilibrio. Facciamo un’indagine qualitativa.</p>
<p style="text-align: justify;">La ruota anteriore si comporta come un <strong>giroscopio</strong>: appena la moto tende a cadere su un lato, la ruota anteriore reagisce sterzando dalla stessa parte della caduta. Succede questo: durante la caduta l’accelerazione di gravità genera una rotazione della moto sul suo asse longitudinale rispetto al punto di rotazione costituito dal contatto delle ruote sul terreno. Anche ogni punto del cerchio anteriore viene accelerato in questa rotazione: ma poiché la ruota gira, ogni elemento del cerchio tenderà a mantenere la velocità trasversale acquisita durante la rotazione dell’intera moto generando una sterzata.</p>
<p><figure id="attachment_36825" aria-describedby="caption-attachment-36825" style="width: 353px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-04_121824.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-36825" alt="Quando una moto cade su un lato, l’asse secondo il quale avviene la rotazione è quello che congiunge i punti di contatto delle ruote sul terreno. La velocità angolare di rotazione è la stessa per ogni suo punto, ma la velocità lineare istantanea dei singoli punti dipende dalla loro distanza dal suolo. Le parti più alte della moto si spostano lateralmente con velocità maggiore di quelle più basse, fino ad arrivare al punto di contatto la cui velocità laterale è pari a zero." src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-04_121824.jpg" width="353" height="466" title="La maggior parte delle volte che...gira la ruota 1891" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-04_121824.jpg 353w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-04_121824-300x396.jpg 300w" sizes="(max-width: 353px) 100vw, 353px" /></a><figcaption id="caption-attachment-36825" class="wp-caption-text">Quando una moto cade su un lato, l’asse secondo il quale avviene la rotazione è quello che congiunge i punti di contatto delle ruote sul terreno. La velocità angolare di rotazione è la stessa per ogni suo punto, ma la velocità lineare istantanea dei singoli punti dipende dalla loro distanza dal suolo. Le parti più alte della moto si spostano lateralmente con velocità maggiore di quelle più basse, fino ad arrivare al punto di contatto la cui velocità laterale è pari a zero.</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Più in dettaglio: il punto più alto della ruota viene accelerato verso il lato della caduta. Un attimo dopo, questo “pezzo di cerchio” per via della rotazione della ruota si troverà più avanti e più in basso, ma <strong>tenterà di mantenere la velocità laterale acquisita</strong>: siccome però la sua nuova posizione imporrebbe una velocità di caduta laterale inferiore, al pezzo di cerchio non resta altra scelta che “tirare” la parte anteriore della ruota deviandola verso il lato della caduta. La forza &#8211; o meglio, il momento &#8211; con la quale la ruota tende a sterzare dipenderà dal suo peso, dal suo raggio e dalla sua velocità. Paradossalmente l’angolo di sterzata “di reazione” è maggiore, sia pure con un momento di valore inferiore, quando la ruota gira più lenta. Se qualcuno vorrà delucidazioni su questo aspetto vi avviso: dovrò parlare della composizione di diverse velocità vettoriali, quindi pensateci bene prima di farlo.</p>
<p><figure id="attachment_36826" aria-describedby="caption-attachment-36826" style="width: 344px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-04_121834.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-36826" alt="Nella ruota la parte marcata in rosso ha una velocità di caduta maggiore di qualunque altro punto. Quando la ruota gira, la massa in rosso si sposta più avanti e più in basso, ma la sua velocità laterale è più elevata di quella che la nuova posizione richiederebbe: di conseguenza, la sua inerzia laterale – acquisita quando si trovava nella parte più alta – la obbliga a tirare la parte anteriore del cerchio dallo stesso lato della caduta. Lo stesso ragionamento vale per qualsiasi punto della ruota che, cambiando altezza durante la rotazione, tenderà a mantenere la propria velocità di caduta laterale precedentemente acquisita contribuendo alla sterzata. I punti corrispondenti all’asse della ruota non contribuiscono alla sterzata in quanto durante la rotazione della ruota non variano la propria distanza dal suolo. " src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/04/2014-04-04_121834.jpg" width="344" height="373" title="La maggior parte delle volte che...gira la ruota 1892" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-04_121834.jpg 344w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/04/2014-04-04_121834-300x325.jpg 300w" sizes="(max-width: 344px) 100vw, 344px" /></a><figcaption id="caption-attachment-36826" class="wp-caption-text">Nella ruota la parte marcata in rosso ha una velocità di caduta maggiore di qualunque altro punto. Quando la ruota gira, la massa in rosso si sposta più avanti e più in basso, ma la sua velocità laterale è più elevata di quella che la nuova posizione richiederebbe: di conseguenza, la sua inerzia laterale – acquisita quando si trovava nella parte più alta – la obbliga a tirare la parte anteriore del cerchio dallo stesso lato della caduta. Lo stesso ragionamento vale per qualsiasi punto della ruota che, cambiando altezza durante la rotazione, tenderà a mantenere la propria velocità di caduta laterale precedentemente acquisita contribuendo alla sterzata. I punti corrispondenti all’asse della ruota non contribuiscono alla sterzata in quanto durante la rotazione della ruota non variano la propria distanza dal suolo.</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo alla moto che cade. La ruota sterza dallo stesso lato, e la moto curverebbe dalla stessa parte. Non so se avete mai provato a giocare con un lungo bastone, una scopa rovesciata è perfetta, in equilibrio sul palmo della mano: è piuttosto facile capire che quando il baricentro si sposta fuori equilibrio, basta che la nostra mano (cioè il punto di contatto) si sposti rapidamente dalla stessa parte per recuperare l’allineamento tra contatto e baricentro. Ecco: la ruota anteriore che sterza e viaggia verso il lato della caduta fa lo stesso lavoro e recupera l’equilibrio.</p>
<p style="text-align: justify;">Una moto lanciata in corsa non può cadere perché appena ci prova la sua ruota anteriore sterza e si sposta lateralmente riallineando il punto di contatto con il baricentro, e questo avviene istantaneamente se la velocità della moto è sufficiente. Alla moto non resta altro che andare dritta in perfetto equilibrio, e tutto questo avviene a prescindere da incidenze e da offset. Anzi, succede anche ad una semplice ruota senza bicicletta: se la lanciamo dritta, lei continuerà dritta finché ha abbastanza velocità. Ci siamo?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cosa succede fuori dal range? Quali sono gli effetti di una velocità troppo alta o troppo bassa sullo sterzo? E’ presto detto: immaginiamo una velocità troppo bassa. Una ruota senza bici che pian piano perde velocità. Osserviamo che comincia a oscillare, alternando “quasi cadute” con altrettanti raddrizzamenti violenti che arrivano ad innescare un fenomeno a pendolo da una parte all’altra, finchè la ruota finisce per sdraiarsi a terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo a ragionare sul giroscopio. Consideriamo la parte più alta della ruota, marcandola idealmente con un pennarello. Supponiamo che la ruota stia cadendo verso destra: se noi indichiamo con una freccia la velocità di quel punto, vediamo subito che alla solita freccetta rivolta verso avanti (indicante la velocità del punto prescelto durante la rotazione, non rappresentata in figura per non creare confusione) se ne somma una seconda rivolta verso il lato destro, frutto della velocità che il nostro pezzo di cerchio sta acquisendo durante la sua caduta verso destra.</p>
<p style="text-align: justify;">Orbene, quando questo pezzetto di cerchio &#8211; proseguendo nella rotazione della ruota &#8211; si ritroverà verso la parte più anteriore della ruota, noi sappiamo che la sua freccetta laterale dovuta alla caduta si trasformerà in sterzata. Ma stavolta la ruota sta girando lenta, e prima di spostarsi di “un quarto di giro” la freccetta laterale sarà diventata una freccia più lunga. La sua velocità di caduta laterale (prima cioè di coprire quel quarto di giro che la trasformerà in sterzata) è diventata molto alta, perché il tempo di quel quarto di giro è diventato molto lungo; e nel frattempo la moto continuava a cadere e il nostro punto acquisiva velocità laterale.</p>
<p style="text-align: justify;">Notiamo due cose: la sterzata arriverà in ritardo (il tempo necessario al quarto di giro è più elevato, e prima di diventare “sterzata” ci passa più tempo); e quando infine arriva, la velocità laterale accumulata è maggiore, quindi l’angolo di sterzata sarà più elevato. Insomma, il nostro giroscopio risponde in ritardo (dando il tempo alla ruota di cadere quasi a terra) e quando risponde lo fa in maniera troppo elevata, tanto che la nostra ruota si raddrizza di colpo e finisce per oscillare addirittura nel verso opposto innescando quel pendolo che noi osserviamo quando la ruota è troppo lenta e sta per cascare a terra: la ruota sembra ubriaca.</p>
<p style="text-align: justify;">Vedremo altrove cosa possiamo fare per risolvere, ma portiamo al limite questo ragionamento: la ruota rallenta ancora fino a fermarsi. Moto ferma, ok? La parte superiore del cerchio casca di lato ma stavolta non si sposta verso verso avanti in quanto non c’è più rotazione della ruota. La velocità laterale di questo pezzo di cerchio aumenta, ma non si trasformerà mai in sterzata perché il pezzo alto del cerchio non si muove e resta lì dove si trova: in alto. La ruota non sterza, il punto di contatto non si riposiziona sotto al baricentro – come facevamo noi con la mano – e tra un attimo conteremo i danni che stiamo facendo al manubrio, alla leva del freno e al serbatoio.</p>
<p style="text-align: justify;">Completiamo l’analisi con l’osservazione di una velocità troppo alta. Quanto a stabilità qui non ci sono problemi, la ruota sta bella dritta e mantiene la sua traiettoria. Fin troppo, per l’uso motociclistico. Il vero problema diventa quando noi vogliamo piegare la moto per inserirla in curva, e quel maledetto giroscopio è così efficace che corregge ogni mio tentativo di piega. Neppure finisco di squilibrarmi da una parte che subito la ruota sterza (stavolta il quarto di giro viene coperto in un amen) e si riposiziona sotto il mio baricentro. Tutto questo lo notiamo su qualsiasi moto: se curviamo lenti, lo sterzo vorrebbe chiudere e dobbiamo spingere sul manubrio interno (eccesso di angolo di sterzata), mentre la stessa moto sul veloce la debbo tirare di peso in modo anche brutale per farla curvare, che sennò lo sterzo neppure si muove.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto c&#8217;è abbastanza carne al fuoco, quindi per oggi mi fermo qui. E visto che non è facile scrivere questi pezzi tecnici in modo accessibile a tutti, e io ho la presunzione di riuscirci, prima di continuare voglio vedere 200 like in cima alla pagina. Così, per gratificazione personale. Sennò rimarrete tutta la vita col dubbio &#8220;ma a cosa serve l&#8217;avancorsa?&#8221;</p>
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		<title>MotoGP Losail &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Mar 2014 06:11:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pista complicata, quella di Losail: qui il fattore vincente è stato l’esperienza e la capacità di valutare l’intera motocicletta, e gli ingegneri più brillanti hanno prevalso su qualunque altro aspetto. Cosa significa? In sostanza, quando ci si trova davanti a un problema esistono due modi di operare: il primo è quello di cercare di risolverlo, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/Bridgestone-BATTLAX-MotoGP-slick-tyre-colour-scheme.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-36419 aligncenter" alt="Bridgestone-BATTLAX-MotoGP-slick-tyre-colour-scheme" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/Bridgestone-BATTLAX-MotoGP-slick-tyre-colour-scheme.jpg" width="580" height="187" title="MotoGP Losail - Debriefing 1899" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/Bridgestone-BATTLAX-MotoGP-slick-tyre-colour-scheme.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/Bridgestone-BATTLAX-MotoGP-slick-tyre-colour-scheme-1024x330.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/Bridgestone-BATTLAX-MotoGP-slick-tyre-colour-scheme-768x247.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/Bridgestone-BATTLAX-MotoGP-slick-tyre-colour-scheme-300x97.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/Bridgestone-BATTLAX-MotoGP-slick-tyre-colour-scheme-696x224.jpg 696w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" /></a></p>
<p>Pista complicata, quella di Losail: qui il fattore vincente è stato l’esperienza e la capacità di valutare l’intera motocicletta, e gli ingegneri più brillanti hanno prevalso su qualunque altro aspetto. Cosa significa? In sostanza, quando ci si trova davanti a un problema esistono due modi di operare: il primo è quello di cercare di risolverlo, il secondo è quello di cercare di capirlo. Sono due approcci molto diversi: anche se nella maggioranza dei casi esistono procedure predefinite per risolvere, non dobbiamo mai dimenticare che quelle stesse procedure “automatiche” derivano da lunghe sessioni di test nelle quali altri si sono preoccupati di capire e di elaborare le corrette soluzioni che poi in gara verranno applicate. Ma quando le condizioni sono differenti da quelle previste, occorre grande esperienza per capire cosa può essere applicato a cuor leggero e cosa invece va ripensato, magari tirando fuori qualche soluzione inconsueta. Come in Qatar.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/bridgestone1_original.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-36421" alt="bridgestone1_original" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/bridgestone1_original.jpg" width="540" height="304" title="MotoGP Losail - Debriefing 1900" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/bridgestone1_original.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/bridgestone1_original-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a></p>
<p>Avevamo già accennato in qualche precedente articolo che ci riservavamo di scoprire strada facendo le nuove gomme della Bridgestone, ma già avevamo visto che appariva difficile trovare un buon equilibrio nelle ciclistiche delle diverse moto. Cosa significa trovare un buon equilibrio? Significa capire quanto e come vada modificato l’assetto della propria moto in funzione delle diverse condizioni di aderenza. Qualcuno forse ricorderà che al crescere del grip le motociclette, specialmente quelle con maggiore motricità statica di progetto, tendono a diventare sottosterzanti in uscita. Caso tipico, la Ducati sull’asciutto. Abbassare l’assetto riduce il problema, ma peggiorano la percorrenza, la frenata e il sottosterzo in ingresso. Insomma, la famosa coperta corta. Detto questo, preparatevi a sorbirvi un po’ di teoria sulle gomme prima di passare all’analisi della gara. Abbiate pazienza, è assolutamente necessario farlo anche se per qualcuno sarà solo un ripasso. Parliamo di mescole. Aderenza al suolo e coesione della mescola sono due fattori che spesso non vengono separati abbastanza, quindi specifichiamolo ancora: l’aderenza dipende dall’accoppiamento della mescola col suolo, ed è maggiore quanto più la mescola è morbida. Il limite è nella coesione della mescola: una mescola troppo morbida genera una maggior capacità di scaricare i cavalli a terra, ma paga con una temperatura maggiore sulla carcassa. La temperatura più alta unita alla minore coesione della mescola morbida porta al degrado della gomma, la quale arriva a cedere proprio tra le molecole del battistrada. La molecola che tocca il terreno non cede e resta ben aggrappata mentre la molecola immediatamente più interna si separa sotto l’azione delle forze orizzontali (trazione e curva) “scivolando” sullo straterello che tocca terra. Un po’ come una roccia vulcanica, quando arriva a fusione diventa pastosa e gli strati scorrono l’uno sopra l’altro. Ma attenzione: chi genera il calore, in una gomma, è la deformazione della carcassa; e il calore prodotto deve stare in equilibrio con quello smaltito dal vento della corsa, e quindi ha a che vedere con la velocità del vento e con la temperatura dell’aria. Quella dell’asfalto c’entra poco, per capirci. Ho visto molti principianti su un buon asfalto montare gomme extramorbide perché faceva freddo, senza capire che il maggiore grip avrebbe scaldato la carcassa fino a raggiungere il limite di coesione della mescola: in definitiva, il primo e di gran lunga principale fattore per la scelta della gomma è il tipo di fondo, in modo da arrivare alla deformazione (più o meno sempre la stessa) voluta. Se il fondo è scivoloso noi sceglieremo la soft e avremo il grip sufficiente a deformare la carcassa come previsto, se il fondo offre grande aderenza noi useremo una mescola hard e avremo sempre la stessa deformazione e la stessa temperatura. Piccoli aggiustamenti di deformabilità, per limare l’opera, noi li otterremo con la pressione della gomma fino al limite del rimbalzo (quello che con un cattivo telaio può generare il chattering), oltre il quale la struttura interna della carcassa non riesce più a smorzare adeguatamente le oscillazioni dovute alle variazioni di carico. Infine, l’aggiustamento finale riguarda il bilanciamento della moto: arretramento ruota e abbassamento dell’assetto cambiano le condizioni dei carichi statici e dinamici della moto. Pressioni e assetti, inoltre, sono fattori che si influenzano a vicenda, e spesso la correzione dell’uno comporta l’adeguamento dell’altro. Ci siamo?</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/93.jpg"><img decoding="async" alt="93" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/93.jpg" width="301" height="281" title="MotoGP Losail - Debriefing 1901"></a></p>
<p>Eccoci a Losail per il debriefing. Pista scivolosa e grip aleatorio: si cercano gli assetti giusti per far lavorare al meglio le gomme. Dato il grip si cerca la gomma giusta per avere la deformazione prevista, il che significa avere anche la maggior possibilità di scaricare cavalli per l’intera gara. Morbida per tutti. Si aggiusta la temperatura di fino con la pressione e si fa l’assetto per bilanciare la moto. In quelle condizioni. Poi la pista si gomma e la temperatura cala un po’: il grip è cresciuto, ma la gomma sta ancora dentro la sua temperatura perché anche con la maggiore deformazione l’aria più fresca la raffredda meglio. Tutto a posto, vero? E invece no, e qui l’esperienza comanda. L’assetto della moto era fatto per un grip inferiore, e alla fine sarà sottosterzante. Col nuovo grip avrei dovuto ritoccare l’assetto arretrando un po’ la ruota posteriore e prendendo tutte le misure del caso (poi le vedremo). Insomma, se io giudico dai primi metri mi sembra di poter tirare di più, ma alla fine il mio assetto non è quello più adatto. Vediamo nei dettagli.</p>
<p>Capitolo Yamaha. Tutti caduti di anteriore, tranne Rossi. Cosa è successo? Abbiamo abbassato un filo le moto per ridurre l’eccesso di carico dinamico in accelerazione, mantenendo la migliore motricità sul lento (curva 16) garantita dall’asfalto ormai gommato. Se guardiamo i tempi parziali durante le sessioni di prova ci rendiamo conto che Lorenzo era l’unico pilota Yamaha a non perdere troppi decimi in T4 proprio grazie all’uscita dalla curva 16. Ma in frenata la riduzione del trasferimento di carico dinamico si traduce in un rischio quando, pur progressivamente, vado a strizzare la leva del freno. Capiamoci, nulla vieta di seguire quella strada: ma il pilota deve esserne consapevole e prestare maggior cautela in quelle condizioni. Paradossalmente, nella lunga frenata sul rettilineo per infilarsi in curva 1 ci sono meno problemi: la frenata arriva da lontano e la moto ha comunque lo spazio e il tempo di caricare adeguatamente la ruota anteriore. La curva 2 però – anche la 15, in realtà &#8211; non ha queste caratteristiche, e a metà frenata il carico anteriore non è ancora sufficiente e si rischia il bloccaggio. Per un pilota come Lorenzo si tratta di &#8220;un errore da principianti&#8221;, con parole sue. Rossi ha lavorato diversamente, dichiarando di aver apportato qualche variazione poco prima della gara. Qui si vede l’esperienza di Galbusera: ha arretrato la ruota posteriore, preferendo perdere un filo di motricità fuori dalle curve lente (riportandola nelle stesse condizioni delle prove) senza compromettere il carico dinamico e quindi la sicurezza della ruota anteriore in frenata. Pur senza riuscire ad arrivare al carico della Forward di Espargaro &#8211; cioè della M1 versione 2013, molto più affidabile in frenata &#8211;  sul lento la moto risulta comunque più sottosterzante in ingresso a causa della maggiore lunghezza, e probabilmente questo comporterà un’entrata in curva meno garibaldina del solito.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/ruota_vale.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-36423" alt="ruota_vale" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/ruota_vale.jpg" width="540" height="359" title="MotoGP Losail - Debriefing 1902" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/ruota_vale.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/ruota_vale-300x199.jpg 300w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a></p>
<p>Ma l’imperativo è non cadere, è potersi fidare della moto. Eppoi basta appendersi, e la moto in curva ci entra lo stesso. Voilà. Un capolavoro, con tanta esperienza e tanto lavoro alle spalle. E con la capacità di trovare soluzioni alternative a problemi apparentemente già analizzati e risolti in maniera standard.</p>
<p>Iannone con la sua Ducati ha fatto lo stesso errore di confidenza: asfalto migliore e moto più bassa a compensare i trasferimenti di carico, a prima vista la moto va via come un fulmine e qualche pilota è indotto a credere che con tanta aderenza tutto sia possibile. Ma la frenata è più critica: un giro si può anche fare, una intera gara invece no. Adesso, io lo so che in tanti penseranno che Ducati è sempre lì, che non ha migliorato abbastanza, etc etc. Io invece penso che in una pista dove perfino le M1 andavano via di anteriore, la prudenza ha consigliato Dovizioso e Crutchlow di non fare la fine di Bradl e di Bautista. Un giro si può fare, una gara no. E qui a Losail ha pagato dazio perfino Stoner. L&#8217;antico e feroce sottosterzo appare sufficientemente risolto, almeno rispetto alla stagione 2013, ma resta una certa pigrizia nell’ingresso in curva. Comunque siamo lì, adesso è questione di confidenza e pilotaggio. E di scelte ai box.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/Iannone-Pramac-Qatar-2013.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-36428" alt="Iannone-Pramac-Qatar-2013" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/Iannone-Pramac-Qatar-2013.jpg" width="540" height="405" title="MotoGP Losail - Debriefing 1903" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/Iannone-Pramac-Qatar-2013.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/Iannone-Pramac-Qatar-2013-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/Iannone-Pramac-Qatar-2013-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a></p>
<p>Scelte che hanno fatto la differenza in casa Honda, con un capolavoro forse maggiore di quello di Galbusera. A fronte di un Bradl e di un Bautista che hanno replicato in fotocopia il setting e l’errore di Iannone, Pedrosa decide di non cercare guai e gira come gli ufficiali Ducati: senza troppi rischi. La moto bassa accelera bene e non sottosterza troppo, ma non è il caso di frenare col posteriore per aria. E poi c’è Marquez. Il suo ingegnere ragiona: con più aderenza la motricità è troppa, si rischia il sottosterzo anziché il drifting controllato dall’elettronica. Occorre ridurre il carico dietro. Per esempio abbassando la moto, così si riduce il carico dinamico senza perdere fuori dalla curva 16. Però la frenata diventa critica. Oppure arretro la ruota, così non tocco l’altezza e non riduco la frenata. Però perdo in uscita dalla 16 e col passo più lungo perdo anche un po’ di percorrenza e di rapidità in ingresso. Oppure…</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/R01-FP1-Pic4_0.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-36427" alt="R01-FP1-Pic4_0" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/R01-FP1-Pic4_0.jpg" width="540" height="356" title="MotoGP Losail - Debriefing 1904" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/R01-FP1-Pic4_0.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/R01-FP1-Pic4_0-300x198.jpg 300w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a></p>
<p>Cambio gomma. Uso la hard e riporto il grip gomma/asfalto identico alle prove senza toccare le quote. Non abbasso e non allungo dietro, e l’equilibrio resterà uguale a quello di ieri, senza sottosterzi da correggere e senza frenate ansiogene. Detto e fatto, la sua Honda è l&#8217;unica che frena davvero forte, col retrotreno spesso staccato da terra, e qualche volta perfino troppo. Complimenti, questo significa ragionare sulla causa invece che risolvere con procedimenti preconfezionati e non sempre adeguati alla particolare situazione. E questo fa molta più differenza di quanta ne passi tra una Factory e una Open. La battaglia tra Rossi e Marquez è stata il giusto premio per le capacità dei due pacchetti squadra-pilota, i migliori in assoluto. Gente così è capace di trovare la quadra con qualsiasi moto, e piloti come loro – assistiti con tanta competenza – non si tirano certo indietro. A costo di lavorare sodo per tutto l’inverno su una pista di fango o di gareggiare con una gomma sconosciuta senza neppure aver preso parte ai test precampionato.</p>
<p>Quest’anno credo che ci divertiremo e avremo un mondiale dove contano i piloti e le capacità di ogni team, senza più “piste Honda” o “piste Yamaha”. Le moto &#8211; tutte, Open o Factory che siano – sono sicuramente molto più vicine tra di loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>MotoGP Losail &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Mar 2014 22:13:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Primo briefing della stagione 2014, e come di consueto analizziamo pregi e difetti dei mezzi guardandoli dall’interno dei box, senza curarci troppo dei piloti. Per analizzare le differenza tra i mezzi di ogni singola squadra ci sarà tempo durante la stagione, e speriamo di venire supportati nel nostro lavoro da una regia televisiva un po’ [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Primo briefing della stagione 2014, e come di consueto analizziamo pregi e difetti dei mezzi guardandoli dall’interno dei box, senza curarci troppo dei piloti. Per analizzare le differenza tra i mezzi di ogni singola squadra ci sarà tempo durante la stagione, e speriamo di venire supportati nel nostro lavoro da una regia televisiva un po’ migliore di questa che, a giudicare da quanto visto qui in Qatar, non ha la minima idea di cosa è importante riprendere. Pazienza. Pista scivolosa, quella di Losail.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/gomme-compound-2.jpg"><img decoding="async" width="477" height="249" class="alignnone size-full wp-image-36186" alt="gomme -compound-2" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/gomme-compound-2.jpg" title="MotoGP Losail - Briefing 1913" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/gomme-compound-2.jpg 477w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/gomme-compound-2-300x157.jpg 300w" sizes="(max-width: 477px) 100vw, 477px" /></a></p>
<p>Non sono bastate le prime sessioni di prove per eliminare il problema: il sottile velo di finissima sabbia, quasi borotalco, si è senz’altro ridotto rispetto a ieri ma resta un grosso guaio per le MotoGP in virtù delle gomme più larghe rispetto alle classi minori. Già nella percorrenza le moto non sono troppo stabili, ma i rischi maggiori li ritroviamo in frenata e in uscita. In queste condizioni la coesione della mescola è ampiamente sufficiente a garantire l’assenza di degrado anche sulle mescole più morbide, e il vantaggio di una superiore aderenza si fa sentire.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/aleix-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-36265" alt="aleix-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/aleix-1.jpg" width="540" height="354" title="MotoGP Losail - Briefing 1914" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/aleix-1.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/aleix-1-300x197.jpg 300w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a></p>
<p>Cominciamo dalla Forward Yamaha, in pratica la M1 in versione 2013 iscritta come Open. La posteriore morbida le garantisce quella motricità che l’anno scorso era carente, senza dover rinunciare alla frenata né alla percorrenza. Il motore più progressivo e corposo consente un dosaggio della potenza più regolare, privo di bruschi strappi, e finalmente senza problemi di durata. Agilità sorprendente, ottima maneggevolezza, è la moto da battere non solo su questa pista ma anche sui tortuosi tracciati europei. Merita la posizione che occupa, ottenuta senza grandi sforzi neppure a livello di setting elettronico. La velocità di punta non è elevatissima, ma va via così bene che poi è dura riuscire a riprenderla solo a suon di cavalli.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/iannone-2.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-36267" alt="iannone-2" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/iannone-2.jpg" width="540" height="339" title="MotoGP Losail - Briefing 1915" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/iannone-2.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/iannone-2-300x188.jpg 300w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/iannone-3.jpg"><img decoding="async" alt="iannone-3" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/iannone-3.jpg" width="540" height="339" title="MotoGP Losail - Briefing 1916"></a></p>
<p><em>Desmosedici di Iannone Frenata violenta da 340 km/h a 107 km/h,  curva uno, notare i dischi in carbonio arroventati</em></p>
<p>Ci va vicino la Ducati, e poco importa che sia Iannone o Dovizioso. Il progresso di ciclistica, pur semplicemente ottimizzata rispetto all’anno passato, è evidente: la moto frena forte e inserisce non troppo agilmente ma con buona sicurezza. La percorrenza è sempre il suo punto debole, ma la proverbiale motricità, in quest’occasione unita a una gomma morbida, le assicurano una velocità massima elevatissima, quasi 350 orari. E in curva 16 il vantaggio si sente eccome: Forward a parte, pure lei gommata morbida, tutti perdono diversi decimi in uscita da quella curva. Ma la Desmosedici riesce a riguadagnarli prima del traguardo pur curvando più lenta.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/bautista-1.jpg"><img decoding="async" alt="bautista-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/bautista-1.jpg" width="540" height="339" title="MotoGP Losail - Briefing 1917"></a></p>
<p>Bautista tra le due Ducati, primo tra le Factory e primo tra le Honda, è il segno che in Showa sanno il fatto loro, e non escludo un adeguamento del link posteriore &#8211; tiro catena compreso &#8211; alle caratteristiche del nuovo mono. A titolo personale la cosa non mi sorprende, più di una volta con le sospensioni giapponesi le mie moto hanno bagnato il naso a quelle che ostentavano Ohlins e White Power. In particolare, la forcella lavora meglio e consente una frenata più composta e un ingresso meno impreciso, la moto in piega acquista rapidamente una buona stabilità e si può anticipare in gas in uscita dove le Honda ufficiali sono ancora troppo ballerine. E’ il primo con gomma standard. Ottimo lavoro.</p>
<p>Marquez, Bradl e Pedrosa invece sono in evidente difficoltà negli ingressi delle curve più lente, specialmente la famosa 16 alla quale si arriva con una frenata importante. In tutte le immagini è evidente l’avantreno che sterza e controsterza di continuo proprio durante la prima parte della piega, alla ricerca di una traiettoria stabile. Ok, in gara l’asfalto sarà più pulito e più gommato, ma teniamo d’occhio questo particolare.</p>
<p>Ed eccoci a Smith, unica Yamaha tra tante moto dotate, per diverse ragioni, di grande motricità. Molti si stupiscono di vederlo davanti a Lorenzo o a Rossi con una moto praticamente identica, ma la differenza sta nei rischi presi: la sua caduta, causata dalla perdita del retrotreno sotto trazione, ci dimostra che il motore Yamaha Factory è un po’ troppo violento e che la motricità disponibile non consente di aprire il gas troppo presto. E infatti né Rossi né Lorenzo si sono sognati di spingere fino al limite durante una semplice FP.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/smith-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-36271" alt="smith-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/smith-1.jpg" width="540" height="339" title="MotoGP Losail - Briefing 1918" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/smith-1.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/smith-1-300x188.jpg 300w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/smith-2.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-36272" alt="smith-2" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/smith-2.jpg" width="540" height="339" title="MotoGP Losail - Briefing 1919" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/smith-2.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/smith-2-300x188.jpg 300w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a></p>
<p>Gran lavoro sulla moto di Lorenzo &#8211; questo probabilmente è sfuggito a molti osservatori – che ha cercato una configurazione affidabile per la sua sospensione posteriore. Lavorando di fino sul pivot e sul freno idraulico è riuscito a dare un po’ di carico verticale “di reazione” sulla sua ruota posteriore: il suo giro non è velocissimo, ma è l’unico gommato standard che non perde nulla nel T4, quello della curva 16.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/jorge_medium_1.jpg"><img decoding="async" alt="jorge_medium_1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/jorge_medium_1.jpg" width="540" height="339" title="MotoGP Losail - Briefing 1920"></a></p>
<p>La M1 sembra una moto difficile da mettere a punto tra elettronica e sospensione, ci vorrà tutta la pazienza di Forcada per trovare la quadra del cerchio. Certo che con una bella Open, come voleva Lorenzo… Discorso diverso per Rossi, il cui lavoro è ancora nel bilanciare la moto per tentare il drifting come ai bei tempi della 500. E oggi come oggi una Honda gli farebbe un gran comodo, visto che anche la frenata aggressiva della vecchia M1 è solo un ricordo.</p>
<p>Un’occhiata infine, per quanto è stato possibile vedere dalle immagini, alla Honda Production: in presenza di un fondo così scivoloso la sua presunta mancanza di cavalli è ininfluente, sono comunque troppi. E allora? Allora la moto va affinata probabilmente più come componentistica che come progetto. La Honda è proprietaria della Showa, è solo questione di volontà: non è possibile che con la morbida posteriore la moto non possa accelerare in anticipo. Si tratta di svilupparla, e pazienza se si avvicinerà alle Honda Factory. D’altra parte il futuro è delle Open, e la prima casa a livello mondiale non può permettersi di realizzare un mezzo di serie B. L’Aprilia in passato le ha fatto pagare cara questa strategia monopolizzando il mercato dei team privati.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il nuovo cambio 9G tronic Mercedes</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Mar 2014 21:23:59 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da sempre il popolo degli appassionati di auto si divide in conservatori e progressisti. Una delle questioni che da sempre anima le discussioni di tutti è se meglio un bel cambio manuale che consente il controllo perfetto del mezzo da parte del pilota magari sfoggiando le proprie doti di guida con un bel taccopunta, oppure [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/2014-03-19_224656.jpg"><img decoding="async" width="569" height="361" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/2014-03-19_224656.jpg" alt="2014-03-19_224656" class="wp-image-36171" title="Il nuovo cambio 9G tronic Mercedes 1921" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/2014-03-19_224656.jpg 569w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/2014-03-19_224656-300x190.jpg 300w" sizes="(max-width: 569px) 100vw, 569px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Da sempre il popolo degli appassionati di auto si divide in conservatori e progressisti. Una delle questioni che da sempre anima le discussioni di tutti è se meglio un bel cambio manuale che consente il controllo perfetto del mezzo da parte del pilota magari sfoggiando le proprie doti di guida con un bel taccopunta, oppure se meglio un bell&#8217;automatico dell&#8217;ultima generazione, funzionale ed efficiente. Le case costruttrici c&#8217;è la stanno mettendo tutta per far si che questa tecnologia diffusa tantissimo all&#8217;estero ma che difficilmente attecchisce in Italia sia adatta anche ad un pubblico appassionato della guida.&nbsp;Per fare ciò ma soprattutto per le sempre più severe norme che regolano i consumi e le emissioni di Co2 il cambio automatico è di fondamentale importanza in quanto oggi controlla anche la capacità dell&#8217;automobile di stare sempre nel range di utilizzo più confacente alle esigenze di guida quotidiane di traffico senza disdegnare con opportune logiche di funzionamento anche di essere datta alla guida sportiva e manuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attualmente uno dei sistemi più evoluti in assoluto è il nuovissimo 9G Tronic della Mercedes, dove nove sta per il numero delle marche che di cui il cambio è dotato. Questo spettacolare cambio debutterà sulla&nbsp;<b>Mercedes-Benz E 350 BlueTEC.&nbsp;</b>Questo cambio sarà abbinato alle motorizzazioni che sono disposte in modo longitudinale quindi solo dalla gamma della Classe C in poi. Da tenere presente la valenza del progetto in quanto la Mercedes attualmente è l&#8217;unico costruttore in grado di progettare e realizzare completamente in casa propria il cambio più complesso attualmente sul mercato.&nbsp;Rispetto al vecchio 7G Tronic ora ci sono due rapporti in più. &nbsp;Inoltre ricordiamo che questo non è un cambio a doppia frizione ma un automatico il cui convertitore idraulico di coppia ora ha un rendimento fino al 92%,rispetto al gia ottimo 85% del 7 marce, inutile dire che ogni qualvolta si migliora il rendimento di un componente diventa &nbsp;importante per ridurre il consumo di carburante, dal momento che durante gli slittamenti del convertitore viene dissipata potenza, che si trasforma in calore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;In sostanza viene quasi azzerata quella fastidiosa sensazione di frizione che slitta classica di questi cambi. Per migliorare l&#8217;affidabilità ora c&#8217;è un evoluzione dello speciale lubrificante di sintesi consente anche di eliminare lo scambiatore di calore all’ interno dell’automatico, che prima era necessario per portarne rapidamente in temperatura l’olio dopo l’avviamento in climi freddi.&nbsp;Mercedes introduce su questo tipo di cambio uno smorzatore idraulico di vibrazioni torsionali abbinato a un pendolo centrifugo. L&#8217;utilità è presto detta per l&#8217;enorme coppia ai bassi regimi che alcuni motori di alte prestazioni soprattutto nella configurazione AMG, ma soprattutto in previsione della diffusione sempre più massiccia di motori più piccoli anche con tre cilindri che verrebbero a smorzare le vibrazioni anche grazie al 9G Tronic.&nbsp;I nove rapporti che compongono questo cambio sono ottenuti mediante l&#8217;accoppiamento di soli quattro semplici ruotismi epicicloidali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In sostanza combinando opportunamente il funzionamento di loro mediante l&#8217;azione di ben sei gruppi frizione. All&#8217;interno c&#8217;è l’albero primario più molto lungo, ben 551 mm in assoluto, progettato e brevettato dalla Mercedes. Come gli appassionati più informati sanno i motori più potenti abbinati al vecchio cambio 7G Tronic avevano la coppia erogata bloccata elettronicamente a 1000 Nm. Le cose non cambiano per questo 9G Tronic. Del resto il valore di 1000 Nm non sono certo pochi e se si possono assimilare e sfruttare con maggiore confort ed efficienza sicuramente è meglio. &nbsp;La spaziatura dei rapporti prevede un intervallo tra la prima e la nona marcia la differenza di rapporto tra le due marce è &nbsp;9,15.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Migliorato anche il circuito di lubrificazione, che abbina una piccola pompa meccanica per la mandata dell’olio, in abbinamento con una seconda pompa elettrica. &nbsp;In questo modo si riduce l’assorbimento di potenza della pompa meccanica nei casi in cui il cambio si trova a lavorare in condizioni ridotte di potenza si attiva la pompa azionata da un motorino elettrico, inoltre in questo modo può abbinare anche &nbsp;la funzione start&amp;stop del motore. In pratica succede che quando il propulsore è spento, la pompa meccanica non gira e non potrebbe fornire pressione all’ impianto idraulico per inserire una marcia, ma la pompa elettrica &nbsp;pone rimedio migliorando efficienza, affidabilità e consumi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>La complessità di un&#8217;ala anteriore di Formula 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Mar 2014 10:11:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>  L&#8217;ala anteriore di una vettura da formula 1 è passata negli anni da semplice elemento di deportanza e di carico della monoposto ad elemento complesso formato da più sistemi.  L&#8217;ala anteriore oggi tende a  fungere da deviatore per convogliatore  il flusso aria che andrà poi ad investire tutta la monoposto. Vogliamo analizzare nel dettaglio scomponendo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"> <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/ala-625x582.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-35863" alt="ala-625x582" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/ala-625x582-300x279.jpg" width="300" height="279" title="La complessità di un&#039;ala anteriore di Formula 1 1926" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/ala-625x582-300x279.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/ala-625x582.jpg 570w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/winglet1.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-35866 alignright" alt="winglet" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/winglet1.jpg" width="150" height="185" title="La complessità di un&#039;ala anteriore di Formula 1 1927"></a>L&#8217;ala anteriore di una vettura da formula 1 è passata negli anni da semplice elemento di deportanza e di carico della monoposto ad elemento complesso formato da più sistemi.  L&#8217;ala anteriore oggi tende a <span style="line-height: 1.5em;"> fungere da deviatore per convogliatore  il flusso aria che andrà poi ad investire tutta la monoposto. Vogliamo analizzare nel dettaglio scomponendo l&#8217;ala della vettura che in questo momento sembra essere quella più in forma almeno in questa fase iniziale del campionato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 1.5em;">La Mercedes W05 nel 2014 ha progettato un&#8217; ala anteriore che si è evoluta rispetto a quella della passata stagione. Le paratie laterali non sono in un corpo unico come accadeva in passato ma ora sono separate in due semi paratie che devono far defluire verso l&#8217;esterno l&#8217;eccesso di pressione che si forma sul piano dell&#8217;ala principale.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Per tenere il flusso basso e correttamente lineare ci sono delle piccole alette nella zona di separazione che tendono a inviare l&#8217;aria verso il basso. Un primo chiaro segno di come ogni millimetro di aria venga analizzato e sfruttato per far lavorare tutta la monoposto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/plainwing.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-35868" alt="plainwing" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/plainwing-300x166.jpg" width="300" height="166" title="La complessità di un&#039;ala anteriore di Formula 1 1928" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/plainwing-300x166.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/plainwing.jpg 570w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Di seguito si vede chiaramente come la parte sostanziale dell&#8217;ala anteriore,  quella formata dai profili alari è scomposta in più elementi. Una volta c&#8217;è ne erano solo due e di forma abbastanza banale. Come si vede invece nella W05 ci sono la bellezza di 4 elementi.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno principale che si divide in due parti verso l&#8217;esterno dell&#8217;ala e poi la parte superiore divisa chiaramente in  tre profili dalla forma diversificata. In ogni caso tutti nella parte esterna hanno un andamento a onda che serve per migliorare il flusso aria che si andrebbe a bloccare davanti alla ruota. Una soluzione simile si usava nella Williams nel 1992-1993 e arrivava fin dietro le ruote anteriori passando per l&#8217;interno.</p>
<p style="text-align: justify;"> L&#8217;obiettivo è di creare una turbolenza che costringe l&#8217;aria che si blocca davanti alla ruota a defluire più rapidamente di lato ad essa. Anche nella parte superiore la piccola paratia svergolata mostra chiaramente come il flusso aria davanti alla ruota viene obbligato sia verso l&#8217;esterno a a sinistra che internamente alla ruota separando velocizzando in flussi in modo differente.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/cascade-hl.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-35867" alt="cascade-hl" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/cascade-hl.jpg" width="220" height="206" title="La complessità di un&#039;ala anteriore di Formula 1 1929"></a>Sull&#8217;ala principale vengono sistemate delle alette supplementari nella zona anteriore del bordo di attacco. Non hanno una grande funzione di carico aerodinamico, ma piuttosto tendono a fungere da deviatore di flusso per far si che tutto il sistema di gestione aria davanti alle ruote anteriori sia perfettamente incanalato nella zona desiderata.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si vede tutto funziona in modo da essere correlato. Più di tutte una Formula 1 è soggetta alla legge che vuole che se succede una piccola cosa all&#8217;ala anteriore tutta la monoposto ne subisce l&#8217;influsso positivo che negativo. Due esempi per dimostrarlo sono dati proprio dalla Redbull campione del mondo. Infatti molte volte si è rinunciato a scaricare l&#8217;ala anteriore togliendo alette nei tracciati veloci per non eliminare tutti i piccoli deflettori che servono a migliorare il flusso su tutta la macchina.</p>
<p style="text-align: justify;">Di contro più volte sulla vettura di Vettel proprio le alette anteriori sono andate distrutte in contatti senza generare perdite di carico all&#8217;anteriore della monoposto segno che il loro compito è solo quello di tenere a bada le linee di flusso aria davanti alla ruota per migliorare la penetrazione aerodinamica. Un elemento quanto mai fondamentale in una formula che punta sull&#8217;efficienza e sul consumo ridotto.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>MotoGP: riflessioni tecniche precampionato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Mar 2014 07:34:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parliamoci chiaro: il deprimente spettacolo nella MotoGP, classe regina del motociclismo, dove solo i team ufficiali e i loro più o meno mascherati team assistiti potevano ambire a qualche risultato, non è figlio di costi pur molto elevati ma dell’assoluta impossibilità per qualunque finanziatore di ottenere un adeguato rientro pubblicitario dalle sponsorizzazioni delle moto private, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Parliamoci chiaro: il deprimente spettacolo nella MotoGP, classe regina del motociclismo, dove solo i team ufficiali e i loro più o meno mascherati team assistiti potevano ambire a qualche risultato, non è figlio di costi pur molto elevati ma dell’assoluta impossibilità per qualunque finanziatore di ottenere un adeguato rientro pubblicitario dalle sponsorizzazioni delle moto private, in particolare le CRT, sempre poco inquadrate in TV e sempre troppo lontane dalle posizioni che contano.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è l’anno della svolta: la strategia di medio periodo della Dorna, impegnata più a infoltire una preoccupante griglia di partenza che ad abbattere i costi, sta portando i primi veri frutti: via le CRT, alle quali resta il merito di aver esplorato una nuova strada, e largo alle nuove Open, moto con le quali anche un team privato può sperare in qualche risultato di prestigio. L’inverno appena trascorso è stato determinante nella scelta dell’approccio al nuovo regolamento, e qualcuno ha peccato di leggerezza e di superficialità nella delicata decisione. Diamo per scontate le variazioni del regolamento 2014, già illustrate in diversi articoli precedenti, e analizziamo le loro conseguenze dal punto di vista delle prestazioni pure.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/combustion.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" alt="combustion" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/combustion.jpg" width="400" height="300" title="MotoGP: riflessioni tecniche precampionato 1937"></a>Ora è lungo spiegare cosa sia la velocità del fronte di fiamma e quali sono le ripercussioni sul funzionamento del motore, sulle mappature dell’accensione, sulle turbolenze dei gas freschi nei condotti di aspirazione e cose del genere. Il succo principale alla fine resta quello: da quest’anno sulle Factory c’è un litro di carburante in meno, e questa apparentemente semplice limitazione genera a cascata una valanga di problemi che qualcuno non ha responsabilmente considerato.</p>
<p style="text-align: justify;">Cercheremo di illustrarli man mano che commenteremo i risultati dei test appena svolti in Malesia e in Australia, pur con tutte le riserve del caso. E tanto per essere precisi, le riserve del caso riguardano le nuove gomme versione 2014 che, in assenza di sufficienti immagini video, non sono ancora in grado di valutare in termini di profilo, di mescole e di carcassa. Per il momento ci fideremo delle dichiarazioni Bridgestone e assumeremo che le gomme non siano sostanzialmente cambiate dallo scorso anno. Anche se io, a titolo assolutamente personale, ci credo poco. Ma ripeto, oggi non abbiamo sufficienti elementi e magari hanno ragione loro. Vabbè.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Partiamo dalla Honda</strong>. La versione 2014 è quasi gemella della vecchia 2013; con pochissime variazioni in zona telaio e ciclistica &#8211; a parte una maggiore cura nella protezione dei sensori dell’elettronica di bordo ( 😛 ) &#8211; alla Honda si sono concentrati sul problema carburante. Un motore magro ha un arco di giri più ridotto, una risposta più brusca, minore margine operativo sulle mappature funzionali e maggiori stress termici e meccanici.</p>
<p style="text-align: justify;">La casa giapponese, forte di una consolidata superiorità nella gestione elettronica del motore, ha dunque scelto di proseguire il programma di sviluppo pluriennale previsto per la propria moto, confidando nel grande vantaggio rispetto alla concorrenza. Non per caso, avendo scommesso da diversi anni su un’elettronica esclusiva molto sofisticata soprattutto sul controllo dei parametri relativi al motore, la Honda si è sempre opposta alle soluzioni con centraline fornite dall’esterno.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza togliere nulla alla maestria dei tecnici del sol levante, forse non è stata la decisione migliore: i costi di ricerca sui materiali e delle prove al banco sono elevatissimi, e il miglioramento diventa proporzionalmente sempre più piccolo. Insomma, perfezionare ciò che è già vicino alla perfezione produce costi esponenziali non sempre giustificati dalle prestazioni ottenute. Bastavano quattro litri di carburante in più, come nelle Open, per evitare in partenza quei problemi che i giapponesi, tutti impegnati nella loro ricerca, non hanno avuto la lucidità di aggirare.</p>
<p style="text-align: justify;">Quale risultato ha prodotto una scelta così miope? Presto detto: l’uscita dalle curve diventa più delicata con un motore dall’erogazione più appuntita, e questo impone un centraggio un filo più arretrato per non mandare in crisi di trazione la ruota posteriore. Questo comporta a sua volta una ducatizzazione del progetto, con maggiore sottosterzo e con minore percorrenza. Ok, Marquez guida con lo stile di Stoner e probabilmente sa come spremere un dragster. E tutto il progetto, guarda caso, è stato sviluppato proprio da Stoner.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la Honda resta una moto che non tutti sono in grado di portare al limite, a meno che… A meno che il gommista non abbia avuto un occhio di riguardo. E io ho qualche sospetto in proposito. Aspetteremo di vedere la prima gara, gli slowmotion sapranno raccontarci la verità: quello che finora è certo è che Pedrosa, in grande difficoltà e con qualche problema di trazione, è riuscito a cavar fuori qualcosa solo negli ultimi test dove la Bridgestone giura di aver apportato solo modifiche marginali alle gomme.</p>
<p style="text-align: justify;">Discorso diverso per la Open, di fatto una 2013 con un motore più economico. Non tanto per la pur semplificata distribuzione a molle classiche quanto per le lavorazioni e i materiali meno costosi, consentiti da quei famosi quattro litri di carburante in più. Temperature inferiori, transitorio più corposo, elettronica con minori criticità, mappature più gestibili: sono tutti fattori che concorrono ad una riduzione dei costi generali senza penalizzare le prestazioni in gara.</p>
<p style="text-align: justify;">E appena saranno pronte le nuove sospensioni Showa dedicate, per il momento testate in un unico esemplare sulla Factory di Bautista a partire dal secondo test in Malesia, assisteremo ad un miglioramento anche sui tempi. L’unico vero limite sarà politico: per Honda sarebbe disastroso vedere la propria Open sorpassare la propria Factory. A pensare male si fa peccato, ma qualcosa mi dice che lo sviluppo della Open Honda procederà con molta molta calma.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo si riflette nel risultato delle prove. Il primo test in Malesia ha fatto vedere a tutti che la RCV è stata sviluppata da Stoner: tolto Marquez che ci si trova benissimo, tutti gli altri hanno avuto risultati simili con tempi tutto sommato inferiori alle aspettative. Pareva di vedere la Ducati dei tempi di Stoner, con un’unica moto velocissima davanti e tutti gli altri piloti raggruppati a metà classifica. E anche questo ci dice qualcosa sulla parentela tra Honda e Ducati nei criteri ispiratori del progetto, con la casa italiana all’epoca addirittura in anticipo sull’evoluzione: entrambe sono progettate per scaricare potenza e accelerare.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei secondi test invece, assente Marquez, abbiamo visto un miglioramento di tutti i piloti Honda. Tenetelo presente, ci ritorneremo. In Australia, pista con curvoni aperti e poche chicane o curve lente, il risultato non è sostanzialmente cambiato e la moto come prestazione si è comportata più o meno come lo scorso anno (disastro gomme a parte, ma questo riguardava la loro durata).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Capitolo Yamaha</strong>. Nonostante l’ottimismo d’ordinanza, comincia a farsi strada un’ipotesi: la strada della Factory, già in salita per Honda, per la M1 è un disastro. Vediamo meglio. Ricorderete la moto dello scorso anno, quella con cui un immenso Lorenzo rischiava l’osso del collo per recuperare in percorrenza e in piega pura ciò che alla sua moto mancava in termini di accelerazione. Mille volte abbiamo spiegato che il motore non mancava di cavalli ma il vero problema era di trazione. Con un centraggio alto e avanzato, poca avancorsa e passo corto la M1 era sicuramente la più neutra e facile da spingere, ma i piloti dovevano badare bene a non perdere velocità in curva.</p>
<p style="text-align: justify;">Più volte l’abbiamo definita una 250 cresciuta, e in fondo andava guidata proprio in quel modo. Già nel 2013 però era emerso il problema della motricità. La soluzione, a parità di aderenza, è quella di dare maggior carico statico al retrotreno, Certo, si perde la neutralità e comincia a comparire il sottosterzo, ma abbassando un po’ l’assetto la faccenda può essere risolta. A prezzo, però, di una minore percorrenza e di una inferiore capacità di raccordare le curve. E anche la fase iniziale della staccata diventa più delicata, non si possono aggredire i dischi con pinzate violente. Lorenzo è riuscito in qualche modo ad adattarsi con una guida molto fluida, Rossi invece no.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pilota italiano, a marcio dispetto degli anni che passano, continua ad avere una guida istintiva e sanguigna, esige una moto dalle reazioni istantanee. Quest’anno si è proseguito sulla stessa strada: avantreno più lungo dal cannotto e centraggio statico più arretrato, nel tentativo di migliorare ancora la motricità. Il risultato però sembra frutto di un accrocco dell’ultimo minuto, poco ragionato e male integrato col progetto originario; e forse una telefonata a Furusawa non sarebbe stata una cattiva idea. Lorenzo si trova male, la moto è sempre meno maneggevole, non cambia traiettoria con la proverbiale facilità, la percorrenza è inferiore e il sottosterzo sul lento è troppo elevato.</p>
<p style="text-align: justify;">Alzare l’assetto significa peggiorare il sottosterzo in uscita, e l’accelerazione promessa dalla maggiore motricità resta solo sulla carta. D’altra parte, mantenere le quote dello scorso anno con un motore più magro e necessariamente più brusco avrebbe ridotto la già precaria aderenza posteriore sotto trazione della versione 2013. Certo, se si potessero riasfaltare tutte le piste con un grip superiore, si sarebbero potute mantenere le quote dello scorso anno, senza penalizzare ulteriormente il sottosterzo, la maneggevolezza, la frenata e la percorrenza. Oppure bastava usare la extra-soft consentita sulle Open. Voilà. La M1 sarebbe rimasta sostanzialmente identica, con un motore più grasso e più dolce anche sulla gomma, con tutta la motricità necessaria senza dover arretrare un bel nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è dell’altro: ricorderete che la Yamaha già soffriva con i suoi motori, troppo delicati per resistere a un intero campionato. Quest’anno sono pure più magri, il rischio di rotture si moltiplica. La Open invece può contare su 12 motori, una carburazione meno esasperata, minori sollecitazioni. E una gomma che da sola avrebbe risolto il problema originario della M1. Ora si può capire il nervosismo di Lorenzo che vede avvicinarsi pericolosamente la moto di Aleix Espargaro: Lorenzo sa che quest’anno sarà durissima, con una moto più difficile con la quale davvero rischia di ammazzarsi per cercare di stare lì davanti, e magari dopo essersi dannato l’anima gli si rompe pure il motore. E tutto per la dissennata scelta dei vertici di inseguire la Honda sulla strada Factory per una pura questione di immagine.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/jorge_honda_hairpin_original.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-35527 aligncenter" alt="jorge_honda_hairpin_original" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/jorge_honda_hairpin_original.jpg" width="540" height="424" title="MotoGP: riflessioni tecniche precampionato 1938" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/jorge_honda_hairpin_original.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/jorge_honda_hairpin_original-300x236.jpg 300w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/vale_test_farings_clear_visor_original.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-35528 aligncenter" alt="vale_test_farings_clear_visor_original" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/vale_test_farings_clear_visor_original.jpg" width="540" height="407" title="MotoGP: riflessioni tecniche precampionato 1939" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/vale_test_farings_clear_visor_original.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/vale_test_farings_clear_visor_original-300x226.jpg 300w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a>E Rossi? Mica avrete davvero creduto che a Rossi bastava divertirsi per qualche anno, vero? Rossi vuole vincere sempre. E oggi si ritrova in una circostanza bizzarra ma in qualche modo fortunata: visto che già dall’anno scorso, al contrario di Lorenzo, lui non digeriva il telaio allungato, ha dovuto cercare una soluzione radicale. E quest’inverno ha maturato la decisione di impegnarsi a cambiare guida. Con tre anni di ritardo sta facendo quello che in Ducati gli avevano sempre chiesto di fare: buttarsi fuori dalla moto per annullare il sottosterzo. Tanto per chiarire che alla Ducati non erano tutti scemi, e che la moto era un bidone solo se veniva guidata come un Ciao.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/1150896_683891951653773_1299990479_n.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-35523 aligncenter" alt="1150896_683891951653773_1299990479_n" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/1150896_683891951653773_1299990479_n.jpg" width="526" height="296" title="MotoGP: riflessioni tecniche precampionato 1940" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/1150896_683891951653773_1299990479_n.jpg 526w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/1150896_683891951653773_1299990479_n-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 526px) 100vw, 526px" /></a>Osservando Rossi sulla moto che fino al giorno prima era stata sua, Stoner a Valencia nel 2010 lo disse chiaramente: “se continua a cercare percorrenza in curva, finirà doppiato. La D16 va guidata diversamente”. Nessuno lo ascoltò, e la storia andò come sappiamo (carbonio, non-telaio, motori pesanti, etc). E quando Rossi si è ritrovato a combattere gli stessi problemi anche sulla Yamaha, ha capito che stavolta non poteva accusare la moto, ha capito che non serviva scappare. E col duro lavoro ha trasformato un suo problema in un punto di forza.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo un grande può decidere di reimparare un nuovo stile all’età di 34 anni, dopo una vita corsa in un altro modo. E oggi lui sulla M1 non si trova malaccio: grazie alla nuova guida può tenere la moto più alta e avere una percorrenza migliore del suo caposquadra, senza per questo patire il sottosterzo in uscita. La sua M1 risulta più maneggevole, più rapida nei raccordi di curva, meno stressante per la gomma posteriore grazie al superiore carico dinamico del centraggio più alto. Lorenzo, che nel 2013 lottava per il mondiale, non ha avvertito la necessità di cambiare stile, e oggi non sa come sbucciarsela.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi non ho dubbi che farà di necessità virtù e si impegnerà, il carattere non gli manca di sicuro: ma deve prendere atto che per adesso il più efficace in squadra è di nuovo Rossi. A titolo personale io sono molto contento: chi sa rimettersi in gioco merita tutta la mia stima. E a questo punto vorrei suggerire a Rossi un ultimo gesto che, sempre a mio parere, lo qualificherebbe anche umanamente come campione assoluto: potrebbe chiedere scusa alla Ducati per essere stato un filo troppo presuntuoso in passato (con mille giustificazioni, chi lo nega. Burgess in primis, e ho detto tutto: ma l’aveva imposto lui) e riconciliarsi finalmente con metà del pubblico italiano. Un grande campione è quello che non ha paura di riconoscere i propri errori. E anche come simbolo del motociclismo, nonché Team Principal del VR46 al quale auguriamo tutto il successo che merita, la sua immagine ne uscirebbe finalmente limpida. Vabbè. Resta il fatto che quest’anno Rossi ci regalerà finalmente qualche soddisfazione in più.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei test troviamo conferma di tutto questo: sulla pista malese la M1 si è trovata malissimo, e nei secondi test è perfino peggiorata, aggiungendo al sottosterzo, alla poca motricità dinamica e alla frenata inferiore, anche una instabilità preoccupante ai massimi angoli di piega soprattutto sulla moto di Lorenzo (oggi Rossi si sporge molto, e la sua moto resta più dritta limitando il problema). Curioso, vero? Segnatevi anche questa, ne riparleremo. In Australia qualche commentatore vede la luce in fondo al tunnel, ma Phillip Island è una pista con ottimo grip e senza curvette, e i problemi della Malesia non hanno modo di saltare fuori. Ma Lorenzo sa che ci sono ancora, e il suo umore non è dei migliori.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/cal_leaves_pits_original1.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" alt="cal_leaves_pits_original" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/cal_leaves_pits_original1.jpg" width="540" height="420" title="MotoGP: riflessioni tecniche precampionato 1941"></a><strong>Casa Ducati</strong>. Ottimo lavoro, punto. No, ok, scendiamo nei dettagli. Il Dovi 2013 ha sputato sangue, ma ha lavorato con la consueta lucidità per tutto l’anno. Non dimentichiamoci che la stessa Honda seguiva le sue sempre puntuali impressioni per sviluppare la 800cc. Verso la fine dello scorso anno avevamo intravisto durante gli ultimi test una D16 già in versione prototipo 2014 (anche se ufficialmente lo si negava). Passo più corto grazie a una forcella più verticale, resa possibile da un gran lavoro di affinamento degli spazi disponibili in zona radiatori e collettori di scarico della bancata anteriore, mensola posteriore diversa e telaio modificato nella zona alta delle piastre del pivot forcellone.</p>
<p style="text-align: justify;">L’intento, non potendo avanzare ulteriormente il motore, era di arretrare le ruote ottenendo per questa via un avanzamento del centraggio che finalmente consentisse un assetto un po’ più alto (e quindi più maneggevole, con migliore percorrenza e con un ingresso in curva più rapido) senza ritrovarsi col solito ferocissimo sottosterzo in uscita. Insomma, mentre la Honda su ducatizzava, la Ducati si hondizzava, e oggi le due moto sono dinamicamente quasi sovrapponibili. Con un vantaggio di motore per la casa italiana, data la configurazione Open.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ingegner Dall’Igna è stata la ciliegina sulla torta: ha rimesso ordine in una squadra allo sbando, senza una guida di riferimento per un intero anno, e ha portato metodo e chiarezza nella realizzazione dei lavori. Tanta esperienza, molto buonsenso e precisione assoluta nella ridefinizione delle responsabilità interne al gruppo. Il risultato è quello che vediamo: una moto non troppo diversa da quella impostata da Dovizioso, ma sviluppata finalmente con criterio. Poi, da ottimo motorista, ha capito subito le potenzialità della formula Open e ha voluto indagare a fondo senza preconcetti. Diciamolo subito, la D16 Open sta levando il sonno ai giapponesi. Può contare su ulteriori margini di sviluppo durante l’anno, ma già oggi fa paura.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/crutchlow_fast_original.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-35530 aligncenter" alt="crutchlow_fast_original" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/crutchlow_fast_original.jpg" width="540" height="315" title="MotoGP: riflessioni tecniche precampionato 1942" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/crutchlow_fast_original.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/crutchlow_fast_original-300x175.jpg 300w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a>Vediamo com’è andata nei test: subito con prestazioni assolute interessanti, è sembrata altalenante nelle diverse giornate. Il motivo è che sotto la stessa carena la moto diventava Factory o Open con la semplice sostituzione del software nella centralina Marelli. ( NDR Dalle ultime notizie la Ducati ha sdoganato il suo software passandolo alla Magneti Marelli, che colta la palla al balzo lo ha inserito come nuove versione 2014  per tutti scatenando le ire della Honda ) Un lavoro di comparazione eccellente che nessuno dei concorrenti ha eseguito a questo livello.</p>
<p style="text-align: justify;">A restare attardato era Crutchlow, al quale è stata affidata una Factory sulla quale ambientarsi, ed evitando opportunamente di farlo saltare tra due diverse versioni di una moto ancora poco conosciuta. A fare il lavoro sporco, come al solito, è stato Dovizioso, e alla fine è arrivata la conferma che la Open era in assoluto più veloce della Factory senza neppure dover ricorrere alla gomma supersoft (cosa, questa, che ha confuso molti osservatori convincendoli di trovarsi sempre davanti alla Factory). Il valore più reale, in definitiva, è quello segnato da Dovizioso in Malesia. Presa la decisione definitiva, in Australia tutte le moto erano Open e Crutchlow ci è salito per la prima volta, ottenendo un tempo che ha messo a tacere quanti lo davano per spacciato su una Ducati. Problemi di gomme, quasi nulla, soprattutto rispetto al passato. Perfino la maneggevolezza non è più disastrosa. Strano.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/bridgestone_tyres.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" alt="bridgestone_tyres" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/bridgestone_tyres.jpg" width="540" height="462" title="MotoGP: riflessioni tecniche precampionato 1943"></a>Ora, visto che tre indizi fanno una prova, mettendo insieme i tempi e le dichiarazioni dei piloti ci è venuto il sospetto che la Bridgestone non l’abbia raccontata giusta. Tra il primo e il secondo test della Malesia la Honda risolve qualche problema e la Yamaha se ne trova qualcuno in più, mentre la Ducati non sembra più in difficoltà. Ovviamente in assenza di immagini video e di slowmotion non possiamo esserne certi, ma il sospetto che la gomma attuale abbia una carcassa diversa da quella del 2013 è fondato. E anche la ritrovata maneggevolezza Honda e Ducati a partire dai secondi test malesi, proprio mentre Lorenzo accusava una preoccupante instabilità al massimo della piega, sembra indicare una variazione anche nel profilo, oggi più adatto ai baricentri bassi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà davvero un bel campionato.</p>
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		<title>Anche la Williams modifica lo sfogo aria calda della FW36</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Mar 2014 09:54:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/williams-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-35217" alt="williams 1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/williams-1-300x109.jpg" width="300" height="109" title="Anche la Williams modifica lo sfogo aria calda della FW36 1946" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/williams-1-300x109.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/williams-1.jpg 570w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La Williams non sembrava che avesse avuto particolari difficoltà con il raffreddamento della sua power unit per il mondiale 2014. In ogni caso sembra che la scuderia inglese sia tornata alla vecchia capacità progettuale. Infatti in bahrain è stata provata una diversa configurazione dell&#8217;apertura per la fuoriuscita dell&#8217;aria calda dalle fiancate nella zona posteriore. Probabilmente i tecnici Williams nonostante l&#8217;assenza di problemi rilevanti non sono ancora sicuri di poter affrontare i gran premi più caldi della stagione in modo sicuro.  Come si vede nella foto 1, il posteriore ora ha una forma circolare intorno allo scarico. Questo nuovo sfogo è più grande e soprattutto più concentrato nella zona centrale del profilo estrattore. Una curiosità la zona dello scarico unico che è avvolta da un secondo involucro di carbonio che avrebbe forse la capacità di separare di due flussi di aria calda proveniente dalle masse radianti e quello interno proveniente dal cambio. In questa configurazione si vede lo scarico parzialmente scoperto nella parte finale. Non è dato capire se è così perchè provvisorio o per chiari motivi di sfruttamento del calore generato dalla parte finale del tubo di scarico. La foto 2 sotto mostra la prima soluzione Williams</p>
<p style="text-align: center"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/williams-2.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-35218" alt="williams 2" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/03/williams-2-300x116.jpg" width="300" height="116" title="Anche la Williams modifica lo sfogo aria calda della FW36 1947" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/williams-2-300x116.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/03/williams-2.jpg 570w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Un altro dettaglio che fa la differenza con le altre scuderie è l&#8217;adozione delle paratie laterali dell&#8217;alettone come elemento di sostegno dell&#8217;intera ala posteriore. In questo modo si libera completamente il passaggio dell&#8217;aria che arriva dalle fiancate e dovrebbe contribuire a migliorare la penetrazione aerodinamica fondamentale quest&#8217;anno per lo sfruttamento della potenza senza consumare troppa benzina.</p>
<p><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Ducati Panigale: si sviluppa il motore, non la ciclistica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione GiornaleMotori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2014 16:05:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Ducati Panigale in questo 2014 deve riscattarsi dopo un Mondiale 2013 deludente, che ha portato alla disperazione i tecnici del Team Alstare e gli ormai ex piloti della moto di Borgo Panigale, Carlos Checa e Ayrton Badovini. Il titolo di questo articolo è un pochino forte: lo sviluppo della moto ovviamente prosegue a 360°, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/02/2014-02-10_152040.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-34625" alt="2014-02-10_152040" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/02/2014-02-10_152040.jpg" width="565" height="407" title="Ducati Panigale: si sviluppa il motore, non la ciclistica 1950" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/02/2014-02-10_152040.jpg 565w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/02/2014-02-10_152040-300x216.jpg 300w" sizes="(max-width: 565px) 100vw, 565px" /></a>La Ducati Panigale in questo 2014 deve riscattarsi dopo un Mondiale 2013 deludente, che ha portato alla disperazione i tecnici del Team Alstare e gli ormai ex piloti della moto di Borgo Panigale, Carlos Checa e Ayrton Badovini.</p>
<p style="text-align: justify;">Il titolo di questo articolo è un pochino forte: lo sviluppo della moto ovviamente prosegue a 360°, ma alcuni interventi apparentemente ciclistici sono in verità totalmente diversi e atti a modificare ben altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrivemmo a maggio dello scorso anno nell&#8217;articolo &#8220;<a href="https://www.giornalemotori.com/2013/05/29/problemi-telaio-motore-ducati-panigale/" target="_blank"><span style="color: #000080;"><strong>Il motore della Panigale rende la moto fisica, non il telaio</strong></span></a>&#8220;, e ora possiamo mostrare ancora meglio come si sta sviluppando la 1199R SBK.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ricordate bene nella gara di Laguna Seca, la wild card Niccolò Canepa portò in pista una moto rivista, con il telaietto reggisella in traliccio di tubi al posto del monoscocca.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle prove libere fece tempi eccellenti, e in molti si affrettarono a dare il merito ad un fantomatico &#8220;ritorno al traliccio&#8221;, ma laverità era ben diversa.</p>
<p style="text-align: justify;">Canepa stava provando la funzionalità di un nuovo serbatoio che, con un&#8217;appendice in aggiunta, spostava leggermente il carburante verso il basso tenendolo più vicino al centro di massa della moto intera.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci fu anche chi disse subito che si sarebbe dovuto tornare al telaio a traliccio, abbandonando la soluzione con il telaio scatolare in alluminio e motore portante,ma dimenticando che il traliccetto era un semplice reggisella senza alcuna funzione portante nella ciclistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle libere andò fortissimo, ma i meriti non erano tanto della nuova soluzione, quanto delle pressioni delle gomme; nelle due manche infatti, i tempi si alzarono sensibilmente, perché con le pressioni provate in prova il posteriore non sarebbe arrivato oltre a metà gara.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi spostare il carburante è stato inutile? No, perché non era quello il vero scopo, perché le soluzioni ciclistiche e di telaio non c&#8217;entrano molto, ma andiamo con ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Facciamo un passo indietro: tutti i team cercano di spostare il carburante il più vicino al centro di massa della moto, in modo da rendere costante il bilanciamento della moto durante tutta la gara limitando in parte il calo del peso che si ha col passare dei giri.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scopo di questa manovra di casa Ducati invece è ben diverso: come abbiamo spiegato <a href="https://www.giornalemotori.com/2013/05/29/problemi-telaio-motore-ducati-panigale/" target="_blank"><span style="color: #000080;"><strong>IN QUESTO ARTICOLO</strong></span></a>, nel quale si è eviscerato perché il nuovo bicilindrico ha messo in difficoltà i piloti, con il progetto Panigale si è andati alla ricerca della potenza a discapito della trattabilità, e la cosa ha messo in crisi i piloti rendendo la moto molto difficile da sfruttare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente in piega, quando ci si ritrova con una moto con un&#8217;erogazione appuntita e scorbutica, diventa difficilissimo gestire la fase di uscita di curva. Infatti i piloti lamentavano la difficoltà nel trovare trazione, ma non era colpa del telaio e nemmeno della distribuzione dei pesi, ma per la maggior parte del motore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/02/2014-02-10_145011.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter  wp-image-34624" alt="serbatoio ducati sbk" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2014/02/2014-02-10_145011.jpg" width="504" height="300" title="Ducati Panigale: si sviluppa il motore, non la ciclistica 1951" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/02/2014-02-10_145011.jpg 840w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/02/2014-02-10_145011-768x457.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/02/2014-02-10_145011-300x179.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2014/02/2014-02-10_145011-696x414.jpg 696w" sizes="(max-width: 504px) 100vw, 504px" /></a>Il nuovo serbatoio infatti fa spazio al nuovo airbox, che permetterà al superquadro Desmodromico di &#8220;respirare&#8221; meglio e di migliorare l&#8217;erogazione.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo modo si riuscirà ad avere un valore di potenza massima soddisfacente, ma con una trattabilità che permetterà ai piloti di tornare ad usare un motore bicilindrico che&#8230;..si comporterà come un bicilindrico, quindi con una buona coppia che permetterà ai piloti di sfruttare la pastosità magari tornando ad usare la famosa &#8220;marcia in più&#8221; in percorrenza che tanto è mancata a Checa la scorsa stagione.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2014/02/10/ducati-panigale-si-sviluppa-il-motore-non-la-ciclistica/">Ducati Panigale: si sviluppa il motore, non la ciclistica</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<title>L&#8217;aerodinamica delle formula 1 2014 Parte II &#8220;Il diffusore&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Dec 2013 15:35:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo aver parlato delle nuove regole per il muso se torniamo per un attimo alla nuova motorizzazione, il fatto di avere un motore turbo con una sola turbina al centro delle bancate in asse con il sistema di recupero energia primario, comporterà un ingrossamento della zona del cofano motore importante. Inoltre necessiteranno una serie di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo aver parlato delle nuove regole per il muso se torniamo per un attimo alla nuova motorizzazione, il fatto di avere un motore turbo con una sola turbina al centro delle bancate in asse con il sistema di recupero energia primario, comporterà un ingrossamento della zona del cofano motore importante. Inoltre necessiteranno una serie di masse radianti aggiuntive come intercooler per il raffreddamento dell&#8217;aria che arriva nei cilindri compressa dalla turbina. Anche le masse radianti acqua e olio saranno maggiorare per smaltire più calore. In questo caso vedremo un ingrandimento della pance laterali. Questo, siamo sicuri,  non farà piacere al genio Adrian Newey che vedrà crescere le forme della sua RB10 che necessiterà di più aria per raffreddare il motore e meno efficienza aerodinamica nella zona posteriore. Nella foto sono evidenti le modifiche tra la vettura 2013 e quella 2014.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci saranno anche modifiche regolamentari alla zona posteriore. La Fia ha modificato alettone e profilo estrattore con l&#8217;unico scopo di ridurre il carico aerodinamico. L&#8217;ala superiore è stata ridotta di dimensione passando da una superficie di 220mm a una più piccola di 200mm. In effetti abbiamo già visto nelle varie prove negli ultimi gran premi, alcune squadre hanno utilizzato in via sperimentale le nuove ali con evidenti buoni risultati visto che non hanno prodotto riduzione dei tempi sul giro. I progettisti hanno cambiato la forma per compensare alla mancanza di superficie. Una grossa modifica invece sarà quella riservata alla zona bassa dell&#8217;alettone. L&#8217;eliminazione del profilo alare inferiore che fungeva anche da sostegno dovrà per forza di cose introdurre il vecchio caro pilone centrale  per reggere tutta l&#8217;ala. La modifica più importante e più incisiva sarà quella del diffusore. Nel 2014 sarà di forma diversa  più basso nella zona centrale. In questo modo dovrebbe garantire meno effetto suolo soprattutto togliere vantaggi alle scuderie che usano un assetto molto picchiato come RedBull e un po anche Lotus.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/12/2014-regs-exhaust-exit.png"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-33218" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/12/2014-regs-exhaust-exit.png" alt="2014-regs-exhaust-exit" width="290" height="286" title="L&#039;aerodinamica delle formula 1 2014 Parte II &quot;Il diffusore&quot; 1953"></a>E ora veniamo al punto più importate. La posizione degli scarichi. Importantissima nella definizione della Redbull RB9, nel 2014 ci sara uno scarico unico che soffierà al centro. Questo dovrebbe limitare al massimo l&#8217;utilizzo dell&#8217;aria calda  per ottenere l&#8217;effetto coanda che sigillava il fondo con lo schermo-minigonna termica. La Fia in questo caso è stata molto precisa. Ha specificato che lo scarico non potrà essere che in una sola posizione  all&#8217;interno del rettangolino arancione nella parte destra della foto dove si vede la posizione in lunghezza che in larghezza.  Un limite ben preciso che non lascia interpretazioni. La dimensione dello scarico sarà chiara e precisa. Il suo diametro deve essere compreso tra 98 millimetri e 134 millimetri, non dovrà discostarsi di 100 mm dall&#8217;asse centrale della vettura e deve uscire o in posizione orizzontale, o con un inclinazione massima di  5 ° verso l&#8217;alto. Unico punto debole della regola è la possibilità di montare proprio davanti allo scarico un alettone piccolo detto sedile della scimmia già ampiamente usato da varie scuderie nel 2013. Un altro punto su cui possono lavorare i tecnici è la forma che prenderà la parte finale delle pance proprio intorno agli scarichi prima che si congiungono al centro vettura. In quella zona si proverà ad avere monoposto molto strette per far affluire il maggior quantitativo di aria verso il diffusore almeno che il genio Newey non si inventi un modo per mandare di nuovo aria calda ai lati delle gomme usando la parte degli scarichi che esce immediatamente dalle bancate del motore V6.  Staremo a vedere come invierà aria calda ai lati delle gomme per sigillare il fondo il genio Newey del resto c&#8217;è ancora la possibilità di usare l&#8217;aria calda che arriva dai radiatori che deve essere smaltita, nella zona posteriore dove c&#8217;è una certa libertà del regolamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Kawasaki svela il suo motore turbo per le moto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danny Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Dec 2013 16:54:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Kawasaki, al Motor Show di Tokyo ha svelato il suo concetto di motore sovralimentato dedicato alle moto. Dopo la moda degli anni &#8217;80, dove i costruttori giapponesi si erano cimentati in questa idea abbandonandola dopo qualche anno e anche gli elettrodomestici erano &#8220;Turbo&#8221;, si ritorna a parlare ci motori sovralimentati dedicati alle moto. Kawasaki [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/12/2013-12-11_154213.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-33097 aligncenter" alt="motore turbo kawasaki" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/12/2013-12-11_154213.jpg" width="300" height="329" title="Kawasaki svela il suo motore turbo per le moto 1955"></a>La Kawasaki, al Motor Show di Tokyo ha svelato il suo concetto di motore sovralimentato dedicato alle moto. Dopo la moda degli anni &#8217;80, dove i costruttori giapponesi si erano cimentati in questa idea abbandonandola dopo qualche anno e anche gli elettrodomestici erano &#8220;Turbo&#8221;, si ritorna a parlare ci motori sovralimentati dedicati alle moto.</p>
<p style="text-align: justify;">Kawasaki sta mettendo in mostra la tecnologia del futuro, con riferimento alle idee innovative come l&#8217;uso dell&#8217;idrogeno e il veicolo Concept &#8220;J&#8221; con il suo orientamento bi- modale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per molti appassionati delle due ruote, la cosa più spettacolare è stata senza dubbio il nuovo concetto di motore sovralimentato grazie soprattutto al know-how di Kawasaki nella tecnologia aerospaziale .</p>
<p style="text-align: justify;">Come ha detto Shigehiko Kiyama nel suo benvenuto :</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Kawasaki Heavy Industries ha una lunga storia di sviluppo di tecnologie per motori a turbina. La linfa vitale di queste turbine è nelle loro lame, che devono essere in grado di far fronte al calore e alle vibrazioni mentre gira a velocità elevate.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il Know- how frutto di anni di progettazione di motori a turbina è stato concentrato e utilizzato nel primo compressore sviluppato da un produttore di moto. E, naturalmente, nella progettazione di un motore sovralimentato per le moto.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il signor Kiyama prova ad ampliare anche il discorso parlando delle turbine a gas, altra branca nella quale Kawasaki HI eccelle è può disporre di conoscenze illimitate.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;In una turbina a gas, il flusso generato dalla combustione del gas viene utilizzato per far ruotare la turbina per produrre energia. Turbine che devono essere in grado di resistere al calore, all&#8217;alta pressione e alle vibrazioni estreme. Attingendo alle conoscenze acquisite dalla progettazione e produzione di turbine a gas, abbiamo creato un motore per le moto sovralimentato, sviluppando compressore e motore simultaneamente, e puntiamo a realizzare un motore sovralimentato con un&#8217;efficienza senza precedenti.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Considerando il ruolo delle diverse divisioni e le loro capacità di ricerca e sviluppo , il sig Kiyama ha sottolineato come nuovi concetti potrebbero essere sfruttate mediante la messa in comune di nuove idee e tecnologie emergenti .</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Il Gruppo Kawasaki è coinvolto in una vasta gamma di settori, compresi i mezzi di trasporto come aerei, navi, materiale rotabile, apparecchiature che generano energia come turbine a gas e una varietà di impianti e macchinari industriali. Promuovere la cooperazione tra imprese e la condivisione dei risultati della ricerca è quello che consente al Gruppo Kawasaki di creare grandi nuove tecnologie&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;">In chiusura, il signor Kiyamaha ha detto che per il momento questo motore è un prototipo ancora da sviluppare, ma ha ribadito il concetto che Kawasaki continuerà a fornire importanti sviluppi tecnologici nel campo delle due ruote.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Attraverso queste nuove tecnologie innovative, speriamo di contribuire ad un ambiente migliore e un futuro migliore per le generazioni a venire. Nel mondo delle moto, abbiamo intenzione di continuare a progettare mezzi che divertano la gente.&#8221;</em></p>
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		<title>L&#8217;aerodinamica delle Formula 1 2014 Parte 1: &#8220;Il Muso&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Dec 2013 13:02:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Del cambiamento di cui saranno oggetto i motori in formula 1 che passeranno da V8 aspirato al discusso v6 turbo abbiamo già ampiamente trattato in questa sezione. E&#8217; il momento di capire come sarà il telaio che dovrà alloggiare il motore e la veste aerodinamica che contraddistingueranno le monoposto del mondiale 2014. Si tratta di [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Del cambiamento di cui saranno oggetto i motori in formula 1 che passeranno da V8 aspirato al discusso v6 turbo abbiamo già ampiamente trattato in questa sezione. E&#8217; il momento di capire come sarà il telaio che dovrà alloggiare il motore e la veste aerodinamica che contraddistingueranno le monoposto del mondiale 2014.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di una modifica aerodinamica tra le più invasive e importanti della storia della massima serie. In questa trattazione vogliamo fornire all&#8217;appassionato lettore uno strumento per capire cosa cambia e se ci sono margini di interpretazione che può fare la differenza anche nel 2014.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cominciamo dal muso. Nella foto sopra n°1 si vede nella parte sinistra le monoposto 2013 , nella parte destra la monoposto secondo le idee della federazione con le specifiche 2014. &nbsp;La Fia stava già da tempo provando a inserire nel regolamento una norma che abbassasse il muso delle monoposto. La punta delle monoposto del prossimo anno sarà visivamente più basso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di una modifica radicale che cambierà in modo importante l&#8217;aspetto delle vetture guardandole dal frontale. Il motivo che ha spinto le scuderie ad alzare sempre di più il muso delle monoposto è quello di far arrivare un maggior afflusso di aria al fondo per generare carico aerodinamico. L&#8217;intento della Fia è proprio quello di limitare il flusso di aria abbassando la parte anteriore ad un minimo regolamentare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo modo non solo si crea un interferenza importante ma si da la possibilità al pilota di avere una posizione di guida più comoda e dalla visibilità maggiore della parte anteriore della vettura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ultimo aspetto, ma non meno importante, è quello legato alla sicurezza. Un muso più basso è sicuramente meno invasivo in caso di incidente. In pratica l&#8217;altezza del muso scende ad un valore massimo di 550 mm dal suolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema invece rimane nella parte del muso più alta all&#8217;altezza del asse ruota anteriore che ancora rimarrà invariato a 625mm.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo farà si che le scuderie proveranno ad aggirare il nuovo regolamento abbassando il muso solo nella parte finale con protuberanze sottili che cercheranno di dare il meno fastidio possibile. Questo per lasciare ancora la massima possibilità di passaggio dell&#8217;aria nella parte inferiore della scocca sotto i piedi del pilota.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" width="570" height="341" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/12/2014-regs-car-btype-nose.jpg" alt="2014-regs-car-btype-nose" class="wp-image-33051" title="L&#039;aerodinamica delle Formula 1 2014 Parte 1: &quot;Il Muso&quot; 1956" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/12/2014-regs-car-btype-nose.jpg 570w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/12/2014-regs-car-btype-nose-300x179.jpg 300w" sizes="(max-width: 570px) 100vw, 570px" /></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">(Foto 2)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella foto 2 mostriamo una delle interpretazioni che possono essere usate per raggirare il regolamento. La federazione ha compreso la lacuna regolamentare e ha cercato di porre rimedio obbligando le squadre a dare una continuità tra la parte alta del muso e l&#8217;abbassamento improvviso della punta con un unico arco di curva (come nella foto 1), ma molte scuderie, le più grandi in testa, &nbsp;hanno protestato sul tardivo intervento asserendo di aver già sviluppato musi per le prove crash e sarebbe stati impegnativo per i costi e i tempi apportare le modifiche. In sostanza fatta la legge già si è trovato l&#8217;inganno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vedremo musi bruttissimi che si abbassano all&#8217;improvviso con forme tipo formichiere che poco serviranno allo scopo che si era prefissata la Fia. Ultima modifica che interessa la parte anteriore è la dimensione dell&#8217;ala. Sarà ridotta nella larghezza totale. &nbsp;Il tutto per migliorare l&#8217;efficienza aerodinamica e la riduzione dell&#8217;importanza del carico che dovrebbe causare meno perdite in fase di scia facilitando il sorpasso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vedremo se tutto questo impegno da parte della federazione sarà disatteso dalla fantasia dei progettisti già all&#8217;opera per arginare la norma e se darà più fiducia ai piloti che dovranno anche dare una mano provando a sorpassare indipendente dall&#8217;efficacia delle nuove norme.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>La Ferrari ha provato fino all&#8217;ultimo con importanti aggiornamenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Dec 2013 11:29:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La Ferrari ci ha provato fino alla fine a dare una possibilità ai suoi piloti di poter lottare per il secondo posto nel mondiale costruttori. Forse con il senno di poi si può dire che i tecnici di Maranello hanno impiegato un po troppo tempo per capire e per tentare il tutto per tutto nello [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/12/bra-ferrari-sidepod-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-32828 aligncenter" alt="bra-ferrari-sidepod (1)" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/12/bra-ferrari-sidepod-1-300x225.jpg" width="300" height="225" title="La Ferrari ha provato fino all&#039;ultimo con importanti aggiornamenti 1958" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/12/bra-ferrari-sidepod-1-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/12/bra-ferrari-sidepod-1-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/12/bra-ferrari-sidepod-1.jpg 570w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La Ferrari ci ha provato fino alla fine a dare una possibilità ai suoi piloti di poter lottare per il secondo posto nel mondiale costruttori. Forse con il senno di poi si può dire che i tecnici di Maranello hanno impiegato un po troppo tempo per capire e per tentare il tutto per tutto nello sviluppo della monoposto. In Brasile la Rossa ha portato delle importanti modifiche ai deflettori che si trovano al lato dell cassone porta masse radianti.</p>
<p style="text-align: justify">Nel attacco anteriore del cassone laterale ci sono due schermi. Molti team, tra i quali Redbull e Sauber usano tali schermi ad arco collegati alla parte superiore della fiancata per dare un po di ordine al flusso aria che passa all&#8217;esterno della monoposto di fondamentale importanza per alimentare la zona posteriore dove ci sono, lo scivolo estrattore e gli scarichi ad affetto coanda.</p>
<p style="text-align: justify">La Ferrari si è distinta in Brasile per aver adottato una soluzione particolare. Anche gli schermi Ferrari componevano un arco sulla fiancata ma al centro dello stesso i tecnici di Maranello hanno messo una piccola aletta che divergeva verso l&#8217;esterno. Una sorta di soluzione ibrida tra lo schermo ad arco tipo Redbull e Sauber e le alette sulla fiancata tipo Mercedes e McLaren. In effetti da come si è comportata la vettura soprattutto nel bilanciamento in gara sembra che abbia funzionato piuttosto bene. Quanto siano state decisive però è ancora tutto da dimostrare.</p>
<p style="text-align: justify">Ma volendo analizzare nel dettaglio la foto in altro si vede come l&#8217;aria che passa all&#8217;interno dello schermo ad arco forma una sorta di doppio condotto che raddrizza il flusso e lo costringe a stare vicino alla fiancata. Questa azione potrebbe tenere l&#8217;aria calda che proviene dallo scarico ad effetto conada più interna alla ruota lateralmente al profilo estrattore. Forse potrebbe aver aiutato a creare un po di quello schermo termico che serve a far lavorare decisamente meglio il fondo vettura come abbiamo già spiegato in occasione dell&#8217;articolo sulla Redbull.</p>
<p style="text-align: justify">Da notare infine proprio davanti alla fiancata la piccola telecamera che monitorizza il calore sulle gomme anteriori. Prima assoluta sulla Rossa ma  già vista però sulle rivali come la Mercedes.</p>
<p style="text-align: justify">Daniele Amore</p>
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		<title>Un rivestimento speciale per i cerchi controlla le temperature delle gomme</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Nov 2013 09:23:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>  Enzo Ferrari asseriva che i costruttori inglesi non dovessero fregiarsi del titolo di costruttori in quando non facevano tutto in casa ma compravano i componenti dai migliori fornitori sul mercato usando l&#8217;appellativo di Garagisti. Il vecchio Drake sapeva anche che con le modifiche meccaniche si guadagnano decimi ma con le gomme che lavorano bene [&#8230;]</p>
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<p style="text-align: justify">Enzo Ferrari asseriva che i costruttori inglesi non dovessero fregiarsi del titolo di costruttori in quando non facevano tutto in casa ma compravano i componenti dai migliori fornitori sul mercato usando l&#8217;appellativo di Garagisti. Il vecchio Drake sapeva anche che con le modifiche meccaniche si guadagnano decimi ma con le gomme che lavorano bene puoi recuperare anche i secondi. In ogni modo anche un costruttore totale come la Ferrari e Mercedes deve fare i conti con alcuni componenti che per forza di cose deve comprare. Le gomme e i cerchi su cui calettano. La differenza sta anche nello scegliere i migliori fornitori che offrono il migliore materiale e la migliore tecnologia possibile.</p>
<p style="text-align: justify">Tutto ciò per spiegare che sia la Mercedes ma anche la Redbull poi hanno utilizzato un particolare rivestimento superficiale per l&#8217; interno dei loro cerchi. Come di vede nella foto a sinistra c&#8217;è un cerchio Mercedes con un rivestimento nero con delle alette e a destra quello RedBull con un rivestimento nero uguale ma con una serie di piccole fossette. Questo rivestimento è stato creato da un produttore italiano la Nanoprom, ed è una vernice superficiale a base di un componente chiamato Polisyl. In pratica è si tratta di un rivestimento superficiale che protegge le superfici che si usurano dagli agenti atmosferici e anche usato sulle barche migliora nettamente la penetrazione nell&#8217;acqua per la riduzione dell&#8217;attrito si dice che questa vernice sia usata anche per la carrozzeria della Redbull per migliorare la penetrazione aerodinamica.</p>
<p style="text-align: justify">Usare questo prodotto su un cerchio da formula 1 ha la funziona di stabilizzare e aumentare il deflusso di aria calda dai freni all&#8217;interno del cerchio stesso verso l&#8217;esterno raddrizzando le turbolenze che in quella zona dono enormi. Un flusso controllato all&#8217;interno della ruota consente di tenere anche sotto controllo la temperatura del cerchio in magnesio. Siccome il magnesio è un ottimo conduttore termico il calore viene direttamente trasferito alle gomme con tutti i danni che si conoscono.  Va da se che controllare i flussi non vorticosi può anche permettere alle scuderie di avere i cerchi nelle temperature desiderate per far funzionare il cerchio come una sorta di termocoperta interna in gara in funzione in base alle esigenze.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/us-rim-heating-tyres-11.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-32473" alt="us-rim-heating-tyres (1)" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/us-rim-heating-tyres-11.jpg" width="258" height="266" title="Un rivestimento speciale per i cerchi controlla le temperature delle gomme 1962"></a>La thermal camera nella foto,  mostra come la RedBull usi questa vernice protettiva e le fossette interne per tenere la temperatura costante in curva togliendo più in fretta aria calda verso l&#8217;esterno. Come si vede nelle immagini in alto, una curva affrontata da Vettel ad Austin la temperatura ad ingresso curva è maggiore che nella fase finale della curva dove invece dovrebbe essere più alta per lo sforzo in curva. Ma la cosa sorprendente è l&#8217;utilità di questa vernice sui rettilinei come si vede nella parte bassa della foto con gomme calde anche sul dritto. Unite alle lemelle e alle fossette il flusso aria può essere controllato nella sua eliminazione o stagnazione. Se si riesce a controllare la velocità di deflusso dell&#8217;aria calda dai freni si tengono caldi i cerchi anche sui lunghi rettilinei. Viene da se che se un cerchio resta caldo anche la gomma che rimane sopra viene tenuta calda e in ingresso di curva si ha la temperatura ideale mentre le altre vetture Ferrari in testa entrano in curva a gomme fredde con un evidente perdita di grip e poi scaldano troppo non potendo controllare le temperature al centro curva. Un sistema del genere per quanto semplice può anche portare vantaggi in termini di tempo sul giro anche dell&#8217;ordine di otto decimi in determinati tracciati.  In effetti torniamo al discorso di partenza se lavorano bene le gomme Pirelli si guadagna molto di più di qualsiasi diavoleria meccanica o aerodinamica. Il fatto che questa azienda la Nanoprom sia in terra Emiliana e i suoi effetti benefici li hanno scoperti prima in UK dalle aziende come Mercedes e RedBull, la dice lunga sul fatto che non ha senso costruirsi tutto da soli se poi si trascurano certi dettagli che fanno un enorme differenza.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>MotoGP, Valencia &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Nov 2013 12:29:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/suppo-11.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-32175 aligncenter" alt="suppo-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/suppo-11.jpg" width="510" height="298" title="MotoGP, Valencia - Debriefing 1970" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/11/suppo-11.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/11/suppo-11-300x175.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>La pista di Valencia mostra una volta di più quanto realizzato dalla Bridgestone nelle ultime gare del campionato, con relativa confusione degli spettatori. Diciamolo subito: tutti i top rider hanno usato la gomma definita hard ma che in realtà è molto diversa da quella di inizio 2013. Sulla scorta delle esperienze della prima metà dell’anno, la gomma hard ha oggi una mescola assai simile alla precedente soft e ha una carcassa rivista: il risultato è che da qualche gara non vediamo più alcun chattering su nessuna moto, e in questo c’è senz’altro lo zampino di Honda che a più riprese sosteneva che il passaggio 2012-2013 era stato un passo all’indietro per i pneumatici. Aveva ragione. Vediamo.</p>
<p>Cominciamo con Bautista, unico a montare una gomma soft: parte bene, tiene il passo dei migliori per dieci giri ma poi le sue ambizioni calano di pari passo col rendimento della gomma. La Honda non è abbastanza gentile con la soluzione scelta e pure il pilota, pur non essendo tra i più aggressivi nello stile, non è delicato quanto un Lorenzo. Inevitabile la perdita di contatto coi primi.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/m1.jpg"><img decoding="async" alt="m1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/m1.jpg" width="396" height="241" title="MotoGP, Valencia - Debriefing 1971"></a></p>
<p>Ricordate cosa abbiamo a più riprese scritto in passato? La Yamaha dovrà rivedere il progetto e il centraggio, a meno che le gomme non facciano un salto in avanti risolvendo il problema della motricità su carichi verticali ridotti. Bè, son successe entrambe le cose: il nuovo telaio, accoppiato nelle ultime due gare a una gomma più evoluta, ha portato a un tangibile miglioramento.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/lorenzo.jpg"><img decoding="async" alt="lorenzo" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/lorenzo.jpg" width="424" height="252" title="MotoGP, Valencia - Debriefing 1972"></a></p>
<p>Le Yamaha ufficiali partono ancora una volta con la catapulta: il buon grip disponibile e il carico statico superiore rispetto alle Tech3 fanno la differenza, e la misteriosa frizione della M1 lascia poco scampo agli avversari. Appena tre o quattro gare fa non avremmo nemmeno immaginato una Yamaha su gomma “dura” con ruota posteriore a metà corsa, e questo la dice lunga sia sulla nuova hard che sulle quote della moto. Quote che a Lorenzo vanno benissimo: la motricità e la conseguente accelerazione sono migliorate a prezzo di un inizio di frenata meno violento che però non disturba il maiorchino, da sempre dolce anche in impostazione.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/vale.jpg"><img decoding="async" class="alignleft" alt="vale" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/vale.jpg" width="350" height="278" title="MotoGP, Valencia - Debriefing 1973"></a></p>
<p>Chi invece ne risulta infastidito è Rossi, la cui guida fatta di genialità e improvvisazione richiede un mezzo capace di variazioni di traiettoria istantanee: già alla prima curva il pesarese anticipa la frenata dove in altri tempi sarebbe stato l’ultimo a toccare la leva destra. Per il resto c’è poco da aggiungere: entrambe le moto erano settate correttamente, pur con qualche personalizzazione sull’altezza totale, e non mostravano limiti evidenti. La vera differenza con la sua guida veloce e progressiva l’ha fatta Lorenzo, sul quale – occorre dirlo – la M1 è stata sviluppata: e in diverse frenate durante la battaglia l’abbiamo visto affondare le forcelle qualche metro dopo le Honda, a riprova della perfetta simbiosi tra pilota e mezzo.</p>
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<p>In casa Honda avevamo già notato le diverse scelte: variazioni di carico ridotte per Marquez e più alte per Pedrosa, con una superiorità evidente per quest’ultimo.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/marc_3.jpg"><img decoding="async" alt="marc_3" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/marc_3.jpg" width="298" height="221" title="MotoGP, Valencia - Debriefing 1974"></a></p>
<p>Il giro più veloce, oltretutto segnato ben oltre la metà gara, dà ragione al veterano e al suo setting perfetto. Il fatto che Marquez l’abbia fatto passare non è particolarmente significativo; anzi, l’episodio testimonia la diversa scelta del rookie (alla quale vien da pensare che Suppo non sia del tutto estraneo). Mi spiego meglio: la moto di Marquez aveva un settaggio molto basso a parità di avanzamento ruota. Ciò significa che il carico statico era identico ma il carico dinamico era inferiore.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/pedrosa.jpg"><img decoding="async" alt="pedrosa" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/pedrosa.jpg" width="400" height="211" title="MotoGP, Valencia - Debriefing 1975"></a></p>
<p>La conseguenza è una moto più propensa ai lunghi drift sul curvone ma anche una spinta inferiore in quelle condizioni. La derapata, insomma, era spettacolare ma poco efficace. Su questo tracciato invece occorre una buona accelerazione, evitando per quanto possibile le sgommate inutili.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/marc_21.jpg"><img decoding="async" class="alignleft" alt="marc_2" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/marc_21.jpg" width="314" height="237" title="MotoGP, Valencia - Debriefing 1976"></a></p>
<p>Perché allora Marquez sceglie una configurazione meno efficace? Semplice: è più sicura. La moto bassa è vero che in queste condizioni è più limitata, ma è vero anche che il suo avantreno non potrà giocare brutti scherzi e rimarrà sempre ben piantato a terra. Il problema, per lui, poteva solo venire da una caduta: e la caduta poteva venire solo per un sottosterzo in uscita. Meglio non rischiare, e pazienza se la moto non è la più veloce in pista. Occorreva arrivare almeno quarti, mica è obbligatorio vincere, e credo che giustamente Suppo non sia del tutto estraneo a certe scelte.</p>
<p>La platealità del gesto con cui Marquez ha fatto passare un Pedrosa comunque più veloce e destinato a superarlo mi fa piuttosto pensare che il rookie sia un gran furbacchione e abbia capito tutto: alla maggioranza del pubblico rimarrà la sensazione che lui abbia concesso il secondo posto al suo compagno. Bella mossa. Soprattutto astuta.</p>
<p>Gli altri, li avessero inquadrati avremmo potuto fare qualche considerazione specifica. Purtroppo non abbiamo visto neppure come è caduto Crutchlow, tanto per capirci. Evabbè, era l’ultima di campionato e ad essere decisive erano le prime cinque posizioni. Dal sesto in poi, mediaticamente parlando, non esistevano neppure.</p>
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		<title>MotoGP, Valencia &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Nov 2013 03:43:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Valencia, ultima tappa del mondiale, ha un tracciato piuttosto stretto e tortuoso con molte curve lente e poco raccordabili, in perfetto stile Honda. In compenso il grip è piuttosto buono, e questo consente alla Yamaha – soprattutto la versione 2013 ufficiale –di non avere problemi di trazione. Già tra le FP1 e le FP2, man [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Valencia, ultima tappa del mondiale, ha un tracciato piuttosto stretto e tortuoso con molte curve lente e poco raccordabili, in perfetto stile Honda. In compenso il grip è piuttosto buono, e questo consente alla Yamaha – soprattutto la versione 2013 ufficiale –di non avere problemi di trazione. Già tra le FP1 e le FP2, man mano che la pista si gommava, dall’iniziale vantaggio per Marquez siamo passati ad una sostanziale parità con Lorenzo, e in gara le condizioni miglioreranno ulteriormente. Vediamo cosa è successo.</p>
<p>Prime prove, con pista ancora da gommare, a favore dei mezzi con la migliore trazione, con ulteriore vantaggio per la guida in drifting di Marquez,  efficacissimo nel T4 e in particolare nel curvone veloce che porta all’ultima curva del tracciato.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/marc_canne.jpg"><img decoding="async" alt="marc_canne" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/marc_canne.jpg" width="510" height="308" title="MotoGP, Valencia - Briefing 1981"></a></p>
<p>La sua moto ha un assetto che ormai abbiamo visto parecchie volte: ruota posteriore a metà con forcelle sfilate di due/tre cm proprio per avere un avantreno un filo più carico staticamente ma con minori trasferimenti durante le accelerazioni in modo da favorire le derapate.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/marc_dietro.jpg"><img decoding="async" alt="marc_dietro" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/marc_dietro.jpg" width="510" height="308" title="MotoGP, Valencia - Briefing 1982"></a></p>
<p>La moto di Pedrosa invece è tenuta molto alta, con forcelle a filo, per favorire la maneggevolezza e raddrizzare velocemente, in modo da sfruttare la piena trazione con una guida spigolata. E non è un caso che in FP2, con il grip dell’asfalto in crescita, il suo stile diventi sempre più redditizio.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/pedrosa_dietro.jpg"><img decoding="async" alt="pedrosa_dietro" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/pedrosa_dietro.jpg" width="510" height="308" title="MotoGP, Valencia - Briefing 1983"></a></p>
<p>Sicuramente lui qui ha le migliori chances di fare il colpaccio mentre Marquez dovrà affrontare un dilemma: abbassare ancora la sua moto per continuare a driftare anche con aderenze sempre più elevate (perdendo però in maneggevolezza nel T2 e nel T3) oppure decidere di rinunciare alle derapate e di sfruttare le accelerazioni dai rampini lenti. Se interpreto bene la sua guida, sono abbastanza convinto che sceglierà la prima opzione per non rischiare il sottosterzo in uscita (cosa che lui detesta sopra ogni cosa; al contrario di Pedrosa che invece gestisce il problema diversamente, con raddrizzate rapidissime e traiettorie spigolate).</p>
<p>Già, il sottosterzo in uscita. Qui abbiamo l’occasione di notare le differenze in casa Yamaha tra le ufficiali e le Tech3: le ufficiali, un po’ più lunghe di passo per via dell’avantreno più avanzato, hanno una migliore trazione di quelle “private” ma pagano un po’ di sottosterzo in ingresso sul lento. Rossi, con la sua guida fatta di staccate e ingressi violenti, soffre più di Lorenzo questo problema; d’altra parte, la moto più corta (versione 2012 ufficiale/Tech3 2013) aveva troppi problemi di trazione e andava caricata sul posteriore a costo di perdere un po’ di rapidità sul lento. Crutchlow, infatti, in sella alla M1 “corta” ha ottenuto un buon tempo grazie alla superiore maneggevolezza: ma è anche caduto proprio per colpa di un posteriore che ha improvvisamente perso trazione. In gara, con grip ancora crescente, probabilmente non avrà troppi problemi e mi aspetto (salvo errori e/o incidenti) di vederlo tra i primi.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/lorenzo_dietro.jpg"><img decoding="async" alt="lorenzo_dietro" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/11/lorenzo_dietro.jpg" width="510" height="306" title="MotoGP, Valencia - Briefing 1984"></a></p>
<p>Lorenzo non entra in curva con troppa violenza e frena con progressione, riuscendo così a minimizzare sulla guida la minor efficacia della M1 “lunga”: anzi, approfitta della maggiore trazione per ottenere un tempo notevolissimo con la gomma posteriore hard. Se in gara ci saranno (e ci saranno quasi certamente) le condizioni per utilizzare la morbida, probabilmente abbasserà la M1 per evitare il sottosterzo in uscita tipico delle moto lunghe con troppo grip e si ritroverà vicino come comportamento dinamico alla Honda di Pedrosa. Cioè al mezzo migliore qui a Valencia.</p>
<p>In casa Ducati ci si ritrova con una moto lunga, quindi sottosterzante in ingresso, e con molto grip, e quindi sottosterzante in uscita. Totalmente inadatta a un circuito tortuoso come questo. Bisognerebbe settarla in stile Stoner (ma anche Marquez, guarda un po’…) e guidarla in derapata come una Supermotard, senza cercare né percorrenza nè maneggevolezza né prontezza in staccata. L’ultimo che qui la portò in questo modo rifilò due secondi tondi a chi il giorno successivo voleva guidarla in percorrenza, a riprova che la D16 e la M1 sono agli antipodi come concetto. Il mio consiglio resta quello delle ultime gare: lasciate che Hernandez provi a consumare qualche gomma. Peggio di ora sicuramente non potrà fare, e l’unico rischio è quello di imparare qualcosa di nuovo sulla vostra stessa moto.</p>
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		<title>MotoGP, Motegi &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Oct 2013 16:19:37 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Motegi si presenta con un fondo piuttosto liscio, poco abrasivo e con un grip non eccellente, combinato con un tracciato che richiede robuste accelerazioni e grande trazione. Insomma, perfetto per la Honda e favorevole perfino alla Ducati. La Yamaha al contrario, col suo ridotto carico posteriore, a parità di mescola non riesce a scaricare la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/foto_1.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-31464 aligncenter" alt="foto_1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/foto_1.jpg" width="510" height="326" title="MotoGP, Motegi - Debriefing 1991" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/foto_1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/foto_1-300x192.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Motegi si presenta con un fondo piuttosto liscio, poco abrasivo e con un grip non eccellente, combinato con un tracciato che richiede robuste accelerazioni e grande trazione. Insomma, perfetto per la Honda e favorevole perfino alla Ducati. La Yamaha al contrario, col suo ridotto carico posteriore, a parità di mescola non riesce a scaricare la sua potenza ed è condannata alla sconfitta. A scombinare le carte però interviene Bridgestone. Vediamo.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/foto_6.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-31470" alt="foto_6" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/foto_6.jpg" width="510" height="290" title="MotoGP, Motegi - Debriefing 1992" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/foto_6.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/foto_6-300x171.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Cominciamo col rilevare che la gomma cosiddetta “hard” versione 2013 non ha mai funzionato correttamente, tanto che perfino la D16 – che pure ne poteva trovare vantaggio – ha usato regolarmente la mescola soft. Oggi tutti o quasi hanno utilizzato la gomme senza striscia bianca, quindi formalmente era una “hard”. Cosa è successo? Come mai improvvisamente tutti hanno trovato efficace la mescola più dura? E soprattutto, come mai con quella mescola i tempi erano perfettamente sovrapponibili a quelli del 2012? La risposta è semplice: la gomma senza striscia bianca, chiamata “hard” in questa circostanza, era la “soft” utilizzata nel corso di tutta la stagione. In questo modo la Bridgestone ha potuto presentare una nuova “soft” con mescola extramorbida e carcassa differente. Ed è abbastanza evidente che questa “nuova soft” non poteva essere utilizzata dalla maggior parte delle MotoGP, le quali hanno proseguito con la solita gomma di sempre, semplicemente privata della striscia bianca e classificata “hard” per l’occasione. Insomma, non è stata la “hard” a diventare utilizzabile ma semplicemente è stata la solita soft a cambiare nome.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/foto_4.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-31468" alt="foto_4" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/foto_4.jpg" width="510" height="309" title="MotoGP, Motegi - Debriefing 1993" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/foto_4.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/foto_4-300x182.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Sulle dichiarazioni di Forcada torneremo in un articolo specifico, qui vogliamo esaminare il lato tecnico della faccenda. In gara erano disponibili due gomme: la prima, senza striscia bianca e usata da tutti, era la soft; la seconda, con striscia bianca e chiamata extrasoft, era una gomma mai utilizzata prima sulle MotoGP factory. La mescola più morbida e la carcassa differente riportavano la M1 di Lorenzo alla pari col grip delle Honda, consentendogli di non pagare scotto in uscita di curva; come contropartita, non era in grado di reggere i carichi delle MotoGP se non adoperate con la massima delicatezza. Lorenzo, ancora una volta chiamato a compiere un mezzo miracolo e costretto dalla classifica a giocare sempre il tutto per tutto, decide di sparigliare e sceglie di utilizzarla in gara. Il risultato dimostra che ha avuto ragione: pareggiato il conto col grip in accelerazione, alla durata ci ha pensato lui. Ha resistito alla tentazione di strapazzarla quando era braccato dalle due Honda, ha mantenuto il sangue freddo e ha spremuto il minimo indispensabile per stare loro davanti. Negli ultimi giri si è reso conto che la gomma aveva tenuto e ha deciso per lo strappo: ha saputo valutare il momento esatto in cui iniziare a spremere tutto ciò che aveva, arrivando giusto a fine gara. Un capolavoro.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/foto_2.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-31466" alt="foto_2" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/foto_2.jpg" width="510" height="327" title="MotoGP, Motegi - Debriefing 1994" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/foto_2.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/foto_2-300x192.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Vediamo gli altri. Rossi e Crutchlow, troppo aggressivi per la “nuova” soft, hanno fatto il possibile a parità di gommatura rispetto a Honda e ne sono usciti ovviamente sconfitti date le caratteristiche della pista. I due Hondisti hanno scelto giustamente la dura (la vecchia morbida) per reggere i carichi della propria moto: la scelta era obbligata, e le differenze tra i due riguardavano il setting, alto per Pedrosa e basso per Marquez. Come conseguenza Pedrosa puntava sulla maggiore accelerazione – conseguenza del presunto vantaggio di motricità &#8211; mentre Marquez cercava un’accelerazione anticipata. Azzerato dalla scelta di Lorenzo il presunto vantaggio di Pedrosa, Marquez era l’unico a poter insidiare il maiorchino: il tracciato di Motegi però non offre curvoni sui quali driftare ma piuttosto curvette strette dalle quali ripartire. L’anticipo di accelerazione di Marquez, nell’arco dell’intera pista, era quindi limitato a pochi metri: non abbastanza per recuperare la percorrenza di Lorenzo nelle curve 6-7-8 e nella chicane 13-14. Insomma, Motegi non è un tracciato per driftaroli ma per spigolatori. Ci ha provato, è andata male. Onore a Lorenzo.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/foto_5.jpg"><img decoding="async" alt="foto_5" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/foto_5.jpg" width="510" height="289" title="MotoGP, Motegi - Debriefing 1995"></a></p>
<p>Sulla Ducati non mi esprimo se non per rilevare una “finta hard” ancora degradata in fretta. Coi carichi della D16 occorre altro sia a livello di gomme che di guida. E se sulle gomme la difficoltà è oggettiva, sulla guida non è un caso che Hayden col suo stile più spigolato e amerikano, abbia limitato i danni.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/foto_7.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-31472" alt="foto_7" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/foto_7.jpg" width="510" height="318" title="MotoGP, Motegi - Debriefing 1996" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/foto_7.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/foto_7-300x187.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>MotoGP, Phillip Island &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Oct 2013 23:18:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al di là dei gravissimi problemi sulle gomme il grip così alto rimette in gioco la filosofia della M1 e Lorenzo ne approfitta per vincere con autorità. Questa in estrema sintesi l’analisi tecnica, prescindendo dagli episodi che hanno pesantemente condizionato il risultato. Ma ci sono un paio di aspetti che vale la pena approfondire, primo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/Motorcycle_Articles_09_MotoGP_100VictoriesLogo.ashx_.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-31233 aligncenter" alt="Motorcycle_Articles_09_MotoGP_100VictoriesLogo.ashx" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/Motorcycle_Articles_09_MotoGP_100VictoriesLogo.ashx_.jpg" width="510" height="255" title="MotoGP, Phillip Island - Debriefing 2002" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/Motorcycle_Articles_09_MotoGP_100VictoriesLogo.ashx_.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/Motorcycle_Articles_09_MotoGP_100VictoriesLogo.ashx_-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Al di là dei gravissimi problemi sulle gomme il grip così alto rimette in gioco la filosofia della M1 e Lorenzo ne approfitta per vincere con autorità. Questa in estrema sintesi l’analisi tecnica, prescindendo dagli episodi che hanno pesantemente condizionato il risultato.</p>
<p>Ma ci sono un paio di aspetti che vale la pena approfondire, primo fra tutti la “questione Marquez”. Non voglio entrare nel merito delle responsabilità sulla scelta di rientrare in ritardo, né sulla sua traiettoria in uscita dalla pitlane: sul risultato finale questi episodi hanno grande rilevanza, ma tecnicamente non hanno significato e non valgono nulla.</p>
<p>La questione Marquez è un’altra: se non gli avessero imposto il ritiro immediato, ce l’avrebbe fatta a vincere? La risposta a mio parere è “no, non avrebbe vinto”. Vediamo.</p>
<p>Per capire quali problemi hanno afflitto le gomme occorrerà un veloce ripasso: la scelta della mescola NON viene fatta sulla base della temperatura della pista o dell’aria ma, in prima battuta, sulla base del grip che ci occorre. Avere un grip maggiore del previsto non è un vantaggio: se l’aderenza è molto alta la gomma cede per via delle deformazioni  che la maggior potenza scaricabile impone alla carcassa.</p>
<p>La deformazione deve restare entro limiti precisi in quanto essa è proprio la responsabile del riscaldamento della gomma. I polimeri attuali son fatti per lavorare al meglio attorno ai 105°: un maggiore riscaldamento produce una perdita di coesione nel polimero che finirà per spappolarsi sotto le forze applicate. In questo caso la deformazione elevata della carcassa ha prodotto una temperatura sulle tele ben superiore a quella prevista, e il battistrada ha perso coesione sulle fasce più interne, quelle vicine alle tele.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/pedrosa-tyre-motegi.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-31234" alt="pedrosa-tyre-motegi" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/pedrosa-tyre-motegi.jpg" width="333" height="500" title="MotoGP, Phillip Island - Debriefing 2003" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/pedrosa-tyre-motegi.jpg 333w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/pedrosa-tyre-motegi-300x450.jpg 300w" sizes="(max-width: 333px) 100vw, 333px" /></a></p>
<p>Il problema del blistering non riguarda la superficie della gomma, e quindi non ha nulla a che vedere col consumo o con l’abrasività della pista. Così come non ha a che vedere con la temperatura esterna, la quale al massimo può far variare di pochi gradi la temperatura della superficie di contatto. Qui non ha ceduto la superficie di contatto, qui a cedere è stata la parte più interna: ed ecco che il battistrada ha cominciato letteralmente a staccarsi a pezzi dalle tele a cui era incollato.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/2013-10-21_084006.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-31179" alt="2013-10-21_084006" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/2013-10-21_084006.jpg" width="511" height="289" title="MotoGP, Phillip Island - Debriefing 2004" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/2013-10-21_084006.jpg 883w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/2013-10-21_084006-768x435.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/2013-10-21_084006-300x170.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/2013-10-21_084006-696x394.jpg 696w" sizes="(max-width: 511px) 100vw, 511px" /></a></p>
<p>Troppa deformazione = troppa temperatura di carcassa. D’altra parte, se io applico potenza e la ruota non scivola, la carcassa è obbligata a deformarsi. La pressione della gomma è l’unico parametro col quale possiamo controllare la deformazione. Procediamo.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/A36ADDBB-D163-46C6-0B939DC3C34992D6.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-31230" alt="A36ADDBB-D163-46C6-0B939DC3C34992D6" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/A36ADDBB-D163-46C6-0B939DC3C34992D6.jpg" width="510" height="340" title="MotoGP, Phillip Island - Debriefing 2005" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/A36ADDBB-D163-46C6-0B939DC3C34992D6.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/A36ADDBB-D163-46C6-0B939DC3C34992D6-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Durante la prima sessione di prove Lorenzo segna immediatamente un tempo di assoluta sicurezza e non ha più la necessità di spingere con gomme morbide per entrare nelle qualifiche. Arriva la prima comunicazione Bridgestone che “sconsiglia fortemente” l’utilizzo della mescola morbida in gara: è un modo politicamente corretto di lavarsene le mani e obbligare i team ad utilizzare la gomma dura. I successivi turni si impegna lavorando sulla configurazione da gara, fino ad ottenere con gomma dura un tempo solo di pochi decimi peggiore rispetto alla gomma morbida. Tutti gli altri si danno battaglia mentre lui pensa al passo: percorre 15 giri con la medesima gomma e perfeziona ogni dettaglio. Non è facile: la M1 è leggera al retrotreno e questo impone una pressione inferiore, ma la pressione inferiore genera deformazioni di trazione maggiori. Lorenzo con la sua guida dolce riesce comunque a trovar la quadra, Crutchlow invece no: e appare chiaro che anche la mescola più dura non resiste alle deformazioni su un asfalto così performante.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/bridgestone_1_original.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-31232" alt="bridgestone_1_original" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/bridgestone_1_original.jpg" width="510" height="367" title="MotoGP, Phillip Island - Debriefing 2006" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/bridgestone_1_original.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/bridgestone_1_original-300x216.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>La Direzione Gara decide per una gara “a rate” di 14 giri massimi ciascuna. I team ne approfittano per cercare di migliorare il giro secco – ancora appannaggio di Lorenzo &#8211; sgonfiando un po’ la dura per cercare di avvicinarsi alla morbida delle qualifiche. Risultato: anche 14 giri sono troppi, le frazioni vengono ridotte a dieci giri. Possiamo solo immaginare il disappunto di Lorenzo che aveva lavorato duro proprio per crearsi un giusto margine sugli avversari. Tutto da rifare. In queste condizioni si arriva alla gara e finalmente alla domanda iniziale: poteva farcela Marquez?</p>
<p>Lorenzo dalla propria parte ha due importanti fattori: il primo è la capacità di girare subito forte fin dal primo giro, e col cambio moto stavolta i “primi giri” saranno due; il secondo è che ha già testato la gomma dura per step più lunghi e ne conosce esattamente il limite. Sa esattamente quale pressione occorrerà per percorrere ogni singola frazione al massimo delle possibilità. E i suoi tempi infatti sono i più costanti man mano che la gara procede. Marquez al contrario sconta il “primo giro” di ogni frazione di gara, ma soprattutto è velocissimo solo per pochi giri: il suo undicesimo giro (sì, il giro in più) è stato appena più veloce  del corrispondente giro di Lorenzo “a gomma fredda”. Al rientro in pista non è riuscito a sopravanzarlo, e questo significa che la sua gomma aveva un degrado molto più rapido di quella del maiorchino. Se non gli avessero esposto bandiera nera avrebbe sicuramente avvicinato, coi suoi giri migliori, la Yamaha di Lorenzo. Ma visti i buchi della sua posteriore al cambio moto, sono ragionevolmente certo che negli ultimi giri non ci sarebbe stata partita: avremmo visto un duello tra un Lorenzo perfetto e un Marquez nuovamente coi blister.</p>
<p>E qui si inseriscono le altre considerazioni tecniche: Rossi e Crutchlow con la loro guida aggressiva ben difficilmente potevano prevalere sull’altro silkdriver Pedrosa. E infine la Ducati, con deformazioni troppo elevate già su piste normali e figuriamoci qui in Australia. Se poi ci aggiungiamo i lunghi curvoni da percorrenza possiamo facilmente capire quanto Phillip Island col nuovo asfalto sia indigesta.</p>
<p>Come ultima considerazione tecnica: sono il primo a dire che le gomme fanno parte del pacchetto tecnico, e quindi non sono “fattori esterni” imprevedibili. Di conseguenza non mi schiererò con quanti, dietro l’alibi che “ormai è un campionato per gommisti”, cercano di giustificare i propri insuccessi. C’è sempre il modo di ragionare e di migliorarsi, anche nelle condizioni attuali. Però non posso fare a meno di solidarizzare col significato più ampio del messaggio di Crutchlow: se chi organizza a vario titolo il Campionato del Mondo si dimostra inadeguato, si levi di mezzo prima che ci scappi il morto. Io, al posto dei piloti, di personaggi del genere non mi fiderei per nulla.</p>
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		<title>Andiamo alla scoperta dei nuovi V6 Turbo 1.6 litri che useranno in F1 nel 2014</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Amore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Oct 2013 12:55:23 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Formula 1 come diciamo ormai da tempo sta cambiando in modo abbastanza radicale. L&#8217;abbandono delle attuali unità propulsive di 2,4 litri V8 lascerà il posto a delle più piccole unità V6 turbo da 1.6 litri che saranno meno appetibili dal punto di vista del sound. ma sicuramente più efficienti dal punto di vista energetico. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La Formula 1 come diciamo ormai da tempo sta cambiando in modo abbastanza radicale. L&#8217;abbandono delle attuali unità propulsive di 2,4 litri V8 lascerà il posto a delle più piccole unità V6 turbo da 1.6 litri che saranno meno appetibili dal punto di vista del sound. ma sicuramente più efficienti dal punto di vista energetico. E&#8217; proprio sull&#8217;ottimizzazione delle risorse energetiche che la Fia ha puntato per lo sviluppo del regolamento delle monoposto del 2014.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;attuale formula 1 la monoposto è concepita per lavorare nella massima efficienza cercando di continuo un equilibrio tra penetrazione aerodinamica e l&#8217;utilizzo di quest&#8217;ultima per recuperare carico verticale. Oggi si usano deflettori, diffusori, fondi particolarmente efficienti, l&#8217;energia degli scarichi per far lavorare le componenti aerodinamiche anche quando questi non dovrebbero. Oggi ci sono due scuole di pensiero. Una che tende e migliorare l&#8217;efficienza e di conseguenza la penetrazione per avere più prestazioni con minore dispendio una su tutte è proprio la Force India ma anche la recente evoluzione Sauber, monoposto che hanno un ottima efficienza su piste veloci. Dall&#8217;altro c&#8217;è la Redbull che sacrifica efficienza, anzi utilizzando la massimo l&#8217;energia della combustione sprecandola a vantaggio del carico aerodinamico in curva e in trazione con evidenti vantaggi come si è visto dal dominio della RB9.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella prossima stagione l&#8217;utilizzo dei motori V6 Turbo con la loro conformazione di scarichi e l&#8217;abbinamento a tecnologie ibride ancora più spinte come l&#8217;utilizzo dell&#8217;ERS (recupero energetico) vincolato al turbo e il classico KERS apriranno una miriade di soluzioni e di possibilità sia dal punto di vista meccanico che aerodinamico su come sfruttare tutte le potenzialità del sistema. Unico vincolo un occhio particolare alla efficienza energetica unico vincolo irrinunciabile da parte della Fia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cuore della innovazione sarà data proprio dalla combinazione del V6 con un motore elettrico direttamente alimentato dal propulsore a benzina con cui lavorerà in simbiosi. In pratica il motore endotermico mediante la turbina sarà accoppiato ad un sistema di recupero energia detto MGU-H che accumulerà una determinata quantità di energia che trasformerà in corrente elettrica alimentando un motore elettrico direttamente collegato all&#8217;albero a gomiti del V6 benzina chiamato MGU-K.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore V6 girerà per regolamento a 15.000 giri a minuto, con una pressione limitata per regolamento del turbo, e l&#8217;adozione dell&#8217;iniezione diretta, erogherà circa 600 cv e sarà vincolato ad &nbsp;un cosumo di carburante di 100kg di benzina per ogni ora di corsa. Per fare un esempio un motore da endurance votato al contenimento dei consumi di 2.7 KM/Litro rispetto alla formula 1 attuale che consuma 1.6 KM/Litro. Questo fa capire come chiaramente i motoristi di formula 1 dovranno recuperare quasi 25 anni di sviluppo rispetto ai prototipi che da tempo puntano sull&#8217;efficienza nelle gare endurance in un solo anno!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per aiutare i progettisti il motore V6 da 600cv sarà aiutato dalla unità MGU-K &nbsp;de dara all&#8217;albero a gomiti fino a 161 cv aggiuntivi. In teoria questo dovrebbe garantire nella massima funzionalità dei due sistemi una potenza di 760 cv ad una monoposto di formula 1 2014. Il condizionale è d&#8217;obbligo sulla potenza massima. Infatti tutto dipende da quanta energia il sistema di recupero primario collegato al turbo MGU-H fornirà al motore ausiliario e quanto questo a sua volta potrà attingere dall&#8217;altra fonte che sarà il recupero secondario di energia in frenata come avviene sulle monoposto attuali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle fasi di frenata infatti il motore ausiliario può contare su un recupero di energia di 2MJ(Mega Joule). Il Joule, per chi non fosse ferrato &nbsp;è l&#8217;unità di misura dell&#8217;energia, del lavoro&nbsp;e del calore&nbsp;, qualche volta si usa anche la caloria come unità di misure. &nbsp;In sostanza&nbsp;è il lavoro svolto esercitando la forza di un newton per una distanza di un metro, perciò la stessa quantità può essere riferita come netwon metro. Detto questo questo quantitativo aggiuntivo di energia potrà sfruttarlo sia l&#8217;unità MGU-H per alimentar il motore collegato l&#8217;albero a gomiti, che l&#8217;MGH-U per aiutare il turbo nella sua fase iniziale dove c&#8217;è il famoso turbo lag, ovvero il momento a bassi giri dove la turbina non genera pressione. I 2MJ aggiuntivi saranno immagazzinati come oggi in delle batteria a ioni di litio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La batteria può anche immagazzinare un eventuale eccesso di energia elettrica alimentata dalla turbina all MGU-H e quindi accumulare altra corrente che però non potrà essere rilasciata al motore extra per più di 4MJ al giro completo. Da qui l&#8217;importanza della mappatura motore. Infatti bisogna capire in percentuale quanto del motore V6 si vuole sfruttare, quanta energia si vuole conservare e quanta se ne vuole sfruttare e in che punto del tracciato necessita. Una cosa di non poco conto se si considera che usare meno il motore endotermico a benzina vuol dire anche avere meno gas di scarico, che per inciso a dispetto di quello che pensa qualche illuso avrà una funzione fondamentale anche per l&#8217;aerodinamica delle monoposto del prossimo anno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ovviamente i motorista Renault sembra già a buon punto da questo punto di vista collaborerà in modo stretto con ogni team per uno sviluppo indipendente dell&#8217;integrazione dei vari sistemi. Infatti le scuderie necessiteranno di uno staff interno che integrato con quello del motorista metteranno in collegamento le varie parti del motore per ottenere la massima efficienza in funzione delle proprie esigenze di telaio e di guida del pilota. Senza contare che il tutto va comunque ancora abbinato al sistema KERS che resta in funzione e di cui abbiamo parlato in un altro articolo in recente passato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inutile dire che chi troverà per prima la quadratura del cerchio tra i componenti del motore benzina, quelli elettrici aggiuntivi, il kers e l&#8217;aerodinamica avrà un vantaggio molto più ampio di quello che si è potuto vedere con le RB9 di quest&#8217;anno sulla concorrenza con la Redbull già in prima linea e in avanzata fase di sviluppo su questa strada.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco le caratteristiche secondo regolamento in schema del motore V6 Turbo 2014</p>



<p class="wp-block-paragraph">• 1600 cc V6 quattro tempi con un angolo di 90 banche e<br>tre specifiche per le bielle<br>• 80 mm Alesaggio<br>• Quattro valvole (dimensione minima dello stelo 5 mm) per cilindro<br>• Nessuna fasatura variabile delle valvole<br>• No aspirazione variabile tromboncini aspirazione fino al 2015<br>• Molte restrizioni rivedute su materiali dei componenti ( non specificati)<br>• iniezione diretta con pressione massima di esercizio di<br>500 bar. Un singolo iniettore per cilindro<br>• Una singola candela convenzionale e una bobina singola per ogni cilindro<br>• Il gas di scarico è specificato dimensione e posizione di uscita<br>• Massimo due terminali di scarico con varie restrizioni alla posizione di uscita indicata<br>• Numero massimo di 15.000 giri al minuto.&nbsp;Nessun limite pressione del collettore aspirazione<br>• Una turbina monostadio e un solo compressore monostadio collegati da un albero parallelo all&#8217;asse dell&#8217;albero motore ( in linea tra le bancate) &nbsp;e al massimo 25 mm dalla mezzeria della vettura. nessuna geometria variabile del turbo-compressore<br>• ricircolo dei gas di scarico ora consentiti ( EGR)<br>• motore / generatore elettrico MGU-H devono essere meccanicamente collegate alla turbina di scarico e devono funzionare con un rapporto di velocità fissa rispetto ad essa, può essere ridotta.&nbsp;Massima 125.000 rpm.&nbsp;Nessun limite alla sua potenza<br>• motore / generatore MGU-K elettrico collegato al motore, deve essere eseguito con rapporto di velocità fissa rispetto ad esso.&nbsp;Massimo 50.000 rpm.&nbsp;Coppia massima 200 Nm.&nbsp;Potenza massima 120 kW (161 CV)<br>• immagazzinare l&#8217;energia elettrica (ES) deve essere situata all&#8217;interno della cellula di sopravvivenza e di peso tra 20 e 25 kg<br>• norme di carburante invariato (rispetto alle attuali monoposto)<br>• ECU standard, come oggi, con un po &#8216;di spazio per lo sviluppo di software di controllo ( Oggi è circa il 2% tra posizione farfalla e mappatura reale)<br>• misuratore di portata del carburante al fine di garantire la conformità alle massime portate come da illustrazione di accompagnamento (debimetro sulle vetture di serie)<br>• Albero motore deve essere sulla mezzeria auto, a 90 mm ​​al di sopra del piano di riferimento ( come specificato da regolamento su telaio)<br>• Peso minimo di unità di potenza, 145 kg<br>• Centro di gravità del motore (bricentro ) deve trovarsi ad almeno 200 mm al di sopra del riferimento piano<br>• Supporti motori standardizzati.<br>• Numero massimo di cinque motori per pilota per la stagione 2014; quattro per il 2015</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Daniele Amore</strong></p>
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		<title>Vita facile per i freni a Phillip Island</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danny Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2013 05:45:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Torna in pista la MotoGP e lo fa in una delle piste più belle del mondo con panorami mozzafiato, staccate che sembrano finire nell&#8217;oceano, e curvoni velocissimi da pelo sullo stomaco. La pista di Phillip Island è una delle più apprezzate da tutti i piloti della MotoGP perché è una delle piste &#8220;vecchio stile&#8221;, che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/2013-10-15_175508.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-30920" alt="2013-10-15_175508" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/2013-10-15_175508.jpg" width="555" height="340" title="Vita facile per i freni a Phillip Island 2009" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/2013-10-15_175508.jpg 555w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/2013-10-15_175508-300x184.jpg 300w" sizes="(max-width: 555px) 100vw, 555px" /></a>Torna in pista la MotoGP e lo fa in una delle piste più belle del mondo con panorami mozzafiato, staccate che sembrano finire nell&#8217;oceano, e curvoni velocissimi da pelo sullo stomaco.</p>
<p style="text-align: justify;">La pista di Phillip Island è una delle più apprezzate da tutti i piloti della MotoGP perché è una delle piste &#8220;vecchio stile&#8221;, che segue il naturale corso del terreno su cui è costruito e alterna tratti velocissimi con un paio un pochino più lenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Su questa pista i freni sono poco sollecitati proprio per la tipologia di tracciato che mette al lavorare i freni in maniera significativa in sole tre occasioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, a causa delle rigide temperature che si hanno nel periodo in cui si corre, non è inusuale vedere coperture in carbonio sui dischi per trattenere al fine di far rimanere nel corretto range di temperatura l&#8217;impianto frenante.</p>
<p style="text-align: justify;">Su questa pista, solo il 13% del tempo sul giro è trascorso frenando. davvero pochissimo. Ecco i dati che ci ha fornito la Brembo, fornitore ufficiale di molti team MotoGP:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/2013-10-15_175524.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-30921" alt="2013-10-15_175524" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/2013-10-15_175524.jpg" width="554" height="510" title="Vita facile per i freni a Phillip Island 2010" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/2013-10-15_175524.jpg 554w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/2013-10-15_175524-300x276.jpg 300w" sizes="(max-width: 554px) 100vw, 554px" /></a></p>
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		<title>MotoGP, Sepang &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Oct 2013 18:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pioggia, temuta o sperata a seconda delle circostanze, alla fine non è arrivata. Il grip è andato in aumento come previsto, obbligando i team a rivedere il settaggio dei mezzi. Il risultato finale della gara conferma ancora una volta le priorità già esposte nel Briefing. Vediamo. Casa Honda &#8211; Pedrosa conferma la grande esperienza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/marc_setting-1.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-30888 aligncenter" alt="marc_setting-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/marc_setting-1.jpg" width="510" height="323" title="MotoGP, Sepang - Debriefing 2017" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/marc_setting-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/marc_setting-1-300x190.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>La pioggia, temuta o sperata a seconda delle circostanze, alla fine non è arrivata. Il grip è andato in aumento come previsto, obbligando i team a rivedere il settaggio dei mezzi. Il risultato finale della gara conferma ancora una volta le priorità già esposte nel Briefing. Vediamo.</p>
<p>Casa Honda &#8211; Pedrosa conferma la grande esperienza e non tocca nulla: il grip crescente aiuta la sua guida in percorrenza come già aveva previsto. Sulla sua vittoria c’è poco da dire, è tutta meritata. Aggiungiamo che già nelle ultime gare Dani aveva dato prova della propria capacità di analisi: la lettura della pista ad Aragon era stata perfetta quanto quella di oggi, ma in Spagna il diavolo ci ha messo la coda. Peccato, oggi avrebbe 25 punti in più e il suo compagno di squadra ne avrebbe 5 in meno: lo scarto oggi sarebbe di 24 punti e il titolo sarebbe ancora apertissimo. E questo dimostra che i test subito dopo Misano (dove Pedrosa abbassò un po’ troppo la pressione posteriore sovrastimando la riduzione dei trasferimenti con la moto più bassa) hanno portato i loro frutti. Il lavoro ben ragionato ripaga sempre.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/dani_de_1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-30893" alt="dani_de_1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/dani_de_1.jpg" width="510" height="321" title="MotoGP, Sepang - Debriefing 2018" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/dani_de_1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/dani_de_1-300x189.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Grande – e non poteva essere diversamente, data l’esperienza fatta con Stoner –anche il team di Marquez. Maggiore grip significa maggiori deformazioni sulla morbida, e l’imperativo è quello di reggere fino in fondo: di conseguenza il rookie arretra la sua posteriore e riequilibra la maggiore aderenza del fondo pur mantenendo con la moto più bassa una maggiore attitudine alla derapata (e una lieve inferiorità in inserimento rispetto al compagno).</p>
<p>Bravi ad accorgersi in tempo del rischio-Misano a parti invertite. In quel box sanno ragionare e lo dimostrano una volta di più.Non sbaglia neppure il team Gresini, e Bautista corre con una maglia in più sulla catena e la ruota arretrata. Buon quinto posto, pur condizionato dal malfunzionamento dei freni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/cal_de-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-30889" alt="cal_de-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/cal_de-1.jpg" width="510" height="381" title="MotoGP, Sepang - Debriefing 2019" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/cal_de-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/cal_de-1-300x224.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/cal_de-1-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/bautista_de.jpg"><img decoding="async" alt="bautista_de" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/bautista_de.jpg" width="510" height="271" title="MotoGP, Sepang - Debriefing 2020"></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Casa Yamaha – Lorenzo ragiona con la sua testa: deve rischiare e non può permettersi una gara di strategia. Sceglie una morbida anteriore, come nell&#8217;azzardo di Aragona. Ma stavolta le temperature sono alte e le frenate più impegnative, e ad aggravare la situazione c’è il duello feroce dei primi giri che non consente al maiorchino di essere delicato sulla gomma: il carico anteriore della M1 si fa sentire, e il degrado è inevitabile perfino per lui. Evidentemente un innalzamento della pressione non è stato possibile, e questo indica una precisa situazione che ormai dovrebbe essere chiara (si risolve col carbonio, NdA).</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/lor_de_1.jpg"><img decoding="async" alt="lor_de_1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/lor_de_1.jpg" width="510" height="353" title="MotoGP, Sepang - Debriefing 2021"></a></p>
<p>Rossi segue il settaggio di Lorenzo ma non ha la stessa guida: pochi giri come ad inizio stagione, poi il degrado. A riprova che la scelta di Aragon non era sbagliata. E qui si vedrà la capacità di analisi del suo team: a fine gara parevano contenti del distacco ridotto sulla moto gemella, senza considerare che ad aver sofferto stavolta è stato Lorenzo. Se attribuiranno il basso distacco alla propria scelta, giudicandola valida, invece che all&#8217;azzardo (purtroppo fallito, ma necessario) del caposquadra non andranno molto lontano. Crutchlow sceglie la morbida, ma a fine gara ammette tranquillamente che “si muoveva troppo in frenata”. D’altra parte le sue condizioni fisiche probabilmente non gli avrebbero consentito di spuntarla su Bautista neppure con una scelta più appropriata.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/vale_de_1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-30891" alt="vale_de_1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/vale_de_1.jpg" width="510" height="316" title="MotoGP, Sepang - Debriefing 2022" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/vale_de_1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/vale_de_1-300x186.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>La Ducati invece perde l’avantreno. A parte le forature o le rotture dei motori il problema resta sempre quello: un settaggio “da percorrenza” influisce pochissimo sulla velocità in curva ma tantissimo sul sottosterzo in uscita. E i piloti si lamentano che &#8220;la moto impenna troppo&#8221;. Ora, io capisco che la moto più bassa genera problemi maggiori in fase di inserimento, ma non si può proseguire come su una M1. La pezza è peggiore del buco, insomma. Francamente mi riesce sempre più difficile capire quale logica seguano dentro il box, ma il problema sicuramente sta a monte della moto. Bisognerebbe essere più onesti e dire ai piloti che tentare di accontentarli è controproducente: ogni piccolo miglioramento apparente crea problemi più gravi di quelli che si tentano di risolvere. Sennò bastavano 80 secondi e un cacciavite. So che da questa affermazione potranno nascere feroci polemiche ma sappiate che esistono precise ragioni per cui ogni tentativo su questa strada è destinato, allo stato dell’arte, all&#8217;insuccesso. E con questo non dico che la D16 sia impossibile da migliorare, solo che occorre un diverso approccio anche dal punto di vista tecnico, e non soltanto da parte dei piloti.</p>
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		<title>MotoGP, Sepang &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Oct 2013 15:44:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sepang è un tracciato composto da veloci rettilinei, frenate impegnative e curve difficili da raccordare: perfetto per la Honda, restituisce il favore alla Yamaha grazie ad un buon fondo con la sufficiente aderenza. Primo giorno caratterizzato da pista ancora poco gommata, con le M1 in difficoltà: la situazione però, pioggia permettendo, è destinata a riequilibrarsi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/65km_sepang.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-30759 aligncenter" alt="65km_sepang" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/65km_sepang.jpg" width="510" height="340" title="MotoGP, Sepang - Briefing 2034" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/65km_sepang.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/65km_sepang-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Sepang è un tracciato composto da veloci rettilinei, frenate impegnative e curve difficili da raccordare: perfetto per la Honda, restituisce il favore alla Yamaha grazie ad un buon fondo con la sufficiente aderenza. Primo giorno caratterizzato da pista ancora poco gommata, con le M1 in difficoltà: la situazione però, pioggia permettendo, è destinata a riequilibrarsi in gara. Vediamo come i team hanno affrontato questa pista.</p>
<p>Marquez, Bradl e Bautista scelgono la stessa strada: ruota posteriore a metà con moto piuttosto bassa, addirittura 3 cm di forcelle sfilate per il 93.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/marc-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-30752" alt="marc-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/marc-1.jpg" width="509" height="278" title="MotoGP, Sepang - Briefing 2035"></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/marc-2.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-30754" alt="marc-2" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/marc-2.jpg" width="510" height="340" title="MotoGP, Sepang - Briefing 2036" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/marc-2.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/marc-2-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/bradl-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-30745" alt="bradl-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/bradl-1.jpg" width="510" height="342" title="MotoGP, Sepang - Briefing 2037" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/bradl-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/bradl-1-300x201.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Significa, in combinazione col fondo, elevata motricità e bassi trasferimenti di carico: evidente l’intenzione di sfruttare l’accelerazione in derapata senza rischiare di alleggerire troppo l’anteriore. Diverso settaggio per Pedrosa: ruota arretrata e moto quasi al massimo della sua altezza, per cercare pulizia, agilità e percorrenza.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/pedro-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-30750" alt="pedro-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/pedro-1.jpg" width="510" height="274" title="MotoGP, Sepang - Briefing 2038" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/pedro-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/pedro-1-300x161.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Mezzo secondo rifilato al secondo classificato nei tempi di giornata fanno capire bene che la direzione è quella giusta, soprattutto considerando che con asfalto meglio gommato l’equilibrio si sposterà ulteriormente a suo favore.</p>
<p>In Yamaha non è un caso che Rossi ottiene un ottimo tempo montando negli ultimi minuti gomme nuove: al crescere dell’aderenza la M1 soffre meno la sua cronica mancanza di motricità e può dire la sua. Setting con ruota posteriore avanzata e moto alta anche per Crutchlow e per Smith, mentre Lorenzo ha qualche problema: ok, la sua moto è meno alta e la sua ruota meno avanzata, ma questo non basta a giustificare una guida apparsa a tratti perfino forzata.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/vale-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-30751" alt="vale-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/vale-1.jpg" width="504" height="270" title="MotoGP, Sepang - Briefing 2039" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/vale-1.jpg 658w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/vale-1-300x161.jpg 300w" sizes="(max-width: 504px) 100vw, 504px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/jorge-2.jpg"><img decoding="async" alt="jorge-2" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/jorge-2.jpg" width="510" height="284" title="MotoGP, Sepang - Briefing 2040"></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/jorge-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-30748" alt="jorge-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/jorge-1.jpg" width="510" height="284" title="MotoGP, Sepang - Briefing 2041" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/jorge-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/jorge-1-300x167.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/cal-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-30746" alt="cal-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/cal-1.jpg" width="510" height="342" title="MotoGP, Sepang - Briefing 2042" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/cal-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/cal-1-300x201.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>In qualche punto perdeva aderenza sul posteriore a causa di un’accelerazione chiamata ancora troppo presto, a moto ancora troppo piegata, e l’intervento dell’elettronica è apparso brusco ed evidente. C’è qualcosa che non sta andando nel verso giusto. La mia personale impressione è che stia litigando con un motore non all’altezza, con tutte le conseguenze del caso. Oppure qualche problema sull’elettronica, difficile dirlo.</p>
<p>Sulla Ducati invece c’è poco da dire: la D16 guidata in percorrenza non può fare più di così, non è mestiere suo; e al crescere del grip la situazione peggiorerà ulteriormente. Si può sperare nella pioggia.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/d16-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-30747" alt="d16-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/d16-1.jpg" width="510" height="320" title="MotoGP, Sepang - Briefing 2043" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/d16-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/d16-1-300x188.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Ultima nota sulle gomme: in molti oggi hanno usato la morbida sull’anteriore. Il primo giorno, con la pista poco gommata, è normale: minore grip significa minori deformazioni e minore temperatura. Domani, con aderenza superiore, sarebbe necessario sollevare la pressione per poterle utilizzare: ma già nelle FP2 qualcuno cominciava a saltellare un po’ troppo.</p>
<p>Una chicca tecnica per correre ai ripari da parte della Honda, protezione in carbonio per il cavetto e sensore del TC posteriore sulla moto di Dani Pedrosa , ma modifica  che ovviamente è stata estesa  su tutte le HRC.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/tc-sensor-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-30753" alt="tc sensor-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/tc-sensor-1.jpg" width="510" height="340" title="MotoGP, Sepang - Briefing 2044" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/tc-sensor-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/tc-sensor-1-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
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		<title>La dura vita dei freni a Sepang</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danny Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2013 07:22:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo fine settimana la MotoGP corre a Sepang, bellissimo tracciato che però fa fare un extra lavoro ai piloti e ai mezzi. Non solo la pista fa fare un extra lavoro alle moto, alternando tratti molto veloci con tratti tortuosi con staccate violente, ma rende difficile il lavoro dei piloti che devono guidare al 100% [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/2013-10-10_085922.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter  wp-image-30654" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/2013-10-10_085922.jpg" alt="sepang circuit" width="522" height="307" title="La dura vita dei freni a Sepang 2048" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/2013-10-10_085922.jpg 580w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/2013-10-10_085922-300x176.jpg 300w" sizes="(max-width: 522px) 100vw, 522px" /></a>Questo fine settimana la MotoGP corre a Sepang, bellissimo tracciato che però fa fare un extra lavoro ai piloti e ai mezzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo la pista fa fare un extra lavoro alle moto, alternando tratti molto veloci con tratti tortuosi con staccate violente, ma rende difficile il lavoro dei piloti che devono guidare al 100% in un clima tutt&#8217;altro che amichevole con temperature alte e umidità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tracciato con i suoi 5548mt è il più lungo del mondiale e per i freni è davvero impegnativo; per il 26% del tempo sul giro l&#8217;impianto frenante è al lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Numerose le staccate impegnative, ma la prima e l&#8217;ultima sono quelle che più stressano l&#8217;impianto frenante. In queste due frenate si arriva dopo un lungo rettilineo e si può frenare a moto dritta sfruttando appieno il grip offerto il grip della ruota anteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Con un carico sulla leva di 6,6kg (alla curva 6, l&#8217;ultima) per 6,4 secondi si rallenta di oltre 200 km/h. Più impressionante la differenza di velocità in curva 1, dove si stacca a 328 km/h fino a 86km/h!</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco i dati ufficiali forniti dalla Brembo:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/2013-10-10_085945.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-30655" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/2013-10-10_085945.jpg" alt="2013-10-10_085945" width="554" height="508" title="La dura vita dei freni a Sepang 2049" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/2013-10-10_085945.jpg 554w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/2013-10-10_085945-300x275.jpg 300w" sizes="(max-width: 554px) 100vw, 554px" /></a> <a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/2013-10-10_090004.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-30656" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/2013-10-10_090004.jpg" alt="2013-10-10_090004" width="553" height="507" title="La dura vita dei freni a Sepang 2050" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/2013-10-10_090004.jpg 553w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/2013-10-10_090004-300x275.jpg 300w" sizes="(max-width: 553px) 100vw, 553px" /></a></p>
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		<title>MotoGP, Aragon &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Oct 2013 07:03:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Lasciando perdere qualunque polemica sugli episodi di gara e soprattutto a quanto successo tra Marquez e Pedrosa, fatto che tecnicamente non ha alcuna rilevanza e che pertanto non verrà neppure trattato in questa sede, la querelle si sposta sulle gomme scelte dai vari piloti. Due Honda gommate una morbida e l’altra dura sull&#8217;anteriore contro [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/Bridgestone-1.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-30436 aligncenter" alt="Bridgestone-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/10/Bridgestone-1.jpg" width="510" height="301" title="MotoGP, Aragon - Debriefing 2054" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/Bridgestone-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/10/Bridgestone-1-300x177.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Lasciando perdere qualunque polemica sugli episodi di gara e soprattutto a quanto successo tra Marquez e Pedrosa, fatto che tecnicamente non ha alcuna rilevanza e che pertanto non verrà neppure trattato in questa sede, la querelle si sposta sulle gomme scelte dai vari piloti.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/Marc-2.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-30286" alt="Marc-2" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/Marc-2.jpg" width="510" height="240" title="MotoGP, Aragon - Debriefing 2055" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/Marc-2.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/Marc-2-300x141.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Due Honda gommate una morbida e l’altra dura sull&#8217;anteriore contro due Yamaha altrettanto diversificate. E subito la polemica: chi ha sbagliato? Dai commenti di settore arriva la sentenza: le prime due all&#8217;arrivo avevano la morbida, quindi gli altri hanno commesso un errore (sennò chissà come sarebbero arrivati, è il peloso sottinteso). E invece no. Stavolta non ha sbagliato nessuno, con buona pace degli analisti da bar.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/99lorenzo_s1d8685_original.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-29895" alt="99lorenzo_s1d8685_original" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/99lorenzo_s1d8685_original.jpg" width="510" height="379" title="MotoGP, Aragon - Debriefing 2056" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/99lorenzo_s1d8685_original.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/99lorenzo_s1d8685_original-300x223.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/99lorenzo_s1d8685_original-485x360.jpg 485w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/99lorenzo_s1d8685_original-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Vediamo. Lorenzo ha la sua migliore arma nello stile veloce ma ragionato, calibrato con cura e precisione sorprendenti. La percorrenza e i raccordi in curva sono la sua specialità, le sue pieghe lasciano pochissimo margine agli eventuali errori ma lui è concentrato e sicuro di non farne. Ogni sua staccata non è una vera e propria frenata ma una decelerazione progressiva e rapidissima, in perfetto controllo del grip. Per lui il tempo sul giro vien fuori da curve perfettamente rotonde (oggi qualcuno finalmente ammette “da duecentocinquantista, proprio come la M1 gradisce”).</p>
<p>E d’altra parte il maiorchino eccelleva anche in 250, come quasi tutti i suoi avversari che vengono dalla medesima scuola. La perfezione per Lorenzo significa non scomporre bruscamente l’assetto della sua moto: la sua forcella, tanto per esempio, soffre meno di quella di un Rossi violento sui freni e che necessita di maggior sostegno. Stesso stile in accelerazione, dove l’attento dosaggio della manopola e la sapiente direzione di Ramon Forcada, preciso nel perfetto equilibrio dell’elettronica, fanno viaggiare la moto in maniera tanto perfetta da apparire perfino facile agli occhi degli spettatori. Sui binari, si sente dire spesso.</p>
<p>Come risultato la sua guida consuma meno carburante (la capienza del serbatoio è un limite per tutti) e il suo motore può essere un filo più “spinto” senza il rischio di restare a secco. E magari con una durata sul chilometraggio un po’ superiore. Ma come corollario, è anche una guida che stressa meno le gomme. Anche l’anteriore.</p>
<p>Facciamo qui un breve ripasso: le gomme scaldano per deformazione della carcassa sotto trazione (la posteriore) e sotto frenata (l’anteriore). Mentre la posteriore si sorbisce sotto trazione tutte le uscite di curva e tutti i rettilinei, trovando respiro solo in inserimento, l’anteriore scalda solo quando frena. In rettilineo si raffredda, per poi tornare a scaldarsi sotto frenata. Una frenata più dolce e progressiva deforma la gomma assai meno di una frenata brusca.</p>
<p>In una pista come Aragon, dove già scrivevamo quanto le frenate fossero impegnative, una gomma morbida utilizzata in modo brusco supera la massima temperatura di carcassa ammissibile per i carichi richiesti, e la gomma non garantisce l’intera durata di gara. La coesione della mescola, ad alta temperatura, non è sufficiente a tenere le molecole di gomma coese tra di loro: e mentre la gomma che tocca l’asfalto resta incollata al suolo, lo strato di gomma che gli sta immediatamente più interno si muove, spappolandosi letteralmente.</p>
<p>Tante volte avrete sentito che “la morbida qui in frenata si muove troppo”. Ecco, ora sapete il motivo: la gomma sta disfacendosi per la combinazione temperatura/forza richiesta. E qui ai freni, di forza, se ne chiede tanta che in parecchi adoperano perfino le prese d’aria per le pinze.</p>
<p>Lorenzo sceglie giusto: morbida all&#8217;avantreno grazie al proprio stile morbido. Ma sceglie giusto anche Rossi, sempre aggressivo in frenata e bisognoso di una gomma che ad alta temperatura e forti decelerazioni non creasse problemi di coesione sulla mescola. La mescola dura ha &#8211; nella sua curva di stabilità – il suo range di criticità “temperatura/carichi” a temperature più elevate, e in quelle condizioni regge senza perdere coesione anche a forti decelerazioni.</p>
<p>Scelta perfetta anche per Rossi, dicevamo, che ha potuto rintuzzare fino all&#8217;ultimo gli attacchi di Bautista e di Bradl a cui sicuramente, avesse scelto la morbida, avrebbe dovuto cedere il passo con l’anteriore a pezzi già da metà gara. E che le due moto in testa sul traguardo fossero entrambe equipaggiate di gomme morbide è una pura casualità che evidenzia solo il pressappochismo di quanti fanno della Statistica malamente applicata su un campione irrisorio &#8211; e pertanto assolutamente inattendibile &#8211; una scienza più precisa della Fisica.</p>
<p>Fisica che al contrario ci dice che il più veloce – e di tanto! &#8211; in pista era Pedrosa, gommato duro su una moto dal centraggio meno avanzato delle M1 di Rossi e di Lorenzo. Il che ci fa capire bene le intenzioni di Pedrosa: staccate da record e pulizia in uscita. E abbiamo visto quanto riusciva a guadagnare su chiunque proprio in frenata, pur senza essere acclamato “Re delle staccate”.</p>
<p>Ultimo dei magnifici quattro, il rookie Marquez. Che però ad Aragon sceglie di derapare, usando molto la posteriore e risparmiando così l’anteriore. Con basse deformazioni e bassi carichi la morbida per lui è perfetta: poi al sesto giro, quando il suo esperto compagno aveva ormai la dura stabilizzata e sufficientemente calda, pretende di passarlo in staccata… Presunzione o inesperienza, difficile dirlo.</p>
<p>Ha dovuto rinunciare per la gomma che ha cominciato a muoversi. Ma a farne le spese è stato proprio il suo caposquadra, tecnicamente più a punto e con la vittoria praticamente in tasca. Alla fine il risultato tecnicamente più veritiero sul traguardo sarebbe stato Pedrosa-Marquez-Lorenzo-Rossi, e la famosa statistica (“due su due avevano la morbida”) finirebbe dove merita.</p>
<p>Le cose son poi andate diversamente, ma i valori tecnici e le scelte effettuate erano evidenti. Nessuno ha sbagliato nulla: ognuno dei quattro, con scelte opposte, avrebbe peggiorato i propri tempi.</p>
<p>Una nota su Dovizioso che dichiara Aragon “pista non favorevole”. Con tutto il rispetto: per la medesima ragione per la quale Honda si è trovata meglio, pure la Ducati qui è tecnicamente in grado di dire la sua. Non dimentichiamoci che Lorenzo, pur con la sua perfezione in percorrenza e coi suoi 15 secondi rifilati al suo compagno di squadra, oggi nulla ha potuto contro Marquez. E deve ringraziare che non c’era Pedrosa… Ma se in Ducati si continua a non sfruttare i vantaggi di trazione su piste come questa, alla perenne ricerca di un equilibrio “da duecentocinquantista” (dopotutto anche Dovizioso viene da lì) che questa D16 non avrà mai, bè, qualunque pista diventa “non favorevole”.</p>
<p>Occorre un approccio diverso con la D16: parola di uno dei pochi piloti che non proveniva dalla solita trafila europea e che, infatti, in classe 250 non era un granchè. E a questo proposito provate a far mente locale su quali piloti, nella MotoGP degli ultimi anni, non vengano dalla classe 250. Me ne vengono in mente tre: Stoner, Marquez e Crutchlow. Quanto di più lontano dallo stile di Dovizioso, mi pare.</p>
<p>E a proposito di Crutchlow, chiudiamo con un chiarimento: ad Aragon ha punzonato l’ultimo dei suoi motori e sarà obbligato a farselo durare fino alla fine del campionato. Inevitabile la scelta Tech3 di perdere qualche cavallo a favore di una maggior durata. Difficilmente lo rivedremo tra i primi per queste ultime quattro gare.</p>
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		<title>Ad Aragon i freni soffrono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danny Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Sep 2013 05:34:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo week end la MotoGP approda ad Aragon, pista spagnola di costruzione recente (2010) che per i freni si è rivelata davvero impegnativa. Le frenate importanti iniziano tutte a velocità superiori ai 200 km/h (curva 6 esclusa), ma non è questo un fattore di stress per i freni: ciò che più li mette alla prova [&#8230;]</p>
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<p style="text-align: justify;">Le frenate importanti iniziano tutte a velocità superiori ai 200 km/h (curva 6 esclusa), ma non è questo un fattore di stress per i freni: ciò che più li mette alla prova è il continuo dover decelerare senza dar modo ai freni di riposare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tratto misto è infatti molto serrato e costringe l&#8217;impianto a lavorare con temperature costantemente alte.</p>
<p style="text-align: justify;">La curva sette, l&#8217;ultima in fondo al lungo rettilieno, è quella che più mette alla prova i dischi, con una pressione sulla leva di 6kg e una decelerazione di 1,6g. Arrivandoci però dopo un lungo rettilineo dove l&#8217;impianto può riposare, i piloti possono metterlo alla frusta senza grossi problemi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco i dati ufficiali forniti dalla Brembo:</p>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-30118" alt="2013-09-23_182315" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/2013-09-23_182315.jpg" width="553" height="509" title="Ad Aragon i freni soffrono 2062" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/2013-09-23_182315.jpg 553w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/2013-09-23_182315-300x276.jpg 300w" sizes="(max-width: 553px) 100vw, 553px" /><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-30119" alt="2013-09-23_182328" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/2013-09-23_182328.jpg" width="552" height="509" title="Ad Aragon i freni soffrono 2063" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/2013-09-23_182328.jpg 552w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/2013-09-23_182328-300x277.jpg 300w" sizes="(max-width: 552px) 100vw, 552px" /> <img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-30120" alt="2013-09-23_182341" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/2013-09-23_182341.jpg" width="553" height="171" title="Ad Aragon i freni soffrono 2064" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/2013-09-23_182341.jpg 553w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/2013-09-23_182341-300x93.jpg 300w" sizes="(max-width: 553px) 100vw, 553px" /></p>
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		<title>MotoGP, Misano &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Sep 2013 07:16:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Problemi di trazione, dicevamo nel briefing. La debacle delle M1 Tech3 evidenzia adeguatamente il punto debole Yamaha in versione 2012, mentre le due ufficiali hanno potuto avvalersi della possibilità di spostare l’asse di sterzo un po’ più avanti e di caricare staticamente la ruota posteriore. A patto, sia ben chiaro di non arretrarla troppo sul [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Problemi di trazione, dicevamo nel briefing. La debacle delle M1 Tech3 evidenzia adeguatamente il punto debole Yamaha in versione 2012, mentre le due ufficiali hanno potuto avvalersi della possibilità di spostare l’asse di sterzo un po’ più avanti e di caricare staticamente la ruota posteriore. A patto, sia ben chiaro di non arretrarla troppo sul forcellone. E partiamo proprio dalle due M1 ufficiali: ruota a metà per Lorenzo, un filo più avanti per Rossi che continua a preferire trasferimenti di carico importanti con un assetto più reattivo e veloce sulla percorrenza.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/lorenzo-perno-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-29981" alt="lorenzo-perno-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/lorenzo-perno-1.jpg" width="510" height="337" title="MotoGP, Misano - Debriefing 2067" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/lorenzo-perno-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/lorenzo-perno-1-300x198.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Entrambe tenute vicino alla loro altezza massima, a quattro tacche fuori dalla piastra quando il massimo utilizzato in gara quest’anno è stato tre tacche. Lorenzo si ritrova così con un buon compromesso tra percorrenza, motricità e durata totale, a condizione di riuscire a imporre la sua strategia: niente bagarre con nessuno, sia per non stressare le gomme che per evitare di ritrovarsi su una traiettoria indigesta.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/lorenzo-canne-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-29982" alt="lorenzo-canne-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/lorenzo-canne-1.jpg" width="510" height="336" title="MotoGP, Misano - Debriefing 2068" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/lorenzo-canne-1.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/lorenzo-canne-1-300x198.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Essì, perché la M1 di Lorenzo così settata sopporta traiettorie alternative meno delle sorelle. Ma partendo a suo modo è difficile per chiunque approfittare di questa debolezza: per obbligarlo a una traiettoria scomoda lo si dovrebbe innanzitutto raggiungere… Da fuori in tanti hanno pensato fosse una moto sui binari: la verità è che sui binari c’erano le uova, e Lorenzo ha saputo coniugare dolcezza di guida e determinazione. “Delicatamente aggressivo” sembra un paradosso, ma è una vera lezione di guida. Così perfetto da apparire quasi facile: e invece il minimo errore, il minimo sobbalzo l’avrebbe fatto volare. Ma Lorenzo non sbaglia. Chapeau.</p>
<p>Rossi pimpante nei primi giri, parte maluccio ma il suo assetto gli consente i soliti sorpassi in inserimento. Finchè durano le gomme. Che la sua moto abbia la migliore percorrenza di tutte lo si vede chiaramente nell’unica curva lunga di percorrenza, il Carro: lì è davvero un missile, mangia metri a tutti e riesce a stare attaccato alle Honda per metà gara. La prevedibile usura precoce delle gomme lo fa concludere col solito distacco, e anche questo era messo nel conto.</p>
<p>Honda. Anche loro cercano motricità: Marquez la trova a costo di ducatizzare un po’ la sua RCV con annesso sottosterzo, Pedrosa tiene la sua moto più bassa e la sua posteriore ha maggiori difficoltà. Mantiene un avantreno più solido ma paga pegno in percorrenza. In compenso parte bene e guida senza sbavature. Soprattutto senza rischiare nulla, al contrario del suo compagno che a più riprese cerca di stendersi di anteriore prima di rinunciare a riprendere Lorenzo.</p>
<p>A questo punto occorre notare il vero capolavoro di Marquez: il sorpasso su Rossi. Meditato accuratamente, studiato nei giri precedenti, dimostra la lucidità dell’ultimo arrivato: attaccato agli scarichi della Yamaha si accorge che Rossi lavora sulla percorrenza e sui raccordi. Dopo la Quercia si arriva al Tramonto passando per la curva 9: la M1 tocca la corda una prima volta ma poi, per poter uscire forte dal Tramonto e fare il rettilineo in velocità, è costretta ad allargarsi per raccordare curva 9 e Tramonto come un unico curvone, toccando una seconda corda un po’ ritardata al Tramonto, in seconda marcia senza perdere velocità. La Yamaha è fatta per questo, dopotutto. Raccorda le curve e non perde velocità.</p>
<p>Marquez esce dalla Quercia,  e mentre Rossi difende la prima corda si porta a sinistra e si tuffa sull’interno proprio mentre la M1 sta abbandonando la prima corda, fa una gran staccata e occupa per primo la seconda corda. Lento, ma impedendo a Rossi di completare il raccordo. In sostanza, entra come un missile nella prima curva sapendo che dovrà sacrificare la seconda, ma sapendo pure che il danno procurato al suo avversario sarà ancora maggiore.</p>
<p>La M1 deve rallentare, perde una manciata di giri motore e si ritrova all’esterno con una seconda sottogiri. Un disastro. Marquez, curvando lento al Tramonto, perde tre decimi ma infligge una perdita a Rossi &#8211; dall’ingresso del Tramonto fino al Curvone – di un secondo secco. E si ritrova con sei decimi di vantaggio che Rossi non riuscirà a colmare neppure al Carro. Approfittare dello spazio lasciato aperto nel raccordo tra le due curve in un punto dove la Yamaha è favorita, obbligandola a spezzare la traiettoria in uscita, è più di un capolavoro. E’ qualcosa di destabilizzante che toglie ai piloti dei tre diapason una delle loro certezze. Raccordare due curve, oggi l’hanno imparato, potrebbe essere pericoloso.</p>
<p>Ma forse Lorenzo lo sapeva già, forse è per questa ragione che fugge ad ogni partenza e cerca di tenersi lontano dal rookie.</p>
<p>Più equilibrato il sorpasso tra le Honda, con Marquez che sottosterza e rischia molto sull’avantreno ma passa un Pedrosa in crisi di trazione. La cosa strana è che neppure Pedrosa, proprio come Lorenzo, aveva dovuto affrontare duelli; e in genere la sua posteriore è quella che arriva meglio al traguardo. Qualcosa tra pressione e setting non ha funzionato come previsto, e non stupisce che nei test del lunedì Pedrosa si sia concentrato sui settaggi per risolvere proprio questo nuovo problema.</p>
<p>La mia personale ipotesi è che abbia sovrastimato la riduzione dei trasferimenti e abbia abbassato troppo la pressione posteriore. Ha evitato il chattering che affliggeva la moto di Marquez ma ha stressato la gomma più del previsto. Una sessione di test dedicata, approfittando della presenza dei tecnici Bridgestone a Misano, era davvero opportuna.</p>
<p>Chiudiamo in bellezza con l’Aprilia che progredisce ogni gara. Certo, c’è il vantaggio di una gomma più morbida e tutto sommato meno problematica ed esigente di quelle dei prototipi, ma bisogna dire che la casa italiana sa il fatto suo. Bene ha fatto il buon Hayden a fare jogging in quel di Noale, la moto veneta è molto equilibrata su tutte le piste. E un motore rivisto è già pronto per il 2014.</p>
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		<title>MotoGP, Misano &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Sep 2013 23:02:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Misano Adriatico si presenta col suo fondo infido e con diverse curve da raccordare o da fare in percorrenza. Dal punto di vista dell’equilibrio tra i pretendenti la situazione è quasi di parità: non tanto perché sia Honda che Yamaha vanno bene, quanto piuttosto perché entrambe non possono esprimere le proprie migliori qualità. Vediamo in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/circuito-misano-622x380.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-29847 aligncenter" alt="circuito-misano-622x380" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/circuito-misano-622x380.jpg" width="533" height="327" title="MotoGP, Misano - Briefing 2073" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/circuito-misano-622x380.jpg 588w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/circuito-misano-622x380-300x184.jpg 300w" sizes="(max-width: 533px) 100vw, 533px" /></a></p>
<p>Misano Adriatico si presenta col suo fondo infido e con diverse curve da raccordare o da fare in percorrenza. Dal punto di vista dell’equilibrio tra i pretendenti la situazione è quasi di parità: non tanto perché sia Honda che Yamaha vanno bene, quanto piuttosto perché entrambe non possono esprimere le proprie migliori qualità. Vediamo in dettaglio.</p>
<p>La variante del Parco è la prima chicane: destra-sinistra destra da percorrere in velocità. Vantaggio Yamaha. Curve del Rio, due destre da raccordare. Vantaggio Yamaha. La curva sei è però piuttosto secca e porta al rettilineo più veloce. Vantaggio Honda. Ma alla fine del rettilineo troviamo la Quercia, che impone un inserimento rapido e una percorrenza elevata con uscita in progressione. Vantaggio Yamaha. Flessione verso destra e poi ci si tuffa al Tramonto, da fare in percorrenza. Vantaggio Yamaha.</p>
<p>Il rettilineo successivo, interrotto dal Curvone, avvantaggia ancora la Yamaha che esce veloce dal Tramonto. A mia memoria un solo pilota ha fatto il Curvone pieno o quasi, indovinate chi era e su che moto viaggiava. Curve del Carro, ancora percorrenza e ancora vantaggio Yamaha. Poi la penultima curva a sinistra e infine l’ultima secca a sinistra, la Misano, che porta al rettilineo di arrivo. Vantaggio Honda sul traguardo, ma in fondo ritroveremo la variante del Parco e le moto dell’ala dovranno rallentare prima e più della Yamaha che invece ci si infilerà con la sua agilità nelle esse.</p>
<p>Globalmente il tracciato non piace troppo alle Honda, che prevarrebbero in due soli punti: ma in entrambi saranno costrette a cedere il passo a fine rettilineo, inchinandosi una prima volta all’agilità nella esse e una seconda volta alla maggiore percorrenza della moto dei tre diapason. Allora perché parliamo di parità? Perché il fondo scivola, e la M1 ha bisogno di grip per far valere le sue doti.</p>
<p>Per ragioni simili a quelle già viste in terra tedesca entrambe le moto non possono esprimersi. La riprova? Una ART che le tallona grazie a un miglior equilibrio generale rispetto a Honda e una maggior trazione – in questo favorita da un motore davvero eccellente come progressione – rispetto a Yamaha.</p>
<p>La Ducati? Soffre nelle percorrenze, non è agile nella esse e nei raccordi di curva e non riesce per vari motivi a sfruttare la maggiore motricità. Pirro, finalmente sulla SUA Ducati e in una pista che conosce fino alla nausea, ha subito mostrato un buon passo. Ma ho la personale impressione che lui, proprio perché a Misano non ha nulla da imparare, sia già al suo limite mentre tutti gli altri presumibilmente domani (sabato – NdR) riusciranno a migliorare.</p>
<p>Spero di sbagliare, ma credo di averci preso. Se poi posso dirla tutta, senza mancare di rispetto a Dovizioso, ad Hayden e a Iannone, penso che Misano sia ostica non tanto a questa Ducati quanto a questi ducatisti. Chi ha orecchie per intendere…</p>
<p>Situazione settaggi. Disastro motricità per le M1 Tech3, ancora col telaio 2012.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/cal_canne-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-29849" alt="cal_canne-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/cal_canne-1.jpg" width="511" height="337" title="MotoGP, Misano - Briefing 2074" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/cal_canne-1.jpg 822w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/cal_canne-1-768x507.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/cal_canne-1-300x198.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/cal_canne-1-696x460.jpg 696w" sizes="(max-width: 511px) 100vw, 511px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/cal_perno-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-29850" alt="cal_perno-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/cal_perno-1.jpg" width="509" height="336" title="MotoGP, Misano - Briefing 2075" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/cal_perno-1.jpg 822w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/cal_perno-1-768x507.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/cal_perno-1-300x198.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/cal_perno-1-696x460.jpg 696w" sizes="(max-width: 509px) 100vw, 509px" /></a></p>
<p>Situazione migliore per la M1 ufficiale non tanto per il nuovo seamless (che pure è senz&#8217;altro vantaggioso nelle progressioni, qui parecchio importanti) quanto per il setting allungato davanti, con un carico lievemente più arretrato.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/mi-1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-29852" alt="mi-1" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/mi-1.jpg" width="506" height="397" title="MotoGP, Misano - Briefing 2076" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/mi-1.jpg 390w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/mi-1-300x235.jpg 300w" sizes="(max-width: 506px) 100vw, 506px" /></a></p>
<p>Il lieve peggioramento nell’inserimento delle curve di percorrenza più lente è compensato dalla migliorata trazione. Anche perché la perdita si riduce in sostanza solo al Carro, unica curva di percorrenza lenta, visto che perfino il Tramonto in verità apre più velocemente.</p>
<p>Se il fondo migliorasse sufficientemente per la gara, cosa storicamente poco probabile, la M1 ufficiale sarebbe favorita. Se migliorasse moltissimo, perfino la Tech3 potrebbe dire la sua. Molto più ragionevolmente, sarà difficile per le Yamaha resistere a fine gara &#8211; e a morbida consumata – al rientro delle Honda. In particolare a quella di Marquez, che potrebbe decidere di raccordare a modo suo le curve del Rio e di trasformare curva 4 e curva 5 in un capolavoro. E magari perfino il mitico Curvone.</p>
<p>Morbida dietro e dura davanti per tutti, non ci sarebbe neppure bisogno di sottolinearlo visto il tipo di asfalto. La bassa trazione generale e la pressione di gonfi aggio in perfetto range (da media a medioalta) non deformerà troppo le carcasse, e le gomme finiranno per semplice usura, senza degradi drammatici.</p>
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		<title>Dove nasce il sottosterzo &#8211; seconda parte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Sep 2013 11:54:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo visto in questo articolo (Dove nasce il sottosterzo &#8211; Prima parte) come l’altezza del baricentro influisca sulla neutralità della moto in accelerazione fuori dalle curve grazie al momento di trazione. Ma alcune differenze le riscontriamo anche nella fase di inserimento. Il baricentro più alto deve disporsi su un cerchio più stretto (in azzurro) e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Abbiamo visto <a href="https://www.giornalemotori.com/2013/08/06/dove-nasce-il-sottosterzo-prima-parte/"><strong>in questo articolo (Dove nasce il sottosterzo &#8211; Prima parte)</strong></a> come l’altezza del baricentro influisca sulla neutralità della moto in accelerazione fuori dalle curve grazie al momento di trazione. Ma alcune differenze le riscontriamo anche nella fase di inserimento. Il baricentro più alto deve disporsi su un cerchio più stretto (in azzurro) e dovrà quindi decelerare di più rispetto al baricentro basso che, entrando in piega, rallenterà di meno in quanto seguirà la traiettoria su un cerchio maggiore (in rosso), vicino a quello delle ruote (in verde).</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/Figura-1-5201.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" alt="Figura-1-520" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/Figura-1-5201.jpg" width="520" height="396" title="Dove nasce il sottosterzo - seconda parte 2081"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Come conseguenza durante la fase di piega la moto col baricentro alto andrà, con la decelerazione, a caricare dinamicamente la ruota anteriore più di quanto non faccia la moto col baricentro basso. E questo significa disporre di un grip maggiore per poter prolungare con la frenata fin dentro alla curva senza perdere l’anteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, la composizione tra il momento dinamico della frenata e la riduzione del cerchio di percorrenza del baricentro ha come effetto un supplemento di carico anteriore che si manifesta fintanto che la moto aumenta la sua piega. La diretta conseguenza di ciò è che la gomma anteriore, normalmente fredda in rettilineo, scalda più facilmente prima di aver raggiunto il massimo angolo di piega. Come contropartita, dato l’incremento delle forze applicate, il baricentro alto imporrà l’utilizzo di una gomma a mescola più dura e con maggiore coesione tra le molecole del battistrada.</p>
<p style="text-align: justify;">Della percorrenza ne abbiamo già parlato <a href="https://www.giornalemotori.com/2013/07/28/il-momento-giusto-per-accelerare/"><strong>qui</strong></a>, concludendo che il baricentro alto consente una maggiore velocità sulle ruote. Ma c’è un’altra circostanza interessante da esaminare: la percorrenza di due curve da raccordare nei due possibili casi. Il primo, le due curve sono dalla stessa parte, e il secondo, con curve opposte (in pratica, la esse).</p>
<p style="text-align: justify;">Per capirlo facilmente basta osservare le figure: durante l’inserimento la traiettoria del baricentro abbandona la traiettoria delle ruote (verde), discostandosene in maggior misura proprio in ragione dell’altezza del baricentro. Simmetricamente, in uscita, le due traiettorie convergeranno nuovamente fino a tornare coincidenti a moto verticale. Il discorso si fa un po’ complicato ma vale la pena perderci qualche istante. Proviamo a vedere come si comportano due baricentri a diversa altezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Curva, supponiamo, di 90 gradi. In inserimento le traiettorie divergono in misura differente: supponiamo 2 gradi per il baricentro basso (rosso) e 4 gradi per il baricentro alto (azzurro). In uscita avremo la stessa cosa: le traiettorie dei baricentri convergono su quella delle ruote, ma con angoli differenti. Sempre 2 gradi per il baricentro basso e sempre 4 gradi per il baricentro alto. Notiamo subito che la curva di 90 gradi è diventata di 86 gradi (90 – 2 – 2) per il baricentro basso, mentre è diventata di 82 gradi (90 – 4 – 4) per il baricentro alto.</p>
<p style="text-align: justify;">In pratica, la parte iniziale e quella finale della curva sono state “percorse” grazie all&#8217;angolo di scostamento delle traiettorie dei baricentri rispetto alle ruote. Angolo che è maggiore per il baricentro alto (azzurro) e minore per quello basso (rosso), al quale in definitiva resta un maggiore arco da coprire durante la curva vera e propria. Cosa succede con due curve ravvicinate? Succede che l’angolo di convergenza della prima curva si raccorda con l’angolo di divergenza della seconda, formando un’unica traiettoria arrotondata.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre col baricentro basso la traiettoria sarà più spigolosa, quasi una spezzata, con le due curve più nette e ben separate da un tratto che, dati i bassi angoli di convergenza e di divergenza, risulta quasi rettilineo. E’ evidente a questo punto il vantaggio del baricentro alto, il quale raccorda “naturalmente” due curve successive in maniera assai più efficace.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/Figura-1-bis.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-29742 aligncenter" alt="Figura-1-bis" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/Figura-1-bis.jpg" width="520" height="756" title="Dove nasce il sottosterzo - seconda parte 2082" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/Figura-1-bis.jpg 520w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/Figura-1-bis-300x436.jpg 300w" sizes="(max-width: 520px) 100vw, 520px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">E arriviamo alla esse. Qui la faccenda, pur nascendo dallo stesso principio, diventa ancora più evidente: la composizione tra le divergenze/convergenze e gli angoli “residui” – ovvero, sottratto all’arco di ogni curva quanto già coperto in termini di angolo dalle divergenze/convergenze – mostra che la traiettoria del baricentro più alto è più rettilinea.</p>
<p style="text-align: justify;">Cioè, il baricentro alto “vede” una esse molto meno stretta, con spostamenti laterali molto inferiori.  Il baricentro alto segue una traiettoria ben raccordata, appena ondulata, mentre le ruote percorrono la esse. Il baricentro basso segue la esse quasi con la traiettoria delle ruote: curve più strette, angoli residui maggiori e spostamenti laterali di peso più elevati. La moto col baricentro basso deve rallentare, per lei il raccordo delle divergenze/convergenze funziona pochissimo.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/Figura-2-520.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-29736 aligncenter" alt="Figura-2-520" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/Figura-2-520.jpg" width="520" height="375" title="Dove nasce il sottosterzo - seconda parte 2083" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/Figura-2-520.jpg 520w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/Figura-2-520-300x216.jpg 300w" sizes="(max-width: 520px) 100vw, 520px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La situazione del baricentro alto è la medesima che ritroverebbe un eventuale scapestrato che decidesse, a bordo di un Ciao, di fare lo slalom in rettilineo nella striscia discontinua cercando di passare dove la striscia non c’è. Il suo corpo (la maggior parte del peso, dato che il Ciao è leggerissimo) resterebbe quasi fermo, in traiettoria quasi rettilinea, mentre sotto il sedere il suo ciclomotore curverebbe a destra e a sinistra con un movimento a pendolo, in continua oscillazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza violare il codice della strada possiamo anche notare che in fondo gli sciatori nelle prove di slalom fanno esattamente la stessa cosa. E guardandoli dall’alto si nota la traiettoria quasi rettilinea dalla cintola in su, mentre gli sci passano da una parte all’altra infilandosi tra le porte. La traiettoria degli sci e quella del corpo esemplificano bene ciò che fanno le ruote e il baricentro della nostra moto durante la esse: le curve dello slalom vengono quasi interamente coperte, in senso angolare, dalle divergenze/convergenze tra il corpo e gli sci; e il corpo resta su una traiettoria quasi rettilinea.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/LL1.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-29740 aligncenter" alt="LL" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/09/LL1.jpg" width="420" height="490" title="Dove nasce il sottosterzo - seconda parte 2084" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/LL1.jpg 420w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/09/LL1-300x350.jpg 300w" sizes="(max-width: 420px) 100vw, 420px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Da tutto questo emergono diverse considerazioni. La prima: il pilota di una D16 è costretto a sbattersi a destra e a sinistra con molta energia (ricordate Capirossi e Stoner), i piloti Honda un po&#8217; meno (Pedrosa, Hayden all&#8217;epoca delle 1000) e quelli della M1 paiono addirittura prendersela comoda sulla sella (Lorenzo, Rossi).</p>
<p style="text-align: justify;">E non è solo questione di stile personale ma anche di adattamento a ciò che la moto richiede. La seconda: nella scelta di un pilota deve essere ben chiaro: la cosa più importante è che lo stile del pilota sia quanto possibile quello necessario al tipo di moto che guiderà. Ma in questo campo gli errori dei team manager sono spesso stati disastrosi. La terza: da oggi, quando qualche pseudocollaudatore dirà che &#8220;la nuova moto X è molto maneggevole <em>grazie al baricentro basso</em>&#8221; sentitevi liberi di insultarlo senza ritegno.</p>
<p style="text-align: justify;">NB: la trattazione in questo articolo è stata semplificata separando nettamente la fase di inclinazione dalla curva vera e propria. Di conseguenza nei disegni, per la migliore comprensione, abbiamo tracciato le traiettorie come fossero formate da rette e da archi di cerchio. Nella realtà la moto piega mentre inizia a curvare, quindi i due fenomeni (divergenza/convergenza e arco di percorrenza) sono continuamente sovrapposti.</p>
<p style="text-align: justify;">La trattazione rigorosa imporrebbe di dividere la traiettoria in segmenti sempre più piccoli, di calcolare la divergenza/convergenza e l&#8217;arco di percorrenza di ogni singola frazione e di sommarlo al precedente per poi proseguire col segmento successivo. Il procedimento si chiama calcolo incrementale, e la soluzione matematica rigorosa impone il passaggio al calcolo differenziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Cioè derivate e integrali. Ma se in italia parli di derivati ti accusano di essere uno speculatore finanziario, se parli di integrali arrivano subito i vegani che ti bacchettano sulla macrobiotica e quelle robe lì. Siccome ai fini della comprensione dei principi qui illustrati il calcolo incrementale non è essenziale, prendete questo articolo così com&#8217;è. Conviene pure a voi, date retta.</p>
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		<title>MotoGP, Silverstone &#8211; Debriefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Sep 2013 05:37:31 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ed eccoci al debriefing di Silverstone. Dicevamo nel briefing di non star troppo a sentire le menate dei piloti sul fondo: il grip nonostante le buche era elevato, assai più che gli anni scorsi. Quindi maggior potenza scaricabile, quindi maggiori deformazioni, maggiori temperature della carcassa, etc. E infatti perfino Yamaha ha scelto la gomma dura. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ed eccoci al debriefing di Silverstone. Dicevamo nel <a href="https://www.giornalemotori.com/2013/08/31/motogp-silverstone-briefing/"><strong>briefing</strong></a> di non star troppo a sentire le menate dei piloti sul fondo: il grip nonostante le buche era elevato, assai più che gli anni scorsi. Quindi maggior potenza scaricabile, quindi maggiori deformazioni, maggiori temperature della carcassa, etc. E infatti perfino Yamaha ha scelto la gomma dura. Vediamo com&#8217;è andata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Notiamo subito che ci sono state due gare sovrapposte: quella di chi ha utilizzato la più corretta mescola dura e quella degli altri. Non per caso le prime quattro posizioni sono state ottenute con gomma hard.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lorenzo decide di correre una qualifica lunga oltre venti giri: moto bassa, con forcelle parecchio sfilate. Non irresistibile in percorrenza assoluta ma molto costante per tutta la gara come si addice alla sua guida. Perché bassa? Perché con una motricità finalmente adeguata il rischio è di sollevare l’avantreno anche sulla M1, e lui voleva una moto sui binari: avesse esagerato, come difatti è quasi successo, la M1 abbassata correva più il rischio di perdere la posteriore sotto gas che di impennare in uscita. E pur senza dignità di “drift”, in effetti qualche perdita sulla posteriore c’è stata. Ma controllata perfettamente da un’elettronica come solo Forcada sa sistemare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha avuto ragione, non ha sbagliato nulla e ha resistito con le unghie e con i denti all&#8217;arrembaggio delle Honda. Onore al merito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rossi ha preferito, come prevedibile, un settaggio più alto, da bagarre, contando di partire bene e obbligare gli avversari al duello. Purtroppo a un’ottima partenza non sono seguiti subito i giri al limite necessari per stare con gli altri, e questo sta rivelandosi un limite tutto suo: la sua M1 ha scaldato le gomme sicuramente prima di quella di Lorenzo, ma lui non se l’è sentita di tirare fin da subito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le gomme dure sono arrivate tutte molto vicine tranne lui, a ben 11 secondi di distanza e con un distacco microscopico dal primo con gomme “sbagliate”. Il voto delle <strong>pagelle</strong> mi pare ben azzeccato, forse perfino generoso. Cal e Bradley pagano la scelta della morbida e si ritrovano una carcassa fuori dal range di temperatura. Inesperienza, sarà per la prossima volta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Honda ufficiali perfette, un filo basse per contrastare gli alleggerimenti che il formidabile grip genera, alla faccia della gomma dura. Le derapate si sprecano, ma il setting più azzeccato resta quello di Pedrosa: ottima percorrenza, gomme a posto fino all’ultimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta quasi inspiegabile come per la seconda volta di fila non abbia affondato il colpo. E stavolta la scusa della gomma troppo calda non regge: la gomma viene stressata assai di più nei duelli piuttosto che in una rimonta solitaria condotta senza visibili sforzi e dove le traiettorie non sono obbligate dal tuo avversario. Sto cominciando a pensar male.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Marquez divertente e spettacolare, ma in Inghilterra ha imparato che quando il grip è elevato l’unico modo di battere Lorenzo con la guida sporca sarebbe pilotare un dragster.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le Honda private hanno partecipato al Gran Premio della Gomma Soft insieme alle Tech3 e alle Ducati: a vincere è stato Bautista con una guida più pulita e con le Showa che a mio avviso hanno per diversi aspetti superato le blasonate Ohlins. Bradl, più deraposo tra i due, è stato il meno efficace. E qui torniamo alla guida differente tra Marquez e Pedrosa, e ricomincio a pensar male.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle posizioni di rincalzo arriviamo al <strong>Motoraduno Ducati</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ormai da diverse gare arrivano tutti insieme, e viene un legittimo dubbio: che stiano facendo lo stesso errore degli anni passati, ovvero tentare di rendere la moto un po’ più rapida in percorrenza (settandola più alta possibile) utilizzando una morbida (perfino quando la M1 usa la hard) e limitando &nbsp;l’impennata e le deformazioni troppo elevate con un’elettronica molto chiusa sia sull&#8217;antispin che sull&#8217;antiwheeling.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto le prestazioni sono plafonate a prescindere dal pilota, ed ecco tutte le D16 appaiate e lente, come nel più classico dei motoraduni. Ci manca solo una bella tavolata a fine gara con relativo vino a fiumi e canti di gruppo. Per la serie, più di così non possiamo fare. Ma qui a Silverstone qualche intoppo esiste. Ricordate il <a href="https://www.giornalemotori.com/2013/08/31/motogp-silverstone-briefing/"><strong>briefing</strong></a>? “Occhio che col grip elevato il pericolo verrà dall&#8217;avantreno” (sappiate che vale per tutti, anche su strada).</p>



<p class="wp-block-paragraph">A fine gara Lorenzo ha dichiarato che la sua M1 all&#8217;ultimo giro ha perso per un istante la ruota anteriore (sì, perfino la sua M1 abbassata) e lo stesso Pedrosa ha fatto (involontariamente o meno, se continuo a pensar male) un lungo proprio mentre stava per attaccare Lorenzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dovizioso ha fatto meglio e si è <strong>steso di anteriore</strong>. Ditemi voi se una gomma morbida su una D16 alta col grip di Silverstone era un settaggio col quale poter spingere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il passato ritorna.</strong></p>
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		<title>MotoGP, Silverstone &#8211; Briefing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Aug 2013 08:50:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Silverstone, pista veloce con qualche curva di percorrenza, molte esse velocissime da raccordare, nessuna ripartenza da bassa velocità e asfalto con molto grip. Rovinato e ondulato, certo, ma molto meno disastroso di quanto raccontino alcuni piloti che, in verità, danno l’impressione di cercare giustificazioni preventive per un eventuale insuccesso personale. E lo capisco, qui la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2013/08/31/motogp-silverstone-briefing/">MotoGP, Silverstone &#8211; Briefing</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/circuito_colori.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-29289 aligncenter" alt="circuito_colori" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/circuito_colori.jpg" width="534" height="321" title="MotoGP, Silverstone - Briefing 2090" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/circuito_colori.jpg 652w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/circuito_colori-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 534px) 100vw, 534px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Silverstone, pista veloce con qualche curva di percorrenza, molte esse velocissime da raccordare, nessuna ripartenza da bassa velocità e asfalto con molto grip. Rovinato e ondulato, certo, ma molto meno disastroso di quanto raccontino alcuni piloti che, in verità, danno l’impressione di cercare giustificazioni preventive per un eventuale insuccesso personale. E lo capisco, qui la Yamaha si gioca l’ultima carta e la pressione sui propri piloti è palpabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se il grip fosse davvero insufficiente, davvero credete che oserebbero girare con la posteriore dura senza nemmeno temperature sahariane? La verità è che oggi la pista inglese, anche per merito della migliore aderenza offerta dalle gomme rispetto allo scorso anno, ha un grip così buono che diventa arduo driftare. E la Yamaha parte tecnicamente favorita forse per la prima volta su questo tracciato.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel giro secco e con la solita morbida dietro, sia chiaro. In gara le cose possono essere un tantino diverse in quanto l’asfalto di tipo drenante ha un buon grip ma grattugia il battistrada, portando la morbida a strappare se gonfiata per fare l’intera gara oppure a consumarsi precocemente se la si fa lavorare calda. E la dura su Honda potrebbe risultare la scelta più azzeccata.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/lorenzo-21.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-29283 aligncenter" alt="lorenzo-2" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/lorenzo-21.jpg" width="459" height="301" title="MotoGP, Silverstone - Briefing 2091" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/lorenzo-21.jpg 459w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/lorenzo-21-300x197.jpg 300w" sizes="(max-width: 459px) 100vw, 459px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Settaggi: la M1 di Lorenzo è la più bassa, la sua guida morbida e rotonda gli consente di non perdere velocità anche nei punti più lenti e il suo setting è un classico “da qualifica”. Con la morbida avrà i suoi guai a fine gara, la sua preoccupazione sarà quella di partire davanti per non dover duellare rovinando le sue gomme. E d’altra parte non può fare a meno di provarci: un semplice piazzamento significherebbe la chiusura del mondiale al di là della matematica. Rossi parte con una moto un po’ più alta, con trasferimenti maggiori, e la sua guida sarà fortemente influenzata dalla scelta delle gomme: sarà aggressivo con la dura, sarà conservativo per una buona metà gara con la morbida.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/vale-fp2-start.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-29284 aligncenter" alt="vale-fp2-start" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/vale-fp2-start.jpg" width="454" height="374" title="MotoGP, Silverstone - Briefing 2092" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/vale-fp2-start.jpg 480w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/vale-fp2-start-300x247.jpg 300w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Se io fossi il suo tecnico, consiglierei ruota avanti e gomma dura in gara: col suo curriculum ha il dovere di provare a vincere anche assumendosi qualche rischio piuttosto che correre per un posto di rincalzo. Voglio dire: quarto o sesto non fa più differenza, non gli si chiede di portare a casa un titolo ma di infiammare il pubblico con qualche vittoria. Essere nel gruppo non può bastare, deve azzardare. Deve sfruttare la sua aggressività – suo vero punto di forza – piuttosto che cercare un’improbabile guida dolce alla Lorenzo. A parte che ho i miei personali dubbi che lo sappia fare, anche ci riuscisse non sarebbe più lui. Da Dottore a Ragioniere non mi sembra un gran passo avanti…</p>
<p style="text-align: justify;">Honda: dicevamo dell’ottimo grip, tanto che le driftate sono difficili. Qualche derapatina ci può stare, ma siamo lontani dalla guida di traverso a gas aperto fuori dalle curve. E questo penalizza un filino il giovane Marquez, che si ritrova un’arma meno appuntita del solito. Occhio al solito Pedrosa, dotato di eccellente percorrenza – rispetto alla moto che guida, si capisce – e bravissimo a portare le gomme in ottime condizioni fino in fondo. Settaggio con ruota arretrata sulla morbida per il 26, a metà o anche più avanti con la dura per il 93. A meno che Marquez non voglia dimostrarci di saper guidare rotondo in percorrenza, nel qual caso ricalcherebbe lo schema del suo caposquadra: e questa sarebbe davvero una novità interessante da seguire.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/dani-2.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-29286 aligncenter" alt="dani-2" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/dani-2.jpg" width="467" height="298" title="MotoGP, Silverstone - Briefing 2093" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/dani-2.jpg 467w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/dani-2-300x191.jpg 300w" sizes="(max-width: 467px) 100vw, 467px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ducati: la prima giornata l’hanno fatta con la morbida, ma sinceramente spero che liberino un po’ di cavalli e osino utilizzare la dura provando a spingere un po’ più che a Indy e Brno. Anche perché sulla carta l’assenza di curve strette dovrebbe agevolare il compito. Pagano nelle esse veloci, come al solito: ma Silverstone, tra i circuiti del campionato, è uno dei pochi dove la rossa si trova meglio. In alcuni settori addirittura dà del gran filo da torcere alle giapponesi, e i parziali del Dovi lo dimostrano.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/dovi-2.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" alt="dovi-2" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/dovi-2.jpg" width="412" height="296" title="MotoGP, Silverstone - Briefing 2094"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente ci aspetta una bella gara, visto che i giochi restano apertissimi a causa delle diverse possibili combinazioni, una volta tanto anche sulle gomme. Il vincitore stavolta non è già scritto. L’unica cosa certa invece è che per tutti &#8211; Honda e Ducati in testa, ma non solo &#8211; il rischio maggiore viene dall&#8217;avantreno: con la velocità la forcella va indurita, e gli avvallamenti di Silverstone non perdonano facilmente. Ottima occasione per la Showa di Bautista di dimostrare il livello raggiunto con gli aggiornamenti delle ultime settimane.</p>
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		<title>Se  la M1 avesse una frizione a controllo elettronico?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Aug 2013 07:51:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In tanti hanno notato comparire una presa d’aria sulla frizione della M1, ma in pochi hanno davvero capito la sua funzione. La spiegazione la azzardiamo noi, sulla base di una serie di ragionamenti logici che danno sostanza all&#8217;ipotesi. Ragioniamo. Una presa d’aria dinamica non funziona da fermo, questo è poco ma sicuro. Peggio, finisce per [&#8230;]</p>
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<p style="text-align: justify;">In tanti hanno notato comparire una presa d’aria sulla frizione della M1, ma in pochi hanno davvero capito la sua funzione. La spiegazione la azzardiamo noi, sulla base di una serie di ragionamenti logici che danno sostanza all&#8217;ipotesi. Ragioniamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Una presa d’aria dinamica <strong>non funziona da fermo</strong>, questo è poco ma sicuro. Peggio, finisce per diventare un vero e proprio ostacolo alla libera circolazione dell’aria in zona frizione. Pochi giorni fa vi avevo accennato ad un nuovo sensore di temperatura proprio sulla frizione. Cosa ci faceva? Quale nuova energia si stava cercando di smaltire attraverso la frizione, tanto da aver bisogno di esser tenuta sotto controllo?</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto diciamo che la frizione nelle moto da corsa non viene utilizzata durante il cambio marcia: per inserire i rapporti si usa un opportuno taglio di potenza che alleggerisca il lavoro delle forchette del cambio, facendole muovere quando la coppia di ingranaggi impegnata non è più sotto sforzo.</p>
<p style="text-align: justify;">La frizione viene usata per partire da fermi, certo: e proprio per questo utilizzo le moderne frizioni sono controllate tramite software specifico – chiamato appunto “di partenza” – che si sovrappone agli usuali controlli di trazione antispin e antiwheeling. Insomma, durante la partenza le frizioni più moderne assistono il pilota nella fase di stacco in prima marcia, né più né meno come una frizione automatica ma con una gestione elettronica più sofisticata.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sistema deve essere ogni volta armato manualmente dal pilota e si disattiva da solo appena si inserisce la seconda. Marquez, per dire, durante le prove del gran premio di Indianapolis aveva scordato di inserirlo e per poco non faceva la frittata nella sua prova di start.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la frizione oggi fa anche altro: smaltisce il calore come fosse un freno “a dischi multipli” nella fase di rilascio durante le scalate in ingresso curva, in modo da limitare il freno motore che agirebbe sulla ruota posteriore facendola saltellare, quando si chiude il gas in staccata la ruota posteriore attraverso la catena tenderebbe a trascinare il motore che invece la ostacola avendo il pilota chiuso il gas.</p>
<p style="text-align: justify;">Fino a oggi però nessuno aveva dovuto realizzare una specifica ventilazione dinamica per smaltire il calore dell&#8217;antisaltellamento, segno che la sua entità è tutto sommato limitata. Quindi qui c’è dell’altro. E non riguarda la partenza, visto che la presa dinamica funziona <b>soltanto</b> in velocità. Qui c’è una nuova energia che deve essere smaltita <b>durante</b> la corsa della moto. Ma se non è il cambio di marcia né la frizione antisaltellamento, allora cosa è?</p>
<p style="text-align: justify;">E qui entriamo in un campo nuovo. La M1 è l’unica senza il famoso cambio seamless che consente la cambiata senza perdita di trazione. Uno dei suoi presunti punti deboli è quello. Il cambio seamless, proprio per l’assenza di vuoti nella spinta del motore, assicura miglior stabilità alla moto in quanto limita le variazioni di assetto dovute alla trazione discontinua.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo: la continuità di trazione consente di utilizzare ogni singolo metro per accelerare, ottenendo quindi velocità finali maggiori in spazi e tempi inferiori. Ma la M1 ne resterà priva fino alle ultime gare, quando verrà punzonato l’ultimo dei cinque motori disponibili per ciascun pilota: i primi quattro, già punzonati in casa Yamaha, non possono più essere modificati e non riceveranno il nuovo cambio. Come fare allora? Ed ecco l’idea: trasformare la frizione in un vero e proprio convertitore di coppia utilizzabile anche in gara.</p>
<p style="text-align: justify;">Detta in soldoni: quando vogliamo partire veloci noi comuni mortali facciamo salire di giri il motore e facciamo attaccare la frizione con uno slittamento molto prolungato, in perfetto equilibrio tra il <b>troppo attaccato=motore che perde giri</b>  e il <b>troppo staccato=motore sbiellato</b>; ma anche tra il <b>troppo attaccato con troppo gas=moto che si ribalta </b>e il <b>troppo staccato con poco gas=moto che accelera poco</b>.</p>
<p style="text-align: justify;">I vecchi duetempisti, con motori assai scorbutici sotto il sedere, ben conoscevano l’arte della frizione: il gas che giocava fra i tre quarti e il tutto aperto col motore in coppia e la frizione che controllava il regime dei giri. Una pratica non facile da descrivere, visto che i giri si controllavano con la leva sinistra – e non col gas – mentre la manopola a destra controllava la spinta.</p>
<p style="text-align: justify;">Orbene, questa manovra nelle cilindrate minori era spesso utilizzata per rinvigorire la spinta di un motore che, per rapportatura del cambio e per raggio di curva che si stava affrontando, non si ritrovava nell&#8217;arco di giri utile: e tra, poniamo, una terza impiccata e senza allungo e una quarta troppo moscia, il pilota sceglieva la quarta “frizionando” come fosse in partenza, col gas tutto aperto e la frizione a controllare il regime.</p>
<p style="text-align: justify;">Con un ulteriore vantaggio: la spinta così ottenuta è non soltanto formidabile ma anche incredibilmente dolce e continua, senza spigolosità o incertezze. Pareva di essere tirati da un invisibile elastico, senza alcuna ruvidità in quanto lo slittamento stesso fungeva come un vero e proprio parastrappi. Bei tempi…</p>
<p style="text-align: justify;">Ok, torno a scrivere: il sistema di partenza delle attuali moto in fondo esegue allo start le stesse operazioni, ma con un controllo elettronico ben più veloce, reattivo e preciso di quanto possa mai fare un pur esperto pilota. Frizione e gas hanno un controllo elettronico, la centralina provvede al dosaggio più idoneo.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa hanno fatto in Yamaha? Hanno sfruttato il controllo elettronico di partenza opportunamente modificato per poterlo applicare anche alla corsa normale, replicando via software l&#8217;antica manovra duetempistica col risultato di poter utilizzare una marcia passista anche laddove il motore sarebbe stato troppo sottogiri e di fornire al contempo una spinta più continua, migliorando così le lunghe percorrenze e le accelerazioni in uscita. Una genialata.</p>
<p style="text-align: justify;">Che però va usata con parsimonia in quanto farebbe a pezzi la frizione, costretta a smaltire grandi quantità di calore come se si trovasse perennemente in fase di partenza. La differenza è che qui stavolta si corre, e c’è il vento della corsa: una bella presa d’aria dinamica, un bel sensore per la temperatura et voilà, il gioco è fatto. La centralina farà il resto, trasformando solo quando necessario e soltanto entro opportuni limiti la normale frizione in un meccanismo attivo e intelligente.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/Cambio-AT-convertitore.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-29011 aligncenter" alt="Cambio AT convertitore" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/Cambio-AT-convertitore.jpg" width="510" height="383" title="Se la M1 avesse una frizione a controllo elettronico? 2100" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/Cambio-AT-convertitore.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/Cambio-AT-convertitore-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/Cambio-AT-convertitore-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Classico convertitore di coppia della frizione in bagno d&#8217;olio.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/cambioatibrido.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-29012 aligncenter" alt="cambioatibrido" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/cambioatibrido.jpg" width="510" height="486" title="Se la M1 avesse una frizione a controllo elettronico? 2101" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/cambioatibrido.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/cambioatibrido-300x286.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>Convertitore di coppia magnetico attivato da un sistema elettronico di controllo con la sua frizione.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/2013-08-24_102914.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-29026" alt="2013-08-24_102914" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/2013-08-24_102914.jpg" width="293" height="290" title="Se la M1 avesse una frizione a controllo elettronico? 2102"></a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;immagine qui sopra  la conosce benissimo chi si fa da sé la preparazione dello scooter : infatti è il convertitore di coppia della trasmissione continua automatica che trovate in qualsiasi scooter.</p>
<p style="text-align: justify;">In ingegneria questo meccanismo si chiama &#8220;convertitore di coppia&#8221;, anche se in realtà non converte un bel nulla: serve a trasferire la coppia motrice da un sistema ad alta velocità di rotazione (in questo caso l&#8217;albero motore) a un secondo sistema a minore velocità (il primario del cambio, che in partenza addirittura è fermo) senza necessità di un rapporto fisso tra le due velocità.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevo già chiuso l&#8217;articolo, ma non potevo tenermelo dentro: col motore vuoto ai bassi regimi il convertitore di coppia fornisce comunque una spinta eccellente in quanto svincola la coppia trasmessa dal rapporto di trasmissione reale. Capito, Panigale?</p>
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		<title>Dove nasce il sottosterzo &#8211; Prima parte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Aug 2013 11:35:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proseguiamo con l’analisi della dinamica della motocicletta. Consideriamo due motociclette virtualmente identiche, ma col baricentro a diversa altezza. I carichi statici saranno identici: Con l&#8217;accelerazione F (in azzurro) i trasferimenti di carico saranno invece molto diversi: il baricentro alto porterà la moto ad impennare facilmente, e la risultante delle forze applicate (nera tratteggiata) si scaricherà [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Proseguiamo con l’analisi della dinamica della motocicletta. Consideriamo due motociclette virtualmente identiche, ma col baricentro a diversa altezza. I carichi statici saranno identici:</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-01.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-28475 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-01.jpg" alt="fig-01" width="510" height="293" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2123" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-01.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-01-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-02.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-02.jpg" alt="fig-02" width="510" height="293" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2124"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Con l&#8217;accelerazione F (in azzurro) i trasferimenti di carico saranno invece molto diversi: il baricentro alto porterà la moto ad impennare facilmente, e la risultante delle forze applicate (nera tratteggiata) si scaricherà a terra DIETRO il punto di contatto posteriore; quello basso invece avrà poco trasferimento &#8211; con la risultante che si scarica DAVANTI alla ruota posteriore &#8211; e resterà attaccata a terra. Per contro, la moto col baricentro alto, man mano che accelera, aumenterà la sua motricità in conseguenza del trasferimento di carico, mentre in quella col baricentro più basso l&#8217;incremento di motricità sarà inferiore. Al crescere della potenza applicata, la prima è limitata dal ribaltamento e la seconda dalla perdita di aderenza sul retrotreno.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-03.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-28499 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-03.jpg" alt="fig-03" width="510" height="293" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2125" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-03.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-03-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-041.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-28507 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-041.jpg" alt="fig-04" width="510" height="293" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2126" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-041.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-041-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Come conseguenza, nella prima saremo obbligati ad avanzare il baricentro per contrastare l’impennata, e nella seconda dovremo arretrarlo così da migliorare la motricità. La situazione raggiungerà la parità quando i due baricentri risulteranno allineati sulla retta passante per il punto di contatto posteriore (arancione tratteggiata): le due moto a quel punto avranno la medesima tendenza ad impennare a parità di potenza applicata.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-051.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-28508 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-051.jpg" alt="fig-05" width="510" height="293" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2127" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-051.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-051-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La scelta dell&#8217;inclinazione della risultante sulla quale dovrà disporsi il baricentro &#8211; avanzato o arretrato che sia il nostro centraggio &#8211; è sostanzialmente obbligata dal rapporto <em>grip</em><em>/</em><em>carico verticale</em><em><strong> </strong></em>indicato a priori dal costruttore della gomma. E&#8217; quindi uno dei dati di base di un progetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo alle nostre moto quasi gemelle. Per quello che riguarda la massima potenza scaricabile su fondo asciutto sembrerebbe indifferente la scelta dell’una o dell’altra soluzione, ma non è così. Intanto notiamo che lo spostamento orizzontale del baricentro &#8211; che abbiamo appena eseguito per portare i diversi baricentri sulla stessa risultante (arancione tratteggiata) &#8211; determina certamente lo stesso carico in piena accelerazione: ma al di sotto della massima potenza applicabile la moto col baricentro arretrato avrà un vantaggio di motricità dato dal suo maggior carico statico. E questo costituisce un vantaggio ogni qualvolta si verificano condizioni nelle quali non è possibile scaricare tutta la potenza e riequilibrare dinamicamente i carichi. Per esempio sul bagnato, quando il rapporto <em>grip</em><em>/</em><em>carico verticale</em> si abbassa. Oppure nelle piste stop&amp;go con ripartenza da bassa velocità, nelle quali l’aderenza posteriore alla prima apertura &#8211; così come alla partenza &#8211; dipende solo dai carichi statici, non esistendo ancora una accelerazione F sufficiente a determinare trasferimenti elevati.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-06.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-06.jpg" alt="fig-06" width="510" height="293" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2128"></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-07.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-28488 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-07.jpg" alt="fig-07" width="510" height="293" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2129" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-07.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-07-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Potremo quindi affermare che, laddove si tratta di accelerare sul dritto o su fondo scivoloso, la moto bassa e arretrata vince la partita sulla sua gemella; e infatti i dragster, progettati per accelerare sul dritto, hanno centraggi molto bassi e molto arretrati. In curva la faccenda è però assai più complessa, e mi rendo conto che ciò che sto scrivendo non è di immediata comprensione per chiunque. Abbiate pazienza, ma io mi ci provo comunque. E d’altra parte qualcuno deve pur farlo per spazzare il campo dal cumulo di idiozie fioccate in questi anni come neve sull&#8217;Himalaya.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo le nostre due moto identiche, stavolta col baricentro a diversa altezza ma anche con il necessario diverso centraggio longitudinale secondo quanto scritto sopra. In rettilineo son quasi uguali, a parte un vantaggio per quella più bassa e arretrata nelle prime fasi dell’accelerazione oppure sul bagnato. Vediamo adesso cosa succede in curva. E per affrontare l’argomento è indispensabile partire dalle considerazioni già viste in <strong><a href="https://www.giornalemotori.com/2013/07/28/il-momento-giusto-per-accelerare">questo articolo</a></strong>. Se l’avete saltato è inutile proseguire, quindi andateci e tornate solo dopo averlo letto.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-08.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-08.jpg" alt="fig-08" width="510" height="379" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2130"></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-09.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-28472 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-09.jpg" alt="fig-09" width="510" height="379" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2131" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-09.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-09-300x223.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-09-485x360.jpg 485w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-09-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Consideriamo le due moto in accelerazione: abbiamo già visto che grazie all&#8217;allineamento dei baricentri sulla medesima risultante (arancione tratteggiata) staccheranno la ruota anteriore con la stessa forza F (in azzurro) applicata sulla ruota. Ma adesso faremo qualche considerazione sui momenti meccanici risultanti proprio in quella situazione, a ruota anteriore appena sollevata. In questa condizione il carico verticale anteriore è pari a zero, mentre sulla ruota posteriore gravano in entrambe le moto i 150 Kg del loro intero peso. L’unico vincolo a terra è il contatto posteriore, quindi ogni rotazione o momento applicato la riferiremo a quel punto che diventerà il nostro perno.</p>
<p style="text-align: justify;">In qualsiasi moto la forza centrifuga D (in fuxia) spinge il baricentro verso l’esterno, determinando &#8211; col braccio d’azione H costituito dalla distanza del baricentro dal punto di contatto posteriore &#8211; un momento meccanico che farebbe immediatamente partire la moto per la tangente (In termini più fisici, senza l&#8217;appoggio della ruota anteriore viene a mancare quasi totalmente la forza centripeta che tratteneva il baricentro sul suo cerchio, e si genera un momento meccanico in quanto la linea d&#8217;azione della residua forza centripeta esercitata dalla ruota posteriore si trova fuori allineamento rispetto al baricentro).</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-14.jpg"><img decoding="async" class=" wp-image-28497 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-14.jpg" alt="fig-14" width="510" height="374" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2132" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-14.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-14-300x220.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-15.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-15.jpg" alt="fig-15" width="510" height="374" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2133"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ma ad equilibrarlo, mantenendo la moto nella traiettoria curvilinea, interviene il momento meccanico dinamico descritto nell&#8217;articolo precedente. I due momenti, quello di trazione e quello centrifugo, hanno infatti versi opposti: il primo tenta di ruotare la moto nel verso della curva, il secondo tenta di ruotarla raddrizzandone la traiettoria. Come nella moto col baricentro alto esiste un momento di trazione elevato in virtù del maggiore braccio B (in giallo) sul quale agisce la forza motrice F (in azzurro), esiste anche un più elevato momento della forza centrifuga D (in fuxia) che agisce su un maggiore braccio H. Nella moto bassa, in modo del tutto analogo, avremo un minor momento di trazione per il fatto che la stessa forza F (in azzurro) agisce su un braccio B (in giallo) più piccolo; ma avremo anche un minore momento della forza centrifuga D che agisce su un braccio H più piccolo nella medesima proporzione.  Il perfetto equilibrio tra i due momenti (momento meccanico di trazione e momento centrifugo) nelle rispettive moto parrebbe a prima vista rispettato. Non dobbiamo infatti dimenticare che a rendere neutra la moto &#8211; che potrà così completare la curva anche con l’avantreno a mezz&#8217;aria &#8211; è proprio l&#8217;equilibrio tra i due momenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella prova pratica però la moto bassa accuserà un certo sottosterzo, perdendo l’anteriore ogni volta che si alleggerisce in accelerazione. Dove nasce allora il sottosterzo? Ecco, questo è il punto nodale del centraggio della moto.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig_12.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig_12.jpg" alt="fig_12" width="510" height="383" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2134"></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig_13.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig_13.jpg" alt="fig_13" width="510" height="383" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2135"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ricordate cosa dicevamo <strong><a href="https://www.giornalemotori.com/2013/07/28/il-momento-giusto-per-accelerare">nell&#8217;articolo precedente?</a></strong> Il baricentro in curva non viaggia alla stessa velocità delle ruote. E la differenza sarà determinata dall&#8217;altezza del baricentro.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-08-bis.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-28477 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-08-bis.jpg" alt="fig-08-bis" width="395" height="379" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2136" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-08-bis.jpg 395w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig-08-bis-300x288.jpg 300w" sizes="(max-width: 395px) 100vw, 395px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig_101.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-28482 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig_101.jpg" alt="fig_10" width="510" height="383" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2137" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig_101.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig_101-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig_101-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-09-bis.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig-09-bis.jpg" alt="fig-09-bis" width="377" height="353" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2138"></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig_11.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-28479 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/fig_11.jpg" alt="fig_11" width="510" height="383" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2139" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig_11.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig_11-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/fig_11-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Qui però interviene la legge della cinematica che afferma che la forza centripeta occorrente nel moto circolare uniforme cresce, a parità di velocità angolare, col raggio della traiettoria: applicata al baricentro, significa che maggiore è il raggio, maggiore sarà la forza centrifuga (perché ovviamente le zone esterne avranno più velocità della zona vicina al centro di rotazione). Quindi la moto col baricentro alto – e cerchio più piccolo &#8211; sarà soggetta ad una forza centrifuga D inferiore mentre la moto più bassa – e cerchio più grande &#8211; sopporterà una forza centrifuga D maggiore. Di conseguenza, mentre il momento meccanico dovuto alla forza motrice è proporzionale all&#8217;altezza del baricentro (metà altezza=metà braccio B, forza F identica), quello dovuto alla forza centrifuga non è altrettanto proporzionale al posizionamento longitudinale;  e all&#8217;arretrare del baricentro<strong> il momento centrifugo decresce meno di quanto non si riduca il suo braccio di azione</strong> poiché mentre il braccio H si riduce proporzionalmente all&#8217;altezza (metà altezza=metà braccio H) la forza centrifuga D <strong>non rimane costante</strong> &#8211; come accade per F nel momento di trazione &#8211; ma <strong>cresce in ragione del maggior raggio</strong> della traiettoria del baricentro. In altre parole: il baricentro più basso e arretrato avrà il braccio del momento meccanico e quello della forza centrifuga ridotti nella stessa proporzione; ma mentre la forza motrice, rispetto alla moto gemella alta, è rimasta identica, la forza centrifuga è aumentata. Di conseguenza per una moto col centraggio basso esisterà una differenza tra il momento meccanico della forza motrice e quello della forza centrifuga. L’equilibrio non esiste più, e la differenza tra i due sarà un momento risultante che mi raddrizzerà la traiettoria. Ecco il sottosterzo in accelerazione. Chiaro?</p>
<p style="text-align: justify;">A conclusione di questa prima parte del ragionamento possiamo analizzare come il pilota reagisce a seconda del centraggio del suo mezzo: con un baricentro alto, e quindi un momento meccanico elevato e forza centrifuga inferiore il suo peso rimarrà allineato con la sua moto, mentre nella moto col baricentro basso e forza centrifuga più elevata sarà obbligato a spostare il proprio corpo all&#8217;interno, su un raggio minore possibile, in modo da aumentare il &#8220;braccio B&#8221; del suo personale baricentro e compensare così il minor braccio del momento meccanico del suo mezzo. Detta in soldoni: sulla M1 si sta sopra la moto mentre sulla D16 è obbligatorio strisciare la spalla nel tentativo di pareggiare il conto e di portare il baricentro totale (moto+pilota) su un cerchio piccolo quanto quello della moto col baricentro alto. E non è neppure detto che basti.  Valga a titolo di esempio il differente modo di accelerare di un Crutchlow rispetto a un Marquez, senza nemmeno dover scomodare Stoner: la differenza che in molti attribuiscono allo stile personale è semplicemente frutto del particolare adattamento al mezzo che guidano.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/cal_crutchlow_ruota.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-28483 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/cal_crutchlow_ruota.jpg" alt="cal_crutchlow_ruota" width="510" height="377" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2140" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/cal_crutchlow_ruota.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/cal_crutchlow_ruota-300x222.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/cal_crutchlow_ruota-485x360.jpg 485w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La moto di Cal ha il baricentro che corre su un cerchio stretto: la sua inferiore forza centrifuga D, pur in combinazione con un elevato braccio H, viene facilmente compensata dal momento di trazione e la moto resta neutra senza alcun artificio.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/marc_ruota.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-28486 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/marc_ruota.jpg" alt="marc_ruota" width="509" height="376" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2141" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/marc_ruota.jpg 476w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/marc_ruota-300x222.jpg 300w" sizes="(max-width: 509px) 100vw, 509px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La moto di Marc ha il baricentro che corre su un cerchio più grande: la maggior forza centrifuga D, nonostante un ridotto braccio H, è superiore al momento di trazione. L&#8217;equilibrio è raggiunto con lo spostamento laterale del pilota su un cerchio inferiore a quello del proprio mezzo, in modo da incrementare il braccio B del baricentro totale (moto+pilota).</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo parlato della Yamaha, della Honda e della Ducati. Ma ora che siete diventati più esperti non avrete la minima difficoltà, osservando la Aprilia SBK – da cui deriva la ART – a capire come è stata centrata in fase di progetto, VERO?</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/f13.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-28435 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/08/f13.jpg" alt="f1" width="510" height="340" title="Dove nasce il sottosterzo - Prima parte 2142" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/f13.jpg 586w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/08/f13-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Per il momento finiamo qui, ma solo per ragioni di spazio. Prossimamente illustreremo alcune differenze che il centraggio determina in altre condizioni. Per esempio in inserimento. Oppure dentro le esse.</p>
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		<title>Parte il progetto Lotus Motorcycles C-01</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jul 2013 22:37:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Daniel Simon, notissimo designer di mezzi su ruote,  meglio conosciuto per aver disegnato la famosissima moto del film Tron Legacy e per essere stato responsabile, per un certo periodo, del design del gruppo Volkswagen,  ha formato con la Lotus, si avete letto bene, quella delle F1 e delle belle sportive  inglesi, una nuova società la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2013/07/31/parte-il-progetto-lotus-motorcycles-c-01/">Parte il progetto Lotus Motorcycles C-01</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Daniel Simon, notissimo designer di mezzi su ruote,  meglio conosciuto per aver disegnato la famosissima moto del film Tron Legacy e per essere stato responsabile, per un certo periodo, del design del gruppo Volkswagen,  ha formato con la Lotus, si avete letto bene, quella delle F1 e delle belle sportive  inglesi, una nuova società la Lotus Motorcycles. Lui stesso commenta  questa novità in casa Lotus con aspettative a suo dire straordinarie.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/Lotus-Motorcycles-625x370-02-Tron-Legacy.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/Lotus-Motorcycles-625x370-02-Tron-Legacy.jpg" alt="Lotus-Motorcycles-625x370-02-Tron-Legacy" width="511" height="384" title="Parte il progetto Lotus Motorcycles C-01 2154"></a></p>
<p>Daniel Simon ha dichiarato: “Abbiamo una sola ambizione con la Lotus C-01 :  creare una moto stato dell&#8217;arte ed unica che riunisce la brutalità della sua potenza ( si parla di oltre 200 hp )   ma con eleganza e stile come un vestito su misura.  La C-01 è per prima cosa mirata alle emozioni, in alcune circostanze magari retrò ma indirizzata alla  gioia e sempre identificabile in una  Lotus.</p>
<p>La Lotus rappresenta un famoso marchio ricco di storia e la C-01 lo rappresenta con orgoglio e la sagoma della bellissima Lotus 49 è la sua ispirazione principale,  le sue linee da corsa con  il classico colore nero e  le strisce dorate, La transizione fra passato e futuro non smetterà mai di affascinare e così sarà con la lotus C-01 ”</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/LOTUS_49_WIP_p2.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-28366" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/LOTUS_49_WIP_p2.jpg" alt="LOTUS_49_WIP_p2" width="530" height="331" title="Parte il progetto Lotus Motorcycles C-01 2155" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/LOTUS_49_WIP_p2.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/LOTUS_49_WIP_p2-1024x640.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/LOTUS_49_WIP_p2-768x480.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/LOTUS_49_WIP_p2-300x188.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/LOTUS_49_WIP_p2-696x435.jpg 696w" sizes="(max-width: 530px) 100vw, 530px" /></a></p>
<p>La famosissima Lotus 49  di Colin Chapman e Maurice Philippe per la stagione di F1 del  1967.</p>
<p>Daniel Simon non è nuovo a collaborare con la Lotus,  sua è la  Lotus LMP,   che corre a Le Mans, di cui alleghiamo la foto qui sotto.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/062113-lotus-lmp2-car.jpg"><img decoding="async" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/062113-lotus-lmp2-car.jpg" alt="062113-lotus-lmp2-car" width="530" height="398" title="Parte il progetto Lotus Motorcycles C-01 2156"></a></p>
<p>Luca Bar altro designer si è ispirato allo stile Lotus per proporre una super sport stradale che a sua vista potrebbe rappresentare lo stile del progetto in corso  dove si attende una prima immagine fra qualche settimana:</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/the-first-lotus-motorcycle-imagined-by-luca-bar_1.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-28310" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/the-first-lotus-motorcycle-imagined-by-luca-bar_1.jpg" alt="the-first-lotus-motorcycle-imagined-by-luca-bar_1" width="524" height="351" title="Parte il progetto Lotus Motorcycles C-01 2157" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/the-first-lotus-motorcycle-imagined-by-luca-bar_1.jpg 1136w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/the-first-lotus-motorcycle-imagined-by-luca-bar_1-300x202.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/the-first-lotus-motorcycle-imagined-by-luca-bar_1-696x468.jpg 696w" sizes="(max-width: 524px) 100vw, 524px" /></a></p>
<p>Personalmente vedo improbabile una simile interpretazione in quanto se si vanno a vedere alcune soluzioni di design di Daniel Simon, un classico styling come quello di Luca Bar pare sostanzialmente improbabile, per esempio osservate il progetto futuristico qui sotto in schizzo della Oblivion Bubble, usata nel film di Tom Cruise:</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/x24-1372055842-oblivion-bubble-ship-02.jpg.pagespeed.ic_.j52fN5Vh1h.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-28312" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/x24-1372055842-oblivion-bubble-ship-02.jpg.pagespeed.ic_.j52fN5Vh1h.jpg" alt="x24-1372055842-oblivion-bubble-ship-02.jpg.pagespeed.ic.j52fN5Vh1h" width="520" height="389" title="Parte il progetto Lotus Motorcycles C-01 2158" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/x24-1372055842-oblivion-bubble-ship-02.jpg.pagespeed.ic_.j52fN5Vh1h.jpg 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/x24-1372055842-oblivion-bubble-ship-02.jpg.pagespeed.ic_.j52fN5Vh1h-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/x24-1372055842-oblivion-bubble-ship-02.jpg.pagespeed.ic_.j52fN5Vh1h-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 520px) 100vw, 520px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/Oblivion_Movie_01a.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-28318" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/Oblivion_Movie_01a.jpg" alt="Oblivion_Movie_01a" width="515" height="286" title="Parte il progetto Lotus Motorcycles C-01 2159" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/Oblivion_Movie_01a.jpg 680w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/Oblivion_Movie_01a-300x167.jpg 300w" sizes="(max-width: 515px) 100vw, 515px" /></a></p>
<p>Ed ecco Daniel Simon in persona con il modello che hanno ultimato per le scene del  film.</p>
<p>Oppure , linee ultra moderne scelte dalla stessa Lotus con la sua bicicletta super sportiva:</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/Lotus-Bike.gif"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-28306" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/Lotus-Bike.gif" alt="Lotus-Bike" width="514" height="328" title="Parte il progetto Lotus Motorcycles C-01 2160" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/Lotus-Bike.gif 470w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/Lotus-Bike-300x191.gif 300w" sizes="(max-width: 514px) 100vw, 514px" /></a></p>
<p>Ma che dire allora del mitico Detonator spinto da un V8 americano  per la serie di Dark Rosted Blend Cosmic Motor sempre di Daniel Simon ?</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/rsthjersthdgfbc.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-28320" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/rsthjersthdgfbc.jpg" alt="rsthjersthdgfbc" width="513" height="326" title="Parte il progetto Lotus Motorcycles C-01 2161" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/rsthjersthdgfbc.jpg 720w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/rsthjersthdgfbc-300x191.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/rsthjersthdgfbc-696x443.jpg 696w" sizes="(max-width: 513px) 100vw, 513px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_Banner_Detonator_01-635x311.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-28322" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_Banner_Detonator_01-635x311.jpg" alt="DanielSimon_CosmicMotors_Banner_Detonator_01-635x311" width="513" height="251" title="Parte il progetto Lotus Motorcycles C-01 2162" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_Banner_Detonator_01-635x311.jpg 635w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_Banner_Detonator_01-635x311-300x147.jpg 300w" sizes="(max-width: 513px) 100vw, 513px" /></a></p>
<p>Questo<strong> Cosmic Detonator</strong> è stato ripreso  come idea e disegno e realizzato da una società americana specializzata in produzione di dragster alquanto unici.</p>
<p>Prodotto in un unico prototipo con doppia motorizzazione elettrica,  chi lo ha voluto provare  ha detto che non è assolutamente facile da guidare, vista anche la velocità di punta di oltre 160 km/h e relativa forte accelerazione tipica dei motori elettrci, ma se si vuol far girare qualche testa è lo strumento perfetto !!!</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_800225_Detonator_04.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-28325" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_800225_Detonator_04.jpg" alt="Cosmic Motors" width="512" height="383" title="Parte il progetto Lotus Motorcycles C-01 2163" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_800225_Detonator_04.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_800225_Detonator_04-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_800225_Detonator_04-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_800225_Detonator_04-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_800225_Detonator_04-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></a></p>
<p>Per chi ne fosse a digiuno  la serie <b> Cosmic Motors Detonator</b> sono una serie di dragster non fatti per persone umane ma per androidi di sembianze umane del pianeta<strong> Galaxion Terra I</strong>.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_800225_Detonator_01.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-28323" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_800225_Detonator_01.jpg" alt="Cosmic Motors" width="519" height="389" title="Parte il progetto Lotus Motorcycles C-01 2164" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_800225_Detonator_01.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_800225_Detonator_01-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_800225_Detonator_01-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_800225_Detonator_01-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/DanielSimon_CosmicMotors_800225_Detonator_01-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 519px) 100vw, 519px" /></a></p>
<p>Adesso riflettendoci sopra pare ben più evidente questa comunione di design fra la Lotus e Daniel Simon, ma sopratutto ciò che ne uscirà non avrà nulla a che vedere con le <strong>&#8220;solite&#8221;</strong> Aprilia RSV4 o BMW 1000RR e tanto meno Ducati Panigale.</p>
<p>Evidente che la ricerca e produzione sarà tutta centrata su materiali avanzatissimi, basti appunto guardare la Lotus T128 LMP ( Le Mans Prototype)  sviluppata e prodotta dalla Kodewa che la segue  anche nel programma FIA World Endurance Championship.</p>
<p>All&#8217;interno del Gruppo Holzer , il dipartimento Performance Gmbh segue lo sviluppo con componenti fatti di titanio, carbonfiber e acciaio aereo spaziale,  garanzia di una moto assolutamente futuristica.</p>
<p>Tutto il processo di costruzione delle componenti  di questa moto è pianificato  e prodotto con sistemi CNC di altissima precisione, che stanno quindi ad indicare una produzione limitata in pochi esemplari, con evidentemente un prezzo di mercato raggiungibile da pochi o meglio dire irraggiungibile per molti.</p>
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		<title>Il momento giusto per accelerare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jul 2013 21:52:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Approfittiamo della pausa estiva per ripassare alcuni elementi di cinematica e di dinamica che entrano pesantemente in gioco nella guida di una motocicletta. Consideriamo una moto che viaggia a velocità costante, supponiamo 100 km/h, lungo un rettilineo: qualunque punto della motocicletta, qualunque particolare e qualunque accessorio si muoveranno alla stessa velocità. Manubrio, sospensioni, sella, tutto. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Approfittiamo della pausa estiva per ripassare alcuni elementi di cinematica e di dinamica che entrano pesantemente in gioco nella guida di una motocicletta.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/dani_vertical-.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-28212 aligncenter" alt="dani_vertical-" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/dani_vertical-.jpg" width="423" height="241" title="Il momento giusto per accelerare 2167" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/dani_vertical-.jpg 423w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/dani_vertical--300x171.jpg 300w" sizes="(max-width: 423px) 100vw, 423px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Consideriamo una moto che viaggia a velocità costante, supponiamo 100 km/h, lungo un rettilineo: qualunque punto della motocicletta, qualunque particolare e qualunque accessorio si muoveranno alla stessa velocità. Manubrio, sospensioni, sella, tutto. Anche il baricentro.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa succede quando la stessa motocicletta affronta una curva? Supponiamo di farla viaggiare secondo una traiettoria circolare, in tondo. Il manubrio completerà un giro completo, poniamo, in tre secondi. Anche la sella ci mette tre secondi, e anche le ruote. Diciamo che ogni particolare della nostra motocicletta compie 360 gradi in tre secondi, ok? C’è una cosa importante da notare però: mentre in rettilineo le traiettorie di ogni punto della moto erano delle rette parallele, tutte di uguale lunghezza, ora invece le traiettorie sono cerchi concentrici. Prendiamo le leve al manubrio: quella interna, nel percorrere il giro completo, seguirà una traiettoria circolare di raggio più stretto rispetto alla leva esterna che invece segue un cerchio di raggio maggiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrambe però fanno un giro completo nello stesso tempo totale, quindi, dovendo compiere nel medesimo tempo due traiettorie di diversa lunghezza, avranno diversa velocità. La leva esterna viaggia più veloce di quella interna. Con lo stesso ragionamento, le ruote – più esterne rispetto al baricentro – sono obbligate a correre più veloci del mio baricentro. In rettilineo invece viaggiavano alla stessa velocità.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiaro fin qui? Adesso diamo un’occhiata dall’alto: vedremo il cerchio più grande, costituito dalla traiettoria percorsa dalle ruote, e vedremo quello più piccolo costituito dal cerchio percorso dal baricentro.</p>
<p style="text-align: justify;">Lunghezze diverse con tempi totali uguali, ovvero diversa velocità. In sostanza, ferma restando la velocità del baricentro di 100 km/h, appena si entra in piega il motore sale di giri e le ruote accelerano portandosi, supponiamo, a 110 km/h. Il pilota, che segue un cerchio ancora più stretto, passerà a 90 km/h: e nel rallentamento avvertirà la decelerazione sulle sue braccia e la scaricherà sul manubrio, andando a caricare dinamicamente la ruota anteriore in ingresso di curva.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/velox_3_curva.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-28213 alignleft" alt="velox_3_curva" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/07/velox_3_curva.jpg" width="423" height="179" title="Il momento giusto per accelerare 2168" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/velox_3_curva.jpg 423w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/07/velox_3_curva-300x127.jpg 300w" sizes="(max-width: 423px) 100vw, 423px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Concentriamoci però sul baricentro della moto: sempre guardando “dall’alto” notiamo che la spinta della ruota agisce sul cerchio più esterno, mentre il baricentro segue il cerchio interno. Questo significa che quando andremo a riaprire a filo, guidando “in percorrenza”, la linea di azione della nostra forza motrice non sarà allineata al baricentro che si oppone all’accelerazione, ma esisterà tra loro un disallineamento che noi chiamiamo “sbraccio”, o in modo più fisicamente corretto, “braccio”. La combinazione tra una forza e un braccio, nel nostro caso la forza motrice che agisce fuori allineamento rispetto al baricentro, genera un “momento meccanico” che tende a far ruotare la motocicletta nello stesso verso della curva. E’ evidente che questo “momento meccanico” dipende sia da quanto stiamo accelerando (la forza motrice) che dalla lunghezza del braccio.</p>
<p style="text-align: justify;">E dato che, qualunque moto stiamo considerando, più o meno la forza motrice è uguale (apriamo giusto un filo per tenerla in tiro, siamo in percorrenza), a fare la differenza sarà appunto il braccio. Che dipende dalla differenza tra il cerchio delle ruote e quello del baricentro. Cioè, alla fine, dall’altezza del baricentro.</p>
<p style="text-align: justify;">Col baricentro alto avrò una differenza maggiore tra i due cerchi, il braccio sarà maggiore, il momento meccanico della mia forza motrice sarà superiore e la moto tenderà con più forza a ruotare nel verso della curva. Col baricentro basso, al contrario, ci sarà poca differenza tra il cerchio percorso dalle ruote e quello percorso dal baricentro, e il braccio col quale la forza motrice agisce sul baricentro sarà minore. Di conseguenza, quando accelero, la moto non tenderà a ruotare secondo la curva, o comunque lo farà in modo insufficiente. Ne risultano quindi due comportamenti molto differenti a seconda dell’altezza del baricentro della mia moto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso di un baricentro alto potremo accelerare e la moto, nonostante aumenti la sua velocità, non tende a partire per la tangente ma anzi asseconda l’accelerazione ruotando e seguendo la traiettoria prevista senza sforzo, aiutandomi ad accentuare la piega in accordo con la mia velocità crescente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso di un baricentro basso, appena acceleriamo la moto aumenta la velocità: ma il momento meccanico, a causa di un braccio insufficiente, è troppo debole per aiutarmi a piegare la moto man mano che accelera. Quindi mi obbligherà a sporgermi di più, o comunque a lavorare di forza per mantenere la traiettoria originale.</p>
<p style="text-align: justify;">La maneggevolezza, in una parola, me la posso scordare: la moto tira all’esterno, e il solo modo che mi resta è sporgermi all’interno in modo che il baricentro del mio corpo, su un cerchio ancora più interno, generi un braccio sufficiente a compensare lo scarso braccio del baricentro della mia moto. Così, in uscita di curva, avrò pure con una moto bassa il “momento giusto” per poter accelerare.</p>
<p>La ricerca di quale sia il “momento giusto” è uno dei primi compiti di un progettista perché da tale scelta deriva parte della neutralità nel comportamento della sua moto: un momento troppo alto mi impedisce di accelerare, uno troppo basso mi impedisce di curvare. Quello corretto invece consente una manovra che talvolta capita di vedere: un pilota in uscita di curva, ancora non verticale, con la ruota anteriore sollevata di pochi centimetri, in leggero controsterzo “a mezz’aria”, con la moto che nonostante l’avantreno sollevato continua a fare l’ultima parte della curva invece che partire dritta per la tangente. Se la ruota anteriore non tocca terra, secondo voi chi la sta facendo continuare a curvare? Ecco, quello è il “momento giusto”: con la moto così neutra che l&#8217;accelerazione, il momento meccanico e la forza centrifuga sono perfettamente in equilibrio tra loro. Approfondiremo in seguito come i diversi stili dei piloti siano in sostanza complementari alle caratteristiche della moto che guidano.</p>
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		<title>24H Le Mans 90ans: il dominio Alfa Romeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jun 2013 01:51:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Auto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alfaromeo 8C e le vittorie a Le Mans</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"> Al mondo vi sono pochi costruttori nel settore delle automobili che possano vantare un prestigio e una tradizione pari a quelli che indiscutibilmente contraddistinguono l&#8217;Alfa Romeo. Nel corso degli anni, la Casa del Biscione si è misurata con avversari e concorrenti in ogni campo, dalle grandi corse alla produzione di serie, riuscendo ad affermare sempre il proprio stile che è figlio di un&#8217;innata attitudine sportiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le maggiori competizioni ove <a href="https://www.giornalemotori.com/2023/02/26/alfa-romeo-nuova-giulia-e-stelvio/" data-type="post" data-id="122359">Alfa Romeo</a> ha corso, vi è ovviamente anche la 24 Ore di Le Mans: in questa competizione, vero banco prova per testare le doti velocistiche e durature del mezzo, Alfa Romeo si è imposta per ben 4 volte vincendo dal 1931 al 1934.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ovviamente il solo Tazio Nuvolari, vincitore dell&#8217;edizione 1933 assieme a Raymond Sommer, non bastava per vincere: c&#8217;era bisogno anche di una macchina competitiva e i tecnici di Arese, capitanati dal genio Vittorio Jano, sfornarono una vettura invincibile sotto ogni aspetto come la 8C.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa vettura, dotata di un propulsore di 2300 cc (come dice il nome stesso) venne realizzata per competere sulle piste più importanti del Mondo ottenendo risultati incredibili, che le hanno permesso di essere oggi una delle più belle e ambite vetture storiche esistenti, quasi introvabili. Già vincitrice del<strong>&nbsp;</strong>primo Campionato del Mondo&nbsp;del 1925 con il modello P2, progettata sempre da Jano, la casa del biscione decise di affidare all’ingegnere l’evoluzione della sua creatura, creando un motore 8 cilindri in linea (già montato dalla stessa P2) con doppio albero a canne in testa e sovralimentato da un compressore Roots.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera novità introdotta da Jano fu l’albero motore&nbsp;progettato in due parti, con in mezzo due ingranaggi cilindrici a dentatura elicoidale:&nbsp;uno di questi azionava il compressore Roots, mentre&nbsp;l’altro azionava gli ingranaggi collegati all’albero a camme.&nbsp;Grazie a queste novità meccaniche, la 8C 2300 permise all’Alfa Romeo di competere sulle piste più famose e sotto la guida dei piloti più importanti al mondo, vincendo un gran numero di gare e ricevendo numerosi elogi e apprezzamenti da tutta la stampa europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei sei esemplari rielaborati da Jano esordì in pista a Monza il 19 giugno 1931. Per quell’occasione, la macchina guidata da Tazio Nuvolari sviluppava 165 cavalli a 5400 giri al minuto. L’Alfa Romeo vinse la gara ed in seguito a quell’epico e vincente esordio, al nome “tecnico” 8C 2300 si aggiunse il nome “Monza”, per ricordare la grande impresa ottenuta dall’Alfa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tale denominazione portò fortuna in quanto la “Monza” dominò incontrastata la Targa Florio dal 1931 al 1935 e si affermò anche alla Mille Miglia del 1932 e 1933 condotta da due mostri sacri come Nuvolari e Borzacchini. Negli anni seguenti il modello fu sviluppato e potenziato nella cilindrata. Nel 1931 vide la luce anche la potente Alfa Romeo 8C 3000 Le Mans, un’altra auto sportiva, esordiente alla Eireann Cup e che stupì il mondo dell’auto vincendo per 4 anni consecutivi la 24 ore di Le Mans. Macchina storica, vincente e di fascino allo stesso tempo, la 8C 2300 è un mito dell’Alfa Romeo che non potrà essere mai cancellato per aver fatto la storia dell’automobilismo sportivo.</p>
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		<title>A &#8220;sproposito&#8221; di sottosterzo e di telai</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jun 2013 13:43:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Due parole sull’evoluzione dei telai. Tolti gli arcaici derivati dalle biciclette, i telai sono nati come strutture portanti sulle quali piazzare gli organi meccanici – motore, ruote, sospensioni – assicurando al contempo  un rigoroso allineamento dei punti di contatto a terra. Rispetto a una bici, alloggiare il motore ha comportato la curvatura dei tubi: dal [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/06/m1-frame.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-26828 aligncenter" alt="m1-frame" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/06/m1-frame.jpg" width="532" height="270" title="A &quot;sproposito&quot; di sottosterzo e di telai 2173" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/06/m1-frame.jpg 750w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/06/m1-frame-300x152.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/06/m1-frame-696x354.jpg 696w" sizes="(max-width: 532px) 100vw, 532px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Due parole sull’evoluzione dei telai. Tolti gli arcaici derivati dalle biciclette, i telai sono nati come strutture portanti sulle quali piazzare gli organi meccanici – motore, ruote, sospensioni – assicurando al contempo  un rigoroso allineamento dei punti di contatto a terra. Rispetto a una bici, alloggiare il motore ha comportato la curvatura dei tubi: dal classico triangolo ciclistico al monoculla inferiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi ci si rese conto che per assicurare maggior rigidità (è un pregio, non un difetto) si sarebbero dovuti fare tubi di dimensioni troppo elevate, e si cominciò a pensare in termini di rigidità di forma: il tubo superiore, più rettilineo, con un leggero aumento del diametro poteva reggere senza problemi; ma quello inferiore, con una curvatura accentuata, doveva essere irrobustito per non deflettere dal piano verticale di mezzeria.</p>
<p style="text-align: justify;">Sdoppiarlo e collegare tra loro i due tubi – mediante traversini oppure delegando il collegamento al motore stesso – consentiva di simulare un tubo che, sul piano orizzontale, avesse il diametro pari alla distanza tra i tubi stessi. Era nato il telaio a doppia culla inferiore, con due tubi ai quali veniva attaccato il forcellone.</p>
<p style="text-align: justify;">Crescono le potenze, crescono le forze e il telaio mostra un problema: la spinta del forcellone, soprattutto quella laterale derivante dal disassamento del contatto a terra con moto inclinata, fa flettere i due sottili tubi nella parte posteriore della culla. Nascono piastre di rinforzo, i diametri dei tubi crescono, finchè qualcuno si sveglia e decide che il motore potrebbe incaricarsi di contenere anche quella deformazione: l’attacco posteriore del motore si allarga nel tentativo di “bloccare” i tubi ai carter.</p>
<p style="text-align: justify;">A Bologna qualcuno prende una strada diversa: si realizza un traliccio completamente triangolato, come le gru per l’edilizia, raggiungendo una notevole rigidità di forma. Più alto sarà il traliccio, più resisterà anche alla torsione. Vincolato al motore direttamente, sui nodi del traliccio invece che con piastre a sbalzo, il telaio regge benone.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/06/dertrro.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-26816 aligncenter" alt="dertrro" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/06/dertrro.jpg" width="526" height="207" title="A &quot;sproposito&quot; di sottosterzo e di telai 2174" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/06/dertrro.jpg 728w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/06/dertrro-300x118.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/06/dertrro-696x274.jpg 696w" sizes="(max-width: 526px) 100vw, 526px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La doppia culla invece evolve: con gli attacchi posteriori del motore direttamente sugli ex tubi posteriori, ormai diventati due piastre pesanti, basta creare un attacco anteriore altrettanto robusto per sollevare dal proprio compito i due tubi inferiori. I due tubi spariscono, la “culla” è il carter stesso, con una rigidità molto superiore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/06/cbr600rr-motorcycle-frame.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-26834 aligncenter" alt="cbr600rr-motorcycle-frame" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/06/cbr600rr-motorcycle-frame.jpg" width="510" height="383" title="A &quot;sproposito&quot; di sottosterzo e di telai 2175" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/06/cbr600rr-motorcycle-frame.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/06/cbr600rr-motorcycle-frame-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/06/cbr600rr-motorcycle-frame-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Parimenti, chi mantiene i tubi classici, spesso diventati di sezione quadrata anziché tondi, provvede a bloccare sul motore ogni possibile punto del telaio: Il motore, rigidamente fissato ai tubi superiori, a quelli anteriori, a quelli inferiori e a quelli posteriori, diventa una sorta di “traversino in 3D”, impedendo ai tubi di flettere.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo tipo di realizzazione, vantaggiosa per chi opera in modo artigianale per la semplicità di costruzione (io stesso i miei prototipi li realizzavo così, con un semplice piano di riscontro a controllo ottico), ha il suo limite nel peso e nella limitata accessibilità meccanica: nelle realizzazioni più raffinate o più industrializzate sicuramente è una struttura poco conveniente.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/06/bultaco.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-26836 aligncenter" alt="bultaco" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/06/bultaco.jpg" width="510" height="378" title="A &quot;sproposito&quot; di sottosterzo e di telai 2176" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/06/bultaco.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/06/bultaco-300x222.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/06/bultaco-485x360.jpg 485w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sopra la foto della Bultaco 50cc , telaio scatolato,   fulgido esempio di rigidità di forma come un Deltabox composto da un solo trave, contenente il motore  visto che è piccolo e ci sta dentro. Lo scatolato Bultaco e il traliccio Ducati lavorano col medesimo principio di rigidità di forma,  in sostanza, l&#8217;uno pare lo scheletro dell&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">E veniamo agli attuali telai delle moto da corsa. Una leggenda metropolitana vuole che il telaio debba essere in certa misura flessibile: la ragione non è chiara, al di là di fumose quanto poco scientifiche spiegazioni di alcuni piloti. Vorrei capire come mai storicamente, insieme a pneumatici sempre più performanti, si è reso necessario irrigidire sempre di più i telai intesi come strutture portanti tra i punti di contatto e il baricentro.</p>
<p style="text-align: justify;">Parliamo di forcelle, cresciute continuamente nel diametro e diventate rovesciate? O parliamo dei cerchi, che neppure vi immaginate quanto ci si impegni per renderli sempre più rigidi? Oppure parliamo dei forcelloni, con capriate ormai diventate dei veri scatolati integrali per aumentarne la rigidità di forma?</p>
<p style="text-align: justify;">Potrei spiegare come la rigidità di un telaio debba essere maggiore man mano che le forze aumentano, ma la cosa è così intuitiva che mi limito ad affermarlo senza dilungarmi: pesi e potenze impongono strutture più rigide.<strong> Mai notato che se appesantite la vostra moto coi bagagli, per quanto immobilizzati perfettamente, anche ritoccando i freni idraulici e il mollone la vostra moto si mette a pompare come una disperata?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco: il maggior peso  e le maggiori forze in gioco stanno superando il limite di rigidità della struttura. Anche se siamo ben lontani dai limiti di rottura, avvertiamo l’oscillazione del telaio. Detto questo, una moto da corsa con centraggio arretrato dovrà avere necessariamente una rigidità posteriore più elevata, pena il pompaggio: ogni perturbazione del fondo stradale si ripercuoterà – data la maggior rigidità del mollone e dei freni, in dipendenza da un centraggio arretrato – sul povero telaio. Tutto chiaro fin qui?</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, prendiamo due moto da corsa con centraggio arretrato, la Honda RCV e la Ducati D16. Hanno attacchi del motore in posizione differente, e questo si vede bene: posto che il telaio tra l’attacco anteriore del motore e quello posteriore possiamo considerarlo rigido quanto il motore stesso – al quale è saldamente bloccato – e che l’unico margine di flessione dipende dallo sbalzo tra l’attacco posteriore del motore e il perno del forcellone, secondo voi qual è la struttura più rigida?</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là di tutte le corbellerie che vedo scritte un po’ ovunque, provate a dare un’occhiata alle piastre del telaio, quelle posteriori dove si attaccano il forcellone e il motore.  La Ducati ha distanze tra perno forcellone e attacco motore elevate, la Honda ha il perno del forcellone praticamente attaccato al motore. E secondo voi chi avrà, tra le due moto, la tendenza a pompare? E infine, quante volte avete visto pompare di telaio la D16 a motore portante dell’ing. Preziosi, quella con i telaietti in carbonio ?</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa c’entra il telaio col sottosterzo? Nulla, appunto. Cambiare gli attacchi senza modificare il centraggio non lo risolve.</p>
<p style="text-align: justify;">Il perchè lo trovate <a href="https://www.giornalemotori.com/2012/08/22/desmosedici-pietre-o-palloncini/">QUI </a></p>
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		<title>Il motore della Panigale rende la moto fisica, non il telaio.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 May 2013 13:41:51 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da dove cominciamo? Lo so, vorreste che io scrivessi del telaio-non-telaio. E invece no, cominciamo dal motore. Il perché magari lo spiegheremo strada facendo. Anzi, pista facendo. Perché qui vogliamo ragionare sul mistero Panigale. Abbiamo il nostro motore da gara, e non parlo di un motore specifico ma di un motore generico. Frulla a 12mila [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da dove cominciamo? Lo so, vorreste che io scrivessi del telaio-non-telaio. E invece no, cominciamo dal motore. Il perché magari lo spiegheremo strada facendo. Anzi, pista facendo. Perché qui vogliamo ragionare sul mistero Panigale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/05/Ducati-11991.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-26058 aligncenter" alt="Ducati-1199" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/05/Ducati-11991.jpg" width="510" height="382" title="Il motore della Panigale rende la moto fisica, non il telaio. 2180" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/05/Ducati-11991.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/05/Ducati-11991-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/05/Ducati-11991-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/05/Ducati-1199-2.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-26059 aligncenter" alt="Ducati-1199-2" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/05/Ducati-1199-2.jpg" width="510" height="382" title="Il motore della Panigale rende la moto fisica, non il telaio. 2181" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/05/Ducati-1199-2.jpg 510w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/05/Ducati-1199-2-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/05/Ducati-1199-2-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo il nostro motore da gara, e non parlo di un motore specifico ma di un motore generico. Frulla a 12mila giri, supponiamo. Duecento giri al secondo. Per fare un giro ci mette 5 millisecondi. La sua fase di aspirazione dura circa 250 gradi &#8230; lo so, lo so… a scuola guida vi hanno detto che durava solo mezzo giro, cioè 180 gradi. Bè, non è vero: ciò significa che in tre millisecondi noi dobbiamo aspirare un volume pari a quello di ogni singolo cilindro.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui cominciamo a vedere qualche differenza: un 1000cc quadri cilindrico in linea aspira 250cc per volta, e il flusso di aria fresca che attraversa la scatola filtro non si arresta. Per un cilindro che sta finendo di aspirare ce n’è sempre un altro che ha appena iniziato, e il motore aspirerà i suoi bravi 1000cc con continuità. Duecentocinquanta per volta, in successione, completando il riempimento totale in due giri di albero motore. Ovvero in dieci millisecondi.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi abbiamo un bicilindrico, ma potrebbe pure essere un quattro cilindri Twin Pulse, cioé un quattro cilindri dove due cilindri per volta aspirano insieme, di fatto si comporta come un bicilindrico con un cilindro sdoppiato in due: ogni cilindro aspira la sua cubatura sempre nei soliti tre millisecondi, ma stavolta la cubatura è molto maggiore e deve aspirare il doppio. Per contro, nei due giri di ciclo completo esiste un periodo per nulla trascurabile nel quale non ci sono cilindri in aspirazione e il flusso di aria fresca si arresta. Insomma, abbiamo un’aspirazione stop-and-go nella quale il tempo per riempire la cubatura è di soli sei millisecondi, senza alcuna sovrapposizione tra cilindri successivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso di un motore Panigale a 12mila giri, in tre millisecondi dobbiamo aspirare ben 600cc, poi per due millisecondi nulla, poi di nuovo 600cc in tre millisecondi per il secondo cilindro, poi di nuovo nulla. Per cercare un buon riempimento non è certo la cosa migliore, e diventa evidente che ad alto regime – cioè con tempi a disposizione sempre più ridotti – troverò difficoltà sempre maggiori per sfruttare tutti i cc dei miei cilindroni. In altre parole, il motore non gira volentieri in alto, per chi ci starebbe seduto sopra la moto fa il muro invece di allungare.</p>
<p style="text-align: justify;">A poco serve aumentare il diametro delle aspirazioni da 50mm a 52mm, il motore resta strozzato.  Come fare? Semplice, uso angoli di distribuzione più spinti. Col che, il motore gira bene in alto. Piccolo particolare, gira bene SOLO in alto: mi ritrovo con un motore molto potente, ma molto scorbutico e con pochissimo arco utilizzabile. Avrò bisogno di rapporti molto ravvicinati, e nei lunghi curvoni mi ritroverò a non poter utilizzare un unico rapporto e a dover cambiare marcia. A moto piegata e con un motore incazzato nero. Facile accusare la ciclistica: ma se poi la moto mi costringe a un rodeo, non sempre la colpa è del telaio. Il difficile è però spiegarlo ai piloti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/05/ducati-1199-panigale-full-story-review-2.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-26063 alignleft" alt="ducati-1199-panigale-full-story-review-2" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/05/ducati-1199-panigale-full-story-review-2.jpg" width="349" height="308" title="Il motore della Panigale rende la moto fisica, non il telaio. 2182" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/05/ducati-1199-panigale-full-story-review-2.jpg 529w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/05/ducati-1199-panigale-full-story-review-2-300x265.jpg 300w" sizes="(max-width: 349px) 100vw, 349px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Osservate il bel disegno meccanico del motore della Panigale,  dove si vede il pistone quasi toccare le valvole al punto morto superiore,  quello é il vero spazio lasciato per l&#8217;esplosione della miscela aria benzina, spazio larghissimo e bassissimo, per questo motivo se avesse doppia accensione, due candele ma sono proibite dal regolamento,  il tutto migliorerebbe con una gestione dell&#8217;accensione che lasci la camera di scoppio meno sporca.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa aveva la vecchia 1098 di diverso? Un motore meno ultraquadro, con potenza inferiore ma con un arco di giri assai maggiore. Si poteva entrare con una marcia in più, e non è poco: la moto poteva “scorrere” nelle curve senza necessità di scomporre l’assetto col cambio marcia e la guida era molto più fluida. Meno forzata. I tempi sul giro venivano fuori facilmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Proseguiamo. Ogni cilindro lavora per sé, cosa ce ne frega di cosa fanno i cilindri affianco? Ce ne frega eccome, invece. Succede questo: quando un cilindro comincia a scaricare, si genera un’onda di pressione nel sistema di scarico. Quest’onda di pressione viaggia verso l’uscita attraversando un tubo di sezione variabile, e ad ogni variazione di sezione avviene una parziale riflessione dell’onda stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Per dire, se il tubo di scarico fosse cilindrico e terminasse così nell’atmosfera avremmo due effetti: il primo è che la moto farebbe un gran casino, e su strada ci arresterebbero in due minuti. Il secondo è che l’onda di pressione verrebbe riflessa tutta lì, quando il diametro passa dal nostro scarico all’ambiente infinito dell’atmosfera. In questo caso, cioè di sezione infinitamente crescente, l’onda riflessa è di segno opposto. Cioè, diventa un’onda di DEPRESSIONE che risale lungo il tubo di scarico e arriva fino alla valvola di scarico.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ho calcolato per bene la lunghezza del tubo, la temperatura del gas e la velocità del suono, questa depressione arriva sulla valvola e “estrae” i gas combusti dal cilindro. Li estrae tanto forte che, se nel frattempo io faccio aprire ANCHE la valvola di aspirazione (cioè, aspirazione e scarico sono aperte entrambe per un certo tempo), la depressione non solo mi estrae i gas combusti ma mi “tira” dentro al cilindro pure la colonna di gas freschi provenienti dal carburatore, effettuando un vero e proprio ricambio totale dei gas quando il pistone si trova in prossimità del Punto Morto Superiore (PMS).</p>
<p style="text-align: justify;">Un bel gioco di acustica, vero? Con un piccolo problema: data la lunghezza del tubo, esisterà un solo regime in cui questo giochetto di onde risulta perfettamente sincronizzato col motore. A regime più alto la mia onda riflessa arriverà tardi perché il motore ci avrà impiegato un tempo inferiore al previsto e mi avrà già chiuso la valvola, a regime più basso la mia onda riflessa arriverà troppo presto, col pistone lontano dal PMS e troverà la valvola di aspirazione ancora chiusa.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorrerebbe in sostanza un tubo di scarico capace di rispondere abbastanza bene a diversi regimi, cioè in un arco di giri più ampio possibile. Ora, a parte che la Honda, quando si parla di onde, parrebbe avvantaggiata per natura ( 😛 ), pure la Yamaha ha le sue brave entrature. Capiamo il perché.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sarà sfuggito ai più vispi che stiamo parlando di onde di pressione/depressione in un fluido, cioè di acustica. E voglio far notare che il classico organo ad aria presente in molte chiese è composto da tubi cilindrici: ogni tubo, proprio perché la sua sezione è costante, risuona SOLO sulla propria nota musicale. Non è in grado di risuonare a diverso regime, insomma. Viceversa, proviamo a pensare ad un altro strumento ad aria che DEVE saper risuonare a frequenze anche molto diverse, e qui entra in ballo il knowhow Yamaha, casa dei tre diapason mica per caso.</p>
<p style="text-align: justify;">In Yamaha sanno benissimo come trattare la faccenda, e per far suonare un tubo a diverse frequenze utilizzano tubi a forma di tromba. La riflessione sarà meno efficace come valore massimo, ma si estenderà su una gamma di frequenza che riesca a coprire un arco di giri utilizzabile dal motore. Dal che si deduce un fatto importante: se io cerco una potenza massima elevata, fregandomene dell’arco di giri, userò uno scarico con molta efficacia ma con poco range di giri, ma se io cerco un range decoroso allora mi tocca rinunciare a un po’ di efficacia.</p>
<p style="text-align: justify;">Dicevamo dei cilindri affianco: questo sistema di risonanza viene “attivato” dal colpo di pressione che si genera nel collettore ad ogni apertura della valvola di scarico. Nei motori screamer succede un fatto importante: l’onda che viaggia avanti e indrè nello scarico compie un ciclo andata/ritorno in mezzo giro di albero motore, e sapete cosa trova? Trova un altro cilindro che sta cominciando a scaricare e va a rinforzare l’oscillazione in perfetto sincronismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni ciclo di oscillazione trova energia dall’apertura dello scarico di qualche cilindro, e questo fa sì che l’onda diventi sempre più forte. QUINDI: potrò avere un tubo di scarico con MOLTO arco di giri perché (anche se di suo sarebbe meno efficace) troverà la sua efficacia nella sinergia della configurazione. Un motore meno frazionato, ad esempio un monocilindrico, genererà lo stesso una pressione che viaggerà avanti e indrè nel tubo di scarico: ma una volta arrivata nuovamente alla valvola – ed estratti i gas – la valvola si chiude e buonanotte.</p>
<p style="text-align: justify;">Non esiste una valvola di un cilindro affianco che nel frattempo sta aprendosi e, di conseguenza, andrebbe a rinforzare l’oscillazione. Il tubo di scarico rimane isolato, non riceve energia da nessuno, e la sua oscillazione va a smorzarsi fino a quando non si aprirà (moooolto tempo dopo) qualche altra valvola di scarico. L’energia se ne va sotto forma di calore e non posso sfruttarla per lavorare sulle colonne di gas freschi. QUINDI: sarò costretto, per avere un’oscillazione di entità sufficiente, a fare tubi di scarico con elevata efficacia. Ma con poco arco, purtroppo. Ed ecco il motore scorbutico.</p>
<p style="text-align: justify;">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=2Yx32F1cncg[/youtube]</p>
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		<title>Chattering, il suono (frequenza) che rovina le staccate</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2013/02/16/chattering-il-suono-frequenza-che-rovina-le-staccate/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=chattering-il-suono-frequenza-che-rovina-le-staccate</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Feb 2013 07:56:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Iniziamo con il vedere dal secondo 23 fino al 32 , subito all&#8217;inizio di questo spettacolare filmato DORNA pubblicato su YouTube che vi riproponiamo dove si vede molto bene Ben Spies andare in  chattering, questa risonanza diviene talmente forte da far andare per terra  il pilota come se la moto lo avesse scavalcato da sola. [youtube]http://www.youtube.com/watch?v=4cVfHqIo8TU&#38;feature=player_embedded[/youtube] [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Iniziamo con il vedere <strong>dal secondo 23 fino al 32 , </strong>subito all&#8217;inizio di questo spettacolare filmato DORNA pubblicato su YouTube che vi riproponiamo dove si vede molto bene Ben Spies andare in  chattering, questa risonanza diviene talmente forte da far andare per terra  il pilota come se la moto lo avesse scavalcato da sola.</p>
<p style="text-align: justify;">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=4cVfHqIo8TU&amp;feature=player_embedded[/youtube]</p>
<p style="text-align: justify;">(NDR il link é su Youtube la Dorna potrebbe non consentire di vederlo dall&#8217;intero di un articolo, per cortesia  selezionate il link &#8220;watch on youtube&#8221; nel filmato qui sopra e vi si apre la pagina youtube)</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo questo bel filmato riprendiamo a parlare di chattering con qualche precisazione. Il complesso gomme-sospensioni-telaio è per sua natura capace di oscillare secondo risonanze proprie, diverse da moto a moto, tecnicamente inevitabili in quanto in natura non esiste un corpo assolutamente rigido. Questo significa che ad ogni forza applicata corrisponderà una pur piccola deformazione, e tale deformazione – nel nostro campo di interesse – si azzera al cessare della forza che l’ha causata.</p>
<p style="text-align: justify;">Il corpo che ritorna alla sua forma originaria può seguire diverse leggi, in stretta funzione, tra l’altro, del materiale di cui è composto: se parliamo di acciaio il tipo di ritorno è quasi perfettamente elastico, e cioè segue la legge di Hooke né più né meno di una molla. In questo caso, al cessare della sollecitazione, la struttura non tornerà subito alla forma originaria ma addirittura le supererà deformandosi in senso opposto a quello della sollecitazione subita per poi tornare, con una serie di oscillazioni di verso opposto e di ampiezza decrescente, alla sua forma primitiva. Se l’ampiezza di tali oscillazioni è sempre decrescente, notiamo però che la loro frequenza ha un valore pressoché costante e caratteristica della struttura esaminata.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri materiali si comportano in modo meno elastico, smorzando al loro interno le oscillazioni che al cessare della sollecitazione si genererebbero. Un metodo pratico &#8211; ma che ha la sua validità – per valutare un materiale è osservare quanto “suona”: credo che tutti noi abbiamo sufficienti esperienze di officina da aver notato che quando una chiave fissa ci sfugge di mano mentre siamo intenti a operare sul nostro mezzo, ebbene, cadendo sul pavimento tintinna vivacemente. A parte gli assatanati come il sottoscritto che riconoscono dal tintinnio se è caduta una chiave da 10mm, da 13mm, da 17mm (arrivavo anche a riconoscere una chiave aperta da 13mm da una chiave a occhio di pari misura…), possiamo immaginare come potrebbe suonare una chiave di gomma o di legno.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la corona posteriore in lega ha il suo bravo tintinnio, ma forse non sono in tanti ad aver maneggiato parti strutturali in fibra di carbonio come le biellette delle sospensioni: ve lo dico io, suonano malissimo. Sono più imparentate, acusticamente parlando, col legno piuttosto che col metallo. La trasmissione delle sollecitazioni all’interno della fibra di carbonio è parecchio smorzata, a prescindere dalla rigidità strutturale del pezzo in esame. Questa caratteristica lo rende eccellente per trasmettere le forze, come nel caso delle biellette delle sospensioni, senza però entrare esso stesso in oscillazione. Teniamolo presente quando ci servirà.</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo al chattering. Facciamo cadere sul pavimento una piastra di sterzo: noteremo che le piastre in lega suonano assai meglio di quelle in carbonio, ma soprattutto noteremo dal timbro della nota emessa – sì, proprio come un diapason &#8211; che la loro frequenza di oscillazione è assai elevata. Nulla che possa riguardare in qualsiasi modo il fenomeno del chattering, la cui frequenza, voglio ricordarlo, è attorno ai 20Hz. Cerchi, piastre, foderi, son tutti elementi che suonano molto al di sopra della frequenza incriminata: a 20Hz non sono neppure capaci di risuonare. È un po’ come pretendere che un micantino ( é la corda di nota piú alta , quella piú in basso e sottile )  sulla chitarra possa suonare come la prima corda di un basso. Non suona così basso, nemmeno se lo allentiamo tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli unici elementi che possono suonare attorno ai 20Hz sulla nostra moto sono le carcasse dei pneumatici e il telaio. Ed è proprio tra di loro che si genera quella risonanza che non consente all’oscillazione, una volta cessata la sollecitazione che l’ha generata, di smorzarsi con la necessaria rapidità. Già in altri articoli abbiamo esaminato la struttura di una carcassa e abbiamo visto come molti fattori determinino le caratteristiche elastiche del pneumatico: l’aria, il tipo e il numero delle tele, il loro orientamento, etc.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed esaminando il compito svolto dalle gomme sotto le sollecitazioni del fondo stradale e delle variazioni di carico dinamico sulle sospensioni abbiamo anche visto che è proprio la gomma, tornando alla sua forma dopo una buca o dopo una frenata, ad innescare l’oscillazione che, non opportunamente smorzata, si trasferisce al telaio col quale può formare un complesso risonante proprio attorno ai 20Hz. Diverse le soluzioni: cambiare la rigidità della carcassa, per esempio, per impedirle di risuonare proprio alla stessa frequenza del telaio (ecco quindi i tentativi di variare la pressione della gomma per minimizzare il fenomeno). Oppure fare in modo che sia la sospensione, attraverso gli ammortizzatori idraulici, a smorzare l’oscillazione prima che arrivi al telaio. Oppure ancora, fare un telaio il più possibile rigido, talchè l’ampiezza della sua oscillazione in risonanza con la gomma diventi trascurabile. Oppure fare un telaio la cui frequenza di risonanza sia molto superiore (ecco i vari rinforzi/barre aggiuntive che la Honda spesso utilizzava). Oppure fare un telaio che suoni così male che non riesce a risuonare. Oppure fare tutte le cose insieme, passando al carbonio e tagliando la testa al toro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/02/ta_article_311.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-22847 aligncenter" alt="ta_article_311" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/02/ta_article_311-300x223.jpg" width="300" height="223" title="Chattering, il suono (frequenza) che rovina le staccate 2184" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/02/ta_article_311-300x223.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/02/ta_article_311-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/02/ta_article_311.jpg 390w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> Passiamo in campo automobilistico : Formula 1, ricordiamo come nel 2006 la Renault,  introdusse sulle sue F1, il “mass dampers” consisteva di un sistema molla-massa, inserito all’interno del telaio, che oscillando smorzava le vibrazioni che insorgevano, nel momento in cui, ad esempio, l’auto saltava sui cordoli, provocando un rimbalzo della sospensione, e quindi delle ruote, non garantendo il rigore nel seguire la traiettoria impostata. Il sistema, poi vietato dal regolamento della F1, agiva in opposizione di fase rispetto alla sospensione, garantendo una netta diminuzione del rimbalzo con le ruote ben aderenti alla pista.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Monoposto leggendarie &#8211; Ferrari F2004</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Jan 2013 03:13:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Formula 1]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[F2004]]></category>
		<category><![CDATA[Ferrari]]></category>
		<category><![CDATA[monoposto leggendarie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche se la filosofia di base del progetto della F2004 è rimasta la stessa &#8211; cioè quella di ottimizzare l&#8217;efficienza aerodinamica, abbassare il baricentro e portare al massimo le prestazioni derivanti dai pneumatici Bridgestone e dal motore 053 &#8211; ogni area della vettura è stata rivista per poter fare un ulteriore passo in avanti in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Anche se la filosofia di base del progetto della F2004 è rimasta la stessa &#8211; cioè quella di ottimizzare l&#8217;efficienza aerodinamica, abbassare il baricentro e portare al massimo le prestazioni derivanti dai pneumatici Bridgestone e dal motore 053 &#8211; ogni area della vettura è stata rivista per poter fare un ulteriore passo in avanti in termini di prestazioni e si può quindi dire che quasi tutti i componenti sono stati riprogettati. Inoltre, tutti i gruppi e i sistemi sono stati rivisti per ottimizzare sia le prestazioni che gli interventi su di essi alla luce delle procedure e degli orari del weekend di gara. In sintesi, non sono stati fatti cambiamenti radicali ma interventi molto approfonditi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://i.ibb.co/rLBSsTT/Ferrari3-jpg-14628bb01b61e431965e31a94b0be64d.jpg" alt="Ferrari3 jpg 14628bb01b61e431965e31a94b0be64d" title="Monoposto leggendarie - Ferrari F2004 2185"><figcaption>Monoposto leggendarie - Ferrari F2004 2191</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La F2004 è la cinquantesima monoposto costruita dalla Ferrari per partecipare al Campionato del Mondo di Formula 1. Il progetto, contraddistinto dalla sigla 655, rappresenta un&#8217;ulteriore evoluzione dei concetti già espressi nella F2003-GA e tutti gli aspetti della macchina sono stati completamente riprogettati, cercando di creare le migliori condizioni per ottenere la massima prestazione dal nuovo motore 053 e dalle gomme Bridgestone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La configurazione aerodinamica è stata ottimizzata alla luce delle modifiche introdotte nel regolamento tecnico, migliorandone l&#8217;efficienza. Inoltre, il baricentro della vettura è stato ulteriormente abbassato ed è stata perfezionata la distribuzione dei pesi, sia sul telaio che sul motore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il telaio è nuovo, come disegno e come costruzione: il peso è stato ridotto ed è stata migliorata la struttura rispetto alla scocca della F2003-GA. La carrozzeria, i radiatori, gli scarichi e la parte posteriore sono stati ridisegnati, ottenendo un aumento delle prestazioni sotto il profilo aerodinamico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le sospensioni anteriore e posteriore sono state riviste, tanto per migliorare il comportamento dinamico della vettura e quindi ottenere una maggiore efficienza nello sfruttamento degli pneumatici Bridgestone, quanto per ottimizzare il rendimento dell&#8217;intero pacchetto aerodinamico. Nuovi materiali sono stati utilizzati nella produzione del propulsore e della trasmissione, al fine di ridurre il peso e gli ingombri.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://i.ibb.co/M5Jtj1LY/wxrmrhs9dp901.jpg" alt="" title="Monoposto leggendarie - Ferrari F2004 2186"><figcaption>Monoposto leggendarie - Ferrari F2004 2192</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Le modifiche introdotte nel regolamento sportivo riguardo al numero di motori che possono essere utilizzati nel weekend del Gran Premio hanno comportato una nuova definizione degli obiettivi di progetto del motore 053: mantenere la massima affidabilità pur con la necessità di dover sostenere una percorrenza almeno doppia rispetto al predecessore, cercando anche di migliorarne le prestazioni. Anche questo motore è portante ed è montato longitudinalmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Shell ha fornito un contributo fondamentale nello studio e nella realizzazione dello 053 e nel raggiungimento degli obiettivi prestazionali e di affidabilità, fornendo una nuova benzina e nuovi lubrificanti. La trasmissione viene, anche su questa vettura, collocata longitudinalmente: pur mantenendo la stessa impostazione progettuale di quella montata sulla F2003-GA, essa viene completamente rivisitata, ottenendo una riduzione sia nelle dimensioni che nel peso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cambio, realizzato in fusione di titanio, ha sette rapporti (più retromarcia) e, in base alle modifiche al regolamento tecnico, è azionato direttamente dal pilota. Nel solco di una tradizione inaugurata dalla Ferrari nel 1997 ed ormai diventata uno standard nella Formula 1, gli scarichi sono rivolti verso l&#8217;alto; rispetto al passato, sono stati collocati in una posizione più interna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La F2004 rappresenta un ulteriore passo avanti nella storia delle monoposto Ferrari. Sono stati ottimizzati il rendimento dei nuovi materiali e le fasi della progettazione e del controllo della qualità, il tutto con l&#8217;obiettivo di aumentare l&#8217;affidabilità complessiva migliorando al tempo stesso le prestazioni ed ottenendo la maggior sicurezza possibile.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://i.ibb.co/DPFrx0T2/ITA-7629.jpg" alt="ITA 7629" title="Monoposto leggendarie - Ferrari F2004 2187"><figcaption>Monoposto leggendarie - Ferrari F2004 2193</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Aerodinamica</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><br></strong>Si è dovuto rivedere in maniera approfondita il cofano motore e l&#8217;ala posteriore per renderli conformi con le modifiche apportate al regolamento per l&#8217;anno 2004. Al fine di continuare a progredire nella prestazione aerodinamica, ogni aspetto relativo a quest&#8217;area è stato ulteriormente sviluppato. Molte componenti della vettura sono state sviluppate ed introdotte sia durante il programma delle prove di sviluppo nel mese di febbraio sia durante la stagione stessa; la macchina è quindi in continua evoluzione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Trasmissione</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; stato usato un nuovo approccio nell&#8217;impiego dei materiali per la scatola del cambio e per la struttura di assorbimento posteriore, il che ha permesso un considerevole risparmio nel peso. Gli organi interni sono uno sviluppo della F2003-GA, con molti affinamenti nei dettagli fra cui un&#8217;ottimizzazione del profilo degli ingranaggi e del sistema di lubrificazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://i.ibb.co/PGpv1g5q/ITA-7601.jpg" alt="ITA 7601" title="Monoposto leggendarie - Ferrari F2004 2188"><figcaption>Monoposto leggendarie - Ferrari F2004 2194</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Telaio</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Sebbene non siano stati fatti grandi cambiamenti nella costruzione, il telaio è completamente nuovo come forma, il che è una conseguenza dei requisiti aerodinamici della vettura.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Sospensioni e sterzo</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema di servosterzo viene rifinito al fine di migliorare l&#8217;assistenza e la sensibilità del pilota. Un altro anno di stretta collaborazione con la Bridgestone ha accresciuto la nostra comprensione dell&#8217;interazione fra la pista, lo pneumatico e la vettura, consentendoci di compiere interventi ancora più fini sulle sospensioni per ottimizzarne la prestazione in maniera specifica per ogni circuito. Quasi tutte le componenti vengono riprogettate ed alcune sono state prodotte utilizzando nuovi materiali e metodi per renderne ottimale l&#8217;efficienza e per ridurne il peso.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Sistemi</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il regolamento 2004, che imponeva la partenza e la gestione della cambiata manuali così come la necessità di inviare le informazioni al nuovo sistema di acquisizione dati della FIA, ha richiesto un&#8217;approfondita revisione dell&#8217;elettronica, sia come hardware che come software. Il sistema di raffreddamento così come quelli idraulici per il motore e la trasmissione vengono, anche questa volta, sostanzialmente rivisti per ottenere una miglior efficienza e per soddisfare i requisiti richiesti dal nuovo motore.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://i.ibb.co/HDP1YSQs/c1lpk09wavt51.png" alt="c1lpk09wavt51" title="Monoposto leggendarie - Ferrari F2004 2189"><figcaption>Monoposto leggendarie - Ferrari F2004 2195</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-scheda-tecnica"><strong>Scheda tecnica</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Carreggiata anteriore: 1,470 m<br>Carreggiata posteriore: 1,405 m<br>Telaio: materiali compositi, a nido d&#8217;ape con fibre di carbonio<br>Trazione: posteriore<br>Frizione: multidisco<br>Cambio: longitudinale Ferrari, 7 marce e retromarcia (comando semiautomatico sequenziale a controllo elettronico)<br>Differenziale: autobloccante<br>Freni: a disco autoventilanti in carbonio<br>Motore: tipo 053<br>Num. cilindri e disposizione: 10 a V<br>Cilindrata: 2 997 cm³<br>Potenza: 930 CV<br>Distribuzione: pneumatica<br>Valvole: 40<br>Materiale blocco cilindri: alluminio microfuso<br>Alimentazione: iniezione elettronica digitale Magneti Marelli<br>Accensione: elettronica Magneti Marelli statica<br>Sospensioni: indipendenti con puntone e molla di torsione anteriore e posteriore<br>Pneumatici: Bridgestone<br>Cerchi: 13&#8243;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://i.ibb.co/Ng34Z3Yq/home-jpg-f3706e467e4da870a91e8a349d43edd9.jpg" alt="home jpg f3706e467e4da870a91e8a349d43edd9" title="Monoposto leggendarie - Ferrari F2004 2190"><figcaption>Monoposto leggendarie - Ferrari F2004 2196</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-palmares"><strong>Palmares:</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">15 vittorie (13 Schumacher, 2 Barrichello), 12 pole position (8 Schumacher, 4 Barrichello), 14 giri veloci, 1 titolo mondiale piloti, 1 titolo mondiale costruttori</p>
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		<title>Come affrontare una Road Race: istruzioni per l&#8217;uso</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2013/01/15/come-affrontare-una-road-race-istruzioni-per-luso/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=come-affrontare-una-road-race-istruzioni-per-luso</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Danny Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jan 2013 09:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Correre in moto in pista è una delle cose più libidinose per ogni motociclista sportivo che si rispetti. La moto per la pista va modificata, assettata e guidata in un determinato modo, ma se voglio fare una gara stradale? Come faccio ad adattare la mia moto da pista ad una gara su strada? Innanzitutto va rivista [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Correre in moto in pista è una delle cose più libidinose per ogni motociclista sportivo che si rispetti. La moto per la pista va modificata, assettata e guidata in un determinato modo, ma se voglio fare una gara stradale? Come faccio ad adattare la mia moto da pista ad una gara su strada?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Innanzitutto va rivista la taratura delle sospensioni: se in pista la moto la possiamo tenere&nbsp;abbastanza rigida, nelle gare stradali tutto il comparto sospensioni andrebbe leggermente ammorbidito. Questo perché le strade potrebbero non essere liscie e regolari&nbsp;come l&#8217;asfalto di un tracciato chiuso al traffico, e una sospensione dura potrebbe rendere la nostra moto completamente inguidabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se facciamo gare in salita Nazionali, gli interventi sono abbastanza semplici; se invece affrontiamo gare impegnative come le famosissime gare inglesi (Southern 100, NW200, TT, ecc) le sospensioni vanno tarate con molta cura in particolar modo si deve lavorare di fino sulle regolazioni delle alte velocità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la taratura dell&#8217;ammortizzatore di sterzo deve essere rivista, regolandolo in modo che risponda immediatamente nel caso di sbacchettate violente, ma che rimanga morbido per affrontare i tratti più lenti e guidati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se siete dei temerari come me e volete affrontare il tracciato del TT senza l&#8217;ammortizzatore di sterzo, preparatevi ad una lotta incredibile e rischiosa. Con un 600 è fattibile, con un 1000cc moderno è molto rischioso.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/2013/01/15/come-affrontare-una-road-race-istruzioni-per-luso/2013-01-11_190211/" rel="attachment wp-att-21665"><img decoding="async" width="540" height="413" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/01/2013-01-11_190211.jpg" alt="2013-01-11_190211" class="wp-image-21665" title="Come affrontare una Road Race: istruzioni per l&#039;uso 2197" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/2013-01-11_190211.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/2013-01-11_190211-300x229.jpg 300w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Ecco cosa succede senza ammortizzatore di sterzo: fine corsa dello sterzo dissaldato!</figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Per gare stradali impegnative come TT, NW200 o simili, va modificato anche il cupolino. Perché? Avete mai visto il collo di uno specialista di Road Race? Sembra quello di un boscaiolo che si spara 14 ore al giorno strangolando orsi a mani nude.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al Tourist Trophy ad esempio, i lunghi rettilinei si fanno sentire sui muscoli del collo: i cupolini tradizionali lasciano scoperto parte del casco e delle spalle, e siccome si tengono medie molto alte con punte velocistiche che superano i 270 km/h, bisogna fare in modo di tenere al coperto il nostro corpo il più possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vengono montati quindi dei cupolini maggiorati (ad esempio a doppia bolla) oppure delle appendici specifiche da applicare al cupolino esistente. Sono piccolezze in verità, ma sono utilissime.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/2013/01/15/come-affrontare-una-road-race-istruzioni-per-luso/2013-01-11_185353/" rel="attachment wp-att-21659"><img decoding="async" width="484" height="372" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/01/2013-01-11_185353.jpg" alt="2013-01-11_185353" class="wp-image-21659" title="Come affrontare una Road Race: istruzioni per l&#039;uso 2198" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/2013-01-11_185353.jpg 484w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/2013-01-11_185353-300x231.jpg 300w" sizes="(max-width: 484px) 100vw, 484px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Ecco il cupolino usato per affrontare il Mountain</figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Per quanto riguarda le gomme, nelle gare in salita come al TT si possono tranquillamente usare le gomme che si usano in pista nei vari trofei nazionali. Io personalmente ho addirittura usato un&#8217;anteriore stradale sportivo, mentre al posteriore avevo una gomma scolpita al centro e slick ai lati. L&#8217;importante è che siano omologate per le alte velocità. In caso di pioggia insistente normalmente le gare non partono o vengono interrotte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; capitato ad un mio&#8221;collega&#8221; di corse che corre con le 1000cc&nbsp;di avere problemi al TT&nbsp;con alcuni tipi di gomme diverse dalle solite&nbsp;(non posso dire la marca): il Mountain ha dei tratti rettilinei molto lunghi dove con le &#8220;millone&#8221; si&nbsp;superano in 300km/h&nbsp;nei quali la gomma si deforma sensibilmente. In pratica aumenta di diametro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con queste gomme, evidentemente non testate e pensate per questo tipo di sforzo, perdeva circa 30 secondi al giro perché le gomme sul dritto si deformavano aumentando la propria circonferenza così tanto da non permettere al motore di tirare tutta la sesta. Quindi vanno curati bene anche questi dettagli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stile di guida come sempre è personalissimo; quello che cambia è la scelta dei riferimenti e delle traiettorie. Mentre in pista ci si affida a riferimenti &#8220;comodi&#8221; come i cartelli distanziometrici prima di una staccata, nelle gare stradali si prende come riferimento un marciapiede, una serie di staccionate, degli alberi, le linee gialle a bordo strada e cose simili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la cosa può risultare facile nelle gare in salita che sono lunghe pochi km e durano un paio di minuti, diverso è il caso del tracciato del Mountain. Un giro corrisponde a 61 km di strade di una varietà incredibile: si passa dalle strade principali dei paesi e delle città, ai tratti di montagna con i tornanti stretti, a tratti di campagna e montagna velocissimi con curve da quarta e quinta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Addirittura si possono affrontare condizioni climatiche diverse: mi è capitato di partire con un pallido sole, arrivare ad un terzo del giro con della pioggerellina, per finire il tratto di montagna con una nebbia talmente fitta da vedere il pilota davanti sparire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi la memoria è fondamentale: per un tracciato complesso come quello del TT ci vogliono dai tre ai cinque anni per imparare a memoria un giro intero. Per sapere se effettivamente si conosce il tracciato, Laugher (durante una cena con Finnegan e McGuinnes) mi disse che devi sederti su una sedia, chiudere gli occhi, e fare un giro a occhi chiusi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il tempo fatto mentalmente differisce di dieci secondi dal tempo effettivo, allora la pista la sai a memoria. Altrimenti, meglio continuare a girare e studiare!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Grandi segreti in verità non ce ne sono, l&#8217;importante è non buttarsi a vita persa nelle curve durante una gara stradale; se in pista ci salva la via di fuga, con molta probabilità in strada ci fermeremo su un albero&#8230;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisogna concentrarsi, ascoltare la moto e assecondarla, si lavora moltissimo di gambe cercando di fungere anche noi da ammortizzatore. E&#8217; faticoso, difficile e impegnativo, ma non è nulla in confronto allo stress mentale che si soffre durante una gara impegnativa come il TT. Io, dopo quattro giri al Mountain, ho dormito per circa tre ore appoggiato ad un treno di gomme!</p>
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		<title>Monoposto leggendarie &#8211; Ferrari F2002</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jan 2013 03:01:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Formula 1]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[monoposto leggendarie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La F2001 che ha sbancato il mondiale di Formula 1 è stata l&#8217;ultima monoposto di un ciclo iniziato tre anni prima con la F399, la prima Ferrari costruita &#8220;all&#8217;inglese&#8221;, sfruttando al massimo i limiti regolamentari. La F2001 rappresentava quindi un ulteriore, sapiente, concentrato di tutte le soluzioni che avevano caratterizzato i tre modelli precedenti. Era [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La F2001 che ha sbancato il mondiale di Formula 1 è stata l&#8217;ultima monoposto di un ciclo iniziato tre anni prima con la F399, la prima Ferrari costruita &#8220;all&#8217;inglese&#8221;, sfruttando al massimo i limiti regolamentari. La F2001 rappresentava quindi un ulteriore, sapiente, concentrato di tutte le soluzioni che avevano caratterizzato i tre modelli precedenti. Era però anche arrivata ad una sorta di capolinea e per questo sia Ross Brawn che Rory Byrne hanno deciso che era tempo di voltare pagina. Tale scelta è stata resa possibile e incoraggiata dall&#8217;assenza di rivoluzioni regolamentari in corso.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-la-vettura">LA VETTURA</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nei giorni precedenti alla presentazione ufficiale della F2002 le voci trapelate dalla scuderia di Maranello volevano le novità concentrate nella veste aerodinamica della parte anteriore. Invece la Ferrari ha intrapreso una nuova strada sopratutto per quanto concerne il retrotreno. Alla fine non è stata seguita la strada della Sauber, con gli attacchi del triangolo inferiore sdoppiati, per poter avere uno schema di sospensioni più redditizio. Il retrotreno risulta invece un concentrato di soluzioni inedite, considerando anche che, dopo sei anni, è stata cambiata la tecnica costruttiva del cambio. Allo schema concepito da Barnard nel 1996 della struttura scatolata con pelli di titanio, subentra quella in fusione, sempre di titanio: una tecnologia introdotta due anni prima dalla Minardi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La possibilità di ridurre ancora gli ingombri della trasmissione e di ottimizzare lo schema delle sospensioni ai fini di ottenere un&#8217;aerodinamica posteriore ancora più sofisticata, è alla base di tutte le altre modifiche. Rory Byrne si è concentrato al massimo sul problema che ha spesso afflitto le Ferrari negli anni passati, cioè il bloccaggio aerodinamico nella zona delle ruote posteriori, spesso rifatta e frutto di moltissime modifiche durante le stagioni &#8217;98, &#8217;99 e 2000.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; nata così la nuova &#8220;veste&#8221; di tutta la parte centrale della F2002, che ruota attorno a un enorme lavoro di fluidodinamica interna per permettere di avere un buon smaltimento termico delle rinnovate masse radianti senza penalizzazioni in termini di resistenza. Le fiancate sono leggermente più lunghe anche perchè l&#8217;abitacolo è stato spostato in av<br>anti per poter avere un serbatoio della benzina più grande, tale da permettere una maggiore libertà nelle tattiche di gara. Le pance sono soprattutto molto più arrotondate e &#8220;gonfie&#8221; nella parte iniziale e terminano incredibilmente basse e strette nella zona posteriore, lasciando uno spazio enorme per il passaggio dell&#8217;aria nel canale delimitato dalle ruote . Non ci sono sfoghi d&#8217;aria calda davanti alle ruote posteriori: l&#8217;unico sfogho è determinato dalle eleganti ciminiere verticali che ricordano in qualche modo quelle introdotte e poi scartate dalla Jordan. I tecnici della Ferrari sono però andati oltre, unendo lo sfogo dell&#8217;aria calda allo sfiato degli scarichi, che ora sparano l&#8217;aria calda in orizzontale e non più verso l&#8217;alto. A protezione delle sospensioni posteriori vi sono poi delle piccole paratie orizzontali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le dimensioni contenute del cambio hanno dell&#8217;incredibile, anche perchè, al contrario di quanto era avvenuto per gli ultimi tre modelli della Ferrari, gli ammortizzatori non risultano più verticali esterni, ma sono alloggiati all&#8217;interno della struttura. Per quanto riguarda le sospensioni, tutti i bracci sono in carbonio e quella posteriore è completamente nuova; l&#8217;anteriore è di derivazione F2001. Nuova è anche la tecnica costruttiva del telaio, tecnica che tra l&#8217;altro ha permesso una riduzione sensibile sui pesi, altro punto forte di questa nuova monoposto, ben oltre 60 kg sotto il limite minimo regolamentare. Nuovo è anche il volante, che, nonostante la telemetria bidirezionale, ha ricevuto un incremento del numero dei manettini e dei pulsanti di gestione.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-gli-scarichi-a-periscopio">GLI SCARICHI A PERISCOPIO</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Gli scarichi della nuova Ferrari hanno la stessa posizione nella vettura che avevano nella F2001 ma terminano con un angolo di 90°, e non sono più del tipo &#8220;a fetta di salame&#8221; come negli anni precedenti. Apparentemente quest&#8217;ultima soluzione sembrerebbe aerodinamicamente più efficace, ma questa originale soluzione ha permesso di integrare gli scarichi del motore con gli sfoghi provenienti dai radiatori dell&#8217;acqua e dell&#8217;olio, in modo da poter sfruttare la depressione determinata dalla elevatissima velocità e temperatura dei gas di scarico e consentendo di poter presentare fiancate totalmente lisce.&nbsp;Con altri due vantagi: l&#8217;accellerazione del flusso d&#8217;aria che investe la parte inferiore dell&#8217;alettone posteriore garantisce più deportanza a parità di incidenza, e grazie alla miscelazione con l&#8217;aria più fresca proveniente dai radiatori un abbassamento della temperatura dei gas di scarico che salvaguarda l&#8217;integrità della sospensione posteriore, i cui bracci sono realizzati in fibra di carbonio.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-l-aerodinamica">L&#8217;AERODINAMICA</h2>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" width="300" height="195" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/01/f2002_6-300x195.jpg" alt="f2002_6" class="wp-image-21588" title="Monoposto leggendarie - Ferrari F2002 2199" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/f2002_6-300x195.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/f2002_6.jpg 350w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Il 6 febbraio 2002, giorno della presentazione della F2002, potrebbe essere ricordato come la data della resa. La resa della meccanica all&#8217;aerodinamica. Non c&#8217;è dettaglio della nuova Ferrari che non sia stato disegnato in funzione dell&#8217;ottimizzazione dei flussi d&#8217;aria esterni ed interni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutte le opportunità oferte dalle eccezionali caratteristiche di resistenza dei nuovi materiali sono state sfruttate per superare il disegno tradizionale delle principali componenti rendendo praticabili soluzioni che fanno a pugni con le regole dell&#8217;ingegneria e del buon senso. A cominciare da una sospensione posteriore i cui bracci, superiori ed inferiori, per non ostacolare il flusso d&#8217;aria in uscita dal fondo piatto distano solo pochi centimetri tra di loro. Punti di ancoraggio alla scocca così ravvicinati determinano, in combinazione con l&#8217;aderenza consentita dai pneumatici e dai carichi aerodinamici, sforzi intollerabili fino a qualche anno fa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi con il ricorso a costruzioni in carbonio nelle quali si passa dal semplice orientamento delle fibre in funzione degli sforzi a strutture &#8220;specializzate&#8221; a livello molecolare qualunque sollecitazione è sostenibile. Ecosì, se una volta era possibile apprezzare, in prima approssimazione, l&#8217;efficacia e la solidità di una soluzione tecnica con un semplice sguardo, perchè i materiali impiegati, per quanto sofisticati, facevano parte integrante delle nostre esperienze quotidiane, oggi qualunque giudizio non passa più per esperienze acquisite ma attraverso la razionalizzazione del computer. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il motore ha dovuto piegarsi al compromesso. Quando mai si erano visti gli scarichi terminare con un agnolo di 90°? Ma sulla F2002 questa soluzione ha consentito di integrarli con gli sfoghi dell&#8217;aria proveniente dai radiatori dell&#8217;acqua e dell&#8217;olio sfruttando così un effetto estrattore dovuto alla depressione determinata dalla elevatissima velocità e temperatura dei gas di scarico e consentendo di presentare fiancate totalmente lisce. Con altri due vantaggi: l&#8217;accellerazione del flusso d&#8217;aria che investe la parte inferiore dell&#8217;alettone posteriore (più deportanza a parità di incidenza) e, grazie alla miscelazione con l&#8217;aria più fresca proveniente dai radiatori, un abbassamento delle temperature dei gas di scarico che salvaguarda l&#8217;integrità della sospensione posteriore i cui bracci sono realizzati in fibra di carbonio. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi accorgimenti, insieme all&#8217;ulteriore miniaturizzazione del motore (concentrazione degli accessori) e del cambio hanno permesso la realizzazione di una monoposto che propone nuovi e più vantagiosi valori del rapporto tra carico ed efficienza aerodinamica. E&#8217; un valore che costituisce il parametro di gran lunga più importante nella definizione del valore di una F1. Si tratta di realizzare una forma capace di attraversare l&#8217;aria provocando la minima resistenza possibile (Cx), trasformando una parte della resistenza in deportanza (Cz) e &#8220;spillando&#8221; aria in pressione per i servizi (raffreddamento radiatori acqua/olio). Per assolvere queste tre funzioni la monoposto deve essere capace di dividere in tre flussi separati e specializzati l&#8217;aria che incontra, minimizzando le loro eventuali interazioni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La F2002 sembra essere la monoposto più avanti su questa strada. Il Cx è condizionato fondamentalmente dalla forma della carrozzeria (e dalla presenza dei pneumatici esterni che però costituisce una limitazione per tutti i team). L&#8217;obiettivo è quello di assicurare la massima continuità possibile allo &#8220;strato limite&#8221;. Una sottile pellicola d&#8217;aria che si interpone tra la superficie della carrozzeria e l&#8217;aria circostante e che rende minima la resistenza. Lo strato limite però è delicato e si &#8220;strappa&#8221; facilmente se incontra ostacoli sul suo cammino o se viene sottoposto</p>



<p class="wp-block-paragraph">a brusche accellerazioni o decellerazioni. La F2002 mostra grande rispetto per la sua buona salute. L&#8217;eliminazione degli sfoghi d&#8217;aria laterali va in questo senso e lo stesso vale per la eccezionale rastremazione del posteriore (in pianta e laterale) che assicura una accellerazione del flusso capace di tenere in tensione lo strato limite. Il Cz (depostanza) è frutto degli alettoni ma, soprattutto, del&#8217; &#8220;effetto suolo&#8221; ottenuto grazie all&#8217;accellerazione del flusso d&#8217;aria che passa tra il fondo piatto e la pista. Più alta è la sua velocità rispetto a quella del flusso che investe la parte superiore della monoposto, tanto maggiore è la deportanza che si ottiene. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Con un grande vantaggio rispetto alla deportanza ottenuta con gli alettoni: non costa nulla in termini di resistenza all&#8217;avanzamento (Cx). L&#8217;accellerazione del flusso inferiore è ottenuta attraverso l&#8217; &#8220;effetto Venturi&#8221; e consiste nel comprimere una massa d&#8217;aria aumentandone densità e temperatura per farla poi espandere trasformando l&#8217;energia incamerata in velocità. Il muso ulteriormente alzato della F2002 testimonia buoni valori dell&#8217;effetto suolo perchè più il muso è alto e più aria entra. Ma non serve a nulla, anzi è controproducente, se non si trova il modo di farla uscire al retrotreno. Evidentemente alla Ferrari hanno risolto questo problema. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il flusso destinato ai servizi è stato ottimizzato grazie all&#8217;inedito utilizzo dell&#8217;effetto estrattore dei gas di scarico minimizzando quindi la diminuzione di velocità e di pressione tra l&#8217;aria che entra nei radiatori e quella che ne esce. Più contenuta è questa variazione (perdita di carico) minore è l&#8217;incremento della resistenza all&#8217;avanzamento. Nella vista in pianta della F2002 è evidente il tentativo di mantenere il più separato possibile questo flusso dagli altri due con l&#8217;adozione di schermi che tendono a &#8220;spillare&#8221; l&#8217;aria necessaria ai radiatori senza provocare significative interruzioni nel flusso che prosegue lungo le fiancate. I bordi piatti, paralleli al terreno, degli schermi sono poi un artificio che permette una preselezione dell&#8217;aria destinata a produrre l&#8217;effetto Venturi insinuandosi sotto il fondo piatto.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-il-volante">IL VOLANTE</h2>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" width="300" height="225" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/01/DSCF0252-300x225.jpg" alt="DSCF0252" class="wp-image-21587" title="Monoposto leggendarie - Ferrari F2002 2200" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/DSCF0252-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/DSCF0252-1024x768.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/DSCF0252-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/DSCF0252-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/DSCF0252-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/DSCF0252.jpg 1136w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Fra le tante novità della F2002, il volante è passato quasi inosservato; è studiato in funzione di una posizione di guida leggerm</p>



<p class="wp-block-paragraph">ente più bassa. I manettini che presiedono alle varie funzioni rimangono, ma ora sono disposti su due file verticali invece che raggruppati in basso. Al centro del volante spiccano due grosse manopole nere, o commutatori, che servono a passare da una funzione all&#8217;altra e ad attuare la &#8220;regolazione fine&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La diversa forma del volante, che ora è leggermente più in basso, è dovuta anche al nuovo display, più grande, dove il pilota può leggere i valori di funzionamento della vettura. Fra le funzioni controllabili dal volante (o dai box) la carburazione, la percentuale di freno motore, le strategie di funzionamento della frizione (cioè la risposta allo stacco), la sensibilità del traction control e la taratura del differenziale.</p>
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		<title>1989 -1992 la BMW R1 SBK in tutto segreto prende forma.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Jan 2013 20:49:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ebbene si la BMW sviluppó un incredibile progetto nominato BMW R1 , anticipando nella sigla la poi famosissima Yamaha R1 , questo grazie al gruppo di progetto di Georg Emmersberger (Desmodromico), Heinz Hege e Ralf Lewien che disegnarono questo prototipo.&#160; Purtroppo la BMW R1 restó un prototipo, ne fecero solo quattro ma solo una fu [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ebbene si la BMW sviluppó un incredibile progetto nominato BMW R1 , anticipando nella sigla la poi famosissima Yamaha R1 , questo grazie al gruppo di progetto di Georg Emmersberger (Desmodromico), Heinz Hege e Ralf Lewien che disegnarono questo prototipo.&nbsp; Purtroppo la BMW R1 restó un prototipo, ne fecero solo quattro ma solo una fu finalizzata e scese in pista brevemente provata anche da Alan Cathcart dal cui articolo prende spunto quanto scriviamo di seguito.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="800" height="569" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/01/BMW-Desmo.jpg" alt="BMW-Desmo" class="wp-image-21597" title="1989 -1992 la BMW R1 SBK in tutto segreto prende forma. 2201" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/BMW-Desmo.jpg 800w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/BMW-Desmo-768x546.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/BMW-Desmo-300x213.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/BMW-Desmo-696x495.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Le sue caratteristiche tecniche :</p>



<p class="wp-block-paragraph">Motre classico boxer BMW 98 x 66 mm 996 cc con distribuzione a quattro valvole desmodromica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potenza 140HP.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Iniezione Bosch elettronica, 6 marce ed ovviamente il classico cardano BMW.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Peso a secco 165 Kg ( un tantino pesante rispetto la bicilindrica Ducati dell&#8217;epoca di Polen che era di circa 20 kg di meno ).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo quattro prototipi furono fatti di cui uno solo in condizione di scendere in pista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo agli inizi degli anni &#8217;90, Bmw è un marchio che sta vivendo una vera e propria esplosione commerciale, sono anni magici in cui vengono create motociclette simbolo che ancora oggi dopo un ventennio riescono a rapire il cuore e i sogni di molti motociclisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La&nbsp; SBK in quel periodo era agli inizi con protagoniste dalle Ducati 851 e 916 alle Honda con l&#8217;RC30 e 45 sono esempi di estrema sintesi, vere macchine da corsa in vendita su strada.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Ducati crede ciecamente nel proprio bicilindrico, unica per scelta progettuale si scontra con le quattro cilindri del sol levante tutte plurifrazionate, il regolamento di quegli anni permetteva ai bicilindrici una cilindrata complessiva la cui soglia era fissata ai 1000cc contro i 750cc dei quattro cilindri, inoltre queste avevano un peso limite imposto più alto, così da livellarne le prestazioni, Ducati aveva visto giusto e impose uno strapotere tecnico imbarazzante, tanto che anche i privati della casa di Borgo Panigale si permettevano di mettere dietro i mezzi dell&#8217;onnipotente team dell&#8217;ala dorata, le Honda HRC ufficiali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il direttore tecnico di Bmw Burkhard Goeschel pensò al suo bicilindrico contrapposto, anch&#8217;esso poteva godere dei privilegi dei bicilindrici Ducati SBK aumento di cilindrata e limite di peso, così vennero approntati quattro prototipi, di cui uno solo è sopravvissuto e funzionante, la R1 1000 boxer.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La motocicletta era concepita intorno ai canoni tradizionali Bmw per la caratteristica ciclistica, la trasmissione era a cardano con monobraccio Paralever e l&#8217;avantreno usava una struttura denominata Telelever che poi é il classico sistema che si torva ancor oggi sulle BMW da enduro e tutto perfettamente aderente alle moto in produzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spogliata la R1 Desmo ricorda da vicino le classiche soluzioni ciclistiche Bmw. Da notare i radiatori laterali e le teste girate di 90° per contenere gli ingombri motore. Sebbene l&#8217;industria avesse dalla sua capacità e tecnologie particolarmente avanzate, difettava d&#8217;esperienza nel mondo delle competizioni, così fu scelto di affidare la realizzazione ciclistica all&#8217;esperto preparatore Olandese Niko Bakker che fece il telaio in alluminio appunto per la BMW R1 1000 boxer.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Egli ideò un telaio d&#8217;alluminio simile al prototipo che aveva corso con successo nel 1990 con Herbert Enzinger sotto le insegne d&#8217;un concessionario locale nella B.o.t.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore era posto molto in alto e angolato, così da consentire la giusta luce a terra nelle pieghe più accentuate e permetteva un andamento il più possibile rettilineo dell&#8217;albero di trasmissione, entrambi gli ammortizzatori era dei pluriregolabili WP, mentre per i cerchi erano utilizzati dei Marvic Superlite in magnesio a tre razze da 17 pollici, l&#8217;impianto frenante era un trittico Brembo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" width="445" height="480" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/01/BMWteile.jpg" alt="BMWteile" class="wp-image-21598" title="1989 -1992 la BMW R1 SBK in tutto segreto prende forma. 2202" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/BMWteile.jpg 445w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/BMWteile-300x324.jpg 300w" sizes="(max-width: 445px) 100vw, 445px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Particolare della distribuzione Desmo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il prototipo era abbastanza leggero (160kg) anche se ancora lontano dal limite di categoria di 145kg e aveva una buona distribuzione dei pesi con il 52% della massa totale gravante sull&#8217;avantreno, ottenuta montando il motore in posizione molto avanzata, tutto sommato era un risultato incredibile per una motocicletta con trasmissione ad albero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel biennio &#8217;91 e &#8217;92 vennero effettuati test in gran segreto sul motore, che risultò essere nella sua forma finale un bicilindrico Boxer con iniezione Bosh, raffreddamento a liquido, quattro valvole per cilindro, doppio albero a camme in testa con sistema di distribuzione DOCH (desmodromico), che dava la possibilità di arrivare a regimi di rotazione impossibili per le classiche molle di ritorno sulle valvole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella Tarda primavera &#8217;92 il prototipo era completo e funzionante e fù portato a Rijeka, al tempo un pista tranquilla e isolata, l&#8217;allora capo tecnico Gert Heim ricorda come sebbene i risultati furono incoraggianti, la moto disponeva già di 140cv all&#8217;albero (La Ducati di Polen aveva una potenza paragonabile), si evidenziarono due problemi legati al layout progettuale.<br>Il primo era di carattere aerodinamico, i radiatori laterali infatti necessitavano di una ingombrante canalizzazione dell&#8217;aria ricavata nella carenatura, il secondo era legato alle prestazioni del propulsore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Heim infatti ne sarebbero serviti almeno 20cv in più per poter essere veramente competitivi contro Ducati, la logica di Bmw prevedeva di presentarsi e industrializzare l&#8217;R1 solamente se la vittoria fosse stata alla portata della moto purtroppo queste aspettative si scontrarono con la realtá dei costi esorbitanti per una moto di queste caratteristiche, metterla in produzione per la minima serie per farsi qualificare in SBK sarebbe stato praticamente impossibili se non addirittura estremamente esoso anche per la stessa BMW.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dei bicilindrici boxer Bmw questo motore ha poco in comune, l&#8217;impostazione di base, ma il resto è un concentrato tecnologico che prende spunti dalle soluzioni più vincenti del panorama motoristico internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Salta subito all&#8217;occhio la disposizione dei cilindri ruotati di 90° rispetto ai boxer tutt&#8217;ora prodotti da Bmw, le motivazioni sono molteplici e comprendono oltre una necessaria esigenza di luce a terra, le teste non dovevano interferire toccando negli angoli di piega più accentuati, anche il bisogno di condotti il più possibile rettilinei dell&#8217;impianto d&#8217;alimentazione e il necessario spazio dove poter alloggiare l&#8217;airbox, particolare assolutamente primario in un progetto da competizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se quest&#8217;ultimo fosse stato alloggiato come sui boxer stradali non avrebbe avuto il necessario volume, sacrificato intorno alla trasmissione, ne la stessa possibilità d&#8217;essere alimentato dall&#8217;aria fresca portata in pressione dal movimento stesso della motocicletta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore monta bielle in titanio Pankl (come Ducati) e pistoni alta compressione Mahle, a due segmenti di tenuta, per una cilindrata unitaria di 996cc, con un rapporto di alesaggio per corsa di 98&#215;66 e di compressione 12:1 mentre i corpi farfallati dell&#8217;iniezione Bosch sono da 54mm.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le teste sono asimmetriche, cioè hanno l&#8217;albero a camme di scarico più spostato verso l&#8217;interno, sempre per le già dette esigenze d&#8217;ingombro laterale e una catena di distribuzione comanda un sistema Desmodromico per le valvole molto simile ai motori Ducati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La progettazione delle testate&nbsp; merita un approfondimento per la loro sofisticatezza, innanzi tutto il movimento dell&#8217;albero motore muove solamente le cammes d&#8217;aspirazione che adottano valvole in titanio da 38mm, mentre quelli di scarico, con valvole da 33mm, sono mosse da una catena secondaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;angolo incluso tra le valvole è di 20°, il fatto d&#8217;adottare la distribuzione Desmodromica, vero cavallo di battaglia di Ducati, prevede infatti di far raggiungere al motore elevati regimi di rotazione con profili delle camme altrimenti distruttivi per i motori con le normali molle.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2013/01/Desmo-Ottonero_9801-44-1024x768.jpg" alt="Desmo-Ottonero_9801 (44)" class="wp-image-21600" title="1989 -1992 la BMW R1 SBK in tutto segreto prende forma. 2203" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/Desmo-Ottonero_9801-44-1024x768.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/Desmo-Ottonero_9801-44-768x576.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/Desmo-Ottonero_9801-44-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/Desmo-Ottonero_9801-44-696x522.jpg 696w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/Desmo-Ottonero_9801-44-265x198.jpg 265w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2013/01/Desmo-Ottonero_9801-44.jpg 1136w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;Alan Cathcart riesce a provare l&#8217;R1 prototipo in una pista improvvisata nell&#8217;aeroporto militare della Luftwaffe a Ovest di Monaco, il clima è di rigida segretezza anche dopo quindici anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alan trova la moto molto meno compatta in sella di quanto possa lasciar intendere, l&#8217;impianto d&#8217;iniezione e la larghezza stessa delle carene con radiatori laterali limita i movimenti delle gambe e per stare in sella bisogna letteralmente abbracciare il grosso serbatoio da 18 litri del carburante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al contrario di come ci si aspetterebbe il mille boxer da Superbike è goffo e molto pesante di sterzo nelle curve lente, con un comportamento molto ostico nelle varie riaperture del comando gas, amplificato dal cardano e da un setting tutto da perfezionare della gestione elettronica del motore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sebbene sia una moto difficile l&#8217;avantreno, un classico Telelever BMW,&nbsp; regala una discreta dose di fiducia e si può provare a spingere fin da subito, il motore colpisce sia per il timbro sonoro assolutamente caratteristico che per l&#8217;assenza di vibrazioni, oltre alla velocità con cui riesce ad accumulare giri fino alla zona rossa fissata a 11000rpm, l&#8217;erogazione è molto lineare e la spinta ottima fin da 3000rpm, solo dopo i 5500rpm il motore esprime tutta la sua cattiveria che si traduce in lunghi monoruota, ma già dopo gli 8000rpm è consigliabile passare ad un rapporto successivo del cambio a sei marce, in quanto il calo di potenza rende vano insistere nella stessa marcia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le prestazioni pure della R1 boxer Desmo sono di tutto rispetto i 140cv spingono senza problemi fino ai 280km/h cronometrati, e le Ducati 888 vittoriose del mondiale SBK &#8217;92 con Polen avevano pressapoco la stessa potenza anche se vantavano venti kg in meno sulla bilancia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In velocità la moto regala una piacevolissima senzazione di stabilità, soprattutto nei curvoni affrontati a gas aperto e il freno motore aiuta nello stesso senso, quando si devono affrontare le grandi decelerazioni della guida in pista, il comportamento fà esclamare sotto il casco &#8220;Solida come una Roccia&#8221; e se un appunto lo si deve riportare è sull&#8217;impianto frenante, potente, ma le cui caratteristiche &#8220;vintage&#8221; al confronto con gli odierni impianti radiali, ne rendono le prestazioni solo sufficienti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il riparo aereodinamico della carenatura è ottimo anche se porta dei problemi congeniti di raffreddamento legati alla disposizioni degli elementi radianti, un peccato non abbiano creduto in lei, ma a conti fatti forse l&#8217;unica vera penalizzazione della moto sarebbe stata nell&#8217;architettura stessa del propulsore, troppo complessa da sviluppare, forse se fosse nata con quei cavalli in più sarebbe stata una storia diversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;il 1989 fno&nbsp; alla fine del 1992 sono anni in cui la BMW ha vagliando un ritorno alla velocità che poi si concretizzerà con la nascita della R1000RR quattro cilindri splendida SBK dei giorni nostri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il prototipo BMW R1 1000 Boxer, finalizzato ed unico rimasto, si puó osservare ancor oggi nel museo della BMW.</p>
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		<title>Lo stile di guida e la sua evoluzione nella storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danny Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jan 2013 11:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Motociclismo nel corso degli anni si è evoluto moltissimo, la tecnologia ha fatto passi da gigante così come i materiali accessori (come le gomme ad esempio); insieme all&#8217;evoluzione tecnologica è avvenuta anche un&#8217;evoluzione dei piloti, che di genereazione in generazione hanno di volta in volta spostato il limite sempre più in alto. Si è [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il Motociclismo nel corso degli anni si è evoluto moltissimo, la tecnologia ha fatto passi da gigante così come i materiali accessori (come le gomme ad esempio); insieme all&#8217;evoluzione tecnologica è avvenuta anche un&#8217;evoluzione dei piloti, che di genereazione in generazione hanno di volta in volta spostato il limite sempre più in alto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si è assistito quindi ad una vera e propria evoluzione dello <strong>stile di guida</strong>, che si è dovuto modificare per meglio adattarsi al cambiamento delle condizioni di base: col progredire della tecnologia e dei materiali, ne è conseguito un evolversi del modo di guidare. Chiamiamolo &#8220;Darwinismo Motociclistico&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Partiamo dagli albori, con i piloti che correvano su moto acerbe, con gomme piene e in seguito con i primi tubolari. Si correva su &#8220;piste&#8221; nemmeno asfaltate, quindi i piloti erano costretti a guidare sulle uova, continuamente in bilico. Non crediate fossero fermi però, perché andavano forte un bel pò.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Passiamo però ai primi anni 70: le moto erano già molto potenti, molto veloci (le 500 arrivavano tranquillamente a 250 km/h), e i piloti cercavano di sfruttarle facendole scorrere velocemente in curva. Il corpo era molto centrato sulla moto, ci si spostava poco, le ginocchia non uscivano di carena se non quel tanto che bastava per bilanciarsi. La generazione di Agostini per esempio, il ginocchio lo portava fuori non con lo scopo di sfruttarlo strisciandolo in terra, ma facendolo funzionare quasi come un aerofreno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1974 arriva un americano, uno Yankee che beveva litri di chinotto: Kenny Roberts, che verrà poi chiamato &#8220;il marziano&#8221; o &#8220;King Kenny&#8221;. KR veniva dal dirt track americano, a lui poco importava la scorrevolezza della moto: lui entrava in curva, inclinava la moto al massimo facendola scivolare un po, rialzava e via di gas.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi&nbsp;faceva sempre&nbsp;una cosa che nessuno, se non sporadicamente, osava fare: appoggiava il ginocchio.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Prima di KR le &#8220;saponette&#8221; non esistevano: Dainese cominciò proprio con lui a studiare i primi metodi per far scivolare le ginocchia sull&#8217;asfalto senza il rischio consumarsi le ginocchia. La particolarità dello stile importato da Roberts fu quella di usare il ginocchio come &#8220;perno&#8221; per controllare la derapata del posteriore. Per l&#8217;epoca fu una rivoluzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da li in poi lo stile con le ginocchia che strisciavano l&#8217;asfalto diventò la norma, e &#8220;le pieghe&#8221; cominciarono a diventare notevoli (guardate sopra Ruggia che tocca coi gomiti). Se ci pensate ora si tocca coi gomiti senza problemi, e il ginocchio lo si fa strusciare anche facendo una rotonda&#8230;tutto questo grazie al grande Kenny Roberts. Poi c&#8217;è come questo qui sotto nella foto che estremizza un po il tutto&#8230;. 🙂</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ventennio successivo porta un affinamento dei concetti importati da Roberts: le 500 diventano sempre più potenti, vanno guidate spigolando sempre di più, anche se verso la fine del ciclo delle 2 Tempi la differenza tra chi fa scorrere la moto e chi spigola molto è minima e dipende molto dai tracciati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei migliori interpreti della guida scorrevole è stato sicuramente Max Biaggi: cresciuto con le 250, Max ha sempre riportato quello stile anche successivamente con le moto 4 tempi. Tanta velocità a centro curva, moto stabile, anteriore solido, accelerazione misurata col calibro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Contro si trovava invece Mick Doohan, che addirittura affrontava le curve a destra in maniera diversa dalle curve a sinistra. Questo a causa dell&#8217;incidente di Assen, nel quale rischiò di perdere la gamba destra (salvata miracolosamente dal Dott. Costa): Doohan rimase di fatto invalido, tanto da dover spostare il comando del freno posteriore sul maubrio. Doohan, anche lui di scuola dirt track, piegava forte la moto per rialzarla velocemente e sfruttare l&#8217;accelerazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche con le potenti 500 c&#8217;era comunque chi faceva eccezione, come ad esempio Garry McCoy che si trovava spesso col posteriore che sbandierava&#8230;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il successivo passaggio dalle 500 2T&nbsp;alle 1000 4 tempi, portò un ulteriore cambio di stile di guida: il freno motore porta grandi derapate in inserimento, e alle successive derapate in accelerazione. Grandissimo interprete fu Valentino Rossi, che nel biennio 2002-03 con la splendida Honda RC211V, fece talmente tanti traversi che la Michelin dovette rivedere tutta la struttura delle gomme posteriori.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=LDxs2aDqvS4[/youtube]</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il maggior peso delle nuove 1000 costringe i piloti a contrastare la maggiore inerzia della moto; facendo derapare il posteriore si porta l&#8217;anteriore a chiudere in anticipo limitando la &#8220;deriva&#8221; complessiva della moto. Ovviamente anche qui Mc Coy ci mostra come si fa&#8230;esagerando come sempre!</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=Fyv_VyubtzQ[/youtube]</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche se non sempre così evidenti, tutti i piloti con moto di grossa cilindrata (dalle stock alle MotoGP) fanno in modo di far derapare leggermente il posteriore. Anche se impercettibile, la deformazione del posteriore fa in modo di facilitare la chiusura della traiettoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto questo è valido fino al 2007, anno in cui viene consacrato nell&#8217;olimpo del Motociclismo il talento di Casey Stoner. L&#8217;australiano non si limita più solamente a derapare da centro curva in poi in accelerazione, o a derapare in ingresso di freno motore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stoner ha unito i due concetti: derapa in ingresso accelerando! So che può sembrare strano, ma è proprio così. L&#8217;australiano ha portato il dirt track sull&#8217;asfalto&#8230;.guardate bene questo video</p>



<p class="wp-block-paragraph">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=qpWsDROVvuI[/youtube]</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per contrastare la &#8220;poca voglia&#8221; della sua Ducati di inserirsi in curva, Stoner la va letteralmente voltare facendo partire per la tangente il posteriore mentre è ancora nella fase di inserimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa azione viene fatta nell&#8217;inserimento di curve medio veloci, dove Stoner è praticamente irraggiungibile; questo è uno dei motivi per cui Casey a Phillip Island è stato&nbsp;praticamente imbattibile, con Ducati e Honda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=IqrGbiGYs6A[/youtube]</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;antagonista di Stoner è stato Jorge Lorenzo, che ha proseguito invece sulle orme di Max Biaggi: scorrevolezza, pulizia assoluta, tutto misurato col calibro. Jorge ha affinato ulteriormente la guida pulita portandola all&#8217;estremo, costretto dalle geometrie della sua moto che soffre molto le accelerazioni brusche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al momento nessuno in MotoGP ha guidato come Stoner, esaltando questo continuo vagare per le tangenti del posteriore, ma un nuovo ragazzino terribile si sta affacciando nella classe regina e potrebbe portare ancora avanti il limite imposto dall&#8217;australiano. Sto parlando di Marc Marquez, il fenomeno spagnolo che ha dominato la Moto2 nel 2012, guidando una 600cc come una MotoGP&#8230;.il ragazzino sta facendo pratica, ora sono tutti avvisati.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Danny Garbin</strong></p>
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			<media:title type="plain">La Tecnica Archivi | Giornalemotori</media:title>
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		<title>Monoposto Leggendarie &#8211; McLaren Honda Mp4/4 1988</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mazzocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jan 2013 12:10:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Formula 1]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Auto]]></category>
		<category><![CDATA[monoposto leggendarie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Premessa: questo è il primo articolo di una lunga serie, che ci accompagnerà fino all&#8217;inizio del mondiale 2013 di F1. Parleremo di monoposto ma anche di piloti che hanno lasciato il segno nella mente e nel cuore di ogni appassionato. Spero sia di vostro gradimento! «Una vettura da corsa è bella solo quando vince». Questa [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Premessa: questo è il primo articolo di una lunga serie, che ci accompagnerà fino all&#8217;inizio del mondiale 2013 di F1. Parleremo di monoposto ma anche di piloti che hanno lasciato il segno nella mente e nel cuore di ogni appassionato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spero sia di vostro gradimento!</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Una vettura da corsa è bella solo quando vince». Questa definizione è di Enzo Ferrari, il “Drake” di Maranello, un uomo, indubbiamente, che la sa lunga in fatto di macchine da corsa. La citazione ci è venuta alla mente quando è apparsa la nuova McLaren, che ha fatto arricciare il naso per alcuni dettagli che tradivano la fretta con cui era stata ultimata (dopo i recenti ritardi) per poter girare sul circuito di Imola. Dopo poche ore la nuova McLaren-Honda Mp4/4 ha dato la migliore risposta, l’unica possibile per una vettura, facendo segnare dei tempi a dir poco notevoli (a bordo però non vi era installata la fati dica valvola di limitazione della Fisa). Tradizionale, anche se del tutto inedita, eccezion fatta per i cerchioni, la nuova Mp4/4 è stata progettata da Steve Nichols, per anni braccio destro di John Barnard. È questa la prima vera monoposto di Formula 1 per il tecnico inglese, responsabile fin dall&#8217;anno precedente dello sviluppo della McLaren Mp4/3. Alla Squadra di Woking per poter portare avanti i programmi con i due motori era in ogni caso stato deciso di dividere i compiti. Monoposto evoluzione o rivoluzione? Se dovessimo dare un giudizio, si potrebbe dire che la McLaren-Honda Mp4/4 è una profonda evoluzione del vecchio modello Mp4/3, con il quale ha in comune molti particolari. Vediamo comunque di analizzare nel dettaglio quella che dovrebbe essere una delle monoposto più grandi della Storia della Formula 1.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Telaio</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Pur rispettando gli schemi costruttivi tipici delle scocche McLaren quella della Mp4/4 è completamente nuova. La scuderia inglese, dal settembre del 1986 realizza completamente i suoi telai (prima erano fatti alla Hercules in America) e ovviamente anche gli ultimi sono stati approntati all&#8217;interno della iper-tecnologica fabbrica di Ron Dennis. Steve Nichols, pur mantenendo invariata la tecnica costruttiva, (la scocca è separata dalla carrozzeria) ha approfittato per fare una struttura più rigida, specialmente nella zona dell’abitacolo. Questa risulta più alta con una fascia di irrigidimento che percorre tutta la zona a fianco del pilota. Le linee del telaio della McLaren Mp4/4 sono ovviamente spigolose e si discostano da quelle del vecchio modello Mp4/3. La caratteristica più appariscente di questa scocca è quella di avere la parte inferiore completamente squadrata ad U, senza più la forma a V caratteristica della vecchia vettura, nata come struttura nel 1981 e cioè al tempo delle minigonne e dei telai molto stretti in basso. Nichols ha seguito la moda delle scocche strette, ma senza esagerazioni, tanto che ha potuto conservare all&#8217;interno gli ammortizzatori verticali. Li ha messi in posizione arretrata per guadagnare qualche centimetro in abitabilità. La parte posteriore del telaio della Mp4/4 è molto corta con una forma della zona del serbatoio della benzina che ricorda quella della Williams Fw08 «iridata» con Keke Rosberg nel 1982. Le rifiniture di questa prima monoposto hanno lasciato un po’ a desiderare, specialmente nel telaio staccabile della struttura deforma bile anteriore. La monoposto, bassa, stretta e affusolata, ricorda la vecchia Brabham-BMW BT55, una creatura rivoluzionaria ma fallimentare progettata nel 1986 da Gordon Murray. Le rassomiglianze con la creatura di Murray si possono notare nei disegni tecnici qui in basso. Le medesime caratteristiche si possono notare nel cofano motore molto basso, che presenta soprattutto una “gobba” nella parte terminale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://i.ibb.co/JjNN85sQ/Mc-Laren1988-ph-Campi-1200x1013.jpg" alt="Mc Laren1988 ph Campi" title="Monoposto Leggendarie - McLaren Honda Mp4/4 1988 2204"><figcaption>Monoposto Leggendarie - McLaren Honda Mp4/4 1988 2208</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Abitacolo</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’abitacolo della nuova McLaren-Honda Mp4/4 è stretto di spalle ma spazioso al suo interno. La cosa che colpisce di più di questa nuova McLaren è in pratica l’assenza della parte centrale dell’abitacolo. Il pilota è seduto molto inclinato e non è avvolto da un abbondante carenatura come nei casi di altre vetture. Le protezioni laterali per il casco del pilota sono molto basse e corrono lungo le spalle (che fuoriescono all’abitacolo). Il volante è di forma rotonda. La centralina strumenti è in un singolo pezzo. Il roll bar di protezione della testa non è più in tubi come sui precedenti modelli.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Aerodinamica</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Non ci sono stati salti nel buio nella veste aerodinamica della McLaren Mp4/4, logica evoluzione dei concetti espressi con successo dal precedente modello, rimasto in servizio, senza grosse alterazioni, per oltre sette anni. L’aerodinamica della McLaren Mp4/4 era molto tradizionale rispetto alle altre monoposto. La parte posteriore, specialmente, ricorda la vecchia Mp4/3 anche se la carrozzeria inferiore è completamente diversa e in particolare i profili estrattori si rifanno più a quelli della Williams dello scorso anno che non a quelli della McLaren del 1987. Le novità maggiori vengono però dalla parte anteriore più stretta ed allungata in ossequio alle nuove norme regolamentari. Il muso è stretto ma non in maniera eccessiva e appare perfino più lungo del suo reale valore, dato che la Mp4/4 è di soli 4 centimetri più lunga della vecchia vettura. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://i.ibb.co/8gcg3h0m/Dw-PMQjf-Wk-AAi-Ske.jpg" alt="Dw PMQjf Wk AAi Ske" title="Monoposto Leggendarie - McLaren Honda Mp4/4 1988 2205"><figcaption>Monoposto Leggendarie - McLaren Honda Mp4/4 1988 2209</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Nichols ha evitato di andare al limite degli ingombri della sezione frontale come è stato fatto da altre squadre. Il restringimento della zona anteriore non ha poi comportato un andamento curvilineo della parte centrale della scocca, come è stato realizzato dalla Benetton-Ford e dalla Leyton House-Judd, bensì l’allargamento è stato fatto in maniera rettilinea come sulla nuova Williams-Judd. Le fiancate sono rimaste in pratica le stesse, con uno sfogo laterale per l&#8217;aria calda che ad Imola era notevolmente paralizzato. Per le prese delle turbine sono disponibili due versioni: una con i tradizionali periscopi visti ad Imola, l&#8217;altra con le canalizzazioni interne delle fiancate già sperimentate lo scorso anno sulla Williams e sulla Lotus. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’accorciamento del serbatoio, da soli 150 litri, ha fatto sì che il corpo vettura sia più vicino rispetto all’alettone posteriore, il cofano motore però appare più profilato e basso rispetto a quello della precedente versione. In questo modo il flusso verso l’alettone posteriore non dovrebbe risultare penalizzato. Per quanto riguarda gli alettoni, ovviamente date le minori potenze, sono stati realizzati profili con corde minori, seppur derivati da quelli usati nella passata Stagione. Pur senza esagerazioni con benzina ai lati del pilota, Nichols è riuscito a mantenere le dimensioni della nuova Mp4/4 molto simile a quelle delle vetture che ha gareggiato fino alla passata Stagione. Il passo, infatti, è di soli 4 cm circa più lungo, questo grazie anche al fatto che le vetture turbo hanno un serbatoio della benzina ridotto di 4,5 litri rispetto al 1987, quindi notevolmente più corto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://i.ibb.co/XkyZ4yPs/motore-jpg-9bf8d0a22df530351968e70bb472e6ec.jpg" alt="motore jpg 9bf8d0a22df530351968e70bb472e6ec" title="Monoposto Leggendarie - McLaren Honda Mp4/4 1988 2206"><figcaption>Monoposto Leggendarie - McLaren Honda Mp4/4 1988 2210</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sospensioni</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quasi immutata quella posteriore, anche se al posto di un normale bilanciere del sistema push-rod ve ne è uno a base più larga. I portamozzi, sia anteriori che posteriori, sono saldati e molto simili a quelli usati lo scorso anno, hanno però un diverso sistema di raffreddamento dei freni. A proposito di questi da notare che sono state conservate le doppie pinze realizzate dalla stessa McLaren. Quelle al retrotreno sono posizionate rispetto al portamozzo inclinate con la pinza dietro più in alto di quella davanti al disco. Completamente nuova invece la sospensione anteriore, non solo come schema, visto che ora è a tirante e prima era a puntone, ma anche come disegno. Al posto di un triangolo a base molto stretta, sopra, ve ne è uno molto largo con gli attacchi esterni alla scocca. In basso il triangolo è ancora più largo con il braccio posteriore che si infulcra all&#8217;interno del telaio stesso. Il gruppo molla-ammortizzatore (unico caso fra le nuove Formula 1) è piazzato all&#8217;interno della scocca, ma è spostato indietro rispetto all&#8217;asse anteriore; questo per poter offrire maggiore spazio ai piedi del pilota, in una zona dove il telaio è più largo di almeno 4-5 cm. Curiosa, sempre per problemi di ingombri la dislocazione della colonna dello sterzo, disassata sulla sinistra per non interferire con il pedale del freno. La cremagliera dello sterzo è esterna al telaio. Da notare che la McLaren ora usa ammortizzatori giapponesi Showa con il serbatoio del gas separato al posto dei tradizionali Bilstein.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cambio</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">David North, chiamato da Gordon Murray, in collaborazione con Pete e Michelle Weismann ha realizzato un nuovissimo cambio longitudinale dagli ingombri molto ridotti. Le Formula 1 del 1988 viaggiavano molto basse rispetto al suolo; per poter avere i semiassi orizzontali bisognerebbe poterle alzare di almeno 20 mm. I nuovi motori Honda turbo con l’albero di uscita più basso di 25 mm hanno ancora più evidenziato questo problema di qui la necessità di rialzarsi con il cambio per poter avere i semiassi quasi orizzontali. North ha risolto il problema con un cambio a tre alberi ed i rapporti tutti nel1a parte posteriore. All’uscita dal1a frizione, c’è già una riduzione di giri. L’albero primario passa sotto i semiassi, molto semplice risulta la operazione di cambio dei rapporti. North sta anche studiando sempre coadiuvato dai Weismann un nuovo cambio per il motore atmosferico, molto probabilmente sarà un trasversale con cui è più facile ancora rialzarsi dei 50 mm necessari. Se dovessimo individuare l’unico punto debole di un progetto così vincente e competitivo, potremmo evidenziare il cambio, che non ha mai funzionato troppo alla perfezione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://i.ibb.co/mVzbXRyR/volantemclaren.jpg" alt="volantemclaren" title="Monoposto Leggendarie - McLaren Honda Mp4/4 1988 2207"><figcaption>Monoposto Leggendarie - McLaren Honda Mp4/4 1988 2211</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong> Scheda tecnica</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Passo: 287.5 cm<br>Carreggiata ant.: 180 cm<br>Carreggiata post.: 167 cm<br>Lunghezza: 445 cm<br>Larghezza: 215 cm<br>Peso: 540 kg<br>Cambio: 6 marce + retro<br>Gomme: Goodyear<br>Cerchi: 13&#8243;<br>Motore: Honda 1493 cc sovralimentato, 6 cilindri a V 80°<br>turbine: due, con pressione limitata a 2,5 bar<br>Potenza max: 890 CV circa a 12500 giri</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Vittorie</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>A. Senna:</strong>&nbsp;Gp San Marino, Gp Canada, Gp Usa, Gp Gran Bretagna, Gp Germania, Gp Ungheria, Gp Belgio, Gp Giappone.<br><strong>A. Prost:</strong>&nbsp;Gp Brasile, Gp Monaco, Gp Messico, Gp Francia, Gp Portogallo, Gp spagna, Gp Australia.<br><strong>Mondiale piloti:</strong>&nbsp;1° Senna punti 90, 2° Prost punti 87<br><strong>Coppa Costruttori:</strong>&nbsp;1° McLaren 199 punti</p>
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		<title>Ma le gomme ci avvertono?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Oct 2012 06:59:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo aver descrito com&#8217;è fatta una gomma, vediamo adesso quali sono le conseguenze sull&#8217;area d&#8217;impronta della gomma al variare dell&#8217;angolo dei fili delle diverse carcasse/cinture Facciamo qualche schemino: Una gomma a carcassa incrociata sottoposta a pura forza laterale, cioè alla corda e senza aprire il gas, si deforma progressivamente e avverte con largo anticipo. Ma [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Dopo aver descrito <a href="https://www.giornalemotori.com/2012/10/10/come-e-fatta-una-gomma/" target="_blank" rel="noopener"><strong>com&#8217;è fatta una gomma</strong></a>, vediamo adesso quali sono le conseguenze sull&#8217;area d&#8217;impronta della gomma al variare dell&#8217;angolo dei fili delle diverse carcasse/cinture Facciamo qualche schemino:</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/10/24/ma-le-gomme-ci-avvertono/def-2-4/" rel="attachment wp-att-18728"><img decoding="async" width="640" height="425" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/10/def-2-4.jpg" alt="def 2 4" class="wp-image-18728" title="def-2-4" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/10/def-2-4.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/10/def-2-4-300x199.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Una gomma a carcassa incrociata sottoposta a pura forza laterale, cioè alla corda e senza aprire il gas, si deforma progressivamente e avverte con largo anticipo. Ma ha il difetto di ridurre l’area in perfetto contatto man mano che la piega (e quindi la forza) cresce. Proprio quando mi serve la maggior forza, tiene meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La carcassa radiale invece ha i fili orientati esattamente come la forza, e quindi non si deforma: la&nbsp; sua tenuta non si riduce man mano che la piega aumenta, ma ha il difetto di partire via di colpo. Posso piegare di più ma devo ricavare il limite di tenuta da altri fattori, sennò finirò a terra senza neppure capire come ci son finito. Vedremo in seguito come risolvere il problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una gomma, radiale o meno, con cintura incrociata sottoposta a pura forza longitudinale, cioè in frenata o in accelerazione sul dritto, si deforma progressivamente in modo analogo, riducendomi la porzione di area in perfetto contatto man mano che la sollecitazione diventa più forte.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/10/24/ma-le-gomme-ci-avvertono/def-1-3/" rel="attachment wp-att-18732"><img decoding="async" width="810" height="404" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/10/def-1-3.jpg" alt="def 1 3" class="wp-image-18732" title="def-1-3" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/10/def-1-3.jpg 810w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/10/def-1-3-768x383.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/10/def-1-3-300x150.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/10/def-1-3-696x347.jpg 696w" sizes="(max-width: 810px) 100vw, 810px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Una cintura a zero gradi mi rende la gomma indeformabile, la mia area di contatto è sempre costante e la mia frenata sarà potenzialmente maggiore: ma non mi avviserà quando avrò raggiunto il suo limite, e perderà aderenza con tutti i suoi punti nello stesso momento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se in F1 questo è accettabile, in moto è semplicemente disastroso. E infatti non mi risulta ad oggi una gomma anteriore da moto in configurazione radiale pura, con cintura a zero gradi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il limite sarebbe più alto, è vero, ma non ho nessuna possibilità di avvertire quando mi ci sto avvicinando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Discorso analogo per la posteriore&nbsp; dove però la trazione mi può offrire l’opportunità di capire il limite della gomma, come vedremo in seguito.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/10/24/ma-le-gomme-ci-avvertono/impronta-5/" rel="attachment wp-att-18704"><img decoding="async" width="365" height="414" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/10/impronta-5.jpg" alt="impronta 5" class="wp-image-18704" title="Ma le gomme ci avvertono? 2212" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/10/impronta-5.jpg 365w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/10/impronta-5-300x340.jpg 300w" sizes="(max-width: 365px) 100vw, 365px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Questo schema a fianco, riguarda l’area di impronta di una gomma da moto nella situazione più frequente, cioè con forze longitudinali e trasversali contemporaneamente applicate come durante una frenata prolungata in ingresso o un’accelerazione a moto piegata. Ne consegue che la forza risultante avrà una direzione continuamente variabile a seconda della situazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi la sfida delle gomme è esattamente questa: fornire il massimo dell’aderenza nelle diverse condizioni ma lasciando al pilota un margine sufficiente a capire dove stia il limite di aderenza. Tenuta e feeling diventano, estremizzando il concetto, due esigenze antitetiche, e il compito dell’ingegnere sarà trovare il miglior compromesso possibile. Cosa significa? Significa che a fronte di impronte sufficientemente stabili il progettista dovrà prevedere le direzioni di deformazione controllata che indichino al pilota quanto osare. Troppa deformazione vorrà dire minor tenuta, poca deformazione vorrà dire minor feeling. Vediamo in dettaglio quali accorgimenti costruttivi vengono adottati per fare fronte alle esigenze del pilota nelle diverse circostanze, tenendo sempre presente che la gomma scalda quanto più si deforma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cominciamo&nbsp; dall’anteriore a partire dalla frenata. Siamo in rettilineo e affrontiamo la staccata per l’ingresso in curva. La prima evidenza è che l’anteriore per tutto il rettilineo non ha fatto praticamente nulla: nessuna forza longitudinale o trasversale ha deformato la carcassa e di conseguenza la mescola si sarà raffreddata. Il grip in partenza dipende solo dal peso dell’avantreno in quanto i carichi dinamici interverranno solo in seguito alla effettiva decelerazione. In queste condizioni la mia gomma deve essere realizzata in modo da soddisfare due obiettivi fondamentali: scaldarsi velocemente nella prima fase di frenata e consentirmi di valutare il limite iniziale di aderenza, quando il grip è ancora basso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di conseguenza avrà la carcassa radiale ma la cintura a tele incrociate, in modo tale da lasciarmi un certo grado di deformabilità longitudinale che mi consenta un rapido raggiungimento della temperatura di esercizio della mescola nella prima frenata a moto verticale e contemporaneamente mi fornisca il feeling necessario ad avvertire il limite di aderenza. Una riduzione della frenata mi consentirà di aumentare l’area in perfetto contatto, riprendendo l’aderenza dell’avantreno qualora io stia esagerando con la pressione sulla leva. In pratica, tramite la pressione sulla leva io posso modulare quanta area è in perfetto contatto e quanta invece, a causa della deformazione longitudinale, non lo è. La funzione è continua, senza punti di discontinuità, e il comportamento risulta molto prevedibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella fase successiva, coi carichi dinamici in aumento, potrò aumentare la pressione sulla leva in quanto il grip sempre crescente mi ridurrà la quantità di impronta che sta scivolando: in queste condizioni, con la mescola ben schiacciata sull’asfalto, l’impronta si deforma meno in quanto anche le parti che inizialmente stavano scivolando smettono progressivamente di scivolare e si attaccano al suolo che, per così dire, costituisce l’ossatura indeformabile che impedisce all’area di contatto di deformarsi. Insomma, con la mescola molto pressata all’asfalto l’impronta potrebbe deformarsi soltanto deformando l’asfalto alla quale sta incollata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il pilota ne approfitta per aumentare ancora la pressione sulla leva fino a riportare la forza longitudinale oltre al valore dell’attrito sul fondo, ricominciando a deformare l’impronta: questo però innesca un circolo virtuoso per cui la superiore decelerazione non fa altro che aumentare ancora l’aderenza della mescola all’asfalto, opponendosi alla deformazione in modo sempre più deciso. Tutto questo, che avviene in pochissimi istanti, fa sì che la nostra gomma anteriore inizialmente si scaldi in fretta ma, in seguito, la sua deformazione resta costante e ben avvertibile dal pilota che in definitiva potrà dosare la leva in base alla quantità d’impronta che, istante per istante, gode della perfetta aderenza. Man mano che ci si avvicina alla curva la moto inizia a piegarsi: ormai la forcella è schiacciata dai carichi dinamici e il grip è al massimo, la mescola è ben calda e sono nelle migliori condizioni per ottenere il massimo dell’aderenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E’ in questo punto che si raggiunge il massimo della frenata, e qui è anche il punto più critico della staccata: inizia ad essere presente una forza trasversale che, sommata alla forza longitudinale della frenata, porta la risultante totale ad una direzione parallela ai fili della cintura. La cintura smette di deformarsi, l’aderenza è al massimo ma il feeling è al suo minimo: non vi sarà sfuggito che è proprio in questa fase che spesso i piloti perdono l’avantreno. Esiste infatti un punto in cui la gomma si deforma così poco da togliere al pilota la sua sensibilità. E’ vero che in quel momento l’aderenza è al suo massimo, ma per un attimo il pilota perde il riferimento e può solo fidarsi che tutto vada bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se ha abbastanza esperienza, il limite in quel punto viene intuito dal comportamento della gomma nella fase di prima frenata, ma occorre comunque molta attenzione per rilasciare i freni non appena superato quel punto: perché la gomma ricomincerà a deformarsi riducendo nuovamente la sua area d’impronta in perfetto contatto sotto l’azione di una forza trasversale sempre crescente, e stavolta l’entità della forza risultante dipenderà poco dalla pressione sulla leva e molto dalla velocità d’ingresso: se ho sbagliato e sono entrato un filo troppo veloce la gomma inizierà ad allargare e liberare le pinze servirà a poco. Questo piccolo dramma credo l’abbiano vissuto tutti i motociclisti da strada: entri troppo forte e non sai se pizzicare piano per rallentare di più, col rischio di perdere definitivamente l’anteriore, o cercare a freni liberi di chiudere la curva coi pesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle gare questa seconda ipotesi è quella più praticabile, in strada spesso c’è ancora abbastanza margine per effettuare entrambe le manovre contemporaneamente con delicatezza (dopodiché di solito ci fermiamo 200 metri dopo e ci sediamo sul muretto con le ginocchia molli e il cuore a 200 😉 )</p>
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		<title>Come è fatta una gomma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Oct 2012 22:41:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vediamo da vicino come è fatta una gomma, distinguendone le diverse parti: la carcassa di base (3-4-5), la cintura (1), i talloni (6-7), il battistrada (2). Esaminiamo la carcassa nei suoi due principali elementi e vediamo come influiscono sulle caratteristiche di guida. La carcassa di base è quella composta dalle tele che uniscono un tallone [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Vediamo da vicino come è fatta una gomma, distinguendone le diverse parti: la carcassa di base (3-4-5), la cintura (1), i talloni (6-7), il battistrada (2).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft is-resized"><img decoding="async" width="428" height="399" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/10/architecture_radial.jpg" alt="architecture radial" class="wp-image-18671" style="width:461px;height:auto" title="Come è fatta una gomma 2213" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/10/architecture_radial.jpg 428w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/10/architecture_radial-300x280.jpg 300w" sizes="(max-width: 428px) 100vw, 428px" /></figure>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Esaminiamo la carcassa nei suoi due principali elementi e vediamo come influiscono sulle caratteristiche di guida. La carcassa di base è quella composta dalle tele che uniscono un tallone all’altro mentre la cintura è quella fascia sottostante al battistrada che provvede ad irrigidire la zona sottoposta alle sollecitazioni col fondo stradale. Un po’ di storia ci aiuterà a capirne le funzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le prime gomme, nate da un’idea di John Dunlop, nascevano dall’esigenza di assicurare alla ruota, rispetto alla allora consueta soluzione “a gomma piena” un miglior contatto col terreno e contemporaneamente di fornire un minimo di confort nelle dissestate strade dell’epoca. Era fatta nel modo più semplice possibile, secondo un’architettura oggi usata solo per i pneumatici delle biciclette: diversi strati di tele in cotone con trama e ordito a 90gradi annegati&nbsp; dentro la pasta della gomma e orientati a 45 gradi rispetto al verso di rotazione. Un po’ come certi tubi in gomma da giardino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa disposizione conferiva al pneumatico la caratteristica di ripartire le sollecitazioni stradali su una zona molto più ampia della pura area di contatto secondo una logica simile a quella del famoso “arco romanico” nel quale la stabilità statica è fornita dalla reciproca interazione di ogni blocco con quelli contigui. La camera d’aria interna esercita una pressione costante e il numero dei fili istantaneamente sollecitati nel contatto è molto elevato e copre un grande angolo del pneumatico stesso. Al crescere delle potenze si aumentò il numero delle tele, cambiandone anche il materiale da cotone a metallo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fu solo nel dopoguerra, col boom economico e la motorizzazione di massa, che venne introdotto il primo cinturato, un pneumatico che grazie alla presenza di una fascia perimetrale supplementare, garantiva una maggior stabilità dell’area di contatto. Fino a quel momento dobbiamo pensare all’area del contatto come una zona che, sottoposta a sforzi di trazione o di frenata, variava la sua forma mentre il corrispondente terreno NON cambiava: e questo ci dice che, di tutta l’area interessata, solo una parte rimaneva a contatto mentre il resto dell’area si allungava/accorciava e quindi scivolava e strisciava sul terreno sul quale poggiava. I vantaggi furono subito evidenti: le gomme duravano il doppio e assicuravano una tenuta di strada assai maggiore, con tutta la zona di contatto in perfetta presa sul fondo stradale. E anche le mescole, non più sottoposte a disastrosi strisciamenti, diventarono più morbide senza per questo compromettere la durata della gomma. I gommisti si sbizzarrirono e provarono cinture sempre nuove, variando a seconda delle esigenze l’orientamento dei fili della cintura per ottenere migliore rigidità nelle direzioni in cui le forze erano maggiori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l’evoluzione tecnologica investì anche i materiali delle tele: nylon, rayon, acciaio e più recentemente kevlar erano ben più resistenti dell’antico cotone e permisero di pensare alla prima gomma radiale. Una gomma radiale è una struttura in cui la carcassa di base ha i fili orientati a 90 gradi rispetto al senso di rotazione: con tale architettura è evidente che la deformazione dovuta al contatto non si distribuisce più su un’ampia porzione del pneumatico ma resta circoscritta a quei pochi gradi di gomma sottoposti alla sollecitazione. Il cotone non avrebbe mai resistito, il rayon invece sì.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" width="222" height="253" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/10/carcasse_conventionnelle.jpg" alt="carcasse conventionnelle" class="wp-image-18679" title="Come è fatta una gomma 2214"></figure>
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<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" width="223" height="253" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/10/carcasse_radial.jpg" alt="carcasse radial" class="wp-image-18680" title="Come è fatta una gomma 2215"></figure>
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<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;Quali vantaggi apporti una simile configurazione è presto detto: durante una curva, nel massimo dello sforzo trasversale del pneumatico, la forza laterale avrà la stessa direzione dei fili della carcassa e la nostra area di contatto NON si deformerà in senso trasversale, replicando in curva ciò che le prime cinture facevano in frenata o sotto trazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La maggior stabilità dell’area d’impronta in senso trasversale garantiva una superiore aderenza e in definitiva un limite di tenuta laterale ancora maggiore. Arriviamo infine all’esasperazione del concetto con la carcassa radiale e la cintura a zero gradi, con il pneumatico molto stabile sia in senso longitudinale che trasversale e capace di limiti ancora superiori: è la struttura delle gomme da F1, con tenuta elevatissima e mescole proporzionalmente ancora più morbide.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembra tutto molto bello, ma per tutto questo c’è uno scotto da pagare: la gomma diventa sempre più difficile da interpretare. L’area di contatto molto stabile non si deforma proporzionalmente al carico applicato e resta in contatto con tutti i suoi punti: ma per la stessa ragione, quando inizia a perdere aderenza, la gomma scivola “tutta” di colpo, senza alcun preavviso. Il limite è alto, ma al pilota non passa alcuna informazione su quanto questo limite sia vicino. E’ come ritrovarsi improvvisamente sul ghiaccio, e la cosa non è bella. In F1 l’aerodinamica fornisce quel peso supplementare per aumentare ancora il grip: ma anche si perdesse aderenza, il mezzo non cade.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In moto invece il feeling della gomma è essenziale. In moto dobbiamo fare in modo che la struttura della gomma abbia la possibilità di deformarsi quel tanto che occorre al pilota per avvertire la parziale perdita di aderenza della parte di area deformata ma con una rilevante porzione di area ancora in contatto. Insomma, la perdita di aderenza DEVE essere progressiva: e questo lo otterremo non con una gomma indeformabile ma con una gomma “a deformazione controllata”. Di più, la gomma deve deformare in modo controllato “nella direzione utile”, restando invece indeformabile quando sollecitata in direzioni diverse. Vedete che la faccenda non è per nulla semplice. La prossima settimana esce un nuovo articolo appunto sulle gomme dove ci addentriamo nella struttura e deformazione&nbsp; che subisce la medesima nell&#8217; uso sia su strada che in pista.</p>
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		<title>Cos&#8217;è il Chattering?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Oct 2012 22:14:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A proposito dell’intervista all’ing. Witteveen comparsa sul sito Moto.it che vi proponiamo: «Il chattering è una frequenza delle masse rotanti. Le ruote e tutte le masse rotanti hanno una frequenza propria e questo genera chattering. Quando la massa rotante è bilanciata, la frequenza arriva fino a un certo livello, ma quando non è bilanciata, come nel [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A proposito dell’intervista all’ing. Witteveen comparsa sul sito Moto.it che vi proponiamo:</p>
<p style="text-align: justify;">«<strong>Il chattering è una frequenza delle masse rotanti.</strong> Le ruote e tutte le masse rotanti hanno una frequenza propria e questo genera chattering. Quando la massa rotante è bilanciata, la frequenza arriva fino a un certo livello, ma quando non è bilanciata, come nel caso delle ruote in una moto, mai perfettamente bilanciate al 100%, il pilota avverte chattering sul manubrio. <strong>Questa vibrazione può venire dalla gomma posteriore, trasferita tramite il telaio, oppure da quella anteriore tramite la forcella.</strong> Quando il pneumatico è fatto in modo tale da “ammortizzare” la frequenza, il problema viene “nascosto”, ma quando questo non avviene,<strong> </strong><strong>la frequenza arriva attorno ai 20 hertz e questa piccola vibrazione viene amplificata dallo sbilanciamento della massa.</strong> Il pilota l’avverte e dà fastidio ai polsi e alle braccia: dopo un po’ si perde forza e feeling. Tecnicamente, il problema è che <strong>questa vibrazione crea un contatto vibrante tra pneumatico e asfalto, con conseguente diminuzione del grip e della durata</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Avere una gomma in grado di assorbire il chattering e una ruota bilanciata dinamicamente e staticamente è piuttosto difficile: per questo è così complicato eliminare questa vibrazione. <strong>Quando ce l’hai in pista, puoi solo cercare di far lavorare il pneumatico diversamente, cambiando il carico, oppure utilizzando una carcassa di durezza differente</strong>; ma oggi, con il monogomma, non puoi utilizzare una copertura con una struttura differente. Si lavora quindi sull’assetto della moto per cambiare il carico sul pneumatico, che di conseguenza si comporta diversamente: quando sei fortunato va meglio, altrimenti la situazione addirittura peggiora: si può minimizzare, ma<strong> </strong><strong>quando c’è il chattering il problema tra gomma e asfalto rimane, con conseguenze sulla durata in gara</strong>».</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro commento:</p>
<p style="text-align: justify;">Eccoci a fare l’impensabile: mettere i puntini sulle &#8220;i&#8221; a un autentico mago delle moto da corsa qual è l’ing. Jan Witteveen. Siamo certi che quanto scritto sopra sia frutto di un superficiale approccio ad un problema che presumibilmente l’ingegnere olandese, specialista sui motori e specificamente sui fenomeni acustici e fluidodinamici del ciclo a due tempi, non ha mai davvero affrontato. Certi di fornire il nostro contributo alla spiegazione del fenomeno, ci rivolgiamo direttamente all’interessato.</p>
<p style="text-align: justify;">Caro ingegnere, se il chattering fosse una frequenza derivante dall’imperfetto equilibrio delle masse rotanti avremmo come diretta conseguenza che la frequenza e l’ampiezza della vibrazione sarebbero funzionalmente proporzionali alla velocità di rotazione delle ruote stesse. Questo significa che a duecento orari la frequenza sarebbe doppia di quella avvertita a cento, e l’ampiezza diventerebbe quadrupla. Non solo: si manifesterebbe sempre, anche durante i rettilinei e perfino a velocità costante. Tutto ciò è in aperto contrasto con l’esperienza che invece ci dice cose diverse: il chattering si sviluppa in determinate condizioni e ha grosso modo una frequenza indipendente dalla velocità della motocicletta. Le ragioni devono quindi essere altre, e in altre occasioni abbiamo già avuto modo di accennarle.</p>
<p style="text-align: justify;">Il chattering si presenta come una vibrazione ciclica con frequenza assai costante che si manifesta in particolari condizioni nelle quali esistono rapidissime variazioni di carico sulle ruote. Tipico caso, la staccata: in tali condizioni la gomma viene rapidamente schiacciata, comportandosi come una molla che venisse caricata, e la vibrazione non è altro che la risposta ciclica del sistema elastico costituito dalla carcassa e dal gas in essa contenuto che, a seguito dell’improvvisa sollecitazione, si comportano come un sistema massa-molla. La frequenza di risonanza di tale sistema è abbastanza costante, dipendendo da una massa quasi costante e da una molla che possiamo considerare sufficientemente elastica nell’intervallo di tempo di nostro interesse.</p>
<p style="text-align: justify;">In ottimo accordo con l’esperienza sarà quindi indipendente dalla velocità di rotazione delle ruote stesse e si manifesterà laddove le variazioni di carico deformino sufficientemente il profilo della gomma e inneschino l’oscillazione. Tale oscillazione, con la forcella sufficientemente scorrevole, verrà smorzata dagli ammortizzatori delle sospensioni: tuttavia può capitare che in alcune situazioni, tipo pieghe molto accentuate, le sospensioni non garantiscano la necessaria scorrevolezza, comportandosi quindi come corpi rigidi e andando a trasmettere l’oscillazione della ruota direttamente sul telaio. E laddove il telaio non garantisse adeguata rigidità, esso si comporterebbe a sua volta come una molla aggiuntiva del sistema oscillante. Tutto questo può portare ad una risonanza nel sistema che il pilota avverte come saltellamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, è vero che si genera nella ruota ma non in quanto “massa rotante non equilibrata” ma piuttosto come “massa rimbalzante in quanto tale”. Né più né meno come un qualsiasi pallone da calcio. Ed è proprio grazie al famoso carbonio che la D16 non soffriva di chattering: il suo telaio, estremamente rigido, non entrava come molla nel sistema qui descritto se non in misura del tutto trascurabile. Non ricordo esattamente dove, ma già da parecchio abbiamo scritto pressappoco “un telaio rigido obbliga le sospensioni a lavorare”: e questa affermazione non è altro che uno dei principi per cui l’ing. Preziosi in una sua intervista dichiarò che la Ducati, pur tra mille difficoltà, aveva continuato a vincere proprio grazie al carbonio. Non certo “nonostante”.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrà, caro ingegnere, scusarci per la franchezza: ma ci premeva far chiarezza  per non disorientare i lettori coi quali, proprio in questo periodo, stiamo affrontando il complicato problema delle gomme. Con immutata stima ed ammirazione</p>
<p style="text-align: justify;">NB: firmiamo a nome di tutta la redazione in quanto il pezzo è frutto di ampie discussioni collettive e di conclusioni condivise da tutta la redazione.</p>
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		<title>MotoGP: i perché delle gomme – prima parte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Sep 2012 20:47:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ecco, lo sapevo. Abbiamo appena cominciato a parlare di sospensioni e le gomme si son riaffacciate con le loro deformazioni e con tutto quello che ne deriva. Ho provato ad evitarlo, ma non ce l’ho fatta: chiedo scusa ma dovrete sorbirvi sto polpettone su come è fatta e come funziona una gomma. Iniziamo. La gomma [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2012/09/13/motogp-i-perche-delle-gomme-prima-parte/">MotoGP: i perché delle gomme – prima parte</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ecco, lo sapevo. Abbiamo appena cominciato a parlare di <a href="https://www.giornalemotori.com/2011/01/25/come-regolare-le-sospensioni-parte1/" data-type="post" data-id="130933">sospensioni </a>e le gomme si son riaffacciate con le loro deformazioni e con tutto quello che ne deriva. Ho provato ad evitarlo, ma non ce l’ho fatta: chiedo scusa ma dovrete sorbirvi sto polpettone su come è fatta e come funziona una gomma. Iniziamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La gomma ha principalmente una carcassa e un battistrada. Posto che il battistrada può essere realizzato con mescole differenti e differenziate, converrà per prima cosa rivolgere la nostra attenzione alla carcassa in quanto sede di importantissimi fenomeni che condizionano il comportamento di tutta la moto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In prima approssimazione la carcassa è formata da un insieme di fili metallici, di rayon, di kevlar annegati in una pasta di gomma e disposti in una serie di strati successivi con un preciso orientamento. Diametro dei fili, densità dei fili, numero di strati e orientamento determinano la rigidità della carcassa e la sua capacità di trasformare in calore le sollecitazioni dovute alla trazione o alle asperità del fondo stradale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dobbiamo pensare alla gomma come a un sistema progettato proprio per questo, partendo da una semplice considerazione: in una motocicletta, una volta raggiunto l’equilibrio tra potenza immessa e potenza dissipata – e cioè quando la moto è al massimo della sua velocità e il suo moto non è più accelerato – i cavalli che arrivano alla catena vengono dissipati per circa l’ottanta per cento dalla resistenza aerodinamica e per il restante venti per cento dalle gomme (nelle condizioni descritte, quasi tutto sulla posteriore che infatti è ben più grossa dell’anteriore).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa che su 250 cavalli, una cinquantina vengono assorbiti dalle gomme e trasformati in calore nella carcassa: ora, per i più distratti, ricordiamo che 50 cavalli in calore equivalgono a una stufa elettrica da 40KW. Credo che tutti abbiano esperienza delle stufette casalinghe da 2 o 3 KW, no? Ecco, dentro la carcassa viene prodotto calore in quantità venti volte maggiore: ed è di gomma, mica in tungsteno… E’ proprio questo il calore che scalderà la mescola e contemporaneamente determinerà le caratteristiche di elasticità della carcassa, in quanto la gomma è un materiale la cui rigidità dipende dalla temperatura. Entriamo nei dettagli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi se lo fosse perso, riporto qui l’esempio del fazzoletto: se proviamo a estendere un comune fazzoletto tirandolo per gli angoli di uno stesso lato, cioè esercitando trazione nello stesso verso dei fili della sua trama, notiamo che si allungherà pochissimo, mentre se lo tiriamo secondo la diagonale riusciremo ad allungarlo molto di più. Questo succede perché l’allungamento sulla diagonale avviene non con la trazione sulle singole fibre ma con la distorsione dell’angolo di 90° fra la trama e l’ordito. Questo è più o meno lo stesso meccanismo che viene usato per disporre le tele sulla carcassa, con una differenza importante però: lo spazio tra i fili è riempito di gomma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui mi tocca fare una piccola digressione. Sapete benissimo che in qualsiasi sospensione esiste una molla che si occupa di immagazzinare sotto forma di energia potenziale la sollecitazione esterna e un ammortizzatore che si occupa di trasformare in calore il ritorno della molla. Senza ammortizzatore la molla si metterebbe a oscillare liberamente intorno al suo punto di equilibrio. Tutte le automobili hanno le loro molle e i loro bravi ammortizzatori. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Anzi, quasi tutte. In passato ci fu un’automobile che risolveva diversamente il problema sospensioni, in modo brillante ed efficacissimo: e naturalmente non poteva che essere un’automobile inglese, proprio come la miglior scuola telaistica europea. Vinse contro tutte le previsioni il Rally di Montecarlo davanti a fior di Porsche lasciando tutti con un palmo di naso: era la Mini Cooper, e non aveva né molle né ammortizzatori. Il suo telaio, disegnato con la filosofia dei kart, aveva i bracci delle sospensioni collegati a dei semplici blocchi di gomma dura e sfruttava una particolare caratteristica di questo materiale: torna alla forma originale come una molla ma non oscilla perché smaltisce nella sua struttura interna la maggior parte di ciò che immagazzina con la compressione. Tenete ben presente questa caratteristica della gomma, è fondamentale per tutto il discorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora: se noi prendiamo dei fili metallici e li incrociamo facendone una rete (un fazzoletto di metallo, insomma) riusciremo facilmente a deformarla tirando sulla diagonale, ma resterà deformata. Ma se noi anneghiamo i fili in una matrice di gomma, la gomma farà contemporaneamente da molla e da ammortizzatore – come la Mini – facendo tornare la rete alla forma originaria una volta cessata la sollecitazione, ma senza che questo determini alcuna oscillazione. La gomma smaltisce all’interno della sua struttura l’energia cinetica di andata e di ritorno, trasformandola in calore. E questo calore porta lo pneumatico alla temperatura voluta, quella cioè che da una parte massimizza l’aderenza della mescola del battistrada e dall’altra conferisce alla carcassa la rigidità/morbidezza voluta (a freddo la gomma in quanto materiale si comporta in modo legnoso e poco flessibile, ed ecco perché bisogna portare in temperatura non solo il battistrada ma anche tutta la carcassa).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La potenza meccanica trasformata in calore dagli pneumatici di una motoGP è dell’ordine appunto dei 40KW, e al rientro ai box i meccanici adoperano guanti isolanti per poterli toccare, non certo per non sporcarsi troppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La carcassa degli pneumatici è in definitiva un sistema integrato di molla e ammortizzatore estremamente sofisticato, ed entra pesantemente in gioco nella sua interazione con le sospensioni della nostra motocicletta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non è finita. Nel giochetto entra in ballo, a complicarci la vita (scherzo, eh… più elementi avremo, più parametri potremo variare, e meglio potremo adattare la gomma alle nostre esigenze), anche l’aria contenuta nello pneumatico (ok, è azoto, non è aria. Se proprio ci tenete, a richiesta spiegherò il motivo. Ma pensateci bene prima di chieder qualcosa: potrebbe anche avverarsi, e non so se vi conviene 😉 ). Dicevamo dell’aria, e cominciamo con un semplice esempio: smontate la ruota anteriore della vostra bicicletta, sollevatela a un metro da terra e lasciatela cadere. Rimbalza. Se lo fate con la ruota della motocicletta, rimbalza assai meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa sta succedendo? Sta succedendo che l’aria contenuta nella gomma sta immagazzinando una parte della sollecitazione, e ce la sta restituendo in modo non smorzato: l’aria infatti si comporta come una molla non smorzata in un sistema che, per la rapidità del fenomeno (l’urto con rimbalzo), possiamo considerare adiabatico, ovvero senza significativi scambi di calore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi spiego meglio: tutti sanno che comprimendola con una comune pompa da bici l’aria si scalda (e parimenti si raffredda se la facciamo espandere, come il gas nei frigoriferi), ma se la compressione e la successiva riestensione avvengono in una frazione di secondo non c’è il tempo materiale perché avvenga lo scambio termico tra l’aria e il materiale circostante. Nel rimbalzo l’aria si comporta da molla. Ora, nella bici abbiamo una carcassa leggerissima e la maggior parte della sollecitazione è contrastata dall’aria interna, mentre nella moto la percentuale di sollecitazione immagazzinata dall’aria è minore, e molta parte viene immagazzinata nella deformazione della carcassa: che siccome si comporta come il nostro fazzoletto di acciaio e gomma, è capace di tornare alla forma originale smaltendo come calore la quota di sollecitazione da essa immagazzinata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginiamo un pallone da calcio: cuoio, camera d’aria, etc.. Se noi lo realizziamo con uno spessore molto più elevato, manterrà la sua forma anche se lo gonfiamo pochissimo ma rimbalzerà malissimo. Abbiamo assegnato l’intera funzione di sostegno strutturale al cuoio anziché all’aria, e il cuoio non ha una risposta elastica. Se invece è più sottile, dovremo gonfiarlo di più per fargli mantenere la propria forma: stiamo cioè delegando la funzione di sostegno meccanico della struttura (la molla) all’aria contenuta, e l’aria non si comporta come le molecole della gomma. Al suo interno non dissipa nulla, e si comporta come una molla non ammortizzata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si capisce bene a questo punto che la carcassa, oltre ad essere fondamentale come profilo&nbsp; per le ragioni spiegate altrove, è fondamentale anche nella struttura in quanto svolge compiti delicatissimi:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Partecipa assieme all’aria contenuta alla funzione strutturale dello pneumatico</li>



<li>Determina con la propria deformabilità &nbsp;la potenza meccanica trasformata in calore</li>



<li>Contribuisce allo smorzamento delle sollecitazioni</li>



<li>Garantisce la corretta temperatura di esercizio della mescola</li>



<li>Determina gli angoli di deriva dello pneumatico in collaborazione col canale del cerchio</li>



<li>Sicuramente anche altre cose, ma adesso non mi vengono in mente. Le scriverò man mano che ci inciamperemo sopra.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">Come ultima cosa, la disposizione delle tele sulla fascia di cintura influisce sulla deformabilità del battistrada, che quindi sotto trazione determina quello slittamento apparente necessario a far capire al pilota che il limite di aderenza si sta avvicinando. Questo aspetto verrà trattato nelle parti successive (credevate di cavarvela con un solo pezzo, vero? 😛 ), ma chi vuole cimentarsi può già adesso provare a rispondere alla domanda “un radiale coi fili della cintura disposti a zero gradi – ovvero orientati nel senso di marcia – come si comporta sulla guida? Mi avvertirà prima del limite o tenderà a perdere aderenza di colpo senza preavviso? E perché?”</p>
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		<title>Il tormentone dell&#8217;estate: molle e masse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Sep 2012 10:34:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Normalmente le molle delle sospensioni vengono calcolate in modo che, col pilota a bordo, circa un terzo dell’escursione equilibri il peso gravante sulla relativa ruota. Ne consegue che,a parità di escursione, con un centraggio avanzato dovrò usare molle più rigide all’avantreno e morbide al retrotreno, e il contrario per un centraggio arretrato. Questo sistema mi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Normalmente le molle delle sospensioni vengono calcolate in modo che, col pilota a bordo, circa un terzo dell’escursione equilibri il peso gravante sulla relativa ruota. Ne consegue che,a parità di escursione, con un centraggio avanzato dovrò usare molle più rigide all’avantreno e morbide al retrotreno, e il contrario per un centraggio arretrato. Questo sistema mi garantisce un ragionevole compromesso nel superamento delle asperità del fondo stradale, lasciando a disposizione della ruota una sufficiente escursione per copiare il terreno.</p>
<p style="text-align: justify;">Per prima cosa diamo un’occhiata a quel che succede quando la nostra ruota, per esempio anteriore, incontra un ostacolo. Per esempio un dosso, ma il ragionamento è identico anche nel caso di un avvallamento o di una buca. Se al posto della forcella avessimo due tubi rigidi, la ruota anteriore salendo nel dosso spingerebbe verso l’alto la parte anteriore della mia motocicletta esattamente come un trampolino da sci: la ruota volerebbe per una certa lunghezza e poi toccherebbe l’asfalto, schiacciando la gomma nell’impatto e dando origine a una serie di rimbalzi di entità sempre minore fino a tornare in condizioni normali. Più spesso, non arriva a tornare alla normalità perché durante i rimbalzi ho perso il controllo e son finito a terra. La forcella con le molle permette alla ruota di spostarsi verso l’alto senza lanciarmi in aria.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante la sua salita la molla si carica, e visto che l’estremità superiore della molla spinge sui tappi delle forcelle, in realtà esiste una spinta verso l’alto che, pur meno brusca della precedente forcella rigida, è comunque superiore al peso del mio avantreno (il peso era esattamente equilibrato con la molla schiacciata di un terzo, ricordate?), dunque esisterà comunque una forza che tenderà a spingere la “massa” dell’avantreno verso l’alto. L’effetto trampolino è molto inferiore, ma per azzerarlo dovrei utilizzare una molla molto morbida che, al variare della sua compressione, non varia la sua spinta verso l’alto. Un simile sistema, chiamato isostatico, consentirebbe alla massa dell’avantreno di passare indisturbata sopra il dosso. Senza arrivare al sistema isostatico, posso comunque minimizzare la spinta utilizzando molle più morbide (che da sole, col peso della moto, si comprimerebbero ben oltre un terzo di escursione) ma precaricandole in partenza mediante spessori tra molla e tappi. In questo modo, pur essendo la molla più morbida, faccio in modo che a restare libera sia la consueta escursione di due terzi.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa cosa vale con un centraggio avanzato. La molla in partenza sarà più dura per avere da fermo la solita compressione di un terzo, è vero: ma al passaggio sul dosso la maggior forza verso l’alto che la molla più dura mi fornisce a parità di spostamento si trova a dover sollevare una massa maggiore, e le due cose si compensano perfettamente. Il criterio quindi vale anche in questo caso: scegliendo una molla un filo più morbida del dovuto e precaricandola sarò in grado di minimizzare la spinta verso l’alto.</p>
<p style="text-align: justify;">Già parlando di un semplice dosso abbiamo visto che per minimizzare le reazioni sul telaio dobbiamo intervenire sul parametro K (cioè dobbiamo cambiare molle) e sul precarico della sospensione. E’ evidente infatti che quando io mi trovassi con ostacoli un po’ più importanti del solito sarei costretto ad una scelta forzata: il maggior spostamento su un dosso di altezza superiore mi produce una maggior forza che solleva la massa del mio avantreno, che a quel punto comincia davvero a muoversi troppo. Posso fare due cose: usare molle ancora più morbide e precaricate, oppure accettare di saltare sul dosso. Se questo dosso me lo ritrovo in piega, scegliere di saltare equivale a scegliere di cadere. Le moto da cross, per utilizzare molle morbide senza troppe reazioni all’avantreno, son costrette a utilizzare sospensioni con escursione molto ampia, cosicchè anche con spostamenti della ruota importanti la forza verso l’alto che le molle esercitano sui tappi resta il più possibile costante.</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo sulle nostre famose moto gemelle, la M1 col centraggio avanzato e la D16 col centraggio arretrato. La M1 da ferma la faremo pesare 100kg davanti e 50 dietro, la D16 invece peserà 50kg davanti e 100 dietro, ok?</p>
<p style="text-align: justify;">La forcella della M1 utilizzerà molle che con 100kg si comprimono, diciamo, di 5 cm, mentre la D16 avrà molle che comprimeranno di 5 cm con soli 50kg. Esternamente ognuna di loro è equilibrata per la relativa massa che grava sui rispettivi avantreni. Ad entrambe restano 10cm di corsa utile. Affrontiamo un dosso di 5 cm: entrambe schiacceranno la forcella della stessa quantità. La M1, con quegli ulteriori 5 cm di schiacciamento, produrrà una spinta verso l’alto di 100kg aggiuntivi, ma questi 100kg di spinta verso l’alto si scontreranno con una massa all’avantreno elevata. La D16, coi 5 cm di maggior compressione nel superamento dello stesso dosso, produrrà una maggior spinta verso l’alto di soli 50kg. Che però vanno a sollevare un avantreno di massa pari alla metà della M1, producendo infine una perturbazione assolutamente identica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci siamo fin qui? Serve ricapitolare? Allora: entrambe le moto hanno 15 cm di corsa, di cui i primi 5 già utilizzati per equilibrare i rispettivi avantreni da fermo. Entrambe le moto utilizzano 5 dei restanti 10cm di escursione per superare un dosso alto 5cm (e ne restano altri 5 di escursione non utilizzata). Le molle più dure della M1 (più dure perché coi primi 5 cm equilibrano 100 kg di peso da fermo) durante il dosso producono una spinta verso l’alto doppia rispetto alle molle della D16, ma visto che l’avantreno che dovrebbero sollevare ha una massa doppia la perturbazione finale avvertita dal mezzo è identica.<br />
Sembrerebbe uguale. Poi però ci si mettono di mezzo i carichi dinamici e tutto si complica. Abbiamo visto la differenza tra peso e massa, cioè tra forza verticale agente sulle ruote e inerzia che si oppone alle accelerazioni. Sappiamo che sono numericamente uguali solo a moto ferma o a velocità costante. Nell’esempio dei dossi da superare noi stavamo viaggiando a velocità costante.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in gara non succede praticamente mai: si è sempre in accelerazione o in decelerazione, e il peso è continuamente variabile. Il grip, funzione del peso di ogni singola ruota, non è mai costante in nessun punto della pista e in nessun momento della gara. La mia ruota anteriore, pur mantenendo la stessa massa, varia il suo peso a seconda che io mi trovi in accelerazione o in frenata, e la mia forcella deve saper rispondere a grandi variazioni di peso pur mantenendo la caratteristica di minimizzare le perturbazioni trasmesse al mio avantreno. Vedremo tra poco che queste sono in pratica esigenze opposte, e il mio compito sarà individuare il miglior compromesso tra i due estremi.<br />
Iniziamo la frenata: la M1 trasferisce davanti il peso della sua ruota posteriore e schiaccia l’avantreno di ulteriori 50kg (il peso del suo retrotreno); la D 16, nel fare la stessa cosa, carica la sua forcella del peso del “suo” retrotreno, che però sono ben 100kg. Facciamo i conti: se la M1 con 100kg (da ferma) comprimeva le molle di 5cm, con altri 50kg arriva a 7,5cm; le resta ancora metà dell’escursione per un eventuale dosso. La D16 da ferma schiaccia i suoi primi 5cm con 50kg, e quando ci trasferisco sopra il peso del suo retrotreno arrivo a 150kg: triplo peso, triplo schiacciamento. Il carico totale è identico alla M1, ma la forcella mi è andata a pacco.</p>
<p style="text-align: justify;">Era prevedibile, avevo molle in partenza più morbide proprio perché l’avantreno da fermo pesava la metà. Col carico dinamico però mi ritrovo in un guaio gigantesco.</p>
<p style="text-align: justify;">Mettiamo che sto a Silverstone, e che trovi un dosso durante la mia frenata: sapete cosa succede? Che io ho la forcella già impaccata e che il dosso, non potendo più spostare la sola ruota, mi solleva l’avantreno come il famoso trampolino da sci. E visto che ho il freno in mano, appena la ruota si stacca da terra (ma basta anche un semplice alleggerimento, eh?) si blocca immediatamente e io ci perdo l’avantreno. Vi ricorda nulla? 😛<br />
Insomma, per svolgere la sua funzione di livellamento delle asperità del fondo minimizzando le reazioni sull’avantreno la nostra forcella dovrà essere più morbida possibile, ma per mantenere la maggior corsa utile nel caso queste asperità si trovino in fase di frenata – e quindi poterle livellare anche in quelle condizioni –dovrebbe evitare di affondare anche quando il carico diventa elevato a causa del trasferimento. Deve cioè essere dura per affondare poco, ma morbida per smorzare bene. Esigenze opposte.<br />
Storicamente c’è stato qualche tentativo di introdurre sistemi anti-diving, più recentemente conosciuti come sospensioni attive, ma sono un fallimento già sulla carta. Vediamo il perché. Tutti questi sistemi agiscono sull’idraulica piuttosto che sulle molle, rallentando di fatto l’affondamento della forcella. Che intervengano durante la frenata (antidive) o che vengano spacciati come settaggio sportivo nei “sistemi da cruscotto” con selezione tra diverse configurazioni pomposamente definite “attive”, la sostanza resta uguale: agiscono chiudendo i freni idraulici.</p>
<p style="text-align: justify;">Più avanti vedremo la reale funzione dell’idraulica nelle sospensioni, per il momento concentriamoci sugli effetti pratici. Esteticamente sembrano funzionare: se il fondo è perfetto la forcella affonda più lentamente, e da fuori lo vedo chiaramente. Posso affondare tanto lentamente che potrei anche arrivare a fine frenata senza aver utilizzato tutta la corsa utile. Peccato che sia più dannoso che inutile agire sull’idraulica: sarebbe come sostituire le forcelle con due tubi rigidi ed esser contenti che la forcella non affonda. Ma cosa succede realmente quando una forcella molto frenata in compressione trova il dosso? La ruota ci sale, ma la forcella NON può comprimersi con la sufficiente velocità per assorbire in tempo utile la variazione di quota: il dosso è alto 5cm, ma la forcella nel tempo impiegato dalla ruota per salirci ha compresso solo di tre perché la sua velocità di affondamento è minore. Con due effetti, uno peggiore dell’altro.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/09/dis_00.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-29963 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/09/dis_00.jpg" alt="dis_00" width="400" height="300" title="Il tormentone dell&#039;estate: molle e masse 2218" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/09/dis_00.jpg 400w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/09/dis_00-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/09/dis_00-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Vediamoli nel dettaglio. Primo: la quota non assorbita dall’accorciamento della forcella va direttamente a sollevare il telaio di due cm, ricreando l’effetto trampolino da sci. Secondo: la massa dell’avantreno, opponendosi alla maggior variazione di quota imposta dalla rigidità della forcella, fa in modo che il telaio in realtà si sollevi solo di uno (con la forcella morbida, precaricata e veloce era praticamente zero). Indovinate dov’è finito il rimanente centimetro? Ve lo dico io: è finito nella deformazione della carcassa che si è schiacciata molto di più. Ma la carcassa, sollecitata con una improvvisa compressione, mi rende la cortesia con gli interessi mettendosi a rimbalzare durante il suo ritorno alla forma originaria. Né più né meno come un pallone. Nei casi più gravi stavolta è la carcassa che, tornando alla sua forma, fa l’effetto trampolino fornendo un’ulteriore spinta verso l’alto al mio cannotto: che guadagnerà ancora quota per il centimetro rimanente, ma ricevendo questa “spinta dalla gomma” con un’attimo di ritardo rispetto al primo centimetro di sobbalzo.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/09/dis_01.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-29964 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/09/dis_01.jpg" alt="dis_01" width="400" height="300" title="Il tormentone dell&#039;estate: molle e masse 2219" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/09/dis_01.jpg 400w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/09/dis_01-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/09/dis_01-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’avantreno, per chi guida, risulta quindi preda di vibrazioni dovute ai sobbalzi trasmessi dalla forcella troppo lenta che si sommano con quelli restituiti dalla gomma che ritorna tonda: una specie di vibrazione che sullo sconnesso rende “grazie” all’antidive/sospensione attiva ancora più precario il grip. Perché in definitiva l’effetto sul grip è proprio quello: la serie di rimbalzi e di sussulti modifica continuamente la mia impronta a terra (lo vedrei con una ripresa ad alta velocità della ruota durante la prova) e rende singhiozzante la mia aderenza. Due son le cose: o son bravo a modulare il freno con la stessa velocità e frequenza con la quale il grip va e viene, oppure dovrò dosare la mia frenata sul grip più basso durante questa variazione ciclica. E la frenata risulterà lunga. Proprio una genialata, eh? Chiedetevi adesso perché le moto da corsa non hanno nulla di simile. Altro che “stradali anni luce avanti”…</p>
<p style="text-align: justify;">Ora torniamo sulle nostre moto gemelle: da quanto detto parlando di Silverstone possiamo dedurre che un avantreno staticamente più carico risente molto meno delle condizioni dinamiche continuamente variabili e si comporta in modo più costante nelle diverse condizioni. Un avantreno staticamente più leggero risente in misura molto maggiore delle variazioni di peso dovute ai carichi dinamici, alleggerendosi troppo in accelerazione (sottosterzo) e schiacciandosi troppo in frenata. I piloti che contano sulla costanza di comportamento dell’avantreno per guidare puliti e curvare veloci hanno quindi necessità di centraggi più avanzati rispetto ai piloti che guidano abitualmente in derapata su fondi a bassa aderenza: perché fintanto che si derapa, l’avantreno non può alleggerirsi troppo. Il dirt track ne è il più evidente esempio.<br />
Siamo solo all’inizio, eh? Queste due forcelle vi perseguiteranno anche nei prossimi articoli, sappiatelo.</p>
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		<title>Come si prepara un pilota di moto. Lo abbiamo chiesto a Simone Saltarelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danny Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Sep 2012 08:23:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Andare in moto all&#8217;apparenza è una cosa poco impegnativa ma, se ci pensiamo bene,&#160;a inizio stagione&#160;di ritorno da una bella giornata in pista ci sentiamo indolenziti. Questo perché stando fermi nella stagione invernale, abbiamo perso l&#8217;abitudine ad andare in moto e quindi tutti i muscoli si ritrovano a dover recuperare un po di smalto. Se [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="599" height="349" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/09/2012-09-03_101541.jpg" alt="2012 09 03 101541" class="wp-image-16839" title="2012-09-03_101541" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/09/2012-09-03_101541.jpg 599w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/09/2012-09-03_101541-300x175.jpg 300w" sizes="(max-width: 599px) 100vw, 599px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Andare in moto all&#8217;apparenza è una cosa poco impegnativa ma, se ci pensiamo bene,&nbsp;a inizio stagione&nbsp;di ritorno da una bella giornata in pista ci sentiamo indolenziti. Questo perché stando fermi nella stagione invernale, abbiamo perso l&#8217;abitudine ad andare in moto e quindi tutti i muscoli si ritrovano a dover recuperare un po di smalto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se si prosegue l&#8217;allenamento in moto durante l&#8217;anno ci accorgiamo di come la nostra resistenza allo sforzo&nbsp;aumenta, così come la lucidità e la velocità di recupero; tutto questo mentre in nostri tempi sul giro diminuiscono. Girando con costanza in pista non aumenta solo il feeling con la moto, ma aumenta la nostra resistenza fisica, si fa l&#8217;abitudine alle velocità crescenti e la nostra mente è più abituata a gestire le numerose informazioni che riceve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un pilota professionista o un dilettante che vuole togliersi delle soddisfazioni ormai non può lasciare nulla al caso e non può fare solo allenamento in moto: si deve preparare adeguatamente. Tenere a bada moto che ormai raggiungono facilmente i 180 cavalli è un lavoro molto duro che richiede sforzi notevoli. Lo è anche per le cilindrate più piccole, dove si stressa meno il fisico ma la concentrazione deve rimanere al top.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quante volte si è sentita la frase &#8220;ah si ma in moto basta che sali e giri il gas e fa tutto lei!&#8221;. Niente di più sbagliato e i piloti questo lo sanno bene. Ce lo racconta Simone Saltarelli, pilota del Barni Racing nel CIV e del Mondiale Endurance con il team NoLimits.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>La mia preparazione è curata da un team di esperti che curano 3 aree specifiche: area della preparazione fisica, area della preparazione psicologica e area nutrizione. Siccome mi alleno per due competizioni diverse per sforzo fisico e atteggiamento psicologico (CIV ed Endurance), svolgo una preparazione “mista” che possa comunque allenarmi per le due situazioni. </em></p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="478" height="439" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/09/2012-09-03_101450.jpg" alt="2012 09 03 101450" class="wp-image-16838" title="2012-09-03_101450" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/09/2012-09-03_101450.jpg 478w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/09/2012-09-03_101450-300x276.jpg 300w" sizes="(max-width: 478px) 100vw, 478px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"><em>Per quanto riguarda la preparazione fisica faccio un lavoro principale per la prevenzione degli infortuni e nello specifico si tratta di un lavoro a corpo libero con il solo utilizzo di piccoli attrezzi per potenziare con gesti specifici il lavoro soprattutto di spalle, anche e ginocchia. Inoltre svolgo dei lavori aerobici (corsa) dove vado a recuperare in maniera specifica lo sforzo di gara, controllando i tempi e l’intensità anche con il cardiofrequenzimetro.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>La preparazione psicologica è l’elemento perno, perché ritengo il motociclismo uno sport dove gli atteggiamenti mentali sono determinanti. Lavoro in maniera specifica su tre aree che comunque si intersecano tra di loro: la gestione della concentrazione, l’attivazione e la disattivazione prima e durante la gara, un allenamento specifico alla gestione e produzione dell’aggressività.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Tutto questo lavoro viene svolto in palestra con l’ausilio anche di tecnologia specifica ed effettuiamo un analisi dettagliata delle competizioni per poter programmare gli allenamenti successivi. Inoltre, con esercitazioni specifiche, curo in maniera particolare la mia comunicazione e le mie abilità di leadership che continuamente devo mettere in gioco nel box e fuori.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Inoltre un nutrizionista si occupa di controllare il mio peso, di fornirmi un programma di alimentazione e consigliarmi comportamenti specifici durante le competizioni. Devo ringraziare molto il direttore del team che mi prepara (Professional 360) si chiama Marcantognini Sammy</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è quanto ci racconta un professionista: non serve solo &#8220;manico&#8221;, ma anche un fisico che lo supporti e una mente che lo organizzi.&nbsp;Ringrazio Simone per la disponibilità. Buon allenamento a tutti!</p>
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		<title>Le gomme cancellano Rossi e la Desmosedici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Aug 2012 17:52:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tabelle di pressioni e temperature per ogni singola mescola. Torniamo a parlare di gomme perché lì sta la chiave del successo di un settaggio. Mettetevi comodi che la cosa è complessa: dovremmo riuscire a &#8220;vedere&#8221; nella nostra testa come reagisce una gomma mentre lavora, e per farlo ci occorrerà non soltanto sapere come funziona tutta [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tabelle di pressioni e temperature per ogni singola mescola. Torniamo a parlare di gomme perché lì sta la chiave del successo di un settaggio. Mettetevi comodi che la cosa è complessa: dovremmo riuscire a &#8220;vedere&#8221; nella nostra testa come reagisce una gomma mentre lavora, e per farlo ci occorrerà non soltanto sapere come funziona tutta la faccenda ma anche digerirla come fossero le tabelline delle elementari.</p>
<p style="text-align: justify;">La struttura di una gomma è il classico radiale, la sua carcassa è formata da un incrocio di tele in diversi materiali le cui fibre sono disposte trasversalmente o quasi rispetto alla direzione di marcia e poi ricoperte da una cintura composta da tele incrociate disposte longitudinalmente o quasi. Questo tipo di costruzione chiamata radiale garantisce la costanza del profilo della nostra gomma. A titolo di esempio, immaginate di prendere un comune fazzoletto e di allungarlo nel verso della sua diagonale: si estenderà facilmente, modificando l&#8217;angolo tra le sue fibre di ordito e di trama, normalmente ortogonali. Ma se lo tirate lungo un lato, nel verso cioè parallelo ad una delle fibre, si allungherà pochissimo. Andate a vedere qua cosa succede al profilo della gomma quando gira forte.</p>
<p style="text-align: center;">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=EVWrot2IxUE[/youtube]</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, quegli pneumatici lì NON sono radiali per precisa scelta: vanno in temperatura in tre secondi di “deformazione per centrifuga” da fermi, prima della partenza, e durano meno di dieci secondi. Le radiali invece non centrifugano, e infatti ci metteremo qualche giro per scaldarle perbene e poi durano un&#8217;oretta in tutto, ma il concetto resta quello: la gomma si scalda quando la carcassa si deforma sotto carico (anteriore) o sotto trazione (posteriore). E perché ci sia una sufficiente trazione, occorre grip (e noi sappiamo già da cosa deriva: dal carico statico più quello dinamico, cioè dal centraggio). Ogni volta che una moto accelera, l&#8217;immagine nella nostra testa dovrà essere questa</p>
<p style="text-align: center;">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=mfJejgODr3E[/youtube]</p>
<p style="text-align: justify;">Il costruttore della gomma mi fornisce i valori corretti di temperatura e di pressione per ciascun tipo. In base alla temperatura esterna e dell&#8217;asfalto scelgo la mia gomma ideale e la gonfio ad una pressione che non sarà quella di lavoro, ma quando la gomma sarà in temperatura la pressione tornerà quella giusta. Esistono le tabelle e/o le formule matematiche (niente di complicato, due operazioni in tutto, visto che si userà l&#8217;azoto). I range di pressione e temperatura entro i quali devo stare son piuttosto ristretti, quindi l&#8217;operazione deve esser fatta con cura. Una pressione troppo alta mi impedirà di arrivare in temperatura perché la farà deformare troppo poco, troppo bassa invece la supererò in fretta per eccesso di deformazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ok, la moto sta tornando ai box dopo un po&#8217; di giri. Cosa fa il tecnico vispo? Si fionda sulle gomme e chiede a loro le conferme. Sulla mescola, sulla temperatura e sulla trazione: le gomme presentano aspetti differenti a seconda del comportamento della moto, e occorre capire cosa è successo mentre stavano lavorando. Regolari, degradate o strappate. Anche bruciate, ma lì capita più in Formula 1 e noi qui possiamo fregarcene. La gomma regolare si presenta bella uniforme, e va tutto bene. Ma se ha superato la temperatura di esercizio la gomma si degrada: una mescola degradata si comporta come se le particelle di gomma perdessero coesione tra di loro. E&#8217; una condizione da evitare ad ogni costo perché la ruota si ritrova a camminare su uno strato di gomma che non aderisce con la necessaria coesione né al terreno né alla ruota. La ruota scivola sui trucioli che essa stessa produce, e la superficie si presenta fortemente irregolare senza particolari orientamenti, piena di buchi e bolle. Una gomma morbida che degrada tiene strada assai meno di una gomma dura in condizioni regolari. A questo punto occorre farsi la domanda: perché le gomme si riscaldano? Per la deformazione nell&#8217;unità di tempo. A meno di non aver cannato la pressione di esercizio, la carcassa si flette sotto il peso della moto e/o le forze di trazione raggiungendo una temperatura interna che si trasmette alla mescola. Una mescola morbida regge meno le alte temperature. Parte a fionda finché è tiepida, ma con tutti i cavalli che mi permette di scaricare senza slittare la sua carcassa si deforma parecchio, e dopo pochi giri mi ritrovo in pieno degrado, tipico delle qualifiche. Questo per esempio mi obbliga ad usare, dovendo correre una gara con anteriore morbida, una taratura più conservativa di quella possibile, con baricentro più alto come se avessi le gomme dure, in modo da non sfruttare in pieno tutta l&#8217;aderenza che potrebbero offrirmi ma che sottoporrebbero la carcassa a deformazioni elevatissime: alzando la moto invece metto un limite alla mia frenata (il limite del ribaltamento) e riuscirò a preservare la gomma. Ecco perché l&#8217;assetto da gara io continuerò a farlo sulle gomme più dure anche dovendo correre con le morbide, e lascerò alle sole qualifiche i settaggi più estremi.</p>
<p style="text-align: justify;">La gomma strappata si presenta invece con una rugosità particolare con un disegno a onde. Piccole crepe trasversali e creste irregolari si alternano descrivendo una serie di archi trasversali alla direzione di marcia: sono spesso visibili anche delle &#8220;unghiate&#8221;, come se avessimo inciso il battistrada conficcando l&#8217;unghia del pollice sulla gomma calda. Sono indice di una gomma con poco grip, che pattina al di sotto della temperatura di degrado. Una carcassa che pattina si deforma meno di una che aderisce trasmettendo potenza al suolo. Due le soluzioni: non farla pattinare limitando elettronicamente la potenza oppure dare più carico. Se io tolgo potenza per via elettronica però succede che la gomma, pur tornando a deformarsi sotto trazione, scalderà meno del previsto per via dei cavalli mancanti (a qualcuno fischiano le orecchie?) e avrò comunque un grip inadeguato. Oppure aumento il carico, anche di poco: la gomma avrà un maggiore grip statico e si deforma un po&#8217; di più per via del peso, potremo dare qualche altro cavallino e deformarla un po’ di più senza perdere trazione, comincia a scaldare un cicinin, la mescola si aggrappa un po&#8217; meglio, la potenza trasmessa aumenta ancora, la carcassa si deforma un altro po&#8217; sotto la maggior trazione e scalda ancora di più, la mescola aderisce sempre meglio, scarico ancora più cavalli, etc etc. Si innesca cioè un circolo virtuoso che produce quello che mi occorre. Quando sentiamo dichiarare &#8220;abbiamo un problema di grip perché la gomma non scalda&#8221; dobbiamo sempre pensare che tutte le gomme partono fredde, e che quello che loro ritengono una &#8220;causa&#8221; è in realtà un &#8220;effetto&#8221;:  la gomma non scalda perché non ha grip, non il rovescio. Una gomma posteriore strappata mi parla di trasferimenti di carico insufficienti e di un pesante intervento dell&#8217;antispin fuori dalle curve, indispensabile se voglio arrivare in fondo alla gara; mentre una gomma degradata mi dice che ho sbagliato mescola rispetto al peso e al fondo della pista.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, la temperatura delle gomme è un ottimo indice della bontà del mio centraggio rispetto alla pista e alle gomme montate. La gomma che scalda troppo ha in partenza un grip eccessivo, quella che non scalda ha in partenza poco grip. Un perfetto centraggio (per QUELLE gomme) porta le gomme (sempre QUELLE, non altre) contemporaneamente alla corretta temperatura. E questo spiega tutto quell’affannarsi di termometri sugli pneumatici ogni volta che la moto rientra al box.</p>
<p style="text-align: justify;">La verdona di Sykes, per fare un esempio, ha un centraggio molto alto che ne esalta la maneggevolezza: ma ciò determina trasferimenti elevati e di conseguenza carichi molto alti sulle gomme. Grip pazzesco, finché durano: poi degradano per eccesso di temperatura. Ma tenendola più bassa Sykes non potrebbe fare ciò che fa nei primi giri, rivelando in questo una guida molto simile ai vari Rossi e Iannone. Ma anche Crutchlow,  salito sul podio grazie al circuito ceco fatto di curve da raccordare in agilità e non a gas spalancato. E la temperatura della gomma, poco deformata dai cavalli, è rimasta entro i limiti di esercizio.</p>
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		<title>Pietre e palloncini: peso = grip</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Aug 2012 04:55:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A moto ferma oppure a velocità costante (in modulo, cioè in Km/h sullo strumento) il peso scaricato su ciascuna ruota è proporzionale alla massa relativa. Se raddoppiamo la massa al posteriore è pur vero che la sua inerzia tirerà verso l’esterno con forza doppia ma è anche vero che il peso raddoppiato (cioè il carico [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">A moto ferma oppure a velocità costante (in modulo, cioè in Km/h sullo strumento) il peso scaricato su ciascuna ruota è proporzionale alla massa relativa. Se raddoppiamo la massa al posteriore è pur vero che la sua inerzia tirerà verso l’esterno con forza doppia ma è anche vero che il peso raddoppiato (cioè il carico verticale sulla ruota) ci ha raddoppiato anche il grip. Con la sola zavorra a velocità costante le condizioni non cambiano rispetto alla moto senza nulla, e ogni ruota ha il grip proporzionato alla massa che le compete trattenere in traiettoria. Se però facciamo in modo di variare il suo carico verticale, per esempio riducendolo coi palloncini, anche il grip subirà la stessa variazione, in questo caso riducendosi alla metà: lo stesso grip della moto scarica. Che però deve trattenere una massa inferiore, mentre qui la massa è aumentata.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La moto zavorrata e palloncinata in curva a velocità costante perderà il posteriore.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui torniamo per un attimo al discorso del centraggio. Fatemi spiegare. Coi palloncini abbiamo usato la spinta del Principio di Archimede come stratagemma per ridurre il carico senza variare la massa. In F1 invece un esercito di ingegneri aeronautici studia l’aerodinamica&nbsp; per aumentare il carico verticale, e quindi il grip, senza toccare la massa: in questo facilitati dall’assetto sempre quasi orizzontale delle vetture.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La moto invece si inclina cambiando continuamente assetto, e non è possibile usare l’aerodinamica in modo proficuo. Quindi, posto che le masse in una moto non cambiano, <strong>l’unica cosa che ci consentirà di variare il grip sulle ruote è il carico dinamico dovuto alle accelerazioni longitudinali</strong>. Carico dinamico che ha una fondamentale caratteristica: se dinamicamente facciamo caricare maggiormente una ruota, l’altra diminuirà della stessa quantità assoluta. E a questo punto si capisce l’importanza primaria del centraggio di una moto: <strong>il posizionamento orizzontale del baricentro</strong> ne stabilisce la ripartizione “di base” del grip, e <strong>il posizionamento verticale</strong> ne stabilisce il trasferimento dinamico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tutto con l’obiettivo finale di cavar fuori dalle gomme il massimo possibile nelle diverse condizioni – accelerazione, frenata, ingresso di curva, tornantini lenti – che ci ritroveremo ad affrontare. E il <strong>massimo possibile</strong>, si badi bene, non è semplicemente il <strong>massimo grip possibile</strong> ma quello più adeguato alla situazione: se in un tornantino lento ci converrà derapare un po’, avere troppo grip al posteriore mi sarà di ostacolo e l’accelerazione favorirà la diminuzione del grip anteriore, costringendomi a tenere il gas chiuso pena il sottosterzo e la perdita dell’avantreno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se ne ho troppo poco, il gas resterà chiuso per non incorrere nell’inevitabile highside dovuto allo slittamento posteriore. Certo, con poco grip dietro in uscita dalle curve lente sarò sempre libero di impedire lo slittamento del posteriore tagliando i cavalli tramite l’elettronica: ma la mia accelerazione sarà inferiore. E, col mio avantreno ben saldo e una HRC che mi svernicia in uscita in leggera derapata, mi rendo conto di esser finito sopra una M1. Sulla quale prossimamente sarebbe il caso di discutere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ok, ho un po’ scantonato. Ma spero di aver chiarito che pesi e masse non sono la stessa cosa. Le masse in una moto non variano significativamente (ok, il serbatoio si vuota durante la gara, lo so) mentre i pesi sulle ruote variano di continuo condizionandoci il grip.</p>
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		<title>Pietre o palloncini? La distribuzione dei pesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Aug 2012 06:03:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo dico da subito, per seguire l’argomento che trattiamo oggi occorre una fortissima motivazione. Siete tecnici? Appassionati? Fisici teorici con principio di turba psichica? Bene, pure io: e la cosa sarà divertente da seguire. Se invece semplicemente vi sollazzate ad andare in moto, bè, la cosa più probabile è che vi annoierete a morte. Occorre [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Lo dico da subito, per seguire l’argomento che trattiamo oggi <strong>occorre una fortissima motivazione</strong>. Siete tecnici? Appassionati? Fisici teorici con principio di turba psichica? Bene, pure io: e la cosa sarà divertente da seguire. Se invece semplicemente vi sollazzate ad andare in moto, bè, la cosa più probabile è che vi annoierete a morte. Occorre però definire subito qualche concetto fondamentale. E il primo che mi viene in mente è che il peso e la massa son cose molto diverse. Ho sempre parlato di “distribuzione dei pesi statici” facendo una grossolana approssimazione che nel nostro campo di indagine risulta sostanzialmente corretta. Fatemi spiegare:</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/08/22/desmosedici-pietre-o-palloncini/moto-0100/" rel="attachment wp-att-16270"><img decoding="async" width="403" height="280" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/08/moto-0100.jpg" alt="moto 0100" class="wp-image-16270" title="moto-0100" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/moto-0100.jpg 403w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/moto-0100-300x208.jpg 300w" sizes="(max-width: 403px) 100vw, 403px" /></a></figure>
</div>


<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">La mia moto pesa 100 kg al retrotreno e 100 kg all’avantreno, e se piazzo una bilancia sotto le ruote lo vedo immediatamente. La sospensione posteriore troverà il suo equilibrio comprimendosi finché la molla non equilibrerà esattamente il peso di 100 kg, e la sospensione anteriore farà altrettanto. Quello che però sto misurando è la forza-peso, non la massa, anche se in queste condizioni le due cose sembrano equivalenti: sia la forza-peso che la massa si esprimono in kg, e sono numericamente uguali (a parte gli effetti della rotazione terrestre) sul nostro pianeta.  Il peso, in breve, è ciò che schiaccia le gomme a terra. Ma non è affatto detto che sia uguale alla massa. Immaginiamo di montare il bauletto posteriore e di riempirlo con 100 kg di pietre: la sospensione posteriore si schiaccerà ancora, finché l’ulteriore compressione della molla non eserciterà una forza tale da riequilibrare un peso totale di 200 kg.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora però alla maniglia del bauletto cominciamo ad attaccarci dei palloncini, e ne attaccheremo tanti che il retrotreno della mia moto sulla bilancia peserà nuovamente 100 kg. Le mie gomme saranno schiacciate quanto la moto senza bauletto, il grip sull’asfalto idem.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proviamo a montarci sopra e ad accelerare: immediatamente ci rendiamo conto che la moto, nonostante “pesi” solo 200 kg in tutto, accelera più lentamente della moto senza bauletto. Perché la “massa” è di 300 kg (moto+pietre) anche se il suo peso è di soli 200. Chiameremo quindi peso quella forza che schiaccia le gomme (ovvero il carico verticale che solo da fermo coincide numericamente con la massa) e massa quella grandezza che si oppone all’accelerazione, e che è uguale al peso solo quando la moto è ferma o procede a velocità costante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che massa e peso siano cose diverse lo possiamo verificare anche in diverse condizioni, senza bauletti né palloncini attaccati. Analogamente a un peso che facessimo ruotare legato a un pezzo di spago (e sotto le Olimpiadi il lancio del martello ne è l’esempio perfetto) la dinamica della moto risponde a precise leggi. Siamo in curva, e la massa della nostra moto tenderebbe ad andare per la tangente: ma noi&nbsp; pieghiamo la moto verso l’interno e facciamo in modo che il peso del mezzo la equilibri. Stiamo cioè sfruttando il peso per creare una forza verso l’interno che, come un invisibile spago, costringa la massa della moto a seguire la curva. Invece di uno spago sottoposto a trazione il nostro vincolo sarà costituito dal grip delle gomme sull’asfalto, ma il concetto non cambia: le gomme seguono la curva, la nostra massa ci tirerebbe verso l’esterno ma il peso della moto piegata, che tira verso l’interno, fa sì che la forza risultante (combinazione tra l’inerzia della massa e lo squilibrio del peso a moto piegata) passi esattamente nel punto di contatto delle gomme. Siamo in equilibrio. Ogni particolare della moto ha una sua massa, che lo tirerebbe verso l’esterno, ma anche un suo peso che lo tira verso l’interno. Il nostro motore, ma anche il nostro manubrio, la nostra sella: tutto ha una sua massa e un suo corrispondente peso che, tramite la piega, abbiam portato verso l’interno proprio a contrastare la propria massa che lo spingerebbe all’esterno. Il peso del carburatore ne contrasta la sua massa, il peso della frizione ne contrasta la sua massa, etc.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siccome le nostre masse erano distribuite per metà davanti e per metà dietro, e da fermo lo verificavamo misurandone il peso, significa che la gomma anteriore si preoccupa di fornire il grip necessario affinchè metà della massa segua la curva, e la posteriore fa lo stesso con l’altra metà della massa. Nel caso dello spago, avremo uno spago invisibile che trattiene in traiettoria la massa anteriore e un secondo spago che tiene in traiettoria la massa posteriore. Solo che il nostro spago si chiama grip, e dipende dal peso della singola ruota. Se noi acceleriamo, la nostra ruota anteriore perde peso ma la sua massa resta identica: le forcelle si estenderanno, a testimonianza del minor peso (ricordo che il peso è la forza che schiaccia le gomme a terra), e il grip diminuirà. Stiamo cioè indebolendo lo spago anteriore mentre la massa che esso trattiene è rimasta uguale. Il&nbsp; fatto che l’avantreno in accelerazione diventi leggero (cioè perda peso)non significa che la nostra forcella sia diventata di polistirolo: la sua massa è rimasta inalterata. Alleggerendo in accelerazione, a un bel momento (in genere però non è “bel”…) il nostro spago si spezza: il peso è sceso troppo, il grip è diminuito e la massa anteriore, non più trattenuta, va per la tangente: la moto, senza aver perso il posteriore, va lunga distesa con lo sterzo che prende sotto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto questo per dire che quando parliamo di centraggio ci riferiamo al centraggio delle masse, le quali determinano i pesi statici e influenzano i pesi dinamici. <strong>Pesi statici più pesi dinamici son quelli che in ogni istante ci forniscono il grip di ogni ruota</strong>. E, in definitiva, stabiliscono istante per istante la robustezza dello “spago” anteriore e di quello posteriore, posto che le rispettive masse da trattenere non cambiano nel tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di procedere ancora, direi di lasciare la parola ai commenti per qualunque approfondimento sulle distinzione tra peso e massa appena fatta. E’ di fondamentale importanza che gli eventuali dubbi vengano chiariti adesso. Senza questa premessa non è possibile capire come lavorano le sospensioni né parlare di assetti e relativi problemi. Provate a dire secondo voi come si comporta in curva la moto con bauletto e palloncini: aumentando la velocità di percorrenza della curva, ma senza né accelerare né decelerare in piega, finirò per perdere prima l’avantreno oppure il retrotreno? Oppure ancora, non c’è differenza con la moto senza bauletto? E qualunque cosa scriviate, la domanda successiva è: perché?</p>
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		<title>Ducati, questione di feeling</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Aug 2012 19:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo parlato di centraggio e abbiamo parlato di aderenza in questo articolo. Abbiamo visto come un centraggio avanzato o arretrato influisca pesantemente sulla trazione e sul sottosterzo al variare anche dell’altezza. Ma il trittico fondamentale era composto da un terzo fattore sul quale ancora abbiamo detto poco. Attenzione, state per scoprire cosa è uno dei fattori principali [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2012/08/14/ducati-questione-di-feeling/">Ducati, questione di feeling</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo parlato di centraggio e abbiamo parlato di aderenza in <a href="https://www.giornalemotori.com/2012/08/11/trittico-fondamentale-centraggio-gomme-aderenza/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">questo articolo</a>. Abbiamo visto come un centraggio avanzato o arretrato influisca pesantemente sulla trazione e sul sottosterzo al variare anche dell’altezza. Ma il trittico fondamentale era composto da un terzo fattore sul quale ancora abbiamo detto poco. Attenzione, state per scoprire cosa è uno dei fattori principali del famoso feeling. Anzi, direi il primo in ordine di importanza. Indovinate? Esatto, le gomme. E in particolare, <strong>il profilo della sezione trasversale della carcassa</strong>.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="580" height="438" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/08/baricentro-gomme-580-1.jpg" alt="baricentro gomme 580 1" class="wp-image-165336" title="Ducati, questione di feeling 2220" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/baricentro-gomme-580-1.jpg 580w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/baricentro-gomme-580-1-300x227.jpg 300w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Più di tante parole come al solito abbiamo un disegnino che esemplifica la situazione: le due moto hanno baricentro ad altezza diversa, e sul rettilineo cambia nulla. Ma appena cominciamo a piegare accade una cosa curiosa: la moto col baricentro alto, anche con un solo grado di inclinazione, sposta lateralmente verso l’interno il proprio baricentro più velocemente di quanto non si sposti il punto di contatto a terra P. La moto col centraggio basso, all’inizio della piega, si ritrova invece con uno spostamento laterale interno del baricentro insufficiente, e il punto di contatto P finisce per ritrovarsi più all’interno del baricentro. Questa seconda moto in questo preciso istante non soltanto non scende in piega ma addirittura tenta di raddrizzarsi. Il suo peso, invece di contrastare la forza centrifuga opponendosi ad essa, si somma in quanto genera un momento di verso opposto a quello della piega. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella guida sentiremo la moto che non ne vuole sapere di piegare, e appena ci proviamo la prima cosa che succede è che la moto invece di chiudere la traiettoria tenta di andare verso l’esterno curva. Dobbiamo metterci molta forza e piegare appendendoci letteralmente all’interno finchè il nostro centro di gravità non si sposta abbastanza da risuperare con la sua proiezione a terra il punto di contatto della gomma. Possiamo naturalmente ovviare con un profilo più a V, che sposta poco il punto di contatto anche per i primi gradi di piega.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Facciamo un esempio pratico: con la vostra bella quadricilindrica da turismo veloce, diciamo una classica Yamaha FZ750 (ok, ho la mia età, adesso lo sapete…), vi siete fatti su e giù per le statali di collina. Il tempo è stato bello, giugno e luglio son volati, i chilometri pure, porcavacca devo cambiare le gomme se voglio farmi agosto e settembre. Qualche bigliettone passa dalle vostre tasche a quelle del gommista e, oplà, inforcate la moto. Sgomento. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla prima curva la moto entra come un fulmine, fin troppo. Una libellula, reagisce istantaneamente senza quasi darvi il tempo di abituarvi. Mentre un sorriso vi spunta sul viso e non c’è verso di trattenerlo, vi rendete conto della fatica boia che stavate facendo finora. Pareva un camion senza servosterzo. E dallo stupore vi scordate che stavate tornando a casa e puntate direttamente in collina, quasi increduli di ciò che è diventata la moto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ve lo ricordavate, eh? Avete appena constatato che la vostra moto non tollera le gomme con un profilo troppo spianato. Perché ha il baricentro basso e, con le gomme appiattite, all’inizio della piega il punto di contatto si sposta più del baricentro. Col profilo più rotondo della gomma nuova, invece, il punto di contatto all’inizio della piega si sposta meno. Se faceste la stessa cosa con una YZ250 cross scoprireste che cambiare le gomme non vi cambia la vita. Perché ha il baricentro alto e le gomme strette, quindi sposta poco il suo punto di contatto e molto il suo baricentro a prescindere dal profilo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco, in breve, da cosa dipende il famoso feeling: ed ecco perché, con le gomme larghe e il baricentro basso, la D16 oppone resistenza, allarga l’ingresso di curva e deve piegare di più a parità di percorrenza; mentre la M1, col suo centraggio alto, ha il suo baricentro sempre all’interno del punto di contatto, anche nei primi gradi di piega.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da questo discende che il profilo della gomma è studiato su una precisa altezza del baricentro: se, data la gomma, lo alziamo avremo una maggior velocità di ingresso e una maneggevolezza superiore, pagando al massimo con una certa instabilità in rettilineo che ci richiederà precisione assoluta. Se invece lo abbassiamo rispetto a quanto stabilito in progetto la moto avrà tutti i difetti della vostra moto con le gomme squadrate: sarà pesante come un camion, in ingresso curva tenderà a raddrizzarsi e non scenderà in piega docilmente, non potrà cambiare traiettoria con facilità, vi obbliga a pieghe maggiori alla corda, nelle esse è una disgrazia, tenderà addirittura al sottosterzo in ingresso (attenzione, di quello in uscita e delle sue cause ne abbiamo parlato la volta scorsa discutendo del grip. Son due cose diverse, eh?). Ora capite perché Il duo&nbsp; R&amp;B alzava a tutti i costi la moto? Ma non faceva i conti col sottosterzo in uscita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine della fiera, più il baricentro è basso, e più la gomma è larga, e più il profilo diventa importante: occorre, man mano che il baricentro si abbassa, un profilo sempre più a V che non sposti il punto di contatto nei primi gradi di inclinazione, all’ingresso di curva. Finalmente si capisce il significato della frase “o si fanno le gomme adatte alla moto, o si fa la moto adatta alle gomme”. Non ci sono soluzioni, il profilo della gomma è uno dei primi dati di qualsiasi progetto dinamico. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Obbligare la Ducati, pensata in regime di gomma libera, a utilizzare gomme profilate per mezzi col baricentro più alto è stata una bastardata che pochi hanno realmente compreso. Ha messo fuori gioco un progetto che oggi, alla luce di queste considerazioni, va riadattato per il monogomma. E con questo non voglio più sentir parlare di “condizioni particolari nel 2007”. L’anomalia non era quella dove ciascuno progettava il mezzo e le gomme relative ma quella di oggi, dove a progetto fatto e finito ti cambiano uno dei parametri essenziali dell’equilibrio dinamico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tralascio le possibili soluzioni perché richiederebbero una serie di dati incomprensibili per i non addetti ai lavori. Mi limito a dire che se le attuali gomme non hanno le tele a 0-90 gradi, e cioè hanno la carcassa non radiale pura, qualche tentativo lo si potrebbe fare stringendo di un quarto di pollice il canale del cerchio anteriore, e fino a mezzo pollice nel canale posteriore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riassumendo in pillole: la D16 deve adattarsi a queste gomme se vuole diventare guidabile e maneggevole. Per farlo è costretta ad alzare il baricentro. Per alzarlo evitando il sottosterzo in uscita e i problemi di grip (e di sospensioni, ma ne parleremo prossimamente) è costretta ad avanzarlo. Per avanzarlo con il materiale attuale si deve rivedere il layout. Oppure si aspetta l’anno prossimo, riprogettando tutto da zero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dragster, con la gomma larghissima a profilo molto piatto e baricentro bassissimo,&nbsp;<strong>appena si inclina “sulla sinistra” sposta tanto il suo punto di contatto verso sinistra</strong>&nbsp;che il suo baricentro resta più a destra. Di conseguenza, pur inclinato a sinistra, va verso la destra della pista, e il povero pilota è costretto ad appendersi completamente fuori nel tentativo di controllarlo e di portare il baricentro alla sinistra del punto di contatto. A ulteriore dimostrazione che la moto va&nbsp;<strong>sempre</strong>&nbsp;dalla parte verso la quale il baricentro è spostato&nbsp;<strong>rispetto al contatto</strong>, anche se da fuori la piega del mezzo suggerisce il contrario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Direi che sulle gomme per il momento finisce qui, col prossimo articolo saliremo di quota e ci occuperemo di sospensioni.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2012/08/14/ducati-questione-di-feeling/">Ducati, questione di feeling</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<title>Questione di feeling: il profilo delle gomme</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Aug 2012 16:20:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo parlato di centraggio e abbiamo parlato di aderenza in questo articolo. Abbiamo visto come un centraggio avanzato o arretrato influisca pesantemente sulla trazione e sul sottosterzo al variare anche dell’altezza. Ma il trittico fondamentale era composto da un terzo fattore sul quale ancora abbiamo detto poco. Attenzione, state per scoprire cosa è uno dei fattori [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Abbiamo parlato di centraggio e abbiamo parlato di aderenza in <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/08/11/trittico-fondamentale-centraggio-gomme-aderenza/" target="_blank">questo articolo</a></strong></span>. Abbiamo visto come un centraggio avanzato o arretrato influisca pesantemente sulla trazione e sul sottosterzo al variare anche dell’altezza. Ma il trittico fondamentale era composto da un terzo fattore sul quale ancora abbiamo detto poco. Attenzione, state per scoprire cosa è uno dei fattori principali del famoso feeling. Anzi, direi il primo in ordine di importanza. Indovinate? Esatto, le gomme. E in particolare, <strong>il profilo della sezione trasversale della carcassa</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/08/14/ducati-questione-di-feeling/baricentro-gomme-580/" rel="attachment wp-att-16025"><img decoding="async" class="size-full wp-image-16025 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/08/baricentro-gomme-580.jpg" alt="baricentro gomme 580" width="580" height="438" title="Questione di feeling: il profilo delle gomme 2222" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/baricentro-gomme-580.jpg 580w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/baricentro-gomme-580-300x227.jpg 300w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Più di tante parole come al solito abbiamo un disegnino che esemplifica la situazione: le due moto hanno baricentro ad altezza diversa, e sul rettilineo cambia nulla. Ma appena cominciamo a piegare accade una cosa curiosa: la moto col baricentro alto, anche con un solo grado di inclinazione, sposta lateralmente verso l’interno il proprio baricentro più velocemente di quanto non si sposti il punto di contatto a terra P. La moto col centraggio basso, all’inizio della piega, si ritrova invece con uno spostamento laterale interno del baricentro insufficiente, e il punto di contatto P finisce per ritrovarsi più all’interno del baricentro. Questa seconda moto in questo preciso istante non soltanto non scende in piega ma addirittura tenta di raddrizzarsi. Il suo peso, invece di contrastare la forza centrifuga opponendosi ad essa, si somma in quanto genera un momento di verso opposto a quello della piega. Nella guida sentiremo la moto che non ne vuole sapere di piegare, e appena ci proviamo la prima cosa che succede è che la moto invece di chiudere la traiettoria tenta di andare verso l’esterno curva. Dobbiamo metterci molta forza e piegare appendendoci letteralmente all’interno finchè il nostro centro di gravità non si sposta abbastanza da risuperare con la sua proiezione a terra il punto di contatto della gomma. Possiamo naturalmente ovviare con un profilo più a V, che sposta poco il punto di contatto anche per i primi gradi di piega.</p>
<p style="text-align: justify;">Facciamo un esempio pratico: con la vostra bella quadricilindrica da turismo veloce, diciamo una classica Yamaha FZ750 (ok, ho la mia età, adesso lo sapete…), vi siete fatti su e giù per le statali di collina. Il tempo è stato bello, giugno e luglio son volati, i chilometri pure, porcavacca devo cambiare le gomme se voglio farmi agosto e settembre. Qualche bigliettone passa dalle vostre tasche a quelle del gommista e, oplà, inforcate la moto. Sgomento. Alla prima curva la moto entra come un fulmine, fin troppo. Una libellula, reagisce istantaneamente senza quasi darvi il tempo di abituarvi. Mentre un sorriso vi spunta sul viso e non c’è verso di trattenerlo, vi rendete conto della fatica boia che stavate facendo finora. Pareva un camion senza servosterzo. E dallo stupore vi scordate che stavate tornando a casa e puntate direttamente in collina, quasi increduli di ciò che è diventata la moto. Non ve lo ricordavate, eh? Avete appena constatato che la vostra moto non tollera le gomme con un profilo troppo spianato. Perché ha il baricentro basso e, con le gomme appiattite, all’inizio della piega il punto di contatto si sposta più del baricentro. Col profilo più rotondo della gomma nuova, invece, il punto di contatto all’inizio della piega si sposta meno. Se faceste la stessa cosa con una YZ250 cross scoprireste che cambiare le gomme non vi cambia la vita. Perché ha il baricentro alto e le gomme strette, quindi sposta poco il suo punto di contatto e molto il suo baricentro a prescindere dal profilo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, in breve, da cosa dipende il famoso feeling: ed ecco perché, con le gomme larghe e il baricentro basso, la D16 oppone resistenza, allarga l’ingresso di curva e deve piegare di più a parità di percorrenza; mentre la M1, col suo centraggio alto, ha il suo baricentro sempre all’interno del punto di contatto, anche nei primi gradi di piega.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo discende che il profilo della gomma è studiato su una precisa altezza del baricentro: se, data la gomma, lo alziamo avremo una maggior velocità di ingresso e una maneggevolezza superiore, pagando al massimo con una certa instabilità in rettilineo che ci richiederà precisione assoluta. Se invece lo abbassiamo rispetto a quanto stabilito in progetto la moto avrà tutti i difetti della vostra moto con le gomme squadrate: sarà pesante come un camion, in ingresso curva tenderà a raddrizzarsi e non scenderà in piega docilmente, non potrà cambiare traiettoria con facilità, vi obbliga a pieghe maggiori alla corda, nelle esse è una disgrazia, tenderà addirittura al sottosterzo in ingresso (attenzione, di quello in uscita e delle sue cause ne abbiamo parlato la volta scorsa discutendo del grip. Son due cose diverse, eh?). Ora capite perché Il duo  R&amp;B alzava a tutti i costi la moto? Ma non faceva i conti col sottosterzo in uscita.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine della fiera, più il baricentro è basso, e più la gomma è larga, e più il profilo diventa importante: occorre, man mano che il baricentro si abbassa, un profilo sempre più a V che non sposti il punto di contatto nei primi gradi di inclinazione, all’ingresso di curva. Finalmente si capisce il significato della frase “o si fanno le gomme adatte alla moto, o si fa la moto adatta alle gomme”. Non ci sono soluzioni, il profilo della gomma è uno dei primi dati di qualsiasi progetto dinamico. Obbligare la Ducati, pensata in regime di gomma libera, a utilizzare gomme profilate per mezzi col baricentro più alto è stata una bastardata che pochi hanno realmente compreso. Ha messo fuori gioco un progetto che oggi, alla luce di queste considerazioni, va riadattato per il monogomma. E con questo non voglio più sentir parlare di “condizioni particolari nel 2007”. L’anomalia non era quella dove ciascuno progettava il mezzo e le gomme relative ma quella di oggi, dove a progetto fatto e finito ti cambiano uno dei parametri essenziali dell’equilibrio dinamico.</p>
<p style="text-align: justify;">Tralascio le possibili soluzioni perché richiederebbero una serie di dati incomprensibili per i non addetti ai lavori. Mi limito a dire che se le attuali gomme non hanno le tele a 0-90 gradi, e cioè hanno la carcassa non radiale pura, qualche tentativo lo si potrebbe fare stringendo di un quarto di pollice il canale del cerchio anteriore, e fino a mezzo pollice nel canale posteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Riassumendo in pillole: la D16 deve adattarsi a queste gomme se vuole diventare guidabile e maneggevole. Per farlo è costretta ad alzare il baricentro. Per alzarlo evitando il sottosterzo in uscita e i problemi di grip (e di sospensioni, ma ne parleremo prossimamente) è costretta ad avanzarlo. Per avanzarlo con il materiale attuale si deve rivedere il layout. Oppure si aspetta l’anno prossimo, riprogettando tutto da zero.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ultimo esempio vi potete guardare questo filmato:</p>
<p style="text-align: justify;">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=Vx89u4rpdR0&amp;list=WL4E695CBF6D9DEF7C&amp;index=1&amp;feature=plpp_video[/youtube]</p>
<p style="text-align: justify;">il dragster, con la gomma larghissima a profilo molto piatto e baricentro bassissimo, <strong>appena si inclina “sulla sinistra” sposta tanto il suo punto di contatto verso sinistra</strong> che il suo baricentro resta più a destra. Di conseguenza, pur inclinato a sinistra, va verso la destra della pista, e il povero pilota è costretto ad appendersi completamente fuori nel tentativo di controllarlo e di portare il baricentro alla sinistra del punto di contatto. A ulteriore dimostrazione che la moto va <strong><span style="text-decoration: underline;">sempre</span></strong> dalla parte verso la quale il baricentro è spostato <strong><span style="text-decoration: underline;">rispetto al contatto</span></strong>, anche se da fuori la piega del mezzo suggerisce il contrario.</p>
<p style="text-align: justify;">Direi che sulle gomme per il momento finisce qui, col prossimo articolo saliremo di quota e ci occuperemo di sospensioni.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2012/08/14/questione-di-feeling-il-profilo-delle-gomme/">Questione di feeling: il profilo delle gomme</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<title>Trittico fondamentale : centraggio, gomme, aderenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Aug 2012 19:08:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Accenno qui a qualche concetto di base nel campo della dinamica della motocicletta. Occorre anzitutto tener presente un fatto di per sé banale: posto che la velocità in curva dipende dalla forza centripeta, cioè dal coefficiente di aderenza tra la nostra gomma e il nostro fondo stradale, sulla stessa pista e con le stesse gomme [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Accenno qui a qualche concetto di base nel campo della dinamica della motocicletta. Occorre anzitutto tener presente un fatto di per sé banale: posto che la velocità in curva dipende dalla forza centripeta, cioè dal coefficiente di aderenza tra la nostra gomma e il nostro fondo stradale, sulla stessa pista e con le stesse gomme (e quando parlo di stesse gomme intendo anche stesse condizioni di temperatura della mescola) le differenze di velocità tra diversi mezzi – e naturalmente parlo di mezzi sostanzialmente confrontabili, è chiaro che non potrò confrontare una Moto3 con una MotoGP facendo calzare loro le stesse gomme… &#8211; sono minime.</p>
<p style="text-align: justify">A fare la differenza sarà dunque la velocità nei rettilinei e, in ultima analisi, le fasi di accelerazione e decelerazione rispettivamente all’uscita e all’ingresso delle curve. Ecco dove il centraggio diventa elemento che si insinua tra la gomma e l’asfalto: e visto che sia la gomma che l’asfalto sono uguali per tutti, mi propongo di spiegare gli effetti sul tempo cronometrico dell’unica variabile in gioco nelle diverse condizioni delle altre due assunte di volta in volta come costanti. E cercherò di farlo nel modo più semplice possibile, evitando la forma accademica zeppa di formule che di fatto non sarebbe di alcuna utilità per chi la moto la usa.</p>
<p style="text-align: justify">Partiamo con ordine, dalla semplice accelerazione in rettilineo. Scaricare il massimo della potenza significa avere il massimo dell’aderenza. A parità di gomma e di fondo, occorre avere il massimo carico verticale sulla ruota motrice. Il carico verticale dipende dal peso che grava sulla ruota più il carico dinamico che, in forza dell’accelerazione, sposta all’indietro il carico che normalmente grava sull’anteriore.</p>
<p style="text-align: justify">Più la moto accelera, più sposta carico, fino al punto in cui la ruota anteriore galleggia perché tutto il suo carico si è trasferito sulla posteriore che sostiene tutto il peso della motocicletta. Accelerare ulteriormente significa spostare il carico anteriore ancora più indietro, oltre la gomma posteriore, e la nostra moto si ribalterebbe se non chiudessimo il gas. Ma a quel punto staremmo accelerando meno. Il sistema antiwheeling delle moto si propone esattamente quello: trasferire tutto il carico anteriore sulla posteriore senza però superarla. In quel punto avremo la massima accelerazione perché avremo il massimo carico verticale sulla ruota e potremmo quindi scaricare il massimo possibile della potenza.</p>
<p style="text-align: justify">Scendiamo ancora nel dettaglio ed esaminiamo separatamente le due componenti del nostro carico verticale: da una parte il carico statico, ovvero quanto pesa la moto da ferma sulla ruota posteriore (basterà una bilancia sotto la gomma) e dall’altra il carico trasferito, cioè il carico dinamico dovuto all’accelerazione.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/ride_height/" rel="attachment wp-att-15930"><img decoding="async" class="size-full wp-image-15930 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/08/Ride_height.jpg" alt="Ride height" width="250" height="555" title="Trittico fondamentale : centraggio, gomme, aderenza 2224"></a></p>
<p style="text-align: justify">Supponiamo che la mia moto, 200kg, pesi per 110 sulla ruota posteriore: il mio grip in partenza sarà quello dovuto al carico verticale di 110kg che, con quella gomma e su quell’asfalto, mi determina la massima potenza scaricabile. Supponiamo su asfalto di scaricare 50 cavalli, oltri i quali la gomma slitterebbe. Questi 50 cavalli mi generano un’accelerazione che mi sposterà parte del carico anteriore (i restanti 90kg) sulla ruota posteriore. Supponiamo che me ne sposta 30, ok? La mia posteriore sarà passata da un carico verticale iniziale di 110kg all’attuale 110+30=140kg, il che mi porta a un maggiore grip e a poter scaricare non più solo 50 cavalli ma, supponiamo, 70. La mia ruota, con 70 cavalli da fermo, avrebbe senz’altro slittato, ma adesso che il suo carico verticale è aumentato non slitta più. Coi 70 cavalli di adesso anche la mia accelerazione sta aumentando, e questo significa che altro carico anteriore si sposterà sulla posteriore, aumentando ancora il grip sulla ruota motrice e permettendomi potenze sempre più elevate, con accelerazioni sempre migliori. A un certo punto ho trasferito tutto il carico anteriore sulla posteriore: l’anteriore galleggia e la posteriore ha un carico verticale pari all’intero peso della moto, 200kg. Sto scaricando, supponiamo, 120 cavalli e ho raggiunto, per quella gomma e quel fondo, il massimo possibile dell’accelerazione. Se insisto la moto si ribalta obbligandomi a chiudere gas e a rallentare bruscamente, peggiorando la mia accelerazione. In sostanza, il meglio per quanto riguarda l’accelerazione in rettilineo sta proprio in quel punto: l’avantreno sta galleggiando e io sto fornendo la potenza per stare in quel punto senza superarlo. Il problema però è che la mia moto ha 200 cavalli, e me ne restano 80 dentro la manopola: non posso sfruttarli.</p>
<p style="text-align: justify">Prendiamo adesso una moto gemella, ma con un diverso centraggio: 100kg dietro e 100kg davanti. In partenza potro scaricare solo 45 cavalli invece dei 50 di prima, pena lo slittamento della ruota. Ma poi, con l’accelerazione dei 45 cavalli, inizierà il trasferimento dall’avantreno al retrotreno: stavolta potrò trasferire 10kg in più prima di arrivare al ribaltamento, e quindi scaricherò alla fine una maggior potenza nel punto di galleggiamento. Lo spunto da fermo sarà un po’ inferiore, 45 cavalli contro 50, ma in seguito ho maggiori margini di accelerazione: per trasferire i 100kg, invece dei 90, del mio attuale avantreno mi ritroverò a scaricare 130 cavalli invece dei precedenti 120. La mia accelerazione sarà migliore.</p>
<p style="text-align: justify">Tutto questo presuppone che l’altezza del baricentro sia identica nelle due moto. Perché l’entità del trasferimento dipende proprio da quello, dall’altezza del baricentro: più è alto, mono potenza occorrerà per trasferire il carico. Col baricentro alto anche un’accelerazione contenuta porta a trasferimenti di carico elevati, e io raggiungerò in fretta il punto di galleggiamento/ribaltamento.</p>
<p style="text-align: justify">Risaliamo sulla prima moto, quella che davanti pesava solo 90kg, e abbassiamole il baricentro agendo sulle sospensioni. Il carico statico non è cambiato, in partenza potrò scaricare ancora i miei 50 cavalli: ma con l’accelerazione conseguente ora il mio trasferimento non sarà più di 30kg ma soltanto di 25. La mia ruota posteriore avrà sempre un carico verticale crescente, ma la velocità con cui aumenta il carico è inferiore. E per trasferire i miei 90kg arrivando infine al punto di galleggiamento mi ci vorrà un’accelerazione superiore che col baricentro alto. La moto, in sostanza, ha meno tendenza all’impennata e io potrò scaricare maggiori potenze.</p>
<p style="text-align: justify">Quale soluzione preferire, la prima moto (110+90) col baricentro abbassato o la seconda (100+100) col baricentro più alto? Dipende dal tipo di pista. O meglio, da quale coefficiente di aderenza risulta dall’accoppiamento tra la mia gomma e il mio fondo e dalle curve del tracciato. Il baricentro basso ha un difetto: mi porta a piegare la moto in curva più di quanto, a parità di percorrenza, piegherò col baricentro alto. Questo significa raggiungere più in fretta il limite della spalla della gomma, per esempio. E nelle esse, dove col baricentro alto me la cavo con una variazione di piega, supponiamo, da trenta gradi a sinistra a trenta gradi a destra, col baricentro basso mi devo sciroppare una variazione dai quaranta a sinistra ai quaranta a destra. 80 gradi di variazione contro i 60: avrò in pratica un’agilità inferiore e mi servirà più tempo per piegare la moto. Due son le soluzioni: o mi appendo fuori dalla moto tanto da mantenerla a 30 gradi pur col baricentro basso, oppure gareggio solo in rettilineo. Come i dragster. E torniamo all’esame della semplice accelerazione in rettilineo tipica appunto dei dragster: a quei mezzi occorre un elevatissimo carico statico per poter scaricare il massimo della potenza anche da fermi, quindi sposteranno all’indietro il peso fino a gravare sulle ruote motrici per il 90%. Come se la nostra moto, sui suoi 200kg, ne avesse 180 dietro e solo 20 davanti. E’ chiaro che in partenza slitterà meno di tutte anche dando molto gas, il problema è che appena inizia da accelerare si ribalterebbe dopo un metro. A meno che io non tenga il baricentro bassissimo, con pochissimo trasferimento quindi potrò continuare a dar potenza senza far galleggiare la pur leggera ruota anteriore. Avrei 180kg di carico in partenza, ma non aumenterebbero significativamente in accelerazione. Avrei sempre il massimo o quasi del peso della moto sulla posteriore, indipendentemente dal fondo e dall’accelerazione. Infatti vado benissimo, copro il quarto di miglio in 5 secondi da fermo. Col baricentro così basso non posso curvare, è evidente: ma nelle gare dei dragster, chissenefrega…</p>
<p style="text-align: justify">Facciamo così: per similitudine dinamica chiameremo le nostre moto, gemelle in tutto ma con centraggio diverso, con due nomi di fantasia. La prima (110+90 col baricentro basso) la chiameremo D16 – o dragster, scegliete voi – mentre la seconda (100+100 con baricentro alto) la chiameremo M1. Bella idea, vero? J</p>
<p style="text-align: justify">Allora: la D16 e la M1 in piena accelerazione arrivano contemporaneamente al punto di galleggiamento con la stessa potenza scaricata. La D16 ci arriva con un carico statico maggiore e con un trasferimento più ridotto (110 statici e 90 trasferiti) mentre la M1 con un basso carico statico e un maggior trasferimento. Sembra tutto uguale, tranne che per un piccolo particolare: se il punto di equilibrio finale è lo stesso, il punto di partenza ci dice che la D16 ha una migliore aderenza sui fondi scivolosi, dove l’accelerazione – e quindi il trasferimento – è limitata dalla precarietà dell’aderenza. In simili condizioni, non potendo trasferire carico con le forti accelerazioni, il carico verticale sulla ruota sarà solo quello statico e la D16, coi suoi 110 kg statici, scaricherà senza slittare una potenza maggiore della M1 che, con soli 100kg di carico statico, si mette a slittare prima, comportandosi come una qualunque stradale su fondo ghiacciato.</p>
<p style="text-align: justify">Badate bene che avere un maggior carico statico rappresenta un vantaggio ogni volta che l’aderenza è precaria – vuoi per il fondo, vuoi per la gomma – in quanto risulta impossibile trasferire tutto il carico anteriore mediante la sufficiente accelerazione. Un’occhiata alle moto da dirt-track sarà utile per capire come su asfalto sporco e sterrato sia necessario tanto carico statico al retrotreno per poter accelerare senza finire in burnout, guardatevi questo video non vi dimenticherete mai più che cosa sia il burnout:</p>
<p style="text-align: justify">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=_wcOTiR0mrY[/youtube]</p>
<p style="text-align: justify">Sul bagnato l’antispin della M1 interviene già con potenze basse dove invece la D16, grazie ad un maggior carico verticale, continua a scaricare cavalli senza scivolare.</p>
<p style="text-align: justify">Spiegatelo a chi non capisce perché sul bagnato la D16 va meglio delle altre, grazie.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">(continua)</p>
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		<title>Ducati: meglio tardi che mai</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Aug 2012 05:50:45 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Viste le tante richieste da più parti arrivate in redazione a proposito di questo articolo : L&#8217;altra metà del guado. credo di dover spendere qualche ulteriore parola sulle barre di torsione lineari e sui vantaggi rispetto alle barre di torsione elicoidali normalmente conosciute come molloni. Posto che una trattazione completa si trova in qualunque testo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Viste le tante richieste da più parti arrivate in redazione a proposito di questo articolo : <span style="text-decoration: underline; color: #0000ff;"><strong><a href="https://www.giornalemotori.com/2012/08/01/laltra-meta-del-guado/"><span style="color: #0000ff; text-decoration: underline;">L&#8217;altra metà del guado</span></a></strong></span>.</p>
<p style="text-align: justify;">credo di dover spendere qualche ulteriore parola sulle barre di torsione lineari e sui vantaggi rispetto alle barre di torsione elicoidali normalmente conosciute come molloni.</p>
<p style="text-align: justify;">Posto che una trattazione completa si trova in qualunque testo di “elementi di macchine”, penso che una figura serva più di tante parole per spiegare che il funzionamento di principio tra il mollone e la barra lineare è lo stesso: l’elemento-base che costituisce i due sistemi è soggetto alla medesima sollecitazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-full wp-image-15879 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/08/barra-e-mollone.jpg" alt="barra e mollone" width="451" height="281" title="Ducati: meglio tardi che mai 2228" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/barra-e-mollone.jpg 451w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/barra-e-mollone-300x187.jpg 300w" sizes="(max-width: 451px) 100vw, 451px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La barra lineare offre tuttavia qualche vantaggio rispetto a quella elicoidale (mollone) : per esempio la perfetta linearità in risposta a sollecitazioni di piccola entità, dove il mollone invece paga una certa ruvidità dovuta proprio al fatto che la curvatura a elica del materiale crea una diversa risposta alle tensioni che si scaricano sul diametro esterno rispetto a quelle del diametro interno.</p>
<p style="text-align: justify;">E nel caso di sollecitazioni elevate porta il mollone a rotture più frequenti rispetto alla barra. Perfetta linearità e grande robustezza al massimo carico sono le caratteristiche per le quali la barra lineare è la scelta più indicata per meccanismi molto precisi (strumenti di precisione per indagini fisiche gravimetriche)  o molto robusti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le sospensioni dei carri armati sono a barra di torsione, lo sapevate ?</p>
<p style="text-align: justify;">La F1, precisa e robusta, usa barre di torsione <strong>da almeno trent’anni</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il solo vantaggio del mollone è che lo possiamo allocare proprio dove viene esercitata la forza che ci proponiamo di contrastare.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso delle sospensioni, il mollone lo possiamo mettere sulla ruota.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma siamo sicuri che sia sempre un vantaggio? In F1 sicuramente no, principalmente per ragioni aerodinamiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni ’60 si ebbero i primi tentativi di portare i molloni anteriori all’interno della carrozzeria (stavo per dire fusoliera…) con un sistema di tiranti di collegamento alla ruota, ma nel giro di poco tempo ci si rese conto che, al di fuori della posizione sulla ruota, il mollone aveva perso la sola ragione per il quale era nato: e i tiranti vennero collegati alle barre lineari, più leggere, robuste, con ingombri più contenuti e finalmente regolabili con facilità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">1967: la Brabham a molle esterne e la Ferrari (qui sotto)  con molle elicoidali e ammortizzatori interni. E&#8217; evidente la ricerca aerodinamica e la riduzione delle masse non sospese.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Osservate nella foto il dettaglio della sospensione posteriore della Lotus E20, vero punto di forza della vettura: si nota la barra di torsione con gli attuatori per variarne i parametri di precarico e rgidità in corsa.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nella sucessiva grafica in 3D  è indicato schematicamente un sistema di controllo per il precarico con possibilità di variazione della costante elastica K della molla.</p>
<p style="text-align: justify;">In pratica il sistema attraverso il controllo del precarico elimina la necessità di agire sulle ghiere del mollone, e attraverso la variazione di K elimina la necessità di sostituire fisicamente tutto il mollone qualora servissero rigidità diverse.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-full wp-image-15867 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/08/barra-reg-01.jpg" alt="barra reg 01" width="520" height="357" title="Ducati: meglio tardi che mai 2229" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/barra-reg-01.jpg 520w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/barra-reg-01-300x206.jpg 300w" sizes="(max-width: 520px) 100vw, 520px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-full wp-image-15868 aligncenter" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/08/barra-reg-02.jpg" alt="barra reg 02" width="520" height="321" title="Ducati: meglio tardi che mai 2230" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/barra-reg-02.jpg 520w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/barra-reg-02-300x185.jpg 300w" sizes="(max-width: 520px) 100vw, 520px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Per ottenere ciò si agisce semplicemente sulla posizione della barra (in rosso), ruotandola tramite un meccanismo tipo quello normalmente utilizzato per comandare la frizione, in questo caso una vite (in nero)  con una levetta che la ruota,  potrebbe anche essere un ingranaggio con vite senza fine per farle fare più giri,   “caricandola” maggiormente nella sua posizione di riposo (il sistema agisce sullo stopper in blu).</p>
<p style="text-align: justify;">Per “sostituire molla” invece si agisce con analoghi meccanismi su appositi stopper (in celeste) che escludono dalla torsione la parte centrale di barra, accorciandone di fatto la lunghezza e ottenendo infine una costante K di valore superiore, esattamente come un mollone più duro. E tutto questo può essere fatto dalla sella, senza neppure la sosta ai box. Ovvio che, con tempi di prova sempre tirati, la facilità di intervento può rappresentare un bel vantaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia chiaro infine che quello rappresentato è uno schema puramente esemplificativo. Una soluzione più realistica prevederà un sistema di barre multiple parallele e interconnesse, con K variabile a seconda di quante barre partecipano effettivamente alla torsione.</p>
<p style="text-align: justify;">A prescindere da tutto questo, per quanto riguarda la D16 il primo e fondamentale vantaggio risiede nello spostamento del sistema in posizione diversa da quella dell’attuale mollone, consentendo così un differente layout col riposizionamento del serbatoio del carburante e degli altri elementi del mezzo.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>L’altra metà del guado: il coraggio di un progetto.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Aug 2012 10:06:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Monoscocca o telaio, credo sia ormai chiaro il guaio della D16. Il baricentro è troppo arretrato, e per farla funzionare occorrono settaggi che mal si conciliano con la guida nervosa che è necessaria in bagarre. Troppo arretrato perché il motore ha una configurazione particolare e alloggiarlo all’interno della moto crea qualche problema in una visione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Monoscocca o telaio, credo sia ormai chiaro il guaio della D16. Il baricentro è troppo arretrato, e per farla funzionare occorrono settaggi che mal si conciliano con la guida nervosa che è necessaria in bagarre. Troppo arretrato perché il motore ha una configurazione particolare e alloggiarlo all’interno della moto crea qualche problema in una visione convenzionale dei mezzi da competizione. Ripeto, in una visione convenzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Intelligentemente e coraggiosamente la Ducati ha esplorato strade innovative: ma a un certo punto, a metà del guado, ha ceduto a ragionamenti tradizionalisti e ormai già sviscerati, con ben altri mezzi sia economici che industriali, dalle case giapponesi. Lo stesso sviluppo è stato affidato a tecnici che avevano ormai precisi limiti anche restando nel campo delle realizzazioni più classiche. L’incompatibilità di base sta fondamentalmente qui.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrivo questo pezzo sapendo già che solleverà un vespaio, accenderà gli animi e creerà attriti in diversi campi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è arrivato il momento di pensare all’altra metà del guado, con l’illusione forse un po’ ingenua che chi di dovere, leggendo questo pezzo, capisca che in Ducati – se solo lo si volesse – esistono tutti i presupposti per compiere un salto nelle prestazioni nemmeno paragonabile a ciò che una casa giapponese può compiere con la semplice evoluzione dei propri prototipi.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima però voglio darvi un’idea circa le possibili strade per risolvere i problemi, piccoli e grandi che siano. E per farlo, partirò da un episodio del mio vissuto personale:  un bel giorno, a causa di un filo gas difettoso, non c&#8217;era verso di fare dieci giri in fila. Il morsetto sul filo lato manopola gas non teneva. Occorrevano soluzioni alternative al classico morsetto. Orbene, io spesso discuto di tante idee con un mio fratello, col quale ci intendiamo al solo sguardo. Ormai è abituato a certe mie analisi, sa come ragiono. Insomma, ai box chi propone una brasatura a stagno/castolin/ottone, chi vuol chiedere al box vicino un filo diverso. Io l&#8217;ho vista fin da subito in modo diverso. E per dimostrare che non ero l&#8217;unico a saper analizzare il problema in modo alternativo ho telefonato a mio fratello in vivavoce, senza nemmeno spiegargli il problema: &#8220;Fratello, cosa tiene più di un morsetto?&#8221; &#8220;Facile, DUE morsetti&#8221;. Un tecnico spesso rivolge l&#8217;attenzione alla parola MORSETTO e si impantana lì, cercando alternative al morsetto senza pensare di mettere in discussione la parola UN. Ho chiuso il telefono e ho mostrato a tutti ciò che già dall&#8217;inizio avevo preso: il secondo morsetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo alla D16 col motore arretrato. Telaio sì, telaio no, motore compatto, la V più stretta…tutte belle cose, ma troppo lunghe per essere realizzate domani mattina. Anche perché molte produzioni sono esternalizzate e ci sono precisi tempi di esecuzione e consegna. Occorrono altre idee, anche meno convenzionali, purché rispondano ai requisiti di un miglior bilanciamento finale, un costo limitato, una tecnologia applicabile all’interno dell’ azienda.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, perché dovrei aspettare il nuovo motore? Perché sarà più compatto e potrò spostarlo più facilmente verso avanti? E perché vogliamo spostarlo in avanti? Forse per avanzare il baricentro?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma allora, perché a parità di motore non proviamo a spostare peso, che alla fin fine è quello che determina il bilanciamento? Voglio dire, è pur vero che l’attuale centraggio deriva da un motore arretrato, ma per risolverlo dove sta scritto che devo per forza avanzare il motore? Solo perché si è sempre fatto così?</p>
<p style="text-align: justify;">Bè, per me non è una buona ragione. Il problema non è il motore ma il peso. E da buon tecnico cerco di sistemare al meglio il materiale che ho, indicando al progettista le soluzioni per risolvere il mio problema. Che resta quello di avanzare il peso, non per forza il motore. Ecco quindi che il discorso si sposta principalmente sul layout, ovvero sulla disposizione di ciò che c’è.</p>
<p style="text-align: justify;">Cercherò di portare avanti tutto ciò che dietro fa peso, compensando la posizione del motore attuale e fregandomene di rifarlo da zero. Certo, per il futuro farò la mia brava richiesta di un motore più compatto, ma ci vorranno mesi e nel frattempo devo sbucciarmela per domattina, non per l’anno prossimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi comincio ad analizzare il mezzo. E comincio a chiedermi cosa cavolo ci fa quel gruppo molla-ammortizzatore tra il motore e la ruota dietro: pesa una cifra e leva spazio a cose più importanti. E penso che in F1 è dagli anni sessanta che molla e ammortizzatore non stanno sulla ruota. E penso che nemmeno ci son più, quei pesanti molloni elicoidali, nella F1 attuale.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-full wp-image-15666 aligncenter" title="fed-sosp-04" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/08/fed-sosp-04.jpg" alt="fed sosp 04" width="590" height="333" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/fed-sosp-04.jpg 590w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/fed-sosp-04-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 590px) 100vw, 590px" />Quindi: a ogni braccio del forcellone vincolo un tirante che va verso il basso, agisce su un rinvio di forma triangolare che mi trasforma il movimento alto-basso in movimento orizzontale, lì ci vincolo la testa dell’ammortizzatore che, passando sotto il motore, ha l’altra testa  vincolata  alla parte anteriore del carter motore.  E il mollone, che ne impedirebbe l’alloggiamento in quanto di ingombro troppo elevato, sparisce: sostituito esattamente come in F1 da una bella barra di torsione, leggera e facilmente tarabile nel precarico (con vite senza fine, non so se avete presente) e nella costante elastica (con lo scorciamento o allungamento della parte di barra effettivamente interessata alla torsione).</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-15680 aligncenter" title="barra_02" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2012/08/barra_02.jpeg" alt="barra 02" width="575" height="400" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/barra_02.jpeg 575w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/08/barra_02-300x209.jpeg 300w" sizes="(max-width: 575px) 100vw, 575px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Ho già levato quei tre chili da dietro, portandoli avanti  e in basso.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto ho anche creato lo spazio per alloggiare la parte posteriore del serbatoio in miglior posizione che sotto la sella, laddove l’altezza dal suolo lo rende responsabile di un elevato trasferimento di carico (e quindi del sottosterzo).  Le eventuali centraline in coda prenderanno il posto del vecchio serbatoio nel sottosella e avrò ancora avanzato peso. Tutto fattibile in casa in qualche giorno, senza coinvolgere aziende esterne.  Tanto per cominciare, eh?</p>
<p style="text-align: justify;">Questione di layout, insomma.</p>
<p style="text-align: justify;">Basta così. <strong>Il resto ce lo riserviamo per le prossime settimane</strong> , vero Aseb?</p>
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		<title>La ragione dell&#8217;ing. Preziosi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jul 2012 14:02:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non voglio tornare sull’evidenza dei vantaggi di una struttura monoscocca in carbonio con motore portante rispetto al classico telaio, delta box o perimetrale che sia. Mi limito ad osservare che ci stiamo cacciando nello stesso ginepraio dal quale un gigante come Honda sta uscendo a stento solo oggi. Indovinate? Bravissimi, parliamo ancora di bilanciamento. In [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2012/07/31/la-ragione-delling-preziosi/">La ragione dell&#8217;ing. Preziosi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non voglio tornare sull’evidenza dei vantaggi di una struttura monoscocca in carbonio con motore portante rispetto al classico telaio, delta box o perimetrale che sia. Mi limito ad osservare che ci stiamo cacciando nello stesso ginepraio dal quale un gigante come Honda sta uscendo a stento solo oggi. Indovinate? Bravissimi, parliamo ancora di bilanciamento.</p>
<p style="text-align: justify;">In tanti hanno semplicisticamente pensato che il telaio classico fosse l’unica possibilità di provare nuovi centraggi mediante lo spostamento del motore all’interno di una ciclistica ben definita. Niente di più sbagliato, e occorre fare qualche piccola premessa per capirlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi ha lavorato all’interno di un box sa bene che il centraggio del motore, una volta individuato nel precampionato, non si tocca più. La distribuzione dei pesi viene realizzata tramite lo spostamento avanti/indietro della ruota posteriore nel forcellone: spostamento che è dell’ordine dei 5 centimetri e che permette all’intero centraggio un corrispondente spostamento relativo di  oltre due centimetri. Tanto per capirci ulteriormente: dato che il motore è solo una parte delle masse che determinano la posizione del baricentro, anche spostando il motore di tre centimetri gli effetti sul centraggio totale equivalgono ad una variazione nel baricentro di un solo centimetro.</p>
<p style="text-align: justify;">Per variare il centraggio totale di due centimetri e mezzo ricorrendo alla posizione del motore piuttosto che alla posizione della ruota posteriore, dovrei spostare il motore di  sette-otto centimetri. Semplicemente impossibile. Quelle del motore che si sposta sono leggende metropolitane da sfatare, e anche quando il progettista prevede una simile eventualità è bene sapere che lo spostamento consentito è molto contenuto. Per molte ottime ragioni che è assolutamente il caso di spiegare.</p>
<p style="text-align: justify;">Spostare il motore avanti/indietro (unico spostamento ragionevole, per quello in senso verticale si alza o abbassa tutta la moto) significa che gli scarichi non tornano, che i corpi farfallati non tornano e che la posizione della leva cambio non torna. Di conseguenza, anche laddove sia previsto, il motore ha possibilità limitatissime di spostamento, dell’ordine del centimetro. E’ pur vero che il leveraggio di comando cambio è adattabile facilmente, ma il problema del sistema di scarico e di aspirazione lo è molto meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è un’ulteriore ragione che impedisce grandi variazioni: per questioni di tiro catena il pignone uscita cambio e il perno del forcellone devono essere più vicini possibile. Uno straordinario prototipo-studio della Bimota di tanti anni fa adottava la soluzione ingegneristicamente corretta di allineare assialmente il fulcro della sospensione all’uscita cambio, ed era solo una delle tante idee concretizzate in quel modello. Per esempio, quando tutti adottavano ancora i cerchi da 18 pollici fu anche la prima moto da corsa ad avere i 16 pollici, dando il via a tutta la scuola di supersportive fine anni 80 che all’avantreno si convertirono in massa a quella misura.</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo al tiro catena. Spostare il motore in avanti di oltre un centimetro impone nei fatti il rifacimento di un nuovo telaio con diversi attacchi per scarichi e gruppi iniezione ma soprattutto con piastre posteriori più avanzate in modo da poter conservare tra il fulcro del forcellone e il pignone uscita cambio quella distanza che il progettista ha calcolato. La Honda fa i telai in casa, ha risorse economiche e tecniche tali da poterselo permettere. La Ducati no: i telai son fatti da ditte esterne, ci son tempi di consegna, e forse anche economicamente non può permettersi una “serie di telai” abbastanza ampia per poter condurre le relative prove. Nei fatti, una moto col telaio può essere modificata solo in tempi troppo lunghi per una piccola casa. E quello che pareva la panacea per tutti i mali si è rivelato essere un autentico boomerang.</p>
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		<title>Sindrome compartimentale dello sportivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 08:44:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La situazione fisica dell&#8217; avambraccio  di Casey  non è  delle più semplici e non va assolutamente minimizzata, per questo riprendo un&#8217; ottima descrizione medica della &#8220;Sindrome compartimentale dello sportivo&#8221; in modo che tutti, se interessati,  capiscano a che cosa va incontro e quali difficoltà incontra ed incontrerà Casey nella guida di una MotoGP che non [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La situazione fisica dell&#8217; avambraccio  di Casey  non è  delle più semplici e non va assolutamente minimizzata, per questo riprendo un&#8217; ottima descrizione medica della &#8220;<strong>Sindrome compartimentale dello sportivo</strong>&#8221; in modo che tutti, se interessati,  capiscano a che cosa va incontro e quali difficoltà incontra ed incontrerà Casey nella guida di una MotoGP che non è assolutamente un evento da prendere alla leggera per quello che riguarda gli sforzi muscolari spesso eccessivi nelle durata di una gara.  Fate voi stessi un test , stendete un braccio in tutta la sua lunghezza ruotato con il palmo della mano in su  e con un foglio di carta sopra tenetelo fermo,  poi dopo dieci minuti in questa posizione ditemi come vi sentite, vi siete avvicinati ad un pilota di MotoGP.</p>
<p style="text-align: justify;">Un dolore  sordo e crampiforme prende la parte interessata sotto sforzo muscolare, così forte da richiedere l&#8217;immediata sospensione dell&#8217;attività sportiva.  In altre parole si presenta come  <strong>contrattura dolorosa di tutto l’avambraccio</strong> con parziale o totale impossibilita’ di chiudere la mano e mantenere la presa del manubrio con dolore ed insensibilita’ delle dita.</p>
<p style="text-align: justify;" align="justify">Potrebbe essere un segno di <strong>sindrome compartimentale acuta. </strong>Se poi il dolore regredisce rapidamente in pochi minuti di riposo la diagnosi è quasi confermata. Si tratta infatti si una sindrome frequente nello sportivo. La sindrome compartimentale dello sportivo, sfugge infatti a tutti gli esami diagnostici tradizionali, compresa la R.M.N. e la T.A.C. L&#8217;unico esame in grado di diagnosticarla è la misurazione diretta della pressione intramuscolare prima, durante e dopo l&#8217;esercizio fisico. Si tratta di una sofisticata manometria che si compie sotto guida ecocolordoppler solo nei centri di medicina dello sport più all&#8217;avanguardia e attrezzati. Il doloroso disturbo è scatenato da un aumento eccessivo della pressione dei liquidi interstiziali nella loggia muscolare . Sono più esposti a sviluppare la sindrome sportivi  e quanti sottopongono l&#8217;arto a sforzi intensi e ripetuti in un arco breve di tempo.</p>
<p style="text-align: justify;" align="justify">Durante l&#8217;attività sportiva infatti il muscolo a causa dell&#8217;aumento di afflusso di sangue aumenta del 20-30 % il suo volume iniziale e la pressione interna subisce un brusco rialzo da 0-15 mm di mercurio a 30-40 mm di mercurio. Si tratta di un fenomeno fisiologico che si accompagna ad un progressivo adattamento della fascia muscolare: la struttura fibrosa che avvolge e contiene il muscolo. Non sempre: a volte l&#8217;aumento di volume del muscolo e della sua pressione interna non sono accompagnati da un elastico aumento di volume della fascia muscolare. Di qui la stasi capillare e linfatica che fanno impennare la pressione intramuscolare fino a picchi di 70-80 mm di mercurio. Tanto basta a bloccare la circolazione del sangue e a far accumulare acido lattico e molecole di scarto del metabolismo energetico nelle fibre muscolari. Si scatena così il dolore violento che costringe alla immediata sospensione dell&#8217;attività sportiva in corso. Tuttavia bastano tipicamente pochi minuti di riposo per far regredire completamente il dolore e dare allo sportivo l&#8217;illusione che tutto sia a posto e che sia pronto a ricominciare il suo utilizzo. Un errore, perche i sintomi si ripresentano puntualmente ogni volta che l&#8217;esercizio raggiunge una soglia di intensità critica che scatena nuovamente l&#8217;aumento della pressione intramuscolare, la congesione vascolare e l&#8217;inevitabile dolore che costringe lo sportivo a fermarsi di nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;" align="justify">La sindrome compartimentale  dello sportivo, inizialmente si giova del riposo e delle comuni fisioterapie e  delle terapie con antinfiammatori, ma con il tempo tende a cronicizzare e viene scatenata da sforzi muscolari sempre più blandi fino a persistere anche a riposo. Un problema che colpisce prevalentemente la loggia muscolare anteriore della gamba, ma che con frequenza inferiore puo interessare anche le altre logge muscolari ( mediale, laterale e posteriore della gamba) e più raramente la coscia, l&#8217;avambraccio, il piede e la mano.<br />
Esiste una sola terapia: la fasciotomia chirurgica. Si tratta della sola opzione di trattamento che permette una risoluzione completa dei sintomi e un ritorno dello sportivo al precedente livello di prestazione. Si può fare in anestesia periferica ( addormentando solo la parte interessata) e per via minimamente invasiva: attraverso quattro incisioni cutanee millimetriche, si introduce sottopelle tra la fascia muscolare e il muscolo stesso una sonda ottica e un bisturi retrogrado. Sotto il controllo ottico della telecamera la fascia muscolare viene recisa per tutta la sua lunghezza. Tanto basta a decomprimere il muscolo e a restituirgli tutto lo spazio di cui necessità quando sotto sforzo aumenterà di volume. L&#8217; utilizzo del muscolo interessato  è concessa gia in prima giornata post-operatoria, ed è incoraggiato un ritorno rapido  alle attività sportive.</p>
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		<title>Problemi di setting?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 20:43:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Aprofitto per pubblicare un commento e delle considerazioni interessanti di Federico: Passato Losail, proviamo a ragionare a ruote ferme. E’ stato un disastro per Rossi, ma proprio la differenza tra la sua prestazione e quella dei suoi compagni di marca ci può fornire qualche utile indicazione per analizzare il comportamento della Ducati GP12. Diciamo subito [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Aprofitto per pubblicare un commento e delle considerazioni interessanti di Federico:</p>
<p>Passato Losail, proviamo a ragionare a ruote ferme. E’ stato un disastro per Rossi, ma proprio la differenza tra la sua prestazione e quella dei suoi compagni di marca ci può fornire qualche utile indicazione per analizzare il comportamento della Ducati GP12.</p>
<p>Diciamo subito che tutta la demotivazione del mondo non basta a giustificare la posizione sul traguardo di un pluricampione del mondo. Una débacle di questa portata può però esser stata causata dalla differenza di setting tra le Ducati in pista. Vediamo cosa può essere successo partendo dal succo delle dichiarazioni degli stessi piloti:</p>
<p>Nicky  &#8211; <em>sono rimasto un po’ imbottigliato anche perché non ero molto efficace in frenata ma, andando avanti nella gara, sono riuscito a gestire bene le gomme e a guidare più forte.</em></p>
<p>Valentino &#8211; <em>in percorrenza e in uscita l’avantreno si alleggerisce come se da dietro il motore spingesse troppo, con la gomma posteriore consumata andiamo un po’ meglio ed è curioso.</em></p>
<p>L’avantreno di Rossi, in sostanza, si caricava meglio in frenata ma poi si alleggeriva in accelerazione. Logico pensare ad un assetto più alto, con maggiori trasferimenti dinamici, nel presumibile tentativo di sfruttare la sua indiscutibile abilità in fase di frenata e di inserimento. Per contraltare, in uscita allargava le traiettorie col serio rischio di perdita dell’avantreno, trasferendo tanto carico al retrotreno che la derapata, a maggior ragione con la gomma nuova, era impossibile: e senza slittamento l’antispin non poteva intervenire, lasciando alla sola sensibilità del polso destro il compito di dosare la spinta fuori dalle curve. Insomma, il motore appariva troppo brusco, spingeva troppo, e l’elettronica sembra inefficace. In queste condizioni Rossi, pur con la massima perizia, non poteva certo ottenere la regolarità sul giro di Hayden che, assistito dall’elettronica, otteneva il sesto posto su un mezzo meno stressante e più equilibrato, pur lievemente inferiore in frenata.</p>
<p>Tutti ricordiamo le prime foto ufficiali di Rossi sulla GP12, grandi traversi in accelerazione e comportamento più sincero, con assetto basso. “Divertente” disse Rossi all’epoca “adesso sento molto meglio l’avantreno”. Cosa confermata da tutti i piloti Ducati. Resta da capire il motivo per cui il suo team ha azzardato un settaggio tanto estremo per la gara. Settaggio che il cronometro ha giudicato errato. La mia personale ipotesi è che si sia provato a sparigliare, a far qualcosa di diverso nel tentativo forse poco ragionato di andare oltre la lotta per il quarto posto che, con un settaggio più ortodosso, sarebbe stata la massima ambizione possibile. In altre e più semplici parole, se la son tentata. E se è vero che Burgess è uno specialista delle genialate del warmup, è anche vero che l’azzardo, anche valutato a tavolino, era davvero enorme. E’ evidente che nemmeno un quarto posto può bastare né a Rossi né alla Ducati, ma forse sarebbe stato meglio cominciare il campionato in sordina piuttosto che andare allo sbaraglio col rischio di finire ultimi e di azzerare le speranze dei tifosi. A mio modesto avviso non era il momento giusto per le scommesse. Occorreva partire dai punti fermi, dagli equilibri, dalle certezze. Piccole, ma indispensabili. La Ducati non frena come la Yamaha, embè? Ha tanti di quei cavalli che può passare comodamente in rettilineo, come nel 2007 (“siamo sicuri che sia 800?” disse Valentino). Purché in uscita di curva si possa aprire gas, derapare e controllare con l’elettronica. Qualcuno, all’epoca, lo chiamò “vincere facile”. Applichiamolo, grazie.</p>
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		<title>Parliamo di compositi in carbonio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 06:46:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che cosa sono i compositi in fibra di carbonio ? Tutti li conoscono di nome, spessissimo associato alle F1, pochi sanno veramente come sono fatti e perchè vengono utilizzati. In questa serie di articoli cercherò di banalizzare concetti magari complessi di chimica e di strutture composite ma sopratutto vi voglio fare vedere come voi stessi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/02/parafango_post..jpg"><img decoding="async" class="wp-image-10652 aligncenter" title="parafango_post." src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/02/parafango_post..jpg" alt="parafango post." width="492" height="357" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/02/parafango_post..jpg 706w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/02/parafango_post.-300x218.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/02/parafango_post.-696x506.jpg 696w" sizes="(max-width: 492px) 100vw, 492px" /></a></p>
<p>Che cosa sono i compositi in fibra di carbonio ? Tutti li conoscono di nome, spessissimo associato alle F1, pochi sanno veramente come sono fatti e perchè vengono utilizzati. In questa serie di articoli cercherò di banalizzare concetti magari complessi di chimica e di strutture composite ma sopratutto vi voglio fare vedere come voi stessi potete farvi dei pezzi appunto in fibra di carbonio.</p>
<p align="JUSTIFY">Le fibre di carbonio sono ottenute da un materiale base di fibra organica come il poliacrilonitrile e materiale cellulosio come il bitume. Tale materiale in soluzione viene passato in una filiera, ottenedo dei fili. Segue il riscaldamento prolungato a 220 °C in atmosfera ossidante che serve a modificare la catena polimerica rendendola ad anelli chiusi ed allineati.</p>
<p align="JUSTIFY">Le fibre, che si presentano nere e rigide vengono sottoposte ad una carbonizzazione a 1000 – 1500 °C in atmosfera inerte, cui segue una grafitizzazione a 2000 – 3000 °C. Durante tali procedimenti le fibre sono tenute in tensione in modo da orientarne i cristalli grafitici ed aumentarne la resistenza.</p>
<p>La fibra di carbonio è  quindi una seria di atomi di garfite legati insieme a formare una lunga catena che diviene una fibra con caratteristiche di estrema rigidità, robustezza e anche, non dimentichiamolo, leggerezza. Il materiale appunto definito fibre di carbonio è disponibile in varie forme , quello che interessa di più a noi e sotto forma di stoffa, strano a dirsi di origine relativamente recente in campo materiali in quanto la prima stoffa di carbonio fu prodotta nel 1969.  In genere le stoffe sono di due tipi :</p>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10645" title="Plain3kWeave" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/02/Plain3kWeave.jpg" alt="Plain3kWeave" width="150" height="132">                         <img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10646" title="TwillWeave" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/02/TwillWeave.jpg" alt="TwillWeave" width="150" height="133"></p>
<p style="text-align: center;">                             Stoffa a fili incrociati                    Stoffa a fili intrecciati tipo il twill inglese</p>
<p>Le fibre di carbonio sono molto resistenti in estensione ma hanno bisogno di quella che si chiama una matrice per prendere la forma voluta e sopratutto mantenerla nel tempo. In genere la matrice che si usa sono le resine epossidiche, anche chiamate resine a due componenti, un componente è la base l&#8217;altro componente è il catalizzatore che fa divenire la base durissima, ovviamente  mischiati con rapporto volumetrico a specifiche del produttore.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/02/epoxy-matrix.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-10647 aligncenter" title="epoxy-matrix" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2012/02/epoxy-matrix.jpg" alt="epoxy" width="300" height="162"></a></p>
<p style="text-align: center;">Matrice di resina e fibre di carbonio</p>
<p>Le resine epossidiche vengono rinforzate dalla fibra di carbonio creando così quello che si chiama una materiale composito.</p>
<p>Esiste un altro gruppo di resine che si usano in certe circostanze per formare dei compositi che sono le resine di poliestere, non le prenderemo in considerazione in quanto non molto indicate per il tipo di prodotto che vogliamo fare. Giusto come informazione generale  le resine epossidiche hanno la caratteristica di riempire tutti gli spazi vuoti della matrice di stoffa di fibra di carbonio mentre le resine di poliestere hanno la caratteristica di seguire la direzione della fibra e non necessariamente riempire tutti gli spazi vuoti, quindi il loro utilizzo nel produrre dei componenti  sotto l&#8217;aspetto del processo di costruzione  è  alquanto diverso.</p>
<p>I compositi di fibra di carbonio e resine epossidica hanno la caratteristica strutturale di estrema rigidità che si misura in MSI , tanto per fare dei paragoni un composito di carbonio ha il doppio della rigidità di un similare pezzo in alluminio ma addirittura 10 volte di più  dello stesso pezzo in alluminio se il pezzo in  matrice resina e fibra di carbonio viene riscaldate e formate sotto vuoto in autoclave. In percentuale si può dire che un laminato di fibre di carbonio  ha una rigidità sul rapporto  peso-rigidità di circa il 18% rispetto l&#8217;alluminio (parliamo di duralluminio di alta qualità)  e del 14% rispetto all&#8217;acciaio.  I laminati in fibra di carbonio possono essere facilmente rinforzati nei punti più importanti e critici , cosa che non sempre è possibile con l&#8217;alluminio o l&#8217;acciaio. In conclusione i compositi in carbonio sono più duttili per il progettista lasciandogli maggior spazio di manovra su forme complesse.</p>
<p>I compositi di fibra di carbonio danno al progettista un variazione di disegno nello sviluppo di parti che richiedono una grande rigidità e robustezza unita ad un peso estremamente contenuto. Non a caso troviamo i compositi in carbone nel campo aeronautico,  nelle strutture militari, robotica, turbine a vento, negli sport estremi, non ultimo i compositi in carbonio presentano anche la caratteristica di superfici lisce e di bellissimo effetto estetico.</p>
<p>Il contro dei prodotti compositi sta proprio nella loro rigidità strutturale che ne danno doti di resistenza straordinarie ma ha anche la brutta abitudine di cedere di colpo, cioè resiste molto alle sollecitazioni ma quando se ne supera la soglia di resistenza il risultato è catastrofico. Questa caratteristica ben conosciuta dai  progettisti  fa si che la progettazione deve tenere molto in conto gli sforzi che subisce un pezzo composito sopratutto nella fase di disegno e definizione delle  specifiche strutturali in ottica di sicurezza.</p>
<p>Va anche considerato che per produrre delle parti in fibra di carbonio è necessario del personale altamente specializzato dei macchinari e strumenti costosi, sopratutto se si vuole ottenere assemblaggi e parti altamente ottimizzati.</p>
<p>Per concludere questa prima carellata sulle proprietà dei materiali compositi in carbonio paragonandoli ai metalli va ricordato che i metalli hanno caratteristiche di omogeneità su tutto il pezzo prodotto quindi identiche in qualsiasi punto del pezzo, in più i metalli hanno anche proprietà isotropiche cioè le caratteristiche strutturali  , flessione, resistenza etc sono omogenee in qualsiasi direzione del pezzo.</p>
<p>Paragonando lo stesso pezzo fatto in composito di carbonio le sue linee di  forza sono  assiali, cioè seguono,  la direzione delle fibre di carbonio, quindi la direzione delle fibre ha un impatto significativo in base a come vengono orientate per definire la solidità del tutto.</p>
<p>In generale  i compositi in fibra di carbonio non hanno caratteristiche di omogeneità e tanto meno hanno proprietà isotropiche.  Da questa considerazione acquista notevole importanza la disposizione dei tessuti in fibra di carbonio orientandoli  l&#8217;uno rispetto gli altri per definire le caratteristiche meccaniche del pezzo che si vuole produrre.  In senso pratico non si ha un laminato in fibra di carbonio con una singola stoffa ma al minimo ne sono necessarie due una sovrapposta e ruotata rispetto l&#8217;altra.  Questa considerazione la faccio in quanto nel momento che cominceremo a fare i nostri pezzi dovremo tener presente questa caratteristica interessante.</p>
<p>Qui lo scrivo subito, i pezzi che vi insegnerò a costruire non necessariamente avranno caratteristiche meccaniche rilevati per quanto riguarda la loro resistenza agli sforzi ma saranno pezzi che vanno a sostituire gli originali sulla nostra moto con un effetto ottico da MotoGP ed ovviamente maggiormente leggeri degli originali in genere in abs o plastica.  Fare dei pezzi con caratteristiche strutturali di resistenza e di durata esula da questi articoli in quanto materia complessa che richiede dei calcoli strutturali specifiche ed una sperimentazione successiva del pezzo prima del suo reale utilizzo come parte strutturale.</p>
<p>Vi assicuro che farsi dei pezzi in casa in composito di carbonio vi darà una bella soddisfazione.</p>
<p>Il prossimo articolo  tratterà di tutta la strumentazione necessaria , dei prodotti , materiali etc che sono necessari e purtroppo di una nota dolente : il costo &#8230;   purtroppo è un hobby costoso questo ve lo dico subito.</p>
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		<title>Freni a disco &#8211; ultima parte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 07:35:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ne avevamo già accennato nella prima parte adesso riprendiamo il discorso delle anomalie che si possono avere nell&#8217;utilizzo dei freni a disco. La centratura corretta delle pinze dei freni è molto più  importante  anche se abbiamo pinze  a doppia azione, cioè pistoncini che spingono da entrambe le parti del disco le pastiglie contro il medesimo, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ne avevamo già accennato nella prima parte adesso riprendiamo il discorso delle anomalie che si possono avere nell&#8217;utilizzo dei freni a disco.</p>
<p>La centratura corretta delle pinze dei freni è molto più  importante  anche se abbiamo pinze  a doppia azione, cioè pistoncini che spingono da entrambe le parti del disco le pastiglie contro il medesimo, sia che il disco come ormai su tutte le moto sia del tipo flottante , quindi autocentrante.  Di fatto anche se ben disegnati i freni a disco e sopratutto le pinze subiscono  l’applicazione della pressione idraulica che  comunque  tende a portare fuori dal suo asse la pinza.</p>
<p><strong>Ci sono due azioni fondamentali in questa  situazione, la forza che spinge verso le pastiglie i pistoncini ed una sua componente che spinge dall&#8217;altra parte creando  la distorsione ed il disallineamento della pinza:</strong></p>
<p>Distorsione : le forze idrauliche (notevoli) non solo spingono i pistoncini  contro le pastiglie dei freni che tendono a fermare le forze che fanno ruotare i  dischi, ma sono applicate anche nella direzione opposta nel tentativo di aprire in due la pinza stessa. Non so se vi è chiaro il concetto, ma quando si preme sulle pastiglie c&#8217;è anche una forza che ritorna indietro in quanto non è che le pastiglie siano molli e tanto meno lo è il disco, quindi la forza idraulica spinge anche sulle pinze in direzione opposta delle pastiglie e questo fa si che si crei una componente che disallinea la pinza stessa.</p>
<p>Disallineamento: questo fenomeno si chiama tecnicamente “clamshell effect”. Si identifica guardando le pastiglie che presentano una superfice  dal basso verso l’alto consumata in modo non omogeneo, in pratica più consumato sul basso che sull’alto della pastiglia, quindi la pastiglia ad un attento esame non ha più lo stesso spessore durante il suo uso su tutta la lunghezza della sua superficie. Purtroppo se questo avviene data la distorsione della pinza stessa sotto la spinta inversa dei pistoni si ha un problema di non rientro rapido dei pistoni quando si lascia andare il freno e la moto continua ad essere frenata per un certo tempo con ulteriore consumo delle pastiglie e del disco stesso.  Attenzione questo effetto non ha nulla a che vedere dove e’ montata la pinza sia essa radiale o no.  Lo si risolve creando  una pinza con la parte superiore estremamente massiccia in modo che contrasti queste forze opposte  e non si distorce.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/img_bike_caliper01.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-8690 aligncenter" title="img_bike_caliper01" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/img_bike_caliper01.jpg" alt="img bike caliper01" width="585" height="330" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/img_bike_caliper01.jpg 585w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/img_bike_caliper01-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 585px) 100vw, 585px" /></a></p>
<p>Adesso avete capito perchè la pinza dei freni è così spessa sulla sua parte superiore e non su quella inferiore , non è fatto per un fattore di leggerezza  irrobustirla nella parte inferiore quella  più interna al disco non servirebbe a nulla va irrobustita sulla parte esterna dove ci sono le pastiglie e sopratutto sopra alle medesime..</p>
<p><strong> Posizione di montaggio della pinza.</strong></p>
<p>Chiaramente una pinza montata in modo più  solido, appunto le radiali, contrasta in modo deciso la distorsione di tutto l’insieme di pinza, pistoni, pastiglie e freni a disco, incluso il mozzo della ruota e non ultimi i gambaletti che sorreggono il tutto. Adesso cominciate a capire il perchè.</p>
<p>Le pinze radiali praticamente aiutano ad eliminare la torsione dei gambaletti  e quindi  del mozzo della ruota e quindi dei dischi praticamente tutto l&#8217;insieme del sistema frenate resta ben allineato. Il tutto si traduce per il pilota in un rientro istantaneo dei pistoni e delle pastiglie in rilascio dei freni con tutto vantaggio per una guida più precisa.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/Radial_Caliper.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-8691 aligncenter" title="Radial_Caliper" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/Radial_Caliper.jpg" alt="Radial Caliper" width="320" height="240" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/Radial_Caliper.jpg 320w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/Radial_Caliper-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/Radial_Caliper-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 320px) 100vw, 320px" /></a></p>
<p>L&#8217;immagine riprende due pinze radiali della Nissin riconoscibili dai cilindretti che stanno sotto che servono per attaccarle la loro supporto al gambaletto della sospensione su quattro punti, notare la composizione massiccia della parte superiore e la relativa esiguità degli attacchi inferiori che ripeto non in vengono coinvolti dalle forze idrauliche, ma solo dalle forze di trascinamento del sistema disco, mozzo ruota.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dischi “farfallati” che vanno di moda e i buchi sui dischi.</strong></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/Motorcycle-Brake-Disc.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-8692 aligncenter" title="Motorcycle-Brake-Disc" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/Motorcycle-Brake-Disc.jpg" alt="Motorcycle Brake Disc" width="437" height="437" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/Motorcycle-Brake-Disc.jpg 599w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/Motorcycle-Brake-Disc-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/Motorcycle-Brake-Disc-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 437px) 100vw, 437px" /></a></p>
<p>Mi spiace per quelli che se li sono montati ma lascerei perdere i dischi con quei bei disegni ad ali di farfalla od altro  io li chiamo appunto &#8220;farfallati&#8221; poi hanno anche altre pittoresche definizioni ,  sono la peggior soluzione per le nostre  pinze e per  le nostre pastiglie.  Praticamente se utilizzati  su delle pastiglie piuttosto lunghe, spinte da 2 o 3 pistoncini, nel momento che la pastiglia frena sul vuoto cioè sulla parte mancante del disco crea la base per una distorsione creata appunto dalla parte mancante del disco ci sono tutte  le premesse per delle reazioni alquanto negative.  Morale montatele pure sugli scooter ma se volete girare in pista  dei bei dischi in acciaio inossidabile, flotanti e bucherellati  sono molto ma molto meglio e pazienza per la perdita del look.  D&#8217;altra parte se fossero la soluzione ideale non vi pare che li userebbero tutti sulle MotoGP _</p>
<p>Il nostro bel  disco e il disegno  dei buchi sullo stesso sono progettati per pulire continuamente le pastiglie in modo omogeneo  e non per solo scaricare l’acqua quando piove come molti credono. I buchi fanno da sistema di pulizia consentendo lo scarico delle polveri create mentre si frena dal materiale di abrasione delle pastiglie, vi ricordo  che tale polveri sono dannose evitate di soffiarle via dalle pinze, ci sono liquidi appositi per la pulizia delle  medesime.   Quello che ogni tanto vedete in TV quando una F1 si ferma per cambiare gomme e per fare benzina se danno anche una soffiata ai dischi , anche se raramente, lasciatelo fare a loro voi non lo fate.</p>
<p>Per concludere sulle distorsioni, ovviamente più si aumentano il numero dei pistoncini e  di conseguenza si aumenta la lunghezza anche delle pastiglie il rischio della distorsione aumenta in proporzione, quindi  trovatevi un meccanico bravo che vi sappia veramente allineare bene i freni con il disco ed il mozzo della vostra beneamata.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/286820-821_small.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-8693 aligncenter" title="286820-821_small" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/286820-821_small.jpg" alt="286820 821 small" width="354" height="321" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/286820-821_small.jpg 354w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/286820-821_small-300x272.jpg 300w" sizes="(max-width: 354px) 100vw, 354px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Pinze a sei pistoni HI-MAX , non sono radiali e sono estremamente potenti.</p>
<p>Per finire parliamo un attimo delle pastiglie che cosa e’ meglio  montare sinterizzate o quelle normali “organiche”  mix di kevlar-carbon ed altri materiali ?</p>
<p>Le pastiglie organiche sono fatte da un insieme di fibre quale per esempio il kevlar,  le sinterizzate sono fatte di metalli fra i quali il rame resi durissimi dalla temperatura di cottura e dalla pressione che si applica quando le cuociono. Il materiale sinterizzato è una specie di pasta  che una volta cotta e sotto pressione volatilizza certi suoi componenti facendo si che la sagoma del materiale frenante si riduca sia si spessore che di grandezza ma facendo questo diventa estremamente compatta e durissima sempre restando abrasiva.</p>
<p>Per prima cosa dovete essere sicuri del materiale di cui sono fatti i vostri dischi : ferro ? Acciaio inox ?</p>
<p>Come regola generale se i freni sono di acciaio inox allora non ci dovrebbero essere  problemi utilizzate pure le sinterizzate, l’inox e’ molto più duro dei dischi in ferro.</p>
<p>Purtroppo  questo e’ un argomento abbastanza complesso perchè ci sono parecchi fattori che  giocano, la verità è che le pastiglie sinterizzate lavorano a temperature molto più alte quindi per non correre pericoli bisognerebbe conoscere la temperatura massima consentita dal costruttore del disco, passata quella, il disco surriscalda si distorce e le pastiglie sinterizzate se lo mangiano allegramente.</p>
<p>Nella categoria delle  sinterizzate oggi si trovano anche quelle in carbonio di derivazione F1, ecco su queste fate attenzione perchè anche se avete dei bei dischi in INOX li distruggono in pista molto rapidamente, certo le frenate sono spettacolari,  chiedere a Smeriglio che ha fatto esperienza.  Sinterizzate in rame tutto bene, in carbonio occhio controllate le specifiche dei dischi  che dovrebbero almeno aver subito un processo criogenico di trattamento per indurirli di più e sopratutto stabilizzarli ad alte temperature per evitare distorsioni.</p>
<p>Qui vi lascio alle vostre frenate sperando che ne sapete molto di più  e che  quando  rivedrete , Lorenzo, Stoner e tutti gli altri piantare quelle incredibili staccate adesso sicuramente sapete perchè si può  in duecento metri  passare da 340 km-h a 70 km-h !!!!!</p>
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		<item>
		<title>Come funzionano i freni a disco (seconda parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 20:19:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella prima parte abbiamo descritto prevalentemente un articolo sulle MotoGP odierne ed i loro incredibili freno a disco in carbonio; adesso torniamo sul seminato e parliamo dei vari componenti che fanno il sistema frenante delle moto, visto che poi sono esattamente come quelli sulle nostre moto. Ecco un&#8217;immagine schematica di come è fatto il circuito [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Nella <a href="https://www.giornalemotori.com/2011/10/29/tecnica-dei-freni-motogp/">prima parte</a> abbiamo descritto prevalentemente un articolo sulle MotoGP odierne ed i loro incredibili freno a disco in carbonio; adesso torniamo sul seminato e parliamo dei vari componenti che fanno il sistema frenante delle moto, visto che poi sono esattamente come quelli sulle nostre moto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco un&#8217;immagine schematica di come è fatto il circuito idraulico dei freni a disco di una moto :</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="619" height="600" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/Hydraylic_diagram.jpg" alt="Hydraylic diagram" class="wp-image-8285" title="Hydraylic_diagram" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/Hydraylic_diagram.jpg 619w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/Hydraylic_diagram-300x291.jpg 300w" sizes="(max-width: 619px) 100vw, 619px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Descriviamo brevemente i componenti:</p>



<p class="wp-block-paragraph">1 &#8211; Pompa o cilindro principale sul manubrio con la leva che lo spinge, creano una pressione idraulica che tramite il tubo di raccordo raggiunge la pinza che sta inserita sul freno a disco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">2 &#8211; Il tubo di raccordo è di piccolo diametro, flessibile,&nbsp; i migliori sono inguainati da una maglia in acciaio,&nbsp; si trovano anche di diversi colori. La copertura esterna in maglia di acciaio serve per evitare che il tubo che è comunque in gomma si dilati facendo un effetto polmone e riducendo la pressione in frenata, comunque rendendo la frenata anomala. Di tubi ce ne sono due uno per ogni pinza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">3 &#8211; Pinza del&nbsp; freno con al suo interno a sua volta un pistone o un insieme di pistoni, posso essere fino a tre, che spinti dalla pressione del liquido chiudono il disco contro le due pastiglie frenati che sono libere di flottare. Il pistone scorre in un cilindro ricavato nella pinza e come tenuta ha un giunto del tipo o-ring, che va cambiato ogni&nbsp; volta che&nbsp; si fa una pulizia generale alle pinze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Facendo una buona pulizia&nbsp; i vostri freni resteranno sempre in ottima efficienza così come quando erano nuovi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">4 &#8211; Liquido frenante del tipo DOT 4. Il liquido è trasparente invecchiandosi cambia colore e quindi va sostituito subito. Cambia colore anche se assorbe dell&#8217;umidità, non a caso è altamente consigliato quando si cambia il liquido di usarne uno nuovo e buttare il rimanente e non tenerlo da parte perchè assorbe umidità molto rapidamente.&nbsp; Tutto considerato non è che costa tanto e ne serve abbastanza poco quindi è uno spreco che va a tutto vantaggio della propria sicurezza.&nbsp; Per chi non lo sapesse ricordo che il DOT 4&nbsp; è corrosivo non fatelo finire su nessuna parte della moto,&nbsp; per terra va bene, sulle mani non tanto, ma mai sulle parti metalliche, plastiche o verniciate della moto perché le corrode.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta che si rilascia il freno il pistone principale viene richiamato da una molla che crea un effetto di risucchio del liquido che tira indietro il pistone della pinza che schiacciava le pastiglie che frenavano il disco e la moto. Il rientro del pistone è minimo ma abbastanza per sganciare le pastiglie dal disco ed annullare l&#8217;effetto frenante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo rientro del pistoncino della pinza è fondamentale in quanto deve rientrare ma nemmeno troppo, pronto per riprendere il contatto frenante non appena tiriamo nuovamente la leva senza lasciare della corsa a vuota sulla leva medesima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il pistoncino (o pistoncini) nella pinza sono sporchi o il giunto di tenuta o-ring non consente più al pistoncino di scorrere, le pastiglie restano appoggiate al disco consumandosi in fretta e surriscaldando&nbsp; anche il disco che come conseguenza si può anche distorcere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Innanzitutto un&#8217; importane informazione su quando si sono cambiate le pastiglie delle pinze,&nbsp; che forse pochi sanno come fare, anche se di per se è un&#8217; operazione molto semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">1.&nbsp; Sollevare la moto con il cavalletto anteriore o organizzatevi per aver la parte anteriore sollevata da terra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">2. Allentare le pinze dove abbiamo già inserito le nuove pastiglie e avvitarle in posizione a mano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">3. Tirare la leva del freno e mantenerla tirata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">4. Serrare le pinze con la chiave dinamometrica&nbsp; alla&nbsp; coppia di serraggio indicata dal costruttore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">5. Mollare la leva e verificare lo scorrimento che deve essere libero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo perché è di fondamentale importanza che le pastiglie ed il disco lavorino perfettamente allineati; se così non fosse nel momento che usiamo i freni si causerebbe una distorsione del disco ed anche una distorsione della pinza che non lavorerebbe&nbsp; più allineata al disco e tenderebbe quindi a trascinare la sospensione anteriore fuori allineamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato sarebbe un effetto prolungato di&nbsp; frenata anche quando abbiamo rilasciato la leva del freno, perché la distorsione assiale sia della forcella che della pinza non consentirebbero più un soddisfacente allontanamento delle pastiglie dal disco che quindi continuerebbe ad essere frenato. Sono casi limite quindi non aspettatevi che succeda poi tanto facilmente sulla vostra stradale, ma almeno adesso sapete il perché.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La procedura elencata è semplice, ma se siete dei fanatici come il sottoscritto, potete anche allentare i bulloncini&nbsp; che fermano&nbsp; l&#8217;asse anteriore della ruota e allentare anche il bullone dello stesso asse, quindi serrarli dopo aver allineato le pinze. Non è che sia&nbsp; strettamente necessario, ma nel caso avrete anche allineato il piedino della sospensioni con il gambaletto della sospensione, l&#8217;asse della ruota, dischi e pinze tutti insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un controllo banale è quello di verificare che l&#8217;asse che scorre fra i gambaletti e la ruota scivoli al suo posto facilmente il che sta ad indicare che la forcella è ben allineata anche sulle piastre superiori e i due gambaletti con le loro canne e tutta la forcella giacciono sullo stesso piano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Leva del freno che aziona la pompa idraulica, vediamo come funziona una pompa normale&nbsp; (non radiale) :</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="1374" height="603" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/pompa-normale.gif" alt="pompa normale" class="wp-image-8286" title="pompa normale"></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;immagine in movimento ho esagerato il fattore di distorsione per far meglio comprendere come funziona una pompa normale rispetto una radiale :</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dalle due immagini si dovrebbe rilevare che la pompa normale lavora in modo obliquo, mentre spinge il pistoncino idraulico,&nbsp; per di più il movimento&nbsp; comporta anche una leggera distorsione assiale che sull&#8217;immagine è ovviamente esagerata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pompa radiale invece lavora in&nbsp; modo perfettamente assiale e centrale sul pistoncino idraulico senza fargli subire alcuna distorsione. La differenza di funzionamento si traduce per la radiale&nbsp; in un vantaggio sulla progressività della frenata, più un vantaggio di pressione idraulica e tutto considerato la radiale si usura anche di meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A loro volta esistono anche le pinze trasversali&nbsp; e le pinze radiali :</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="425" height="499" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/foto_2_new.jpg" alt="foto 2 new" class="wp-image-8301" title="foto_2_new" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/foto_2_new.jpg 425w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/foto_2_new-300x352.jpg 300w" sizes="(max-width: 425px) 100vw, 425px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Pinza trasversale a due pistoni, il punto di aggancio è superiore e lì si applicano le forze di quando si frena. Per far capire meglio ho evidenziato in rosso e giallo,&nbsp; le componenti delle forze nelle tre direzioni, si dovrebbe capire che&nbsp; subisce una distorsione creata anche dall&#8217;effetto di trascinamento del disco e dal punto di supporto del gambaletto della sospensione anteriore.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" width="425" height="475" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/foto_6_new.jpg" alt="foto 6 new" class="wp-image-8302" title="Come funzionano i freni a disco (seconda parte) 2231" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/foto_6_new.jpg 425w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/11/foto_6_new-300x335.jpg 300w" sizes="(max-width: 425px) 100vw, 425px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Pinza radiale a due pistoni</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pinza trasversale è attaccata alla forcella nella sua parte superiore quindi sensibile a distorsioni, mentre la radiale essendo fermata in due punti sfrutta un sistema di ancoraggio&nbsp; ben più solido è molto più rigida e consente delle frenate ben più decise e non subisce alcuna distorsione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui per oggi ci fermiamo, la prossima puntata scriverò dell&#8217;insieme del sistema frenate, come si può distorcere ed altre informazioni varie, considerando che adesso sapete tutti che cosa sia la pompa principale i condotti di trasporto del liquido frenate , le pinze pistoni e dischi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla prossima settimana dopo Valencia.</p>
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		<title>Freni questi sconosciuti ma importantissimi elementi di una moto da corsa (e non ) &#8211; Parte 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 20:01:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Brembo]]></category>
		<category><![CDATA[Freni a disco in carbonio]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccomi qui a parlarvi dei freni, ovviamente a disco.  Tutti sappiamo quanto siano fondamentali in campo agonistico, consentendo le micidiali staccate che spesso vediamo allegramente elargite a piè sospinto dai nostri beniamini in MotoGP.  Altresì importanti anche sulle nostre stradali sai per toglierci da situazioni spiacevoli sia per consentirci di guidare in sicurezza e rilassati, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2011/10/29/tecnica-dei-freni-motogp/">Freni questi sconosciuti ma importantissimi elementi di una moto da corsa (e non ) &#8211; Parte 1</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Eccomi qui a parlarvi dei freni, <strong>ovviamente a disco</strong>.  Tutti sappiamo quanto siano fondamentali in campo agonistico, consentendo le micidiali staccate che spesso vediamo allegramente elargite a piè sospinto dai nostri beniamini in MotoGP.  Altresì importanti anche sulle nostre stradali sai per toglierci da situazioni spiacevoli sia per consentirci di guidare in sicurezza e rilassati, sapendo bene che possiamo fare affidamento su di essi.</p>
<p style="text-align: justify;">La domanda che ci facciamo spesso è: ma come si fa  a fermare un proiettile ed il suo pilota che arrivano a 340 km/h?  Le 800 così come le 1000 erano le uniche moto da competizione equipaggiate con freni a disco in carbonio, a differenza di quelli standard in acciaio.  Notiamo subito che quelli in carbonio vengo utilizzati esclusivamente sull&#8217;asciutto mentre quando piove non solo cambiano gomme, ma la moto nel momento del flag-to-flag monta dischi in acciaio, perché con pioggia il carbonio non funziona.  I dischi in carbonio sono una delle tante difficoltà che i piloti novizi che arrivano in MotoGP scoprono e devono imparare a sfruttare al meglio.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/10/brembo-motogp-brakes.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-8244" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/10/brembo-motogp-brakes.jpg" alt="brembo motogp brakes" width="500" height="311" title="Freni questi sconosciuti ma importantissimi elementi di una moto da corsa (e non ) - Parte 1 2234" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/10/brembo-motogp-brakes.jpg 500w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/10/brembo-motogp-brakes-300x187.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Un passetto indietro: alla fine dei &#8217;70 arrivano appunto i freni a disco sulle moto, sostituiscono quelli a tamburo, sono più leggeri si raffreddano molto prima ma sopratutto a differenza di quelli a tamburo sono progressivi. Ci hanno messo un pochino ad arrivare ai livelli di oggi, partendo dal ferro fuso in forma e poi lavorato per fare un bel disco, con la prerogativa che frenava molto bene, ma si arrugginiva velocemente; sulle stradali venne subito sostituito dall&#8217;acciaio inox. Agli inizi i problemi sorgevano quando pioveva e ci sono voluti un po di anni prima di trovare una soluzione di compromesso fra materiale del disco e materiale delle pastiglie per avere delle prestazioni equivalenti su asciutto o bagnato.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi le moto da competizione, che non usano per regolamento il carbonio (utilizzato solo in MotoGP), utilizzano uno speciale acciaio austenico con trattamento criogenico (raffreddamento a temperature bassissime) per migliorarne la qualità più che in frenata nel mantenere le dimensioni progettuali anche sotto forte surriscaldamento.  Contemporaneamente sono stati fatti dei passi da gigante nel materiale sinterizzato nelle pastiglie dei  freni , a parte le loro dimensioni via via sempre maggiori.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/10/accordo-brembo-suzuki_2.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-8248" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/10/accordo-brembo-suzuki_2.jpg" alt="accordo brembo suzuki 2" width="529" height="354" title="Freni questi sconosciuti ma importantissimi elementi di una moto da corsa (e non ) - Parte 1 2235" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/10/accordo-brembo-suzuki_2.jpg 650w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/10/accordo-brembo-suzuki_2-300x201.jpg 300w" sizes="(max-width: 529px) 100vw, 529px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi non esiste più il problema di quanto potere frenate è a disposizione del  pilota, perché quest&#8217;ultimo eccede di gran lunga la capacità di tenuta del copertone anteriore e lo sforzo necessario ad attivare il freno.  Con la tenuta che hanno oggi le gomme, la sospensione anteriore ed il centraggio del baricentro se il pilota applicasse tutta la potenza sulla coppia dei freni anteriori si troverebbe a fare una bella capriola di 360 gradi senza dover tirare poi tanto sulla leva del  freno per raggiungere questo bell&#8217;effetto altamente spettacolare.</p>
<p><figure id="attachment_8247" aria-describedby="caption-attachment-8247" style="width: 446px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/10/Brembo_01.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-8247" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/10/Brembo_01.jpg" alt="Brembo 01" width="446" height="446" title="Freni questi sconosciuti ma importantissimi elementi di una moto da corsa (e non ) - Parte 1 2236" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/10/Brembo_01.jpg 518w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/10/Brembo_01-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/10/Brembo_01-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 446px) 100vw, 446px" /></a><figcaption id="caption-attachment-8247" class="wp-caption-text">Dimensioni di un disco della Brembo</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi la ricerca e lo sviluppo dei freni da competizione è dirottata non più sulla loro potenza e progressione ma sull&#8217;aumento della capacità di frenare, mantenendo un feeling ottimale; non va nemmeno dimenticato l&#8217;effetto giroscopico che aggiungono alla ruota anteriore: teniamo presente che due dischi in acciaio pesano intorno ai  3,4-3,5 kg, il che non è poca cosa alle velocità di rotazione che raggiunge una ruota a 300 km/h. Una moto da corsa con troppa stabilità direzionale è deprecabile così come lo è una con poca stabilità direzionale, (riferimenti alla D11  non sono intenzionali).  In altre parole il peso dei due dischi è messo esattamente nel posto peggiore per influenzare in modo decisivo la direzionalità di una moto da corsa. La prima soluzione adottata da tutte le motoGP è spostare in avanti il più possibile la geometria del telaio in una posizione abbastanza instabile.  Quindi  centro di gravità un tantino alto,  l&#8217;angolo della forcella ridotto, riduzione dell&#8217;avancorsa &#8230;  purtroppo tutto questo influisce in modo negativo in quanto la moto non sarà poi così veloce come potrebbe esserlo per l&#8217;intero percorso della pista.  Ed ecco il perchè dell&#8217;arrivo dei dischi in carbonio, che a parità di diametro rispetto l&#8217;acciaio pesano quasi la metà !! Oltretutto sono molto più leggeri esattamente dove conta cioè  alla periferia del disco, in quanto la parte centrale che li sostiene rimane la stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché allora abbiamo scritto che usare i dischi in carbonio non è cosa facile per i neofiti ? Ebbene la tecnica di utilizzo dei dischi in carbonio è quella di dargli subito una bella strizzata ma di quelle veramente decisive, schiacciare la gomma anteriore che aumenta di conseguenza l&#8217;impronta a terra e quindi l&#8217;area di appoggio in frenata ed il grip, e poi modularli per tutta la staccata fino ad oltre l&#8217;inserimento in curva. In altre parole è molto difficile utilizzare queste moto perchè richiedono una strizzata potente ai freni e poi modularli, quindi queste moto vanno usate sempre al massimo del potenziale di frenata di ogni singolo pilota che non è cosa da poco.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il carbonio è veramente il miglior materiale? Adesso sappiamo che il vantaggio dei freni in carbonio è la loro leggerezza e che funzionano come quelli in acciaio, anzi aggiungo che nelle condizioni ottimali di temperatura, anche se un tantino ristrette come margini, funzionano anche meglio dell&#8217;acciaio.  La contro parte è che sono di difficile fabbricazione e sono anche estremamente costosi.</p>
<p style="text-align: justify;">I dischi in carbonio per le moto sono abbastanza differenti da quelli fatti per le F1. I dischi per le moto derivano da dei pezzi di fibra di carbone originalmente prodotti per l&#8217;industria aereo spaziale,  usando un processo che si chiama infiltrazione di vapori di carbone: il pezzo fibra di carbone  viene cotto in un forno ad alta temperatura per un tempo che va da tre a sei mesi  (si si avette letto benissimo !!!)  durante questo trattamento prolungato la matrice di  grafite (carbone) viene depositata sopra ed intorno le fibre, creando quindi un disco molto solido. Una volta usciti dal forno vengono lavorati come se fossero un normale pezzo in acciaio con le macchine utensili computerizzate (CNC). Chiaro che il costo per un team è esorbitante ma c&#8217;è da dire che durano abbastanza, in genere ne vanno da sei ad otto coppie per un&#8217;intera stagione.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;utilizzo ottimale dei freni in carbonio  lo si  ha in un intervallo di temperatura compreso fra 300 e 600 gradi, questa temperatura va raggiunta dal pilota nel giro di warm-up prima dell&#8217;inizio della gara  con una procedura ben precisa. Il freno  può sopportare temperature più alte fino a 750-800 gradi oltre le quali si sfalda la superficie così come avviene per il comune carbone.</p>
<p style="text-align: justify;">Ultimamente sono disponibili anche dei dischi che sono meno sensibili alle variazioni di temperatura che utilizzano in parte materiali ceramici, leggermente più pesanti del disco in carbonio originale, circa 80 gr in più, hanno il vantaggio, in piste difficili per i freni come Motegi, dove la successione  di curve non da molto tempo al freno di raffreddarsi, di sopportare temperature ben più elevate.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi come oggi tutti i dischi che si usano in MotoGP in carbonio o ceramici-carbonio, sono prodotti da due case: la Brembo e la Nissin.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci fermiamo qui nella prossima parte scriveremo dei problemi di centraggio dei dischi, di come funzionano le pinze e le pastiglie, della loro deformazione e di tante piccole  cose che possono succedere, ai dischi, alle pastiglie e come rimediarle ma anche  come alcune volte non è possibile.</p>
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		<title>Sviluppo simulato a software di un sistema desmodromico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2011 04:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A dire la verità è un bel po che sto cercando di mettere insieme un articolo che dia le linee generali per far comprendere come si sviluppano certi componenti delle MotoGP di oggi. L&#8217;argomento è molto attuale visti i continui aggiornamenti che subiscono tutte le moto da gara, ma purtroppo un tantino complesso, cercherò di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A dire la verità è un bel po che sto cercando di mettere insieme un articolo che dia le linee generali per far comprendere come si sviluppano certi componenti delle MotoGP di oggi. L&#8217;argomento è molto attuale visti i continui aggiornamenti che subiscono tutte le moto da gara, ma purtroppo un tantino complesso, cercherò di semplificarlo al massimo, sicuramente con grande orrore degli ingegneri che si occupano di prototipazione via software.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo voglio scrivere perchè spesso si legge o si sente dire che una certa casa che produce moto da competizione sta preparando delle parti nuove,  spesso si attendono mesi quando,  dal momento dell&#8217;annuncio al momento delle prove in pista, arriva la tanto agognata parte, magari si è  tentati a credere che bastino settimane, questo può essere vero per alcune parti ma non necessariamente per tutti i componenti che fanno una MotoGP, e sono tantissimi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho avuto la fortuna di trovare un ottimo documento che viene dallo studio analitico del sistema desmodromico della Ducati GP ,  tutti parlano tanto di desmodromico ma forse pochi sanno veramente come sia fatto e come operi  mi sembra il momento ideale per spiegarne la sperimentazione progettuale dal disegno di questo sofisticato componente alla sua analisi prestazionale. Il significato di desmodromico viene dal latino desmos (controllo) dromos (movimento) quindi è un controllo di movimento.</p>
<p>Cominciamo con una bella immagine tridimensionale del sistema desmo della Desmosedici Ducati:</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_01.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-7462 aligncenter" title="desmo_01" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_01.jpg" alt="desmo 01" width="400" height="393" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_01.jpg 517w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_01-300x295.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p>Vediamolo i particolari che vanno simulati in software per l&#8217;analisi delle prestazioni<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_02.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-7463 aligncenter" title="desmo_02" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_02.jpg" alt="desmo 02" width="297" height="479" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_02.jpg 341w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_02-300x485.jpg 300w" sizes="(max-width: 297px) 100vw, 297px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">+2 e -2 sono le due camme: quella con il + è appunto quella che spingendo in giù lo stelo della valvola la fa aprire, quella con il &#8211; serve per richiamare la valvola indietro e chiuderla. Nei movimenti tradizionali questo secondo movimento è  fatto o dalle molle o dal sistema pneumatico delle varie Honda, Yamaha e Suzuki.</p>
<p style="text-align: justify;">+3 e -3 sono i due braccetti: il +3 è un braccetto mentre il -3 è una forchetta, che fanno si che si possa spingere  e tirare in su la valvola, tutte le parti sono ad altissima precisione per evitare rimbalzi od attriti eccessivi. Mi ricordo che nel 2007 un team satellite indicava in tre mesi la fornitura di queste parti come ricambi. La lavorazione di tutte queste superfici è a livello ottico.</p>
<p style="text-align: justify;">4 è il blocco superiore dello stelo della valvola per consentire alle forchetta, più che al braccetto, il richiamo della valvola in sede chiudendo quindi il passaggio dei gas.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie alle tecnologie moderne di disegno, calcolo ed esecuzione CAD-CAM è possibile progettare tutte queste parti con una precisione veramente molto elevata cosa che era impensabile anni fa e che porta al risultato di motori desmo che possono arrivare ai 21.000 giri.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal disegno che vi ho presentato si sviluppano due modelli software utilizzando dei pacchetti esistenti ma ai quali vanno fatte delle aggiunte specifiche di pezzi di programmazione specifici. I due modelli software servono per il calcolo strutturale che implica la valutazione degli sforzi applicati alle parti fino al punto di rottura, o al calcolo delle prestazioni simulando appunto via software tutti i movimenti che queste meccaniche si presuma debbano compiere.  Perchè qui sta la vera difficoltà del progettista: deve descrivere a software tutti i movimenti legati alla meccanica ed alla fisica della parte il tutto su di un modello software.</p>
<p style="text-align: justify;">Successivamente, ottenuti certi riscontri del modello software, si verifica in pratica costruendo la parte verificando i comportamenti reali cioè sul modello meccanico e poi come sempre la pista ed il pilota traducono il tutto in realtà a volte spettacolare ma a volte deludente. Come fu il caso del primo motore 800 della M1, che lo stesso Fursawa dichiarò deludente e che non aveva centrato le aspettative. Detto per inciso lo stesso Fursawa all&#8217;epoca gli fu chiesto di esprimere un parere sul  desmodromico visto che le stava subendo proprio dalla GP7 di Casey Stoner,  Fursawa rispose che dalle loro simulazioni software non vedeva dei vantaggi sostanziali e di fatto svilupparono un uovo 800 molto più compatto e con la distribuzione pneumatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciamo perdere tutta la parte di formule che si applicano a quei pezzi meccanici i vari +2, -2 etc etc prendetemi sulla parola , la parte software descrittiva del movimento etc etc viene sviluppata dagli specialisti  su di una applicazione di simulazione , ce ne sono diverse disponibili sul meracato come CalCOM,  quella che mi sono studiato ed uso io, o quella maggiormante utilizzata in Italia MatLab e si programma in Fortran. Nello specifico di questo articolo è stato utilizzato un sistema di  codificazione di multibody che si chiama LMS Virtual.Lab Motion che insieme al MatLab , produce un modello multibody-FEM  che consente lo studio dinamico di come si comporta il sistema desmodromico.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatto e finito il modello di simulazione dinamico, gli si passano dei parametri a software che il modello applica producendo un&#8217;analisi dei movimento delle parti come se fosse il reale motore che le fa girare, alzare ed abbassare.  I valori che risultano da queste simulazioni vengono successivamente paragonati al modello meccanico reale. I parametri si riferiscono a dati già disponibili nelle librerie dal Virtual.Lab Motion Engine,  come ad esempio la frizione fra i vari componenti, camme, braccetti e valvola,  producendo una linea (come nelle telemetrie)  che rappresenta la profondità dell&#8217;abbassamento della valvola, la velocità con la quale  avviene e la velocità di scivolamento fra la camma ed il braccetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel nostro caso si sta analizzano una sola valvola ed un solo sistema, chiaro che per avere una valutazione globale del sistema le valvole sono quattro per cilindro ed otto per testata e sedici per tutto il blocco di distribuzione alle quali vanno aggiunti gli ingranaggi laterali di distribuzione. Quindi il modello software va poi espanso per appunto sedici sistemi desmo analoghi più la distribuzione ad ingranaggi che li fa ruotare. A questo punto si avrà un sistema completo di analisi della Desmo Ducati MotoGP.</p>
<p style="text-align: justify;">Per facilitarvi  la comprensione del movimento simulato ecco una bella immagine del desmodromico in movimento, appunto simulato a software:</p>
<p>[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=-rbQXKSXr70&amp;feature=related[/youtube]</p>
<p>I risultati del modello matematico di simulazione, sono stati poi verificati in realtà nel gruppo di sviluppo della Ducati Corse  dove è stato messo a punto un banco prova per analizzare dal vivo i movimenti simulati dal software. Evidentemente il sistema software è abbastanza diverso dal sistema reale, anche se per avvicinarsi il più possibile il banco di test della Ducati Corse non aveva ne pistone ne albero motore  e ovviamente non presentava le forze dovute alla compressione dei gas e alle  vibrazioni sempre presenti in una testata. Di fatto il sistema reale di test montato dalla Ducati Corse  non è molto dissimile dalla sperimentazione software ed è un validissimo riscontro per convalidare il tutto.</p>
<p>Data la compattezza delle parti meccaniche, la loro intrinseca miniaturizzazione e l&#8217; altissima velocità con cui girano,  non è possibile misurare i movimenti del modello reale per contatto con delle sonde o sensori  di misura, quindi è stato utilizzato un HSV Laser High-Speed Vibrometer, che sfruttando il differenziale dei raggi laser rileva con altissima precisione tutti i movimenti meccanici interessati.</p>
<p>Risultati, la riga bleu è il modello reale meccanico , la riga rossa è il risultato del modello lineare software, l&#8217;errore fra il modello software ed il modello reale è dato dallo scostamento delle  due righe, l&#8217;angolo  della rotazione della camma è sotto, la velocità del movimento di andata e ritorno della valvola e a sinistra.:</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_04.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-7475 aligncenter" title="desmo_04" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_04.jpg" alt="desmo 04" width="584" height="270" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_04.jpg 1078w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_04-1024x474.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_04-768x356.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_04-300x139.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_04-696x322.jpg 696w" sizes="(max-width: 584px) 100vw, 584px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_05.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-7476 aligncenter" title="desmo_05" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_05.jpg" alt="desmo 05" width="582" height="255" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_05.jpg 1078w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_05-1024x449.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_05-768x337.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_05-300x132.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_05-696x305.jpg 696w" sizes="(max-width: 582px) 100vw, 582px" /></a></p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_06.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-7477 aligncenter" title="desmo_06" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_06.jpg" alt="desmo 06" width="584" height="270" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_06.jpg 1087w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_06-1024x474.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_06-768x355.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_06-300x139.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/desmo_06-696x322.jpg 696w" sizes="(max-width: 584px) 100vw, 584px" /></a>Si nota subito che a bassi regimi di rotazione il modello software è accettabile rispetto al modello meccanico , mano a mano si aumenta il numero di giri il modello software si discosta dal modello reale, che fra l&#8217;altro presenta meno fluttuazioni, a questo punto fu aggiunto al modello software una nuova parte che teneva conto della rigidità della struttura (Hertzian model) recuperando molto la linearità dell&#8217;analisi reale, successivamente fu deciso che era necessario sviluppare anche una parte che tenesse conto della  flessibilità dei materiali per avere un modello ottimale.</p>
<p><strong>Conclusione.</strong></p>
<p>La Ducati Corse ha dei modelli software per tutti i componenti della loro GP desmo16 come questo brevemente illustrato,  sviluppati e affinati per ottenere delle simulazioni valide che consentano ai progettisti l&#8217;analisi del comportamento di nuove parti via via si presenti la necessità di svilupparle per migliorare le prestazioni, siano esse motore, sospensioni, telaio e così via. Questi sistemi software consentono quindi di valutare in modo diretto la modifica di pezzi, lo sviluppo di nuovi parti meccaniche simularle, valutarne i risultati prestazionali e quindi decidere di produrle per la sperimentazione reale in pista, il tutto con un notevolissimo risparmio non solo di tempo ma sopratutto di denaro.</p>
<p>Tutto quello qui brevemente descritto si applica su tutta la GP16 adesso vi renderete conto del lavoro colossale di sviluppo di uno di questi bolidi. Se non si arriva ad inizio campionato con una soluzione valida si può perdere come di fatto  sta succedendo un&#8217;intera stagione di competizioni.</p>
<p>Spero di avervi dato una breve ed <strong>intensa</strong>  introduzione di ciò che si fa, fra le altre cose ,  in un reparto di progettazione MotoGP.</p>
<p><strong>Referenze</strong></p>
<p>&#8211; G. Dalpiaz and A. Rivola. A Non-Linear Elastodynamic Model of a Desmodromic Valve Train. Mechanism and Machine Theory, 35(11), 1551–1562, 2000.<br />
&#8211; Rivola A.,Troncossi M., Dalpiaz G. and Carlini A. Elastodynamic analysis of the desmodromic valve train of a racing motorbike engine by means of a combined lumped/finite element model. Mechanical Systems and Signal Processing, ISSN: 0888-3270, 21(2), 735–760, 2007.<br />
&#8211; LMS International. LMS Virtual.Lab 6A, 2006.<br />
&#8211; Carlini A., Rivola A., Dalpiaz G., Maggiore A. Valve Motion Measurements on Motorbike Cylinder Heads using High Speed Laser Vibrometer. Proceedings of the 5th International Conference on Vibration Measurements by Laser Techniques: Advances and Applications, Ancona (Italy), 564–574, 2002.<br />
&#8211; Carlini Andrea. Studio di una Distribuzione Desmodromica: Progettazione Cinematica, Simulazione Elastodinamica e Verifica Sperimentale. Ph.D Thesis, Dottorato di Ricerca in Meccanica Applicata, University of Bologna, 2003.<br />
&#8211; Fogli Federico. Analisi Multibody di una distribuzione desmodromica in ambiente LMS Virtual.Lab. Degree Thesis, University of Ferrara, 2007.<br />
&#8211; R. R. Craig and M. C. C. Bampton. Coupling of substructures for dynamics analyses.</p>
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		<item>
		<title>Sonde e sensori sulle MotoGP quinta ed ultima parte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 05:15:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo arrivati all&#8217;ultimo capitolo della serie sull&#8217;elettronica delle MotoGp, spero di avervi dato una visione globale di cosa avviene e per concludere adesso facciamo una carrellata rapida su sonde e sensori sparsi un pò ovunque. Piattaforma inerziale Iniziamo dalla tanto nominata piattaforma inerziale,&#160; agli inizi dell&#8217;era elettronica era un sistema GPS di posizionamento in pista [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Siamo arrivati all&#8217;ultimo capitolo della serie sull&#8217;elettronica delle MotoGp, spero di avervi dato una visione globale di cosa avviene e per concludere adesso facciamo una carrellata rapida su sonde e sensori sparsi un pò ovunque.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Piattaforma inerziale</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Iniziamo dalla tanto nominata piattaforma inerziale,&nbsp; agli inizi dell&#8217;era elettronica era un sistema GPS di posizionamento in pista , oggi&nbsp; è un micro componente elettronico all&#8217;interno della ECU, oppure all&#8217;esterno dipende da come viene disegnata la ECU o collegato ad essa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;immagine di apertura di questo ultimo capitolo rappresenta un componente inerziale, avete presente il vostro iPhone della Apple ? I fortunati possessori&nbsp; scoprirono subito che mentre lo ruotavano in mano il video seguiva i movimenti e si allineava in modo corretto per essere letto, stava usando appunto un componete inerziale (miniaturizzato) che passa delle informazioni sull&#8217;accelerazione che con la mano state dando al telefonino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella motoGP succede lo stesso, tutte le accelerazioni ed anche i minimi movimenti in tutte le direzioni quindi: accelerazione, piega, impennata, decelerazione, derapata la moto si sposta su di una diagonale rispetto la direzione di marcia etc etc vengono analizzati interpretati e tradotti dal software in decisioni che la ECU deve prendere e sempre grazie al software se ne ricava la posizione in pista della moto. Ne esitono a un asse, due assi o tre assi a seconda di quello che si vuole calcolare. Quando si ha un sistema a tre assi si chiama appunto : piattaforma inerziale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/inerziale.jpg"><img decoding="async" width="328" height="227" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/inerziale.jpg" alt="inerziale" class="wp-image-7355" title="Sonde e sensori sulle MotoGP quinta ed ultima parte 2237" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/inerziale.jpg 328w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/inerziale-300x208.jpg 300w" sizes="(max-width: 328px) 100vw, 328px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Sensore inerziale esterno ECU Magneti Marelli</figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Il sensore va orientato e montato&nbsp; nella direzione di cui si vuole avere l&#8217;informazione se è un mono asse,&nbsp; altrimenti ha una sua orientazione ben precisa che va seguita montandolo sulla moto.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sensore di affondamento ed estensione delle sospensioni.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sia sulla forcella che sulla sospensione posteriore ci sono istallati due sensori che indicano qualsiasi movimento che fa la medesima sia in compressione: frenata, che in accelerazione: estensione, ed in più rileva , rimbalzi saltellamenti che ovviamente le sospensioni subiscono in pista, in certi casi anche il famoso chattering, anche se quest&#8217;ultimo viene ricavato da un&#8217;analisi sucessiva ai dati registrati da questo sensore, in quanto non è detto che sia visibile nelle telemetrie e nei segnali abbastanza caotici inviati dalle sospensioni.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/m1_sensors.jpg"><img decoding="async" width="640" height="480" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/m1_sensors.jpg" alt="m1 sensors" class="wp-image-7356" title="m1_sensors" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/m1_sensors.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/m1_sensors-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/m1_sensors-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;immagine l&#8217;asta che vedete in alto a sinistra è appunto la fine del sensore che misura i&nbsp; movimenti della sospensione anteriore</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/trasduttori-lineari.jpg"><img decoding="async" width="329" height="206" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/trasduttori-lineari.jpg" alt="trasduttori lineari" class="wp-image-7372" title="trasduttori lineari" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/trasduttori-lineari.jpg 329w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/trasduttori-lineari-300x188.jpg 300w" sizes="(max-width: 329px) 100vw, 329px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Di sensori per le sospensioni ce ne sono due uno anteriore più lungo ed uno posteriore più corto, quello posteriore è montato di fianco al mono ammortizzatore, entrambi fanno le stesse funzioni. L&#8217;asta che scorre all&#8217;interno è la sonda che invia le informazioni al software della ECU. Sono utilizzati&nbsp; per le misure&nbsp; telemetriche, ma anche per analizzare un eventuale chattering se visibile a questo livello.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;immagine della sospensione anteriore della M1 di qui sopra, noterete altri due sensori quello della velocità e quello che rileva la pressione appicata alla pinza, entrambi sono due per parte, poi ne esiste uno idraulilco per il freno posteriore ed uno per la velocitaà della ruota posteriore.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I sensori idraulci sono di varii tipi :</strong></h2>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/sensore-freni.jpg"><img decoding="async" width="249" height="150" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/sensore-freni.jpg" alt="sensore freni" class="wp-image-7359" title="sensore freni"></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Sensore idraulico della pressione del&nbsp; liquido nel circuito idraulico dei freni.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/pressione_01.jpg"><img decoding="async" width="334" height="209" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/pressione_01.jpg" alt="pressione 01" class="wp-image-7363" title="pressione_01" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/pressione_01.jpg 334w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/pressione_01-300x188.jpg 300w" sizes="(max-width: 334px) 100vw, 334px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Sensore per misurare la pressione della pompa dell&#8217;acqua del circuito di raffreddamento ed anche utilizzato per misurare la pressione dell&#8217; olio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fr al&#8217;altro se la ECU rivela una caduta imporvvisa di pressione dell&#8217;olio spegne il motore.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/pressione_benzina.jpg"><img decoding="async" width="334" height="259" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/pressione_benzina.jpg" alt="pressione benzina" class="wp-image-7364" title="pressione_benzina" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/pressione_benzina.jpg 334w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/pressione_benzina-300x233.jpg 300w" sizes="(max-width: 334px) 100vw, 334px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Sensore per la rilevazione pressione della pompa della benzina e pressione della benzina agli iniettori. Questo sensore è fondamentale per la gestione del motore in quanto la pompa della benzina può variare la pressione&nbsp; sotto comando del software e gli inettori a loro volta sono pilotati anche loro da software. La combinazione dei comandi pressione del fluido (benzina) apertura iniettore mi fa variare la cominazione aria/benzina nei condotti di aspirazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sensori di temperatura</strong></h2>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/temperatura-acqua.jpg"><img decoding="async" width="340" height="223" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/temperatura-acqua.jpg" alt="temperatura acqua" class="wp-image-7367" title="temperatura acqua" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/temperatura-acqua.jpg 340w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/temperatura-acqua-300x197.jpg 300w" sizes="(max-width: 340px) 100vw, 340px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Sensore di temperatura dell&#8217;acqua un altro classico sensore che se supera un certo limite fa si che la ECU spenga il motore.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/temperatura-aria.jpg"><img decoding="async" width="335" height="232" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/temperatura-aria.jpg" alt="temperatura aria" class="wp-image-7368" title="temperatura aria" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/temperatura-aria.jpg 335w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/temperatura-aria-300x208.jpg 300w" sizes="(max-width: 335px) 100vw, 335px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Sensore di temperatura dell&#8217;aria in genere installato nell&#8217;air box, importante per determinare la miscelazione ottimale, l&#8217;aria cambia densità in base alla temperatura.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/temperatura-gas-scarico.jpg"><img decoding="async" width="336" height="276" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/temperatura-gas-scarico.jpg" alt="temperatura gas scarico" class="wp-image-7369" title="temperatura gas scarico" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/temperatura-gas-scarico.jpg 336w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/temperatura-gas-scarico-300x246.jpg 300w" sizes="(max-width: 336px) 100vw, 336px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Sensore della temperatura dei gas di scarico , uno per scarico , quindi sono quattro, successivamente a questo sensore ne esite un&#8217;altro analogo per la misura dei gas combusti : sonda Lambda. Anche in questo caso le sonde Lambda sono quattro una per scarico.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sensori di movimenti rotativi</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il più famoso e forse anche il più importante perchè sicuramente di questo non se ne può farne a meno è il sensore collegato alla manopola del gas, che passa l&#8217;informazione alla ECU sulla posizione della manopla. Il famoso comando del gas che è stata forse la rivoluzione più importante e significativa in queste MotoGp&nbsp; a partire dall&#8217;avvento dei quattro tempi 1000cc. Senza questo sensore non sarebbe possibile avere il controllo di trazione, antiwheely etc etc.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/trasduttore-manopola.jpg"><img decoding="async" width="338" height="543" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/trasduttore-manopola.jpg" alt="trasduttore manopola" class="wp-image-7370" title="trasduttore manopola" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/trasduttore-manopola.jpg 338w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/trasduttore-manopola-300x482.jpg 300w" sizes="(max-width: 338px) 100vw, 338px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Questo comando inviato alla ECU ha come risposta l&#8217;attuazione&nbsp; di un motorino che apre le farfalle dei condotti di ammissione che a loro volta hanno un sensore di rotazione&nbsp; coassiale per avere il dato precisissimo della loro apertura e poter quindi pilotare con precisione il motore elettrico che li gestisce. Ad ogni rotazione della manopola del gas, ruota di comune accordo&nbsp; il motorino elettrico aprendo quindi i condotti di ammisisone della benzina/aria ed accelerando viceversa quando si chiude la manopla.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/trasduttore-rotazione.jpg"><img decoding="async" width="333" height="251" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/trasduttore-rotazione.jpg" alt="trasduttore rotazione" class="wp-image-7371" title="trasduttore rotazione" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/trasduttore-rotazione.jpg 333w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/trasduttore-rotazione-300x226.jpg 300w" sizes="(max-width: 333px) 100vw, 333px" /></a></figure>
</div>


<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Sensore di posizionamento farfalle</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro sensore importante che misura una velocità è quello dei giri del motore:</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/giri-motore.jpg"><img decoding="async" width="319" height="251" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/giri-motore.jpg" alt="giri motore" class="wp-image-7373" title="giri motore" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/giri-motore.jpg 319w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/giri-motore-300x236.jpg 300w" sizes="(max-width: 319px) 100vw, 319px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Questo sensore può anche essere utilizzato per misurare la velocità degli ingranaggi del cambio o di qualsiasi ingranaggio che ci interessa misurare. Nelgi scooter moderni comandati da una CDI in genere avete quetso sensore per limitarene la velocità a codice, se lo eliminate la CDI pensa che la ruota posteriore non gira e continua ad accelerare fino al limite del motore, quindi lo scooter vi arriva tranquillamente intorno ai 70 km-h senza tante modifiche meccaniche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;A questo punto immagino che vi siete resi conto quando scrissi che una motoGP di sensori ne ha all&#8217;incirca una sessantina, a questi illustrati se ne aggiungono altri specifici, che vengono utilizzati in fase di sviluppo o di messa a punto preliminare e poi tolti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti i&nbsp; sensori sono collegati alla ECU tramite un cavo speciale che si chiama CAN-BUS,&nbsp; lo avete anche voi sulle vostre automobili di ultima generazione. Non&nbsp; si usano più i cavi che da una sonda o da un sensore vanno direttamente alla ECU, bensì un cavo sigolo con all&#8217;interno diversi cavi, che gira per tutta la moto ed&nbsp; al quale si collegano&nbsp; le sonde ed i sensori. Questo facilita di molto i cablaggi riducendo anche i problemi di diagnostica in quanto la ECU è in condizione di verificare se un sensore è collegato o meno, nel qual caso lo indica sul cruscottino digitale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/ultimo-ritocco.jpg"><img decoding="async" width="328" height="414" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/ultimo-ritocco.jpg" alt="ultimo ritocco" class="wp-image-7421" title="ultimo ritocco" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/ultimo-ritocco.jpg 328w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/ultimo-ritocco-300x379.jpg 300w" sizes="(max-width: 328px) 100vw, 328px" /></a></figure>
</div>


<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ultimo ritocco alla GP11.1 prima della gara</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il CAN-BUS consente anche il collegamento del notebook che spesso vedete,&nbsp; in mano all&#8217;ingegnere di software o al responsabile tecnico,&nbsp; adirittura sui blocchi di partenza, consente una verifica immediata se tutto questo arsenale di sonde, sensori se stanno funzionando correttamente. Se si riscontra un problema si può intervenire a grande velocità nel correggerlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E per finre una bella immagine molto rara&nbsp; di Lorenzo nel suo box che discute di telmetrie e di setting di software:</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/lorenzo-telemetrie.jpg"><img decoding="async" width="640" height="473" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/lorenzo-telemetrie.jpg" alt="lorenzo telemetrie" class="wp-image-7422" title="lorenzo telemetrie" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/lorenzo-telemetrie.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/09/lorenzo-telemetrie-300x222.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">A questo punto siamo arrivati alla fine, vi ricordo i links ai capitoli precedenti :</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se vi siete persi le prime quattro parti ecco i links : <a href="https://www.giornalemotori.com/2011/08/03/come-funziona-una-centralina-e-la-telemetria-da-motogp-parte1/" target="_blank" rel="noopener">PARTE 1</a> , <a href="https://www.giornalemotori.com/2011/08/10/computer-di-bordo-mappature-e-telemetrie-cosa-fanno-per-il-pilota-parte-2/" target="_blank" rel="noopener">PARTE 2</a> , <a href="https://www.giornalemotori.com/2011/08/17/computer-di-bordo-parte-3/" target="_blank" rel="noopener">PARTE 3</a> , PARTE 4</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Articoli specializzati :</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Neil Spalding, che ringrazio di cuore, ed il suo tweeter:&nbsp; http://twitter.com/#!/spalders</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel twitter di Neil Spolding interviene anche Briggs meccanico da sempre di VR, con ogni tanto delle notizie interessanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordatevi che Briggs non nomina mai Valentino in genere scrive&nbsp; &#8220;the pilot&#8221; oppure scrive 46 😀 😀 😀</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco anche il twitter di Alex Briggs http://twitter.com/#!/alex__briggs</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcuni articoli tecnici da SportRider. http://www.sportrider.com/</p>



<p class="wp-block-paragraph">Articoli e considerazioni&nbsp; di Tony Foale http://www.tonyfoale.com/&nbsp; dove trovate il suo software di simulazione per fare il setting di una moto ( costa&nbsp; euro&nbsp; 99,- )</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ringrazio anche gli amici della Ten Kate sempre disponibili a rispondere alle domande più&nbsp; assurde.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2011/09/07/sonde-e-sensori-sulle-motogp-ultima-parte/">Sonde e sensori sulle MotoGP quinta ed ultima parte</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<title>Traction Control System come funziona (parte 4)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Aug 2011 05:37:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccoci arrivati al tanto dibattuto TCS , che spesso chiamiamo TC acronimo per Traction Control o  controllo di trazione. Prima una bella spiegazione e poi vi rispondo ad un paio di domande del tipo :&#8221;Se sono in curva piegato ed apro di colpo la manopola del gas che succede ?&#8221;  Pazienza, pazienza prima sorbitevi la [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Eccoci arrivati al tanto dibattuto TCS , che spesso chiamiamo TC acronimo per Traction Control o  controllo di trazione. Prima una bella spiegazione e poi vi rispondo ad un paio di domande del tipo :&#8221;Se sono in curva piegato ed apro di colpo la manopola del gas che succede ?&#8221;  Pazienza, pazienza prima sorbitevi la teoria e poi vediamo la pratica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il TC funziona esattamente al contrario del sistema ABS, che avete sulla vostra auto, cioè se  le gomme iniziano a scivolare il sistema riduce potenza per far recuperare trazione e quindi smettere di scivolare, invece l&#8217;ABS se la gomma tende a fermarsi la libera per recuperare scorrevolezza ed evitare che bloccandosi e scivolando si perde il controllo. Una differenza sostanziale, il TC lavora sull&#8217;elettronica di bordo ( ECU ) l&#8217;ABS lavora sull&#8217;idraulica del sistema frenante. Entrambi necessitano dei sensori per controllare se le ruote girano o no ed anche per pargonare la velocità di ciascuna ruota.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo quindi dei sensori che rilevano la velocità istantanea del nostro mezzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla ruota anteriore e su quella posteriore di una motoGP ci sono quattro sensori , due per ogni ruota per essere rindondanti , cioè se si rompe uno non ci si schianta, nell&#8217;immagine qui sotto, che è una M1, sta esattamente sotto l&#8217;attacco delle pinze Brembo  , lo vedete ocme un blocchetto nero e rileva la velocità della ruota anteriore ( per chi si interessa di elettronica è un sensore di Hall)</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/m1_sensors.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-7041 aligncenter" title="m1_sensors" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/m1_sensors.jpg" alt="m1 sensors" width="588" height="441" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/m1_sensors.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/m1_sensors-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/m1_sensors-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 588px) 100vw, 588px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Questo sensore viene attivato da dei magneti che sono parte del disco più piccolo, che vedete all&#8217;esterno del disco dei freni in carbonio. Ogni volta che uno degli 8 o 12 magnetini passa davanti al sensore ne viene rilevata la presenza ed il sensore invia un segnale alla ECU (un impulso in genere è di circa 2 volt )  quindi la ECU rilevando  tutti questi impulsi da 0 a 2 volt da tutti e quattro i sensori effettua un calcolo istantaneo della velocità di rotazione e sapendo la crconferenza della gomma calcola anche la velocità  effettiva del mezzo.</p>
<p style="text-align: justify;">La ECU ci mette circa 4.7 microsecondi a stimare la velocità  delle ruote, ma ha anche bisogno di sapere il nostro angolo di piega che acquisisce da un altro sensore che fa parte della piattaforma inerziale , che indica tutti i movimenti della moto per i tre assi di rotazione nello spazio, l&#8217;inclinazione viene interpretata come valore di angolo di piega in circa 38.0 microsecondi, poi la ECU ha anche bisogno di sapere l&#8217;angolo di apertura delle farfalle dei carburatori,  altri 10.0 microsecondi, per finire rileva i giri del motore in 4.7 microsecondi  ci si aggiunge un tempo di circa  120 microsecondi per analizzare ed eventualmente correggere i calcoli in base a dei parametri pre-definiti nel setting, si arriva così ad un totale di circa 180 micorsecondi, questo è importante perchè  per gestire il TC dobbiamo operare sulle candele che a 20.000 giri ricevono un impulso ogni 180 millisecondi, quindi il tempo necessario per valutare la trazione sulle ruote è molto più  basso del tempo che ci serve per l&#8217;intervento di correzione del TC. In altre parole la ECU rileva in microsecondi cosa deve fare ed ha abbastanza tempo per intervenire sul famoso taglio di potenza che avviene  riducendo  la tensione sulle candele, ed ovviamente opera anche sul comando delle farfalle dei carburatori, come se il pilot apelasse sul gas un momentino. Quindi la combinazione del taglio sull&#8217;accensione e la riduzione di apertura della farfalla di aspirazione come risultato mi fanno avere meno potenza di quella che come pilota ho chiesto.</p>
<p>Abbiamo parlato di accensione delle candele ecco un grafico che fa vedere come la ECU interviene :</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/161373_fig_009.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-7042 aligncenter" title="161373_fig_009" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/161373_fig_009.jpg" alt="161373 fig 009" width="600" height="260" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/161373_fig_009.jpg 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/161373_fig_009-300x130.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a>Nella grafica si vede benissimo la differenza di un intervento sulla trazione limitato da uno che è decisivo, gli impulsi rappresentano la tensione che applichiamo alle candele per far scoccare la scintilla, si perchè non è che la ECU taglia decisamente l&#8217;accensione ad una o più candele nel caso di un intervento leggero, ma ne riduce solo la potenza  accorciando il tempo per far scoccare una scintilla (grafico superiore il secondo e ed undicesimo comando di accensione son ridotti nel tempo) . Nel caso invece di un intervento drastico il taglio su di una o più candele è netto,  interessante notare che quando il taglio è noteovle la ECU per non sbilancire il motore esegue una sequenza di &#8220;tagli&#8221; su una sequenza di candele diverse per ogni giro.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto sembra tutto molto facile, la ruota anteriore va meno veloce di quella posteriore sotto accelerazione il significato per la ECU è che la gomma posteriore sta scivolando , interviene subito  eliminando il problema operando sull&#8217;accensione delle candele.</p>
<p style="text-align: justify;">Se invece la ruota anteriore sotto la spinta della ruota posteriore tende ad alzarsi, la ECU di nuovo interviene riducendo potenza fino a che la ruota anteriore tornando per terra recupera la stessa velocità della posteriore, in questo caso non lo chiamano TC ma Anti-Wheely &#8230; ma per la ECU è la stessa cosa. L&#8217;impennata della ruota anteriore puù essere rilevata in due modi, dalla solita piattaforma inerziale ma anche dall&#8217;allungamento della sospensione anteriore. Se tornate a guardare l&#8217;immagine della M1 noterete un sensore lineare che è un&#8217;asta che segue i movimenti verticali in su ed in giù della forcella, quindi oltre ad indicarci il funzionamento corretto della forcella in frenata, sui salti, nelle buche etc etc ci avvisa anche se stiamo alzando la ruota anteriore per eccesso di grip e gas sul posteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Una  variazione  dell&#8217;Anti-Wheely è il sistema di lancio da fermo, praticamente fa la stessa cosa solo con una configurazione leggermente diversa della mappatura del motore, consuma di più e spinge molto di più se lo utilizassimo per tutta la gara non arriveremo nemmeno a metà gara, vi ricordate sicuramente dle volo che ha fatto Lorenzo a Laguna Seca nell aprova di lancio da fermo dopo le qualifiche, sicocme non lo ha disinserito prima della curva quando a dato gas no nsolo si eà trovato senza TC ma si eà anche torvato al massimo di setting di potenza&#8230;  chiaro che la M1 lo ha sparato per aria in quel modo.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui sembrerebbe tutto molto lineare e pulito da calcolare e disporre da parte della ECU, ma purtroppo abbiamo una situazione variabile importantissima, cioè che il diametro delle gomme non è costante , cioè la veolcità che leggiamo dal sensore deve essere corretta in base al diametro della gomma che può  variare fra moto dritta e moto inclinata , sopratutto agli angoli di piega pazzeschi delle motoGP.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/161373_fig_012.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-7043 aligncenter" title="161373_fig_012" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/161373_fig_012.jpg" alt="161373 fig 012" width="600" height="264" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/161373_fig_012.jpg 600w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/161373_fig_012-300x132.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a> Ve lo spiego con un semplice disegnino grafico, che ovviamente esagera la deformazione del  battistrada, per meglio far vedere la differenza del diametro di una gomma diritta rispetto una in piega. Quindi nelle informazioni del setting della ECU per il TC va impostanto anche il diametro della gomma in base ad esperinza acquisita si per via telemetrica che per informazioni passate dai gommisti. Attenzione non è un errore da sottovalutare perchè puo&#8217; arrivare anche al 10% , valore assolutamete inaccettabile per una motoGP dove il pilota si ficca in curva magari a 240 km/h , vorrebbe dire avere una lettura della velocità delle ruote di 216 km/h.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi comunque le gomme si consumano anche dall&#8217;inizio a fine gara ed anche di questo va tenuto conto.</p>
<p style="text-align: justify;">La ECU della Magneti Marelli da anni usa un sistema che si chiama PID, Proportional Integrale  Derivate, tradotto in parole povere siginfica che usa dei sistemi di calcolo per anlizzare in via matematica delle informaiozni che arrivano di continuo e valutarle ocn l suo algoritmo di controllo motore (le famose mappature del motore) .</p>
<p style="text-align: justify;">Di modi di controllo nel PID ne esitono di fatto tre anche se si considera il primo di base e i successivi due opzioni del primo :</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Modo proporzionale</strong>: significa che rilevato un errore ( la ruota che slitta) si parte da quel valore di errore e lo si applica ad un valore di guadagno che consente il calcolo necessario alla correzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Modo Integrale</strong>: in questo caso si fa la somma di tutti gli errori sucessivi rilevati ( l&#8217;integrale è una somma lineare )  che porta al clacolo della correzione per tutto il tempo che esiste l&#8217;errore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Modo di derivata</strong>: in questo caso si tiene conto dell&#8217;errore su base temporale , cioè di quanto cambia in un certo tempo ( la derivata per chi si intende di formule matematiche) .Quetso sistema consente un anticipo sul controllo comportando un maggior guadagno sulla correzione necessaria in più riduce le oscillazioni del sistema (taglia  potenza &#8211; non tagliarla  &#8211; taglia potenza etc etc )  consente un intervento più modulato dal momento in cui si è rilevato l&#8217;errore.</p>
<p><strong>Messa a punto del TC attraverso il PID</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A differenza di quello che si pensa non è che ci si da una regolatina alla meccanica/geometrie e poi si interviene sui parametri del TC è un tantino più complesso vediamo come.</p>
<p style="text-align: justify;">Per prima cosa si blocca l&#8217;intervento di calcolo dei due modi integrale e derivata e si usa solo il proporzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Si incremente il guadagno proporzionale per circa un quarto del valore precedente e si controlla sulle telemetrie ed il segnale che arriva alla ECU per eventuali oscillazioni dello stesso. Si va aventi fino a che il picco dei segnalli rilevati si comicnia a ridurre di circa un quarto ripetto al picco rilevato precedentemente.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto si riattiva il modo integrale e si aumenta il valore di guadagno in piccoli passetti fino a che si vede eliminato l&#8217;errore precedente.</p>
<p style="text-align: justify;">Per finire si riattiva il modo di derivata per ottenere un intervento ancora più dolce di correzione con un aumento  delle prestazioni del mezzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dite la verità adesso cominciate a capire perchè ci mettono così tanto tempo a trovare un setting ottimale di base ed una volta trovato per  passetti di miglioramento si ottimizza il tutto ma ci va ancora più  tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo che tutte queste regolazioni fini  le si fanno in pista giro dopo giro dentro e fuori dal box.</p>
<p style="text-align: justify;">Due domande che si fanno tutti:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Con che velocità reagisce il TC , ed il pilota se ne accorge ?&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso di una perdita di aderenza di circa il 1.8% la risposta del TC avviene in meno di 0.060 secondi ed il pilota la può anche non percepire, questo  perchè come detto sopra l&#8217;interventi di taglio è molto progressivo usando il ritardo di accensione delle candele e modulando la potenza seguendo la mappatura di gestione del motore. Sarebbe più facile dare un taglio netto come si faceva nei primi sistemi TC ma la moto diverrebbe orribile da guidare. Il punto sui TC moderni delle motoGP è correggere molto progressivamente cercando di anticipare e restitutendo il prima possibile in una situazione di optimum il controllo al pilota  per continuare la spinta in avanti.</p>
<p><strong>&#8220;Posso aprire tutta la manetta  a metà curva?&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo è teoricamente possibile ma non è il miglior metodo di accelerare fuori da una curva . In questa circostanza una violenta richiesta di potenza e quindi di slittamento risulterebbe in una altrettanto violenta reazione del  sistema nel tentativo di ristabilire la trazione ottimale completamente persa,  invece di aiutarci ad uscire dalla piega in accelerazione continua ci farebbe perdere accelerazione  e velocità.  Il pilota di motoGP sa benissimo come funziona e come è settata il suo TC e lo segue con la manopola al meglio del minimo di correzioni, quindi  più il pilota usa in modo fluido la moto meglio reagisce il TC aiutandolo invece di contrastarlo.</p>
<p>Per finire un&#8217;immagine telemetrica che fa appunto vedere l&#8217;intervento del TC  in 0.053 secondi.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/20101217042523-slip_example.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-7057 aligncenter" title="20101217042523-slip_example" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/20101217042523-slip_example.jpg" alt="20101217042523" width="560" height="400" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/20101217042523-slip_example.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/20101217042523-slip_example-300x214.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Mi fermo , spero che sia tutto chiaro, ci si risente dopo Indianapolis con il quinto capitolo e forse ultimo &#8230;. grazie di avercela fatta ad arrivare fino a qui 😀 😀 😀 😀</p>
<p style="text-align: justify;">Se vi siete persi le prime tre parti ecco i link: <a href="https://www.giornalemotori.com/2011/08/03/come-funziona-una-centralina-e-la-telemetria-da-motogp-parte1/" target="_blank">PARTE 1</a> , <a href="https://www.giornalemotori.com/2011/08/10/computer-di-bordo-mappature-e-telemetrie-cosa-fanno-per-il-pilota-parte-2/" target="_blank">PARTE 2</a> , <a href="https://www.giornalemotori.com/2011/08/17/computer-di-bordo-parte-3/" target="_blank">PARTE 3 </a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2011/08/25/traction-control-system-come-funziona-parte-4/">Traction Control System come funziona (parte 4)</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<title>Computer di bordo (parte 3)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Aug 2011 09:23:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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		<category><![CDATA[ECU e fly-by-wire]]></category>
		<category><![CDATA[Honda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Arrivati sani e salvi a questa terza parte adesso vi tocca sorbirvi un tantino di tecnologia legata al cuore della nostra 800 GP che è il motore e il suo computer di controllo che si chiama appunto ECU, dall&#8217;inglese (Engine Control Unit : unità di controllo motore). In moto GP  ne troviamo tre di utilizzate, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2011/08/17/computer-di-bordo-parte-3/">Computer di bordo (parte 3)</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Arrivati sani e salvi a questa terza parte adesso vi tocca sorbirvi un tantino di tecnologia legata al cuore della nostra 800 GP che è il motore e il suo computer di controllo che si chiama appunto ECU, dall&#8217;inglese (Engine Control Unit : unità di controllo motore).</p>
<p>In moto GP  ne troviamo tre di utilizzate, la Honda che se la fa in proprio dopo aver abbandonato il modulo della Mitsubishi, quindi nessuno sa esattamente come sia fatta anche se ha sicuramente le funzioni di tutte le altre ECU, poi abbiamo ancora la Suzuki che usa la Mitsubishi ed infine Yamaha e Ducati che usano la Marvel della Magneti Marelli.</p>
<p>Sicuramente la Magneti Marelli fornisce ai team una unità  leggermetne modificata da quella standard,  poi ogni team si sviluppa il proprio software di gestione e di analisi partendo dalla base della Magneti Marelli che appunto lascia disponibile questa opzione.</p>
<p>Sulla Marvel ( nel nostro caso il modello 4) la documentazione  è copiosa quindi mi limito a scrivere appunto di questa ECU.</p>
<p>Innanzitutto eccola :</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/marvel_4.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-6971 aligncenter" title="marvel_4" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/marvel_4.jpg" alt="marvel 4" width="371" height="371" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/marvel_4.jpg 400w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/marvel_4-150x150.jpg 150w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/marvel_4-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 371px) 100vw, 371px" /></a></p>
<p>Qui sotto trovate una grafica che illustra i componenti principali ( ce ne sono molti di più )  che descriveremo nelle loro funzioni :</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/ecu-magneti.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-6974 aligncenter" title="ecu magneti" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/ecu-magneti.jpg" alt="ecu magneti" width="594" height="416" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/ecu-magneti.jpg 926w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/ecu-magneti-768x539.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/ecu-magneti-300x211.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/ecu-magneti-696x489.jpg 696w" sizes="(max-width: 594px) 100vw, 594px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L a Magneti Marelli rende disponibili una miriade di sensori e moduli aggiuntivi alle loro ECU e va anche detto subito che dal modello del 2008 ad oggi,  hanno integrato anche il sistema di telemetria, quindi chi usa la Marvel 4 non ha più bisogno di cablare anche la 2d tedesca.</p>
<p>Il tutto inizia dal sensore di posizionamento della manopola del gas, il famosissimo Fly-By-Wire  che toglie al pilota il controllo diretto  delle farfalle dei condotti di aspirazione, oggi vengono gestite da un motorino elettrico pilotato dalla ECU. Il pilota quindi comunica con la  ECU tramite la manopola del gas che viene tradotta in segnali. La  ECU avendo il controllo totale ed assoluto del motore decide  cosa fare in base alla richiesta del pilota e di quanta potenza tirare fuori dal motore.</p>
<p>Per fare questo ha un sistema complesso di informazioni che arrivano da dei sensori sparsi un pò ovunque che  sono:</p>
<p>&#8211; Temperatura esterna ed interna dell&#8217; aria che entra nell&#8217;air box e sua pressione</p>
<p>&#8211; Sonda di temperatura di scarico  (una per cilindro)</p>
<p>&#8211; Sonda Lambda (una per cilindro) per la verifica della combustione aria-benzine</p>
<p>&#8211;  Accesso diretto alle bobine delle candele (una per candela) per la fasatura di anticipo e scoppio miscela.</p>
<p>&#8211;  Sensore della posizione delle farfalle nei condotti di aspirazione</p>
<p>&#8211; Sensore velocità aria nei condotti di aspirazione</p>
<p>&#8211; Sensore di temperatura nei condotti di aspirazione</p>
<p>&#8211; Temperatura acqua</p>
<p>&#8211; Temperatura e pressione olio</p>
<p>&#8211; Sensore di ribaltamento della moto per spegnere il motore ( con moto piatta su di un fianco a terra).</p>
<p><strong>Finalmente</strong> gestione degli iniettori di benzina, che visto che parliamo della manoploa del gas a questo punto direi che sono la cosa più importante. Ebbene la ECU sa quanta benzina inietta ad ogni impulso che dà agli iniettori per ogni cilindro, quindi sapendone la durata, che detto per inciso va da 0.5 millisecondi (ms) a  5 ms, praticamente a 0,5 siamo al minimo di giri e ptoenza motore, a 5 ms corrisponde al massimo di giri e potenza, fa accelerare o rallentare il motore al posto del vecchio filo che collegava direttamente il polso del pilota al motore.</p>
<p>I millisecondi identificano il tempo di apertura dei getti degli iniettori, più si aprono più benzina viene inettata e  si ottiene più potenza e consumo. Ovvio che sapendo la durata di apertura e i 21 litri a disposizione la ECU è perfettamente in grado di calcolare il consumo per tutta la durata della gara,  se si consuma troppo si arriva al famosissimo e paventato taglio sulle prestazioni per far arrivare il pilota al traguardo.</p>
<p>La ECU gestisce anche la pompa di benzina e può variarne la potenza di pompaggio, da un paio di atmosfere ad un massimo di 10 atmosfere. Questo dipende anche da tipo di iniettore che si è scelto,  di standard ne esitono tre, a spruzzo singolo, doppio e triplo, poi Yamaha e Ducati possono farsene fare su misura quelli che vogliono,  cosa che molto probabilmente hanno fatto, visto  che la fluidica su queste 800 è spinta al massimo.</p>
<p>Allora il pilota gira sta benedetta manopola la ECU fa tutti i suoi calcoli basandosi su tutte le informaizoni che rileva e passa potenza sempre e solo al massimo della prestazione richieste sul momento, senza sprecare un goccia dei preziosissimi 21 litri.</p>
<p>La ECU lo fa basandosi sulle famose mappature del motore che gli ingegnnieri di software e meccanici hanno deciso pista per pista curva per curva ed in genere un pilota ne ha almeno tre da scegliere per gara, le può  selezionare agendo sul cruscottino.</p>
<p>Infatti nella grafica di sopra  vi ho messo il bellissimo cruscotto digitale che spesso avete visto in TV o fotografato sulle riviste. Ma ve lo ripropongo:</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/mdu-cockpit.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-6975 aligncenter" title="mdu cockpit" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/mdu-cockpit.jpg" alt="mdu cockpit" width="361" height="202" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/mdu-cockpit.jpg 361w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/mdu-cockpit-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 361px) 100vw, 361px" /></a></p>
<p>Il cruscotto essendo gestito direttamente (pure quello) dalla ECU passa informazioni importanti non solo al pilota ma anche ai tecnici sopratutto quando accendono il motore, mettendo il cruscotto in modo diagnostico, in questa modalità vengono informati di tutti i valori delle  varie sonde e sensori, con un duplice scopo, di controllo e di verifica del funzionamento corretto di tutto questo arsenale di sonde, poi lo riportano in modo gara, il pilota sale sopra e parte.</p>
<p>Fine della terza parte nella prossima, quarta ed ultima, parleremo di TC, controllo di lancio, la piattaforma inerziale  etc etc  le sonde che vengono utilizzate allo scopo  e che cosa fanno.</p>
<p style="text-align: justify;">Se vi siete persi le prime due parti ecco i link: <a href="https://www.giornalemotori.com/2011/08/03/come-funziona-una-centralina-e-la-telemetria-da-motogp-parte1/" target="_blank">PARTE 1</a> , <a href="https://www.giornalemotori.com/2011/08/10/computer-di-bordo-mappature-e-telemetrie-cosa-fanno-per-il-pilota-parte-2/" target="_blank">PARTE 2</a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2011/08/17/computer-di-bordo-parte-3/">Computer di bordo (parte 3)</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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		<item>
		<title>Computer di bordo, mappature e telemetrie, cosa fanno per il pilota (parte 2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Aug 2011 02:00:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Eccoci qui alla seconda parte non più sulla nostra bene amata GP 800, ma nel box a fianco del tecnico dell&#8217; elettronica a controllare il giro di pista sulle telemetrie. Seguendo la conclusione della parte 1 , come promesso ecco le telemetrie della curva 10&#160; CLICCATECI SOPRA CHE SI APRE UNA NUOVA PAGINA CON IL [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Eccoci qui alla seconda parte non più sulla nostra bene amata GP 800, ma nel box a fianco del tecnico dell&#8217; elettronica a controllare il giro di pista sulle telemetrie. Seguendo la conclusione della <a href="https://www.giornalemotori.com/2011/08/03/come-funziona-una-centralina-e-la-telemetria-da-motogp-parte1/">parte 1</a> , come promesso ecco le telemetrie della curva 10&nbsp; CLICCATECI SOPRA CHE SI APRE UNA NUOVA PAGINA CON IL GRAFICO , stampatelo cosi&#8217; evitate di accecarvi &#8230;.:</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-mapping.jpg"><img decoding="async" width="1055" height="776" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-mapping.jpg" alt="2d mapping" class="wp-image-6807" title="Computer di bordo, mappature e telemetrie, cosa fanno per il pilota (parte 2) 2238" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-mapping.jpg 1055w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-mapping-1024x753.jpg 1024w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-mapping-768x565.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-mapping-300x221.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-mapping-696x512.jpg 696w" sizes="(max-width: 1055px) 100vw, 1055px" /></a></figure>
</div>


<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Immagine stampata da 2D Data Recording System</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste sono le informazioni a livello grafico che appaiono sul computer di analisi del telemetrista,&nbsp; i dati sono quelli rilevati&nbsp;&nbsp; dalla centralina di bordo . Un consiglio cliccate sull&#8217;immagine vi si apre un bel po&#8217; più grande , stampatela e poi leggetevi i commenti che seguono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul rettilineo che precede la stacca gli unici dati importanti sono dalla parte del motore, quindi si guarda la posizione dell&#8217; acceleratore , la sonda lambda, la pressione che c&#8217;è nell&#8217;airbox, la temperatura dell&#8217;olio, la temperatura dell&#8217;acqua, la pressione dell&#8217;olio, la temperatura esterna dell&#8217;aria e la velocità reale indicata dalla piattaforma inerziale così da poter controllare se la ruota posteriore scivola sotto la spinita del motore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando si inizia la staccata ancora dritti i dati importanti sono quelli della posizione dell&#8217;acceleratore, cosa fanno le sospensioni ed un paragone molto preciso sulla velocità delle due ruote, per definire la strategia di sblocco della frizione per evitare che il posteriroe saltelli, cioè la frizione va bene per ridurre lo spazio di staccata ma deve sganciarsi ad un dato mometo per evitare che la ruota posteriroe trascinando la moto attraverso la catena che spinge sulla frizione che a sua volta contrasta il motre che perde giri tenda a bloccarsi e qundi il posteriore inizia a saltellare scompensando la staccata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stessa analisi è mantenuta fino a che si va in piega e si continua a frenare in curva.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-leggenda.jpg"><img decoding="async" width="431" height="295" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-leggenda.jpg" alt="2d leggenda" class="wp-image-6840" title="2d leggenda" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-leggenda.jpg 431w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-leggenda-300x205.jpg 300w" sizes="(max-width: 431px) 100vw, 431px" /></a></figure>
</div>


<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Leggenda dei colori della mappatura presa in un punto preciso del grafico</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;immagine grafica si vede benissimo che seguendo la linea della velocità&nbsp; reale della piattaforma inerziale mentre siamo ancora sotto accelerazione prima di entrare in staccata&nbsp; ( terza marcia poi si passa in seconda ) la ruota anteriore quando raggiungiamo il 100%&nbsp; della manopola del gas tende a ricongiungersi alla velocità&nbsp; indicata dalla piattaforma mentre la ruta posterrioe va per conto suo, in valore assoluto ( si fa un zoom sulla schermata in un punto preciso ) la ruota anterirore è a 124.8 km/h mentre nello stesso istante la ruota posterirore sta viaggiando a 131.8 km/h ovvio che sta scivolando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Appena il responsabile delle telemetrie ed il direttore tecnico vedono queste indicazioni per loro e&#8217; chiarissimo che c&#8217;e&#8217; un problema di reazione del telaio e delle sospensioni, hanno un problema da risolvere. Chiaro che il pilota poi aggiunge i suoi commenti,&nbsp; guardano il punto preciso di dove avviene il tutto&nbsp; e dando le sue indicazioni, infatti puo&#8217; sentire che la posteriroe perde grip quindi gira di più dell&#8217; anteriore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dove si vede che il pilota chiude di colpo il gas ( poi di fatto il computer di bordo in questo caso lo tiene comunque aperto al 4.8% )&nbsp; si vede anche che interviene sul freno, il 4 ,8% lo si ricava dai dati analitici e anche dal setting del computer di bordo in quel punto,&nbsp; sopra la scritta manopola del gas in % c&#8217;è un grafico bleu quella è la forcella anteriore che in staccata è in affondo ( ma non a fondo corsa )&nbsp; è al massimo della sua regolazione di affondata, mentre&nbsp; il grafico rosa rappresenta la sospension posteriore che è in estensione. I valori sono per l&#8217;anteriore l&#8217;affondata è di 79.3 mm, mentre per la posteriore l&#8217;estensione è di 23.5 mm.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se questi valori corrispondono alle regolazioni idrauliche e meccaniche il direttore tecnico sa che la sospensioni sono regolate bene in staccata ed in rilascio, altrimenti bisogna intervenire nuovamente sulle regolazioni. Per esempio se la ruota posteriore scivola si potrà provare ad aumentare il carico sul posteriore agendo sia sulla sospensione che sullo spostamento delle centrature delle masse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso non meravigliatevi del piccolo valore della corsa dell&#8217;ammortizzatore posteriore ( 23.5 mm ) va ricordato che lavora su di un sistema di leveraggi che amplifica notevolmente l&#8217;estensione della sospensione posteriore e della gomma che sta alla fine del&nbsp; braccio di leva.&nbsp; L&#8217;affondamento della sospensione anterirore e&#8217; nella norma in quanto si sposta solo sulla verticale e come misura di circa 8 cm ha una gran bella corsa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quetsi sono dati che il tecnico della Ohlins valuta attentamente e prende delle decisioni del caso, parlandone col pilota ed il direttore tecnico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il pilota indica di avere la sensazione di chattering, il tecnico delle telemetrie puo&#8217; analizzare nuovamente tutta la percorrenza di curva utilizzando un software di analisi specifico che evidenza il chattering.&nbsp; Praticamente annulla i movimenti della forcella con un sistema di filtro software e a questo punto si evidenzia dove e quando la ruota anteriore in piega va in chattering. Purtroppo il chattering e&#8217; una cosa molto fastidiosa per il pilota togliendogli sensibilità&nbsp; di guida sull&#8217;anteriore proprio quando ne ha più bisogno ed oltereutto puo&#8217; scomparire o riapparire su diversi angoli di piega, velocità di percorrenza o fondo della pista, magari risolto per un paio di curve viene fuori in un curvone dove prima non lo si aveva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esistono anche dei sensori, qui non visualizzati, che danno il valore di flessione del telaio al canotto di sterzo che nel caso del chattering è importante sapere e valutare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo che il chattering fa anche consumare la gomma anteriore in un modo anomalo, quindi il tecnico della Bridgestone se ne dovrebbe poter&nbsp; accorgere, analizzando come si sono consumati gli spigoli della gomma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto spero di avervi dato un&#8217;idea di massima di cosa sono e a cosa servono le telemetrie. E&#8217; una massa di dati enorme pista per pista curva per curva setting per setting della moto, non c&#8217;è assolutamente&nbsp; da meravigliarsi se con solo&nbsp; un paio di FP alla fine non si arriva all&#8217;optimum.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso sentite commentare dal pilota che: &#8220;Siamo partiti subito con un buon setting&#8230;&#8221;&nbsp; che è quello che sperano tutti i piloti al rientro dai primi giri. Il che non vuol dire che non hanno dei problemi ma almeno non hanno dei dati che si scostano in modo anormale come appunto nel grafico di qui sopra.&nbsp; Partiti bene si riesce molto in fretta con minime regolazioni e poi paragonando i vari&nbsp; dati a vedere se si sta migliorando o se si inverte un tantino la tendenza in negativo e si puo&#8217; rapidamente invertire tendenza tornando indietro sulle regolazioni sia di software che meccaniche.&nbsp; Se si parte male è&nbsp; tutto in salita e se il tempo a disposizione è finito&nbsp; il telemetrista , il tecnico del software il capo meccanico si fanno la notte in bianco guardando tutti i dati, paragonandoli e poi facendo il famoso setting a tavolino, che&nbsp; per esempio ha consentito a Casey di fare bene nell&#8217;ultima gara di Laguna Seca, dove fino alle qualifiche penava parecchio. Cosa ci puo&#8217; essere di piu&#8217; entusisamante&nbsp; per chi si è fatto una notte in bianco di sentirsi dire dopo il WP del mattino :&#8221;Ci siamo per la gara sono a posto !!!!&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista tecnico oggi le centraline integrano anche i dati delle telemetrie mentre nel passato diciamo fino alla fine del 2007, tutti usavano la 2D tedesca, anche se pare che ancora oggi sia usata dalla Honda e forse anche dalla Suzuki. Ricordo che la 2D raccoglie i dati in modo autonomo. Oggi per esempio la Magneti Marelli Marvel montata su Ducati e Yamaha fa la raccolta dati e gestisce in proprio tutte le informazioni. Più&nbsp; che un guadagno di peso sono cavi in meno ed un altro oggetto, che è pur sempre un computer, &nbsp; che se non c&#8217;è&nbsp; non puo&#8217; rompersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui mi fermo nella prossima parte vediamo come si raccolgono tutte le informazioni, quindi finalmente saprete come è fatta la piattaforma inerziale che ha sostituito il GPS che non usa più&nbsp; nessuno, tanto meno i giroscopi che non vengo&nbsp; più utilizzati per misurare l&#8217;angolo di piega, accelerazione e decelerazione. Teconologie dell&#8217; epoca delle&nbsp; caverne oggi si sfrutta la scienza militare dei missili ad alta precisione, si propio quelli che si sparano da 4000 km di distanza e si ficanno dentro una finestra a 1000 km/h.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per concludere un paio di affermazioni importanti:&nbsp; le GP 800 di oggi hanno circa una sessantina di sensori distribuiti su tutta la moto, non tutti i sensori vengono presi in considerazioni per le telemetrie, alcuni sono specifici della gestione del motore e delle mappature, se vi mettono davanti due telemetrie di due piloti diversi, non siete in condizione di riconoscere un pilota dall&#8217; altro , potete solo vedere le differenze fra una telemetria e l&#8217;altra .&nbsp; Per decidere che pilota sia su una delle due telemetrie dovete seguirlo mentre la produce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quinid se qualc&#8217;uno vi dice questa è sicuramente una telemetria di Lorenzo e questa è di Casey magari ne sta guardando&nbsp; una di Hayden e di de Puinet ( che scivola parecchio) &#8230;&nbsp; così&nbsp; tanto per chiudere con una risata. Ci si rivede dopo BRNO per la parte 3.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Computer di bordo mappature e telemetrie cosa fanno per il pilota (parte 1)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 11:03:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ecco abbiamo appena lasciato il box con la nostra GP 800, stiamo accelerando verso la prima curva, la San Donato, la velocità aumenta molto rapidamente in pochi secondi dobbiamo iniziare la staccata, il computer di bordo è pronto per la nostra azione che in termine tecnico si chiama &#8220;unplug&#8221; , iniziamo a frenare chiudendo il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/0704_sprp_06_z+carbon_fiber_airbox+.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-6754 aligncenter" title="0704_sprp_06_z+carbon_fiber_airbox+" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/0704_sprp_06_z+carbon_fiber_airbox+.jpg" alt="" width="428" height="321" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/0704_sprp_06_z+carbon_fiber_airbox+.jpg 640w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/0704_sprp_06_z+carbon_fiber_airbox+-300x225.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/0704_sprp_06_z+carbon_fiber_airbox+-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 428px) 100vw, 428px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco abbiamo appena lasciato il box con la nostra GP 800, stiamo accelerando verso la prima curva, la San Donato, la velocità aumenta molto rapidamente in pochi secondi dobbiamo iniziare la staccata, il computer di bordo è pronto per la nostra azione che in termine tecnico si chiama &#8220;unplug&#8221; , iniziamo a frenare chiudendo il gas, il computer di bordo della nostra 800 GP ha già caricata in memoria ( circa 20 giga byte ) tutta la mappatura del circuito del Mugello, ma riceve anche dalla piattaforma inerziale la nostra precisa posizione in pista, cioè  l&#8217;informzione sull&#8217;assetto della nostra moto nello spazio tridimensionale che ha in memoria e che rappresenta per lui la pista, quindi sa già che dobbiamo frenare, nella sua memoria ha anche la <strong>triettoria ideale</strong> per fare la San Donato a qual si voglia velocità  decidiamo di affrontarla, i tecnici la chiamano la &#8220;manovra perfetta&#8221;  più il pilota si avvicina a questa traiettoria ideale migliore sarà  la sua prestazione sul giro. Nel passato doveva farlo solo con il suo polso destro il gas e&#8230; il talento.</p>
<p style="text-align: justify;">Il computer sa dove siamo prima che ci arriviamo, sa che dobbiamo frenare, con uno sforzo pari ad un certo valore di potenza (espresso in joule)  motore al 44% gas al 9%,  il computer inizia  a programmare il tutto, Mentre freniamo il computer in microsecondi legge tutti i sensori sapendo quanto stiamo spingendo, pressione sul freno posteriore, pressione sul freno anteriore, quanto abbiamo di grip sulla gomma posteriore ( si sa anche questo )  quanto siamo piegati se stiamo iniziando a derapare oppure no, e si prepara per il prossimo secondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ha importanza dove ho messo le gomme, posso sempre frenare o aprire il gas dove voglio,  nella linea ideale o fuori di essa, il mio computer passerà alla mia moto i prametri corretti per stare il più possibile vicino alla &#8220;manovra perfetta&#8221;  oppure tagliarmi la potenza se qualche cosa va male prima che succeda.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo curva per curva per tutto il circuito del Mugello. Devo fidarmi del mio computer è piu&#8217; rapido di me,  sa meglio di me il mio giro ideale. Il giro perfetto. Quello di cui ha bisogno la mia 800 GP è che io mi fidi e di&#8230;  ottime gomme.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle prove libere tornando al box, i tecnici estraggono i dati telemetrici e per prima cosa verificano se abbiamo iniziato la procedura troppo presto o troppo tardi, se la moto era troppo al di furi della traiettoria ideale, quindi il tecnico ci dice &#8220;ok spostiamo di due punti sulla San Donato e un punto in meno alla Luco-Poggio Secco&#8221;  questa è la differenza che il computer ha rilevato dal nostro giro rispetto la &#8220;manovra perfetta&#8221;. Il tecnico setta i parametri nella nostra moto li ricarica nella memoria del computer di bordo e via si torna fuori a provare.</p>
<p style="text-align: justify;">Già dal 2006 sulla M1 di allora e poi trasportato sulla M1 800, era disponibile un software che consentiva una mappatura per il Traction Control, freno motore in  funzione di ogni singla posizione del cambio  e curva per curva della pista,  la casa dei tre diapason lo aveva definito &#8220;space channel&#8221;  era l&#8217;inzio dell&#8217;era degli &#8220;aiuti&#8221; al pilota.</p>
<p style="text-align: justify;">Valentino Rossi smontato dalla M1 800/2010 e salito sulla Ducati GP11/2011,  il giorno dopo Valencia disse :&#8221;La Ducati ha un software almeno tre passi avanti rispetto la Yamaha&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi ho proposto un visione realistica di quello che succede in una 800 GP, che sia essa Honda, Yamaha, Ducati o Suzuki. Adesso vediamo come avviene realmente e perché le telemetrie sono così importanti e perchè gli stessi piloti ne sono così gelosi, anche se immagino che dopo la descrizione di qui sopra si cominci ad intuirne il perchè.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece di scrivervi subito da dove vengono fuori le telemetrie affrontiamo l&#8217;argomento al contrario cioè da una mappatura di  una curva di un circuito ( la curva 10 )   prodotta dalle telemetrie e analizziamo che cosa vogliono  dire questi  strani garafici.</p>
<p style="text-align: justify;">Il documento grafico che allegherò viene da un sistema di telemetria della 2D tedesca non e&#8217; di una 800 ma di una 1000, magari averne uno delle 800, ma sono altamente segreti il software è addirittura crittografato così  anche se finisse in mani di  non addetti ai lavori non c&#8217;è modo di capire di cosa si tratti, solo una sequenza di numeri senza significato.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di addentrarci nel significato dei grafici che analizzeremo nella parte due di questo gruppo di articoli, vi propongo un&#8217; immagine che conoscete molto bene perche&#8217; vista, anche se di straforo, in TV  è appunto quella che il pilota tiene in mano discutendo con i tecnici del software.</p>
<p><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-sachs.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-6756 aligncenter" title="2d sachs" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-sachs.jpg" alt="2d sachs" width="480" height="240" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-sachs.jpg 662w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/08/2d-sachs-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non vi dico che pista del mondiale sia &#8230;   vediamo chi la riconosce.</p>
<p>Nel prossimo articolo analizzeremo per via telemetrica grafica la curva 10 , quella in giallo. Ma occhio il fatto che sia in &#8220;giallo&#8221; non  è Valentino Rossi &#8230; o forse si &#8230;  è propio lui ?</p>
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		<title>Il motore portante non consente lo sviluppo di un telaio perimetrale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 08:20:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[ducati]]></category>
		<category><![CDATA[F1]]></category>
		<category><![CDATA[MotoGP]]></category>
		<category><![CDATA[motore portante]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le soluzioni alternative nel mondo dello sviluppo delle moto da competizone esistono da sempre, non necessariamente sono una superiore ad altre, le scelte vengono fatte prevalentemente in base agli strumenti di sviluppo a disposizione del reparto ricerca sviluppo, ai materiali di cui si ha un&#8217;ottima conoscenza ed esperienza e per ultimo dei costi. Mentre i [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2011/07/21/il-motore-portante-consente-lo-sviluppo-di-un-telaio-perimetrale/">Il motore portante non consente lo sviluppo di un telaio perimetrale</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Le soluzioni alternative nel mondo dello sviluppo delle moto da competizone esistono da sempre, non necessariamente sono una superiore ad altre, le scelte vengono fatte prevalentemente in base agli strumenti di sviluppo a disposizione del reparto ricerca sviluppo, ai materiali di cui si ha un&#8217;ottima conoscenza ed esperienza e per ultimo dei costi. Mentre i costi sono rilevanti nella produzione di serie nel mondo delle corse contano si ma non troppo perchè quello a cui si mira sono i risultati.&nbsp; Certo è ovvio che un portafoglio ben gonfio aiuta molto, prova ne è la Suzuki che forzata a ridimensionare il budget ogni hanno, corre il rischio di sparire dalla MotoGP.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esiste anche una&#8217;altra tendenza di progetto molto di origine umana,&nbsp; in un campo dove appunto le idee e l&#8217;esperienza degli ingegneri contano ancora moltissimo, ci si orienta a fare quello che sappiamo fare meglio e non sempre quello che poi è veramente necessario. Limite umano, che ancora oggi i computers , che progettano in toto l&#8217;elettronica, non aiutano gran che un progettista di motori e telai, certo ha strumenti software sofisticati per fare delle simulazioni, analisi e valutazioni, ma le fa sulle sue percezione sulla sua sue conoscenze che possono creare una barriera &#8220;ostinata&#8221; alla ricerca di quello che appunto definivo &#8220;necessario&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Leggo sempre di piu&#8217; che la Ducati deve fare un giro di boa,&nbsp; di quelli considerevoli,&nbsp; appunto contro il concetto appena espresso di alternativa di progettazione&nbsp; e di sviluppo&nbsp; quello che i profani chiamano japonizzare la GP11 o la GP12,&nbsp; poco importa , si alzano sempre piu&#8217; voci contoro la filosofia progettuale Ducati e le parti in composito , il famigerato telaio anteriore in composito di carbonio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come scritto in un articolo precedente per quanto riguarda i telai, la Ducati ha scelto da molti anni a questa parte la strada del traliccio in tubi, che funziona più che bene e che la separa nettamente dalla maggior parte degli altri costruttori. Nelle moto bolognesi il motore integra la struttura del telaio, completandolo. In altre parole, &#8220;chiude&#8221;&nbsp; inferiormente la triangolatura principale. Inoltre, il basamento è fortemente stressato anche in quanto, di fatto, sostituisce pure la parte posteriore del telaio, dato che in esso è alloggiato il fulcro del forcellone, o del braccio oscillante. Questo schema è impiegato da anni con ottimi risultati tanto nella produzione di serie, quanto nelle moto che corrono in SBK.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eccoci qui ci siamo arrivati:&nbsp; integrazione tra telaio e motore,&nbsp; quest&#8217;ultimo in effetti svolge una funzione non solo di telaio (portante) ma anche di irrigidimento&nbsp; globale.&nbsp; In più&nbsp; ha il forcellone direttamente infulcrato nel basamento del motore stesso chiamata soluzione &#8220;pivotless&#8221;&nbsp; che prende il posto delle due classiche piastre&nbsp; laterali posteriori&nbsp; saldate al telaio perimetrale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è che sia una soluzione nuova per esempio guardate l&#8217;immagine qui sotto della Windhoff a quattro cilindri modello 750 cc del&nbsp; 1927</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://i.ibb.co/0Rr7wy5p/Windhoff-1927-750-4.jpg" alt="Windhoff 1927 750 4" title="Il motore portante non consente lo sviluppo di un telaio perimetrale 2239"><figcaption>Il motore portante non consente lo sviluppo di un telaio perimetrale 2241</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Non preoccupatevi della data di fabbricazione ma questa e&#8217; una delle prime moto con motore totalmente portante esattamente come e&#8217; stata concepita la prima Desmo GP dalla Ducati.&nbsp; Costruita a Berlino&nbsp; avanzatissima per l&#8217;epoca ha un quattro cilindri in linea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro esempio eclatante di mezzo con il motore totalmente portante è lo scooter Rumi Formichina dove il motore teneva insieme la parte anteriore con quella posteriore, letteralmente imbullonate.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://i.ibb.co/Lzm0mGxP/Formichino-B.jpg" alt="Formichino B" title="Il motore portante non consente lo sviluppo di un telaio perimetrale 2240"><figcaption>Il motore portante non consente lo sviluppo di un telaio perimetrale 2242</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Arriviamo ai giorni d&#8217;oggi le F1 hanno tutte la sospenzione posteriore imbullonata al motore che diventa struttura portante e quindi telaio dell&#8217; auto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per colmare la misura ed arrivare alla GP11 della Ducati le F1 hanno anche il telaio e tutte le sue componenit in fibra di carbonio. Quindi la filosofia della Ducati anche se innovativa arriva da lontano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per conlcudere anche un normale telaio a doppia trave puo&#8217; essere realizzato in fibra di carbonio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Ducati quindi ha effettuato delle scelte molto radicali ed alternative a quello che oggi si ritiene il miglior&nbsp; compromesso&nbsp; per una motoGP ad altissime prestazioni che e&#8217; poi la filosofia del telaio&nbsp; perimetrale seguta da tutte le case conncorrenti giapponesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Ducati ha dovuto progettare un motore quattro cilindri a&nbsp; V di 90° che tenesse conto della filosofia progettuale,&nbsp; con comando della distribuzione a cascata di ingranaggi e distribuzione tipicamente Ducati desmodromica,&nbsp; con i cilindri stessi incorporati nel basamento ma cosa piu&#8217; importante anzi importantissima questo motore e&#8217; stato studiato sin dall&#8217;inizio per essere portante quindi facente parte integrale&nbsp; del telaio di tutte le GP dalla prima all&#8217;ultima di oggi appunto la GP11.1.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore è come nella F1 parte strutturale della moto e supporta la sospensione posteriore riprogettata dalla GP11 alla GP12 e poi adattata sulla GP11.1. Il motore quindi sostituisce a tutti gli effetti la parte centrale&nbsp; e posteriore del telaio.&nbsp; Cio&#8217;&nbsp; comporta lo studio&nbsp; ed il dimensionamento del motore non solo nelle sue funzioni essenziali di propulsore ma anche di rigidita&#8217; , dimensionamento e architettura di tutta la moto e quindi del motore stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se avessero voluto utilizzare un motore quattro cilindiri&nbsp; in linea in stile M1 Yamaha o ex Kawasaki, oppure un motore piu&#8217; piccolo questo non sarebbe stato possibile,&nbsp; perche&#8217; non avrebbero raggiunto i valori di rigidezza e torsione necessarie per farlo diventare un telaio portante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa scelta ha condizionato quindi tutto il progetto come dimensinamenti,&nbsp; un motore del tipo per esempio della HRC&nbsp; ben più compatto e quindi ad architettura più raccolta&nbsp; avendo una V più stretta ha più vantaggi nella centratura delle&nbsp; masse ma sicuramente non potra&#8217; mai diventare un motore portante, quindi è obbligato ad essere inserito all&#8217;interno di un telaio perimetrale.&nbsp; La HRC a giudicare dai risultati di questa metà campionato ha ottenuto una moto molto guidabile e molto ben bilanciata,&nbsp; qui salta all&#8217;occhio la differenza sostanziale con la Desmo GP11.1.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo come accennato anche se i più si ostinano a chiedere a gran voce un telaio perimetrale per il grosso blocco a V di&nbsp; 90° della GP , questo non è&nbsp; possible perchè la Ducati deve riprogettare da zero il motore, va fatto un motore completamente nuovo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Torniamo sulla ciclistica, dal telaio tubolare (che fa tanto Ducati) ma che ha come caratteristica una notevole rigidità che se paragonato ad un telaio in alluminio assorbe molto meno&nbsp; le forze e&nbsp; finisce per scaricarle sulle sospensioni, si è passati ad una soluzione modernissima e più modulabile che è appunto stato il telaio anteriore in compositi di carbonio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si pensa sempre che le soluzioni composite in fibra di carbonio siano estremamente rigide , il che non è assolutamente vero dipende dal progettista che può modulare benissimo i punti di sforzo e di assorbimento, avvalendosi di software specilizzati di progettazione basati sul calcolo delle&nbsp; strutture composite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La struttura anteriore che collega il motore al canotto fa anche parte solidale con l&#8217;air box, soluzione geniale che con uno singolo blocco&nbsp; risolve due funzioni necessarie alla Desmo cioè&nbsp; di far respirare il motore e di far curvare la moto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Ducati ha ripreso delle soluzioni che hanno ampiamente dimostrato la loro validità&nbsp; nel modo ultra sofisticato della F1 .</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non credo che sia il materiale la fonte dei problemi della GP11.1.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse si dovrà ancora intervenire a livello progettuale sulle&nbsp; sezioni e gli&nbsp; spessori del telaio anteriore in carbonio , ma trattasi&nbsp; di un normale,&nbsp; anche se impegnativo,&nbsp; lavoro di sviluppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sull&#8217;agilità ci potrebbe essere molto da ridire perchè sembra molto meno agile delle concorrenti, che indubbiamente hanno masse più centralizzate ma anche in questo campo si può sperimentare spostando masse fin dove possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sicuramente la scelta imposta dal regolamento del monogomma non è&nbsp; stata di grande aiuto scompensando il delicato equilibrio di questa moto alquanto complessa come regolazioni,&nbsp; il rapporto con i&nbsp; pneumatici oggi disponibili appare alquanto critico ma spero che con un pò di tempo i risultati arrivino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta il fatto che se si volesse passare ad un telaio perimetrale sia esso in alluminio od in carbonio il motore va totalmente riprogettato ma&nbsp; a Borogo Panigale&nbsp; ne hanno il tempo ?&nbsp; Non lo saprei, certo che se va deciso va fatto quanto prima possibile.</p>
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		<title>Yamaha M1 con motore controrotante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 07:49:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Yamaha]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fino al 2004 la moto e casa che vinceva allegramente i mondiali era la HRC 1000 4t, della Honda con sopra Rossi, poi Rossi se ne andò alla Yamaha e si sedette su di una moto il cui albero motore girava al contrario e per due anni di fila non ce ne fu per nessuno. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Fino al 2004 la moto e casa che vinceva allegramente i mondiali era la HRC 1000 4t, della Honda con sopra Rossi, poi Rossi se ne andò alla Yamaha e si sedette su di una moto il cui albero motore girava al contrario e per due anni di fila non ce ne fu per nessuno. Poi di titoli ne portò ancora alla casa del diapason, uno ne portò anche grazie a Lorenzo,&nbsp; sempre seduto sulla stessa moto controrotante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le moto stradali hanno tutte l&#8217;albero motore che gira nel senso di marcia a parte un&#8217;eccezzione del passato, la Ducati 750 girava al contrario. Nelle motoGP la Yamaha sui 4T lo ha sempre fatto e lo continua a fare, ma bisogna anche considerare che circa dai 3 ai 5hp, grosso modo se ne vanno per via dell&#8217;ingranaggio fra albero motore e cambio per poi far girare il tutto in senso marcia. Se sono veramente 5hp nella classe 800 sono tanti, allora perchè la M1 continua ad usare questo sistema ?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa vuole dire intanto il fatto che l&#8217;albero motore gira nel senso di marcia, quindi quello delle ruote ? Sia le ruote che l&#8217;albero motore fanno da giroscopio alla moto e la tengono bella dritta e stabile, se si cerca di contrastare queste forze, provare a dare un piccolo colpetto in avanti ad uno dei due manubri e dopo una piccolo serpeggiamento la moto torna bella stabile. Altrettanto quando si curva bisogna vincere questa forza notevole, spingendo sul manubrio si fa scendere la moto all&#8217;angolo voluto, si dice guidare in cotrosterzo, chi sa pilotare le moto non piega con il corpo piega con il manubrio in controsterzo, il corpo serve solo per bilanciare la moto non per piegarla. (Adesso Smeriglio mi smentisce)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fatto è che in pista i piloti non vogliono tutta questa stabilità ma anzi vogliono una moto che scenda molto rapidamente in piega con minimo sforzo e che quindi segua la traiettoria impostata senza alcuna tendenza a raddrizzarsi, quindi una moto instabile rispetto l&#8217;esempio di sopra, certo cecrcano un compromesso fra velocità di inserimento ed instabilità, non è che poi la moto sia instabile basta verdere girare la M1 sembra su di un binario, però occhio quello è anche il manico del pilota ed il suo stile di guida.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si può aiutare questo fenomeno raddrizzando fino ad un certo punto la forcella anteriore, aumentando cosi&#8217; l&#8217;instabilità del telaio, comunuqe la forza giroscopica aumenta progressivamente in funzione della velocità e quindi dell&#8217;aumentare dei giri delle ruote. Nella moto ci sono anche altre forze giroscopiche, ed appunto una di queste è l&#8217;albero motore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la rotazione delle due ruote è seguita dalla rotazione del motore queste tre forze si sommano.&nbsp; Vedere figura:</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/M1_rotazione-normale.jpg"><img decoding="async" width="560" height="373" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/M1_rotazione-normale.jpg" alt="M1 rotazione normale" class="wp-image-3868" title="Yamaha M1 con motore controrotante 2243" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/M1_rotazione-normale.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/M1_rotazione-normale-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella prima grafica diamo arbitrariamente il valore di 5 e 3 rispettivbamente alla ruote anteriore e posteriore e 2 all&#8217;albero motore il totale delle forze sarà 10.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al contrario se l&#8217;albero motore gira al contrario delle due ruote la sua forza giroscopica si sottrae. Vedere figura qui sotto:</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/M1_controrotante.jpg"><img decoding="async" width="560" height="373" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/M1_controrotante.jpg" alt="M1 controrotante" class="wp-image-3869" title="Yamaha M1 con motore controrotante 2244" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/M1_controrotante.jpg 560w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/M1_controrotante-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">quindi nell&#8217; immagine qui sopra&nbsp; avendo l&#8217;albero motore che gira al contrario la forza andrà sottratta, ed il totale farà 6.&nbsp;&nbsp; Sono valori arbitrari ma il rapporto è corretto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiaro che la M1 è più instabile ma entra fulmineamente in piega .. che cosa pensate preferiscano Valentino o Lorenzo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esiste anche una&#8217; altra considerazione fra un motore 4 in linea ad uno a V (HRC) o L (Ducati) che sono &#8220;stretti&#8221; per loro natura rispetto al quattro in linea. Vedere rappresentazione grafica qui sotto:</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/GPfront.jpg"><img decoding="async" width="540" height="446" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/GPfront.jpg" alt="GPfront" class="wp-image-3881" title="Yamaha M1 con motore controrotante 2245" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/GPfront.jpg 540w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/GPfront-300x248.jpg 300w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;immagine ho ipotizzato un 4 in linea con un ingombro grosso modo orrizzontale&nbsp; largo come la carenatura, possiamo considerarlo largo&nbsp; quasi il doppio del &#8220;V&#8221; o dell&#8217; &#8220;L&#8221; rispettivamente HRC e Desmo,&nbsp; anche se ni realtà&#8217; di fatto&nbsp; è&nbsp; più compatto di quetsa rappresentzione ma è per capirci meglio.&nbsp; La riga rossa rappresenta l&#8217;ingombro dell&#8217; albero motore che ruotando la moto per entrare in piega si sposterà&nbsp; dal punto <strong>A</strong> al punto <strong>A&#8217;</strong> seguendo la riga gialla, tutto questa massa da spostare si oppone&nbsp; allo spostamento, cosi&#8217;&nbsp; come avviene per le ruote,&nbsp;&nbsp; tendenzialmente la forza centrifuga delle ruote e dellàalbero motore&nbsp; vogliono&nbsp; mantenere dritta la moto.&nbsp; Siccome il 4 in linea ha un albero motre ben largo la forza centrifuga si distribuisce su tutta la sua lunghezza contrastando il nostro sforzo nello spostarlo da orizzontale ad inclinato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se consideriamo l&#8217;ingombro dell&#8217; albero motore di un motore a &nbsp; &#8220;V&#8221;&nbsp; la metà&nbsp; della riga rossa,&nbsp; sarà evidente che la massa che segue lo stesso percorso del 4 in linea&nbsp; dalla A alla A&#8217;&nbsp; definito dalla riga gialla sarà minore&nbsp; e&nbsp; quindi richiederà &nbsp; meno sforzo per piegare la moto, cioè&nbsp; per vincerne l&#8217;effetto giroscopico .&nbsp; Quindi un motore stretto influisce&nbsp; meno sulla resistenza al cambio rapido di direzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non c&#8217;e solo questo vantaggio nell&#8217; avere il 4 in linea della M1 che gira al contrario,&nbsp; esiste anche il fatto che se il motore gira in direzione di fronte marcia al momento del via e quando si esce di curva ha la tendenza ad alleggerire l&#8217;avantreno, proprio quando ho bisogno di tenerlo giù per sfruttare maggiormente l&#8217;accelerazione.&nbsp; Non e&#8217; molto ma sono sempre chili di spinta che si aggiungono al peso del pilota che si sposta in avanti per contrastare il movimento della forcella che si scarica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi risolvono in parte questo problema con la gestione elettronica dell&#8217; erogazione di potenza, Dani sulla HRC lo aveva a suo tempo risolto&nbsp; in partenza con il blocco meccanico della forcella anteriore a pacco. Dani&nbsp; essendo leggero aveva dei problemi a tenere l&#8217;anteriore attaccato alla pista mentre partiva&nbsp; a razzo,&nbsp; la M1 avendo il motore che gira al contrario ne risente molto di meno quindi accelera più &#8220;piatta&#8221; ed esce anche di curva più &#8220;piattà ha quindi risolto il problema sia in partenza che in uscita di curva.&nbsp; Oggi per regolamento&nbsp; la HRC non può più sfruttare l&#8217;astuzia della forcella anteriore a pacco quindi&nbsp; deve appoggiarsi al software per risolvere la tendenza ad alzarsi troppo davanti in&nbsp; accelerazione,&nbsp; cosi&#8217; come lo hanno anche risolto in Ducati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco qui che si comincia a capire che magari è meglio giocarsi 5hp ma avere una moto che ha delle caratteristiche di gudabilità sia in curva che in accelerazione e cambi di direzione formidabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La M1 ha anche un altro vantaggio sulla concorrenza, anche se resa instabile ha però il forcellone posteriore un pochino più lungo se paragonato a tutte le altre moto. Il forcellone più lungo aumenta moltissimo la stabilità di guida in curva,&nbsp; quindi si può mantenere una velocità di percorrenza più elevata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Furosawa, che in fatto di sospensioni la sa lunga, ha dato a Vale una moto instabile ( ma dipende dal pilota decidere quanto instabile ) ma con una stabilità eccezzionale di percorrenza di curva ed aggiungerei anche in staccata, visto che a questi livelli continuano a frenare anche in piega &#8230;.. che cosa succede quando si frena in piega ? Molto semplice la moto tenderebbe a&nbsp; raddrizzarsi provateci per credere. A meno che abbia meno stabilità quindi si raddrizzerà&nbsp; di meno perchè il pilota la tiene giù più facilmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa rapidità nell&#8217;esecuzione dei cambi di direzione è anche quello che ha fatto fare dei bei voli a Lorenzo il primo anno , vi ricorderete il volo che ha fatto in Cina nel cambio di direzione nella S ,&nbsp; quando lo stesso Valentino commentò non la può guidare con i cambi di direzione di una 250. Finit i voli e finito l&#8217;apprendistato, Lorenzo con la M1 ha dei cambi di direzione rapidissimi ed anche &nbsp; fluidi e come dicono tutti sembra incollato all&#8217;asfalto, molto viene da lui ma molto viene anche dalla M1 che glielo consente di fare.</p>
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		<title>Il vero cambio &#8220;veloce&#8221; della HRC</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Apr 2011 20:34:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Spero di farvi cosa gradita finalmente spiegando come funziona il cambio della HRC. Il brevetto è stato depositato negli Stati Uniti  recentemente quindi sono disponibili i disegni tecnici che fanno vedere come è stato concepito. Per prima cosa un&#8217;immagine di un sistema tradizionale di cambio di moto, molto schematico ma spero si capisca come funziona [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Spero di farvi cosa gradita finalmente spiegando come funziona il cambio della HRC. Il brevetto è stato depositato negli Stati Uniti  recentemente quindi sono disponibili i disegni tecnici che fanno vedere come è stato concepito.</p>
<p>Per prima cosa un&#8217;immagine di un sistema tradizionale di cambio di moto, molto schematico ma spero si capisca come funziona :</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-3683" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/cambio-tradizionale2.jpg" alt="cambio tradizionale2" width="554" height="452" title="Il vero cambio &quot;veloce&quot; della HRC 2248" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/cambio-tradizionale2.jpg 554w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/cambio-tradizionale2-300x245.jpg 300w" sizes="(max-width: 554px) 100vw, 554px" /></p>
<p>Quando la frizione è innestata gli ingranaggi superiori (M) , nell&#8217;immagine per semplificare sono 4 ( cambio a quattro marce)  sono sempre in presa il che significa che se non si tira la frizione girano sempre.  Sotto abbiamo gli ingranaggi che si spostano tramite le forchette, nel disegno  ingranta la 1,  comandate dal pedale del  cambio.  A seconda dello spostamento delle forchette gli ingranaggi superiori &#8220;ingranano&#8221; quello inferirore che è selezionato dal movimento laterale delle forchette avanti ed indietro della forchetta,  una volta selezionato l&#8217;ingranaggio inferiore  sarà l&#8217;unico a portare fuori sul pignone la rotazione risultante dalla sua combinazione con quello superiore. Gli altri ingranaggi inferiori non ingranati dalla relativa forchetta girano sempre ma a vuoto.  Anche per questo si chiama cambio ad ingranggi sempre in presa.</p>
<p>Veniamo alla soluzione della HRC ovviamente molto più complessa che ho cercato di rendere semplice, ecco quindi lo spaccato del nuovo brevetto Honda.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-3660" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/Honda-GP-transmission1.jpg" alt="Honda GP transmission1" width="546" height="471" title="Il vero cambio &quot;veloce&quot; della HRC 2249" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/Honda-GP-transmission1.jpg 546w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/04/Honda-GP-transmission1-300x259.jpg 300w" sizes="(max-width: 546px) 100vw, 546px" /></p>
<p>Partendo sempre  dalla parte superiore del disegno gli ingranaggi indentificati da m1 &#8211; m6 rappresentano le sei marce della HRC e sono sempre in rotazioni solidali con la frizione, al loro interno (rosso) scorre il perno che serve a inserire o disinserire la frizione, che nel nostro caso è una frizione a secco, cioè non in bagno  d&#8217;olio.  La campana della frizione è  accoppiata con un ingranggio all&#8217; albero motore dal quale riceve la potenza e  gira sempre a mneo che spegniamo il motore.</p>
<p>Sulla parte inferiore del disegno troviamo gli ingranaggi n1- n6  che sono quelli dove si scelgono le marce, l&#8217;innnesto non è più a forchetta come nel cambio tradizionale ma scorre su due sezioni in giallo ed in verde consentendone l&#8217;attivazione così come facevano le &#8220;forchette&#8221;.  Dato  che non c&#8217;è scorrimento delle forchette  sull&#8217;asse di uscita  verso il pignone  come nei cambi &#8220;tradizionali&#8221;  la cambiata diventa praticamente istantanea nel momento che viene &#8220;attivato&#8221;  l&#8217;ingranaggio selezionato al suo interno. Mi sembra una soluzione molto simile al cambio seemless senza le sue complicazioni di innesto.</p>
<p>Un&#8217;idea geniale bravi i due ingegnieri della Honda che hanno depositato a loro nome il brevetto.</p>
<p>Il brevetto orignale fu depositato in Giappone nel 2009.</p>
<p>Essendo brevettato non so se sarà mai possibile copiarlo dalla concorrenza.</p>
<p>Per esempio per chi è interessato nei di brevetti, la Singer (Americana= quando brevettò la prima macchina da cucire passò un solo componente da brevettare a livello mondiale bloccando il mercato per decine di anni. Quello che fu brevettato fu il concetto del buco sulla punta dell&#8217;ago un colpo di genio, perchè se non si ha il buco del filo sulla punta dell&#8217;ago è impossibile cucire a macchina.</p>
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		<title>Evoluzione dei telai da corsa della Ducati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Mar 2011 08:03:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[ducati]]></category>
		<category><![CDATA[telaio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Ducati ha sempre avuto come marchio di fabbrica i motori a &#8220;L&#8221; ovviamente desmodromici e dei telai particolarissimi. Qui riprendiamo la filosofia telaistica Ducati addentrandoci di più nel modo MotoGP. La Ducati dall&#8217; inizio della sua avventura in motoGP è stata l&#8217;unica casa che si è lanciata in una evoluzione del telaio, da quello [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La Ducati ha sempre avuto come marchio di fabbrica i motori a &#8220;L&#8221; ovviamente desmodromici e dei telai particolarissimi. Qui riprendiamo la filosofia telaistica Ducati addentrandoci di più nel modo MotoGP.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Ducati dall&#8217; inizio della sua avventura in motoGP è stata l&#8217;unica casa che si è lanciata in una evoluzione del telaio, da quello classico Ducati tubolare, ai compositi in fibra di carbonio e forse prossimamente allo scatolato in alluminio. Prima di percorrere la storia della &#8220;linea&#8221; GPxx della Ducati un breve cenno sulle differenze sostanziali fra le quattro tecnologie che sono : tubolare, alluminio estruso (giapponesi) , carbonio e scatolato in alluminio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il telaio in tubi è un classico che parte dalle origini del motociclismo. Ha il vantaggio di essere facilmente modificabile, bassi costi di produzione e se ben progettato ha caratteristiche di leggerezza e rigidità facilmente calcolabili e massimalizzabili, con un buon disegno si ottiene un ottimo telaio. Il classico telaio giapponese da MotoGP che vediamo su tutte le altre motoel Sol levante&nbsp; deriva dalla sperimentazione della produzione di serie ed&nbsp; è composto da parti in estruso di alluminio saldate fra di loro da componenti pressofusi, gran bei telaio su cui ormai si sa tutto o quasi ed anche talmente industrializzato da ottenere un&#8217; ottima economia di produzione, inpensabile data la loro complessità di costruzione anni fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scatolato in alluminio lo segue a ruota,&nbsp; forte anche dell&#8217; esperienza accumulata sia in campo aereonautico che in campo automobilistico.&nbsp; Lo scatolato in alluminio ha solo un paio di contropartite&nbsp; che sono nella difficoltà e costo di realizzazione,&nbsp; sopratutto se&nbsp; proiettato in campo di produzione industriale più una notevole&nbsp; rigidità torsionale. La rigidità torsionale oggi come oggi sicuramente è risolvibile con i sofisticatissimi software di simulazione e di calcolo, in possesso a tutti i produttori di MotoGP. Per ultimo il telaio della Ducati in fibra di carbonio,&nbsp; composto da due parti che uniscono il motore, un &#8220;classico&#8221; Preziosi</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/Telaio_GP09_lat_dx_2.jpg"><img decoding="async" width="416" height="277" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/Telaio_GP09_lat_dx_2.jpg" alt="" class="wp-image-3389" title="Evoluzione dei telai da corsa della Ducati 2250" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/Telaio_GP09_lat_dx_2.jpg 416w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/Telaio_GP09_lat_dx_2-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 416px) 100vw, 416px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Le strutture composite,&nbsp; perchè è di questo che si tratta, danno dei vantaggi&nbsp; al progettista in quanto consentono un buon adattamento del disegno&nbsp; ideale dei componeti necessari per un realizzazione abbastanza &#8220;economica&#8221;&nbsp;&nbsp; ma come contropartita hanno il fatto che tutte le parti composite sono di difficile ripetibilità di produzione e la loro realizzazione è molto legata al &#8220;talento&#8221; di chi le costruisce, siamo molto vicini all&#8217; alchimia !.&nbsp; Quest&#8217;ultima considerazione non è significativa in campo motoGP&nbsp; perchè si tratta di produzioni di pochissimi pezzi, quindi facilmente selezionabili come qualità e caratteristiche, una volta fatto il pezzo viene provato e catalogato come rigidezza, logintudinale e torsionale e sopratutto flessibilità. Modificano lo spessore del composito in fibbra di carbone e l&#8217;orientamento delle stoffe che lo compongono si può ottenere un telaio molto interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I compositi hanno anche una caratteristica peculiare:&nbsp; rispetto alle leghe metalliche siano esse alluminio o acciai leggeri al molibdeno, sono resistentissimi e leggerissimi. La Ducati a partire dal 2009 ha appunto sfruttato questa tecnologia modernissima fino ad allora relegata alla F1.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima Ducati GP3 nasce su di un&#8217;idea di base che è stata quella di abbandonare il concetto classico di telaio come elemento di collegamento di tutti gli elementi, a favore di uno schema in cui il motore sia l&#8217;elemento centrale cui si collegano singolarmente telaio anteriore, telaio posteriore e retrotreno.<br>Quetso concetto nasce dal pensiero dell&#8217; Ing. Preziosi nella ricerca di una strada per un prototipo che differisca dal disegno progettuale dei prototipi delle case giapponesi che in quest&#8217;area si equivalgono grossomodo tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;inizio di questa filosofia avvenne come già detto&nbsp; con la GP3&nbsp; seguito dalla straordinaria GP7 e via via GP9 fino ai giorni nostri con l&#8217;ultima GP11. Ma se anche la filosofia non è cambiata il telaio è molto evoluto dalla ormai lontana GP3 , allora perchè non ripercorrere la strada per capirne le scelte ?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La GP3 nasce con il classico telaio tubolare della ducati che unisce il canotto di sterzo al motore, mentre il forcellone è attaccato al motore stesso.&nbsp; La GP3 quasi subito &nbsp; subisce la prima modifica nelle richieste di Capirossi che indicava nel telaietto&nbsp; posteriore sul quale erano attaccate le pedane,&nbsp; un problema di vibrazioni molto forti tanto da non riuscire a gudare la moto, gli scappavano via gli stivaletti,&nbsp; le pedane furono quindi separate su di un telaietto a parte.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/desmosedici_launch_011.jpg"><img decoding="async" width="449" height="252" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/desmosedici_launch_011.jpg" alt="desmosedici launch 011" class="wp-image-3390" title="Evoluzione dei telai da corsa della Ducati 2251" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/desmosedici_launch_011.jpg 449w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/desmosedici_launch_011-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 449px) 100vw, 449px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La GP3 aveva la caratteristica peculiare di avere il retrotreno vincolato unicamente al motore.&nbsp; In particolare sia il perno forcellone, sia il bilanciere della sospensione, erano collegati solo al motore senza alcun contatto con il telaio anteriore ( vedi immagine schematica qui sopra). Per risolvere le vibbrazioni alle pedane furono costretti a ricollegare il telaio anteriore con il telaietto che sositene il codone e le pedane del pilota.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altra considerazione importantissima è anche il disengo della sospensone posteriore per consentire un ampio movimenot al forcello che per motivi strutturali del motore a &#8220;L&#8221; Desmosedici non poteva essere abbastanza lungo per scaricare a terra l&#8217;incredibile potenza del 1000 Ducati. Con un sistema particolarissmo di leveraggi fu possible dare al forcellone un&#8217; escursione importante anche se a dire il vero di difficle reoglazione, ma in genere tutte le Ducati erano e sono in condizione di avere un grip ottimale per scaricare a terra la potenza. Regolazione difficile in quanto spesso si vede la Desmosedici pompare in uscita di curva. Dal punto di vista tecnico anche questo componente del telaio si allontano dal classico sistema cantilever, unilever, pro-link etc&nbsp; dei giapponesi iniziato dalla Yamaha con la famosissima 350 TZ prima moto ad utilizzare il mono ammortizzatore posteriore.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/sospensione-gp-tutte-attacco-la-motore-non-al-telaio.jpg"><img decoding="async" width="796" height="550" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/sospensione-gp-tutte-attacco-la-motore-non-al-telaio.jpg" alt="sospensione gp tutte attacco la motore non al telaio" class="wp-image-3392" title="Evoluzione dei telai da corsa della Ducati 2252" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/sospensione-gp-tutte-attacco-la-motore-non-al-telaio.jpg 796w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/sospensione-gp-tutte-attacco-la-motore-non-al-telaio-768x531.jpg 768w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/sospensione-gp-tutte-attacco-la-motore-non-al-telaio-300x207.jpg 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/sospensione-gp-tutte-attacco-la-motore-non-al-telaio-696x481.jpg 696w" sizes="(max-width: 796px) 100vw, 796px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Sospensione posteriore Ducati MotoGP</figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">La GP7 oltre a ciò presentava la caratteristica di avere il telaio anteriore completamente disgiunto dal telaio posteriore con il ritorno alla filosofia totale iniziale di spearazione e di utilizzo del motore come parte centrale portante. In pratica il motore costituiva l’elemento centrale della moto. Il telaio anteriore svolgeva il compito di collegare il motore al perno di sterzo. Il telaio posteriore collegava il motore alla sella ed alle pedane. I due telai anteriore e posteriore che nella GP3 erano ancora collegati tra loro, nella GP7 erano ancorati solo al motore risultando così più piccoli e leggeri</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/gp7-telaioietto-allum.jpg"><img decoding="async" width="480" height="640" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/gp7-telaioietto-allum.jpg" alt="gp7 telaioietto allum" class="wp-image-3394" title="Evoluzione dei telai da corsa della Ducati 2253" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/gp7-telaioietto-allum.jpg 480w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/gp7-telaioietto-allum-300x400.jpg 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La GP9 vede il telaio anteriore evolvere assumendo una forma ideale per svolgere la sua funzione di collegamento del motore e perno di sterzo. Nella sua forma attuale il telaio anteriore ingloba anche la funzione di air-box in un unico elemento. la scelta del monoscocca permette di realizzare le due funzioni in modo efficiente. Siamo arrivati alla fibra di carbonio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta della tecnologia del composito in fibra di carbonio per la realizzazione della forma prescelta, è legata da un lato alla possibilità di realizzare il pezzo della forma desiderata senza ingenti costi di attrezzatura, dall’altro di poter realizzare diverse rigidezze torsionali e flessionali semplicemente cambiando il tipo, il numero e l’orientazione delle pelli di carbonio utilizzando la stessa attrezzatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La GP9 garantiva una migliore precisione e stabilità in frenata ed in inserimento di curva.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/Telaio_GP09_lat_dx_3.jpg"><img decoding="async" width="416" height="625" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/Telaio_GP09_lat_dx_3.jpg" alt="" class="wp-image-3395" title="Evoluzione dei telai da corsa della Ducati 2254" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/Telaio_GP09_lat_dx_3.jpg 416w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/Telaio_GP09_lat_dx_3-300x451.jpg 300w" sizes="(max-width: 416px) 100vw, 416px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La GP10 rispetto alla GP9 subisce pochissime modifiche ma viene dotata a scelta di forcellone o in carbonio od in alluminio. Dopo di che la ricerca della Ducati si indirizza di più sul disegno della sospensione posteriore e sull&#8217;erogazione di potenza del motore fino ad arrivare ai nostri giorni con la GP11 tutta in carbonio</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso&nbsp; si comincia ad intravedere una soluzione in alluminio scatolato per la nuova categoria 1000, cioè un telaio&nbsp; monoscocca&nbsp; sia per la MotoGP&nbsp; che per la SBK.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/telaio-ducati.jpg"><img decoding="async" width="650" height="381" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/telaio-ducati.jpg" alt="telaio ducati" class="wp-image-3396" title="Evoluzione dei telai da corsa della Ducati 2255" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/telaio-ducati.jpg 650w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/telaio-ducati-300x176.jpg 300w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà questa l&#8217;arma del 2012 della Ducati non lo sappiamo per certo ma non è che manca poi tanto al suo debutto.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/visione-futura-ducati-1000-o-900.jpg"><img decoding="async" width="661" height="429" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/visione-futura-ducati-1000-o-900.jpg" alt="visione futura ducati 1000 o 900" class="wp-image-3398" title="Evoluzione dei telai da corsa della Ducati 2256" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/visione-futura-ducati-1000-o-900.jpg 661w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/visione-futura-ducati-1000-o-900-300x195.jpg 300w" sizes="(max-width: 661px) 100vw, 661px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">La Ducati del futuro ?&nbsp; Telaio scatolato anteriore in alluminio e posteriore in carbonio ?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ringrazio <strong>Manziana </strong>per la <strong>ricerca incredibile</strong> delle <strong>immagini e dei dati sulle</strong> Ducati MotoGP.</p>
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		<title>Aereodinamica &#8211; le odiate botte di vento laterali</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2011/03/09/aereodinamica-le-odiate-botte-di-vento-laterali/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=aereodinamica-le-odiate-botte-di-vento-laterali</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 07:31:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccoci qui a scrivere ancora di aerodinamica nelle moto,&#160; in questo ultimo articolo trattiamo il concetto di stabilità aerodinamica, altrettanto importante che la sagoma più&#160; efficente progettata per raggiungere una velocità ottimale, ma in alcuni casi forse la stabilità potrebbe essere più&#160; importante. La sagoma aerodinamica di una moto ha anche una richiesta di stabilità [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Eccoci qui a scrivere ancora di aerodinamica nelle moto,&nbsp; in questo ultimo articolo trattiamo il concetto di stabilità aerodinamica, altrettanto importante che la sagoma più&nbsp; efficente progettata per raggiungere una velocità ottimale, ma in alcuni casi forse la stabilità potrebbe essere più&nbsp; importante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sagoma aerodinamica di una moto ha anche una richiesta di stabilità di base, si perchè dove si guida non è che sia poi un ambiente stabile di aria ferma che aspetta noi che arriviamo e scivola poi lungo il profilo della moto, ma purtroppo esiste anche il vento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per evitare che un vento laterale ci spazzi via è importante che la moto abbia il suo centro&nbsp; di pressione posizionato dietro il centro di gravità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eccoci qui con una nuova definizione fisica : centro di pressione, che è il punto di applicazione della forza aerodinamica, la forza risultante dal sistema di forze elementari agenti sulla moto e sul pilota, rispetto al quale il momento risultante&nbsp; è nullo.&nbsp; Se si calcolano tutte le forze aereodinamiche create dal disegno&nbsp; della nostra carena e dalla posizone in sella del pilota, evidentemente di queste forze&nbsp; ne avremo davanti, di lato, sopra e sotto in genere&nbsp; si tende a conisderarle simmetriche ( anche se di fatto non lo sono sempre ) ma che si compensino a vicenda, quindi il loro punto di unione globale e&#8217; il centro di pressione dove tutte queste forze confluiscono contrastandosi l&#8217;un l&#8217;altra e quindi annullandosi, se non fosse così ed una forza prevalesse la moto non sarebbe poi molto stabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto pressione di un vento laterale funziona cosi&#8217; :&nbsp; se il centro di presisone è più&#8217; indietro del centro di gravità la pressione del vento spingerà via il dietro della moto facendo in modo che la sagoma anteriore giri nella direzione del vento correggendo automaticamente la sbandata dovuta alla ventata, se così non fosse e purtroppo come vedremo che non lo è,&nbsp; la moto uscirebbe di traiettoria. Al contrario se il centro di pressione fosse davanti al centro di gravità il vento farebbe ruotare l&#8217;anteriore della moto che uscirebbe definitivamente di traiettoria accentuando anche la direzione da cui arrivava la folata di vento, quindi sarebbe una moto instabile costringendo&nbsp; il pilota a continue correzzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo qui lo diciamo subito quasi tutte le moto finiscono per avere il centro di pressione davanti al centro di gravità&nbsp; questo è dovuto sostanzialmente perchè tutto la parte dell&#8217; aereodinamica cioè la carena sta davanti al pilota,&nbsp; il centro di gravità sta sempre grosso modo dalle parti del bacino del pilota seduto, il centro di pressione gli è sicuramente davanti ed un tantino più in alto .&nbsp; Peggio ancora se abbiamo la nostra compagna seduta dietro di noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso qualcuno potrà commentare che appeno nomino il passeggero la situazione è peggiorativa &#8230; purtroppo non ci posso fare niete è verissimo il passeggero ci sbilancia le sospensioni e se tira vento meglio sarà farla scendere (scherzo &#8230; andate un tantino più piano e godetevi la compagnia).</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo si aggiunge il fatto che un vento laterale per una moto in movimento non si applica di fatto di lato ma ad un angolo in funzione della velocità del mezzo, del vento stesso e della sua direzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo la situazione dinamica dell&#8217; aerodinamica di una moto in condizione di vento è piuttosto complicata. A nessuno piace di guidare con un bel vento che arriva a botte, sia esso un pilota di motoGP che uno di noi.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="433" height="758" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/Aero41.gif" alt="Aero41" class="wp-image-2821" title="Aereodinamica - le odiate botte di vento laterali 2257"></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">La figura illustra l&#8217;effetto reale di un vento laterale, che come risultato di spinta sulla&nbsp; moto non è proprio laterale ma si combina con il flusso di aria che arriva dal davanti. In pratica se la moto si sposta a 120 km/h in presenza di un vento laterale di&nbsp; 25 km/h , quindi non di una ventata sconvolgente, il vento reale sulla moto sarà di 125km/h ad un angolo di circa 10 gradi.&nbsp; Si creerà una forza laterale che ci farà inclinare la moto portandola fuori traiettoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una moto di fatto sta a metà fra un ideale disegno a goccia con una minima resistenza all&#8217; avanzamento ed una sezione squadrata&nbsp; su due ruote.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò significa che l&#8217;aria girearà intorno alla carena ma ad un certo punto interromperà la sua fluidità&nbsp; e continuità per rompersi in un moto turbolento,&nbsp; allora mentre all&#8217;inizio la forza laterale che ci fa spostare sarà massima nel momento che entriamo nella zona di turbolenza la forza laterale sparirà.&nbsp; Aumentando velocità&nbsp; purtroppo&nbsp; il punto di turbolenza è vero che si sposterà&nbsp; sempre più avanti facilitando il distacco della forza che ci spinge lateralmente, ma anche il centro di pressione si sposterà&nbsp; di conseguenza più avanti, rovinandoci la stabiltà , quindi aumentare la velocità non è una soluzione perchè peggiora gli effetti aereodinamici invece di stabilizzare la moto. Unico vantaggio aumentando la velocità in condizioni ventose è l&#8217;effetto giroscopico delle ruote che aumenta e sicuramente ci aiuterà di più nel contrapporsi alle botte di vento, cioè renderà più&nbsp; docile la sbandata. Unico consiglio che mi sento di darvi è di cercare un compromesso di velocità&nbsp; in condizioni atmosferiche avverse che vi dia un certo senso di sicurezza sotto l&#8217;effetto delle raffiche di&nbsp; vento. Personalmente vivoin un paese dove il vento è abbondante e gratuito e spesso aventate improvvise, poi ci si aggiunge anch euna bella raffica di pioggia così all&#8217;improvviso, ideale per andare in moto direte voi, ma spesso mi sono reso conto che andare ad 80 km/h era peggio che andare a 130 km/h,&nbsp; in più, magari lo fate istintiovamente, abassarsi più che si può per ridurre la sagmoa laterale ed abbassare anche così il centro di pressione.&nbsp; Allora vediamo bene il vento laterale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sucessiva immagine spiega meglio l&#8217;effetto del vento laterale oltre alla combinazione del vento frontale creato dalla velocità&nbsp; al quale come abbiamo visto si somma il vento laterale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="324" height="354" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/Aero52.gif" alt="Aero52" class="wp-image-2828" title="Aereodinamica - le odiate botte di vento laterali 2258"></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"><br>Anche qui entra in ballo la posizione del centro di pressione rispetto al centro di gravità che fa si che la moto va inclinata nella direzione del vento in funzione della distanza fra i due centri&nbsp; e quindi della proiezione a terra del centro di gravità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per facilitare questa resistenza al vento laterale e quinidi piegare di meno per contrastarlo,&nbsp; una soluzione&nbsp; è per esempio avere ruote di diametro più piccolo, guarda caso come usano proprio in MotoGP, poi come scrivevo abbassarsi quanto più si può.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Regoliamo le nostre sospensioni (ultima parte)</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2011/03/06/regoliamo-le-nostre-sospensioni-ultima-parte/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=regoliamo-le-nostre-sospensioni-ultima-parte</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Mar 2011 14:13:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[messa a punto della moto]]></category>
		<category><![CDATA[sospensioni come regolarle]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo arrivati alla fine delle regolazione delle sospensioni, quello che manca è una tabella riassuntiva che vi indirizzi su quale soluzione&#160; sia quella giusta&#160; da intraprendere riscontrando qualche anomalia mentre guidate o su strada o in pista. Da come regoliamo le nostre sospensioni avremo reazioni differenti, quindi date un occhio a questa tabella: SITUAZIONE DIFETTO [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Siamo arrivati alla fine delle regolazione delle sospensioni, quello che manca è una tabella riassuntiva che vi indirizzi su quale soluzione&nbsp; sia quella giusta&nbsp; da intraprendere riscontrando qualche anomalia mentre guidate o su strada o in pista. Da come regoliamo le nostre sospensioni avremo reazioni differenti, quindi date un occhio a questa tabella:</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><strong>SITUAZIONE</strong></td><td><strong>DIFETTO O CAUSA</strong></td><td><strong>RIMEDIO</strong></td></tr><tr><td rowspan="10">In staccata o in inserimento la moto salta o è instabile. Se la forcella arriva a fondo corsa, aumentare il precarico o sostituire le molle con altre piu&#8217; rigide o progressive; se invece fa poca corsa e diventa troppo rigida fino al bloccaggio, diminuire il precarico o la compressione. Se queste due regolazioni sono gia&#8217; ideali, controllatre gli altri rimedi qui a fianco.</td><td>La forcella è ruvida o si muove a scatti</td><td>Controllare la scorrevolezza della forcella, e soprattutto se correte in pista, diminuire la viscosita&#8217; dell&#8217;olio</td></tr><tr><td>La forcella fa poca corsa</td><td>Diminuire il livello dell&#8217;olio</td></tr><tr><td>La forcella arriva a fine corsa ma va bene in curva</td><td>Aumentare il livelo dell&#8217;olio</td></tr><tr><td>L&#8217;anteriore serpeggia. Troppo carico<br>sul pneumatico</td><td>Aumentare la pressione del pneumatico,<br>o abbassare il posteriore togliendo precarico all&#8217;ammortizzatore</td></tr><tr><td>Il posteriore sbandiera</td><td>Aumentare la compressione statica dell&#8217;ammortizzatore, oppure indurire la forcella per ridurre la corsa</td></tr><tr><td>Il posteriore saltella</td><td>Aumentare la compressione statica dell&#8217;ammortizzatore (puo&#8217; anche essere un&#8217;eccessiva pressione del freno posteriore o il freno<br>motore)</td></tr><tr><td>Nel momento della staccata la moto rimbalza</td><td>Aumentare la compressione e se non basta anche l&#8217;estensione, ma senza esagerare (fluidi veloci)</td></tr><tr><td>In staccata l&#8217;anteriore rimbalza anche<br>se non e&#8217; a fondo corsa: chattering</td><td>Lo stop idraulico o altri dispositivi<br>speciali bloccano la forcella nella parte finale. Eliminarli ed utilizzare molle piu&#8217; progressive</td></tr><tr><td>Il pneumatico scivola in staccata</td><td>Diminuire la rigidita&#8217; della forcella perchè non fa una corsa sufficiente o sostituire le molle con altre piu&#8217; morbide</td></tr><tr><td>La forcella e&#8217; rigida ma arriva a fondo<br>corsa</td><td>Diminuire il freno in estensione o sostituire<br>le molle con altre piu&#8217; progressive</td></tr><tr><td rowspan="4">In piega la moto sembra imprevedibile ed insicura tra staccata ed accelerazione. Il lavoro passa dall&#8217;anteriore alla<br>fase di appoggio di entrambe le sospensioni. Diventa predominante l&#8217;idraulica<br>che controlla i tempi di movimento</td><td>L&#8217;anteriore genera una sensazione di leggerezza in<br>curva. La molla e&#8217; troppo morbida nella parte finale</td><td>Aumentare il freno in estensione o compressione (fluidi lenti). Oppure sostituire le molle con altre piu&#8217; rigide o progressive</td></tr><tr><td>Quando mollate i freni l&#8217;ambiente si<br>scompone</td><td>Aumentare il freno in estensione</td></tr><tr><td>La forcella non copia bene gli avvallamenti del fondo</td><td>Diminuire il freno in estensione</td></tr><tr><td>Si sentono troppo le asperita&#8217; dell&#8217;asfalto</td><td>Diminuire il freno in compressione all&#8217;anteriore e/o posteriore e poi il precarico dell&#8217;ammortizzatore e delle forcelle</td></tr><tr><td rowspan="3">La moto e&#8217; poco stabile nelle curve ad alta velocita&#8217;. Riprendono importanza le molle che sono sollecitate dalla forza centrifuga</td><td>Il baricentro e&#8217; troppo alto</td><td>Diminuire l&#8217;altezza della moto sia all&#8217;anteriore che al posteriore</td></tr><tr><td>Le sospensioni vanno a fondo corsa</td><td>Aumentare il precarico o sostituire le<br>molle con altre piu&#8217; rigide o progressive</td></tr><tr><td>La moto ondeggia o galleggia</td><td>Aumentare il freno in estensione dell&#8217;ammortizzatore<br>e/o della forcella (fluidi lenti. Dipende da dove parte il difetto)</td></tr><tr><td rowspan="8">Scarsa aderenza ed instabilita&#8217;<br>della moto in uscita dalle curve. Dalla fase di appoggio si passa ad u lavoro predominante dell&#8217;ammortizzatore, anche se<br>l&#8217;avantreno conserva la sua importanza per il mantenimento della traiettoria.</td><td>Aprendo il gas di colpo il posteriore si schiaccia troppo velocemente diminuendo la stabilita&#8217;</td><td>Aumentare il freno idraulico in compressione</td></tr><tr><td>La moto tende a derapare troppo. E&#8217; alta dietro</td><td>Abbassare il posteriore o alzare l&#8217;anteriore, in special modo se si verifica all&#8217;inizio dell&#8217;accelerazione</td></tr><tr><td>L&#8217;ammortizzatore non fa una corsa sufficiente,<br>e&#8217; troppo rigido e perde aderenza</td><td>Diminuire il freno in compressione o<br>il precarico dell&#8217;ammortizzatore</td></tr><tr><td>La moto e&#8217; troppo rigida nei sobbalzi</td><td>Diminuire il freno in estensione dell&#8217;ammortizzatore</td></tr><tr><td>La moto tende ad allargare la traiettoria</td><td>Abbassare l&#8217;anteriore o alzare il posteriore.<br>Oppure diminuire il freno in estensione sull&#8217;ammortizzatore</td></tr><tr><td>L&#8217;avantreno e&#8217; impreciso e non tende la traiettoria: la forcella arriva al fondo corsa superiore</td><td>Aumentare lo static sag e/o il freno in estensione della forcella</td></tr><tr><td>L&#8217;avantreno e&#8217; solo impreciso o sbacchetta</td><td>Diminuire il precarico o il freno in<br>compressione. Dopo aumentare il freno dell&#8217;ammortizzatore di sterzo</td></tr><tr><td>La forcella va bene in stacccata, ma la moto allarga<br>la traiettoria anche se e&#8217; molto caricata di avantreno</td><td>Sostituire le molle con altre piu&#8217; tenere o progressive. Questo si verifica con molle lineari o progressive monostadio molto rigide<br>che non permettono alla forcella di schiacciarsi in curva</td></tr><tr><td rowspan="5">Nelle &#8216;S&#8217; o nei cambi di direzione la moto e&#8217; dura ed instabile. In questa fase le sospensioni devono comprimersi ed estendersi nel modo piu&#8217; naturale, ma soprattutto lavorare in sintonia</td><td>Freno in estensione</td><td>Se troppo chiuso la moto non si estende<br>e diventa dura da girare mentre se troppo aperto la moto cambia direzione<br>piu&#8217; facilmente diventa piu&#8217; ballerina ed instabile</td></tr><tr><td>Freno in compressione</td><td>Aumentandolo la moto diventa piu&#8217; agile a discapito della tenuta, soprattutto sullo sconnesso</td></tr><tr><td>Eccessivo abbassamento della moto</td><td>Aumentare il precarico sia anteriore<br>che posteriore</td></tr><tr><td>Il baricentro della moto e&#8217; troppo basso</td><td>Aumentare l&#8217;altezza di guida della moto sia anteriore che posteriore</td></tr><tr><td>Ammortizzatore di sterzo troppo frenato</td><td>Diminuire il freno o sostituirlo con<br>uno migliore</td></tr><tr><td rowspan="4">La moto e&#8217; poco stabile o imprecisa in rettilineo. Controllare che la moto sia perfettamente in ordine ed in particolare: pneumatici, cuscinetti di sterzo, serraggi e che non vi siano rotture.</td><td>La moto non ha un buon equilibrio</td><td>Bilanciare l&#8217;altezza di guida o accordare il funzionamento delle sospensioni</td></tr><tr><td>La moto e&#8217; troppo rigida</td><td>Ridurre il precarico della forcella e<br>dell&#8217;ammortizzatore</td></tr><tr><td>Se si verifica anche in curva&#8230;</td><td>Ridurre il freno in compressione delle forcelle e dell&#8217;ammortizzatore</td></tr><tr><td>Ammortizzatore di sterzo troppo frenato o difettoso</td><td>Se si verifica solo alle basse velocita&#8217;,<br>diminuire la frenatura idraulica dell&#8217;ammortizzatore di sterzo, altrimenti<br>revisionarlo o sostituirlo con un altro di qualita&#8217; superiore</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="wp-block-paragraph">(Tabella ricavata da vari siti web su guida in pista e regolazione delle&nbsp; sospensioni)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco gli articoli precedenti:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.giornalemotori.com/2011/01/25/come-regolare-le-sospensioni-parte1/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Come regolare le nostre sospensioni (prima parte)</strong></a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.giornalemotori.com/2011/02/08/come-regolare-la-forcella-e-il-mono/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Come regolare forcella e mono (seconda parte)</strong></a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.giornalemotori.com/2011/03/02/come-regolare-forcella-e-mono-parte-3/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Come regolare forcella e mono: l&#8217;idraulica (parte terza)</strong></a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2011/03/06/regoliamo-le-nostre-sospensioni-ultima-parte/">Regoliamo le nostre sospensioni (ultima parte)</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Aereodinamica: la grande nemica delle MotoGP</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2011/03/05/aereodinamica-la-grande-nemica-delle-motogp/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=aereodinamica-la-grande-nemica-delle-motogp</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Mar 2011 07:15:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Aereodinamica delle moto da corsa]]></category>
		<category><![CDATA[coefficente di resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[restistenza all'avanzamanto]]></category>
		<category><![CDATA[sagome aereodinamiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perchè&#160; le motoGP non vanno più veloci ? La potenza aumenta, le sagome delle carene sono ristudiate ogni anno e ottimizzate,&#160; ma comunque la velocità&#160; massima non è che sia aumentata in rapporto agli sforzi fatti dai progettisti dei motori e dell&#8217;aereodinamica. Siamo ancora agli stessi valori di velocità di punta di dieci anni fa. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2011/03/05/aereodinamica-la-grande-nemica-delle-motogp/">Aereodinamica: la grande nemica delle MotoGP</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Perchè&nbsp; le motoGP non vanno più veloci ? La potenza aumenta, le sagome delle carene sono ristudiate ogni anno e ottimizzate,&nbsp; ma comunque la velocità&nbsp; massima non è che sia aumentata in rapporto agli sforzi fatti dai progettisti dei motori e dell&#8217;aereodinamica. Siamo ancora agli stessi valori di velocità di punta di dieci anni fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta è semplice : aereodinamica. Ci sono serie difficoltà&nbsp; a superare l&#8217;enorme resistenza all&#8217;avanzamanto che si sviluppa quando ci si avvicina ai 300 km/h.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa intendiamo quando parliamo di aereodinamica in una moto da gran premio ?&nbsp; Semplificando al massimo è&nbsp; lo studio di come l&#8217;aria passa intorno ad un oggetto, nel nostro caso pilota e moto.&nbsp; Ma la&nbsp; parte più importante di questo studio è di fatto la resistenza che la moto e pilota incontrano e devono vincere alle alte velocità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La resistenza che una moto con pilota incontra passando attraverso l&#8217;aria viene relazionata al quadrato della sua velocità,&nbsp; cioè&nbsp; quando si passa da 50 km/h a 100 km/h, raddoppio della veolcità,&nbsp; la resistenza all&#8217;avanzamento quadruplica. Detto i altre parole uno scooter 50 cc&nbsp; con 4 HP puo&#8217; raggiungere circa i 80 km/h (ovvio che ho preso un esempio di uno&nbsp; scooter truccato ) ma per raggiungere i 160 km/h avremo bisogno di almeno 125 cc e&nbsp; 33 hp , cioè un&#8217; Aprilia RS 125 , ma più che altro&nbsp; noterete che abbiamo 8 volte la potenza dello scooter.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi immaginatevi quanto ci serve di potenza per arrivare ai fatidici 300 km/h. e qui entra in ballo l&#8217;aereodinamica ed il suo studio.&nbsp; Anche se diciamolo subito non basta solo l&#8217;aereodinamica come resitenza all&#8217; avanzamento ci sono anche altre forze, quali per esempio la deformaizone al suole delle gomme, provate per credere,&nbsp; sgonfiate le gomme e spingete la moto a mano sentirete subito che la fatica richiesta è molto superiore a quella con le gomme ben gonfie. Poi ci sono altre resistenze in una moto ma alla fine sono tutte di natura ben inferiore alla resistenza aereodinamica all&#8217; avanzamento attraverso l&#8217;aria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto&nbsp; i&nbsp; circa 100 km/h&nbsp; la resistenza al rotolamento delle gomme e la resistenza delle parti meccaniche&nbsp; è superiore a quella dell&#8217; aria, sopra a quella velocità la resistenza all&#8217; avanzamnto nell&#8217; aria diventa il fattore predominante e&nbsp; dove si concentrano gli sforzi per fare aumentare il più possible accelerazione e velocità massima per i progettisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti i corpi che passano attraverso l&#8217;aria anno un loro coefficente di resistenza che spesso torvate anche dichiarato nelle brochure delle vostre automobili,&nbsp; è un valore matematico che rappresenta l&#8217;efficenza aereodninamica dell&#8217; oggetto al quale si applica, leggete 0,32 &#8230; etc etc</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un missile ha un coefficiente molto più basso&nbsp; di un cubo di pare sezione frontale quindi se si vuole aumentare la velocità massima di una moto bisogna fare due cose farla più piccola o ridurre il coefficente di resistena all&#8217;avanzamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima regola per ridurre il coefficente è di fare in modo che il flusso di aria che circonda la moto sia il più possible non turbolento quindi&nbsp; come dicono gli inglesi smooth.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vediamo per immagini la differenza di come si comportano certe sagome rispetto la turbolenza che creano dove più ne creiamo di turbolenza&nbsp; più&nbsp; aumentiamo l&#8217;effetto di resistenza e&nbsp; quindi aumentiamo di più&nbsp; il valore del famoso coefficiente&nbsp; matematico.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/aereo_011.jpg"><img decoding="async" width="408" height="697" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/aereo_011.jpg" alt="aereo 011" class="wp-image-2748" title="Aereodinamica: la grande nemica delle MotoGP 2259" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/aereo_011.jpg 408w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/03/aereo_011-300x513.jpg 300w" sizes="(max-width: 408px) 100vw, 408px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Migliorare sostanzialmente la resistenza all&#8217; avanzamento è&nbsp; sopratutto trovare un modo per evitare il più possible turbolenza ed avere il flusso dell&#8217;aria intorno alla moto ed al pilota regolare e continuo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima figura è appunto un oggetto ideale perchè non presenta turbolenze e l&#8217;aria scivola via fino a ricongiungersi alla fine dell&#8217;oggetto studiato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le moto hanno parecchi punti di svantaggio aereodinamico il maggiore dei quali è il pilota, rendere il flusso dell&#8217;aria continuo intorno al pilota per poi farlo ricongiungere dietro la moto è un punto essenziale di qualsiasi analisi, sperimentazione e disegno&nbsp; delle carenature ma anche e sopratutto della posizione del pilota al loro interno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Raggiungere la sagoma dell&#8217; oggetto ideale aereodinamico è praticamente impossible per una moto, c&#8217;è di mezzo la ruota anteriore che pure gira, la forcella anteriore, il radiatore che tutti insieme creano parecchie turbolenze proprio davanti alla moto. Dopo di che pensate agli scarichi , il forcellone posteriore, il pilota stesso tutti insieme creano tante di quelle irregolarità che ci si allontana sempre più dalla forma ideale a goccia di cui sopra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sicuramente vi ricorderete delle punte di velocità impressionanti della Honda RCV212V al Mugello con Dani&nbsp; che essendo piccolo sparisce dentro la carena e se ben ricordo toccava i 330 km/h,&nbsp; comunque giù di lì,&nbsp; in più Dani è anche molto leggero il che favorisce l&#8217;accelerazione ed&nbsp; il raggiungimento della velocità massima consentitagli dall&#8217; aereodinamica e dai suo 240 hp a disposizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come ultimo esercizio&nbsp; che sicuramente molti di voi&nbsp; hanno già sperimentato&nbsp; mettete una mano fuori dal finestrino a 120 km/h, così facendo sperimentiamo la resistenza causata dalla depressione. Questa è una forza che viene generata dalla differenza di pressione che esite fra la parte anteriore e la posteriore di un oggetto (la vostra mano)&nbsp; il vento della velocità della vostra auto fa si che si crea una pressione davanti alla vostra mano, ma si crea anche una depressione dietro la vostra mano, la differenza fra la pressione positiva davanti la mano e la pressione negativa dietro (depressione) aspira la vostra mano indietro ed è appunto&nbsp; così che viene creato il fenomeno di resistenza all&#8217;avanzamento.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Come regolare forcella e mono: l&#8217;idraulica (parte terza)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 06:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[regolazione forcella]]></category>
		<category><![CDATA[regolazione sospensioni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornalemotori.com/?p=2345</guid>

					<description><![CDATA[<p>Abbiamo visto cos&#8217;è una sospensione e come si regola la parte meccanica di una forcella e di un ammortizzatore, cioè le molle, adesso vediamo come regolare forcella e mono dalla parte idraulica munitevi di pazienza e di cacciavite o di chiave a brugola esagonale ! Visto che parliamo di olio idraulico ecco come si fa [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2011/03/02/come-regolare-forcella-e-mono-parte-3/">Come regolare forcella e mono: l&#8217;idraulica (parte terza)</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo visto <strong><a href="https://www.giornalemotori.com/2011/01/25/come-regolare-le-sospensioni-parte1/" target="_blank" rel="noopener"><span style="color: #0000ff;">cos&#8217;è una sospensione</span></a></strong> e <a href="https://www.giornalemotori.com/2011/02/08/come-regolare-la-forcella-e-il-mono/" target="_blank" rel="noopener"><span style="color: #0000ff;"><strong>come si regola la parte meccanica di una forcella e di un ammortizzatore</strong></span></a>, cioè le molle, adesso vediamo come regolare forcella e mono dalla parte idraulica munitevi di pazienza e di cacciavite o di chiave a brugola esagonale !</p>



<p class="wp-block-paragraph">Visto che parliamo di olio idraulico ecco come si fa il &#8220;pieno&#8221; delle canne della forcella anteriore, dopo aver svitato il cilindro filettato superiore, ricordo anche che le forcelle rovesciate sono molto più sensibili al livello dell&#8217;olio di quelle normali L&#8217; immagine qui sotto si riferisce ad una forcella rovesciata come si trova oggi su tuttle le supersport stradali:</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se o quando cambiate l&#8217;olio alla forcella anteriore e lasciate un po&#8217; di aria, questa influenzerà il comportamento della sospensione, con uno spazio di aria la sospensione sarà più morbida, senza aria la sospensione sarà più rigida, questo perchè l&#8217;aria fa parte anche lei di un effetto ammortizzante insieme all&#8217;olio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217; idraulica di una sospensione ha come scopo di limitarene la velocità di movimento sia in compressione che in estensione anche perchè essendoci di mezzo una molla se non avessimo un fluido (olio da sopensioni) che controlla il tutto andremmo avanti rimbalzando come canguri, niente a che vedere con il &#8220;canguretto&#8221; al secolo Casey Stoner lui sta incollato all&#8217; asfalto e non rimbalza, adesso i maligni evitino commenti ovvi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avevamo già  parlato degli ammortizzatori e di come il loro pistone interno gestisce il passaggio dell&#8217;olio, appunto questo pistone viene influenzato dalle regolazioni idrauliche che consentono di far passare più o meno olio dalle due parti della canna che il pistone scorrendo all&#8217;interno divide in due.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Regolazione del ritorno.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quando la forcella dopo che si è stata compressa, per esempio in una frenata, ritorna in su, questa regolazione ne controlla appunto la velocità di ritorno.  La regolazione è di solito piazzata al centro dell&#8217;altra vite del pre-carico , vedere foto qui sotto lettera &#8220;C&#8221;  mentre in bleu è la vite di precarico,   l&#8217;esagono sotto alla vite bleu è necessario per poter svitare il tappo della canna quando volete cambiare olio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vite regola il ritorno idraulico, la parte bleu come già detto, che la contiene è la regolazione del pre-carico della molla. Le lettere S e H in questa foto&nbsp; stanno per Soft o Hard. Quinid girando verso&nbsp; sinistra la vite nella direzione della S&nbsp; si ammorbidisce il ritorno girando verso destra lettera H si indurisce per regolarla nella foto ci serve un cacciavite piatto. Alcune sospensioni hanno addirittura un pomello che si può&nbsp; girare facilmente con le dita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualche volta la regolazione è divisa in click altre volte in gradi, sempre si tratta di girare o a destra o a sinsitra la regolazione con il cacciavite. Attenzione che si gira pochisismo non è come col pre carico che lo si pù girare di più giri qui la regolazione è appunto di &#8220;click&#8221; piccoli movimenti&nbsp; . Per prima cosa azzeriamo i &#8220;click&#8221; quindi giramo verso sinistra con il cacciavite la regolazione fino a che si ferma, a questo punto scriviamoci tutti i click che abbiamo sentito, cosi&#8217; sappiamo quale fosse il punto di partenza, f<strong>atelo su entrambe le canne della forcella mi raccomando</strong>. Fatto questo ci si sede sulla moto e frenando con i dischi anteriori si spinge a fondo corsa la forcella. Mi raccomando frenate energicamente e spingete in giù la moto e non rilasciate il freno anteriore mentre lo fate.&nbsp; Sempre con il freno tirato lasciate tornare in su la forcella e notate che cosa fa, dovrebbe tornare su e poi in giù di un tantino e magari di nuovo in su e poi stabilizzarsi in giù di nuovo, quello che in inglese chiamano effetto di rebound. Questo perchè avete azzerato l&#8217;effetto di ritorno.&nbsp; Rigirate nell&#8217; altro senso la regolazione con il cacciavite e contate sempre i click,&nbsp; fino a che siete arriavti quasi alla fine della regolazione ma dall&#8217; altra parte&nbsp; (lettera H) se arrivate alla fine tornate indietro di un click. Scrivete quanti click avete contato così avete anche un&#8217;idea di quanti click è fatta la vostra reoglazione dal massimo al minimo del ritorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rifate i test della frenata con compressione della forcella e noterete che adesso il ritorno è molto più lento e si ferma in una certa posizione dovrebbe essere a metà fra il tutto chiuso di prima e la regolazione aperta che avete adesso. Rigirate con il cacciavite verso sinistra e fermatevi quando la forcella ritorna alla posizione massima del primo ritorno e si ferma li.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Essendovi segnati tutti i click che avete fatto, adesso sapete quale sia la vostra reoglazione media della forcella in ritorno.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Regolazione in compressione.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Allora ve lo dico subito questa regolazione è molto personale e qui dovete andare con il vostro intuito e sensibilità. La regolazione si trova in fondo alla forcella o vicino al supporto delle pinze dei freni o di lato all&#8217; asse anteriote della ruota. Anche qui si va con il cacciavite e si contnao i click, ma invece di girare verso sinistra, girate verso destra in modo che la regolaizone di compressione viene annullata. Contate i click e scriveteveli così&nbsp; sapete da dove siete partiti. Può anche darsi che la regolzaione si faccia con una chiave a brugola,&nbsp; comporatevi come per il cacciavite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nuovamente frenate con un bella pinzata e spingete in giù l&#8217; anterirore , dovreste notare che va in giù con una certa facolità rispetto a prima in quanto avete annullato il freno idraulico di compressione. Tornate con il cacciavite a regolare la vite di compressione e giratela tutta dall&#8217; altra parte fino a che si ferma e contate i clik. Riprovate la compressione e noterete subito che la forcella si è alquanto irrigidita nello scendere. A questo punto sta a voi decidere quanto la volete rigida, quindi girate e contate i soliti click e riprovate a sentire come vi sembra in compressione. L&#8217;ideale dovrebbe essere al metà circa dei due estremi , se non altro posizionatevi da quelle parti e provate a guidare per un po&#8217;&nbsp; e sentire come vi sembra. Come ho scritto è molto personale, ma se avete una buona sensibilità di sterzo ed una buona forcella dovreste percepire molto bene due click di registrazione sia a destra che a sinsitra. Se non li sentite &#8230;&nbsp; pazienza a questo punto tenetela a metà regolazione, che vi va bene comunque cosi&#8217;.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Regolazione idraulica ammortizzatore posteriore.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Si procede come per la forcella anteriore, solo che vi serve un amico che vi tiene dal davanti la moto dritta e voi potete alzare in sù o spingere in già il codino per verifcare la velocità di ritorno dell&#8217; ammortizzatore posteriore, dopo di che procedete con le regolaizoni come avete fatto per la forcella anteriore, quindi controllate il rimbalso a compressioen totalmente scaricata, poi a forza di click&nbsp; destra o sinsitra. limitate la velocitaà di discesa e di risalitael codino che rispetto alla forcella anteriore si visualizza anche meglio. Rispetto la forcella anteriore è più facile notare le oscillazioni e la posizione del codino che è un ottimo riferimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di ammortizzatori posteriori ce ne sono di diverse tipologie :</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">A parte il primo tipo che non ha regolazioni , pre-carico molla a parte., in genere tutti gli altri si possono regolare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dovete individuare le regolazioni idrauliche della compressione e del rilascio , per esempio in questa immagine le si vedono benissimo :</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è un ammortizzatore per un motorino, di fatto se montante quetso tipo di ammortizzatopri (da corsa= su di un motorino potete benissimo regolarveli da soli allo stesso modo come si regolano sulla vostra moto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto dovreste avere chiare le regolazioni da fare o per lo meno vi sarete impossessati della logica ed il funzionamneto interno di una sospensione,&nbsp; spero che quetso sia sufficente per arrivare al vostro miglior comfort di marcia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il prossimo ed ultimo articolo tratterà di come reagisce la moto alle regolazioni in modo che possiate al meglio diagnosticarne il comportamento e fare gli aggiustaggi necessari.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>&nbsp;</strong></p>
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		<title>E se la HRC lo avesse veramente fatto ?</title>
		<link>https://www.giornalemotori.com/2011/02/18/la-doppia-frizione-della-honda/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-doppia-frizione-della-honda</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Feb 2011 09:55:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[Honda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di cosa parlo? Ma del cambio sequenziale a due frizioni in presa continua &#8230;. chiamato anche DSG. Leggendo varie notizie sparse del dopo Sepang, sto covando un dubbio che mi sa tanto di realtà. Ma questa HRC 2011 non e&#8217; che ha fatto uno sviluppo di quelli &#8220;tosti&#8221; per fare guadagnare decimi ai suoi piloti [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Di cosa parlo? Ma del cambio sequenziale a due frizioni in presa continua &#8230;. chiamato anche DSG.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Leggendo varie notizie sparse del dopo Sepang, sto covando un dubbio che mi sa tanto di realtà. Ma questa HRC 2011 non e&#8217; che ha fatto uno sviluppo di quelli &#8220;tosti&#8221; per fare guadagnare decimi ai suoi piloti ? Considerato anche l&#8217;investimento che ha fatto&nbsp; visto che è&nbsp; l&#8217;ultma occasione per un&nbsp; campionato che deve assolutamente vincere !</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dubbio è che la HRC quest&#8217; inverno se ne sia venuta fuori con un cambio completamente nuovo e super-automatico per la RC212V.&nbsp; La tecnica esiste già e come sempre in campo sportivo viene dalla F1, espressione estrema di tutto quello che coinvolge la meccanica ed altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sta serpeggiando la notiziola non certa, ma la HRC non risponde a domande precise e nicchia, che abbiano istallato un cambio sequenziale a doppia frizione per davvero ?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora che cosa è un cambio a doppia frizione ?&nbsp; Come cambio è molto vicino se non vicinissimo ad un cambio da moto in quanto sequenziale, con due serie di ingranaggi paralleli 1-3-5 e 2-4-6 marce, la differenza sta nella selezione delle marce e dal fatto che ha due frizioni, il che non vuol dire che il pilota ha due leve della frizione (!) ma sempre una sola come prima ma solo per partire e per fermarsi. Le due frizioni occupano quasi lo stesso spazio di quella original ed infatti sono una dentro l&#8217;altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In parole povere succede che quando il pilota inserisce la prima marcia questa è in presa sulla prima frizione mentre la seconda marcia è già inserita sulla seconda firizione che è staccata. Quando arriva il momento di passare in seconda il cambio automaticamente disinserisce la prima frizione ed inserisce la seconda frizione il tutto <strong>in centesimi di secondo</strong> contro i 2-3&nbsp; decimi necessari per una cambiata su di una classica moto da corsa con sistema di innesto elettronico, che hanno tutti in MotoGP.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel momento che si inserisce la seconda frizione con la seconda marcia la prima frizione staccandosi inserisce la terza marcia ed aspetta. Al momento giusto la prima frizione si inserisce e la seconda frizione si disinserisce portando quindi la moto in terza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed avanti così, certo il tutto è controllato da attuatori o elettronici o idraulici ma sopratutto da un software direi sul sofisticato,&nbsp; ma sappiamo tutti che queste 800 in fatto di elettronica e di software sono micidiali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è che il pilota per ogni cambiata guadagna&nbsp; decimi e se si considerano quante cambiate si fanno in un giro di pista alla fine sono decimi &#8220;pesanti&#8221; sopratutto a quei livelli&nbsp; dove le differenza sono minime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la HRC lo ha fatto,&nbsp; chissà se un giorno ce lo diranno mai, &nbsp; sono stati veramente astuti&nbsp; perchè oggi come oggi è difficle dare più potenza a questi motori già strozzati dal consumo di benzina, ma regalare decimi sul giro&nbsp; a piloti del calibro di&nbsp; Casey, Dani, Dovi e Sic ( in ordine alfabetico per par-condicio) potrebbe essere un poker per il 2011.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se non lo ammettono come si fa a verificarlo? Dall&#8217; esterno le differenze non ci sono è tutto chiuso dentro al motore. Va be bisognerebbe andare in pista con un registratore professionale DEC, registrare il suono del motore&nbsp; della RC212V quando passa, con 3-4 cambiate, analizzare lo spettro del suono e si vedrebbe benissimo quanto dura la cambiata,&nbsp; se è sotto i 1-2 decimi &#8230; bingo !!!<br>Scomponendo il suono nei sigoli scoppi dei pistoni e sulla base dei tempi si saprebbe anche quanti giri di massima fa un motore e misurando la pressione sonora ci si avvicina anche alla sua potenza reale.&nbsp; Mi sorprende che ancora nessuno lo abbia mai fatto in campo MotoGP mentre nel passato in F1 si faceva normalmente per spiare gli avversari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se qualc&#8217;uno di voi conosce bene un concessionario Volkswagen provate a chiedergli se vi fa provare una Golf R 32 biturbo,&nbsp; ha il cambio sequenziale a doppia frizione DSG. Io l&#8217;ho provata da 0 a 270 km/h spinge sempre, be io mi sono fermato a 250 km/h ma continuava &#8230; una fucilata non si sente quasi che cambia marcia ma occhio alla cervicale !!!</p>
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		<title>Come regolare la forcella e il mono (seconda parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 11:36:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[regolazione forcella]]></category>
		<category><![CDATA[regolazione sospensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Continua la nostra serie di articoli per spiegare come regolare le sospensioni della nostra moto. Dopo una iniziale infarinatura del primo articolo, oggi iniziamo a vedere come regolare la forcella e il mono. A differenza di quello che si crede anche le nostre moto vanno regolate come sospensioni, non solo quelle che vanno in pista, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com/2011/02/08/come-regolare-la-forcella-e-il-mono/">Come regolare la forcella e il mono (seconda parte)</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giornalemotori.com">Giornalemotori</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Continua la nostra serie di articoli per spiegare come regolare le sospensioni della nostra moto. Dopo una iniziale infarinatura del <a href="https://www.giornalemotori.com/2011/01/25/come-regolare-le-sospensioni-parte1/" target="_blank" rel="noopener"><span style="color: #0000ff;"><strong>primo articolo</strong></span></a>, oggi iniziamo a vedere come regolare la forcella e il mono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A differenza di quello che si crede anche le nostre moto vanno regolate come sospensioni, non solo quelle che vanno in pista, per lo meno dovreste regolarvi il pre-carico perchè anche se nuovissima in genere la moto è tarata su di una peso di una settantina di chili , quindi qui discutiamo subito di come si regola il pre-carico anteriore e il pre carico posteriore, ovviamente per le moto che hanno questa possibilità, che in genere sono tutte le sportive che si vendono oggi&nbsp; e quasi tutte quelle&nbsp; degli ultimi dieci quindici anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che succede se non abbiamo un precarico bene regolato ? Per prima cosa la sospensione ed il suo ammortizzatore lavorano male, il che gli accorcia la vita, perchè sarà meglio dirlo subito le sospensioni hanno anche loro una vita come tutte le parti meccaniche della moto. Non dimeticate di cambare l&#8217;olio della forcella anteriore direi almeno una volta ogni 3-4 anni o ad ogni 30.000 km se guidate turisticamente e non troppo carichi di bagagli se no ogni&nbsp; 15-20.000 km, non è che l&#8217;olio si consuma, ma perde di caratteristiche con il tempo, in più perdendo di viscosità puo&#8217; trafilare dai paraoli&nbsp; e alla lunga&nbsp; rovina pure quelli.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/syntheticforkoil_02_1lt.jpg"><img decoding="async" width="396" height="677" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/syntheticforkoil_02_1lt.jpg" alt="syntheticforkoil 02 1lt" class="wp-image-2204" title="Come regolare la forcella e il mono (seconda parte) 2260" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/syntheticforkoil_02_1lt.jpg 396w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/syntheticforkoil_02_1lt-300x513.jpg 300w" sizes="(max-width: 396px) 100vw, 396px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Olio per forcelle ed ammortizzatori di alta qualità</figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Spesso la gente non regola neppure il precarico posteriore sollecitando la sospensione in una fascia deleteria. Idem per le forcelle, considerando poi che le molle sono tutte progressive (in pista si usano le lineari), la sollecitazione sbagliata fa lavorare la molla in una fascia errata rovinando pure quella.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tanto più quando il pacchetto pilota/passeggero eccede le tarature standard; un pilota di 100kg su una moto senza forcelle regolate almeno nel precarico, guida male e fa danni alla sospensione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le sospensioni regolate bene per il vostro peso dura di più e fa guidare meglio. Meditate, perchè vedo persone che se ne fregano e vedo moto che ad ogni staccata sembrano delle barche!!!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di iniziare qualsiasi verifica dello stato delle regolazioni delle sospensioni della nostra moto è molto importante controllare che la ruota posteriore e la ruota anteriore sono allineate correttamente,&nbsp; il disallineamento della ruota anteriore puo avvenire per via di una rotazione delle canne della forcella ( difficile ma possibile ) di una loro regolazione in altezza assimmetrica e di un disallineamento della ruota posteriore eventualità più difficile ma possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La verifica dell&#8217; allineamento corretto della forcella rispetto il mozzo della ruota la si fa misurando con precisione di quanto sporgono le due canne dalla piastra di sterzo superiore, se sono a filo lo si vede ad occhio,&nbsp; se sporgono di qualche mm o centimetro va misurato con un calibro di precisione. Il disallineamento in verticale e in rotazione delle due canne della forcella si puo&#8217; anche verifcare sfilando l&#8217;asse che tiene la ruota, dovrebbe uscire molto facilmente se invece&nbsp; si inpunta ovviamente c&#8217;è un problema di allineamento.&nbsp; Si puo&#8217; anche notare dal consumo anomalo di un lato della gomma oppure dal consumo anomalo di una delle due coppie delle pastiglie dei freni a disco. Infatti se le canne non sono più che allineate la moto consuma in modo anormale sia gomme che freni.&nbsp; Se invece le due canne sono anche una più alta ed una più bassa&nbsp; si potrebbe percepire quando si curva perchè da una parte la moto curva facilmente e dall&#8217; altra no.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Detto questo prendete un bello spago fatelo girare dietro la ruota posteriore portatelo a forma di &#8220;U&#8221; fino ad arrivare davanti alla ruota anteriore e bloccatelo in modo che tocchi leggermente i due lati della gomma posteriore , se li tocca vuole dire che rispetto a tale gomma è perpendicolare, andate a misurare la distanza dalla gomma anteriore&nbsp; da entrambi i lati della stessa dallo spago che devono essere eguali da entrammbe le parti, nel qual caso la ruote sono allineate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altra soluzone è&nbsp; utilizzando&nbsp; un asta lunga abbastanza magari di alluminio, ma che sia veramente dritta, appoggiata di nuvo sui due lati della gomma posteriore si&nbsp; misura da entrambi i lati della moto la distanza della gomma anteriore dall&#8217;asta se sono uguali siamo a posto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se non sono allineate verificate la forcella e la vite di allineamento della ruota posteriore che scorre sul suo mozzo sia a destra che a sinistra ed in genere ha anche delle tacche di riferimento che aiutano ad allinearla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto fatte queste verifiche, che ripeto nella vostra moto dovrebbero essere comunque a posto,&nbsp; regliamoci il precarico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le sospensioni anteriori e posteriore come abbiamo visto hanno una &#8216;corsa&#8217;&nbsp; la illustro con delle semplici immagini che fanno vedere la molla in rosso e l&#8217;ammortizzatore&nbsp; che servono solo come effetto grafico per capire come si muove la molla senza carico , con pre-carico, con pre-carico e pilota e sotto carico totale per esempio&nbsp; in frenata&nbsp; :</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/damper_mov_tot1.jpg"><img decoding="async" width="568" height="1136" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/damper_mov_tot1.jpg" alt="damper mov tot1" class="wp-image-2187" title="Come regolare la forcella e il mono (seconda parte) 2261" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/damper_mov_tot1.jpg 568w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/damper_mov_tot1-512x1024.jpg 512w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/damper_mov_tot1-300x600.jpg 300w" sizes="(max-width: 568px) 100vw, 568px" /></a></figure>
</div>


<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Immagine 1 molla completamente distesa moto sollevata da terra</p>



<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Immagine 2 molla leggermente compressa regolata sul peso della moto</p>



<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Immagine 3 molla compressa regolata sul peso del pilota e moto</p>



<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Immagine 4&nbsp; sotto carico totale per esempio in frenata se parliamo della sopsensione anteriore.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Allora parliamo di pre-carico</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo si ha sia sulla sospensione anteriore che sulla posteriore, per pre-carico si intende la compressione costante senza di voi seduti sulla moto che si vuole dare alle molle. In questo caso lo si definisce pre-carico statico. Per prima cosa va misurato lo stato attuale del pre-carico della vostra moto,&nbsp; per farlo la moto va completamente sollevata da terra in modo che le sospenioni si scaricano completamete da qualunque peso.&nbsp; Scaricare le sospensioni completamente non è che sia così ovvio, va be la sospensione anteriore la si puo&#8217; scaricare con uno di qugli attrezzi che si vedono spesso nel paddock, dove la moto viene sollevata davanti sfruttano le piastre della forcella per staccarla dal suolo, in questo caso la sospensione è completamente scaricata. Altra soluzione se avete un garage è di attaccare due carrucole al soffitto e sollevare tutta la moto con delle cinghie che passano sotto la pancia,&nbsp; questa è la soluzione ideale. Per la sospensione posteriore stesso discorso di quella anteriore, la moto va sollevata in modo che il forcellone si scarichi completamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altra soluzione è farsi aiutare da un paio di amici forzuti che ci sollevano la moto mentre prendiamo le misure.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le misure vanno prese in modo abbastanza preciso quindi ci serve un punto di riferimento che resterà lo stesso per la moto con sospensioni scaricate, con la moto con il suo peso sulle sospensioni ( pre-carico statico ) e con noi seduti sopra pre-carico in ordine di marcia. Va be regolatevi come vi pare ma occhio che queste misure sono quelle che vi servono per regolare appunto il pre-carico. Quindi ogni volta che le prendete scrivetele in millimetri su di un foglietto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel caso della sospensione anteriore potete prendere la misura dal mozzo al paraolio delle canne , per la sospensione posteriore dal mozzo ad un punto fisso sotto al sellino ( per esempio&nbsp; l&#8217;attacco delle pedane del passeggero).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se guardate la figura si vede bene quale misura va presa.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/ducati-desmosedici-precarico.jpg"><img decoding="async" width="550" height="313" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/ducati-desmosedici-precarico.jpg" alt="ducati desmosedici precarico" class="wp-image-2193" title="Come regolare la forcella e il mono (seconda parte) 2262" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/ducati-desmosedici-precarico.jpg 550w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/ducati-desmosedici-precarico-300x171.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Appoggiate la moto per terra e riprendete la stessa misura con gli stessi punti di riferimento. Avrete così misurato il pre-carico a vuoto ed il pre-carico statico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In genere il pre carico statico della sospensione anteriore dovrebbe essere dell&#8217; ordine&nbsp; dei 20-30 mm.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso sedetevi sopra e rilevate il pre-carico in oridne di marcia ,&nbsp; stiamo misurando il pre-carico con pilota, quindi pre-carico totale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza fra le due misure ,&nbsp; dovrebbe essere dell&#8217; ordine dei&nbsp; 30-40 mm., sicuramente non di più sempre riferito alla sospensione compleamente scaricata. In pratica aggiungiamo circa 10-15 mm al pre-carico statico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se fosse di più eccoci qui a regolare il pre carico totale , sulla forcella anteriore individuate la regolazione del pre-carico che è quella&nbsp; che si trova alla fine superiore delle canne della forcella da dove sbuca dalla piastra di sterzo superiore :</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/precarico-forcella.jpg"><img decoding="async" width="172" height="153" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/precarico-forcella.jpg" alt="precarico forcella" class="wp-image-2194" title="Come regolare la forcella e il mono (seconda parte) 2263"></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">La lettera A identifica la vite (bleu nella foto , poi possono essere oro, alluminio o nere dipende dalla sospensione ) di pre-carico che va avvitata o svitata per portare la vostra misura di pre-carico a specifiche standard che dovrebbe essere 34-35 mm, per lo meno è una buona regolazione di partenza.&nbsp; Se guardate bene la regolazione (vite bleu) ha due tacche laterali dove si può operare con una chiave regolabile e girare il tutto in senso orario per aumentare il pre-carico quindi diminuire la differenza delle due misure che abbiamo preso se era di 40 mm ruotiamo fino a che diventa si 35 mm, se invece era di 30 mm ruotiamo in senso antiorario fino a che diventa di 35 mm. Le due misure che ho riportato indicano gli estrei della regolazione basati sul peso del pilota. <strong>Ovvio che le regolazioni del pre-carico vanno fatte su entrambe le viti della forcella delle canne di destra e di sinistra e cercate di farle identiche.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordatevi di controllare quanto girate e di scriverlo così se vi sbagliate potete tornare alla misura precedente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un accorgimento è quello di mettere una fascetta intorno al tubo in acciaio della sospensione anteriore lasciandola abbastanza libera di scorrere,&nbsp; iniziando con la fascetta appoggiata al&nbsp; paraolio ,&nbsp; vi faciliterà la verifica delle misure.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fascetta scorrendo vi fa anche vedere, quando guidate, quanto affonda la sospensione quinid la fascetta non dovrebbe arrivare fino in fondo ma fermarsi circa 10 mm prima di raggiungere la massima compressione, guardate la foto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In genere sul libretto in dotazione alla vostra moto dovrebbe essere scritto quanto sia il pre-carico standard in mm,&nbsp; come dicevo in genere regolato su di un pilota di 70 kg.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se nel caso pesate un bel pò oppure volete avere la moto regolata per le vacanze con ragazza e bagaglio al seguito, chiaro che dovete avvitare la vite un bel pò fino a portare il pre&#8211;carico sttaico al suo massimo valore per esempio 38-40mm,&nbsp; al limite se la vite arriva tutta dentro a filo canna forcella dovete cambiare le molle interne con molle più dure.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per esmpio nel mio caso è esattamente il contrario.&nbsp; siccome peso poco, ho dovuto montare delle molle più sofficio,&nbsp; ma già che c&#8217;ero ho montato delle molle migliori di quelle originali (delle Hyper&nbsp; a compressione lineare)&nbsp; ma attenzione che io sono un tantino fanatico di queste cose, non è assolutamente detto che dobbiate cambare le molle della vostra bella R1.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Passiamo alla regolazione del pre-carico della sospensione posteriore concettualmente si lavora come sulla sospensione anteriore.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/precarico-mono.jpg"><img decoding="async" width="200" height="153" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/02/precarico-mono.jpg" alt="precarico mono" class="wp-image-2195" title="Come regolare la forcella e il mono (seconda parte) 2264"></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Guardate bene il vostro ammortizzatore (qui si parla di mono) posteriore dove o sopra o sotto di esso, dipende come è montato,&nbsp; esistono due ghiere&nbsp; (B)&nbsp; particolari, che servono per regolare il pre-carico del mollone, siccome si dovrebbero individuare molto bene passo alla loro regolazione, dove si tratta di svitarle o di avvitarle lungo la filettatura dell&#8217;ammoritzzatore :</p>



<p class="wp-block-paragraph">Metteteci vicino un centimetro come nella foto e scrivete la misura fra l&#8217;inizio della molla&nbsp; e l&#8217;inizio della filettatura dell&#8217; ammoritzzatore, nella foto è di 27 mm, &nbsp; importante è che siate molto consistenti con le misure quindi non scordatevi di scrivere il tutto, così potete sempre tornare indietro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi regolatevi la misura che avete preso del pre-carico statico,&nbsp; sulla sospensione posteriore dovrebbe essere di circa 10-15 mm, portatelo&nbsp; a circa 28-32 mm ocn voi seduti sopra. Se superiore svitate le ghiere e quindi ribloccatele una contro l&#8217;altra ,&nbsp; se no avvitatele leggermente e ribloccatele e ri-misurate il tutto. Scrivete mi racocmando !!!!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come regola generale se dovete avvitare le due ghiere per ben più di 5 giri avete una molla troppo soffice in questo caso si va assolutamente cambiata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il pre-carico posteriore è molto importante perchè ci consente anche di cambiare la geometria della nostra moto , cioè se lo aumentiamo , aumentiamo anche la pressione sulla forcella anteriore perchè stiamo alzando il posteriore della moto.&nbsp; In senso pratico se quando curvate vi sembra che la moto tenda&nbsp; a cadere aumentate il precarico posteriore&nbsp; fino a che sentite che l&#8217;anteriore acquista più direzionalità e la moto tende molto meno a cadere.&nbsp; Queste regolazioni dipendono molto dal vostro modo di guidare&nbsp; e dalla vostra sensibilitaà quindi è difficile dirvi così a priori una regolazione buona per voi, porvateci a passetti sucessivi e scrivetevi tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ricapitolando per una super sport: </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Pre-carico anteriore : 30-40 mm&nbsp; regolatevelo a circa 35 mm</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pre-carico posteriore : 28-32 mm regolatevelo a 32 mm e poi cominciate a svitare ma non troppo fino a che trovate una direzionalità che vi soddisfa se no lasciatelo a 30 mm.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In pratica guidando se le ruote non coprono bene le asperità dell&#8217; asfalto o la moto è rigida in rettilineo e tende a saltellare : avete troppo pre-carico diminuitelo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la moto in frenata si scompone e si abbassa eccessivamente avete poco precarico aumentatelo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La moto tende ad allargare in curva, il precarico della forcella è eccessivo,&nbsp; oppure il precarico della molla posteriore è insufficente aumentatelo, prima di diminuire il precarico della forcella cominciate ad aumentare il pre-carico della molla posteriore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La moto tende a chiudere la traiettoria e la ruota posteriore tende a derapare,avete troppo pre-carico posteriore e magari anche un eccessivo freno in compressione,&nbsp; ma di questo ne parliamo la prossoma volta )</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prossimo articolo, regolazioni idrauliche in compressione ed estensione.</p>
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		<title>Come regolare le sospensioni sospensioni (prima parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jan 2011 06:36:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa serie di articoli ha lo scopo di permettere di&#160;regolare le sospensioni&#160;della vostra moto in modo da avere una base di partenza buona,&#160; sulla quale poter poi effettuare varie regolazioni&#160; per adeguarla all’utilizzo che fate della moto turistico o corsaiolo in pista e allo stile di guida e capacità che ognuno di voi possiede. Prima [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Questa serie di articoli ha lo scopo di permettere di&nbsp;<strong>regolare le sospensioni</strong>&nbsp;della vostra moto in modo da avere una base di partenza buona,&nbsp; sulla quale poter poi effettuare varie regolazioni&nbsp; per adeguarla all’utilizzo che fate della moto turistico o corsaiolo in pista e allo stile di guida e capacità che ognuno di voi possiede.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di parlare di regolazioni delle sospensioni della nostra moto devo fare un’introduzione su come funzionano gli ammortizzatori, dopo di che si discuterà di regolazioni varie. Dato che l’argomento è un tantino lunghetto lo divido in parti, preparatevi a subire questi articoli che usciranno in sequenza, ma piuttosto che fare un riassuntino, che poi non servirebbe a nessuno su questo argomento veramente importane e spesso non preso in considerazione, od ancora peggio vi mettete a girare viti e regolazioni delle sospensioni senza avere una chiarissima idea di quello che succede all’interno … allora armatevi di pazienza che passo a passo arriviamo a regolare la nostra moto per poi trovare quel feeling di cui si parla sempre e spesso non arriva.&nbsp; Come riferimento prenderò una super-sport tipo la Yamaha R1 che dispone di tutte le regolazioni del caso ma va benissimo anche una Suzuki od una Honda 1000 Firblade o qualsiasi altra super-sport moderna, importante è che sappiate individuare facilmente dove intervenire e come. Questo articolo lo dedico al caro&nbsp; Rombotti e la sua SRAD che dopo questa serie di articoli sarà regolata alla perfezione e gli consentirà delle staccate e degli ingrssi in curva fulminei.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Gli ammortizzatori.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Le sospensioni della nostra moto sono disegnate e progettate sopratutto per assorbire le imperfezioni della strada ma sopratutto devono assicurare che le gomme mantengano un buon contatto con il suolo.&nbsp; Tutte le sospensioni sono dotate di molle fra l’altro molto sul robusto e direi anche belle durette, come tutte le molle che si rispettino&nbsp; hanno la caratteristica di comprimersi ed estendersi, ma estendendosi hanno anche la brutta caratteristica, nel nostro caso, di rimbalzare. Se avessimo solo molle nelle sospensioni le ruote continuerebbero a rimbalzare sul terreno esattamente l’opposto di quello che vorremmo facessero, per correggere questo fenomeno dinamico si usano gli ammortizzatori. Un ammortizzatore somiglia moltissimo ad un a pompa da bicicletta riempita di olio. La pompa potrà pompare&nbsp; più o meno rapidamente in base al diametro del foro in cui viene pompato fuori&nbsp; l’olio&nbsp; e dalla densità del medesimo. Tutte le moto hanno le molle e gli ammortizzaotri. Le molle sono visibilissime nella sospensione posteriore mentre nella sospensione anteriore&nbsp; che si chiama forcella anteriore, sono contenute all’interno della stessa, qundi non le vedete ma prendetemi in parola sono li dentro con il loro ammortizzatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sospensione della vostra ruota anteriore è indipedente dalla sospensione della ruota posteriore ma sopratutto può reagire in modo completamente differente alla strada e anche da come voi guidate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Torniamo agli ammortizzatori, oggi ne trovate di sofisticatissimi, per esempio della Ohlins che costano anche un pacchetto di soldi,&nbsp; ma tutti gli ammortizzatori da moto moderni&nbsp; hanno grosso modo le stesse caratteristiche, cioè un pistone cin un diaframma che scorre dentro ad un cilindro. Il diaframma&nbsp; e fatto in modo tale che lasci passare l’olio contenuto, sia quando scende che quando sale sfruttando l’effetto frenante causato dall’olio. Il passaggio dell’olio avviene attraverso dei fori calibrati nel diaframma o attraverso a dei dischi che si possono regolare modificando l’area del foro restringendolo o allargandolo, variando il flusso dell’ olio,&nbsp; nei prosismi articoli&nbsp; parleremo&nbsp; appunto di regolazioni idrauliche delle sospensioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come sopra accennato l’olio di un ammortizzatore ha sue caratteristiche proprie di viscosità e di densità, che vanno prese in considerazione perchè cambinano in modo significativo la capacità dell’ammortizzatore di assorbire più o meno le sollecitazioni che gli vengono passate dalla sospensione. Il passaggio dell’olio non avviene con la stessa velocità di quando il diaframma scende o sale,&nbsp;&nbsp; il controllo in quetso caso viene fatto con un altro pacchetto di lamelle che ne limitano la capcità di passagio attraverso i condotti che sono diversi se il diaframma scende o se sale variano di conseguenza la velocità di passaggio attraverso i condotti specifici, praticamente le lamelle funzionano da valvole di blocco a certe velocità.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="700" height="363" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2023/10/image-1.png" alt="image 1" class="wp-image-130937" title="Come regolare le sospensioni sospensioni (prima parte) 2265" srcset="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/10/image-1.png 700w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/10/image-1-300x156.png 300w, https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2023/10/image-1-696x361.png 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption>Come regolare le sospensioni sospensioni (prima parte) 2267</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Esploso del diaframma interno agli ammortizzatori Ohlins</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella grafica&nbsp; qui sopra l’olio è la parte gialla mentre la parte bleu è un gas inerte oppure aria,&nbsp; che viene utilizzato in tutti gli ammortizzatori moderni per evitare che lo sbattimento che subisce l’olio attraverso il movimento di sali e scendi del pistone-diaframma&nbsp; lo rovini (emulsione) , per separare l’olio dal gas&nbsp; si inserisce un diaframma mobile&nbsp; che consente al gas di comprimersi e di espandersi bloccando appunto lo sbattimento dell’olio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A. Asse di scorirmento dell’ammortizzatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">B. Diaframma solidale all’asse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C. Cilindro di contenimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D. Olio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E. Diaframma di scorrimento e separazione olio – gas.</p>



<p class="wp-block-paragraph">F. Gas (in genere azoto o aria).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sulla vostra super-sport spesso esiste un altro ammortizzatore che è quello dello sterzo, che non ha la molla come le sospensioni ma ha una regolazione idraulica che agisce sul pistone interno per renderlo più o meno duro nel suo funzionamento.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" width="211" height="298" src="http://web.archive.org/web/20150612081256im_/https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads//2011/03/2014-04-17_094742.jpg" alt="2014-04-17_094742" class="wp-image-37733" title="Come regolare le sospensioni sospensioni (prima parte) 2266"></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Sulla bontà di avere o di non avere un ammortizzatore di sterzo io sono del parere che se si fanno viaggi molto lunghi è utilissimo, in pista va regolato in modo che non intralci troppo, deve solo intervenire se l’anteriore vi sbacchetta, ma non impedrivi di tirare o spingere il manubrio opponendo una resistenza per cui da certi piloti spesso non viene utilizzato, quindi regolato al minimo o lascito libero di muoversi avanti ed indietro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In MotoGP gli ammortizzatori di sterzo sono controllati elettronicamente (per esempio sulla HRC) si&nbsp; indurisocno in caso di sbacchettamenti dell’anteriore, anche loro sono controllati dalla ECU tramite un segnale inviato alla loro elettronica di controllo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Visto che li ho nominati esistono appunto amortizzatori in cui la densità dell’olio può variare in modo istantaneo&nbsp; da molto fluido =&nbsp; resistenza minima,&nbsp; a denso&nbsp; = resistenza massima, ciò avviene tramite un attuatore di campo magnetico che influenza le particelle magnetiche contenute nell’olio in quanto&nbsp; viene utilizzato&nbsp; un olio specifico e particolarissmo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando il campo magnetico all’interno dell’ammortizzatore viene attivato l’olio cambia le sue caratteristiche di densità proporzionalmente alla forza del campo magnetico, quin cambiando in modo istantaneo le caratteristiche di assorbimento della sospensione ed ovviamente anche di tenuta. Un esempio tipico di questi ammortizzatori sono quelli della Ohlins impiegati in SBK.&nbsp; Guardando la foto si&nbsp; vedono benissimo i due cavi di alimentazoone neri che attivano il componente magnetico interno all’ ammortizzatore posteriore della R1.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tubetto bleu con sopra un’uscita di un cavo nero, è il sensore lineare di accelerazione e lunghezza dell’ ammortizzatore che passa questa importantissima informazione alla centralina elettronica che lo gestisce e che a sua volta passa un’ ulteriore informazione, elaborata, alla ECU che prende decisioni sull’assetto corrente della moto, ma di questo ne parleremo in un’altro articolo specifico sulle ECU.<br>Qui ci fermiamo, adesso dovreste avere un’idea su come funziona un ammortizzatore, nella prossima parte inizieremo a scrivere di tutto l’insieme che fa la sospensione completa e le sue regolazioni.</p>
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		<title>Telaio grande dilemma del progettista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jan 2011 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[ciclistica]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Telai]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avete presente che cosa è successo a Losail 2008 per Dani ?&#160; In una settimana la Honda ha ridisegnato il telaio, lo hanno fatto arrivare la notte prima della gara, avranno lavorato come pazzi ricostruendo la HRC di Dani che li ha ripagati andando a podio, terzo,&#160; siccome lo definisco un MIRACOLO sarà meglio spiegare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Avete presente che cosa è successo a Losail 2008 per Dani ?&nbsp; In una settimana la Honda ha ridisegnato il telaio, lo hanno fatto arrivare la notte prima della gara, avranno lavorato come pazzi ricostruendo la HRC di Dani che li ha ripagati andando a podio, terzo,&nbsp; siccome lo definisco un MIRACOLO sarà meglio spiegare perchè.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/01/wobble-weave.gif"><img decoding="async" width="256" height="192" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/01/wobble-weave.gif" alt="wobble weave" class="wp-image-1656" title="Telaio grande dilemma del progettista 2268"></a><figcaption class="wp-element-caption">Oscillazioni ed ondeggiamenti</figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Prima una altro esempio in negativo questa volta, parliamo&nbsp; di oscillazioni ed ondeggiamenti che spesso si vedono in gara, anche se tendono a scomparire nelle MotoGP di oggi .<a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/01/cap4.gif"><br></a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Vale cadde nell&#8217;ultima gara di Valencia 2007, in prova, non riusci a contrastare i due moti combinati (oscillazione ed ondeggiamento) della M1 che a quella velocità circa 160-170 km/h hanno una componente molto forte, anche perchè Vale era in apertura di gas e quindi la gomma posteriore stava cominciando a spingere al massimo. Il rilascio del gas in quel caso fa spesso si che il manubrio ha un ritorno violento, tenerlo aperto comunque aumenta il momento di ondeggiamento un bel dilemma. Vale ha cercato di riprendere con la forza la M1 ed il risultato lo sappiamo tutti è stato che il ritorno violento del manubrio gli ha rotto un paio di ossa nella mano, pensate quindi che acciddenti di colpo si è preso. Non si è fatto male cadendo per terra, ma perchè il manubrio lo ha colpito a mo di mazza da baseball.&nbsp; Lo stesso è poi successo a Dani durante i test invernali 2008 . Allora viene da domandarsi ma come è possibile che pilti con tale esperienza abbiano problemi di questo tipo? Come è possible che con tutta questa elettronica di supporto succeda ancora quello che succedeva tanti anni fa?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una moto consiste di due parti mobili:</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">1. il telaio posteriore, con la gomma, pilota, motore, serbatoio di carburante.<br>2. Il forcellone anteriore con la ruota anteriore innestato al telaio dal canotto di sterzo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/01/cap7.gif"><img decoding="async" width="137" height="143" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/01/cap7.gif" alt="cap7" class="wp-image-1659" title="Telaio grande dilemma del progettista 2269"></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Quindi queste due parti sono tenute insieme da un sitema libero che è il canotto dello sterzo solidale con il telaio (posteriore). Quando la moto si piega in curva le gomme hanno una forza laterale di slittamento che aumenta con l&#8217;angolo di piega, queste forze da un punto di vista pratico si possono considerare come delle forze che si contrastano come se fossero una molla compressa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tenendo a mente questo modello molto semplificato,&nbsp; l&#8217;asse di sterzo è un punto di contenimento in quanto non può muoversi lateralmente. La moto può essere considerata come due sistemi separati ognuno avente un solo punto di libertà ( il canotto dello sterzo )</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il telaio anteriore ( forcella ) oscilla intorno all&#8217;asse dello sterzo sul quale si applica la forza di spinta laterale della gomma anteriore ed il telaio posteriore che oscilla intorno all&#8217;asse dello sterzo,&nbsp; la forza laterale della gomma posteriore&nbsp; si applica con una leva proporzionale alla lunghezza che esite fra il passo della moto (distanza fra i due assi delle ruote) e l&#8217;asse o il punto di contatto al suolo della gomma medesima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A complicar eil tutto n curva esite anche la diffeenza di percorso che fanno le due ruote, perche&#8217;&nbsp; l&#8217;anteriore segue una percorso diverso dalla ruota posteriroe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a href="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/01/cap5.gif"><img decoding="async" width="294" height="236" src="https://www.giornalemotori.com/wp-content/uploads/2011/01/cap5.gif" alt="cap5" class="wp-image-1766" title="Telaio grande dilemma del progettista 2270"></a></figure>
</div>


<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">I due modi oscillatori sono come già accennato sopra:<br>Una oscillazione del sistema anteriore che si chiama <strong>moto oscillatorio</strong><br>Una oscillazione del sistema posteriore che si chiama <strong>ondeggio</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi grazie all&#8217;elettronica questo tipo di comportamento lo si vede di meno &nbsp; perchè il TC che evita l&#8217;ingresso brutale della potenza sulla ruota posteriore aiuta a contenere l&#8217;ondeggio,&nbsp; della ruota posteriore rispetto l&#8217;anteriore con il relativo taglio di potenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due considerazioni:<br>Ma come e possibile allora di avere ogni tanto il fenomeno visto sopra se si ha tutta questa elettronica ?<br>Ebbene l&#8217;intervento dell&#8217;elettronica deve prevenire questi fenomeni, se per un problema di gomme, perdita di aderenza all&#8217; improvviso o per&nbsp; errore del pilota , ciò avviene non ci si può fare nulla e dipende anche dal set-up della moto come % di intervento del TC e del tempo di intervento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi con l&#8217;integrazione nella ECU delle piattaforma inerziale&nbsp; si riesce anche a controllare&nbsp; meglio questi due fenomeni fisici onde evitare di entrare in questa situazione deprecabile dalla quale difficilimentre se ne esce.&nbsp; Ma perchè una volta entrati in questa situazione di moto oscillatorio e ondeggiamento il TC non riesce a correggerelo&nbsp; ma al massimo solo a prevenirlo ?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo non ve lo so dire bisognerebbe farselo spiegare da un tecnico di software della moto. Faccio solo un&#8217;ipotesi, se la moto si scompone così tanto il TC potrebbe anche peggiorare la situazione perchè fa la cosa più&nbsp; sbagliata togliendo potenza. Ma ripeto non lo so. Sicuramente con l&#8217;utilizzo delel piattaforma inerziale si puo&#8217; sapere se è il caso di intervenire o no in quanto si hanno tutte le informazioni di movimeno anche se minime sui tre assi della moto, in più se ne conosce la componete di accelerazione, se avviene in una direizione sbagliata rispetto quella che ci si aspetta è ovvio che la moto sta scomponendosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fatto è che è successo anche a Casey, cosi come a Dani,&nbsp; Vale e tanti altri,&nbsp; quindi è un limite del software che evidentemente non è in grado di recuperare questa situazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chattering e rigidità</strong><strong> del telaio:</strong><br>Oggi le prestazioni formidabili delle 800 hanno forzato chi le progetta a sviluppare il sistema anteriore , telaio e forcella, ad un livello elevatissimo di rigidità.&nbsp; Questo perchè il carico che subisce la forcella anteriore in frenata è tremendo. Durante la frenata la forza contrastante delle gomme spinge indietro la base della forcella mentre la massa del pilota e della moto spinge in avanti all&#8217;altezza del canotto della forcella. La componente di queste due forze fa flettere gli steli della forcella,&nbsp; pensatele in una staccata a 320 km/h dove ci sono in gioco delle forze anche di 1,6-1,7 G, &nbsp; l&#8217;unico modo per minimizzare queste due componenti è creare delle forcelle estremamente rigide in senso di marcia che è appunto il senso della frenata ( longitudinale ).</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;irrigidimento della forcella anteriore e della parte del telaio (canotto etc.) che la sostiene risolve brillantemente il problema della frenata,&nbsp; ma purtroppo un sistema anteriore cos rigido non appena si inizia la piega comporta il &#8220;chattering&#8221; che cosa succede ?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando la moto si piega il contatto della gomma passa dal centro alla spalla, la spinta della pista lavora sempre in verticale, ma la pista non è una superfice perfetta e piccole imperfezioni si trasferiscono dalla gomma alla forcella, purtroppo essendo la moto piegata si trasferiscono lateralmente &#8230; e lateralmente la nostra forcella non assorbe un bel niente perchè oltretutto per essere rigida longitudinalmente lateralmente è come se fosse di cemento armato. Questo problema fa si che la moto perde qua e la contatto con la pista questo è il &#8220;chattering&#8221;.&nbsp; Queste vibbrazioni si trasferiscono dalla ruota su per la forcella fino al telaio che&nbsp; è l&#8217;unica parte della moto che le può assorbire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il pilota è un incubo perchè proprio in curva si trova a perdere aderenza e quindi prestazioni.&nbsp; Se il telaio è troppo rigido il &#8220;chattering&#8221; non lo si riesce ad eliminare se è troppo flessibile in frenata (vedi sopra) flette e si frena di meno &#8230; un bel dilemma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progettista deve quindi trovare un compromesso fra tutte le forze che coinvolgono il comportamento dinamico del telaio senza perdere di vista le caratteristiche del pilota,&nbsp; siccome sono dei prototipi è più che evidente se du e piloti hanno stili di guida molto differenti hanno bisongo di regolzioni differenti ed al limite ,&nbsp; se non ci si arriva con le regolazioni, bisogna fronirli di telai con caratterisitche differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornando al primo paragrafo, la Honda ridisegnò il telaio di Dani proprio perchè aveva un notevole problema di chattering che in più rovinava anche rapidamente le gomme, appunto l&#8217;altra variabile sono le gomme,&nbsp; già perchè&nbsp; se con un certo setup di telaio e sospensioni non ho &#8220;chattering&#8221; cambiando gomma,&nbsp; più&nbsp; morbida o più rigida eccolo apparire di nuovo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi quello che ha fatto la Honda in una settimana è un vero MIRACOLO.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sostengo solo che queste 800 super computerizzate, relativamente&nbsp; più facili da guidare, hanno contribuito in modo allarmante a far diventare un mondiale che dovrebbe essere prima dei piloti, poi delle moto e poi delle gomme tutto l&#8217;opposto,&nbsp; qui quello che contano sono le gomme, poi imbroccare il migliore equilibrio attraverso tutti i possibili setup del software ed ovviamente delle regolazioni meccaniche e della scelta delle gomme se si arriva a questo punto si vince,&nbsp; se no si scivola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Concludo con un&#8217;affermazione di Briggs ( meccanico di eccellenza di Vale) che sul suo blog tempo fa scrisse che queste 800 rispetto le 1000 che le precedevano sono difficilissime da regolare in quanto sulle 1000 si cambiava una regolazione di 1 mm e non succedeva quasi nulla, sulle 800 si sposta di un decimo , si avete capito bene&nbsp; ha scritto &#8220;di un decimo&#8221;&nbsp; e la moto cambia completamente comportamento in&nbsp; pista si ha un&#8217; altra moto.</p>
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		<title>Come funzionano i motori MotoGP</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Jan 2011 06:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[distribuzione desmodromica]]></category>
		<category><![CDATA[distribuzione pneumatica]]></category>
		<category><![CDATA[Motori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Visto che si parla sempre di piu&#8217; di questi incredibili motori MotoGP ho deciso di scrivere qualche nota generale che spero interessi i fanaticissimi della meccanica (come il sottoscritto) e magari aprire una bella discussione. A differenza della F1 in cui il regolamento è abbastanza &#8220;stretto&#8221;, sui motori in MotoGP i limiti sono la cilindrata, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Visto che si parla sempre di piu&#8217; di questi incredibili motori MotoGP ho deciso di scrivere qualche nota generale che spero interessi i fanaticissimi della meccanica (come il sottoscritto) e magari aprire una bella discussione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A differenza della F1 in cui il regolamento è abbastanza &#8220;stretto&#8221;, sui motori in MotoGP i limiti sono la cilindrata, il peso generale della moto e la capacità del serbatoio uguali per tutti, poi dal 2011 ci dovrebbe essere un limite sulla pressione di alimentazione a 10 atmosfere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fino a che non cambiano questo tipo di regole tutti si possono sbizzarrire sui motori, così che abbiamo motori a V, in linea, &#8220;screamer&#8221; , &#8220;Twin pulse&#8221; e &#8220;Low bang&#8221;.</p>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td><strong>Tipo di motore</strong></td><td><strong>albero motore</strong></td><td><strong>Scoppio scintilla</strong></td><td><strong>Cilindri graficamente</strong></td><td><strong>Esempio</strong></td></tr><tr><td>I4</td><td>180°</td><td>180-180-180-180</td><td>1-0-1-0-1-0-1-0-</td><td>Honda CBR 600</td></tr><tr><td>I4 &#8216;Long bang&#8217;</td><td>180°</td><td>180-540</td><td>2-0-2-0-0-0-0-0-</td><td>Shinya Nakano&#8217;s Kawasaki Ninja ZX-RR</td></tr><tr><td>I4 &#8216;Uneven bang&#8217;</td><td>piani incrociati</td><td>180-90-180-270</td><td>1-0-1-1-0-1-0-0-</td><td>Yamaha YZF-R1 e M1</td></tr><tr><td>70° V490° V4</td><td>180°</td><td>180-70-180-290180-90-180-270</td><td>1-0-1-1-0-1-0-0-</td><td>Yamaha V-MaxHonda VFR800</td></tr><tr><td>90° V4 &#8216;Twin pulse&#8217;</td><td>70°</td><td>90-200-90-340</td><td>1-1-0-1-1-0-0-0-</td><td>Ducati Desmosedici RR</td></tr><tr><td>90° V4 &#8216;Droner&#8217;</td><td>360°</td><td>90-270-90-270</td><td>1-1-0-0-1-1-0-0-</td><td>Honda VF RC30 RC45</td></tr><tr><td>112° V4 &#8216;Big bang&#8217; (2-tempi)</td><td>180°</td><td>68-292-68-292</td><td>2-2-0-0-2-2-0-0-</td><td>1990 Honda NSR500</td></tr><tr><td>90° V4 &#8216;Screamer&#8217; (2-tempi)</td><td>180°</td><td>90-90-90-90-90-90-90-90</td><td>1-1-1-1-1-1-1-1-</td><td>1984 Honda NSR500</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Nella progettazione di prototipi MotoGP 800, abbiamo ( o avuto ) Honda , Yamaha, Ducati, Suzuki e Kawasaki.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore della Honda HRC RC212V e&#8217; un classico V-4 &#8220;screamer&#8221; e ha il recupero delle valvole pneumatico, l&#8217;angolo della V non lo si sa. Il Suzuki anche lui ha un V-4 &#8220;screamer&#8221; con il richiamo pneumatico, anche per questo motore l&#8217;angolo della V è mantenuto segreto. La Ducati partita con un V-4 &#8220;screamer&#8221; a differenza del &#8220;twin-pulse&#8221; del 2006, con il famoso sistema desmodromico è passata ad un &#8220;low-bang&#8221; dal 2010,&nbsp; il motore a differenza di quelli giapponesi&nbsp; fa&nbsp; parte integrante del telaio, dandogli il tipico &#8220;look&#8221; Ducati è infatti assolutamente &#8220;un Ducati&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sia il Kawasaki&nbsp; (&#8220;screamer&#8221;) che la Yamaha&nbsp; ( &#8220;low-bang&#8221;) sono rimasti con il concetto del quattro in linea classico, sola differenza che il 4 della Yamaha gira al contrario, quindi ha un ingranaggio in più per portare poi fuori la rotazione nella direzione giusta del pneumatico posteriore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Yamaha usa un ordine di scoppio che è definito &#8220;Low-Bang&#8221; e&nbsp; dal 2008 ha la gesitone della distribuzione&nbsp; valvole pneumatica, il Kawa&nbsp; invece originalmente un &#8220;Low-Bang&#8221;&nbsp; e poi passato allo&nbsp; &#8220;screamer&#8221;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Adesso che ho fatto le presentazioni vediamo che cosa vuol dire &#8220;Low-Bang&#8221; e &#8220;Screamer&#8221;.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il &#8220;Low-Bang&#8221; viene chiamato un motore multi cilindri in cui l&#8217;ordine di scoppio avviene, come per la M1 o la D16 , 90 gradi con due scoppi ( 2 cilindri simultanei ) quindi altri 90 gradi ed altri due scoppi , quindi una rotazine di 270 senza scoppi e si ricomincia. Si chiama &#8220;Low_bang&#8221; perche gli scoppi (due a due) sono molto vicini ma non simultanei. Questa scelta fatta da Yamaha a partire dal&nbsp; 2004&nbsp; con il famoso 1000 e sino ad oggi sull&#8217; 800 e dalla Ducati&nbsp; dal 2009,&nbsp; ha un vantaggio in quanto la potenza viene fuori con una buona progressione cosicché la gomma posteriore lavora meglio ed è meno stressata.&nbsp; Il fatto e&#8217; che un &#8220;low-Bang&#8221; produce un pò meno potenza di uno &#8220;screamer&#8221; ,&nbsp; quindi adesso vi è chiaro perche&#8217; la Kawa 2008 è passata ad uno &#8220;screamer&#8221; anche se aveva iniziato con un &#8220;low-Bang&#8221; (2007).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo &#8220;screamer&#8221; è un motore in cui gli scoppi avvengono ogni 180 gradi sempre due alla volta, il vantaggio è che prende più giri quindi sviluppa più&nbsp; potenza, lo svantaggio è che è un bel pò brutale sulla gomma posteriore,&nbsp; consuma anche di più, pero&#8217; con la sofisticazione dell&#8217;elettronica e del software questi problemi evidentemente sono stati risolti brillantemente sia come passaggio di potenza sul posteriore che sui consumi. Lo &#8220;screamer&#8221; a detta dell&#8217; ing. Preziosi ha un&nbsp; altro vantaggio sul&nbsp; &#8220;low-bang&#8221;: è piu&#8217; resistente all&#8217;usura esasperata di gara e visto il contingentamento dei motori non è da sottovalutare, forse anche per questo la HRC è rimasta sullo &#8220;screamer&#8221; avendo risolto, quasi sempre, i problemi di consumo e di gestione, poi e&#8217; anche evidente ad occhio che l&#8217; 800 HRC ha una gran bella spinta e potenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se andiamo a vedere la differenza che esiste sulla gomma posteriore nel trasferimento al suolo delle&nbsp; &#8220;pulsazioni&#8221; di ogni motore a seconda del suo ciclo di scoppi si hanno dei punti in cui la gomma trasferisce tutta la potenza e dei punti in cui non ne ha: questo fenomeno ben noto ai progettisti crea le premesse per stressare di&nbsp; piu&#8217; o di meno le gomme in quanto se gli scoppi sono piu&#8217; lontani le molecole della gomma hanno piu&#8217; tempo per ricompattarsi.&nbsp; A detta dei gommisti non c&#8217;è&nbsp; un&nbsp; effettivo riscontro sui consumi ne visivo ne alla distanza fra i diversi motori, a detta dei piloti la sensazione è di una maggiore fluidità&nbsp; sul trasferimento di potenza sul terreno per il Low-bang rispetto allo screamer.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Nel campo della distribuzione, ormai ci sono rimasti in gioco solo due sistemi : desmodromico e pneumatico.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sul desmodromico sottolineo&nbsp; il vantaggio di una gestione ottimale delle valvole in apertura e chiusura,&nbsp; pero&#8217; devo sfatare una leggenda, cioé che anche se è vero che per &#8220;girare&#8221; un albero a camme di un desmodromico bastano due dita,&nbsp; è anche vero che un albero a camme di un motore a molle o pneumatico richiede molto più sforzo, ma per la legge fisca della restituzione&nbsp; dell&#8217;energia accumulata,&nbsp; quando la valvola viene spinta giù richiede forza ma quando torna su la restituisce. Forse l&#8217;unico vero vantaggio è sugli attriti sicuramente inferiori per un desmodromico rispetto ad un classico molle e/o pneumatico. Date le pressioni&nbsp; sulle scodelle delle valvole del punto di spinta dell&#8217;albero a camme&nbsp; l&#8217;attrito è notevole.&nbsp; Magari di questo ne parliamo un&#8217;altra volta più in dettaglio, gli attriti sono fondamentali nei motori ad altissime prestazioni e la ricerca è molto spinta in questo campo soprattutto nelle simulazioni e nei materiali e nel trattamento delle superfici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Già che ci siamo sul desmo sfatiamo anche un&#8217;altra storia cioé che non fu la Mercedes la prima ad utilizzarlo ne tanto meno la Ducati ma un ingegnere francese, Delage,&nbsp; abbastanza matto che lo mise su di un 8 cilindri , se non mi sbaglio 4,7 litri , dal 1935-37, aveva fatto una macchina bellissima per l&#8217; epoca che non ebbe assolutamente fortuna la D8 120 coupe&#8217; , se oggi si avesse una di queste automobili a disposizione,&nbsp; vi assicuro che se ve ne andate in giro vi fermano per chiedervi che cosa sia tanto era bella.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema pneumatico, che arriva dalla F1 , fu introdotto tanti anni fa dalla Renault ( siamo negli anni 80&#8242; )&nbsp; e&#8217; infine approdato alla MotoGP proprio dal 2007.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il pneumatico funziona come un sistema tradizionale a molle solo che si usa l&#8217;aria compressa, c&#8217;è anche chi dice l&#8217;azoto,&nbsp; per richiamare in su le valvole. Ha un vantaggio sul desmodromico in quanto si puo&#8217; spingere di più in giù la valvola aumentando il riempimento del cilindro quindi la potenza dovrebbe arrivare prima rispetto ad un desmo. Come il desmo è anche molto affidabile, l&#8217;aria non si rompe di sicuro. Prima aveva le molle al posto dell&#8217;aria, ma arrivati ad un certo numero di giri , sfatiamo un&#8217; altra leggenda, non è che si rompevano ma entravano in risonanza peggiorando le caratteristiche di chiusura delle valvole e perdendo quindi di potenza, il fatto è stato risolto con molle doppie o addirittura triple oppure con forme speciali coniche per evitare appunto l&#8217;effetto di risonanza.&nbsp; Comunque entrambi pneumatici e a molle ad un certo punto possono patire il fuori giri mentre per un desmo ben progettato come quello della Ducati è praticamente impossibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Visto che l&#8217;ho appena accennato il &#8220;fuori giri&#8221; va pero&#8217; visto con un certo ragionamento cioé in sede di progettazione di un motore da competizione ad alte prestazioni  che deve girare dalla parte dei 18-19.000 giri ci si puo arrivare benissimo anche con le molle  perche&#8217; il limite di rotazione è dovuto sopratutto alla fluidica cioé al riempimento del pistone. Per avere un motore che arriva a quei regimi va assolutamente disegnato super quadro anzi piu&#8217; breve è la corsa piu&#8217; si riesce a tirargli fuoi giri = potenza. Rimane un fatto importante perché in sede di progettazione non si considera la distanza fra valvole e pistone nell&#8217;incrocio delle fasi,  cioé quando il pistone potrebbe venire in contatto con le valvole che non si sono chiuse abbastanza in fretta e quindi rompere il tutto,  questi calcoli meccanici arrivano dopo,  si calcola subito il rendimento fluidico dell&#8217;aspirazione perché a quelle velocità lineari che creano i giri si puo&#8217; arrivare facilmente ad avere la velocità dell&#8217; aria piu&#8217; miscela che entra nella camera di scoppio  troppo vicina alla velocità del suono nel qual caso la potenza crollerebbe di colpo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Dato che ci sono anche limiti di disponibilità di benzina per una gara e comunque stiamo parlando di una cilindrata unitaria abbastanza piccola, girando  a tali regimi il diametro di aspirazione non puo&#8217; essere troppo grande ed essendo ridotto non siamo per nulla lontani ad avere pressioni di aspirazione elevate e velocità ancora piu&#8217; alte raggiunto il punto critico fine della potenza, non entra piu&#8217; abbastanza miscela  per continuare la scalata ai giri. Altro fatto importante, sempre per i &#8220;fuori giri&#8221;,  è l&#8217;allungamento della biella,  ebbene si anche se fatte di metalli speciali le bielle si allungano perché hanno un movimeto che al 50%  è lineare ed il restante è una tangente ad una curva per finire ad una curva e ricominciare il tutto, in piu&#8217;  deve pure invertire la direzione portandosi  dietro il peso del pistone che anche lui influisce sul tutto.  Quindi in sede di progetto per calcolare quale sia la migliore distribuzione prima si sperimenta con la fluidica poi si passa alle dilatazioni dei materiali  e alle loro velocità e stress su calcolo infinitesimale e sistemi software di simulazione meccanica, finalmente si decide quanto posso incorciare le fasi fra valvole e pistoni raggiunti questi massimi valori di giri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Yamaha che in un primo momento&nbsp; aveva provato il desmodromico in via progettuale ( simulazione di modello di software) lo ha successivamente&nbsp; accantonato, valutando piu&#8217; sviluppabile il pneumatico, secondo me&nbsp; convinti dalle simulazioni che&nbsp; spingerebbe piu&#8217; forte in uscita di curva riprendendo da giri piu&#8217; bassi, cosa che poi all&#8217; atto pratico non è che si sia avverata (sara&#8217;&nbsp; per il grip sara&#8217; per la bonta&#8217; del loro&nbsp; disegno),&nbsp; ma il D16 ed anche il 212 della HRC spingono nettamente piu&#8217; forte in accelerazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Parliamo di sistemi alternativi di distribuzione : Camless e&nbsp; a variazione di fasatura</h2>



<p class="wp-block-paragraph">I sistemi camless (senza albero a camme)&nbsp; arrivano dalla F1, mai applicati in campo agonistico per le moto.&nbsp; Un sistema camless ha dei vantaggi notevoli verso i tradizionli sistemi a molle, pneumatici e desmodormici, perche&#8217; consente il controllo totale dell&#8217; apertura e chiusura delle valvole in modo asincrono rispetto al &#8220;tradizionale&#8221; ciclo a 4 tempi se ne frega di dove stanni i pstoni perchè ci pensa il software della ECU a tenerlo ben fasato, hanno solo una contropartita un costo elevatissimo ed una gestione elettronica da parte della ECU estremamente complessa. Una valvola gestita camless (e ce ne sono quattro di valvole per cilindro) ha bisogno di due attuatori elettromagnetici uno per l&#8217;apertutra ed uno per la chiusura azionati elettronicamente. In gioco ci sono delle potenze elettriche notevoli ed un problema da risolvere a livello ECU nel momento che il comando dall&#8217; attuatore di apertura passa a quello di chiusura la cosi&#8217; detta zona neutra risolvibile con dei sensori di posizionamento,&nbsp; la complessita&#8217; aumenta. Se ho quatto valvole ho 8 attuatori elettromagnetici e 8 sensori di posizionamento, costo a parte&nbsp; ma ne vale veramente la pena ? In F1 pare di si, sulle motoGP&nbsp; pare di no, sia per problemi di ingombro che per costi esorbitanti, ma non si sa mai che cosa ci portera&#8217; il futuro in fondo dopo dieci anni sono arrivati i sistemi pneumatici sulle MotoGP&nbsp; proprio dalla F1.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sistemi di distribuzione a variazione di fasatura, personalmente e&#8217; quello che mi piace di piu&#8217; e quando Fursawa (direttore del centro di ricerca e sviluppo della Yamaha a Iawata) disse nel 2007 che loro avevano accantonato il desmodromico e valutavano un&#8217; alternativa al sistema a molle,  per un momento ho sperato che se ne venisse fuori con un sistema a camme a variazione di fasatura ad altissime prestazioni. Il sistema esiste gia&#8217; ed è in produzione dalla BMW. Il concetto è molto semplice: su  una distribuzione tradizionale a camme e molle si inserisce un sistema meccanico attuato da un motore elettrico ad alta velocita&#8217; che fa variare il posizionamento dell&#8217;albero a camme creando quindi un sistema che funziona come respiriamo noi. Ebbene si il nostro corpo umano è progettato molto meglio di un sistema  desmodromico o di un sistema a camme fisso che sia a molle o pneumatico, siamo a fastura variabile.  </p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando abbiamo bisogno di poca aria respiriamo piano e non è che apriamo troppo la bocca, anzi respiriamo solo con il naso, quindi pochi giri del motore e carburatore piu&#8217; chiuso siamo molto efficenti, poi si cominci a correre e si comincia a respirare piu&#8217; rapidamente ed il nostro corpo adatta l&#8217;ingresso dell&#8217; aria allo sforzo istantaneo richiesto, respiriamo piu&#8217; rapidamente e cominciamo ad usare la  bocca, cioe&#8217;  cambiamo la fasatura dell&#8217;albero a camme ed aumentiamo i giri,  pero&#8217; abbiamo un vantaggio possiamo mantenre i giri costanti e respirare di piu cioe&#8217;  tirare dentro piu&#8217; aria cosi&#8217;  per avere piu&#8217; energia = potenza a disposizione. Questo e&#8217; esattamente quello che fa il motore della BMW, il risultato pratico è che spinge sempre fortissimo a tutti i giri con una risposta immediata alla richiesta di potenza, altro che battito in testa. Unico limite di questa tecnica un tantino sofisticata e&#8217; il numero dei giri del motore che non puo&#8217; essere troppo alto per complessità meccanica, ma come dicevo io spero sempre che in un futuro qualche diavolo di ingegnere di progetto magari lasci il desmo e meccanicamente venga fuori con questo sistema anche su un motore da MotoGP.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi con il MultiAir della FIAT, risposta a quello della BMW,&nbsp; siamo nella direzione giusta dei motori commerciali a variazione di fase, dove appunto le valvole si sostituisocno alla farfalla del carburatore con un trattamento della miscela aira/benzina diretto ed efficente,&nbsp; e&#8217; anche il primo passo verso la distribuzione a fasatura variabile integrata del camless.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bene per chi ha avuto la pazienza di arrivare fino in fondo adesso sapete la filosofia dietro questi incredibili motori da 800 cc delle moto piu&#8217; complesse&nbsp; e meccanicamente meravigliose di questi anni.</p>
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		<title>Come funziona l’elettronica MotoGP: le ECU</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Sebellin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jan 2011 10:28:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica Moto]]></category>
		<category><![CDATA[centraline]]></category>
		<category><![CDATA[elettronica]]></category>
		<category><![CDATA[magneti marelli]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Innanzitutto ECU sta per&nbsp; Engine Control Module, in italiano unità di controllo motore, una meravigliosa scatola nera che parlando di MotoGP e&#8217; sviluppata dalla Magneti Marelli per la Ducati e Yamaha,&nbsp; mentre la Honda si e&#8217; fatta la sua che tiene ovviamente segretissima, la Suzuki utilizza la Mitsubishi tanto decantata dalla AMA per le loro corse negli Stati Uniti,&nbsp; ma molto criticata da Capirex che&nbsp; la descriveva molto limitata se paragonata a quella che aveva sulla Desmosedici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Magneti Marelli , che appunto equipaggia sia Ducati che Yamaha, nella verisone commerciale si chiama &#8220;Marvel&#8221; ed esiste in diversi modelli. La versione MotoGP e&#8217; specifica sia per problemi di sicurezza dei dati che vi sono inseriti (download ed upload dielsoftware) che per ulteriori sviluppi specifici chiesti dalle case. Resta comunque , nel formato commerciabile, una gran bella ECU in quanto si appoggia su dei computer ad altissima velocita&#8217; di esecuzione (architettura RISC) e su due moduli FPGA (Field-Programmable Gate Array) che detto in parole povere sono componenti che consentono la programmazione di circuiti elettronici secondo le specifiche dell&#8217; utilizzo che se ne vuole fare, invece di restare legati a dei componenti prefabbricati&nbsp; che magari non soddisfano le richieste degli ingegneri di progetto di questi motori. La Marvel ha anche dei canali DSP che servono all&#8217;acquisizione e manipolazione di dati analogici. Ci fermiamo qui e continueremo in un altro articolo a descrivere piu&#8217; in dettaglio come e&#8217; fatta una ECU a cosa si collega e che cosa fa, adesso ci limitiamo a capire come funziona tramite la ECU l&#8217;accensione sequenziale di questi motori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come si fasa automaticamente ed al meglio delle prestazoni un motore da competizione avanzato come lo e&#8217; nella categoria MotoGP 800? Il sistema che ottiene la fasatura automatica è un software ad auto-apprendimento, siamo quasi nel campo dell&#8217;intelligenza artificiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima cosa da notare: questo tipo di motori non hanno un sensore che riceve un impulso dall&#8217; albero a camme o dall&#8217; albero motore, avete&nbsp; capito benissimo non c&#8217;e&#8217; il cosi&#8217; detto &#8220;spinterogeno&#8221;&nbsp; come si chiamava una volta, recentemente sostituito da un segnale digitale e quindi un pickup digitale che lo rileva ogni volta che gli passa davanti, ma il risultato e&#8217; equivalente,&nbsp; è tutto fatto dalla ECU via software. Il termine tecnico è &#8220;accensione sequenziale&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al box accendono il motore che non è assolutamente fasato, avete capito benissimo quando lo accendono nessuno sa quale sia la fasatura corretta del motore. La centralina di gestione ci mette&nbsp; circa 3-4 giri&nbsp; dell&#8217; abero motore a fasarlo correttamente, controllando quanto segue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ECU per prima cosa tira ad indovinare l&#8217;accensione, non avendo un sensore di posizione deve per forza tirare ad indovinare in base ai dati dell&#8217; ultima accensione o più o meno quelli standard se è&nbsp; la prima volta in assoluto, tanto ha circa il 50% di probabilita&#8217; di far partire il motore al primo giro&nbsp; anche se sfasato quindi con qualche borbottio stravagante:</p>



<p class="wp-block-paragraph">1. Verifica l&#8217; accelerazione e decelerazione dell&#8217; albero motore, se accelera vuol dire che la fase si sta avvicinando a quella ideale, se decelera vuol dire che è fasato in ritardo, quindi comincia a fare gli appropiati aggiustamenti alla fasatura degli scoppi lavorando sull&#8217; anticipo cioé sugli impulsi che manda agli indotti di alta tensione delle candele.<br>2. Mentre la centralina calcola l&#8217;accelerazione dell&#8217; albero motore calcola anche la scintilla (potenza) che manda alle candele in quanto controlla la resistenza elettrica di ciascuna candela, e la memorizza, se la resistenza aumenta vuole dire che il motore e&#8217; in fase di compressione della miscela se la resistenza diminuisce sta entrando nella fase di espulsione dei gas, candela per candela memorizza il tutto e lo integra con i dati precedenti.<br>3. Controlla con la sonda lambda lo scarico per capire se la combustione&nbsp; e&#8217; stata ideale (grassa, corretta, magra)&nbsp; e in base al risultato, cilindro per cilindro, modifica la miscelazione all&#8217; iniezione (che e&#8217; sequenziale e digitale anch&#8217;essa) e integra il tutto con i dati di cui sopra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">4. Verifica con il sensore di battito in testa&nbsp; (in genere ce ne sono due) , istallato appunto sulla testata del motore, lo hanno anche le nostre automobili ed è un banale sensore piezoelettrico che converte il battito meccanico in un segnale elettrico di diversa intensità&nbsp; che avviene durante&nbsp; un eventuale richiesta di potenza al momento sbagliato &#8230; il famoso battito in testa quando si apre troppo bruscamente l&#8217;acceleratore ed il motore è giù di giri, nei vecchi motori battevano in testa mentre in tutti i motori moderni lo si evita dando potenza progressivamente anche se ci si ostina a tenere il gas aperto più del dovuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto ha tutte le informazioni necessarie e fa girare il motore bello &#8220;tondo&#8221; e mano mano si scalda e si cominca a dare le famose sgassate che si sentono spesso nel box del paddock per trovare la carburazione e fasatura ottimale, tutto il ciclo si ripete ad ogni giro dell&#8217; albero motore.<br>Non so se avete seguito bene il tutto ma la centralina con il suo software solo per fasare un motore fa un lavoro incredibile, di fatto se ne frega della posizione dell&#8217;albero a camme ma fa delle valutazioni più legate alla fluidica e alla risposta di potenza sull&#8217; albero motore ma il tutto in tre, massimo quattro giri&nbsp; dell&#8217; albero&nbsp; motore che fanno 12-16 scoppi&nbsp; &#8230; ha dell&#8217; incredibile !!!!!!! Immaginatevi la velocita&#8217; di calcolo di questa meraviglia che è la centralina ECU di management per esempio della Magneti&nbsp; Marelli che non ha caso si chiama &#8230;&nbsp; Marvel . Prossimamente parleremo ancora più in dettaglio di cosa fa questa centralina&nbsp; a parte gestire il motore perchè fa tante altre cose interessanti per aiutare il pilota ed anche il setting della moto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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